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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA*  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
Al  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  TAPALI ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.  EC.  EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI  SUA  SANTITÀ  PIO   IX. 


YOL.  LXXXIX. 


IN     VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCL  VI  11. 


La  presente  edizione  e  posta  sotto  la  salvaguardia  delle  leggi 
vigenti,  per  quanto  riguarda  la  proprietà  letteraria,  di  cui 
l'Autore  intende  godere  il  diritto,  giusta  le  Convenzioni 
relative. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO -ECCLESIASTICA 


VEI 


V, 


EIO  o  VEII,  Fej'us.  Antichissima 
citlà  già  vescovile,  e  già  forte,  polente  e 
ricca,  una  delle  12  principali  dell'Etru- 
ria  o  Toscana  (F".).  L'ampio  suo  terri- 
torio, detto  ampia  regio,  confinava  al- 
l'oriente col  Tevere  {?.),  a  settentrione 
con  quello  de'  Falisci,  de'Capenati  e  de' 
Sulrini  ;  ad  occidente  con  Ceri;  ed  a  mez- 
zogiorno con  Lorio  (fra  Bonaccia  e  Castel 
di  Guido  dell'  Ospedale  di  s.  Spirito,  se- 
condo Commanville  sede  vescovile  nel  V 
secolo,  de'quali  luoghi  parlai  anche  nel 
voi.  LI,  p.  88,  degli  altri  l'andrò  dicendo), 
Bebiana  (fra  Lorio,  e  Alsium  oggi  Palo, 
di  cui  ancora  parlai  in  più  luoghi),  Fre- 
gene  (ora  tenuta  di  Maccarese  óe'Rospi- 
gliosi,  confinante  con  Castel  di  Guido, 
poi  colonia  romana  marittima,  diversa  da 
Fregella)  e  forse  col  mare  Mediterraneo. 
Circa  il  4°  miglio  da  Roma,  dice  il  cav. 
Coppi,  si  vedono  a  destra  vestigia  d'an- 
tica strada,  che  talvolta  fu  delta  Veien- 
tana.  Venne  paragonata  ad  Atene,  la  più 
celebre  città  di  Grecia  (/"'.),  per  la  gran- 
dezza. Quale,  Del  Tosco  impero  già  Ca- 
po e  Regina,  non  che  Ilclruriae  Propu- 


VEI 

gnaculum,  resistette  per  quasi  3  secoli  e 
mezzo  a  Roma  sua  rivale,  ad  onta  che 
non  ne  fosse  distante  al  più  1  2  miglia  e 
mezzo  circa,  poiché  nella  tavola  Peutin- 
geriana  è  la  distanza  di  Veio  da  Roma 
di  12  miglia,  e  presentemente  circa  11 
miglia  per  la  via  Cassia,  alle  quali  aggiun- 
te l'una  e  mezzo  della  porla  anticasi  a- 
vi  anno  12  miglia  e  mezzo.  Presso  il  silo 
ove  surse  se  ne  vedono  ancora  le  rovine, 
ed  elevasi  sopra  una  rupe,  tagliata  all'in- 
torno a  picco,  il  castello  che  dalla  sua  li- 
brazione romantica  ebbe  il  nome  d'Iso- 
la unito  a  quello  di  Farnese,  non  forse 
perchè  Paolo  III  Farnese  ne  die  il  pos- 
sesso alla  sua  famiglia,  il  che  secondo  al- 
cuni si  suppone  senza  potersi  accertare; 
derivando  piuttosto  secondo  me  la  più 
ragionevole  congettura  dalle  vaste  pos- 
sidenze godute  nelle  vicinanze  dalla  me- 
desima famiglia,  come  rilevai  nel  voi. 
XXXIII, p.  20i,  mediante  lo  stato  di  Ca- 
slro  e  di  Ronciglione  (V.)  che  dominò. 
Trovo  bensì  nel  p.  Eschinardi,  Descri- 
zione di  Roma  e  dell'  Agro  Romano,  a 
p.  2o4>che  il  castello  dell'Isola,  era  giù  de' 


4  V  E  I 

ducili  di  Panna,  e  perciò  dello  Farnese, 
fortezza  dell'antico  Veio,  circondala  da 
un  gran  fosso;  e  di  poi  parlando  dell'o- 
pere dotte  del  Piazza,  del  cav.  Coppi  e  di 
mg. r  Nicolai,  si  vedrà  die  questi  l'affer- 
mano esplicitamente,  non  però  che  tale 
proprietà  derivasse  da  Paolo  III,  essen- 
done l'acquisto  posteriore.  L'Isola  Far- 
nese è  una  frazione  del  distretto  e  Co- 
inarca  di  Roma  (J^.),  nella  diocesi  sub- 
urbicaria  di  Porlo  e  s.  Ruffino.,  e  nel- 
la Statistica  dell'anno  i853  è  registrata 
sotto  Roma,  soltanto  essa  e  Fiumicino,  e 
contenere  19  case,  20  famiglie,  7 5  abi- 
tanti, a  motivo  della  cattiva  aria  nell'e- 
state, nella  quale  stagione  si  riducono  a 
quasi  3o,  e  malgrado  il  sottostante  fer- 
tile territorio  :  ma  I'  Isola  Farnese  non 
più  figura  nella  successiva  rettificata  Sta- 
tistica numerativa  delle  popolazioni, 
del  ministero  dell'interno,  de'i4  novem- 
bre 1807,  perchè  le  frazioni  si  compre- 
sero ne'  comuni  o  appodiali,  di  cui  fan- 
no parte,  per  non  avere  ammiuistrazio- 
ne  separata.  Può  vedersene  il  prospet- 
to nell'incisione  prodotta  daìV Albani  di 
Roma,  t.  i,p.  345.  Ne'teojpi  bassi  però 
era  molto  più  popolata  e  più  vasta,  co- 
me apparisce  dalla  rovina  delle  case  a 
settentrione  ov' è  la  porta  delta  Porto- 
naccio.  Finché  Veio  fu  nel  suo  florido 
stato  ebbe  il  titolo  giustamente  di  capo 
e  frontiera  sopra  tutte  le  città  dell'  Etru- 
ria,  la  vera  e  unica  metropoli  della  me- 
desima, mentre  dopo  la  sua  distruzione 
altre  città  etnische  andarono  fregiate  del 
grado  di  capitale,  come  Perugia,  Corto- 
na, Arezzo  ec.  Plutarco  chiama  Veio  re- 
gina e  capo,  ossia  metropoli  della  Tosca- 
na, d'armi  e  d'  armate  non  punto  infe- 
riore a  Roma,  s' intende  alla  Ptoma  di 
sua  epoca.  Che  Veio  fosse  la  più  forte  di 
Toscana  e  d'Italia  ancora,  la  più  capa- 
ce a  far  fronte  a'  romani  non  tanto  per- 
la sua  vantaggiosa  posizione,  che  per  la 
sua  celebre  rocca,  in  excelsa  et  prerup/a 
Rupe,  come  la  chiama  Dionisio  d' Ali- 
carnasso,  l'asserisce  Tito  Livio.  Che  Veio 


V  E  I 

fosse  fra  tutte  le  altre  della  Toscana  e 
dell'Italia  antichissima  e  ricchissima,  l'af- 
fermano Eutropio,  Oliverio,  Alier,  Li- 
vio e  altri.  Veio  era  una  città  per  testi- 
monianza degli  slessi  romani  piti  bella  di 
Roma  per  la  situazione,  per  la  magnifi- 
cenza degli  edilìzi  pubblici  e  privati, de' 
quali  non  ne  vantava  maggiori  qualun- 
que città  in  Europa,  e  per  tante  altre  ra- 
gioni che  si  ponno  rilevare  nello  stesso 
romano  storico  Livio,  il  quale  parlando 
in  persona  de'  romani  che  sdegnavano 
portarsi  come  relegati  a  fondar  colonie 
uè'  volsci,  si  contentavano  di  preferenza 
d'andare  in  Veio,  benché  allora  ridotto 
da  loro  medesimi  quasi  un  mucchio  di 
sassi  e  del  tutto  disfatto.  Non  è  quindi  a 
meravigliare  il  gran  numero  degli  scrit- 
tori che  celebrarono  i  fasti  di  Veio  e  de' 
veienti,  i  quali  affrontarono  i  romani  va- 
lorosamente con  varia  vicenda,  or  vinci- 
tori e  or  vinti.  I  veienti  più  prossimi  a 
Roma  di  frequente  la  danneggiarono,  e 
tra'  popoli  confinanti  forse  mostrarono 
maggiore  animosità  nella  vendetta,  sic- 
come difesi  da  una  città  ben  munita,  po- 
tevano ad  ogni  opportunità  invadere  sac- 
cheggiando il  territorio  nemico,  e  ritirar- 
si sicuri  dentro  le  proprie  mura.  I  roma- 
ni, biasimando  in  altri  ciò  che  alla  loro 
volta  praticarono, chiamavano  questa  ter- 
ribile forma  di  guerra  ladroneccio,  ed  i 
veienti  predatori,  giungendo  spesso  le 
loro  improvvise  scorrerie,  a  modo  di  lam- 
po, fino  alle  porte  di  Roma.  Quindi  per- 
petuo rancore  fra'  romani  e  i  veienti. 
Dichiara  il  eh.  Campanari  :  Sopra  una 
rupe  alla  e  scoscesa,  alle  cui  radici  scor- 
rono T  acque  del  fiume  Cremerà,  e  dove 
sorgono  oggi  umili  avanzi  di  povere  fab- 
bricherà ri  casolari  e  tugurii  per  vecchiez- 
za cadenti,  sorgeva  un  ih  la  potente  cit- 
tà di  Veio,  la  feroce  rivale  di  Roma,  che 
per  lo  spazio  di  più  di  3  secoli  resisten- 
do con  ostinale  e  sanguinose  battaglie  al- 
la prepotente  forza  di  lei,  cedendo  poscia 
al  destino  che  minacciava  già  le  altre  cit- 
tà deli'  Eli  uria,  a  lei  pure  miseramente 


VEI 

soggiacque.  Era  Veio  la  più  forte  della 
gente  etnisca,  della  grandezza  di  Ateue 
(dice  il  Zanclii  che  avea  una  circonval- 
lazione di  5  in  6  miglia;  e  il  Nibby, che 
ne  misurò  1'  estensione,  dichiara  y  mi- 
glia), e  distante  non  più  che  ioo  stadi 
da  l'ionia,  i  2  miglia  e  mezzo  romane; 
ed  è  precisamente  ad  una  tale  distanza, 
che  nel  luogo  oggi  chiamato  Isola  Far- 

O  DO 

nf.se  vuoisi  riconoscere  l' antica  Veio. 
Quivi  si  vedono  ancora  a  poca  distanza 
dalla  città  antichissimi  sepolcri  scavati 
da  1 1 1 iti*  primi  abitatori  nel  vivo  masso 
tlt-lle  roccie,  e  avanzi  di  mura  colossali, 
e  resti  d'  antiche  strade  che  accennano 
ove  una  volta  fu  la  famosa  Veio.  Fu  già 
gran  disputa  fra  gli  archeologi  de'lempi 
andati,  se  il  luogo  di  Veio  fosse  questo, 
o  se  altrove  fosse  situata  quella  celebre 
città  ;  ma  dopo  le  scoperte  ivi  fatte  di  la- 
pidi importantissime  nel  i  8  io  e  negli  al- 
tii  successivi  anni,  non  è  più  questione 
fra 'dotti,  che  il  sito  di  Veio  non  sia  quel- 
lo «teli' Isola  Farnese.  Fra'molti  scrittori 
e  illustratori  di  Veio  e  sue  antichità,  pre- 
ferisco di  scegliere  a  guida  di  questo  mio 
cenno  il  dotto  Nibby,  Analisi  storico- 
to/jografìco-anticf uaria  della  Cartarie' 
dintorni  di  Roma,  t.  3,p.  38o,  non  sen- 
za giovarmi  all'opportunità  di  que'  che 
ricorderò.  Chiunque  ha  un'idea  della  sto- 
na romana,  al  nome  di  Veii  entra  nella 
curiosità  di  conoscere  il  sito  di  sì  poten- 
te città  degli  etrusci,  rivale  di  Roma  lin 
da'tempi  del  suo  fondatore,  la  quale  con- 
tese a  palmo  a  palmo  il  terreno  a  quel 
popolo  invasore  per  3  secoli  e  mezzo  cir- 
ca, e  lini  coll'essere  deserta.  Questa  bra- 
ni, i  poi  ha  ben  altra  forza  in  coloro,  che 
s'occupano  della  storia  antica  de'popoli 
italiani  e  de'monuoienti  superstiti;  im- 
perocché riconoscere  il  sito  di  Veii  etnisca 
e  le  vestigia  che  ne  rimangono,porta  di  ne- 
ce*silà  l'incontrastabile  conseguenza,  che 
la  storia  romana  de'  primi  3  secoli  non  è 
una  favola,  come  da  alcuni  si  pretende 
con  audacia  sostenere  ;  e  che  trovando 
concorde  lo  stato  delle  cose  esisteuli  con 


VEI  5 

quello  che  narrano  Dionisio,  Livio  e  al- 
tri scrittori  autorevoli,  ragion  vuole  che 
si  concluda  essere  questi  scrittori  veri- 
dici ancora  ne'  fatti  che  più  non  esisto- 
no. Ora  essendo  il  soggetto  di  tanta  im- 
portanza da  potersi  dedurre  conseguen- 
za di  tanto  peso,  non  deve  recar  mera- 
viglia, se  i  dotti  de'  secoli  passati,  come 
quelli  del  presente,  s'affaticarono  in  rin- 
tracciar il  sito  della  città  con  que'  mez- 
zi eh'  erano  in  loro  poterete  convien  di- 
re a  gloria  di  Veii,  che  niuna  città  antica 
dopo  Roma  abbia  avuto  tanti  ingegni 
che  ne  abbiano  indagato  il  sito,  i  monu- 
menti e  la  storia.  Nel  voi.  XIII,  p. 296, 
parlando  di  Civita  Castellana^  registrai 
ad  hoc  l'opere  di  Cesarò,  Corso,  Maria- 
ni, Mazzocchi  con  3  opere,  Castiglione, 
Famiano  Nard'mi,  Perazzi,  Zauchi,  Mo- 
relli, oltre  quelli  ricordati  negli  articoli 
Ne  pi  e  Sutri,  e  di  altre  città  vescovili  e- 
trusche,  nelle  quali  non  poco  ragionai  di 
Veio  e  de'veienti.  Si  devono  pure  tenere 
presenti  gli  articoli  Toscana,  nella  par- 
te che  ragiono  dell'antica  Etruria  ;  e  Vi- 
TERBOjSiccome capitale  dell'Etruriao  To- 
scana pontificia,  nella  descrizione  ezian* 
dio  de'luoghi  che  compongono  la  sua  va- 
sta provincia  e  delegazione.  Zanchi  in  ta- 
le provincia,  detta  pure  Patri/nonio  di 
s.  Pietro,  vi  riconosce  il  dominio  di  Ve- 
io; e  aggiunge  che  nel  dominio  veien- 
tano  si  comprendeva  ancora  il  Campo 
Faticano,  dipoi  divenuto  tanto  celebre. 
E  osserva  mg.r  Nicolai  che  il  tratto  di 
campagna  che  chiamasi  Campo  Vatica- 
no, comprendendo  i  colli  Vaticani,  ov'è 
oggi  la  basilica  di  s.  Pietro,  insieme  alle 
colline  da  ponte  Molle  al  Gianicolo,  tut- 
to era  territorio  veientano  e  denomina- 
to Settepagio  forse  perchè  comprendeva 
7  castelli  o  ville  de'  veienti  (di  essi  riparlai 
nel  voi.  LI  V,  p.  206,  e  ne' parecchi  artico- 
li che  vi  hanno  relazione).  Loda  anch'e- 
gli  la  bellezza  e  fecondità  delle  vistose 
campagne  veieuti,  che  invogliarono  i  ro- 
mani a  conquistarle,  eccellenti  pel  grano 
e  altri  usi,  ma  uon  già  pel  vino  uou  già. 


6  VEI 

dito  da'  romani,  forse  perchè  feccioso  e 
grosso.  Dall'altro  canto,  essendo  Veio  la 
città  etnisca  più  vicina  a  Roma,  fu  tra  le 
prime  a  concepir  gelosia  della  sua  nascen- 
te e  quindi  sempre  crescente  grandezza, 
e  perciò  fu  la  sia  principale  nemica.  Ma 
patte  de'summentovati  e  altri  scrittoli, 
per  mancanza  di  que'  lumi,  che  fornisce 
la  critica  archeologica  d'oggidì;  parte  per 
un  soverchio  amore  di  predilezione  mu- 
nicipale, tutti  volendo  tirar  Veio  alle  pro- 
prie patrie;  parte  per  una  specie  di  gara 
intemperante  e  urto  personale,  si  allon- 
tanarono dal  sito  in  modo  che  non  vi  è 
quasi  luogo  fra  Martignano,  l'Isola  Far- 
nese, Ponzano  (eli  cui  nel  voi.  LV11I,  p. 
ia4)>  Civita  Castellana  (distante  menodi 
38  miglia  da  Roma  per  l'odierna  strada 
postale),  Gallese,  Baccano  (di  cui  nel 
voi.  LVIII,  p.  1 17), che  non  sia  stato  cre- 
duto il  sito  di  Veio,  cioè  nel  pretendere 
di  volerlo  stabilire  si  andò  vagando  en- 
tro una  circonferenza  di  sopra  60  mi- 
glia. Le  ricerche  fatte  espressamente  in 
proposito,cominciarono  nel  secolo  XV, e 
continuarono  fino  ad  oggi.HNibby  ripor- 
ta semplicemente  le  principali  seguenti 
opinioni,  senza  confutarle,  e  poi  dichiara 
la  sua  autorevole.  Biondo  seguendo  quel- 
la del  poeta  Francesco  Fiano,collocò  Veii 
a  Ponzano;  Volaterrano  seguito  dal  Ful- 
vio, alla  Meana,  presso  la  terra  di  Fiano 
(presso  di  essa, di  cui  parlai  nel  voi.  L,  p. 
p.  7  i,e  nel  luogo  denominato  Lago  Puz- 
zo, 3*28  ottobre  i856  dopo  forte  deto- 
nazione si  manifestò  un'eruzione  vulca- 
nica, e  quindi  si  formò  nel  centro  un  cra- 
tere e  nuovo  lago  d'acqua  sulfurea;  pa- 
re riproduzione  di  preesistente  vulcano, 
attesa  la  denominazione  del  vocabolo, seb- 
bene a  memoria  d'uomini  non  si  conosca. 
Ne  parla l'///2>u/H  di Roma,t.  23, p. 332); 
Giovanni  Annio,CesareNiccolini  e  Lean- 
dro Alberti,  a  Martignano;  Cluverio,  ne' 
dintorni  diScrofano(e  seguito  dal  moder- 
no Calindri,  come  rilevai  nel  descriver- 
lo nel  voi.  LVIII, p.  128);  il  Castiglione 
e  il  Mico,  sostenuti  poi  dal  Mazzocchi,  e 


VEI 

più  recentemente  dui  Morelli,  a  Civita 
Castellana  (per  cui  fu  scolpito  nel  fron- 
tespizio del  palazzo  pubblico  :  Qui  sle- 
terunt  Vejos}  nunc  renovare  licet);  ed 
il  Degli  Effetti  a  Belmonte  (monte  diru- 
pato di  tufa  vulcanica  fra  Castel  Nuovo 
e  Scrofano,  nel  territorio  di  questo,  ma 
più  vicino  a  quello,  a  sinistra  della  via 
Flaminia,  nella  cui  sommità  fu  già  il 
castello  omonimo  con  sua  chiesa  della 
diocesi  di  Porto  ).  Tutti  questi  scrittori 
sostennero  la  loro  opinione  in  modo  cha 
fa  pietà  (sic)  vedere  sopra  quali  frivole 
circostanze  si  appoggiassero,  quanto  po- 
co conoscessero  il  criterio  archeologico, 
e  come  trascurassero,  travolgessero,  e  mu- 
tilassero ancora  l'autorità  de'  classici.  Fa 
miano  Nardini  con  quell'acutezza  d'in- 
gegno che  lo  distingue,  e  riconobbe  l'e- 
mulo Mazzocchi,  malgrado  la  scarsezza 
de'  lumi  che  a  suo  tempo  si  a  ve. ino  su  que 
sta  materia,  ne  dimostrò  vittoriosamen- 
te il  sito  all'Isola  Farnese  (con  Discor- 
so ira'estigath'OfSlainpalo  nel  1 647  in  Ro- 
ma con  figure)  e  ne'  dintorni,  appoggia- 
to strettamente  all'autorità  de' classici  ed 
alle  ispezioni  locali,  e  fu  seguito  da  Lu- 
ca Olstenio  e  dal  Fabretti  :  l'osservazio- 
ni e  le  scoperte  fatte  iu  questo  nostro  se- 
colo, hanno  dimostrato  con  quantogiu- 
dizio  e  criterio  avesse  colto  nel  segno. La 
sua  opera,  che  modestamente  intitolò: 
L'antico  Velo,  andò  esposta  a  3  insolen- 
ti repliche  del  Mazzocchi.  Il  Perazzi  ni- 
pote del  Nardini  nel  1 654  espose  all'os- 
servazioni, ossia  alla  Lettera  ed  apolo' 
già,  ch'è lai."  produzione  ueli653  pub- 
blicata dal  Mazzocchi,  da  Nibby  qualifi- 
cato inetto  scrittore,  coli'  operetta  intito- 
lata :  La  Scopetta.  Nel  secolo  seguente, 
cioè  neli768,l'avv.  Zauchicon  un'altra 
opinione  (che  rimarcai  nel  voi.  LVIII,  p, 
1  16  e  1  17,  parlando  di  Formello  e  di 
Baccano,  e  rilevando  il  meraviglioso  spa- 
zio  di  pianura  distinto  in  liste  diritte  a 
guisa  di  scanalature  cui  sono  divisi  i  cam- 
pi, da  Formello  all'Isola  Farnese  e  da 
questa  verso  Roma,  com'era  formulo  pi  e- 


V  E  I 

Giumente  il  territorio  Veiente),  che  Veii 
fu  nel  Munte  Lupoli,  nel  suolo  e  territo- 
rio di  sua  patria  Campagnano,  parte  del 
ciglio  orientale  del  cratere  e  del  bosco 
di  Baccano,  18  miglia  lungi  da  Roma, 
appoggiandosi  principalmente  a'  cuoi» 
coli  antichi  e  moderni  fatti  pel  disec- 
camelo del  cratere,  ch'egli  prese  ba- 
lordamente (sic)  pel  cunicolo  celebre  di 
M.  Furio  Camillo.  Lasciando  da  can- 
to tutti  i  raziocini  de'  moderni,  il  Nibby 
seguendo  strettamente  a  ciò  che  gli  scrii* 
tori  antichi  ci  hanno  lasciato  di  positivo 
sulla  situazione  di  questa  città,  colla  scor- 
ta di  questi  ne  indagò  il  sito;  e  siccome 
questo  per  la  distauza  da  Roma,  le  cir- 
costanze topografiche,  l'estensione  del  pe- 
rimetro, e  gli  avanzi  esistenti  corrispon- 
deva a  ciò  che  si  legge  di  Veii  etrusca 
piesso  gli  antichi  scrittori,  concluse  che 
ivi  fu  quella  città.  Dopo  avere  osservato 
che  ingiustamente  gli  scrittori  moderni 
di  sovente  tacciarono  in  globo  quegli  an- 
tichi di  trascuranza  nel  determinare  le 
distanze  de'  luoghi,  per  le  varianti  che 
alle  volte  s'incontrano  fra  uno  scrittore 
e  l'altro;  ricorda  che  la  critica  insegna 
doversi  accordare  maggior  credito  ad 
uno  scrittore,  piuttosto  che  ad  un  altro, 
secondo  la  qualità  del  soggetto  che  trat- 
tano, l'epoca  in  cui  fiorirono  e  lo  scopo 
ch'ebbero  nello  scrivere.  Quindi  in  una 
questione,  come  questa,  del  sito  d'una 
città,  i  geografi  e  gli  storici  debbousi  pre- 
ferire agli  oratori  e  a'  poeti  ;  e  fra  gli  sto- 
rici que'  che  vissero  in  epoche  anteriori, 
a  quelli  che  scrissero  quando  le  traccie 
e  le  tradizioni  si  erano  o  dileguate  o  al- 
meno illanguidite.  Così  Dionisio,  che  vis- 
se 22  anni  in  Roma  e  lasciò  una  storia 
tanto  accurata,  che  visitò  i  luoghi  che 
descrive,  che  fiori  sotto  Augusto,  quan- 
do Veii  non  solo  non  era  stata  dimen- 
ticata, ma  era  risorta  come  municipio 
romano,  devesi  per  ogni  riguardo,  trat- 
tandosi di  Veii,  anteporre  ad  Eutropio, 
sofista  e  trascurato  compendiatole  della 
storia  romaua  da  lui  dedicala  a  Valeu- 


VEI  7 

te,  che  visse  sempre  in  oriente,  ed  ebbe 
inoltre  la  disgrazia  d'essere  stato  il  suo 
lavoro  stranamente  interpolato  con  ag- 
giunte da  Paolo  Diacono  nel  secolo  IX. 
A  tuttociò  deve  aggiungersi  che  le  cifre 
de'  numeri  sono  andate  soggette  ad  alte- 
razioni per  l'ignorau/.a  de'  copisti,  onde 
tali  varianti  piuttosto  che  attribuirle  al- 
la trascuratezza  degli  scrittori,  debbon- 
si  riconoscere  per  negligenze  degli  ama- 
nuensi. Dionisio  descrive  Veii  nella  gia- 
citura, nella  distanza  e  nella  grandez- 
za, come  dissi  in  principio,  dichiaran- 
dola la  città  etrusca  più  potente  e  più 
vicina  a  Roma.  Nell'epitome  pubblica- 
ta dal  cardinale  Mai  si  legge:  »  Essere 
la  città  de'  veienti  per  nulla  inferiore  a 
Roma,  ontl'  essere  abitata,  possedendo 
un  territorio  vasto  e  fertile,  io  parte 
montuoso,  in  parte  piano,  di  aria  pu- 
rissima ed  ottima  per  la  salute  degli  uo- 
mini, come  quella  che  non  aveva  pa- 
ludi vicino,  donde  si  alzassero  esalazio- 
ni gravi,  né  alcun  fiume  che  tramandas- 
se aure  fredde  di  buon  mattino,  uè  scar- 
seggiatile d'acque  e  queste  non  condotte, 
ma  sorgenti,  copiose  e  ottime  a  bersi  ". 
Dionisio  pertanto  positivamente  porta  a 
100  stadi  incirca  la  distanza  fra  Roma  e 
Veii,  i  quali  calcolati  8  a  miglio,  ne  se- 
gue che  Veii  era  12  miglia  e  mezzo  di- 
stante da  Roma;  e  con  lui  s'accorda  la 
carta  Feutingeriana,  la  quale  indicando 
le  stazioni  della  via  Cassia,  ed  ommetteu- 
do  per  sistema  le  frazioni,  pone  Veii  12 
miglia  lontano  da  Roma.  Questi  due  do- 
cumenti sono  precisi.  Ma  coloro  che  non 
vollero  veder  chiaro  in  una  cosa  da  per  se 
stessa  chiarissima,  ricorsero  a  Livio,  il 
quale  pone  in  bocca  ad  Appio  Claudio, 
nell'orazione  per  eccitar  il  popolo  alla 
guerra  contro  Veii,  esser  distante  vicesi- 
inu/11  lapidali,  in  conspectu  propc  Urbis 
nostrae  aiimuiin  oppugiialionetn  perfer- 
re  piget.  Per  cui  conclusero  i  sostenitori 
dell'altre  opinioni  coulra  il  Nardi  ni  e  i 
seguaci  suoi,  che  Veii  fu  circa  20  miglia 
luDgi  da  Roma.  L'espressione  di  Livio  fu 


8  VEI 

vaga  e  il  suo  senso  non  fu  compreso.  Egli 
non  parlò  della  distanza  di  Veii,  ma  de' 
combattimenti,  che  intorno  a  quella  cit- 
tà avvenivano  fra'  i  vali  corpi  dell'eser- 
cito romano  attendali  ad  una  certa  di- 
stanza, ed  i  veienti;  ed  alcuni  di  essi  era- 
no certamente  3  e  più  miglia  di  là  da  Veii, 
onde  tenere  in  soggezione  gli  etrusci  e  spe- 
cialmente i  capenati  ed  i  falisci. D'altron- 
de Veii  stando  quasi  a  vista  di  Roma,  e 
dentro  il  raggio  di  20  miglia,  la  proposi- 
zione di  Appio  regge  sempre,  senza  che 
ne  segua  che  Veii  dovesse  intendersi  si- 
tuato alla  distanza  di  circa  20  miglia. 
Soggiungono  però  che  Eutropio  la  collo- 
ca 18  miglia  distante;  ma  Entropio  non 
deve  preferirsi  a  Dionisio,  pegli  errori  dal 
i.°  fatti  nel  descrivere  altre  distanze,  ed 
enumerati  dal  critico  Nibby,  e  perciò  non 
doversene  far  conto.  Dionisio  non  indica 
soltanto  la  distanza,  ma  descrive  minu- 
tamente il  sito  di  Veii;  e  la  carta  Peutin- 
geriana,  oltre  la  distanza,  la  direzione 
rispetto  a  Roma,  cioè  la  via  Cassiajquin- 
di  se  seguendo  tale  antica  Strada  di  Ro- 
tila (P '.),  alla  distanza  da  Roma  di  circa 
i  2  o  1 3  miglia  esiste  un  luogo,  che  corri- 
sponde alla  descrizione  di  Dionisio;  se 
oltre  questo  vi  rimangono  avanzi  visibi- 
li di  sepolcri,  recinto  di  mura,  e  nodo  di 
molte  vie  che  ivi  mettono  da  varie  dire- 
zioni, crede  il  dotto  Nibby  che  bastereb- 
be per  dimostrare  che  ivi  fu  la  città  di 
Veii.  A  compimento  poi  di  questa  dimo- 
strazione, si  aggiungano  le  memorate  sco- 
perte fatte  nel  181  o  presso  l'Isola  Farne- 
se, cioè  1 2  miglia  e  mezzo  lontano  da  Ro  - 
ma  sulla  via  Cassia,  dilapidi  importan- 
tissime, nelle  quali  di  altro  non  si  parla 
che  di  Veii  e  de'  Veienti  ;  quindi  oggi  è 
un  fatto  dimostrato  che  ivi  fu  quella  fa- 
migerata città,  e  dalla  descrizione  dello 
stalo  presente  de'luoghi,  che  toccherò  poi, 
si  vedrà  quanto  esatta  sia  la  descrizione 
di  Dionisio,  e  per  conseguenza  quanto  cre- 
dito egli  meriti  in  queste  ricerche  a  pre- 
ferenza di  qualunque  altro. 

L'etimologia  del  nome  di  questa  cit- 


VEI 

tàdeve  rintracciarsi  nella  lingua  etrusca, 
e  non  nella  voce  Vela  di  Feslo  o  Paolo 
suo  compendiatore,  poiché  questi  forse 
con  allusione  agli  eccellenti  veienti  arti- 
sti di  cocchi  ed  a' valenti  loro  conduttori 
de'medesimi,  dice  tutt'altro  :  Veia  apud 
Oscos  (o  tuscos)  dicebatur  plaustru/n, 
unde  velarti  slìpiles  in  plaustro  et  vectu- 
ra,  veitura  (0  velatura.)  Così  è  ignoto  il 
suo  fondatore,  che  alcuni  suppongono 
Properzio,  il  quale  fu  certamente  re  de* 
veienti,  secondo  Servio,  scoliaste  o  com- 
mentatore di  Virgilio,  che  dice  il  luco  e 
famoso  tempio  di  Feronia  presso  Cape- 
na  (della  quale  feci  cenno  nel  voi.  LV1II, 
p.  i2ie  seg.,  dicendo  di  Ci  vitella,  Lepri- 
guano  e  Morlupo,ed  altrove  con  Gallet- 
ti ancora),fu  edificato  coll'aiuto  de' veien- 
ti da'  figli  del  re  Properzio  mandati  a 
Capena,  non  però  che  fondassero  questa, 
la  quale  può  essere  stata  fondata  da'  ve- 
ienti a  misura  che  estesero  il  loro  domi- 
nio fino  alla  riva  del  Tevere.  Delle  città 
etrusche  vicine  a  tal  fiume,  Capena  non 
fu  certamente  delle  più  oscure,  quantun- 
que non  si  contasse  mai  come  una  lucu- 
monia  particolare  (cioè  una  delle  prin- 
cipali città  etrusche,  e  il  cui  principe  o 
capo  particolare  si  disse  lucumone),  e  si 
riguardò  piuttosto  come  una  dipendenza 
di  Veii,  colla  quale  fu  sempre  stretta- 
mente unita  (nella  carta  topografica  di 
Capena  e  sue  adiacenze,  che  osservo  nel 
Galletti,  nel  suo  Discorso  di  Capena 
municìpio  de*  romani  e  del  castello  dì 
Civilucula,  i  territori!  de'capenati  e  de' 
veienti  sono  separati  dalla  via  Flaminia). 
Il  medesimo  Servio,  chiosando  le  paro- 
le dell'Eneide:  Tuin  Salii  ad  canlusj 
ci  ha  conservata  la  tradizione,  che  alcu- 
ni credevano  essere  stati  i  salii  istituiti 
da  Morrio  re  de'  veienti,  perchè  venisse 
co'  loro  canti  lodato  Aleso  figlio  di  Net- 
tuno, stipite  della  famiglia  di  quel  re.  I 
due  re  Properzio  e  Morrio  appartengono 
all'epoca  primitiva  della  storia  di  Veii, 
in  qual  tempo  però  particolarmente  fio- 
rissero uou  è  uoto  al  Nibby,   uè  chi  di 


V  E  I 

loro  fosse  il  più  antico.  Ma   il  nome  ili 
Moi  rio  o  Morio  pare  identico  a  quel  di 
Mamurio,  che  secondo  la  tradizione  più 
comune  era  stato  il  fabbro  degli  allei- 
li o  scudi  sagri,  de'  quali  i  salii  servivan- 
si  nelle  loro  danze  sagre,  di  cui  il  nome 
era  sovente  ripetuto  nel  carmen  saliare. 
De'  sacerdoti  salii  parlai  ne'  voi.  LX,  p. 
i3o,LXXXlII,p.3i4eallrove.  Nel  Ve- 
to illustralo  dal   Zanchi,  parlando  egli 
sull'origine  della  città,  secondo  l'insinua- 
zione del  Theuli,  Teatro  historico  diVel- 
tetri,  non  trovo  i  nominati  re  veienti,  ma 
bensì  un  re  Odio  o  Veio  figlio  di  Gome- 
ro  o  Cornerò  re  d'Italia,  nato  da  Jafet  e 
perciò  nipote  di  Noè,  al  quale  Veio  dà  5o 
anni  ili  regno.  Crede  quindi  che  Veio  fu 
fondata  da  Gomero  e  le  die  il  nome  del 
figlio  Veio,  ovvero  che  questi  slesso  ne 
fu    il  fondatore  e  le  die   il  proprio  no- 
me, dicendolo  fiorito  ai 06  anni  avanti 
la  nostra  era,  e  che  dal  padre  di  lui  tras- 
se la  denominazione  il  piccolo  fiume  di 
Cremerà,  che  nasce  nella  valle  di  Bacca- 
no, dove  prima  era  un  piccolo  lago  di- 
seccato dal  principe  diCampagnano  Ago- 
stino Chigi,  essendo  già  stato  diminuito 
per  mezzo  di  emissari  particolari,  i  quali 
furono  presi  dal  Zanchi  pe'  cunicoli   fo- 
rati da'  romani  per  espugnar  Veli.  Nel- 
1'  ultimo  diseccamento,  eseguito  versoi! 
1  738,  lo  scolo  si  scaricò  nel  Cremerà  og- 
gi Valca  o  Varca.  Quanto  all'etimologia, 
riporta  il  parere  dell'Alberti,  che  seguen- 
do Ceroso,  narra  essere  costume  degli  sci- 
ti di  fabbricar  le  città  con  de  Vejo  carri, 
così  chiamati  forse  da  Vehendo,  come  at- 
ti al  trasporto  delle  cose.  Tali  Fej  uniti 
insieme  sembravano  mura  ,  e  servivano 
a 'cittadini  non  meno  di  fortificazioni  che 
d'abitazioni. Laonde  da'earri  co'quali  for- 
inossi  la  città, questa  sidisse  Veio.  Il  Boli- 
di nelle  Memorie  storiche  del  lago  Sab- 
batino, di  Trevigiana,  Slitti ec,  seguen- 
do l'opinioni  del  Zanchi,  ignorando  quel- 
le del  Nibby,  conclude  che  perciò  la  città 
di  Veio  vanta  per  la  sua  origine  una  pri- 
mazia su  tulle  l'altre  città  etrusche  clje 


VEI  9 

le  stavano  per  dir  così  alle  spalle.  All'e- 
poca della  fondazione  di  /Ionia,  j53  an- 
ni innanzi  l'era  corrente,  Veii  certamen- 
te esisteva  e  il  suo  territorio  era   vasto; 
imperocché  escludendo  quello  de'ca pena- 
ti, de'  nepesini  e  de'  sulrini,  che  sicura- 
mente un  tempo  furono  dipendenze  di 
Veii  ,  occupava  tutto  il  tratto  sulla  riva 
destra  del  Tevere,  fra  il  confluente  del  ri- 
vo oggi  detto  di  Frocoio  nuovo,  e  la  fo- 
ce sinistra  del  Tevere  nel  mare.  E  den- 
tro terra  risalendo  il  corso  di  detto  rivo 
e  di  là  in  linea  retta  pe'cappuccini  di  Bia- 
110,  e  Belmonte  e  Campagnano  chiudeva 
dentro  il  cratere  di  Baccano ,  i  laghi   di 
Stracciacappe  già  Fapirano,  e  quello  di 
Martignano  già  Alsietino,  e  così  andava 
a  raggiungere  la  riva  del  gran  lago  Sab- 
batino oggi  di  Bracciano  fino  al  suo  emis- 
sario naturale,  ossia  al  corso  dell'Arrone, 
il  quale  da  quel  punto  fino  al  mare  ser- 
viva di  confine  fra' veienti  eCeri oggi  Cer- 
veteri  (V.),  di  cui  anche  nel  voi.  XLI,  p. 
189  e  190  e  altrove.  Il  Tevere  lungo  tut- 
to il  tratto  sopraindicato  era  il  confine 
naturale  fra'veienti  e  il  Lazio  (V.),  con- 
finechefusanziouato  dopo  lamoited'E- 
nea.  Quindi  il  Alo/ite  Gianicolo  ed  il  Va- 
ticano (/'.),  sebbene  al  presente  in  parte 
siano  chiusi  eulro  le  Mura  di  Roiiia[P^.), 
all'  epoca  della  sua  fondazione  non  solo 
non  facevano  parte  della  città,  ma  nep- 
pure del  suo  territorio,  come  narrai  in  ta- 
li articoli.  La  prima   volta  che  i  veienti 
compariscono  nella  storia  è  sotto  Romo- 
lo i .'  re  e  fondatore  di  Roma,  quando  cioè 
dopo  la  morte  di  Tazio  redi  Sabina  (V.), 
avendo  gli  abitanti  della  città  sabina  di 
Fidate  [ V.),  consangui  nei  de'  veienti,  pre- 
date alcune  barche  cariche  di  viveri,  che 
Crustumeri  colonia  di  Roma  (laqualeco- 
lonia  avea  due  agri  ubertosi,  uno  di  qua 
dal  Tevere  ne'possedimenti  latini,  uno  ili 
là  ne' possedimenti  etruschi)  a  questa  in- 
viava pel  fiume  per  la  carestia  che  l'af- 
fliggeva; perciò  attirarono  contro  di  loro 
lo  sdegno  di  Romolo,  il  quale  corse  ad  as 
salirli,  li  viuse  e  s'impadronì  della  loro 


io  YEI  V  E  I 

città,  che  multò  d'una  parte  del  terrilo-     nicolensi),  costituirono  il  patrimonio  dei- 
rio,  e  fece  presidiale  da  3oo  soldati. I  ve-     la  tribù  perciò  appellata  Rurnulia  o  Ro- 
ìenti  non  potevano  vedere  di  buon  animo     milia,  e  questa  fu  la  i ."  delle  romane  Tri- 
e  senza  gelosia  questo  posto  avanzato  de'     bu  rustiche.  Il  eh.  cav.  A.  Coppi  lesse  due 
romani,  posto  importantissimo  riguardo     Dissertazioni  nell'accademia  romana  di 
a  loro,  poiché  dirimpetto  a  Fidene  è  la     Archeologia,  che  le  pubblicò  nel  t.  5  delle 
valledi Cremerà,  perla  quale  dopo  6  mi-     Dissertazioni  della  medesima,  cioè  a  p. 
glia  circa  di  cammino  si  giunge  a  Veii,     285   quella  su  Vejo,  ed  a  p.  3i3  l'altra 
.senz'aleuti  ostacolo  naturale.  Quindi  in-     dt'Settcpagì.  Parlando de'confini del  suo 
limarono  a  Romolo  di  ritirare  il  presidio     territorio,  dice  che  avea  un'estensione  di 
da  Fideue  e  di  restituire  a'fidenati  le  ter-     circa  3oo  miglia  quadrate,  ossia  di  circa 
re.  Il  bellicoso  re  di  Roma  non  die  peso     36,ooo  rubbia.  Conviene  che   presso  le 
a  tali  domande,  e  perciò  essi  passato  il     rovine  di  Veio  si  costrinse  ne'  tempi  di 
Tevere  presso  Fidenes'accamparouo  eoo     mezzo  un  castellodetto  Isola,  il  quale  nel- 
esercito  poderoso  in  luogo  appartato.  Ilo-     la  decadenza  della  famiglia  Orsini  che  lo 
molo  si  recò  tosto  a  porre  i  suoi  allog-     possedeva,  sembra  che  sia  passato  nel  do- 
giamenli  inFidene  stessa.  Venuti  allema-     minio  della  Farnese,  dalla  quale  prese 
ni,  lai.3  battaglia  restò  indecisa;  però  nel-     nuova  denomiuazioue. Quanto  a  Sette  Pa- 
la 2."  per  un'imboscata  i  veieuli  furono     gi,  egli  dice  ignorarsi  precisamente  dove 
disfatti,  e  sebbene  nel  combattimento  pò-     fossero  tali  regioni  de'  veienti;  ma  sicco- 
chi  pei  isserò,  i  superstiti  nel  passare  il  Te-     me  erano  contigui  al  Tevere,  con  qual- 
vere  a  nuoto  si  annegarono  nella  più  par-     che  probabilità  gli  assegnò  in  territorio 
te.  Ardendo  i  veienti  di  vendetta,  toma-     le  seguenti  tenute,  che  sono  appunto  sul» 
rono  in  campo  e  furono  di  nuovo  scon-     la  destra  del  fiume  nell'antico  territorio 
fitti,  perdendo  inoltre  il  campo  e  tutte  le     de'veienti,  e  di  tutto  ne  fece  l'ili ustrazio- 
bagaglie.  I  veienti  perciò  costretti  a  do-     ne  storica  ed  eruditalo' rispettivi  proprie- 
uuandar  la  pace,  l'ottennero  con  tregua     tari,  fra'quali  diverse  spettano  al  capito- 
peri  oo  anni,  a  condizione  di  cedere  a'ro-     lo  Vaticano.  Torricella  ,  Prati  di  Tordi 
mani  tutta  quella  partedel  territorio  pros-     Quinto,  Tor  di  Quinto  (ove  si  crede  fosse 
sima  a  Roma  sulla  riva  destra  delTeve-     il  baluardo  meridionale  veicolano),  Cre- 
se,  che  designavasi  col  nome  di  Sette  Pa-     scenza,  Inviolata,  Inviolatella,  Muratella, 
gi,  probabilmente  per  7  villaggi  e  forse     Valca  e  Valchetla,  Prima  Porta  e  Fras- 
muniti  ch'erano  sparsi  nella  contrada,  e     sineto,  Pietra  Pertusa,ÌVLilborghetto,  Ca- 
d'astenersi  dalle  Saline  (/'.)  che  aveano     sai  delle  Grotte,  Procojo  nuovo,  Procojo 
alla  foce  del  fiume,  e  dessero  5o  ostaggi      vecchio.  Sommano  le  medesime  a  rubbia 
per  sicurezza.  Questo  trattato  fu  scolpito     342.  La  regione  è  attraversata  dali'anti- 
a  perenne  memoria  sulle  colonne.  I  pri-     ca  via  Flaminia,  e  ne'tempi  di  mezzo  fu 
gionieri  vennero  restituiti;  e  quelli  che     talvolta  detta  Collina.  Avverte  poi  nella 
preferirono  di  rimanere  in  Roma  ebbero     Dissertazione  di  f^ejo,  che  del  territorio 
da  Romolo  la  cittadinanza,  e  terre  sulla     veiente  una  porzione  è  fuori  dell'odierno 
riva  sinistra  del  fiume.  Tutto  narrano  Li-     Agro  Romano,  e  che  in  quello  erano  per 
■vio  e  Dionisio.  Paolo  poi  compendiatole     avventura  compresi  i  territorii  di  Riauo, 
di  Festo  racconta,  che  le  terre  da  Piomo-     di  Castel  Nuovo  di  Porto,  di  Scrofano, 
lo  in  quella  circostanza  acquistale  sulla     di  Formello,  di  Cesano,  di   Campagnano 
sponda  destra  del  Tevere,  cioè  pri  net  pai-     e  di  Anguillaia,  luoghi  tutti  esistenti  nel- 
inente  la  catena  de'monti  Gianicoleusi  e     la  Co  tu  a  rea  di  Roma,  perciò  in  quest'ai'- 
Vaticani,  nella  quale  erano  quelle  7  boi-     ticolo  brevemente  li  descrissi.  Egli  trattò 
gale  (delle  ancora  Iacinteo  estremila  Già-     quindi  della  porzione  che  prubabilmcn- 


VE  I 

(e  era  compresa  nell'  attuale  Agro  Ro- 
mano, cioè: i.°  Dell'Isola  Farnese  e  delle 
tenute  ad  essa  più  vicine  sino  alle  vigne 
di  Rouia  ,  che  enumera  e  descrive,  so- 
pra un  territorio  di  rubbia  5 190;  giun- 
ge sino  alla  via  Cassia,  e  comprende  tra' 
suoi  confitti  l'albergo  e  la  posta  della  Stor- 
ta, della  quale  parlai  nel  voi.  LYIII,  p. 
1 1  7. 2.0  De'Sette  Pagi.  3.°  Di  Galera.  4.0 
Di  s.  Rullino.  Deh.°  e  del  2.°  trattò  nel 
tomo  citato,  del  3."  e  del  4-°  nel  t.  7,  p. 
347  e  387.  Di  tutte  le  tenute  comprese 
in  tali  lerritorii  egualmente  il  dolio  cav. 
Coppi  ne  fece  l'illustrazione  slorica  ed  e- 
rudita.Si  può  anche  vedere  mg.'  Nicolai, 
AI  e  morie  sulle  Campagne  di  lìoina  ,  il 
quale  nel  t.i  principalmente  ne  ragiona, 
in  uno  all'ubicazione  di  Veiu  nell'odier- 
na tenuta  dell'Isola  Farnese, già  proprie- 
tà dell'antica  e  chiara  famiglia  de'  Far- 
nesi duchi  di  Parma,  e  perciò  ne  prese 
il  nome,  o  piuttosto  ella  lo  prese  dal  luo- 
go chiamato  cosi  da'  boschi  di  Fargue 
(Fargna  lo  stesso  che  Faruia  ,  Quercus 
latifolia,  sorte  d'albero  che  non  dà  frut- 
to, il  cui  legno  è  molto  duro  e  leggiero.  E 
una  specie  di  quercia  a  foglie  larghe.  Di- 
cesi Farneto  il  luogo  piantato  di  Farnie. 
Altre  notizie  analoghe  riporterò  parlan- 
do nell'articolo  Viterbo,  ilei  comune  di 
Farnese,  detto  già  anche  Farneto,  altra 
antichissima  proprietà  dell'illustre  fami- 
glia, dalla  quale  essa  più  probabilmente 
assunse  il  cognome,  e  non  dall'Isola  Far- 
nese, il  cui  acquisto  lo  fece  quando  già  lo 
portava,  per  cui  dal  suo  cognome  derivò 
all'Isola  l'aggiunto  di  Farnese);  non  che 
del  territorio  Veieutano,quale  fosse  e  del- 
la qualità  delle  sue  terre.  Ritorno  alla 
storia  de'veienti  col  Nibby.  La  pace  tra 
essi  e  i  romani  durò  quasi  70  anni;  poi- 
ché l'anno  88  di  Roma  sotto  il  suo  3.°  re 
Tulio  Ostilio  si  ruppe  nuovamente  a  ca- 
gione de'iìdenati.  A  questi  avendo  quel 
re  iutimatodi  reudergli  conto  della  con- 
dotta tenuta  da  loro  durante  la  differenza 
insorta  fra'romani  egli  albani,  i  fidenati 
invece  di  discolparsi,  chiusero  le  porte 


VEI  11 

della  città,  ed  armatisi  introdussero  trup- 
pe ausiliarie  per  parte  de'veienti,  rispon- 
dendo agli  arnbasciatori.che  dopo  la  mor- 
te di  Romolo  nulla  aveano  da  fare  co'ro- 
mani,  essendosi  a  quell'epoca  sciolto  qua- 
lunque impegno  contralto.  Tulio  quindi 
preparossi  alla  guerra  e  chiamò  in  aiuto 
gli  albani,  secondo  il  trattato  conci  uso  do- 
po il  famoso  combattimento  degli  Orazi 
e  de'Curiazi.  Fu  da'  fidenati  invocato  il 
soccorso  de'veienti,  e  questi  passato  il  Te- 
vere presso  Fidene  si  unirono  con  loro. 
Usciti  in  campo  si  schierarono  nella  de- 
stra, ed  i  fidenati  nella  sinistra;  dall'al- 
tro canto  Tulio  co'  romani  si  oppose  a' 
veienti,  e  Mezio  Suffezio  cogli  albani  a' 
fidenati.  Seguì  la  battaglia  fra  I'  Aniene 
e  Fidene;  il  re  di  Roma  malgrado  il  tra- 
dimento di  Mezio  e  degli  albani  riportò 
una  segnalata  vittoria,  prima  rovescian- 
do i  fidenati  e  poi  i  veienti  ,  come  si  ha 
da  Livio  e  da  Dionisio.  La  morte  di  Tul- 
io seguila  circa  12  anni  dopo  non  mise 
fine  a  questa  guerra  fra'  romani  e  i  ve- 
ienti, poiché  si  riaccese  sotto  il  suo  succes- 
sore Anco  Marzio,  il  quale  dopo  aver  rac- 
colto un  esercito  poderoso  di  romani  e 
d'alleati  uscì  in  campagna  e  cominciò  dal 
mettere  a  guasto  le  terre  de'veienti,  on- 
de vendicar  i  danni  ch'essi  aveano  reca- 
to nell'anno  precedente  alle  terre  devo- 
niani. I  veienti  passato  il  Tevere  s'accam- 
parono sotto  le  muradiFidene:  Anco, co- 
me superiore  in  cavalleria,  troncò  a'  ve- 
ienti la  ritirata,  e  poi  li  forzò  a  combat- 
tere e  li  sconfisse.  Concluse  con  loro  una 
tregua,  che  ben  presto  fu  rotta  da' veien- 
ti coli' animo  di  ricuperare  i  Sette  Pagi 
perduti  sotto  di  Romolo:  la  battaglia  fu 
data  presso  le  Saline,  e  finì  colla  sconfit- 
ta totiile  de'veienti,  che  perderono  allo- 
ra la  Selva  Mesia  (leggo  in  mg.'  Nicolai, 
parlando  delle  tenute  Salsare  o  Campo 
Salino,  confinanti  col  territorio  di  Porlo 
e  altre  tenute,  che  in  questi  luoghi  do* 
vea  continuare  la  Selva  Mesia  e  parte  e* 
rano  le  Saline  che  Anco  tolse  a'  veienti, 
con  altre  iu  vicinanza  d'Ostia;  e  leggo  nel 


il  V  E  I 

cav.  Coppi,  ragionando  della  Selva  Me- 
sia  e  di  Selva  Candida,  che  non  si  co- 
nosce precisamente  ove  fosse,  sapersi  ben- 
sì che  una  porzione  dell'antico  territorio 
etrusco,  e  probabilmente  veiente,ne'tem- 
pi  dell'impero  fu  detto  Selva  Nera  e  quia- 
di  Candida,  pel  da  me  narrato  a  Porto. 
In  questa  contrada  nel  secolo  XII  trovasi 
una  selva  detta  Magia,  che  (orse  ha  ana- 
logia  col  vocabolo  Mesia.  Indi  il  Coppi 
passa  a  trattare  d'alcune  tenute,  comin- 
ciando da  s.  Ruffino  t  che  sono  presso  la 
via  Cornelia  alla  destra  dell'  Amelia  ,  e 
ad  occidente  delle  vigne  di  Roma.  Il  no- 
me ili  s.  Raffina  lo  prese  dal  sepolcro  del- 
la martire,  fu  sede  vescovile  e  col  nome 
pure  di  Silva  Candida,  indi  riunita  a 
quella  di  Porto),  e  lutto  il  tratto  di  ter- 
reno, che  avevano  fra 'Sette  Pagi  e  il  ma- 
re. Fu  allora  che  Anco  per  conservare  le 
sue  conquiste  sulla  riva  destra  del  Teve- 
re, dominare  la  navigazione  di  questo  fiu- 
me e  difendere  la  spiaggia,  non  che  to- 
gliere a'veienti  ogni  speranza  di  mai  più 
posseder  le  saline,  edificò  la  colonia  ro- 
mana d'  Ostia  alla  foce  del  Tevere  nel 
Mediterraneo  sulla  riva  sinistra,  ed  apri 
in  quella  parte  nuove  saline  (indi  divenne 
sede  vescovile  e  la  i.'  suburbicaria  unita 
poi  a  quella  di  /  tlletri,  nel  cpiale  articolo 
i  ilei  ii  ole  recenti  e  importanti  sue  notizie). 
Cosi,(\\ceL\y\o:Usq  ne  ad  3Jare  Imperinrn 
jirolalnm,  et  in  ore  Tyberis  Ostia  Urbs 
eondila.  Osserva  Dionisio,  che  costruen- 
do Anco  tal  città  :  Effìcit  ut  Roma  non 
Mediterranei*  tantum  sed  etiam  mari- 
m's  palens  Transmarina  quoque  bona 
degustarci.  Nuova  guerra  si  accese  fra' 
romani  e  i  veienti  sotto  Tarquinio  Prisco 
etrusco  tarquiniese  e  re  di  Roma,  che  co- 
me capitano  della  cavalleria  erasi  princi- 
palmente distinto  nella  battaglia  delle  Sa- 
lme, regnando  ii  predecessore.  Di  questa 
guerra  Livio  non  fa  menzione,  sibbene 
Dionisio.  In  essa  al  solilo  i  veienti  furono 
sconfìtti  (perciò  vanno  corretti  Zanchi  ed 
altri  illustratori  di  Veio,  che  franca  meo- 
le  asserirono;  Veio  niauteuue  la  guerra 


VEI 

contro  i  romani  per  90  anni;  ha  più  da- 
te, che  ricevute  sconfitte  da'  romani)  in 
modo  da  non  osar  più  d'uscire  dalla  cit- 
tà, ed  essere  costretti  a  rimanere  spetta- 
tori de'guasti  enormi,  che  i  romani  face- 
vano alle  loro  terre.  Quella  guerra  firn 
colla  battaglia  d'  Erelo  (di  cui  nel  voi. 
LXX.VI,  p.  47  eseg.),  la  (piale  pose  Tar- 
quinio in  grado  d'essere  riconosciuto  co- 
me signore  di  tutte  le  città  dell'Etruria, 
lasciando  nel  resto  adesse  la  libertà  di  go- 
vernarsi a  modo  loro,  e  non  ritenendo  che 
una  specie  d'alto  dominio.  Gli  etruschi  in 
riconoscimento  dell'alto  dominio  gli  por- 
tarono in  dono  l'insegne  colle  quali  sole- 
vano ornare  i  loro  re,  cioè  la  corona  d'o- 
ro, il  trono  d'avorio,  lo  scettro  sovrastato 
dall'aquila,  la  tunica  di  porpora  ricama- 
ta d'oro,  il  manto  di  porpora  varialo.  E 
siccome  ogni  re  delle  XII  città  etrusche 
era  accompagnato  da  un  littore  con  fascio 
di  verghe  e  scure,  perciò  a  Tarquinio  Pri  - 
sco  fu  concesso  di  farsi  accompagnare  da 
12  di  delti  littori,  già  istituiti  da  Romo- 
lo. Pare  che  gli  etruschi  si  assoggettaro- 
no a  questo  re  come  loro  connazionale, 
per  cui  dopo  la  sua  morte  non  vollero  ri- 
conoscere il  successore.  Livio  parla  di 
un'  altra  guerra,  ch'ebbero  a  sostenere  i 
veienti  contro  re  Servio  Tullio,  successore 
di  Tarquinio  Prisco,  che  nella  battaglia 
d'Ereto  avea  dato  prove  di  gran  valore; 
guerra  che  però  sembra  essere  stata  quel- 
la slessa  che  Dionisio  attribuisce  al  detto 
Tarcpiinio.  Questa  fu  l'ultima  guerra  fra 
Veio  e  Roma  durante  il  governo  de'  7 
suoi  re.  Tuttavolta  Servio  Tullio  volen- 
do ingrandire  il  territorio  di  Roma,  tol- 
se una  parte  del  veiente ,  e  vi  stabilì  la 
nuova  Tribù  rustica  Veientina,  come  no- 
tai in  quell'articolo.  Io  qui  devo  ricorda- 
le, quanto  in  più  luoghi  narrai.  La  Qua- 
driga di  creta  de'  veienti  fu  stimata  una 
delle  7  cose  fatali  di  Roma  antica  ,  alla 
di  cui  conservazione  nella  medesima  era 
attaccata  la  salute  e  la  gloria  dell'  eterna 
città;  argomento  svolto  eruditissimamen- 
te da  Caucellieii.Aveudo  Tarquinio  il  Su- 


VEI 

pcrbo,  ultimo  re  di  Roma,  intrapreso  il 
compimento  del  Tempio  di  Giove  Capi- 
tolino (l.),  per  ornarne  il  fastigio  ordinò 
a  un  vasaio  di  Veio  (oa  più  artefici, come 
dissi  nel  voi.  LXXV11I,  p.  88),  unti  qua- 
driga  di  creta  rappresentante  il  cervo  di 
quel  Nume.  La  quadriga  posta  nella  for- 
nace a  cuocersi  meravigliosamente  s'in- 
grandì tanto,  che  convenne  romperla  per 
cavarla  fuori.  Con  superstizione  i  veienti 
riguardarono  questo  portento,  come  un 
evidente  presagio  della  futura  grandezza 
del  popolo,  die  sarebbe  rimasto  posses- 
sore del  carro,  e  perciò  ricusarono  di  con- 
segnarlo a'romani,  i  quali  però  colla  for- 
za se  ne  impadronirono  e  lo  collocarono 
sul  detto  tempio.  Tutto  il  fatto  viene  nar- 
ralo da  Festo  parlando  della  romana  Por- 
ta Ratumena,  dicendo  che  un  auriga  di 
\  eio,  stando  gareggiando  nella  corsa  de' 
carri  ,  fu  dall'  indomita  fu«a  de' corsieri 
rapito  fluo  ad  essa,  e  ivi  venne  rovesciato. 
Altrettanto  raccontano  Plutarco  e  Solino. 
Giuseppe  Lorenzi,  Varia  sacra  Genti- 
Unni,  nel  t.  7  del  Thes.  di  Gronovio,  p. 
i5o,  lesse  il  passo  di  Servio  in  questo  mo- 
do, sulle  7  cose  fatali  di  Roma.  Acns  Ma- 
tris  Deiiin;  Quadriga  ficlilis;  f'ejento- 
rum  cineresjOrestissceptriim,  sive  Pria- 
mi;  liioneij  Palladiani;  Ancilia.  Onde 
avendolo  malamente  interpunto  (poiché 
non  sono  nominate  da  Servio  le  ceneri 
de' veienti,  ma  solo  Quadriga  fictilìs  Ve- 
Jorum),  erroneamente  attribuisce  al  Pon- 
tefice Massimo  l'uso  di  questa  quadriga  di 
creta,  che  mai  non  ebbe.  Frattanto  spen- 
ta in  Roma  da  L.  Giunio  Drillo  la  tiran- 
nia di  Tarquinio  il  Superbo,  gli  etrusci  a 
cui  ricorse,  condotti  da  Porsenna  lucu- 
mone  o  re  di  Chiusi, lo  vollero  riporre  sul 
trono.  1  primi  ad  entrare  in  quella  lega  e 
ad  uscire  in  campagna,  secondo  Dionisio 
e  Livio,  furono  i  veienti  e  que'di  Tarqui- 
nia (V.).  La  battaglia  si  die  presso  la  sel- 
va Arsia  (pare  ov'èal  presente  la  tenuta 
Insugherata  presso  la  via  Cassia,  circa  3 
miglia  fuori  dell'odierna  Porta  del  Popo- 
lo, poiché  ebbe  luogo  prima  che  i  colle- 


VEI  i3 

gali  traversassero  il  fiume):  essa  fu  acca- 
nita, sanguinosa  eindecisa  (dice  Livioche 
nella  notte  seguente  si  udì  una  gran  vo- 
ce dalla  selva  Arsia,  che  si  credette  quel- 
la dello  stesso  nume  Silvano,  che  nella 
battaglia  era  morto  un  etrusco  di  piìi,  e 
che  perciò  la  vittoria  era  de'  romani),  e 
vi  perirono  dal  canto  de'romani  il  1 ,°  con- 
sole stesso  L.  Giunio  Tìruto,  da  quello  de- 
gli etruschi  Arunte  Tarquinio  figlio  ilei 
re  Tarquinio  Superbo  cacciato  da  Roma. 
L'esercito  de'veienli  e  de'tarqniniesi  riti- 
rossi  nelle  loro  terre  rispettive.  Nella  pa- 
ce fatta  fra  Roma  e  Porsenna  ,  fu  resti- 
tuito a' veienti  lutto  il  territorio,  eh'  era 
stato  conquistalo  da  Romolo  e  da  Anco 
Marzio;  ma  dopo  la  rotta  avuta  da  A  mu- 
le figlio  di  Porsenna  sotto  la  città  d'Ari- 
cia,  oggi  Riccia  f/^,  ette  il  re  avea  man- 
dato a  occupare  colla  metà  dell'esercito 
(il  quale  in  gran  parte  perì  con  Arunte 
sepolto  nel  monumento  che  si  vede  in  Al- 
bano, e  invece  dicesi  degli  Oiazi  e  Curia- 
zi),  e  l'ospitalità  accordata  da'romaiti  agli 
avanzi  dell'  esercito  etrusco  (e  per  quegli 
episodi  famosi  d'ardire  e  di  valore  ripetu- 
tamente narrati  altrove),  Porsenna  resti- 
luì  a'romani  questo  stesso  territorio,  per 
testimonianza  di  Dionisio  e  Livio. Finché 
durò  l'influenza  di  Porsenna  e  della  sua 
famiglia  sullecose  della  confederazione  e- 
trusca,i  veienti  rimasero  tranquilli;  mor- 
to lui  gli  affari  cambiarono  aspetto.  I  ve- 
ienti non  potevano  dimenticar  la  perdita 
della  parte  più  ricca  del  loro  territorio, 
che  mentre  erano  sul  punto  di  ricupera- 
re  eia  stala  di  nuovo  ceduta  a'  romani 
da  Porsenna  con  atto  arbitrario  e  di  pu- 
ro potere,  giacché  sebbene  egli  avesse  po- 
tuto allegare  il  diritto  di  conquista  sopra 
quella  terra,  i  veienti  nondimeno  aveano 
contribuito  con  tutte  le  loro  forze  alla 
guerra  contro  Roma.  Durò  la  tregua  23 
anni;  finalmente  nell'anno  271  di  Roma, 
profittando  delle  turbolenze  inlestinede' 
romani ,  i  veienti  si  mossero.  Fu  contro  lo- 
ro spedito  il  console  Cornelio  Cosso,  che 
ricuperò  la  preda,  che  aveano  falla  nel- 


■  4                      VE  I  VE  I 
le  terre  romane;  ed  avendo  i  veienti  man-  altrettante  truppe  richieste  alle  colonie  e 
data  un'ambasceria,  restituì  loro  i  prigio-  alle  città  soggette:  i  latini  e  gli  eroici  som- 
DÌ,  mediante  un  riscatto,  accordando  lo-  ministrarono  il  doppio  di  gente  di  quella 
io  un  anno  di  tregua.  Tuttavolta  i  veienti  a  loro  richiesta;  ma  i  romani  rendendo 
tornarono  a  fare  scorrerie  nell'agro  roma*  grazie  alla  loro  buona  volontà,  accetta- 
no 3  anni  dopo:  il  senato  mandò  loroam-  rono  soltanto  la  metà  de'soccorsi.  Per  ri- 
bascialori  a  ripeter  lecose  tolte;  essi  scher*  serva  dinanzi  la  città  ea  guardia  delle  lo- 
mironsi  dicendo  non  essere  veienti  i  sac-  roteile  levarono  due  altre  legioni  di  gio- 
cheggiatori,  ma  etrusci  d'altri  cantoni;***  vani,  onde  potessero  opporsi  a  qualche 
tanto  nel  tornare  a  Roma  gli  ambasciato-  scorreria  nemica  improvvisa.  Di  più,que' 
ri,  s'imbatterono  in  altri  veienti  che  por-  che  aveano  oltrepassalo  gli  auni  dell'  età 
tavano  via  la  preda  dell'agro  romano.  U-  militare,  ma  che  potevano  ancora  portar 
dendo  questo  il  senato  decretò  sdegnato  1'  armi,  furono  lasciati  in  Roma  a  difesa 
la  guerra  contro  i  veienli,  e  ordinò  a'due  delle  mura  e  della  fortezza.  I  due  consoli 
consoli  d'uscir  in  campagna.  Malgrado  condussero  l'esercito  presso  Veii,  e  si  at- 
l'opposizionede'tribuniji  due  consoli  mar-  tendarono  separatamente  sopra  due  colli 
ciarono,  e  posero  il  campo  separatamente  non  molto  distanti  fra  loro.  I  veienti  eran- 
un  dall'  altro  non  lungi  da  Veii.  Non  o-  si  accampati  fuori  della  città,  con  un  eser* 
sando  i  veienti  d'  uscire,  essi  diedero  il  cito  forte  e  valoroso  formato  cogli  aiuti 
guasto  alle  terre  quanto  più  poterono,  e  giunti  da  tutta  l'Elruria,  dove  i  più  ri- 
tornarono a  Roma  pe'quartieri  d'inver-  chi  aveano  assoldato  ipoveri,  onde  era  più. 
no.  Nell'anno  seguente  2y.5  essendo  con-  numeroso  di  molto  del  romauo  esercito, 
soli  Cesone  Fabio  e  Spurio  Furio,  gli  e-  Pertanto  i  consoli  giudicarono  non  esser 
trusci  si  posero  in  movimento  e  tennero  opportuno  venire  alle  mani,  e  più  pru- 
un  congresso  generale  per  decidere  se  do-  dente  il  temporeggiare;  onde  siconten* 
vesserò  muoversi  contro  Roma;  i  veienti  ^  tarono  rimaner  chiusi  nel  campo  e  di  far 
implorarono  caldamente  l'aiuto  di  tutta  scaramuccie.  Gli   etrusci   mal  soffrendo 
la  nazione  contro  di  Roma, e  finalmente  trarre  a  lungo  la  guerra,  stimolavano  i 
si  decise,  che  a  ciascuno  fosse  lecito  d'ar-  romani  con  tutti  i  modi  e  rampognava- 
rolarsi  volontariamente  in  aiuto  de'  ve-  no  la  loro  viltà,  per  non  uscir  a  combat* 
ienti,  e  si  presentò  una  buona  mano  di  vo-  tcre:  essi  dall'altro  canto  vedendosi  pa- 
lontari.  In  Roma  dopo  vivi  dii>attimenli  droni  dell'aperto  salivano  ogni  dì  più  in 
e  opposizioni  per  parte  d'  Icilio  tribuno  orgoglio.  Avvenne  frattanto,  che  un  fui* 
della  plebe,  fu  deciso  che  Cesone  Fabio  mine  caduto  sulla  tenda  di  Manlio,  spez- 
nssumesse  il  comandodell'esercilo  contro  zolla  ,  rovesciò  i  lari  e  il  focolare  ,  mac* 
i  veienti.  Questo  consoleodiato  da'soldati  chiò,  arse  e  consumò  l'armi,  uccise  il  più 
per  la  parte  avuta  nella  morte  di  Spu-  bello  de'  cavalli,  che  il  console  montava 
rio  Cassio,  si  vide  lo  scandalo  d'un'insu-  nelle  battaglie,  ed  alcuni  servi.  Questo 
bordinazione  militare,poichè  abbandona-  fatto  riguardato  come  un  prodigio  infau- 
rono  il  campo  circa  la  mezzanotte  e  tor-  sto,  mosse  il  console  a  consultar  gli  au« 
itarono  in  Roma,  i  veienli  conosciuta  la  guri,  i  quali  dichiararono,  che ciòannun- 
partenza  de'  romani  spogliarono  il  cam-  ziava  la  presa  del  campo,  e  la  morte  de 
pò,  e  si  portarono  a  depredatele  tene  li-  capitaui  principali.  Manlio  a  evitare   le 
mitrofe  del  territorio  nemico.  Nell'anno  conseguenze  dell'avvenimento  di  questa 
seguente  in  Roma  i  nuovi  consoli  Caio  predizione,o l'effetto  morale  prodottone 
Manlio  e  Marco  Fabio  per  senatus-con-  soldati  ,  sulla  mezzanotte  abbandonò  il 
sullo  levarono  un  nuovo  esercito  compo-  campo,  e  condusse  l'esercito  a  quello  del 
sto  ciascuno  di  due  legioni  romane  e  di  collega  Fabio.  Nel  dì  seguente  gli  elru- 


V  E  f 

sci  nppresero  da  alcuni  prigionieri  l' ac- 
ca dulo,econfortati  lia'loro aruspici  mon- 
tarono in  grandi  spei  anze,giudicando  die 
i  numi  erari  per  loro.  Essi  perciò  anda- 
rono a  occupare  il  campo  abbandonato 
da'romani,  e  se  ne  servirono  come  d'un 
punto  d'attacco  contro  il  campo  supersti- 
te ,  ponendo  lutto  in  opera  per  fare  ri- 
solverei romani  a  un'azione  decisiva.  Ma 
i  consoli  quanluuque  fossero  pieni  di  co- 
raggio, poca  fiducia  a  veano  ne'soldati  che 
di  malavoglia  eransi  armati,  come  mal- 
coutenti  della  condotta  de' patrizi   nelle 
leggi  agrarie.  Laonde  risolsero  di  restar 
chiusi  nel  campo,  acciò  i  nemici  divenis- 
sero vieppiù  insolenti  e  pungessero  I'  a- 
inor  propriode'soldali,  perchè  questi  in- 
sorgessero in  massa  e  domandassero  d'an- 
dar contro  il  nemico;  e  così  appunto  av- 
venne. Imperocché  gli  etrusci  non  con- 
tenti di  provocar  audacemente  i  romani 
con  ogni  sorta  di  contumelie,  chiamando- 
li vigliacchi  e  codardi,  che  tenevansi  rin- 
chiusi e  non  osavano  mostrarsi,  comincia- 
rono a  formar  una  specie  di  controvalla- 
zione  per  cingerli  e  quindi  forzarli  alla 
resa.  Allora  i  soldati  romani  corsero  con 
alte  grida  alle  tende  de'consoli,  per  esser 
condotti  alla  battaglia.  Fabio  li  chiamò  a 
conclone,  e  co' rimproveri  e  colle  promes- 
se gl'infiammò  in  modo  che  giurarono  di 
non  tornar  a  Roma,  se  non  dopo  vinto 
il  nemico.  Uscirono  pertanto  dal  campo, 
e  gli  etrusci  fecero  altrettanto;  giunti  in 
luogo  opportuno  si  schierarono  io  ordi- 
ne di  battaglia:  l'ala  destra  era  coman- 
dala dal  console  Manlio,  la  sinistra   da 
Quinto  Fabio  già  due  volle  console,  e  ab 
loia  legato  consolare  e  pro-pretore;  il  cen- 
tro dal  console  M.  Fabio.  L'  urto  fu  ter- 
ribile, l'ala  destra  fece  piegar  gli  etrusci; 
la  sinistra  fu  sul  punto  d'erser  circonda- 
ta, e  perde  il  suo  capitano  Q.  Fabio,  che 
cadde  coperto  di  ferite.  A  soccorso  di  que- 
sl'  ala  corse  il  console  Fabio  colle  coorli 
scelte  del  centro  e  respinse  i  nemici.  Men- 
tre così  di  nuovo  si  equilibrava  la  pugna, 
il  console  Maulio  fu  mortalmente  ferito  e 


VEI  i5 

trasportato  al  campo,  onde  venne  lo  semn- 
piglìo  ne'  suoi  :  a  frenarlo  corse  il  collega 
Fabio,  e  gli  etrusci  desistettero  dall'assa- 
lire  quest'ala;  concentratisi  però  conti- 
nuarono a  combattere  con  gran  furore,  e 
molti  perdettero  de'loro,  ma  molti  anco- 
ra uccisero  de' romani.  Gli  etrusci  che  a- 
veano  occupalo  il  campo  abbandonato  da 
Manlio,  erano  fino  allora  rimasti  sempli- 
ci spettatori  della  pugna;  peròa  quel  pun- 
to uscirono,  e  credendo  che  il  presidio  la- 
sciato nel  campo  romano  da  Fabio  fosse 
debole,  andarono  ad  assalirlo.  Essi  non 
s'ingannarono:  il  campo  non  era  guarda- 
to che  da  pochi  soldati  prodi,  il  rimanen- 
te consisteva  in  mercanti,  vivandieri,  fab- 
bri ec.,gente  poco  alta  a  combattere.  I  ro- 
mani nondimeno  fecero  una  resistenza  o- 
stinata;  ma  allorché  il  console  Manlioben- 
che  ferito  gravemente,  volle  accorrere  col- 
la cavalleria  a  soccorso  de'suoi,  cadde  da 
cavallo  e  per  l'acerbità  delle  ferite  non  po- 
tè rialzarsi  e  morì,  ed  insieme  con  lui  pe- 
rirono i  più  valorosi,  onde  gli  etrusci  li- 
beramente penetrarono  nel  campo.  An- 
nunziala a  Fabio  tale  sciagura,  volò  a  li- 
berare il  campo  e  vi  pervenne  pel  valore 
di  Tito  Siccio  legato  e  pro-pretore;  quin- 
di instancabile  tornò  di  nuovo  a  combat- 
tere, finché  il  tramontar  del  sole  pose  ter- 
mine a  quella  terribile  giornata.  Osserva 
Dionisio,  a  cui  devonsi  tutti  questi  parti- 
colari, che  l'esercito  romano  era  compo- 
sto di  20,000  legionari  e  di  1200  cavalli; 
e  che  le  truppe  degli  alleati  ammontava- 
no ad  altrettanti  soldati,  cosicché  in  tutti 
ascende  vano  a  42,400  uomini;  che  la  bat- 
taglia ebbe  principio  poco  prima  di  mez- 
zodì e  si  prolungò  fino  al  tramontar  del 
sole;  che  vi  perirono  dal  canto  de'roma- 
ni  i  detti  console  e  pio  pretore,  e  molti  tri- 
buni e  centurioni,  quanti  mai  forse  non 
erano  periti  in  altri  grandi  combattimen- 
ti. Tuttavia  la  battaglia  restò  indecisa,  e 
i  romani  cantarono  vittoria  ,  perchè  la 
notte  seguente  gli  etrusci  si  ritirarono  ab- 
bandonando il  campo:  l'indomani  questo 
fu  saccheggiato  da'  romani,  e  dopo  aver 


16  VEI 

dato  sepoltura  a  "loro  morti  tornarono  al 
proprio  campo,  dove  Fabio  chiamò  a  con* 
cione  I'  esercito,  e  rese  le  lodi  dovute  a' 
prodi.  Dopo  qualche  giorno  ritornò  col- 
l'esercito  in  Roma,  ricusò  il  trionfo  e  abdi- 
cò il  consolato,  non  polendo  più  agire  per 
la  gravità  delle  ferite  riportale.  L'anno 
seguente  che  fu  il  277  dell'era  di  Vario- 
ne,  furono  eletti  consoli  Cesone Fabio  per 
la  3."  volta,  e  Tito  Virginio  Tricosto  :  al 
2.0  toccò  in  sorte  la  guerra  contro  i  veien- 
ti. La  campagna  si  apri  alsolito  colle  scor- 
rerie; ina  queste  costarono  carea'romani, 
i  quali  furono  colti  all'improvviso,  e  sen- 
za il  valore  di  Tito  Siccio  sarebbero  stati 
tutti  spenti.  I  soldati  sparpagliati  si  riu- 
nirono insieme  sul  far  della  sera  sopra  un 
colle,  dove  passarono  la  notle.  I  veienti  ve 
li  assediarono.  In  tal  frangente  il  console 
non  trovò  allro  scampo,  che  quello  di 
chiamare  in  soccorso  il  collega.  Questi 
giunse  in  tempo:  i  veienti  posti  in  rotta 
si  ritirarono  a  Veii,  dove  furono  insegui- 
ti da'  romani,  che  posero  il  campo  sopra 
un  luogo  forte  vicino  alla  città.  Di  là  sac- 
cheggiarono le  terre  veientane,  e  carichi 
di  spoglie  tornarono  in  Roma.  Da  quell'e- 
poca cominciò  per  parte  de'veienli  un  si- 
stema di  guerra  ladroneccia   incomodis- 
sima per  Roma  :  uscivano  le  legioni  ro- 
mane in  campagna,  essi  chiudevausi  nel- 
la città:  partivano  le  legioni,  essi  scorre- 
vano e  saccheggiavano  le  campagne  lino 
alle  porte  di  Roma.  Questo  mise  in  ansie- 
tà il  senato,  dalla  quale  l'amor  patrio  del- 
la gente  Fabia  lo  tolse.  Dappoiché  Del- 
l' anno  276  di  Roma  presentatisi  i  Fabii 
al  senato,  per  organo  di  Cesone  Fabio  di- 
chiararono: Aver  la  guerra  veienle  biso- 
gno piuttosto  d'  un  presidio  permanente 
che  d'uno  grande;  quindi  che  il  senato 
prendesse  pur  cura  dell'altre  guerre,  la- 
sciasse i  veienti  a'Fabii:  ch'essi  avrebbe- 
ro mantenuta  sicura  la  maestà  del  nome 
romano;  essere  questa  una  guerra  per  lo- 
ro, comedi  famiglia,  ed  aver  intenzione 
di  farla  a  spese  proprie;  che  la  repubbli- 
ca andasse  per  questa  esente  da  sommi- 


V  E  I 

nistrar  soldati  e  da  spese.  A  queste  ma- 
gnanime offerte,  il  senato  rese  loro  grazie 
insigni,  ed  accettò  con  un  senatus-consul- 
to  l'offerta  generosa:  i  Fabii  ebbero  l'or- 
dine di  trovarsi  pronti  l'indomani  coll'ar- 
mi  nel  vestibolo  della  casa  del  console.  In- 
fatti ivi  si  raccolsero,  e  in  numero  di  3o(> 
scorrendo  la  città  col  console  alla  testa, 
accompagnati  da  una  gran  turba  di  co- 
noscenze e  d*  amici,  e  dal  popolo,  e  pas- 
sando dinanzi  il  Campidoglio  fecero  voti 
a'Nurni  per  la  felicità  della  loro  impresa. 
Uscirono  di  Roma  per  l'arco  destro  della 
porla  Carmcnlale.e  si  portarono  al  Cre- 
merà, dove  parve  loro  opportuno  il  sito 
per  esser  munito,  e  di  servir  da  castello  al 
presidio.  Il  Cremerà,  oggi  Valca,  in  quel 
punto  separava  il  territorio  romano  dal 
veienle:  il  luogo  dicesi  da  Dionisio  taglia- 
to a  picco,  quindi  sembra  a  Nibby  dover- 
si riconoscere  in  quel  monte  dirupato  a 
sinistra  della  via  Flaminia,  dove  questa 
è  attraversata  dal  Cremerà  circa  G  miglia 
lungi  da  Roma  sulla  ripa  destra  di  quel 
rivo,  e  precisamente  dominante  l'osteria 
della  Valchelta.  Essi  non  potevano  sce- 
gliere luogo  più  acconcio  per  tener  a  fre- 
no i  veienti,  per  dominar  tutta  la  valle 
del  Cremerà   fino  a  Veii,  per  guardare 
tutto  il  tratto  dell'agro  romano,  ch'essen- 
do il  più  vicinoal  veienleera  il  più  espo- 
sto alle  loro  scorrerie,  e  finalmente  per- 
chè posto  ad  egual  distanza  fra  Veii  e  Ro- 
ma, e  prossimo  al  Tevere.  Vi  fabbricaro- 
no un  castello,  che  prese  il  nome  di  Cre- 
merà. Da  quel  momento  i  veienti  trova- 
ronsi  paralizzati  nelle  loro  scorrerie;  i  Fa- 
bii  però  aveano  sotto  gli  occhi  la  parte 
più  ubertosa  del  territorio  veienle  che 
scorrevano  e  depredavano  da  ogni  Iato, 
massime  gli  armenti.  I  veienti  procura- 
ronodi  snidarli,  ma  non  potendo  riuscir- 
vi colle  sole  loro  forze,  invocarono  il  soc- 
corso degli  altri  etrusci,  e  li  assalirono: 
i  Fabii  furono  soccorsi  da  Roma  pel  con- 
sole Emilio,  e  pervennero  a  mettere  in 
rotta  gli  etrusci  a' Sassi  Rossi,  luogo  co- 
sì dello  dalle  rupi  di  tufa  rossa,  stazione 


VE  I 

oggi  detta  Prima  Porta.  Questa  vittoria 
lese  i  Fabii  più  baldanzosi:  dopo  esser 
dimorali  due  anni  iu  quel  loro  castello, 
ed  aver  fatto  scorrerie  ad  una  determi- 
nala distanza,  cominciarono  ogni  giorno 
più  ad  allontanarsi, e  i  veicoli  dal  canto 
loro  cercarono  di  attirarli,  finché  un  gior- 
no, fìngendo  di  fuggire,  li  attirarono  in 
un'imboscata  e  li  trucidarono  lutti  l'anno 
279  di  Roma  a'i3  di  febbraio  (secondo 
Ovidio,  e  nel  mese  di  giugno  al  riferire  di 
Plutarco).  Sembra  inverosimile  che  tutti 
i  3o6  Fabii  fossero  spenti  iu  uu  punto  e 
in  luogo  ov'eransi  recati  per  un  sagiifizio, 
come  altri  vogliono,  avendo  lascialo  indi- 
feso il  castello  di  Cremerà.  Sembra  che  il 
racconto  più  veridico  sia,  che  gli  eli  usci 
avendo  di  nascosto  preparato  uu  nume- 
roso esercito,  allettati  i  Fabii  a  inoltrarsi 
lontani  dal  presidio  per  inseguire  e  pre- 
dare greggi  di  pecore, ed  armenti  di  bovi 
e  cavalli  appositamente  mandali  da'  ve- 
icoli fuori  de'  castelli  spesse  volte;  in  una 
notte  collocarono  in  luoghi  opportuni  le 
insidie  per  piombare  sui  romani,  e  in- 
viando a  scorta  di  molto  bestiame  alcu- 
ni armati.  Scopertosi  il  bestiame  da'  Fa- 
bii, lasciato  al  castello  uu  presidio  suffi- 
ciente, si  gettarono  su'  custodi  del  bestia- 
me che  fìnsero  fuggire.  Ma  mentre  i  Fa- 
bii senza  sospetti  riconduce  vano  il  bestia- 
me,d'ogni  parte  furono  circondati  da'  ne- 
mici, e  comechè  sbandati  ne  restarono  fa- 
cili vittime.Indi  i  veienti  corsero  ad  assali- 
re il  castello,  e  dopo  valorosa  difesa  con- 
venne a'  Fabii  cedere  al  numero  e  tutti 
perirono,  vendendo  care  le  loro  vite,  per 
avere  i  veienti  perduto  un  3.°  dell'eser- 
cito. Della  gente  Fabia  vuoisi  che  restas- 
se un  sol  fanciullo  lasciato  in  Roma,  dal 
quale  provenne  Fabio  Massimo  (che  van- 
ta a  stipite  l'odierna  nobilissima  famiglia 
de'  Massimo,  come  notai  ne'  voi.  L,  p. 
3og,  LXX  V I,  p.  1 2,  e  altrove)  ;  ma  ere- 
desi  ch'esistessero  altri  Fabii,  anco  pel 
riflesso,  che  le  leggi  romane  astringeva- 
no ogni  pubere  al  matrimonio.  La  stra- 
ge de'Fabii  rese  il  luogo  e  il  piccolo  iìu- 

VOL.  LXXXIX. 


VEI  17 

me  Cremerà  famosi.  Tale  giorno  della 
sconfitta  de'  Fabii  fu  da'  romani  anno- 
verato tra'  nefasti,  e  la  porta  per  la  qua- 
le erano  usciti  da  Roma  i  Fabii  fu  chia- 
mala scellerata.  I  veienti  uniti  agli  altri 
elrusci,  ebbri  per  tal  vittoria,  andarono 
in  massa  alla  volta  di  Roma,  e  posero  il 
campo  sul  Gianicolo,  16  stadi  distante 
dalla  città,  cioè  in  quella  parte  de'  colli 
Gianicolensi  oggidì  denominati  colli  Va- 
ticani. Di  là  passando  il  Tevere  si  por- 
tarono fino  al  tempio  della  Speranza  vec- 
chia, ch'era  nelle  vicinanze  dell'odierna 
Porta  Maggiorerà  ivi  si  venne  alle  ma- 
ni con  esilo  dubbio:  si  combattè  nuova- 
mente presso  la  porta  Collina,  quasi  col- 
lo stesso  risultalo.  Finalmente  due  balta- 
glie  più  decisive  si  diedero,  l'ultima  del- 
le quali  sul  Gianicolo  stesso;  allora  i  ve- 
ienti e  gli  etrusci  dopo  gravi  perdite  do- 
vettero ritirarsi.  L'anno  seguente  i  veien- 
ti si  collegarono  co'  sabini,  ma  furono  in- 
teramente disfatti  sotto  le  mura  di  Veii 
dal  console  Publio  Valerio.  Questa  guer- 
ra ebbe  fine  nell'anno  appresso,  essendo 
console  C.  Manlio:  questi  concluse  con 
loro  una  tregua  di  \o  unni,  mediante  un 
tributo  iu  grano  e  in  denaro.  Tale  tregua 
non  durò  tanto  tempo,  poiché  fìu  dal  3  1  1 
i  veienti  commisero  depredazioni  nell'e- 
stremità dell'agro  romano  :  la  guerra  pe- 
rò non  cominciò  formalmente  che  7  an- 
ni dopo.  1  veienti  erano  allora  governati 
da  un  re,  denominato  lars  Toluinnius 
(sulla  voce  Lars  si  può  vedere  il  voi. 
LXXVIU,  p.  85),  cioè  il  re  Tolumnio. 
Questi  fece  ribellar  la  colonia  romana  di 
Fidene,e  per  comprometterla  interamen- 
te ordinò  loro  d'ucciderei  legati  romani, 
ch'erano  stali  spediti  per  chiedere  ragio- 
ne di  tal  novità.  Dopo  questo  misfatto,  i 
veienti  ei  fìdenati  prevedendo  le  conse- 
guenze nou  aspettarono  i  romani,  ma  pas- 
sarono l'Auieue-  Si  venne  ad  una  zuffii 
ostinala,  nella  quale  sebbeue  i  romani  ri- 
manessero vincitori  perderono  nondime- 
no molta  gente.  Quindi  i  romani  deter- 
minarono d'eleggere  un  dittatore,  e  lu 


i8  V  EI 

scelta  cadde  su  Mamerco  Emilio.  Sua 
prima  cura  fu  di  liberare  il  territorio  ro- 
mano dalle  devastazioni  nemiche,  e  per- 
ciò respinse  i  collegali  di  là  dall'Amene. 
Egli  slesso  passò  quel  fiume,  ed  accani  - 
possi  in  quella  specie  di  penisola,  che  tro- 
vasi al  confluente  di  questo  fiume  col  Te- 
vere. Frattanto  un  nuovo  soccorso  era 
giunto  a'  collegati,  cioè  i  falisci.  Teuuto 
consiglio,  i  veieuti  e  i  fìdenati  erano  di 
parere  di  trarre  in  lungo  la  guerra:  i  fa- 
lisci  però,  essendo  più  lontani,  espressero 
il  desiderio  di  venir  prontamente  ad  una 
battaglia  decisiva;  onde  Tolumnio  per 
non  disgustarli  l'intimò  pel  dì  seguente. 
Questa  si  die  sotto  le  mura  di  Fidene  : 
l'ala  destra  fu  occupata  da'  veieuti,  la  si- 
nistra da'  falisci,  ed  il  centro  da'  fidatati; 
inolile  essendo  i  veieuti  più  numerosi, 
spedirono  dietro  i  colli  che  aveano  sulla 
sinistra, un  corpo  di  truppe  che  dovea  at- 
taccar il  campo  romano  durante  la  mi- 
schia e  far  così  una  potente  diversione. 
Ma  ben  altrimenti  andò  la  faccenda  :  la 
battaglia  fu  decisa  all'istante;  l'infante- 
ria etrucca  non  potè  sostener  l'urto  deb 
le  legioni  romane;  uon  così  la  cavalle- 
ria, ch'era  comandala  da  Tolumnio  stes- 
so ;  essa  resisteva  ancora,  quando  Aulo 
Cornelio  Cosso  tribuno  militare,  o  secon- 
do altri  console,  vedendo  che  i  romani 
cedevano  dovunque  portavasi  il  re  diVeii, 
corse  ad  investirlo  e  l'uccise  (onde  le  sue 
spoglie  opime  depose  nel  tempio  di  Gio- 
ve Ferelrio,  come  notai  nel  voi.  LV III, 
p.  i84)-  Questo  fatto  terminò  la  sconfit- 
ta dell'esercito  collegato.  Cosso  passato 
il  Tevere  colla  cavalleria  die  il  guasto 
al  territorio  veiente,  e  l'esercito  romano 
al  suo  ritorno  nel  campo  apprese  che  il 
corpo  veiente  spedito  per  assalirlo  era 
stato  eziandio  compiutamente  disfatto. 
Malgrado  questa  rotta  i  veieuti,  invitati 
di  nuovo  da'  loro  costanti  alleati  i  fìdena- 
ti, passarono  3  anni  dopo  l'Aniene  e  si 
accamparono  dinanzi  la  porta  Collina  di 
iloma,  profittando  della  circostanza  d'u- 
na fiera  pestilenza  che  affliggeva  la  città. 


V  E  I 

1  romani  per  nulla  sgomentali,  crearono 
dittatore  Aulo  Ser\ilio,  il  quale  ordinò 
di  slar  pronti  sul  far  del  giorno  ad  uscir 
in  campo,  e  tutti  quelli  ch'erano  in  ista- 
to  di  portar  l'armi  le  presero.  1  collega- 
li non  li  aspettarono,  ma  ritirarono  sul- 
l'allure verso  Nomcnlo  (F.)t  dove  il  dit- 
tatore li  raggiunse  e  sconfisse.  Di  ritor- 
no si  volse  a  Fidene;  non  potendo  pren- 
derla d'assalto,  se  ne  impadronì  scavan- 
do un  cunicolo.  Dopo  la  presa  di  Fide- 
ne i  veienti  ottennero   una  tregua,  ma 
cominciando  a  temer  seriamente  per  lo- 
ro stessi  spedirono  ambasciatori  agli  al- 
tri popoli  dell'Elruria,  perchè  si  convo- 
casse una  dieta  nazionale  al  fano  di  Vol- 
tumna  (secondo  il  costume  degli  etru- 
sci  che  notai  nel  voi.  LXXV11I,  p.  92: 
Voltumna  o  Volumna  era  la  dea  della 
benevolenza  degli  elrusci.  Alcuni  dicono 
che  il  tempio   di  Volturna,  Volumnae 
Forimi,  era  situato  nel  medesimo  luogo 
ove  presentemente  \.vo\a%\Filcrbo.  L'A- 
mati nella  Storia  di/'olscno,  t.i,p.  1 12, 
riferisce  che  gli  antichi  elrusci  per  pro- 
mulgar leggi  e  trattar  gli  affari  più  ar- 
dui e  rilevanti  della  repubblica,  si  adu- 
navano in  Yolseno,  centro  della  vecchia 
Toscana,  e  per  essere  stalo  il  suo  lucu- 
mone  anticamente  il  più  ragguardevole 
della   nazione  ;  ma    quando  la  potenza 
de'  falisci  e  de'  veienti  grandemente/  si 
aumentò,  sicché  potevano  contendere  co- 
gli etrusci  trascinimi,  cioè  dopo  la  fon- 
dazione di  homa,  non  vollero  più  recar- 
si a   Volseno  ora   Bolsena,  scelsero  un 
luogo  indifferente,  qual  fu  il  fano  di  Vol- 
turna o  Volcurna,  posto  nel  bosco  Cimi- 
no tra'  confini  de'  volsenesi  e  di   Monte 
Fiasconc,  e  quivi  in   ogni   nuova  luna 
per  molto  tempo  si  tenne  la  dieta  gene- 
rale degli   stali  di  Toscana).  Si  tenne 
questo  congresso,  nel  quale  gli  altri  po- 
poli dichiararono  formalmente  di   non 
voler  prender  parte  in  una  guerra  ch'e- 
ra stala  mossa  da' veienti  di   lor  capric- 
cio senza  consultare  il  voto  della  nazio- 
ne. Istigali  però  da  alcuni  fìdenati,  pri- 


VEI 

ma  ancora  che  spirasse  la  contenuta  tre- 
gua, depredarono  le  romane  terre.  I  ro- 
mani non  polendo  ottenerne  riparazio- 
ne, spedirono  3  tribuni  militari  contro 
Veii,  che  per  le  loro  dissensioni  furono 
disfatti.  Dopo  questa  vittoria  i  veienti 
tentarono  di  nuovo  l'animo  degli  altri 
popoli  etruschi,  ma  non  poterono  muo- 
vere alcun  comune  ad  unirsi  con  loro,  e 
solo  ottennero  che  i  volontari  potessero 
accorrere  in  loro  aiuto,  e  molli  ne  attras- 
sero colla  speranza  di  Dottino.  Trovaro- 
no però  corrispondenza  negli  alleati  fi- 
denati,  che  massacrarono  tutti  i  coloni 
1  umani,  e  strinsero  vieppiù  gli  antichi 
legami  con  loro.  La  rotta  di  recente  ri- 
portata, e  la  nuova  ribellione  di  Fide- 
ne  mise  i  romani  in  forti  apprensioni  di 
veder  ad  ogni  istante  i  due  popoli  colle- 
gati alle  porte  di  Roma;  onde  si  accam- 
parono alla  porla  Collina,  posero  la  cit- 
tà in  istato  d'assedio,  disposero  le  trup- 
pe sulle  mura  e  chiusero  le  botteghe.  Era 
stato  scelto  di  nuovo  a  dittatore  Mamer- 
co  Emilio:  questi  fece  avanzar  le  legio- 
ni fino  ad  un  miglio  e  mezzo  di  distanza 
da  Fidene,  cioè  di  là  dall'Aniene  nella 
suddetta  penisola,  come  avea  fattola  i." 
volta.  La  battaglia  seguì  fra  questo  luo- 
go e  Fidene:  i  fidenali  usarono  lo  stra- 
tagemma di  comparire  all'improvviso 
quali  furie,  armati  di  faci  ;  ma  indarno.  Il 
dittatore  spedì  un  corpo  contro  Fidene, 
dietro  i  colli,che  verso  oriente  coronava- 
no il  campodi  battaglia.  La  città  fu  presa, 
messa  a  sacco  e  distrutta,  ed  i  cittadini 
furono  come  schiavi  venduti.  A*  veienti 
fu  accordata  una  tregua  di  20  anni.  Non 
n'erano  scorsilo,  che  di  nuovo  gl'irre- 
quieti veienti  si  disponevano  ad  attac- 
car la  guerra,  ma  ne  furono  distolli  da' 
magnali  die  videro  le  loro  ville  devasta- 
te da  una  grande  inondazione  del  Teve- 
re. Allo  spirar  di  quella  tregua  i  roma- 
ni decisero  di  domar  Veii  loro  implaca- 
bile nemica  col  suo  eslerminio,  come  a- 
veano^ fatto  di  Fidene,  e  per  levarsi  una 
volta  per  sempre  quello  stecco  dagli  oc- 


V  E  I  19 

chi,  sopra  frivoli  pretesti  dichiararono 
la  guerra  a'veienti,  i  quali  ormai  datisi 
a  una  vita  eccessivamente  tutta  molle  e 
oziosa,  si  esercitavano  in  continue  rube- 
rie, onde  Livio  non  dubitò  qualificarli, 
praedonem  Vejenlem.  I  tribuni  milita- 
ri, a'qnali  fu  affidata  quest'impresa,  leva- 
rono un  esercito  numeroso,  composto  in 
gran  parte  di  volontari  romani,  Ialini  ed 
eroici,  peregrina  Juventus.  Essi  furono  : 
Tito  Quinzio  Capitolino,  Quinto  Quin- 
zio Cincinnalo,  Caio  Giulio  Iu!o,  Aulo 
Manlio,Lucio  Furio  Medullino,  e  Manio 
Emilio  Marneremo;  e  pe'  primi  cinsero 
Veii  di  blocco  e  d'assedio  regolare.  All'an- 
nunzio di  questo  gli  etrusci  si  adunarono 
in  gran  numero  alla  dieta  di  Voltumna, 
onde  provvedere  all'urgenza.  I  veienti 
dopo  la  morte  di  Tolumuio  aveano  adot- 
tato una  forma  di  governo  nuova,  ed  e- 
letto  un  magistrato  annuale:  questi  avea 
suscitato  discordie  civili, onde  a  rimediar- 
vi scelsero  di  nuovo  un  re.  La  persona 
su  cui  cadde  la  scelta  era  ricca,  ma  odia- 
ta da  tutta  quanta  la  nazione  etrusca,  pe' 
suoi  modi  imperiosi  e  per  le  sue  soper- 
chierie,  e  soprattutto  abbominata  per 
over  impedito  certi  giuochi  sagri.  Que- 
st'elezione fu  causa  della  rovina  di  Veii; 
dappoiché  essendo  gli  etrusci  un  popolo 
sommamente  religioso,  dichiararono  di 
non  voler  affatto  accordar  soccorsi  a've- 
ienti, se  prima  non  deponevano  il  re. 
Questa  risoluzione  fu  soppressa  in  Veii 
per  timore  del  re  medesimo,  il  quale  a- 
vrebbe  fatto  morire  chi  l'avesse  propa- 
gata, come  motore  di  sedizioni.  Così  i  ve- 
ienti si  trovarono  abbandonati  a  loro  stes- 
si. L'assedio  duròi  o  anni,  e  fu  il  più  glo- 
rioso pe' veienti; duratile  questo  periodo  i 
romani  riportarono  parecchie  sconfitte, 
a  segno,  che  una  legge  ordinò  che  i  nu- 
bili dovessero  sposare  le  vedove  degli  ucci- 
si. Fu  allora  che  per  la  1. "volta,  e  dopo  se- 
ri dibattimenti  fra  il  senato  e  i  tribuni,  i 
soldati  romani  riceverono  finalmente  uno 
stipendio  fìsso,  e  svernarono  fuori  di  Ro- 
ma ;  e  dando  mirabile  saggio  di  costante 


20  VEI 

sofferenza,  persuasi  di  non  poter  soggio- 
gare l'inespugnabile  città  per  la  sua  van- 
taggiosa situazione  colla  forza,  si  lusin- 
gavano di  sottometterla  colla  fame  e  col» 
la  sete.  Nella  ferma  risoluzione  di  non 
mai  sciogliere  l'assedio  fino  alla  riduzio- 
ne di  Veii  ubbidiente  a  Roma  ,  sofferen- 
ti i  romani  nell'intemperie  delle  stagio- 
ni, formarono  stabili  alloggiamenti,  non 
mai  praticati  prima,  e  né  dopo,  secondo 
alcuni.  I  capenati  e  i  falisci  si  mossero 
indarno  in  favore  di  Veii  :  i  tarquiniesi 
tentarono  una  diversione  in  suo  favore, 
ma  restarono  sconfìtti.  L'assedio  traen- 
do tanto  in  lungo  cominciava  a  stancare 
i  romani,  quando  l'accrescimento  im- 
provviso del  lago  Albano,  ora  di  Castel 
Gandolfo  (V.),  die  luogo  a  consultar 
l'oracolo  di  Apollo  in  Delfo,il  quale  rispo- 
se: die  Veii  sarebbe  stato  preso,  quando 
l'acqua  del  lago  Albano  fosse  stata  fatta 
uscire,  senza  farla  scorrere  direttamente 
al  mare,  ma  dissiparla  nelle  campagne 
con  rivi  per  la  loro  fecondazione.  Questa 
risposta  trovossi  d'accordo  con  quella  che 
nell'intervallo  dell'ambasceria  a  Delfo  a- 
vea  rivelato  un  aruspice  veiente.  Allora 
dunque  si  cominciò  il  lavoro  dell'emis- 
sario del  lago,  che  può  riguardarsi  come 
un  ammaestramento  del  modo  con  cui 
avrebbero  potuto  i  romani  prendere  la 
città,  cioè  per  mezzo  d'un  cunicolo  sot- 
terraneo, come  in  fatti  fu  presa. Si  osserva 
ancoraché  la  consulta  dell'oracolo  diDel- 
fo  fu  eziandio  per  lo  straripamento  por- 
tentoso del  lago  A  lbano,di  cui  riparlai  ne' 
\ol.L,p.2i  i,LII,p.22i  ealtrove,il quale 
cagionò  la  Pestilenza  (P.),  del  355,  e  ne 
fu  attaccato  lo  stesso  campo  romano  sotto 
le  mura  di  Veio.  E  diesi  fece  dire  all'ora- 
colo Delfico,  che  mai  i  romani  avrebbe- 
ro soggiogato  i  veienti,  se  prima  non  a- 
vessero  compito  il  grandioso  traforo.  Si 
dice,  che  cos'i  sagacemente  si  ottenne  la 
deviazione  dell'acqua,  per  la  campagna 
che  ne  avea  bisogno,  e  determinato  i  ro- 
mani risolutamente  alla  meravigliosa  im- 
presa, e  così  pure  rimuovere  i  pericoli 


VEI 

dell'inondazione  e  peste;  operazione  ar- 
dua, che  altrimenti  forse  si  sarebbe  ri- 
tardala o  non  fatta,e  in  vece  tanta  fu  l'ala- 
crità dell'esecuzione,  che  cominciata  uel 
356fu  compita  nel  35y  in  un  anno.Strin- 
gendosi  intanto  sempre  più  l'assedio  di 
Veii,  molliplicavansi  i  congressi  nazio- 
nali degli  etrusci  al  fano  di  Voltumna, 
dove  i  capenati  ed  i  falisci  peroravano  la 
causa  de'  veienti,  e  forse  sarebbero  per- 
venuti a  stringere  una  lega  generale  per 
liberarli,  se  l'improvvisa  irruzione  de' 
galli  cisalpini  non  avesse  distolto  le  cure 
degli  etrusci,  siccome  il  congresso  dichia- 
rò a'  deputati  de'  mentovati  due  popoli. 
I  romani  avendo  già  terminalo  il  lavoro 
laborioso  e  celere  imposto  dall'  oracolo 
al  lago  Albano, e  scelto  a  dittatore  Marco 
Furio  Camillo,  si  posero  con  più  calore 
a  spingere  oltre  l'assedio.  Nel  358  di  Ro- 
ma i  falisci,  uniti  a'  capenati  e  a' veienti, 
osarono  di  dare  un  assalto  al  campo  ro- 
mano; ma  furono  respinti  con  grave  per- 
dita. Due  anni  dopo  Camillo  sorprese  i 
falisci  e  i  capenati  nelle  campagne  di  Ne- 
pi,  li  mise  in  rotta,  e  s'impadronì  del 
campo,  dove  trovò  un  bottino  immenso, 
che  consegnò  per  la  massima  parte  al 
questore,  e  il  rimanente  distribuì  a'  sol- 
dati. Camillo  disfatti  dunque  tali  popoli, 
ch'erano  venuti  a  soccorrere  gli  assediati, 
cinse  più  strettamente  la  città  fabbrican- 
do castelli  intorno  in  modo  da  recarsi  vi- 
cendevol  mente  soccorso,ed  impedi  re  ogni 
comunicazione a'nemici.  Quindi  Camillo 
fece  emanare  un  decreto  dal  senato,  col 
quale  si  promise  tutta  la  preda  da  farsi 
nella  città  di  Veio  alla  sua  espugnazione, 
a  tutti  i  soldati  che  vi  avessero  contribui- 
to, tranne  la  io.a  parte  che  votò  ad  Apol- 
lo, per  cui  notabilmente  aumentò  l'eser- 
cito assediatile.  Frattanto  impiegò  gen- 
te a  scavare  il  cclebratissimo  e  mirabile 
cunicolo  (benché  la  pietra  venne  ricono- 
sciuta fragile  e  perciò  facile  l'apertura,  e 
appunto  per  la  sua  fragilità  il  cunicolo  si 
scoscese  poi  da  se  stesso,  e  probabilmen- 
te die  luogo  alla  strada  che  conduce  al- 


VEI 

l'Isola  Farnese),  che  conducesse  diretta- 
mente  alla  cittadella  o  fortezza,  che  sor- 
geva nella  parte  più  emineute  di  Veio  ; 
rocca  assai  vasta,  poiché  oltre  quelle  par- 
ti che  costituiscono  una  buona  fortezza, 
nel  suo  centro  era  situato  l'ampio  e  su- 
perbissimo tempio  di  Giunone,  il  cui  cul- 
to era  in  gran  venerazione  ne'  veienti. 
Allorché  il  cunicolo  fu  presso  alla  fine, 
Camillo  prevenne  il  senato  della  prossimi- 
tà della  presa  di  Veii  per  assalto,  scelse  i 
più  valorosi  per  penetrare  nella  cittadel- 
la per  mezzo  del  cunicolo,  ed  egli  con 
un  finto  attacco  attrasse  l'attenzione  de- 
gli abitanti  da  un'altra  parte.  1  romani 
api  irono  il  cunicolo  e  sboccarono  nel 
tempio  di  Giunone;  tanto  bene  era  stata 
presa  la  direzione  da'  minatori.  In  tal 
guisa  i  soldati  che  guardavano  le  mura 
furono  presi  alle  spalle,  le  porte  furono 
aperte,  e  la  città  fu  tosto  inondata  da' 
romani.  La  strage  de'  veienti  fu  grande, 
e  non  cessò  se  non  che  quando  il  ditta- 
tore ordinò  di  perdonare  agl'inermi.  L'o- 
pulentissima e  già  formidabile  Veio  fu 
data  iu  preda  al  saccheggio,  ed  i  feroci 
veienti  che  sopravvissero  furono  vendu- 
ti come  schiavi.  Il  simulacro  di  Giunone, 
dea  tutelare  della  città,  fu  trasportato  in 
Roma  e  collocato  con  pompa  sul  mou- 
te  Aventino,  dove  Camillo  gl'iunalzò  il 
magnifico  Tempio  di  Giunone  Regina 
(/  .),  cui  successe  la  sussistente  Chiesa 
di  s.  Sabina  {V.)t  ed  il  busto  è  nel  Mii' 
seo  Faticano, douato  da  Gregorio  XVI, 
come  dissi  nel  voi.  XLVII,  p.  99.  Cosi 
Camillo  ebbe  la  gloria  nel  3590  nel  36o 
di  Roma  di  preudere  il  famoso  Veio,  do- 
po io  anni  di  perseverante  e  memorabi- 
le assedio  per  parte  de'  romani,  e  d'osti- 
nata e  valorosa  dilèsa  per  parte  de'  ve- 
ienti, cornei  troiaui  peno  anni  sosten- 
nero l'assedio  di  Troia.  Insorse  quindi 
un  gran  dibattimento  fra  il  senato  e  il 
popolo,  se  Veii  dovesse  ripopolarsi  di 
lontani  e  fare  così  due  capitali  dello  stes- 
so popolo;  ma  per  le  persuasioni  diCamil- 
lo questo  progetto  veuue  abbandonato. 


VEI  21 

Pare  chela  città  non  sia  rimasta  del  tutto 
deserta, altrimenti  per  la  vicinanza  di  Ca- 
pena,  Nepi,  Sutri  ed  altre  città  etrusche 
avrebbesi  potuto  ripopolarla,  profittan- 
do del  luogo  per  la  sua  postura  natura- 
le inespugnabile,  e  sembra  probabile,  se- 
condo alcuno,  il  congetturare  che  i  ro- 
mani vi  ponessero  uu  presidio.  Però  Li- 
vio dice  recisamente,  la  città  rimase  de- 
serta. Nondimeno  molti  edilìzi  non  fu- 
rono abbattuti,  e  solo  restarono  abban- 
donati. Livio  tratta  a  lungo  di  questi 
fatti.  Dirò  solamente,  che  formando  Ve- 
io il  più  orrendo  spettacolo,  in  cui  nep- 
pure i  templi  andarono  esenti  dal  furo- 
re militare,  portatosi  Camillo  sull'alto 
del  colle,  ov'  era  la  rocca,  al  vedere  co' 
propri  occhi  il  risultato  dell'espugnazio- 
ne, i  superbi  edilizi  in  parte  diroccali  e 
iu  parte  consumati  dal  fuoco,  il  sangue 
umano  scorrere  iu  gran  copia  per  ogni 
lato  della  città,  fra  tanti  cadaveri,  la  pre- 
ziosità incredibile  delle  prede  fatte  da* 
soldati,  e  al  vedere  lo  stato  lagrimevole 
de'  superstiti  veienti  oppressi  dalle  cate- 
ne, non  potè  contenere  il  pianto  per  la 
coni  passione  del  terribile  eccidio.  Immen- 
so fu  il  bottino  distribuito  a'  soldati,  ed 
agli  altri  volontariamente  intervenuti  al- 
l'azione; e  l'erario  romano  non  poco  pro- 
fittò sul  prezzo  de*  cittadini  veienti  ven- 
duti come  schiavi.  Il  senato  accordò  a 
Camillo  gli  onori  di  magnifico  trionfo, 
che  prese  sopra  splendidissimo  carro  ti- 
rato da  4  bianchi  cavalli,  fra  gl'incessan- 
ti viva  e  acclamazioni  de'  romani  e  de' 
popoli  circostanti  accorsi  in  Roma,  e  pie- 
no di  palme  andò  al  Campidoglio, rice- 
vuto e  festeggiato  come  un  nume.  Il  car- 
ro fu  consagrato  al  padre  degli  Dei,  indi 
tenuto  in  somma  venerazione  da'  roma- 
ni. Il  re  veiente  sunnominato, che  resi- 
stette da  forte  ne'  due  lustri  dell'assedio, 
e  che  sagrificava  nel  tempio  di  Giunone 
al  momento  dell'ingresso  insidioso  in  es- 
so de'  romani,  incatenato  servi  d'orna- 
mento al  trionfo.  Furono  fatte  pubbli- 
che preghiere,  ringraziamenti  e  sagrili- 


22  VE1 

zi  a'  Numi  ;  il  senato  ordinando  alle  ma- 
trone, che  con  esso  per  4  giorni  solen- 
nizzassero il  giubilante  avvenimento.  Di- 
ce Zanchi,  che  Arezzo,  dopo  soggiogato 
Veio,  divenne  capo  della  Toscana.  Di  poi 
Camillo  condusse  l'esercito  contro  ifali- 
sci,  e  mentre  ne  assediava  la  mctiopoli 
Folcria,  di  cui  riparlai  nel  voi.  LV111, 
p.  196,  l'ottenne  per  avere  generosa- 
mente rimandalo  nella  città  i  figli  che 
il  traditore  loro  maestro  avea  a  lui  con- 
dotti. Dopo  aver  salvato  Roma  da' gal- 
li, Camillo  ottenne  pure  che  entrassero 
nella  dominazione  romana  Kepi  e  Suiti, 
Jletruria  Claustra,  e  poi  validamen- 
te li  difese  contro  il  reslo  della  nazione 
elrusca,  sdegnata  dell'  espugnazione  di 
Veio  e  della  romana  politica,  cui  loro 
toglieva  coli'  alleanze  floride  e  valorose 
città. 

Intanto  si  discusse  in  Roma  cosa  doves- 
se farsi  di  Veio,  e  siccome  la  sua  caduta 
non  poco  intimorì  gli  altri  popoli ,  spe- 
cialmente i  bellicosi  volsci  ed  equi,  altri 
acerrimi  nemici  de'  romani,  fecero  pace 
tosto  con  essi ,  e  si  disposero  a  ricevere 
nelle  loro  contrade  le  colonie  romane,  al 
quale  efletto  già  il  senato  avea  stabilito 
inandarvi  3ooo  cittadini  romani.  Ciò  pe- 
rò pose  in  tumulto  la  plebe  in  Roma,  pre- 
ferendo d'  andare  più  volontieri  a  Veio, 
città  bellissima,  prossima  a  Roma,  capace 
di  contenere  gran  moltitudined'abitanli, 
oltre  ii  dolce  clima,  la  fertilità  eampiezza 
delle  campagne  veientane,cheandare  nel 
paese  de'  volsci  e  degli  equicoli.  Camillo 
fu  quello  che  ne  dissuase  il  senato  e  a 
stento  il  popolo,  e  la  determinazione  non 
si  effettuò;  però  divenuto  odioso  a'rouia- 
ni,  indegimmente  l'esiliarono.  Ritenendo 
Nibby  che  Veii  rimanese  deserta  dopo  il 
suo  eccidio,  tuttavia  conviene  che  sembra 
le  fabbriche  non  fossero  demolite,  ma  so- 
lo abbandonate,  poiché  dopo  la  battaglia 
infausta  dell' Allia,  fiume  celebre  anco  per 
tale  combattimento,  seguito  a'  18  luglio 
del  363  o  meglio  364  di  Roma  contro 
13renno  conduttore  de' galli  reduci  dal- 


VE  I 

l'Etruria,  i  romani  dell'ala  destra  fuggi- 
rono a  Roma  e  senza  chiuderne  le  por- 
te si  ritirarono  in  Campidoglio,  e  quelli 
della  sinistra,  dimenticando  la  patria,  le 
donne  e  i  figli  che  vi  aveano  lasciato  ,  si 
portarono  in  Veii  e  ivi  si  fortificarono.  E- 
gualmente  in  Veii,  di  venuto  luogo  di  riu- 
nione a'  romani ,  si  recò  Camillo  da  Ar- 
deada  lui  scelta  a  luogo  del  suo  esilio  (co- 
me nativo  di  essa,  secondo  alcuni  scritto- 
ri), mentre  Brenoo  entrato  in  Roma  as- 
sediava il  Campidoglio,  ed  ivi  si  tenne  il 
consiglio  circa  i  mezzi  di  potersi  liberare 
da'barbari:  e  di  là  si  mantenevano  lecor- 
rispondenze  cogli  assediati  per  mezzo  di 
Ponzio  Cominio;  e  di  là  Camillo,  dimen- 
ticata la  patria  ingratitudine,  parli  con 
l'esercitoa  liberare  Roma.  Fu  allora  e  per 
tulio  questo,  Veio  considerala  una  secon- 
da Roma,  perchè  scrisse  Luciano,  lib.  5, 
ver.  28:  Vcjos  hahitante  Camillo,  Illi- 
co  Romafuit.  Ma  dopo  aver  Camillo  ob- 
bligato i  galli  a  partire  da  Roma  e  quin- 
di sconfitti,  tornò  in  campo  la  questione 
d'abbaudouarRoma  incendiata  dagli  stes- 
si galli,  e  stabilirsi  in  Veii,  su  di  che  ga- 
gliardamente .insisteva  la  plebe:  altro  in- 
dizio è  questo  che  le  fabbriche  non  erano 
in  rovina;  ma  anco  allora  l'eloquenza  e 
l'autorità  di  Camillo  la  vinse,  dicendo  che 
sarebbe  stato  meglio  assai  non  aver  sog- 
giogato Veio,  quando  a  sì  gran  costo  d'ab- 
bandonar Roma  avesse  dovuto  ottenersi 
quella  vittoria;  e  questo  ignobile  progetto 
nel  365  venne  giuslamenteabbandonato 
pei  sempre.  Anzi  volendo  Camillo  che  da' 
romani  si  deponesse  aifutto  tale  vitupere- 
vole pensiero,  ma  che  piuttosto  si  riedifi- 
casse Roma  distrutta  dal  fuoco,  ottenne 
dal  senato,  che  si  distribuissero  le  cam- 
pagne veientane  alla  plebe  in  lante  por- 
zioni di  7  jugeri  per  ogni  capo,  il  che  di- 
moslra  la  sua  vastità  e  ampiezza.  Nel  368 
essendosi  all'antiche  aggiunte  4  nuove  tri- 
bù, furono  loro  assegnale  le  lene  conqui- 
state sui  veienti ,  i  falisci  ed  i  capenali. 
Osserva  Degli  Effetti ,  che  un  pigerò  è 
quanto  può  arare  un  paio  di  bovi  in  uu 


VE  I 

giorno,  e  forma  240  piedi  per  lungo  e  i  io 
per  largo,  ossia  passi  48  lunghi  e  24  !•*" 
ghi.  Un  miglio  contiene  <  ooo  passi,e  5ooo 
piedi,  che  riquadrati  fanno  un  milione  di 
passi  e  25  milioni  di  piedi  ;  onde  in  uà 
pigerò  entrano  28,800  piedi  di  terreno, 
e  per  formare  un  miglio  quadrato  occor- 
rono 868  jugeri  di  terra  e  1600  piedi. 
Nondimeno  vi  furono  per  un  momento  de 
ripugnanti,  i  quali  invaghiti  di  Veio  ed  a- 
vendone  occupato  le  vuote  case,  per  pi- 
grizia non  volendo  rifabbricar  le  loro  ca- 
se in  Roma,  si  erano  ricoverati  nelle  case 
vuote  di  Veii;  il  senato  con  decreto  li  ri- 
chiamò, ma  vedendo  che  questi  ricalcitra- 
vano prefisse  loro  uu  termine  sotto  pena 
di  morte,  onde  loro  malgrado  furono  co- 
stretti a  ripatriare.  Da  quell'  epoca  fino 
al  708  di  Roma  ,  cioè  pel  tratto  di  343 
anni,  Veii  rimase  deserta,  al  dire  di  Nib- 
by,  e  per  conseguenza  da  se  stessa  si  di- 
strusse. Alcuni  credono  verosimile  ,  che 
Camillo  col  consenso  del  senato  facesse 
abbàttere  da'fondamenti  quel  non  tenue 
avanzo  d'abitazioni,  che  tuttavia  restava 
in  piedi,  acciocché  in  avvenire  non  fosse 
più  venuta  voglia  a'romani  d'abbandonar 
Roma  per  trasferirsi  in  Veio,  di  cui  si  mo- 
stravano tanto  innamorati.  Si  vuole  an- 
che probabile,  che  Camillo  coll'autorità 
del  senato,  ordinasse  eziandio,  che  co' ni  a- 
teriali  di  Veio  trasportati  altrove  si  fabbri- 
cassero castelli  per  nuove  colonie,  e  così 
la  rovina  di  Veio  divenne  totale.  Nel  sud- 
detto 708,  Giulio  Cesare,  essendo  scorso 
l'anno  in  cui  era  stato  dittatore  per  la  2.* 
volta,  fu  dichiarato  console;  ed  avendo 
saputo  che  i  soldati  eransi  ammutinati  e 
aveano  ucciso  i  pretori  CosconioeGalba, 
li  rimproverò,  e  invece  di  soldati  li  chia- 
mò nell'allocuzione  cittadini,  daudo  così 
loro  una  specie  di  congedo:  distribuì  1 000 
dramme  a  ciascuno,  e  fece  una  sorlizione 
delle  terre  d'  Italia  fra  loro.  Tra  queste 
tene  vi  furono  quelle  dell'agro  veiente  e 
capenate.  Iu  tale  circostanza  e  in  forza 
della  legge  Giulia  dedusse  pure  una  co- 
louia  a  Veii,  e  così  ebbe  principio  la  se- 


V  E  I  23 

conda  Veii,o  la  Veii  romana.  Questa  co- 
lonia andò  soggetta  ad  un  assalto  nella 
guerra  civile  triumvirale  :  gli  abitanti  si 
dispersero,  per  cui  Lucano  rappresentò  le 
rovine  di  Veio  coperte  di  polvere,  Proper- 
zio lo  dipinse  miserabile  ricettacolo  di  pa- 
stori, e  giunse  l'altiero  Floro  a  dire,  gonfio 
della  grandezza  di  Roma  de'suoi  tempi  e 
guardando  Veio  nello  stato  cui  erasi  ri- 
dotto ,  essere  stata  una  vergogna  l'  aver 
trionfato  di  Veio!  Essendo  in  tal  condi- 
zione la  colonia  veiente,  Augustoda  prin- 
cipio divisò  d'incorporarla  a  Roma,  ma 
poi  la  popolò  di  nuovo,  e  Veii  assunse  il 
nome  di  Manici piurn  Augustum  Pejenst 
siccome  fanno  fede  Frontino  o  l'autore 
dell'  opuscolo  de  Coloniis,  chiamandola 
Colonia  Fejciist  e  diverse  iscrizioni  che 
riporta  Nibby,  in  quel  luogo  in  più  tem- 
pi rinvenute  negli  scavi,  e  da  lui  erudita- 
mente illustrate,  per  cui  ne  farò  poi  men- 
zione breve.  Il  municipio  di  Veii  venne 
murato,  come  Veii  primitivo, e  colle  pro- 
prie forze  eziandio  risorse.  Di  tale  rifio- 
rimento di  Veii  romano  sul  finire  del  re- 
gno d'Augusto,  e  sotto  il  suo  successore 
Tiberio  ne  fanno  altresì  prova  i  moltepli- 
ci monumenti  appartenenti  a  quell'epoca 
e  scoperti  nelle  rovine  della  Veii  roma- 
na, parte  de'quali  sono  sculture,  che  rap- 
presentano l'immagini  d'Augusto,  di  Ti- 
berio e  di  altri  soggetti  di  quella  fimi- 
glia;  parte  iscrizioni,  fra  le  quali  primeg- 
gia la  riprodotta  da  Nibby,  che  ora  si  ve- 
de affissa  nella  camera  delle  lapidi  nel  mu- 
seo Capitolino  ,  proveniente  dal  museo 
Ciampini,  già  trovata  nel  ripiano  a  set- 
tentrione dell' IsolaFarnese,do  ve  fu  il  mu- 
nicipio romano  Veiense  e  il  foro,  ed  ap- 
partenente al  776  di  Roma  o  anno  26 
dell'era  volgare.  Da  questo  monumento 
si  apprende,  che  Veii  romauo  avea  il  suo 
consiglio  composto  di  100  membri,  per- 
ciò chiamati  centumviri,  1 3  de'quali  fu- 
rono presenti  alla  deliberazione  fatta  nel 
tempio  di  VeuereGenitrice  nel  forodiCe- 
sare  in  Roma:  che  avea  i  suoi  duumviri, 
i  suoi  questori;  che  volendo  ricompensa- 


24  VE  I 

re  i  benefizi  ricevuti  da  Caio  Giulio  Ge- 
Jote  licerlo  d'Augusto,  lo  promossero  al 
grado  degli  atigustnli,  collegio  equivalen- 
te a  quello  de'Pontefici  in  Pioma;  e  diede- 
ro a  lui  ed  a'figli  suoi  il  privilegio  del  bi- 
sellio  in  mezzo  agli  auguslali  nell'assiste- 
re  agli  spettacoli,  ed  in  mezzo  a'cenlum- 
•viri  nelle  cene  pubbliche,  e  l'esenzione  da' 
dazi  municipali.  Fra'nominati  centumvi- 
ri in  tale  decreto  vie  M.  Tarquizio  Sa- 
turnino, di  cui  si  ha  una  lapide  scoperta 
nel  18 12  negli  scavi  veienti,  dalla  quale 
apparisce  ch'egli  ebbe  l'onore  d'una  sta- 
tua in  Veii,  della  cui  ragguardevole  fami- 
glia ivi  furono  trovate  altre  memorie,  la 
quale  pare  oriunda  di  Veii  anche  per  l'i- 
dei izione  eh'  era  in  quella  parte  detta  la 
Piazza  d'armi,  e  poi  annoverala  alla  tri- 
bù Tromenlina,  così  denominata  a  cam- 
po Tromekto,  parte  del  territorio  veien- 
le;  cioè  derivante  da  una  dell'antiche  fa- 
miglie veienti  che  defezionarono  aroma- 
11  i  durante  l'assedio  di  Veii,  e  furono  do- 
po la  presa  della  città  premiate  col  dirit- 
to di  cittadinanza,  e  con  terre  l'anno  366 
di  Roma.  Di  Cneo  Cesio  Aticto,  che  rial- 
zò la  statua  di  Tarquizio  Saturnino,  ca- 
duta per  terremoto  o  altra  cagione,  per 
le  rovine  del  tempio  di  Marte,  molte  la- 
pidi sono  state  scoperte  in  Veii,  parte  nel 
secolo  passato  e  parte  negli  ultimi  scavi, 
riferite  da  Nibby;  dalle  quali  apparisce, 
che  fu  aggregato  fra 'centumviri  veienti, 
che  riscosse  ogni  sorte  di  onori,  ch'ebbe 
statue  dagli  auguslali  e  da  tulta  la  popo- 
lazione nel  2  56  di  nostra  era,  per  la  sua 
munificenza  ,  avendo  rifatta  la  schola  o 
sala  della  Fortuna  Forte  e  l'ornò  di  sta- 
tue; e  ch'ebbe  in  moglie  Cesia  Sabina  sa- 
cerdotessa della  Fortuna  Reduce,  la  qua- 
le si  mostrò  munifica  colie  donne  del  co- 
mune di  tutte  le  classi  ad  esempio  del  suo 
marito.  Da  un'  altra  lapide  scavata  nel 
18 12,  si  ricava  che  nel  784  di  Roma  il 
municipio  eresse  un  monumento  ad  ono- 
re di  Tiberio  e  di  Druso  cesare  suo  figlio; 
e  da  altra  che  M.  Erennio  Picente  conso- 
le era  patrono  del  municipio,  a  lui  eret- 


VE  I 

ta  per  benefizi  ricevuti  da'municipali  in- 
tramuranei,  altra  testimonianza  che  Veii 
romana  pure  era  circuita  di  mura.  Pli- 
nio fra  le  popolazioni  che  a'tempi  di  Ve- 
spasiano occupavano  l'Elruria,  nomina 
i  veientani.  Dell'  esistenza  del  municipio 
di  Veii  sotto  gli  Antonini  e  Settimio  Se- 
vero sonovi  lapidi  che  l'affermano.  Il  pie- 
distallo della  statua  della  Vittoria  esisten- 
te nella  chiesa  di  s.  Lucia  nell'Isola  Far- 
nese, dedicata  nel  249  di  nostra  era,  mo- 
stra che  sotto  i  Filippi ,  Veii  continuava 
ad  esistere,chesi  restauravano  monumen- 
ti cadenti  per  vetustà,  che  conservava  il 
suo  Ordo,e  che  n'erano  allora  duumvi- 
ri quinquennali  P.  Sergio  Massimo  e  M. 
Lollio  Sabiniano.  Dalla  lapide  scoperta 
nel  1 774  apparisce  che  Veii  avea  ancora 
il  suo  Ondo  sul  principio  del  secolo  IV; 
è  in  onore  di  F.  Valerio  Costanzo  padre 
di  Costantino  I  allora  nobilissimo  cesare. 
Essa  chiude  la  serie  de'  monumenti  ve- 
ienti conosciuti  da  Nibby.  Dopo  l'era  Co- 
stantiniana altra  memoria  esso  non  incon- 
trò di  Veii,  se  non  nell'Itinerario  o  carta 
Peutingeriana,  nella  quale  al  XII  miglio 
della  via  Cassia  o  Claudia  trovasi  indi- 
cata Veios,  dall'anonimo  Ravennate  det- 
ta Beios  per  analogia  di  pronuncia.  Di- 
ce Nibby:  questi  mi  sembrano  indizi  mol- 
to forti  per  credere  che  Veii  nel  secolo 
Vili  non  era  ancora  dimenticata. Ma  do- 
po sparisce  alfatto  dalla  storia  ,  e  perciò 
puòsupporsi  checaduta  in  isquallore  co- 
me tant'altre  terre  del  distretto  di  Roma 
perisse  alfa  Ito  nella  scorreria  micidiale  di 
Astolfo  re  de' longobardi,  che  marciò  su 
Roma  verso  il  753  per  assediarla  e  mi- 
nacciandola d'impadronirsene.  Prima  di 
questo  tempo  pare  che  in  Veio  vi  fosse 
piantata  la  sede  vescovile,e  nel  vol.LVIII, 
p.128,  notai,  che  il  Calindri  ne  disse  i.° 
vescovo  Andrea  nel  680.  LaNotiliaEpi- 
scopatuum  del  p.  Mi  reo  dice  a  p.  4'  1  •" 
Veientes  seu  Veiit  vetusti  Etruriae  po- 
puli:  quorum  Urbs  quo  loco  posila  fue- 
rit,  iam  olim  fuit  ignoratum.  Civita- 
lem  Castellana™,  quae  Episcopatugau- 


VE  T 
det,  non  Veientium,  sed  Falìscorum  es- 
seoppidum,docet  Antonini  Massa  in  li- 
bro deOrigine  Faliscorum.  Nel  1. 1  o  del- 
Y  Italia  sacra,  fra  gli  Episcopatus  An- 
tiquati, a  p.  182  si  pone  J'ejens  Episco- 
patus. Dopo  riferite  le  notizie  dell'antico 
Veio  o  Veii,  si  legge.  Sunt  etiam,  qui  il- 
lud  inter  Episcopales  sedes  antiquatas 
recen  seatj  cuj'us  rei  testitnonium  profer- 
tur  Andreas  Vejentanae  Ecclesiae  Epi- 
scopio, qui  sententi :arn  suam  dixit  in  Ro- 
mano concilio  subAgathone  <?w.68o.  Ve- 
runi Andreas  iste  fuit  Histriensis  pro- 
vinci ae  Antistes,  eie jns  sub  seri ptio  aper- 
te loquitur,  quae  talis  habetur  in  prac- 
falo  concilio:  Andreas  Episcopuss.  Eccle- 
siae Vejentanae  provincia  Istriae  in  liane 
sngnestionenj  etc.  Alio  igitur  adminicu- 
lo  fulcienda  haec  cathedra,  quod  nus- 
pram  alibi  apparct.  Però  nella  preceden- 
te p.  55,  parlandosi  de' vescovi  di  Celina 
(V.),  se  ne  registrano  3  :  Clarissimo  del 
579,Viticanodel  5o3(questa  data  dovreb- 
be essere  posteriore  a  quella  del  predeces- 
sore), Andreas  s.  Vejentanae  Ecclesiae 
provincia  Istriae  Episcopus  subscripsit 
an.  680  li  iter  ae  synodicae  Agathonis  Pa- 
pae  relatae  in  VI  concilio.  Pro  Vejen- 
tanae reponendum  autumal  Holstenins 
in  notis  ad  Geographiam  sacravi  Caro- 
li a  s.  Paulo  Veglentanae  (Veglia)  :  sed 
cum  Vegla,  seu  Viglia  insula,  et  urbs 
Episcopali^  sub  Jaderensi  metropolita 
ad  oram  Liburniae  sita  numquam  inter 
Istriensis  Ecclesiaslicae  provinciae  ci- 
vitales  fieri  t  recensita;  ego  potius  lege- 
rem  Celinanae,  cui  etiam  lectioni  te- 
xtus  graecus propius  accedit:  Forum  ve- 
ro Juliitm,  imo  etipsa  Venetia  lune  tcnir 
poris  Istriensis  provinciae  nomine  com- 
prchendt'banlur.  Descrivendo  io  il  vesco- 
vato di  Veglia  con  Ylllyrici  sacri  del  p. 
Fallati  non  trovai  il  vescovo  Andrea,  co- 
minciandosi la  serie  de'  conosciuti  dal 
1000.  Il  sacerdote  Cappelletti,  Le  Chie- 
se d'Italia,  t.  8,  p.  838,  nel  parlare  de' 
due  vescovati ,  di  Celeja  città  antichissi- 
ma della  Sliria  inferiore  (probabilmente 


VE!  25 

Cilly  odierna,  di  cui  feci  cenno  in  que'" 
l'articolo  e  già  sua  metropoli,  la  Celeia 
de'romani),  e  Celina  soppressi  e  già  esi- 
stenti nella  provincia  ecclesiastica  d'Aqui- 
leia,  anzi  nella  sua  diocesi, osserva  che  nel- 
Y  Italia  sacra  furono  confusi  in  un  solo 
di  Celina,  sbaglio  scoperto  dal  Coleti  ne' 
suoi  mss.  esistenti  nella  Marciana;  e  clic 
quanto  a  Celina, ove  si  rifugiarono  alquan- 
to di  tempo  i  vescovi  di  Concordia,  dopo 
l'eccidio  della  loro  città, non  ne  furono  ve- 
scovi i  riferiti  nell'Italia  sacra,  e  forse  il 
solo  Viticano,  mentre  Clarissimo  lo  era 
di  Concordia.  Di  Celeja  essere  slati  ve- 
scovi certamente,  Giovanni  nel  579  inter- 
venuto al  sinodo  di  Grado,  ed  Andrea 
summentovato.  Il  p.  ab.  Rangbiasci  nel- 
la Bibliografia  storica  dello  stato  pon- 
tifìcio , all' articolo  Veio,  riportandone  gli 
scrittori,  la  chiama:  Città  vescovile  nel 
Patrimonio  di  s.  Pietro,  Veii,  Vcjus,  Ci- 
vita? Castellana.  Il  suo  nipote  p.  Ran- 
gbiasci Iìrancaleoni,  nelle  Memorie  isto- 
riche  de' dintorni  di  Nepi,  pubblicate  nel 
1847,  nel  cap.  1  tratta;  La  città  di  Veii 
fra  le  altre  di  E  tr  uria  fu  la  piuprossi- 
rna  a  Roma  alla  distanza  di  1 2  miglia 
e  mezzo,  sicché  non  fu  a  Civita  Castel- 
lana, ma  all'Isola  Farnese.  Quindi  a  p. 
37  riferisce.  >•  Nel  concilio  Costantinopo- 
litano alla  sessione  iv  sotto  Agatone  si  leg- 
ge che  il  670  la  colonia  Veio  avea  uà 
vescovo  di  nome  Andrea". Concludo,  pro- 
babilmente Veio  romano  avrà  avuto  la 
sede  vescovile,  ma  finora  non  si  conosco- 
no i  suoi  pastori.  Ora  mi  piace  far  men- 
zione della  Domus  Culla  di  Capracoro, 

colonia  e  a"!?re"ato  di  case  rustiche  sta- 
no   o 

bili t a  nel  territorio  veiente  da  Papa  A- 
driano  I  del  772,  della  quale  e  di  altre 
domoculteo  villaggi  formati  da  detto  Pa- 
pa e  da  s.  Zaccaria  a  vantaggio  dell'  A- 
gricoltura,  parlai  nel  voi.  XXI,  p.  1 58  e 
altrove.  Ne  tratta  Degli  Effetti  nelle  Me- 
morie del  Soratlc  e  luoghi  convicini,  do- 
ve fosse,  della  sua  torre  e  di  sua  inve- 
stitura. Ancb'egli  confuta  l'opinione  che 
Andrea  sia  stato  vescovo  di  Veio ,  e  fu 


a6  V  E  I 

«letto  Vejentanus  provinciae  Histriae, 
perchè  una  delle  principali  colonie  di  Ve- 
io,  cioè  i  campi  di  Veio  furono  assegnali 
alle  legioni  illiriche  ed  a' veterani  dalma- 
tini,  e  perciò  detti  Dalmalia  elHistria. 
Degli  Effetti  produce  diverse  notizie  su 
Veio  e  il  suo  territorio,  su'  veienti  anti- 
chi e  nuovi.  Anche  il  Borgia,  faticanti 
Confessio  B.  Petri,  a  p.  1 88  parla  di  Ca- 
pracorum  oblatum  Ecclesiae  Romanae, 
praedium  sciliect  rusticani  in  territorio 
t7  ridanoseli  Vegetano.  Nel  l.i^ùtW  Al- 
bum di  Roma,  a  p.  28,  si  riporta  il  Di' 
scorso  sopra  Capracoro  colonia  fonda- 
ta da  s.  Adriano  I,  del  eli.  Coppi,  col- 
la pianta  corografica  delle  vicinanze  di 
Capracoro.  E  nel  t.  9,  p.  5i  1  degli  At- 
ti dell' accademia  romana  d'Archeo- 
logia, si  legge  il  medesimo  Discorso. 
Dice  che  alla  sua  assunzione  al  ponti- 
ficalo il  dominio  temporale  della  s.  Se- 
de era  angusto  (cioè  in  proporzione  delle 
posteriori  ampliazioni),  ed  i  longobardi 
facevano  correrie  sino  a  Otricoli.  Fra  le 
tante  opere  insigni  di  quel  gran  Papa,  pro- 
mosse l'agricoltura. Nell'agro  romano  fon- 
dò 4  domoculte  o  villaggi,  cioè  Galera  nel- 
la via  Amelia  o  Cornelia, altra  Galera  nel 
Portese.s.  Edisto  e  Calvisiano  nell'Ar- 
deatina.  Altra  docuoculta  stabilì  nel  ter- 
ritorio veiente,  a' confini  del  Nepesino, 
nel  luogo  detto  Capracoro,  e  sembra  nel 
territorio  di  Campagnano  presso  il  fiume 
Treia.  Possedeva  egli  colà  molti  terreni 
ereditati  da'suoi  maggiori  nobilissimi  ro- 
mani (da'qnali,  secondo  alcuni,  discese- 
ro poi  i  conti  del  Tuscolo  ei  Colonna). 
A  que'  fondi  ne  unì  altri  che  acquistò  da 
vari  particolari,  co' quali  fece  delle  per- 
mute, e  formò  una  sola  tenuta,  nella  qua- 
le fondò  Una  colonia.  Edificò  nella  mede- 
sima una  magnifica  chiesa,  e  terminato  il 
tutto,  egli  stesso  accompagnato  dal  cle- 
ro e  senato  romano  si  recò  con  gran  pom- 
pa a  Capracoro  ,  e  trasferì  nella  nuova 
chiesa  i  corpi  de'  ss.  Pontefici  Cornelio, 
Lucio,  Felice  e  Innocenzo  I,  suoi  protet- 
tori particolari.  Dispose  poi,  che  tutto  il 


V  E  I 

rumente,  l'orzo,  i  legumi,  ed  il  vino  che 
in  quella  colonia  si  fosse  raccolto,  si  ri- 
ponesse separatamente  ne'granai  e  nelle 
cantine  della  chiesa  Lateranense-,  si  ucci- 
dessero inoltre  ogni  anno  100  grossi  ma- 
iali, e  se  ne  riponesse  similmente  la  car- 
ne nelle  dispense  del  Laterano  (ove  al- 
lora i  Papi  facevano  l'ordinaria  loro  di- 
mora), quindi  il  lutto  si  erogasse  in  sov- 
venzione de'poveri;  per  tal  effetto  si  ra- 
dunassero ogni  giorno,  sotto  il  portico  di 
quel  patriarchio,  almeno  100  di  essi,  e  un 
dispensiere  fedelissimo  distribuisse  a  cia- 
scuno una  libbra  di  pane,  due  bicchieri 
di  vino,  ed  una  zuppa  con  porzione  di 
carne.  Capracoro  passò  dipoi  fra'beni  del- 
la basilica  Vaticana,  e  fu  per  vari  secoli 
abitato.  Difatti  s.  Leone  IV  verso  T848 
chiamati  da  vari  luoghi  uomini  per  co- 
struir le  mura  della  Città  Leonina  (f.) 

0  borgo  aggiacente  a  detta  basilica,  con- 
corse all'opera  anche  la  milizia  di  Capra- 
coro.  G io vauniXX  confermando  nel  1027 
i  beni  al  vescovo  di  Portoe  di  Selva  Can- 
dida, ne  nomina  alcuni  esistenti  nel  terri- 
torio Nepesino,  confinanti  con  una  strada 
ch'era  fra  la  milizia  della  torre  e  un  ter- 
reno di  s.  Pietro.  Benedetto  IX  in  una  si- 
mile conferma  delio37  indica  Capraco- 
ro col  titolo  di  Corte  (anticamente  signi- 
ficava, unione  di  molti  poderi,  anzi  un  ca- 
stello o  terra).  Nel  1  o53  s.  Leone  IX  con- 
fermò a  Giovanni  arciprete  della  basili- 
ca Vaticana  e  a'eanonici  di  essa,  ch'era- 
no nel  monastero  di  s.  Stefano  maggio- 
re, vari  fondi,  e  fra  gli  altri  que'di  Tre- 
quata  e  Macorano  accinto  a  Capracoro. 
In  altra  bolla  dello  stesso  anno,  s.  Leone 
IX  confermò  al  medesimo  arciprete  e  a* 
servitori  della  chiesa  di  s.  Pietro,  il  castel- 
lo di  Capracoro  con  tutti  i  suoi  fondi,  col 
molino  e  la  chiesa  di  s.  Giovanni  della  Tre- 
gia,  esistente  nel  territorio  veiente  lungi 
circa  27  miglia  da  Roma.  Adriano  IV  nel 

1  f  58  confermò  la  2/  bolla  di  s.  Leone 
IX,  indicando  che  la  nominata  chiesa  era 
diroccata,  che  dovea  alla  basilica  Vatica- 
na annue  3  libbre  di  cera  lavorata;  lo  stes- 


VE  I 

so  ripeterono  Innocenzo  III  ne)  no",  e 
Gregorio  IX  nel  1:128.  Col  decorso  degli 
anni  la  basilica  Vaticana  perdette  i  beui 
di  Capi-acoro.  Questo  castello  dopo  il  se- 
colo XI  II,  come  tanti  altri,  fu  abbandona- 
to e  distrutto,  pel  sito  alquanto  infelice, 
cioè  sorgeva  in  una  valle  circondati   d<i 
fossi,  e  non  molto  difesa  da'veuti  austra- 
li, sempre  malsani.  Gli  antiquari  disputa- 
rono sul  luogo  ove  propriamente  era  Ca- 
pracoro.  Il  cav.  Coppi  con  buone  ragioni 
ci  edeche  esistesse  nel  territorio  diCampa- 
guano,  le  cui  notizie  cominciano  dopo  il  li- 
ne diCapracoro.che  ha  patrono  s.Gio.  Bat- 
tista e  possiede  il  molino  già  di  Capi-acoro. 
Quindi  con  qualche  fonda  mento  congettu- 
ra che  gli  abitanti  di  Capi-acoro  siano  col 
tempo  passati  a  Carnpagnano  (sul  quale 
si  può  vedere  il  Degli  Elletii),  fabbrica- 
to in   un  luogo  molto  elevato,  più  sano 
e  insieme  più  forte.  Del  resto  una  gran 
parte  del  territorio  veiente  è  anche  oggi 
deserto,  e  couliene  vari  luoghi  ne' quali 
si  potrebbero  opportunamente  stabilire 
villaggi.  Retrocedo  coll'epoca  per  torna- 
re a  Veio,  e  le  prove  di  quanto  vado  a 
narrare  si  ponno  leggere  nel  Coppi,  nel 
Nibby  e  altri  che  ricorderò,  e  che  per 
brevità   tralascio.  Distrutta   Veio,  forse 
per  opera  de'longobardi,  il  cui  regno  eb- 
be fine  dopo  il  773  sotto  Adriano  ^qual- 
che casa  rurale  certamente  dovè  formar- 
si per  ricovero  di  quelli  che  coltivavano 
le  terre,  come  avvenne  di  tante  altre  cit- 
tà più  antiche  ;  la  fortezza  però  d'alcu- 
ne parli  della  città  etrusca  non  poteva 
isfuggire  le  indagini  de'potenti,  che  do- 
minavano il  contado  o  ducato  romano, 
e  (ino  dal  principio  del  secolo  XI  erasi 
formato  un  castello  sul  colle  dirupato, 
ed  isolato  nella  parte  meridionale  di  Veii, 
che  fu  detto  la  Isola,  ed  oggi  è  noto  col 
nome  d' Isola  Farnese.  Anche  il  cav. 
Coppi  dichiara,  che  presso  le  rovine  di 
Veio  si  costrusse  ne'tempi  di  mezzo  un 
castello  detto  Isola;  e  che  forse  prese  ta- 
le denominazione  dall'Isola  formata  dal 
iìutnicello  Cremerà  a  settentrione  delle 


V  E  I  27 

rovine  di  Veio,  o  dalla  specie  d'Isoli  che 
fanno  due  fossi  o  torroni  attorno  al  luo- 
go in  cui  fu  fabbricata.    Un  documento 
ricorda  questo  castello  fin  dahoo3,  al- 
lorché Giovanni  XIX  lo  confermò  all'ab- 
bate del  monastero  de' ss.  Cosma  e  Da- 
miano. Un  altro  documento  mostra  co- 
me nel  1 029  il  detto  monastero  affittò  un 
inolino  presso  il  castello.  In  que'  tempi 
veniva  particolarmente  designato  col  no- 
me d' Insula  pontis  F^eneni,e  quel  pon- 
te, il  quale  sembra  essere  lo  stesso  che 
oggi  chiamasi  ponte  Sodo,  si  ricorda  (iti 
dal  9  55  nella  bolla  d'Agapito  II  a  favo- 
re del  monastero  di  s.  Silvestro  in  Capi- 
te.  Al  Nibby  non   sembra   improbabile 
che  nella  parola    Fenc.nì  si  nasconda  il 
nome  f^eientij   tale  trasformazione  pe' 
copisti  era  facile  assai.  Circa  poi  l'idea* 
tità  del  ponte  antico  col  ponte  Sodo,  pa- 
re provato  dalla  bolla  di  s.  Gregorio  VII 
deli 074  a  favore  de'monaci  di  s.  Paolo 
fuori  le  mura,  nella  quale  si  nomina  la 
metà  di  ponte  Veneni  e  due  chiese  ac- 
canto a  Vaccareccia(per  la  quale  può  ve- 
dersi Degli  Effetti  e  Nibhy),  lenimento 
ch'è  precisamente  di    là  da    quel  ponte. 
Prima  di  questo  tempo  Nicolò   II   chia- 
mati nel  io J9  a  soccorso   i    normanni, 
contro  Gerardo  conte  di  Galera  o  Gale- 
ria  della  via  Cornelia,  e  altri  magnati  ri- 
belli che  di  prepotenza  aveano  usurpati 
i  beui  della  s.  Sede,  invasero  e  devasta- 
rono i  territori!  di  Palestrina,  Tuscolo  e 
Nomento,  come   terre  ostili  al   Papa;  e 
passato  il  Tevere  dierono  il  guasto  a  Ga- 
lena e  a  tatti  gli  altri  castelli  del  conte 
Gerardo  sino  a  Sutri,  per  cui  il  territo- 
rio veientano  soggiacque  alle  devastazio- 
ni normanne.  Che  il  castello  dell'Isola 
fosse  divenuto  luogo  forte  e  sicuro  nel 
ilio,  il  Degli  Effetti  e  altri  lo  rilevano 
dall'esservi  stati  mandati  gli  ostaggi  con- 
cordati nella  pace  fra  Papa  Pasquale  II  e 
l'imperatore  Enrico  V,  per  la  gravissima 
vertenza  dell'  Investiture  ecclesiastiche 
(P.),  e  furono  Federico  nipote  dell'au- 
gusto e  brunoue  vescovo  di  Spira,  con 


a8  VE  I 

«diri  personaggi;  et!  all'incontro  restasse 
presso  Enrico  V  il  potente  romano  Pier 
Leone  co'suoi  figli.  Nel  i  166  venne  con- 
fermala l.i  locazione  falla  di  questo  ca- 
stello dal  predecessore,  da  Ildebrando 
abbate  benedetlino  di  s.  Cosma  e  Da- 
miano in  Mica  Aurea  (oggi  s.  Cosimato 
di  Roma  delle  Francescane,  alle  quali 
già  nel  1288  era  passala  la  proprietà  di 
Isola,  forse  allora  chiamata  Castello  di 
.«.  Pietro),  a  Pietro  Obicione,e  gli  cedette 
inoltre  alcuni  beni  che  avea  in  Albano, 
ricevendone  in  compenso  i  diritti  che  il 
medesimo  aveva  sopra  6  chiese  esistenti 
in  Isola.  L'n  alto  del  1286  ricorda  fra' 
i  confini  di  Galera  il  castello  dell'  Isola 
di  Ponte  Veneno.  Sul  principio  del  se- 
colo XIV  questa  terra  passò  dal  mona- 
stero delle  monache  di  s.  Cosimato  in  ma- 
no di  particolari;  e  nel  1  346  un  indivi- 
duo della  famiglia  Muti  ne  vendette  una 
palle  ad  Andrea  Orsini.  Nel  i36o  Fran- 
cesco Veneto  notaio  lasciò  a  Vecchiarel- 
Jo  Sabba  due  oncie  del  castello  dell'Iso- 
la colle  tenute,  la  rocca,  il  cassero  ed  i 
vassalli.  Nel  1 368  Lello  figlio  di  Vene- 
to ne  ipotecò  la  3."  parie  d' un'oncia  a 
favore  di  Pietro  figlio  di  Marino.  Nel  se 
colo  XV  questa  terra  era  in  uno  stato  di 
floridezza  e  molto  popolata;  imperocché 
nella  mossa  del  perugino  Nicolò  Forte- 
braccio  minacciante  Roma,  nel  1 4^4 
■venne  lassata  da  Papa  Eugenio  IV  di 
mandare  a  Bracciano  10  uomini  armati 
per  unirsi  al  corpo  che  ivi  il  Papa  face- 
va raccogliere  per  opporglisi.  Sembra 
poi  che  in  questo  tempo  passasse  intera- 
mente in  potere  degli  Orsini,  i  quali  fi- 
no dal  i346  ne  possedevano  una  parte, 
e  molto  del  fabbricato  attuale  appartie- 
ne a  qiiell'  epoca.  Nel  1480  con  l'aiuto 
di  Fabrizio  e  Nicolò  signori  di  Scrinone- 
ta,  nella  correria  contro  gli  Orsini,  Iso- 
la pure  fu  presa  da  Prospero  Colonna, 
che  menò  seco  prigione  parecchi  abitan- 
ti e  portò  via  mollo  bestiame.  Nel  i486 
il  cardinal  Borgia,  poi  Alessandro  VI,  e 
il  cardinal  Ascanio  Sforza  si  portarono 


VE1 

in  questa  terra  e  cenarono  insieme,  on- 
de si  sparse  voce  che  avessero  trattato  di 
pace.  Dipoi  Alessandro  VI  avendo  stabi- 
lito ili  abbattere  la  potenza  degli  Orsini, 
perciò  tentò  d'occupare  tutte  le  loro  ter- 
re cominciando  dall'  Isola,  che  il  suo  fi- 
glio Cesare  Borgia  poi  duca  di  Valenza 
(F.)  o  Valentinois,  nel  1 497  circa  pre- 
se dopo  12  giorni  d'assedio,  ed  allora 
oltre  altri  guasti,  una  parte  della  rocca 
venne  disfatta  :  nello  slesso  anno  gli  Or- 
sini ne  alienarono  una  parte  in  favore 
del  11 ucel lai  mercante  fiorentino.  Morto 
però  nell'agosto  i5o3  Alessandro  VI,  e 
caduta  la  potenza  del  duca  Borgia,  l'Iso- 
la naturalmente  ritornò  proprietà  degli 
Orsini,  onde  allorché  Pio  IV  nel  i56o 
con  bolla  eresse  Bracciano  (di  cui  pure 
nel  voi.  LV1II,  p.  121)  in  ducato,  vi 
comprese  con  altre  terre  ancora  questa. 
Rilevai  nel  voi.  XX1H,  p.  201C0I  Nibby, 
il  nome  che  tultora  ritiene  d'Isola  Far- 
ncse  è  un  forte  indizio,  che  un  qualche 
tempo  sia  stala  di  quella  famiglia,  e  che 
poscia  nell'  incamerazione  del  ducato  di 
Castro  e  Ronciglione,  ancora  questa  ter- 
ra venisse  compresa.  Egli  è  certo  che  fino 
dal  1667  era  della  Camera  apostolica , 
e  che  fu  allora  affittata  per  i45o  scudi. 
Anche  il  Coppi  conviene,  che  nella  de- 
cadenza della  famiglia  Orsini,  Isola  fu 
fra'  primi  fondi  alienali  ;  e  sembra  che 
sia  passata  in  dominio  della  famiglia  Far- 
nese, dalla  quale  prese  nuova  denomina- 
zione, e  quindi  incamerala  col  detto  du- 
cato, pare  nel  1 64  *  n  nel  1  64<)'  li  Piazza 
nella  Gerarchia  cardinalizia,  stampa- 
ta nel  1  yo3,  descrivendo  la  diocesi  di  Por- 
to da  lui  visitata  nel  1680  d' ordine  d'In- 
nocenzo XI,  a  p.  92  tratta  dell'  Isola 
Farnese  antico  Vejo.  Ne  celebra  le  me- 
morie famose,  I'  antichità,  il  sito,  i  fasti, 
il  valore  de'  veienti,  confutando  l'opi- 
nione di  quelli  che  supposero  altrove  l'an- 
tica Veio.e  seguendo  quella  dell'Olstenio, 
del  cardinal  Massimi,  di  Nardini,di  Fa- 
brelti,  di  Mattei,  di  Ciao* pini,  la  ricono- 
sce uell' Isola  Farnese,  con  tesliinouianze 


vec 

topografiche  da  lui  verificate  sul  luogo. 
Afferma  d'aver  trovato  sul  piano  dell'i- 
stesso  silo  ov'era  la  città  i  residui  dell'an- 
tichissime mura  e  delle  sostruzioni  ;  che 
ne' cavi  si  trovarono  piedistalli,  cornicio- 
ni, statue  e  altri  maravigliosi  rottami  di 
marmi  antichi.  Nel  piano  della  valle  os- 
servò il  cunicolo  pel  cui  mezzo  seguì  le- 
sterminio  della  gran  Veio.  Nell'antica  via 
Veientana,  che  diramandosi  dalla  Cassia 
conduceva  a  Veio,  trovò  i  vestigi  di  gros- 
si selci,  e  allora  pure  conducevano  al  col- 
le e  all'  Isola  Farnese;  e  parte  dell'anti- 
ca città  dichiaiò  che  surse  ov'è  il  castel- 
lo o  rocca  dell'  Isola  stessa,  nella  quale 
con  Lilj  dice  che  terminò  i  suoi  giorni 
Gismondo  Varani.  In  l'atti  leggo  nell'///- 
storia  di  Camerino,  che  nelle  vertenze 
fra  Francesco  RI.'  I  duca  d'Urbino  e  Si- 
gismondo Varani  suo  nipote  e  duca  di 
Camerino,  questi  tornando  da  Viterbo 
a  Roma,  ov'era  andato  ad  assoldar  gen- 
ti, d'  ordine  dello  zio  giunto  alla  Storta 
a' 25  giugno  1022  fu  passato  con  uno 
spiedo  nel  corpo  e  portato,  nel  castello 
dell'Isola  Farnese  ivi  morì  di  21  anni, 
indi  condotto  in  Roma  il  cadavere  fu  tu- 
mulato in  s.  Maria  del  Popolo.  Quindi 
il  Piazza  passando  a  ragionare  dell'odier- 
no castello,  dice  che  dagli  Orsini  passò 
in  proprietà  de'Farnesi,  unito  collo  sta- 
to di  Castro  e  Ronciglione,  e  pe'  quali 
s' intitolò  Isola  Farnese,  indi  proprietà 
della  camera  apostolica  col  rimanente 
del  dominio  Famesiano.  Trovò  nella  vi- 
sita  apostolica  la  chiesa  di  s.  Pancrazio 
parrocchiale  (e  lo  è  tuttora,  dedicata  pu- 
re alla  D.  Vergine  Coronata),  assai  anti- 
ca e  di  conveniente  fabbrica  (il  Nibby  la 
crede  edificata  nel  secolo  XV  e  proba- 
bilmente rifabbricata  dopo  i  guasti  soffer- 
ti dalla  terra  nella  "'presa  del  duca  Bor- 
gia :  dello  slesso  tempo  è  la  pittura  a  fre- 
sco dell'aitine  maggiore,  che  rappresen- 
ta la  Coronazione  della  ss.  Vergine.  11 
vaso  per  1'  acqua  santa  è  formato  con 
frammenti  antichi  d'architettura),  in  cui 
venerasi  una  segnalata  reliquia  del  san- 


V  EI  29 

to  titolare.  La  chiesa  fu  consagrata  dal 
vescovo  Teipolitano  a'20  aprile  i55g, 
riponendovi  neh'  altare  le  reliquie  di  s. 
Pancrazio,  di  s.  Andrea  apostolo  e  di  s. 
Lucia,  concedendo  un  anno  d'indulgen- 
za perpetua  nell'anniversario  della  dedi- 
cazione, di  che  trovò  memoria  nel  de- 
creto della  visita  fatta  nel  i63o  dal  car- 
dinal Ginnasi  vescovo  di  Porto.  La  chie- 
sa era  mantenuta  nel  cultodivino  da  una 
confraternita  canonicamente  eretta,  coi 
frulli  di  pii  legati.  Pegli  infortuni!  patiti 
dal  castello  allora  contava  1  3o  anime, e 
l'arciprete  godeva  scudi  200  di  rendita. 
La  chiesa  di  s.  Maria  Castellana,  così  del- 
ta perchè  vicina  alla  rocca  t>  castello  an- 
tico, dedicata  ancora  a  s.  Lucia,  ora 
smantellata,  era  governata  da  un  cap- 
pellano perpetuo  obbligato  a  coadiuvare 
l'arciprete  nella  cura  d'anime,  e  di  sup- 
plire per  lui  a'  bisogni  della  parroc- 
chia, venendo  nominato  liberamente  dal- 
l' ordinario  colla  rendita  di  scudi  80. 
Crede  Piazza  che  in  questo  edilìzio,  pri- 
ma che  fosse  ridotto  a  chiesa,  venisse  a- 
dorato  da'gentili  un  Nume.  Certo  è  che 
ivi  1'  ara  marmorea  della  Vittoria  Au- 
gusta, serve  per  vaso  dell'  acqua  bene- 
delta,  e  l'iscrizione  Ordo  Vejenlium  fe- 
ce trarre  argomento  al  Nardini  della  vici- 
nanza di  Veio,  mentre  osservò  il  Piazza 
che  per  la  sua  grandezza  non  poteva  es- 
sere stala  trasportala  da  luogo  lontano. 
L' Isola  Farnese  fu  di  poi  concessa  in  en- 
fiteusi dalla  camera  apostolica,  la  quale 
nel  1820  ne  vendette  anche  il  dominio 
diretto,  che  fu  acquistato  dalla  principes- 
sa Marianna  di  Savoia  duchessa  del  Chia- 
blese,  nel  suo  soggiorno  in  Roma  (di  che 
ne'vol.XXlII,p.2oi,XLVH,p.  95,LXI, 
p.  174  e  altrove);  dominio  che  passato 
per  sua  morte  nel  1823  in  retaggio  alla 
regina  diSardegnaM.'Cr'ìtiin*  di  Borbo- 
ne (insieme  alla  Villa  del  Tuscolo  ossia  la 
Rufiinella  di  Frascati,  di  che  parlai  nel 
vol.XXVII,p.  j  65  e  i66,ma  ricordandolo 
nel  voi.  LIX,  p.  73, il  detto  voi.  per  man- 
canza d'uu  1  dice  erroneamente  XX\  1;  e 


3o                     VE  I  VEI 

siccome  ivi  tlissi  che  In  regina  collocò  gli  rupe  che  guarda  mezzogiorno  e  levante, 
oggetti  antichi  d'arte  trovati  ne'suoi  sca-  e  si  ravvisano  come  sepolcri  etruschi; 
vi  di  Tuscolo,  nel  magnifico  e  reale  ca-  una  di  esse  è  di  forma  quadrata  e  piena 
stello  d' Agliè  nella  provincia  d'Ivrea,  di  piccole  nicchie,  come  i  colombari  ro- 
e  suo  soggiorno  di  villeggiatura  di  quan-  mani.  Il  luogo  presenta  d'ogni  parte  l'a- 
do  in  quando,  qui  aggiungo  che  vi  col-  spetto  dello  squallore  e  della  decadenza, 
locò  pure  la  pregevole  collezione  de'vasi  e  mostra  nel  fabbricato  essere  stalo  rie- 
fittili  veienti,  di  cui  vado  a  parlare.  Il  dificato  nel  XV  secolo.  La  terra  ebbe  un 
castello  d'  Agliè  è  di  proprietà  del  reale  soloaccesso  interno,  e  dalla  parte  del  Por- 
principe  Tommaso  di  Savoia  duca  di  Gè-  lonaccio  era  la  comunicazione  fra  la  cit- 
nova),  e  morendo  la  regina  nel  1 847,  la-  là  e  la  cittadella.  L'antica  via  essendo  in- 
sciò 1'  Isola  Farnese,  con  altri  fondi  che  terrotta,  come  la  detta  comunicazione, 
possedeva  nelle  vicinanze  di  Roma,  alla  si  segue  una  nuova  strada,  posteriore  a 
nipote  regnante  imperatrice  del  Rrasile  Veii  etrusca,che  torce  a  sinistra  per  chi 
Teresa  Cristina, comenotai  nel  vol.LXI,  va  da  Roma  all'Isola,  fino  alla  mola;  la 
p.  181.  L'imperiosa  brevità  m'impedi-  quale  a  sinistra  è  dominata  da  rupi  pit- 
sce  seguire  il  iNibby  nella  dotta  descri-  toresche,  e  a  destra  da  una  specie  di  ba- 
zione della  topografia  della  celebre  Veii,  ratio,  sotto  il  quale  scorre  il  fosso.  Alla 
e  degli  avanzi  esistenti  tanto  dell' epoca  mola  è  il  precipizio  terribile,  e  poco  do- 
etrusca,  quanto  ancora  dell'epoca  10-  pò  una  cataratta:  il  sito  è  de'più  pitto- 
mana,  e  dovrò  contentarmi  a  ricordare  reschi,  e  pare  servito  a' veienti  per  luogo 
solamente  qualche  principale  indicazio-  di  supplizio,  come  a  Roma  la  rupe  Tar- 
ile, oltre  quelle  già  riferite.  Sir  William  pea.  Dalla  cataratta  si  sale  per  giungere 
Geli  pei  1 .°  pubblicò  la  pianta  esatta  di  alla  città  antica,  ove  forse  fu  la  porta  oc- 
Veii,  che  somiglia  ad  una  vasta  peniso-  cidentale  o  de'Selte  Pagi.  S'incontra  poi 
la,  nel  t.  1  delle  Memorie  dall'  Istillilo  una  sorgente  d'acqua  minerale,  e  il  sito 
di  corrispondenza  a rcheo logica, con  os-  dell'altre  porle,  che  ponno  designarsi,  se- 
servazioni,  ed  anco  nella  Topografia  di  condo  la  loro  direzione, co'nomi  di  Cam- 
Rorna  e  suoi  dintorni:  Le  mura  primi-  pana,  Fidenate,  Arce,  Are  Muzie,  Ponte 
live  erano  di  massi  irregolari  quadrila-  Sodo  oCapenate,  Sutrina,  Pietra  Perlu- 
Ieri  di  lufa  locale,  lunghi  fino  1  1  piedi,  sa,  Colombario.  Visibilmente  si  ricono- 
Gli  antichi  sepolcri  sono  incavati  nella  scono  a  fior  di  terra  le  fondamenta  dei- 
rupe  dell'Isola.  11  suo  fosso  e  il  rivo  Cre-  le  5  porte,  oltre  quella  per  a  Sette  Pagi, 
mera  determinano  il  sito  di  Veii  in  gui-  Sembra  però  clie  9  fossero  le  porte,  sen- 
sa  che  si  può  facilmente  misurarne  il  cir-  za  coniar  la  porta  della  cittadella  eh' e- 
cuito.  A  Veii  romana  anticamente  si  an-  ra  interna.  Oltre  le  mura,  il  sito  delle 
dava  da  Roma  perle  vie  Flaminia  e  Cas-  porte,  il  ponte  della  porta  di  Pietra  Per- 
sia ;  oggi  più.  ordinariamente  si  segue  la  tusa,  il  Ponte  Sodo,  i  tumuli  e  le  grotte 
strada  detta  dell'Isola,  che  dirama  dalla  sepolcrali,  altri  avanzi  non  rimangono  di 
Cassia  verso  il  X  miglio  a  destra.  Il  ca-  Veii  etnisca.  Del  municipio  di  Veii  ro- 
stello  dell'Isola  si  presenta  come  sopra  mana  altro  non  rimane  che  il  colomba- 
uno  scoglio  spiccato  dalla  catena  di  pa-  rio,  da'eontadini  chiamato  il  Cemeterio; 
lecchi  colli  dirupati,  di  forma  oblunga  fu  trovalo  intallo,  ornato  di  stucchi  di 
da  occidente  a  oriente.  Quel  dirupo  è  un  bello  stile  e  di  pitture,  ma  oggi  è  tutto 
ammasso  di  ceneri  vulcaniche  indurite  spogliato,  parte  per  l'incuria  e  parte  pel 
dall'acqua,  perciò  fragile  e  facile  a  fra-  vandalismo  de'  visitanti.  Esso  è  condo- 
narsi, per  cui  anticamente  era  più  alto,  sto  di  3  camere,  delle  quali  una  sola  è  ac- 
Molte  caverne  souo  aperte  nel  lato  della  cessibile.  Lungo  la  strada  romana  fra  le 


VEI 

porle  Siili  ina  e  Fidennte,  furono  scoper- 
te negli  scavi  varie  lapidi  sepolcrali,  ri- 
ferite e  dichiarate  dal  Nibby.  Nel  centro 
ove  fu  il  municipio  veiente  furono  tro- 
vate le  teste  colossali  d'Augusto  e  Tibe- 
rio, ora  nel  corridore  del  Musco  Glia» 
ramonti,  molte  altre  statue  frammenta- 
te, molte  teste,  una  statua  mutile  di  Ger- 
manico, molli  pezzi  d'architettura  e  24 
colonne  giacenti  e  non  ancor  messe  in  o- 
pera,  cioè  12  di  marmo  bianco  lunense 
di  circa  i3  palmi  d'altezza  e  3  di  diame- 
tro, d'ordine  ionico,  con  basi  e  capitelli 
di  forma  singolare;  e  12  di  marmo  bi- 
gio di  1  3  palmi  d'altezza  e  d'un  palmo  e 
mezzo  di  diametro,  con  basi  e  capitelli 
d'ordine  composito.  Colle  prime  Grego- 
rio XVI  fece  ornate  il  portico  dell'anti- 
co edilìzio  delle  Poste  pontifìcie  a  piazza 
Colonna  (come  narrai  nel  voi.  LlV,  p. 
3  1 4->  mentre  il  nuovo  ledescrissi  nel  voi. 
LXXIV,  p.  36o)  ;  colle  seconde  il  me- 
desimo Papa  fece  decorare  la  cappella  di 
s.  Benedetto  della  nuova  basilica  di  s.Pao- 
lo  (il  che  notai  nel  voi.  XII,  p.  223,  ed 
avendo  terminato  la  descrizione  di  quel 
tempio  splendidissimo  ne' voi.  LXXIII, 
p.  352,  LXXV,  p.  2  i4).  Queste  24  co- 
lonne sembra  che  fossero  in  origine  de- 
stinale ad  abbellire  la  basilica  di  Veii,  e 
per  conseguenza  presso  il  luogo  dove  es- 
se furono  trovate,  in  uno  alle  summen- 
lovate  sculture,  e  fu  probabilmente  il  fo- 
ro. Le  lapidi  pubblicale  dalJNibby  ricor- 
dano il  tempio  di  Marte,  la  scuola  della 
Fortuna  Forte,  il  teatro,  il  bagno,  il  cul- 
to alla  dea  Vittoria,  quello  a  Castore  e 
Polluce,  alla  Pietà,  ed  al  Genio  de'  ve- 
ienti.  Anche  il  Coppi  discorre  de'monu- 
menli  rinvenuti  negli  scavi  di  Veio,  indi 
acquistali  dal  governo  pontificio,  e  col- 
locati nel  museo  Vaticano.  Nel secolocor- 
iente,a  spese  della  famiglia  Giorgi  e  sotto 
hi  direzione  dell'avv.  Galli,  nel  1  8  1  o  s'in- 
(ominciarono  gli  scavi,  continuali  negli 
anni  seguenti,  sulla  spianala  d'una  col- 
lina esistente  a  settentrione  dell'  Isola 
Farnese,  come  ricavo  da  Coppi  e  da  JNib- 


VEI  3t 

by,  quest'ultimo  deplorando  che  gli  og- 
getti trovali  de'magnifici  avanzi  del  mu- 
nicipio veiente,  quando  poi  Pio  VII  li  fe- 
ce acquistare  pel  Vaticano,  non  furono 
tutti  collocali  nella  stessa  sala,  e  che  nello 
scavo  fu  trascurata  affatto  la  topografia 
delle  fabbriche  rinvenute.  Ne  fece  diver- 
se relazioni  all'accademia  romana  d'ar- 
cheologia Alessandro  Visconti,  i  cui  e- 
stralti  si  pubblicarono  nel  Giornale  di- 
partimentale di  Roma,  in  tempo  del  go- 
verno francese.  Divenuta  l'Isola  Farne- 
se proprietà  della  regina  di  Sardegna  M.* 
Cristina,  riprese  le  escavazioni  a'26  feb- 
braio 1 838  ei83g  nell'  antica  necropoli 
di  Veio  sotlo  la  direzione  dell'intelligen- 
tissimo marchese  Luigi  Biondi,  il  quale 
a' 1  g  aprile  i  838  lesse  nell'  Accademia 
d'Archeologia  il  Ragionamento  intorno 
alla  tabella  votiva  in  marmo,  trovata 
nell'  escavazioni  veienli.  Si  pubblicò  nel 
t.  9,  p.  2o5  de'  summentovali  Alti.  In- 
di il  marchese  commise  la  descrizione 
de'vasi  fìttili  trovati  ne'  sepolcri  dell'an- 
tica Veio,  al  dotto  archeologo  Campa- 
nari di  Toscanclla,  il  quale  vi  corrispo- 
se con  quella  illustrazione  stampala  con 
tavole  incise  nel  i83q,che  lodai  nel  voi. 
LXXVIII,  p.  269,  dedicata  al  conte  Avo- 
gadro  di  Colobiano  gran  maestro  e  con- 
servatore generale  della  casa  della  stessa 
regina.  Da  par  suo  descrisse  tali  sepolcri 
veienli  ed  i  vasi.  Dice  i  sepolcri  di  due 
specie,  altri  grandi  e  più  antichi,  forma- 
ti di  una  o  più  camere  co'  letti  funebri 
scolpiti  all'intorno,  su  de'quali  venivano 
deposti  o  interrati  i  cadaveri  ;  altri  me- 
no antichi  e  piccolissimi,  consistenti  in 
una  o  più  nicchie  scavate  parimente  nel 
tufo  e  capaci  a  contenere  non  più  che  un 
vaso,  e  talvolta  uua  piccola  urna  di  ter- 
ra cotta  coperchiala,  dove  riponevansi  le 
ossa  bruciate  del  morto  ;  e  presso  tali  nic- 
chie erigevasi  il  rogo  per  bruciare  i  ca- 
daveri. 1  vasi  neri,  quegli  altri  di  gran  9 
mole  con  rappresentazioni  d'  animali,  e 
gli  altri  tutti  di  più  antica  opera  e  fattu- 
ra Uovaronsi  sempre  disposti  intorno  a' 


32  VEI 

cadaveri  nelle  grandi  camere  sepolcrali. 
]  vasi  di  miglior  stile  ed  elegante,  e  quel- 
li altresì  più.  belli  per  diligenza  e  bontà 
di  disegno,  non  che  gli  specchi  di  metal- 
lo, le  tazze  e  altre  gentili  stoviglie,  furo- 
no tutte  rinvenute  entro  queste  nicchie, 
dove  fra  le  ceneri  e  le  ossa  brustolile  e- 
ìano  ancora  talvolta  anelli  d'  oro,  pen- 
denti, armiile,  aghi  crinali  di  osso  o  di 
metallo,  ed  altri  ornamenti  muliebri,  se 
di  donna  racchiudevansi  1'  ossa  dentro  i 
vasi.  Gli  etruschi  prima  interrarono  i  lo- 
ro cadaveri,  posteriormente  li  bruciaro- 
no riponendone  gli  avanzi  entro  vasi  di 
bronzo  o  di  terra  cotta,  o  in  urne  cine- 
rarie, che  fu  T  ultimo  uso  della  nazione, 
praticato  pure  da' romani.  La  maggiore 
o  minore  antichità  di  siffatti  sepolcri,  re- 
sta dimostrata  dalle  stoviglie  se  rozze, 
migliori  o  perfette.  Comunque  nella  col- 
lezione de'  vasi  veienti  trovati  nel!'  esca- 
vazioni in  discorso,  molli  sono  con  belle 
ed  eccellenti  pitture,  tutti  più  o  meno 
sentono  del  rigido  fare  della  vecchia 
scuola,  riè  ve  n'ha  uno  di  sì  finito  e  per- 
fettodisegno  diesi  possa  assegnare  a  que- 
si'  ultima  epoca,  il  perchè  deve  ritener- 
si, che  venisse  meno  la  fabbricazione 
tli  tali  fittili  in  Veio  nel  35g  di  l'ionia, 
quando  appunto  la  città  fu  domata  e  di- 
strutta dall'armi  vincitrici  romane.  1  va- 
si neri  di  terra  lisci  o  ornati  di  bassi  ri- 
lievi elegantissimijche  in  tanta  copia  tro- 
varonsi  ne'  più  antichi  sepolcri  di  Veio, 
non  hanno  molta  durezza  e  solidità  a 
proporzione  degli  altri,  perchè  la  loro 
cottura  non  è  portata  a  quel  grado  di  per- 
fezione delle  stoviglie  dipinte,  per  cui 
crede  il  Campanari  che  poco  o  nulla  ser- 
vissero ad  altri  usi  della  vita  civile,  ma 
sibhene  unicamente  alle  funebri  pompe 
e  ceremonie  degli  antichi.  Degli  altri  va- 
si le  stesse  pitture  iusegnano  l*  uso  cui 
erano  destinati.  Furono  primieramente 
adoperati  ad  uso  de'sagrifizi  verso  i  Nu- 
mi, non  che  di  premio  a*  vincitori  negli 
atletici  combattimenti,  e  in  altre  feste  e 
giucchi,  ed  ancora  secondo  l'argomento 


VEI 

delle  pitture,  di  donativi  fra  gli  amanti, 
od  a  causa  di  matrimonio,  d'  ospitalità 
e  d'amicizia.  In  fine  servivano  a  tutti  gli 
usi  domestici  e  ci  vili, che  del  pari  rappre- 
sentati  vi  sono.  Fu  costume  degli  antichi 
di  conservare  nella  Sepoltura  (f.)  gli  og- 
getti che  in  vita  s'ebbero  cari  i  defunti, 
per  la  credenza  che  I'  anime  dei  beali 
conservando  dopo  morte  il  proprio  abi« 
to  eie  proprie  loro  costituzioni,  prendes- 
sero diletto  delle  cose  che  vivendo  ebbe- 
ro care  e  affezionate,  massime  dalla  na- 
zione Toscana  (/'.)  antica.  Anche  il  mar- 
chese Campana  intraprese  dispendiose 
ricerche  e  intelligenti  scavi  in  alcune 
colline  che  formano  parte  dell'antica  ne- 
cropoli veiente,  ri m petto  al  luogo  ove 
già  brillò  questa  fortissima  città  etnisca. 
Trovò  fra  le  molte  altre  quella  tomba  o 
grotta  sepolcrale,  la  sola  intatta  dell'an- 
tichissima Veti,  il  cui  disegno  e  sua  eru- 
dita illustrazione  pubblicò  1'  Album  di 
Roma  nel  1 843,  col  1. 1  o ,  p.  249.  La  re- 
gina di  Sardegna  fece  riprendere  gli  sca- 
vi colla  direzione  del  valentissimo  archeo- 
logo commend.  Luigi  Canina,  il  quale 
pose  in  più  chiara  luce  1'  ubicazione  di 
Veio,  e  quindi  pubblicò  con  4^  belle  ta- 
vole e  alcune  colorite,  L'antica  città  dì 
Vej  descritta  e  dimostrata  con  i  monu' 
menti,  Roma  1 847.  Quest'opera  non  fa 
posta  in  commercio,  siccome  di  pochi 
esemplari.  Del  sepolcro  denominato  dal- 
lo scopritore  e  illustratorecWyjo/croCa/n- 
pana,  e  dai  contadini  locali  Porta  di 
ferro,  e  dell'  opera  del  Canina,  risultato 
degli  scavi  di  più  di  mille  sepolcri,  nel 
1837  ne  die  contezza  nel  t.  3  della  nuo- 
va serie  del  Giornale  Arcadico  a  p.  5g 
e  seg.  il  eh.  Fabio  Gori  nella  sua  erudi- 
ta e  interessante  :  Scorsa  a  Veii  una 
delle  capitali  d'  Etruria,  1  2  miglia 
lungi  da  Roma.  Quanto  allo  scopritore 
del  Sepolcro  Campanaio  celebra  come 
lo  scrittore  dell' Opere  in  plastica. Quan- 
to a'vasi  trovali  dal  Canina,  dice  che  so- 
no di  tre  generi.  Il  i.°  è  il  più  particola- 
re de'  veieuti,  perchè  raramente  si  trovò 


VEI 

negli  aldi  sepolcri  etruschi, consistenti  in 
vosi  di  bella  vernice  nera,  sottile,  e  di 
mirabile  artifizio.  Altri  hanno  geni  ala- 
ti, o  fasciature  semplici,  o  animali  con 
due  soli  colori,  ed  effigie  di  animali  inci- 
si solo  a  contorno.  Il  2.0  di  vasi  di  gran- 
dissima dimensione,  ove  dipinti  sono 
con  colori  a  corpo,  geni  aligeri  e  anima- 
li. Il  3.°  mostra  T  ultimo  genere  di  va- 
si, ma  rarissimi  fra  le  tombe  veienti,  di- 
pinti con  vernice  fina.  Dirò  per  ultimo, 
che  si  legge  nel  n.°  1  o5  del  Giornale  di 
lìoma  del  1 853,  che  l'imperatrice  del 
Brasile  Teresa  Cristina  M."  di  Borbone, 
avendo  ereditato  la  maggior  parte  dei 
fondi,  che  possedeva  nelle  vicinanze  di 
Boma  la  sullodata  sua  zia  regina  di  Sar- 
degna, non  volle  trascurare  di  prosegui- 
re quanto  si  soleva  praticare  da  quella 
benefica  sovrana  proleggilrice  delle  an- 
tichità e  delle  belle  arti,  a  vantaggio  del- 
le medesime.  Commise  pertanto  al  coni- 
menci.  De  Figueiredo  incaricalo  d' alfa- 
li  dell'  imperatore  consorte  presso  la  s. 
Sede  e  la  corte  di  Toscana,  e  suo  pro- 
curatore per  1'  amministrazione  del  det- 
to pati  imonio,d'imprendere  alcune  esca- 
vazioni nel  territorio  dell'  Isola  Farnese 
dove  esisteva  l'antica  Veii.  L'escavazio- 
ni  intraprese  nel  dicembre  1  852,  ebbero 
luogo  primieramente  nella  parte  selten- 
tuonale  dell'antica  città,  ove  esisteva  la 
principale  sua  necropoli;  e  si  scavarono 
più  di  120  vetusti  sepolcri,  in  cui  si  rin- 
venne una  ragguardevole  quantità  di  sto- 
viglie per  più  gran  parte  nere,  e  pochis- 
sime dipinte.  Siffatta  particolarità  si  ren- 
de importante  per  la  storia  di  tali  ogget- 
ti; poiché  tra  le  città  principali  dell'an- 
tica Etruria,  di  quella  de'  veienti  essen- 
do più  cognito  il  principio  della  sua  pro- 
sperità ed  il  suo  territorio  alla  pertinen- 
za di  tale  antico  popolo,  si  trova  così  in 
modo  più  convincente  confermata  la  pre- 
cedenza dell'  uso  delle  stoviglie  dell'in- 
dicala semplice  specie,  su  quello  delle  di- 
pinte, ed  essersi  quest'  ultime  introdot- 
te in  piìi  gran  numero  solamente  non 

VOL.  LXXXIX. 


VEI  33 

prima  dell'  8.°  secolo  avanti  l'era  nostra. 
Quindi  nel  fine  di  febbraio  1 853  si  ri- 
volsero le  ricerche  nella  parte  occupata 
propriamente  dalla  città  antica,  ove  si 
scopersero  a  poca  profondità  le  reliquie 
di  varie  case  stabilite  incirca  ne'primi  an- 
ni dell'impero  romano  sulle  fondamenta 
di  ùmili  fabbriche  assai  più  antiche,  che 
si  trovarono  corrispondere  lungo  una  via 
interna  che  metteva  alla  porta  occiden- 
tale, da  cui  usciva  la  via  esterna  che  si  ri- 
volgeva verso  la  via  Cassia.  E  tra  le  stes- 
se reliquie  si  rinvennero  diversi  oggetti 
di  scultura  romana  in  marmo,  che  ser- 
vono principalmente  a  dimostrare  avere 
la  città  stessa  continuato  a  prosperare  an- 
che dopo  d'essere  stala  ridotta  a  muni- 
cipio romano.  Tra'medesimi  oggetti  me- 
rita considerazione  una  statua  muliebre, 
che  si  crede  essere  una  Pomona,  di  poco 
inferiore  del  vero,  e  quasi  per  intero  con- 
servata; e  diverse  piccole  figure  per  Io 
più  di  rappresentanza  Bacchica  con  una 
piccola  Cariatide  scolpita  in  marmo  gial- 
lo detto  numidico.  Fa  ri  mente  si  rinvenne- 
ro frammenti  d'una  Vittoria  alata  scol- 
pila in  bassorilievo  per  onorare  alcuna 
vittoria  riportata  da  qualche  imperatore 
romano  che  protesse  il  medesimo  muni- 
cipio. Si  sono  inoltre  rinvenuti  diversi 
pavimenti  di  camere  composti  con  varie- 
tà di  marmo  delle  più  scelte  specie,  fra' 
pochi  marmi  scrini,  rinvenuti  nelle  stan- 
ze scoperte,  meritano  considerazione  3 
frammenti  appartenenti  ad  un'  iscrizio- 
ne monumentale  dell'  imperatore  Tibe- 
rio, scoperti  da  vicino  al  luogo  in  cui  nel 
18  j  4  si  rinvenne  la  bella  statua  summeri- 
tovata,  poiché  da  tali  reliquie  conoscen- 
dosi essere  stata  l'iscrizione  stessa  collo- 
cala in  Veii  per  alcuna  concessione  otte- 
nuta da  quel  principe,  si  viene  più  for- 
malmente a  convalidare  la  corrisponden- 
za in  tal  luogo  dell'antica  città  di  Veii, 
come  fu  ampiamente  dimostrato  anche 
nella  suencomiala  opera  di  Canina;  men- 
tre di  tutte  le  altre  iscrizioni  in  cui  leg- 
gest  il  nome  de'veienti  e  della  loro  città, 
3 


34  VEL 

non  si  conservò  precisa  memoria  del  lo 
ro  ritrovamento,  donde  n'era  derivata 
l'incertezza  sulla  vera  corrispondenza  di 
posizione  della  città  stessa. 

VELIA,  Elea,  lidia,  Heyla.  Antica 
sede  vescovile  d'Italia,  nella  Lucania,  la 
quale  si  divide  nelle  provincie  ecclesia- 
stiche di  Rossano  e  Cosenza.  Neil'  Ita- 
lia sacra  }\..  io,p.  1 83,  Velinus  Epi- 
scopati^, s\  dice  che  esisteva  nel  VI  seco- 
lo, essendo  vacata  nel  pontificato  di  s. 
Gregorio  I,  che  fiorì  nel  declinare  di  ta- 
le secolo;  il  quale  Papa  incaricò  Feli- 
ce vescovo  Agropolitano  per  fare  la  vi- 
sita della  chiesa  di  Velia  nel  5cj2.  Igno- 
ransi  i  nomi  de'  vescovi  che  ne  occupa- 
rono la  sede.  La  città  si  vuole  edificata 
a  tempo  di  Servio  Tullio  re  di  Roma 
da'focesi,  perciò  stimata  colonia  greca,  e 
si  vuole  patria  de'  filosofi  Parmenide  e 
Zenone  seguaci  di  Pitagora.  Sorgeva  cir- 
ca 200  stadi  distante  da  Possìdonia.  I 
geografi  sono  discrepanti  nell'assegnarne 
la  località  :  l'Holstenio  vuole  che  sia  a  Ve- 
lia succeduta  Castello  a  Mare  della  Truc- 
ca, come  opina  pure  il  Nibby  ;  Barrio, 
s.  Bonifacio;  Nigro,  Ulastra  ;  Ligorio, 
Policastroj  Paudolfo,  Scalaj  Cluverio 
e  altri, Pisciotta.  Quest'ultimo  è  un  bor- 
go del  regno  di  Napoli  del  Principato 
Citeriore,  capoluogo  di  cantone  a  3  leghe 
da  Vallo  e  17  da  Salerno,  presso  al  ma- 
re Tirreno.  Ha  bellissima  chiesa  parroc- 
chiale e  un  convento,  palazzo  e  parecchie 
case  ben  fabbricate.  Vi  si  fa  abbondan- 
te pesca,  e  il  territorio  produce  squisiti 
frutti,  vini  e  olio  ricercati. 

VEL1KA-PERMIA.  Sede  vescovile 
di  Moscovia,  unita  all'  arcivescovato  di 
Fiatka  (V.). 

VEL1K1E-LUR1.  Città  vescovile  di 
Russia  in  Europa  e  governo,  a  47  le- 
ghe da  Pskov,  sulle  due  sponde  del  Lo- 
vat.  Il  quartiere  della  città  che  trovasi 
sulla  sponda  sinistra  di  tal  fiume  è  for- 
tificato da  un  terrapieno,  da  bastioni  e 
palizzate, e  possiede  7  chiese.  Quello  che 
fciace  sulla  sponda  destra,  viene  conside- 


V  EL 

rato  come  sobborgo,  e  vi  sono  un  mona- 
stero di  monache  e  tre  chiese.  I  due 
quartieri  sono  riuniti  per  mezzo  di  un 
ponte,  e  insieme  posseggono  molte  fab- 
briche di  corami.  Questa  città  è  molto 
antica,  e  fu  di  sovente  presa  nelle  diverse 
guerre  che  accaddero  tra'  principi  russi 
neh  198:1  lituani  aiutati  dagli  abitanti  di 
Polotzk  furono  ad  attaccarli,  ma  non  po- 
terono impadronirsene.  Nel  1 4-4-8  t  nov- 
gorodi  la  cedettero  al  gran  principe  di 
Mosca  Ivan  Basilio  III.  Nel  1  58o  il  re  di 
Polonia  Stefano  Batori  se  ne  insignorì, 
ma  la  rese  alla  Russia  dopo  due  anni  al- 
la pace.  Nel  1611  fu  presa  e  arsa  da'par- 
titanti  de'  falsi  Dmilri,  e  rimase  vuota 
per  9  anni.  Lo  czar  Michele  Fedoro- 
vitz  la  ripopolò  inviandovi  una  colonia 
di  cosacchi  Uralii  e  del  Don, che  a  casti- 
go di  una  ribellione  erano  slati  spedili 
ad  una  fazione  in  Polonia  e  in  Livonia, 
nella  quale  aveano  meritato  il  perdono 
mediante  una  buona  condotta;  le  quali 
genti  piò  non  curandosi  di  ripatriare,  ot- 
tennero la  permissione  di  stabilirsi  in  Ve- 
like.  L'antico  suo  vescovato  venne  uni- 
to a  quello  di  Novgorod-Veliki  (V.). 

VEL1K1-OUST10UG,  o  USTIUG 
o  USTING.  V.  Oustioug-Veliki. 

VELLETRI  (Feliterncn).  Città  con 
residenza  vescovilesuburbicaria  dello  sta- 
to pontificio,  antichissima  del  famigerato 
Lazio  (?  •),  già  una  delle  nobilissime  e 
celebri  capitali  de  bellicosi  e  possenti  vol- 
sci;  indi  e  successivamente  capoluogo  del 
privativo  governo  del  cardinal  vescovo,poi 
della  legazione  di  Velletri,edal  i85o  del- 
la delegazione  apostolica  di  Marittima,  e 
facente  parte  della  legazione  apostolica  di 
Marittima  e  Campagna,  per  disposizione 
del  regnante  Papa  Pio  IX^P.).  La  nuo- 
va legazione  la  formò  colle  provincie  di 
EellctrioMav\ll\aìa,<.\\Frosinone  e  Pon- 
te Corvo,  e  di  Benevento, conservando  a 
ciascuna  il  proprio  preside,  e  legato  apo- 
stolico della  medesima  dichiaraudo  il  car- 
dinal vescovo  d'Ostia  e  Velletri  decano 
del  sagro  collegio.  Nel  2.0  di  tali  articoli 


VEL 
resi  ragione  del  vocabolo  Marittima  e 
Campagna  ,  in  generale  corrispondente 
quest'ultimo  alla  provincia  di  Fresino- 
ne, esistente  in  contrada  piana  e  mon- 
tuosa, denominala  per  antonomasia  Cam- 
pagna  di  Romaje\'a\Ua  a  quella  di  Vel- 
htri,  esistente  in  suolo  piano  e  litoraneo 
che  confina  al  mare.  Abbiamo  d'Anto- 
nio Sanfelici,  De  origine  et  sita  Campa- 
nia!', Nenpoli  1 636.  Nell'antichità  sono 
fiimose  le  forti  e  bellicose  provincie  abi- 
tale dagli  ernici  e  da'volsci,  ricche  delle 
dovizie  e  fertilità  de'monti,  ed  abbondan- 
ti della  grassezza  e  copia  de'campi  e  prati. 
Nel  voi.  LXXIV,  p.  1 76,  ricordai  i  luoghi 
ove  descrissi  i  famosi  e  clamorosi  giuochi 
d'Agone  e  di  Testaccio  celebrati  inPioroa 
nel  medio  evo,  a' quali  le  due  provincie 
dovevano  mandare  giostratori  esperti  e 
giovani,  cioè  le  comuni  di  Terracina,  Pi- 
perno,  Velletri ,  Anagni  ,  Sezze  ,  Acqua 
Putrida  e  altre.  La  catena  degli  elevati 
monti  Lepini,  molto  estesa  fra  le  vie  La- 
tina e  Appia,  distingue  la  Campagna  di 
Roma  nelle  due  provincie  di  Marittima 
e  di  Campagna,  come  dichiara  il  corano 
Marchiafava.  Il  veliterno  cardinal  Borgia 
nella  Breve  istoria  del  dominio  tempo- 
rale della  Sede  apostolica,  a  p.  256,  ri- 
ferisce al  secolo  XI  la  divisione  della  Cam- 
pania in  Campania,  poi  detta  volgarmen- 
te Campagna,  e  Marittima. Pertanto  os- 
serva, che  quelle  terre,  le  quali  circa  il  se- 
colo XI  si  divisero  in  Campania  e  Marit- 
tima, in  antico  col  solo  nome  di  Campa- 
nia venivano  considerate.  Posta  questa  di- 
stinzione, si  ponderino  i  luoghi  de' quali 
parla  il  diploma  di  Lodovico  I,  nella  con- 
ferma del  possesso  de'dominii  alla  s.  Se- 
de (conferma  corrispondente  all'  obbligo 
non  solamente  di  non  molestarne  il  pos- 
sesso,  ina  anche  di  difenderlo;  ecco  pro- 
priamente quanto  imporla  vano  le  confer- 
me imperiali,  del  resto  gì'  imperatori  per 
mera  prolezione  e  avvocazia,  come  Pa- 
trizi di  Roma,  giuravano  di  difendere  e 
proteggere  la  Chiesa  romana  e  il  suo  prin- 
cipato temporale,  ed  a  tale  effetto  un  teni- 


VEL  3? 

pò  giurarono  i  romani  fedeltà  all'impera- 
tore), e  sono:  Seg/iiam,  Anagniam,  Fu- 
renti'man  seti  Ferenlinum,  Alalrum,  Pa- 
tricum,  Frisilunam  velFrisilìmam,  cimi 
omnibus  finìlus  Campaniae.  Da  questo 
si  vede  che  il  ducato  di  Roma  (/'.)  ab- 
bracciò le  terre  dell'odierna  Campania  o 
Campagna,  ma  non  già  quelle  conosciu- 
te ora  col  noinedi  Marittima, chesono  Al- 
bano (ora  con  altri  luoghi  di  Marittima 
sotto  la  Co  ni  a  rea  di  Roma,  ed  in  tale  ar- 
ticolo descritti),  Velletri,  Cori  e  altre;  il 
che  fece  credere  dal  non  vedersi  nomi- 
nate ne'diplomi  di  Lodovico  I,  degli  Ot- 
toni e  di  s.  Enrico  II,  fra'lnoghi  del  duca- 
to Romano.  Nola  pure  il  Borgia  ,  mau- 
carsi  di  documenti  per  indicare  con  chia- 
rezza a  chi  inque'tempi  rimanessero  sog- 
gette le  ultime  mentovate  città,  se  a'  du- 
chi di  Benevento,  ovvero  a  que'di  Spole- 
to. Il  ducato  Romano  mentre  maggior- 
mente estendevasi  dalla  parie  di  Toscana 
o  Pa trùnonio  di  s.  Pietro,  avea  minore 
estensione  nella  parie  diCampania^quin- 
di  pare  che  dalla  parte  d'Albano,  Velletri 
ec.  dovesse  fissarsi  quel  ristretto  confine, 
del  quale  scrisse  s.  Gregorio  II  nel  727 
all'imperatore  greco  Leone  III,  del  qua- 
le non  poteva  temere  24  stadi  da  Roma 
o  3  miglia.  E  se  Terracina,  ch'è  dell'  o- 
diernaMariltima,  ubbidiva  a  Papa  Adi  in- 
no I  del  772,  non  per  questo  può  dedur- 
sene  che  al  ducato  Romano  appartenes- 
se, giacché  questa  città  fu  de'greci  ossia 
del  ducato  di  Napoli,  ed  il  Papa  I'  avea 
presa  e  la  riteneva  in  compenso  del  Pa- 
tri/nonio  JYapoletano,che  i  medesimi  gre- 
ci avevano  alla  Chiesa  romana  violente- 
mente usurpato,  a  ciò  istigati  da  Arigiso 
li  duca  di  Benevento.  Ne'tempi  bassi  in- 
tralciata e  oscura  è  la  corografia  dell'Ita- 
lia, onde  nelle  ricerche  de'luoghi  che  ap- 
partennero al  ducatoRomanOjil  Borgia  si 
appoggiò  alle  memorie  più  sicure, rilevan- 
do che  senza  buon  fondamento  Le  Colu- 
te scrisse  neW'Epist.  65  del  Cod.  CaroL, 
t.i,  che  le  città  di  Pipemo,d\  Terraci- 
na e  di  Sezze  entrassero  io  qucslo  duca- 


36  V  E  L 

to.  Per  Terracina  si  è  detto  come  allora 
era  dominata  dal  Papa;  quanto  poi  a  Pi- 
perno  e  Sezze,  il  silenzio  degli  antichi  mo- 
numenti fa  sì  che  la  cosa  rimanga  assai 
incerta.  La  denominazione  di  ducato  Ro- 
mano non  fu  sempre  costante,  mentre  tal- 
volta parte  delle  sue  lene  vennero  indi- 
cate sotto  i  nomi  di  Territorium  e  Ter- 
ra s.  Pelri,  nel  secolo  IX;  e  tal'allra  fu- 
rono tutte  comprese  sotto  i  nomi  di  Cam- 
pania ,  di  Toscana  e  di  Romania,  come 
neldiplomadell'877  diCarlomanno.  Del- 
l'origine  del  dominio  temporale  della  s. 
Sede  nelle  città  e  luoghi  delle  provincie 
di  Marittima  e  Campagna,  meglio  ragio- 
nai a'Ioro  articoli;  avendo  detto  altrove 
che  quando  Innocenzo  VI  nel  1  353  co- 
stituì vicario  generale  di  tutto  lo  stato 
pontificio  il  celebre  cardinal  Albornoz, 
coniò 6  proviucie,  fra  le  quali  la  Campa- 
gna e  la  Maremma.  Di  più  il  Borgia  nar- 
ra a  p.  292, come  Carlo  Maguo  restituì  al 
ducato  Romano  alcune  città  della  Cam- 
pania, tolte  già  dal  duca  di  Benevento, 
cioè  Soia,  Arce  ,  Arpino  e  Aquino,  e  vi 
aggiunse  ancora  Teano  e  Capùa,  staccan- 
dole dal  ducato  di  Benevento,  il  quale  pu- 
re olhì  a  s.  Pietro,  per  allora  riserban- 
dosene la  sovranità,  e  così  di  quello  di 
Spoleto.  Perciò  separò  dette  città  della 
Campania  dal  ducato  Beneventano,  on- 
de ne  fosse  subito  dato  il  possesso  al  Pa- 
pa. Inoltre  apprendo  dal  medesimo  Bor- 
gia, Memorie  isteriche  della  pontificia 
città  di  Benevento,  t.  2,  p.  1 94,  che  il  go- 
verno di  Beneveuto  fu  già  unito  con  quel- 
lo di  Marittima  e  Campagna,  e  di  tale 
mnone  lai.'1  memoria  la  trovò  in  un  mo- 
numento marmoreo  del  1  3a  f ,  in  cui  si 
legge  il  titolo  di  Rettore  di  Benevento  e 
della  Campagna  attribuito  a  Guglielmo 
di  Balaeto,  com'è  pure  la  1."  memoria  di 
così  fatta  unione  di  rettorie,  della  quale 
pel  rimanente  del  secolo  XI V,  e  ne'piin- 
cipii  del  secolo  XV  si  hanno  più  esempi  ; 
ma  perchè  poi  si  considerò- che  un  me- 
desimo rettore  non  poteva  agevolmente 
accudire  al  governo  di  lene  talmente  fra 


VE  L 

loro  segregate  e  distinte, senza  grave  in- 
comodo non  meno  de'  pontificii  rettori, 
che  de'suddili  della  s.  Sede,  tornarono  a 
separarsi  queste  rettorie,  e  a  darsi  a  cia- 
scuna il  suo  rettore.  Dopo  il  rettore  Gu- 
glielmo di  Balaeto,  nella  cronologia  de' 
governatori  di  Benevento  tessuta  dal  Bor- 
gia, vengono  i  seguenti.  Nel  1  32  5  Gerar- 
do della  Valle  priore  della  chiesa  di  s. 
Tommaso  di  Montpellier,  intitolato  ret- 
tore di  Benevento  e  delle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna.  Neh 336  Ruggieri 
di  Vintrano  rettore  di  Benevento  ,  e  di 
Marittima  e  Campagna,  ma  non  risiede- 
va in  detto  anno  iu  Benevento,  lenendo- 
vi in  sua  vece  Raimondo  abbate  del  mo- 
nastero di  Casanova  con  titolo  di  luogote- 
nente. Ugouo  Guidardi  neh  365  arci  ve- 
scovo di  Benevento,  è  nominato  assoluta- 
mente rettore  di  Benevento.  Gli  successe 
nel  1 3 7  1  Daniello  de'marchesi  del  Car- 
retto cavaliere  gerosolimitano  e  priore  di 
Lombardia, rettore  di  Benevento:  Grego- 
rio XI  con  breve  del  1 3j^  lo  dichiarò  ca- 
pitano generale  di  tutto  il  territorio  Pia- 
centino, uel  quale  è  chiamato  rettore  del- 
le provinciedi  Campagna  e  Marittima;  ed 
il  Borgia  crede,  che  in  un  medésimo  tem- 
po avesse  ancora  la  rettoria  di  Benevento. 
Raimondello  del  Balzo  Orsini  rettore  di 
Benevento  a  vitaj  della  quale  città  s'  im  - 
padroni  Ladislao  redi  Napolie  Giovanna 
lì  di  lui  sorella,  la  quale  nel  1 4 18  col  con- 
senso di  Martino  V  uè  investì  Sforza,  che 
ne  tramandò  in  retaggio  il  dominio  a 
Francesco  suo  figlio  neh 424  conferma- 
togli dallo  stesso  Martino  V  ,  sotto  del 
quale  Benevento  tornò  ad  essere  gover- 
nato da'ponliljcii  rettori,  leggendosi  che 
neh 428  vi  era  rettore  Giacomo  vescovo 
di  Guardia  Alferia,  e  nel  i43o  Giovanni 
di  Vico  detto  Peroltino  da  Viterbo.  In- 
di si  riunì  questa  rettoria  di  Marittima  e 
Campagna,  essendo  succeduto  a  Perolli- 
110  Arrigo  Scara  rapo  d'  Asti  vescovo  di 
Felli* e  Belluno,  rettore  di  Benevento, 
e  di  Marittima  e  Campagna.  In  tempo  «li 
Eugenio  IV  dimorava  per  lui  iu  Bene  veti- 


VE  L 
|«  il  suo  vicario  Benedetto  da  Gualdo,  il 
quale  compilò  alcuni  statuti  per  la  città 
in  suo  nome.  Inoltre  Arrigo  era  stato  se- 
gretario di  .Sigismondo  imperatole,  e  nel 
l4«6  intervenuto  al  concilio  di  Costan- 
za; morto  in  Fellre  a'29  settembre  1 44° 
in  odore  di  santità,  onde  il  corpo  si  con- 
serva incorrotto  in  quella  cattedrale.  Do- 
po Sca rampo,  il  Borgia  non  trovò  altro 
rettore  ili  Benevento,  die  nello  stesso  tem- 
po avesse  unita  ancora  la  rettoria  delle 
Provincie  di  Marittima  e  Campagna.  Le 
Provincie  di  Marittima  e  Campagna  eb- 
bero moltissimi  governatori  generali  col 
titolo  di  rettori,  cioè  Rcclores  provin- 
cine Maritimele  et  Campani  àe  ,  ovvero 
Campania*  et  Maritimae,  e  di  non  po- 
chi ne  parlai  descrivendo  i  luoghi  delle  me- 
desime, come  di  Petronio  Conte  (antico 
titolo  óe  governatori)  della  Cam  pugna  e 
di  Ceprano  (I  •),  il  cui  figlio  Onorio  I, 
forse  ivi  nato,  fu  Papa  nel  620,  e  vi  pos- 
sedeva un  fondo  o  patrimonio  della  Chie- 
sa, come  notai  nel  voi.  Lll,  p.  5;  la  qual 
città  com'altre  ebbe  de'cardinuli  per  spe- 
ciali governatori.  Nelle  biografie  de'car- 
<  li  ilei  li  si  ponno  vedere  que'reltori  dipoi 
elevati  al  cardinalato;  e  tra' più  antichi 
ricorderò  il  bealo  Berardo  Ber  ardi,  ile' 
gran  conti  di  Marsi,\valo  nel  1 080,  e  Pie- 
tro Galluzzi  creato  cardinale  nel  1190. 
Anticamente  l'abbate  di  Monte  Cassino 
(/  .),  ove  già  sorgeva  la  città  volsca  di 
Cassino  0  Cassiua,  tra' suoi  titoli  usava 
quello  ili  Comes  et  Rcctor  Campatane 
Marini/nacque  provinciarum.  Ebbero 
pure  moltissimi  cardinali  legati,  i  quali 
risiederono  in  varie  città  delle  provincie 
si  esse,  come  A  tingiti  ,  A  latri  ,  Pi  per  no, 
Ferentino  ove  fu  la  curia  generale  ec,  e 
lo  rilevai  nelle  loro  biografie,  e  per  ram- 
mentarne alcuni,  tali  furono  i  cardinali 
/  go  (VA latri,  Gregorio  Teùdali,  Stefa- 
no Normandis,  Giordano  Pirunlo  o  Pe- 
tonti  Contida  Tcrracina,  Francesco  Te- 
buldeschi  ,  Francesco  Prignaui ,  Pietro 
Sasso,  Ugo  di  Lusignano,  di  Casa,  For- 
cole Gonzaga,  Francesco  Gonzaga  30ìq- 


V  E  L  37 

vanni  Moles,  Agostino  Trivulzi,  Vitel- 
lozzo  Vitellozzi ec.  ec.  Di  altri  ne  farò  ri- 
cordo nel  progresso  di  quest'articolo:  l'ul- 
tima fu  il  cardinal  Antonio  Pallolta,  del- 
la cui  legazione  alla  sua  volta  parlerò.  Il 
i.°  legato  di  Velletri  fu  il  cardinal  Pac- 
ca, ed  il  nuovo r.°  legato  di  Marittima  e 
Campagna,  vale  a  dire  dell'ampliala  le- 
gazione già  indicata, è  il  cardinal  Macchi. 
De' presidi  di  Velletri  di  poi  ne  riferirò 
le  notizie.  Nelle  Notizie  di  Roma,  de' pre- 
lati governatori  di  Marittima  e  Campa- 
gna residenti  a  Frosinone,  se  ne  può  leg- 
gere la  serie  dal  1717  al  1808,  ossia  da 
mg.r  Gio.  Francesco  Leonini  romano,  a 
mg/  Fabrizio  Turiozzi  di  Toscanella,poi 
cardinale;  come  pure  il  novero  de' dele- 
gati apostolici  di  Prosinone,  da  mg.r  O- 
norato  Bres  nel  18  16,  all'  odierno  mg/ 
FerdinaudoScapitta,per  la  qual  ciltàLeo- 
ne  XII  col  breve  Roma  ni  s  Pontifi.cibusi 
de'9  dicembrei828,  Bull.  Rom.cont.  t. 
1  7,  p.  4^o:  Rcslitutio  titilli  civitatis  cimi 
nspondenlibus  privilegiis,  et  honoribus 
prò  oppido  Frusinonis  apud  Volscos  e- 
xistenlis.  Nel  quale  si  legge  ;  Praeterea 
non  dissimile  ventati  omnino  videtur  e- 
piscoporum  sedem  olim  fuisse  ,  postea 
tornea  Ecclesiae  V erulanae  adjunctum, 
Sed  omnibus  nolum,  tic  per  spedimi  cstt 
longa  ab  hinc  minorimi  serie  ibi  ponti- 
ficiae  Sedis  praefectos  Maritimae  et 
Campaniae  provinciae  juisse ,  atque  e- 
tiam  nunc  esse,  Ne'miei  cenni  su  Frosi- 
none  e  sua  illustre  delegazione  apostolica, 
giovandomi  ancora  del  Saggio  istorico  di 
Frosinone  del  celebre  e  dotto  frusinate 
cav.  Giuseppe  de  Matlheis  (sommo  pro- 
fessore di  medicina,  le  cui  notizie  necro* 
logiche  riporta  il  Giornale  di  Roma  dei 
1807  a  p.  989,  quindi  ['Album  di  Roma 
e  col  suo  ritratto  nel  t.  24  j  P-  4°9  >  d 
diede  !a  bellissima  biografia  del  eh.  Qui^ 
tino  Leoni),  già  compilai  ut]  elenco  d'al- 
cuni cardinali  legati  della  provincia  di 
Marittima  e  Campagna, de'prelati gover- 
natori generali  della  medesima  ede'dele- 
gatidiFrosiuoue  poscia  cardinale  qui  col- 


33  VEL 

le  Notizie  di  Roma  vi  aggiungo  il  prelato 
e:  ora  cardinal  Domenico  Sa  velli,  che  nel 
1 833  successe  a  mg." Gioacchino  Proven- 
zali, al  quale  porporato  fu  sostituito  nel 
1 838  n>g.r  Marcello  Orlandini  della  pro- 
vincia diPerugia, ora  da  giudice  deputato 
per  le  cause  ecclesiastiche  nel  civile  Tribu- 
nale ili  Roma,  promosso  a  vice-presiden- 
te del  medesimo  tribunale:  questi  ebbe  a 
successori,  nel  1 843  mg.r  Andrea  Pila  di 
Spoleto,  attualmente  niitiistrodell'inter- 
no;  nel  1 848  mg.r  Pa.»quale  Badia,  al  pre- 
sente delegato  d'  Urbino  e  Pesaro;  nel 
i852  mg.'  Lorenzo  Dialti  (degno  nipo- 
te del  cardinal  Benvenuti  benemerentis- 
simo preside  contro  il  brigantaggio  di  que- 
ste provincie,  per  le  quali  fece  stampare: 
Istruzioni  e  Regolamenti  nelle  provincie 
di  Marittima  e  Campagna),  ora  votante 
di  segnatura;  e  nel  marzo 1 858  l'odier- 
no mg/  Ferdinando  Scapitta.  Nel  1849 
nella  tipografia  di  Ferentino  de'  fratelli 
Bono  fu  pubblicato:  Lettere  slorico-to- 
pograjìco-archeologiche  sopra  alcuni 
luoghi  della  provincia  di  Prosinone ,  a 
cui  si  unisce  la  nota  de*  cardinali  legati 
e  delegati  di  questa  provincia  non  de- 
scritti nell'elenco  dato  alla  luce  dal  eh. 
sig.  De  Malthaeis  nella  sua  storia  Fru- 
sinate, e  vi  si  unisce  pure  un  saggio  sto- 
rico di  Vallecorsa  una  voltaV  allisCur- 
tia,  opera  di  M.  D.  M.  Egli  è  questi  il  eh. 
Michele  de  Mallhias  di  Vallecorsa  auto- 
re di  diverse  opere  pubblicale,  e  nel  de- 
corso di  questa  mia  in  buona  parte  ono- 
revolmente ricordate,  persino  negli  ulti- 
mi volumi,  ed  anche  con  riprodurne  al- 
cuni estratti  delle  medesime;  il  quale 
scrittore  si  compiacque  inviarmi  il  det- 
to suo  libro  con  l'epigrafe:  In  segno 
della  più  cordiale  stima  e  rispetto.  Le 
mentovate  sue  Lettere  si  contengono  in 
un  libro  d' 88  pagine.  Siccome  mi  ri- 
guardano ,  e  del  contenuto  dovendone 
poi  ragionare  all'  opportunità,  convie- 
ne che  qui  ne  dia  un  cenno  fugace.  La 
1/  lettera,  diretta  al  sig/Sebastiaui,  è  so- 
pra Allena:  la  2/ indirizzata  al  uiaixhe- 


VE  L 
se  Tani  di  Ferentino,  è  su  l'antica  Ver- 
rugine,  indi  Vallis  Carità  presso  Valle- 
corsa.  Segue  alla  pag.  1  1  del  medesimo 
opuscolo  questo  frontespizio.  Saggio  sto- 
rico di  1  allecorsa  per  Michele  de  Mal- 
thias  collaboratore  di  vari  giornali 
scientifici,  socio  d'onore  dell'accademia 
dell'  Immacolata  Concezione  di  Maria 
santissima  in  Roma,  Ferentino  1 85o,uel- 
la  tipografia  de'fratelli  Bono.  Riporta  per 
testo  la  seguente  proposizione  cavata  dal 
Gioberti,  nell'  Introduzione  allo  studio 
della  Filosofia.»  Nelle  questioni  riguar- 
danti I'  antichità  e  le  origini  raro  è  che  si 
possa  avere  piena  certezza,  e  chi  ottenga 
una  certa  vero  somiglianza,  deve  stimar- 
si aver  fatto  molto".  Termina  l'eruditis- 
simo patrio  Saggio  storico  a  p.  5 1 ,  e  nel- 
la seguente  trovasi  la  lettera  3. "con  que- 
sto indirizzo:  »  Al  sig.r  cav.  Gaetano  Mo- 
roni.  Su  li  luoghi  montuosi  della  provin- 
cia di  Frosinone,  ove  se  li  medesimi  ab- 
biati dato  comodo  agualoa'briganli.  Cen- 
no istorico  di  questi  ultimi,  con  confuta- 
zione delle  proposizioni  del  eh.  sig.r  Pie- 
tro Castellani  (autore  del  Quadro  geo- 
grafico dello  stalo  pontifìcio),  e  del  sig/ 
cav.  M01  oni  (autore  del  Dizionario  di  E- 
rudizione  storica  ecclesiastica),  i  quali 
hanno  opinato  per  1'allerma  li  va  nella  que- 
stione surriferita.  Vallecorsa  27  agosto 
1 846".  Indi  a  p.  57  è  la  lettera  4-*  al  no- 
bile d.r  Solis.  »  Sulla  storia  dell'industrie 
della  nostra  provincia  detta  per  auto/io- 
masiain  Campagna  di  Roma,  ove  la 
descrizione  della  sua  posizione  commer- 
ciale". A  p.  64,  si  legge  la  lettera  5."  e 
ultima  scritta  all'avv.  Belli  direttore  del 
giornale  del  Foro  di  Roma;  »  Sopra  l'ac- 
cademia scientifica  esistente  nella  delega- 
zione di  Frosinone,  ove  un  colpo  d'occhio 
della  storia  di  detta  accademia  (Eroica), 
e  de'  suoi  lavori  ".  Finalmente  a  p.  74  è 
la  Nola  de'legali  e  delegati  della  provin- 
cia di  Frosinone,  cominciando  da  A  tito- 
lilo Tuscùlano  nel  7  t4  rettore  della  Cam- 
pagna di  Roma  fino  a  Gaeta,  sino  al  sol- 
lodato  mg/  Badia  delegato  apostolico,  lu 


V  E  L 

diversi  tempi  le  proviucie  di  Marittima  e 
Campagna,  e  le  Paludi  Pontine,  furono 
infestate  da'malviventi,  il  cui  ultimo  pe- 
riodo cominciato  dall'epoca  repubblicana 
del  1798,  terminò  felicemente  nel  i825; 
perciò  nell'articolo  Prosinone  ripetei  il 
riferito  nella  descrizione  della  delegazio- 
ne di  Frosinone  dall'avv.  Castellano:  Lo 
Stalo  Pontificio,  Homa  1837,  p.  206.  »  I 
monti  selvosi  però  hanno  talvolta  (paro- 
la restrittiva  da  me  aggiunta)  fatalmente 
offerto  a'  malfattori  comodo  aguato  per 
darsi  alla  rapina  ed  a' più  atroci  delitti. 
Ricordasi  fin  da'  tempi  dell'  imperatore 
Severo  lo  scempio  che  gli  assassini  face- 
vano de'pas<eggieri  e  de'ricchi  proprieta- 
ri ne' monti  Etnici  ;  se  ne  enumerarono 
fino  a  600;  il  loro  capo  Bulla  Felice  nel- 
l'anno 207  dell'era  volgare  venue  impri- 
gionato, e  condannato  alle  bestie,  dopo  di 
che  si  venne  a  capo  di  disperdere  i  satel- 
liti suoi".  Pubblicato  l'articolo  neh  844> 
dipoi  il  sig.r  De  Matlhiasdi  Vallecorsami 
scrisse  la  mentovata  lettera  de'27  agosto 
1846.  In  essa  dopo  a  venni  notificato,  che 
la  provinciaFrusinateavea  inteso  con  pia- 
cere le  mie  lodi  dategli  nel  Dizionai-io 
mio,  urbanamente  m'  invitò  a  porre  nel 
medesimo  una  nota  pel  suddetto  perio- 
do trailo  dal  eh.  Castellano.  Imperocché 
con  diverse  autorità  di  scrittori  egli  so- 
stiene. Che  i  monti  selvosi  della  provincia 
in  discorso  non  hanno  mai  concesso  co- 
modo aguato  al  brigantaggio.  E  che  la 
masnada  di  Bulla  Felice  ebbe  vita  non 
ne'luoghi  attualmente  componenti  la  de- 
legazione apostolica  di  Frosinone,  ma  ne' 
monti  Ernici  che  oggi  formano  parte  del 
distretto  di  Soia  del  limitrofo  regno  di 
Napoli.  A  tale  effetto  ini  fece  inoltre  os- 
sei vare, che  ripartila  l'Italia  da  Adriano 
in  1  7  provincie,  la  regione  Eroica,  la  qua- 
le  comprendeva  i  popoli  al  di  qua  e  al  di 
là  de'monti  di  Preneste  al  Liri,  venne  di- 
visa. Quindi  Anagni,  Alatri,  Ferentino, 
Veroli  ec.  appartennero  a  Frosinone;  ma 
li  Ceretani  e  Capi t ulani,  ernici  anch'essi, 
apparteuuero  a  Soia,  ed  appunto,  ubila  va- 


VEL  39 

no  ne'mouli  selvosi,  pressoi!  sito  ove  tro- 
vasi l'odierno  paesello  di  Morino,  dietro 
i  monti  d' A  latri,  della  diocesi  di  Soia.  Ne' 
territorii  ernici  della  provincia  ebbero  pa- 
lazzi e  ville  le  più  nobili  famiglie  romane, 
incompatibili  se  vi  fossero  stati  comodi a- 
guatide'malfattori.  Qui  credo  opportuno 
riprodurre  un  brano  del  testo  della  lette- 
ra mss. »  Se  passiamo  poi  a'tempi  succes- 
sivi, ed  a  quelli  di  Sisto  V  da  voi  invo- 
cati, leggesi  subito,  che  li  Briganti  d'al- 
lora ueppur  ebbero  comodi  aguati  ne'luo- 
gliiFrosinonesi.il  Muratori  che  ne  discor- 
re ne'suoi  Annali  al  i585  racconta  che 
li  Banditi  erano  Forestieri,  li  quali  ve- 
nivano ad  inquietar  noi.  Ed  ecco  anzi  un 
discorso  del  lodato  Annalista,  con  cui  si 
esclude  il  vostro  assunto.  =  Crebbe  (e  di- 
ce nel  1 590)  poi  questo  (Brigantaggio)  do- 
po la  morte  di  esso  Sisto  V,  e  massima- 
mente perchè  alfonso  Piccolo/nini  duca 
di  Monte  Marciano  caduto  in  disgrazia 
del  granduca  Ferdinando  (di  Toscana) 
con  grossa  taglia  sulla  sua  testa,  perse- 
guitato dappertutto,  si  fece  capo  di  que' 
masnadieri  in  Romagna  ...  e  facea  fre- 
quenti assassinii,  ed  altrettanto  facea 
3tarcoSciarra  capo  de' Banditi  e  scelle' 
rati  in  Abruzzo,  con  iscorrer  fino  alle 
porle  diRoma.=.  E  così  prosegue  a  narra- 
re che  nel  1 5g  1  fosse  ucciso  il  Piccolomini, 
mentre  ncli5g2  fosse  mandato  in  Candia 
l'Abruzzese,  e  quindi  liberata  l' Italia  da 
esseri  sì  perniciosi.  Or  dunque  che  ha  che 
fare  l'illustre  nostra  Provincia  per  cosif- 
fattiBandili?"Quanto  all'epoca  ultima  del 
brigantaggio,  soggiunse  il  sig.r  De  Mat- 
thias,  che  i  dispacci  governativi  sono  a  fa- 
vore della  provincia, da'quali  rilevasi  che 
la  banda  Gasparrone  non  era  forte  che  di 
1 5  individui,  ecostretta  a  ricoverarsi  tra' 
monti  Regnicoli,  ove  realmente  sono  co- 
modi aguati,  e  spesso  i  briganti  si  ritira- 
rono nella  liuea  del  confine  del  regno  di 
Napoli.  Per  tuttociò  mi  pregava  farlo  co- 
noscere al  pubblico  per  ridonare  a'  fro- 
sinonesi  quel  decoro, che  alcuni  male  in- 
terpretando le  mie  parole,  gli  hu.u  tolto. 


4o  V  E  L 

Imperocché  Frosinone  co'suoi  contorni  a- 
limenta  piuttosto  (ìgii  di  benedizione  e  di 
grazia,  al  dire  del  Pontefice  esimio  istitu- 
tore del  Sesto  delle  Decretali;  rilenendo 
egli  che  le  bolle  pontifìcie  esprimono  sem- 
pre proposizioni  ineccezionabili,  e  perciò 
la  riferita  esporre  una  verità  incriticabi- 
le. Quindi  celebiò  vari  illustri  della  pro- 
vincia, cioè  Gregorio  da  Pofi  segretario 
d'Alessandro  IV,  dicendo  che  col  suo  sa- 
pere liberò  l'Italia  da  Ezelino;  il  dotlissi- 
mosonninese  Petticca;  l'avv.  Cecio  disua 
patria  Vallecorsa,  di  rari  talenti  e  luogo- 
tenente generale  alla  ricupera  di  Ferrara; 
non  che  la  vallecorsana  da  cui  nacque  la 
madre  di  Gio.  Francesco   Aldobranditii 
generale  contro  Tunisi.  Per  ultimo,  ap- 
plicò alcuni  versi  di  Dante  (che  poi  rife- 
rirò) a  qualcuno  che  aveva,  secondo  es- 
so ,  vituperato   la   provincia   medesima, 
mentre dovea  lodarla;  dovendo  allora  tut- 
to cangiar  d'aspetto  sotto  i  raggi  del  Sol 
di  Ceccano  (il  cardinal  Gizzi   segretario 
di  stalo).  Terminò  la  lettera  con  nuova- 
mente piegarmi  a  porre  una  breve  nota 
al  Dizionario  mio  per  l'oggetto.  Risposi 
a'  i5  del  susseguente  ottobre  colla  lette- 
ra   che  qui  riproduco;  e  la  ricavo  dalla 
mia    bozza,  e  probabilmente    l'origina- 
le sarà  limalo  e  più  cortese, sebbene  in- 
teramente confidenziale  e  senza   affatto 
studio,  neppur  per  sogno  immaginando 
che  dovesse  stamparsi.  »  Ill.mosig/  Mi- 
chele de  Matthias.  Domando  scusa  se  per 
impotenza  cosi  tardi  rispondo  alla  rive- 
rita sua  lettera  del  27  agosto.  In  essa  Ella 
ancora  mi  dice  che  la  provincia  Frusina- 
te intese  con  piacere  le  lodi  che  gli  diedi 
nel  mio  Dizionario,  e  la  ringrazio  di  cuo- 
re. Ai  rilievi  da  Lei  fatti,  non  intendo  di 
rispondere  in  dettaglio,  ma  solo  sulle  co- 
se principali  di  fare  qualche  osservazio- 
ne. Pei  tanto  V.  S.  III. ma  incomincia  col 
farmi  osservare  di  aver  io  detto  (cioè 
quello  che  appresi  da  diversi  autori,  poi- 
ché i  latti  non  si  ponno  inventare),  che  i 
inolili, selvosi  hanno  talvolta  fatalmente 
oliato  a'  malfattori  comodo  agnato  per 


VEL 

darsi  alla  rapina  ed  ai  pi  a  atroci  delit- 
ti, indicando  i  tempi  di  Severo,  di  Sisto 
V  e  de  primi  5  lustri  del  secolo  corren- 
tejmerilare  una  nota, comegli  piace  chia- 
mare il  molto  che  ha  detto,  non  ricordan- 
dosi delle  qualità  de'  Dizionari  che  non 
entrano  poi  in  tante  minimissime  discus- 
sioni ,  anzi  parlando  genericamente  non 
si  viene  espressamente  che  di  rado  a  sta- 
bilire i  tempi,  solo  riportando  quanto  più 
scrittori  ci  dissero.  Lei  ha  voluto  analiz- 
zare il  detto  punto,  e  secondo  la  sua  nar- 
razione i  monti  non  hanno  concesso  co- 
modo agnato  a' briganti,  contro  il  fatto 
in  generale.  Lei  affaccia  l'autorità  di  Mu- 
ratori pe'tempi  di  Sisto  V,  di  gran  peso 
ma  non  di  fede,  avendo  parlato  egli  so- 
lo di  alcuni  luoghi  senza  escludere  gli  al- 
tri: giacché  leggo  nella  vita  di  Gregorio 
XIII  (immediato  predecessore  di  Sisto  V) 
di  MafFei  e  Novaes  gesuiti  che  se  ne  oc- 
cuparono con  precisione  individuale,  per 
que'benefizi  di  cui  fu  largo  colla  loroCom- 
pagnia,  senza  venir  al  dettaglio,  che  Gio- 
vanni Valenti  famoso  capo  de'tnalviven- 
li  s'intitolava  Re  della  Campagna  di  Ho- 
via, e  qual  reo  d'atroci  delitti  fu  deca- 
pitato. Leggo  poi  nella  vita  di  Sisto  V  del 
Novaes  e  del  suo  correligioso  p.  Tempe- 
sti (anco  su  ciò  mi  limito  ad  un'indicazio- 
ne),ch'egli  fu  aTerracina,PipernoeSer- 
moneta,  non  solo  pel  prosciugamento  del- 
le Paludi  ed  altro,  ma  per  liberare  i  luo- 
ghi infestati  da'mal  viventi.  Trova  anco  da 
ridire  sudi  provvedimenti  fatti  dal  gover- 
no francese  e  pontificio.  Io  li  trassi  dagli  o- 
riginali  e  non  feci  che  indicarli  pe'  motivi 
da  me  addotti.  Se  alcuno  ve  ne  manca  0 
altro  non  è  specificato  non  mi  pare  erro- 
re, perchè  io  uon  intesi  far  il  computista 
de'malviventi,  ma  darne  un  breve  cenno. 
Qualefu  il  mio  Cine  sull'articolo  Frosino- 
ne? Rispettando  e  venerando  persino  le 
zolle  della  provinciaj  e  i  suoi  grandi  uo- 
mini illustri  che  vi  fiorirono  e  fioriscono, 
ammirando  la  costante  fedeltà  e  la-  reli- 
gione degli  abitanti,  indispettito  di  legge- 
re negli  biotici,  anche  moderni,  di  venire 


V  E  L 

spesso  spesso  denominato  il  parse  de  bri- 
gami, per  verace  .simpatia,  per  giustizia, 
per  affeziona  di  sangue,  perchè  alcuni  pa- 
tenti miei  vi  derivarono, e  per  l'edificazio- 
ne ricevuta  nel  viaggio  di  Gregorio  XVI, 
mi  proposi  fare  un  onorevole  articolo,  e 
riuscì  per  amore  mollo  lungo,  contro  le 
basi  ilei  Dizionario,  non  valutando  che 
per  la  lungaggine  mi  esponevo  con  altri 
articoli,  con  tutte  le  conseguenze  che  ne 
derivano.  Fatto  l'articolo  (come  faccio  di 
ognuno  che  li  rimetto  alle  parti  che  pos- 
sono giudicarne)  lo  sottoposi  alla  revisio- 
ne dello  storico  di  Prosinone  prof,  de 
Mattheis;  e  siccome  mi  accorsi  che  i  fru- 
sinati avevano  emuli  nella  provincia,  per 
correttivo  l'umiliai  ancora  alla  revisione 
del  rispettabilissimo  sig.r  Cardinal  Gizzi; 
e  quanto  alle  provvidenze  sul  brigantag- 
gio lo  sottoposi  all'approvazione  dell';  vv. 
Del  Grande  assessore  straordinario  all'e- 
stirpazione del  medesimo.  Ecco  dunque 
esaurita  la  critica  per  la  verità  istorica. 
Conservo  i  biglietti  autografi  de'nomina- 
li  revisori,  pronto  ad  esibirli  a  chi  Ella 
deputasse  a  leggerli.  Il  professore  lodò  e 
approvò  l'articolo,  e  solo  rispose  alla  do- 
manda che  gli  feci  circa  un  preside,  e  sul- 
la nascita  di  s.  Silverio.  L'incomparabi- 
le Porporato,  qualificato  per  ottimo  il  Di- 
zionario, disse  :  Dalla  lettura  dell'ar- 
ticolo Fresinone  ho  potuto  convincermi 
che  Ella  ha  attinto  a  buone  sorgenti,  ed 
ho  rimarcalo  che.  in  qualche  punto  con- 
troverso fra  due  paesi  ha  mostrato  quel- 
V imparzialità  che  conviene  al  sodo  isto- 
rica. Corresse  il  campo  Tr^jana  in  Tro- 
pi no,  ed  Cancello  io  TorriceWo.  L'avv. 
Del  Grande,  mi  scrisse:  fio  letto  con  ve- 
ra compiacenza  l'articolo  sopra  Frasi- 
nonc.  Tutte  le  circostanze  sono  rilevale 
con  chiarezza,  e  precisione  somma. Il  bre- 
ve racconto  del  brigantaggio  è  stalo  trat- 
tato con  moltissima  accortezza.  Tale  pu- 
re fu  il  sentimento  di  mg.'  Antonelli(ora 
qui  a»»inngo,della  provincia, cioèdella cit- 
tà di  Terracina,enato  in  Sonniuo,  ed  at- 
tuale Cardinal  segretario  distato).  Usser- 


VEL  4i 

vero  qui  di  passaggio,  che  dopo  la  pubbli- 
ca/ione dell'articolo,  molteplici  furono  le 
lettere  che  di  moto-proprio  ricevetti,  da 
mg.r  Pila  delegato  e  da  molti  provinciali, 
senza  ninno  de'rimarchi  da  Lei  prodotti, 
come  niuno  li  fece  de' nominati.  Inoltre 
l'articolo  prima  di  stamparsi  lo  diedi  pu- 
re a  leggere  al  p.  Meueguzzi  procurato- 
re de'certosini,  pei;  le  notizie  che  di  loro 
riportai,  e  ri'ehhi  approvazione  e  lode:  a' 
marchesi  Longhi  (de'signoridi  Fumone), 
ed  al  p.  Illuminalo  da  Pofi,  per  ciò  che 
li  riguardava,  e  ad  altri,  niuno  affatto  di 
essi  rimarcandomi  il  da  Lei  osservato. 
Mentre  mi  era  riuscito  a  furia  di  libri,  di 
cui  sono  dovizioso  possessore,  parlare  di 
tutti  i  luoghi  della  provincia  ,  non  potei 
rinvenir  notizie  di  Vallecorsa  j  dispia- 
cente che  su  Castro  e  s.  Lorenzo  pubbli- 
cava qualche  cosa  ,  mentre  della  prima 
benché  sede  di  governo  nulla  poteva  di- 
re, contro  il  mio  sistema  cercai  notizie, 
le  quali  sempre  volli  procurarmele  a  for- 
za di  studi,  per  non  vestirmi  delle  penne 
altrui,  e  per  non  espormi.  Mg.r  Santucci 
(ora  qui  aggiungo,  in  quell'epoca  sosti- 
tuto della  segreteria  di  stato,  e  di  pre- 
sente cardinal  prefetto  degli  studi  ,  an- 
ch'esso della  provincia  comechè  di  Gor- 
ga) mi  offrì  l'ottimo  sig.1  prof.  Rossi  (ora 
aggiungo  di  Vallecorsa),  ed  egli  gentil- 
mente mi  procurò  le  notizie  da  V/  Sig." 
Nell'atto  che  le  riceveva,  dicendomi  egli 
che  Lei  opinava  corrispondere  all'antica 
ibernica  o  Ferrugine,  tosto  gli  mostrai 
gli  autori  che  parlavano  di  Verruca.  Mi 
posi  subito  al  lavoro,  e  vedendo  a  Lei  con- 
trarie le  testimonianze  degli  storici  che 
pubblicai,  procurai  estenderle  con  gar- 
bo e  con  riguardo  e  riconoscenza  a  Lei. 
Tuttavolta  non  volendo  ciò  fare  all'insa- 
puta del  sig.r  Rossi,  per  delicatezza  e  cir- 
cospezione ,  nel  dì  seguente  gli  mandai 
l'articolo  Vallecorsa,  invitandolo  franca- 
mente a  cambiar  frasi  e  cose,  a  dirmi  li- 
beramente se  andava  bene  ,  e  se  poteva 
Ella  menomamente  offendersi  del  modo 
da  me  tenuto.  Mi  favorì  la  sera,  e  mi  dis- 


4*  VEL 

se  die  avea  anzi  ammiralo  moderazione 
e  riguardo;  e  ch'Ella  certamente  non  si 
sarebbe  lagnato.  Invece  dalla  sua  lettera 
vedo  col  fatto  i  gravami  avanzatimi.  Io 
non  pronunziai  contrario  giudizio,  esposi 
solo  per  verità  itterica  i  diversi  sentimen- 
ti, lasciando  il  giudicarne  ai  critici,  senza 
il  menomo  fine  di  farle  cosa  spiacevole. 
Lei  ini  fa  il  novero  di  molti  uomini  il- 
lustri della  provincia;  ed  io  ai  rispettivi 
luoghi  non  mancai  né  mancherò  parlar- 
ne con  diverse  Iodi.  E  sia  certa  che  ai  de- 
biti luoghi  terrò  presenti  le  sue  osserva- 
zioni (il  che  vado  eseguendo).  Spero  ave- 
re rettificato  l'idea  etterati  formata  su  di 
ine  circa  all'articolo  Frosinone.  gli  con- 
fermo la  mia  affettuosa  propensione  per 
tutta  la  provincia,  ove  ho  moltissimi  miei 
benevoli.  Dichiaro  a  V."  Sig.a  la  mia  di- 
stinta stima  per  le  sue  dotte  cognizioni, 
gli  esibisco  la  mia  qualunque  servitù,  ,  e 
ini  riuscirà  infinitamente  gradito  un  suo 
cortese  riscontro  ,  passando  intanto  con 
tutto  il  rispetto  all'  onore  di  protestar- 
mi ".  Il  sig.'  De  Malthias,  immediata- 
mente e  colla  maggior  gentilezza  rispose 
a'ig  ottobre  i  84^.  «Eccellenza.  La  mia 
umilissima  <lel  27  perduto  agosto  ultimo 
fuda  ine  all'Eccellenza  V. "semplicemen- 
te duella  per  pregarla  a  fare  una  nota 
in  favore  della  provincia  Frusinate, e  non 
ad  altro  fine.  Eorse  il  mio  giovanile  ardi- 
mento non  mi  avrà  fatto  bene  esprimer- 
mi. È  certo  d'altronde,  che  malamente 
si  appella  Frosinone  come  Paese  di  Bri- 
ganti. Io  porto  quel  sentimento  espresso 
maestrevolmente  dalcav.  Micali  nel  capo 
8.°  della  par.  ».'  della  sua  opera  su  l'Ita- 
lia. z=aV<i  sono  (e'ilice)  sempre  e  in  ogni 
luogo  grandi  colpevoli.  Se  la  corruzio- 
ne non  è  generale,  rispettano  il  secolo.  Se 
il  secolo  è  vizioso,  lo  disprezzano,  né  cu- 
rano i  suoi  giudizti.  =:  Posto  questo  prin- 
cipio, estraggasi  oradall'Ecz.3  V.a  la  con- 
seguenza pel  fatto  di  quel  preteso  Re  del- 
la Campagna  Romana,  eh'  Ella  mi  cita. 
Non  creda  poi,  che  io  non  abbia  lodato, 
e  non  lodi  di  cuore  il  Dizionario  da  Lei 


VEL 
compilato.  Abbia  la  degnazione  di  legge- 
re la  mia  Dissertazione  de'beni  apportati 
alla  Giurisprudenza  dalli  Sommi  Ponte- 
fici. Dissertazione  inserita  da  mg/  Auto- 
nino  De  Luca  ne'  suoi  Annali  di  scienze 
religiose  al  voi.  xv,  fase.  43  del  1842;  e 
vedrà  a  chiare  notecome  io  abbia  in  pre- 
gio la  dotta  di  Lei  penna.  Dei  resto  sta 
benissimo  quanto  l'Ecz."  V."  si  compiace 
significarmi  colla  pregiatissima  del  1 5  an- 
datile; e  rapporto  alla  Storia  di  Falle' 
corsa  posso  assicurarla  ,  che  la  scoperta 
di  alcuni  marmi,  lapidi  e  altri  monumen- 
ti antichissimi  fanno  conoscere  essere  qui- 
vi d'intorno  slata  la  Verrugine  de'Volsci. 
Gli  autori ,  che  la  pongono  altrove  non 
conoscono  le  surriferite  scoperte.  Se  ilCie- 
lo  mei  permetterà  io  spero  pubblicar  l'o- 
peretta archeologica  su  questa  mia  pa- 
tria... Omissis...  Deh  !  o  Signore,  si  com- 
piaccia di  essere  il  mio  Mecenate,  men- 
tre io  con  sensi  di  sincerissima  slima  e 
cordiale  rispetto  ho  a  pregio  sommo  di 
confermarmi".  Gli  risposi  a'2  3  ottobre, 
ma  non  rammento  i  termini,  perchè  non 
feci  precedente  minuta,  non  essendo  so- 
lito di  farne,  neppure  per  questo  mio  Di- 
zionario, come  altrove  dichiarai  e  sono 
pronto  provare  a  chiunque.  Il  sig.r  De 
Malthias  replicò  da  Vallecorsa  a'29  del- 
lo stesso  mese,  egualmente  con  termini 
della  più  squisita  gentilezza  e  per  me  o- 
norevolissimi,  il  cui  contenuto  è  estraneo 
all'argomento  in  discorso;  come  lo  è  quel- 
lo della  successiva  felicitatoria  degli  8  di- 
cembre 1846,  altro  modello  di  benignità 
e  di  rara  cortesia.  Commosso,  all'ammi- 
razione verso  l'egregio  sig. r  De  Malthias, 
e  rilenendo  la  cosa  del  tutto  terminata 
per  la  mia  ampia  giustificazione,  vi  ag- 
giunsi lamiariverenteaffezione,sentimen- 
ti  che  sinceramente  nutro  e  mi  onoroqui 
pure  professarli.  Ma  neli85o  senza  alcu- 
na avvertenza  precedente  ,  e  senza  che 
nelle  posteriori  lettere  l'encomiato  scrit- 
tore ne  facesse  mai  trapelare  alcun  cen- 
no, onde  io  poscia  per  rispetto  l' imitai 
nelle  mie  repliche,  mi  rimise  per  la  pò- 


V  E  L  V  E  L                      43 

sia  il  sopra  Iodato  suo  libro:  Lettere  ec.  sa,  s.  Lorenzo  e  Castro.  Volle  eziandio  ri- 
Saggio  storico  di  f'allecorsa,  dopo  il  conlare  in  detta  nota,  che  nel  1208  Inno- 
quale  trovai  la  Lettera  3."  a  me  diretta,  cenzolll  da  Fossanova  si  recò  a  s.  Loren- 
però  con  diverse  varianti  e  note  die  non  zo  e  poi  in  Castro  ed  in  Cepium,  pernot« 
esistono  allatto  nell'originale;  e  con  mio  tandoin  tutte  le  nominate  terre.  Da  Ce- 
nolubile  stupore,  senza  die  egli  vi  ripro-  prano,  per  Aquino  si  portò  a  s.  Germa- 
ducesse  la  mia  replica  giustifieativa.di  che  no  e  Monte  Cassino,  indi  a  Soia  e  al  ino- 
n  ine  sembra  fosse  cosceuziosa  niente  e  in-  nastero  di  Casamiri ,  e  per  Ferentino  si 
dispensabilmente  tenuto  di  fare,  anche  restituì  a  Homo.  Dicendo  de' banditi  di 
ad  onore  della  provincia  di  coi  si  mostra  Sciarra,  aggiunse  in  nota.  »>  Non  neghia- 
amoroso  e  geloso  propugnatore.  Ed  è  per-  ino  die  in  queste  contrade  si  trovarono 
ciò  che  volli  qui  ripararealla  sua  omissio-  alcuni  banditi  ne' nostri  tempi.  Mi  non 
ne,  nel  tempo  stesso  che  vado  esaurendo  ebbero  comodo  aguato.  Furono  sempre 
il  da  me  promesso,  ed  il  tutto  per  deco-  perseguitati  e  distrutti.  Un  bravo  capita- 
io  della  medesima  provincia  e  per  scoi-  do  contro  di  essi  fu  il  sig.r  cav.  Giusep- 
parmi  da  qualunque  ombra  che  abbia  peSabbatini  domiciliato  in  s. Lorenzo, che 
potuto  ingerire  la  Lettera  stampata  del  presto  riportò  di  essi  completa  vittoria". 
sig.r  De  Matlhias,  aumentata  colle  dette  Egualmente  non  trovo  nell'originale q<M< 
varianti  e  note.  Di  queste  non  posso  fare  si'  altri  aggiunta  che  leggo  nella  lettera 
a  meno  di  qui  rimarcare  le  più  essenzia-  stampata »*  Ne' Monti  poi  non  esistono  mi- 
racolile intrinsecamente  indispensabili  al-  ca  Terre  orribili.  Sminino  e  Patrica  non 
la  coerenza  della  surriferita  mia  risposta,  sono  qua  li  si  dipingono.  Alle  falde  di  que- 
non  conosciuta  finora  dal  pubblico,  meo-  sta  ultima  si  rinvengono  attualmente  a- 
tre  parte  di  questo  è  possessore  della  let-  vanzi  di  ville,  specialmente  del  tnagnifi- 
teia  stampata,  onde  n'è  facile  il  confron-  co  Mecenate  e  del  console  L.  Lummio, 
lo,  come  pure  lo  è  del  mio  articolo  Fro-  trovandosi  persino  oggidì  la  denomina- 
8LVONE  per  fare  altrettanto.  Riparlando  zione  di  Collelummio  ad  intuito  appunto 
delle  ville  de' romani,  le  dice  poste  ne'ter-  delle  possidenze  di  colai  cavaliere  roma- 
ritorii  Ernico-Volsci.  Indi  aggiunge.»»  Se  no".  Ommise  di  far  menzione  degli  illu- 
passiamo  poi  a'  tempi  successivi,  eccovi  stridi  Vallecorsa,  avendone  nell'opusco- 
una  Corte  Sovrana  tra  noi.  Il  Muratori  lo  stampato  ragionato  nella  Storiti.  ìn- 
negli  Annali  d'Italia  all'annoi  i5i  scrive,  vece  aggiunse  quest'altro  periodo.»»  Ed 
che=;  Papa  Eugenio  Illa  dì  10  maggio  oggi  son  gloria  di  queste  contrade  i  Car- 
andò  a  Castro  (poco  lungi  da  Ceccano),  e  diiialiBellid'Anagni,Siiuonetti  figliod'n- 
vi  dedicò  la  chiesa  di  s.  Croce,  e  nel  dì  na  Vallecorsana,  Gizzi  di  Ceccano,  Anto- 
27ottobrededicòlachiesa  del  monastero  nelli  di  Sonnino,  e  Vizzardelli  di  Monte 
di  Casamaro  (presso  Veroli),  dopo  di  che  s.  Giovanni  ".  Nel  ripetere  il  paragrafo; 
tornòaSegni=overisiedè  per  molto  teui-  In  sostanza  è  noto  che  qualcuno  ha  vi- 
po.  Lo  stesso  ripetasi  di  Lucio  111,  Inno-  tuperato  la  Delegazione  in  discorso,  ab- 
cenzo  111  e  di  Sisto  V  ec.  che  onorarono  benché  di  certo  le  avria  dovuto  dar  lode. 
di  loro  presenza  Piperno...  "  In  nota  poi  E  qui  lo  pone  con  nuova  nota,  non  esi- 
ricorda  gli  onori  ricevuti  dalla  provincia  stente  iieH'origiiiale.»>Si  allude  al  cav.  Mo- 
nel  secolo  corrente  da'gloriosi  Pontefici  rolli,  che  ha  molti  paretai  qui".  Segno- 
Gregorio  XVI  e  Pio  IX  nel  1 843  e  nel  no  i  versi  Danteschi,  che  a  meoraesclu- 
l85o,  e  che  furono  pure  in  Fi  osinone  e  sivamente  applicati  sono  preceduti  dulia 
in  Piperno;  nelle  vicinanze  di  Prossedia-  paiole;  Si  potrebbe  ripetere  con  Dante, 
vendo  incontrato  il  2.0  le  commissioni  di  Questa  e  colei,  die  tanto  posta  in  croce- 
quelle  lene,  e  specialmente  di  Vallecor-  Pur  da  color}che  le  dovrian  dar  lode,  - 


44  V  E  L 

Dandole  brasino  a  torto ,  e  mala  voce. 
Il  fine  della  lettera  stampata  .essendo  mor- 
to a  quell'epoca  il  cardinal  Gizzi,  termi- 
na colla  variante.  >»  Ma  orsù  ossi  il  tutto 

Do 

dee  cangiar  di  aspetto  sotto  i  raggi  del- 
l'immoilal  Pio IX".  I  nominati  Cardina- 
li, meritano  schiarimento,  e  «li  tutti  mi 
glorio  di  averne  goduto  la  benevolenza, 
come  ho  a  vanto  d'onorarmi  del  patro- 
cinio del  superstite  vivente.  Il  cardinal 
Belli  era  morto  a 'g  settembre  i844>  v'" 
veva  il  cardinal  Simonetti  e  poi  morì  a' 
5gennaioi  855;  il  cardinal  Gizzi  era  mor- 
to a'3  giugnoi849;  il  cardinal  Antonelli 
è  stalo  creato  cardinale  l'i  i  giugno  1847; 
il  cardinal  Vizzardelli creato  cardinale  in 
«letto  giorno,  morì  poi  >'%4  maggie  f  85 1 . 
Circa  a'sedicenli  miei  parenti,  il  sig/  Da 
Mailhias  amplificò  le  mie  parole;  alcuni 
parenti  mici  vi  derivarono.  Le  scrissi  per 
sapere,  che  la  mia  ava  paterna  era  nata 
in  Roma  da  Sebastiano  morto  d'anni  07, 
della  ricca  famiglia  de'Recchia  di  Guar- 
dilo. Me  ne  pregio;  ma  ignoro  chi  siano, 
e  ninno  mai  per  parente  mi  si  fece  cono- 
scere, uè  della  provincia  di  Frosinone,  né 
di  Velletri.  L'allusione  specificatamente 
affibbiatami  nella  lettera  stampala,  la  re- 
spingo come  inesatta,  ed  eziandio  reputo 
non  dovermisi  all'alto,  per  tutto  il  riferito 
colla  massima  ingenuità  e  semplicità. 
Da ppoichè,lenendo  sempre  per  fermo  che 
io  Dell'articolo  Frosinone  parlai  con  dile- 
zione della  provincia,  anzi  reputando  non 
mai  abbisognare  di  dichiarazioni,  nondi- 
meno fedele  alle  mie  promesse,  non  cre- 
dei meglio  corrispondere  a'  tlesiderii  del 
sig.r  De  Mailhias,  die  col  riportato  am- 
piamente in  questo  articolo.  Penetrando- 
mi del  suo  spìrito  lodevole  d'amor  patrio, 
torno  a  dire,  che  credei  vantaggioso  alla 
nobilissima  Provincia  il  pubblicare  la 
pi onla  e  franca  mia  risposta;  (lessa  fu  fat- 
ta pelò  alla  lettera  anteriormente  scritta 
dal  suo  riverito  pugno,  oud'era  indispen- 
sabile e  necessario  che  facessi  l'esposte  av- 
vertenze, per  le  dichiarate  varianti  e  note 
che  si  leggouo  solamente  uella  posteriore* 


VEL 

stampata  diversamente  e  alla  mia  insa- 
puta. Tuttavolta  ho  evitato  e  mi  sonoa- 
steiiulo  da  qualunque  commento  o  cita- 
zioni analoghe  di  mia  opera,  e  da  quanto 
altro  cagionar  potesse  neppure  l'apparen- 
za d'animo   indisposto.   Arroge   il   pro- 
nunziato di  recente  nel  parlamentod'ln- 
ghil  terra  sull'infume  attenta  tu  de'  1 4  gen- 
naio i858  pel  progetto  da  convertirti  in 
bill  0  legge  relativo  alla  cospirazione  d'as- 
sassinio, dalla  magniloquenza  di  lord  Pal- 
mellimi, che  disse.»Di  versi  oratori  si  so- 
no olliesi  di  ciò  che  si  è  dello,  essere  que- 
sto paese  l'asilo  degli  assassini  e  de' co- 
spiratori. Sventuratamente  non  possiamo 
negare  che  così  sia.  Non  è  però  vero  il  di- 
re che  colla  costituzione  del  paese  il  go- 
verno e  popolo  inglese  incoraggia  e  pro- 
tegge gli  uomini  che  tramano  questi  a- 
troci  delitti  e  che  li  commettono,  ma  sven- 
turatamente è  vero  che  simili  delitti  so- 
no stali  preparati  in  Inghilterra  e  che  dal- 
l'Inghilterra sono  usciti  incaricati  di  com- 
metterli". L'applicazione  che  faccio  io  al 
caso  nostro,  è  in  quanto  alla  topografica 
condizione  del  paese,  che  questo  soltanto 
per  natura  può  porgere  rifugio  e  asilo,  e 
ciò  all'atto  non  mai  olfeude  1  generosi  a- 
bitanti;  che  invece  per  tale  stato  di  locali- 
tà (urono  esposti  di  tanto  in  tanto  a  sog- 
giacere vittime  di  deplorabili  spogliameli- 
li  ,  atroci  uccisioni  e  altre  abboiuinevoli 
nefandezze,  lo  distinsi  e  distinguo  gli  a- 
Dilatiti  dall'abitato.  Questo  è  un  fallo  im- 
possibile a  negarsi,  ed  è  noto  a  tutto  il 
mondo.  Lo  proverà  diversi  brani  storici 
che  in  progresso  dovrò  riferire,  anco  col- 
lo stesso  Muratori  e  suo  continuatore,  e 
co'medesimi  scrittori  provinciali  e  delle 
vite  de' Papi,  come  i  meglio  informali  in 
argomento,  e  perciò  li  preferirò  ad  altri. 
La  provincia  di  Marittima  ossia  la  le- 
gazione propriamente  di  Velletri,  come 
la  costituì  Gregorio  XVI,  abbracciò  nel 
nuovo  compartimento  l'antica  provincia 
di  Marittima  del  Lazio,  e  ne  forma  il  con- 
fine meridionale  la  spiaggia  Mediterra- 
nea dulia  foce  dell'Astuta  siuo  oltre  all'i  u- 


VEL 
nontorio  Circeo,  e  precisamente  alla  tor- 
re Gregoriana  di  Terrari nat  che  tocca  il 
limite  napoletano,  al  moilo  descritto  iti 
quell'articolo.  All'est  ed  al  nord  le  fan- 
no cerchio  i  paesi  della  Campania  o Cam- 
pagna Romana,  che  forma  oggi  la  dele- 
gazione di  Prosinone  ;  all'ovest  poi  è  li- 
mitrofa alla  Comarca  di  Iloma,  e  più  si 
avvicina  al  distretto  d'Albano.  Le  monta- 
gne Lepine  formano  per  lungo  I ratto  la 
linea  di  demarcazione  fra  il  litorale  e  la 
Volle  del  Sacco,  e  sono  quindi  la  bar- 
riera fra  le  dueprovincie,  ed  il  suolo  Er- 
nico-VoUco.  Ad  evitare  ripetizioni,  <]ui 
avverto,  che  del  territorio  volsco  e  de'suoi 
popoli  e  citlàjoltreil  riferitone  giàco'pnb- 
bhcati  loro  articoli,  e  nel  voi.  XXVII,  p. 
299,  ove  notai  che  ne  furono  capitali  o« 
ra  Valletti,  ora  Piperno,  e  fors'anco  al- 
cnn'allra  città,  come  Sessa(1  .)  o  Sues- 
M  l'oniezia  o  l'omelia, dalla  quale  prese 
il  nome  il  famoso  territorio  Pontino,  e  in 
tale  articolo  dissi  pure  delle  diverse  cit- 
tà omonime  de' principali  illustri  votaci, 
oltre  il  già  detto  ne'  ricordati  articoli  di 
città  e  luoghi  de'  volsci  ;  dell'  industria, 
commercio  e  prodotti  de'medesimi,  oltre 
il  cenno  complessivo  dell'intera  legazione 
che  vado  a  fare  nel  presente  periodo;  di 
tutto  ne  terrò  proposito,  sia  descrivendo 
la  legazione  nella  parte  marittima,  sia 
nella  descrizione  di  Velletri  e  suo  terri- 
torio. Delle  Paludi  Pontine,  dopo  que- 
st'ai ticolo,  ne  riparlai  nelle  città  e  luoghi 
che  tie  risentirono  i  danni  o  vi  hanno  par- 
te del  territorio,  principalmente  in  quello 
di  TerracHiaj  e  nell'altro  di  Strade  di 
Ilenia,  della  fumosa  Via  Appia  che  la 
percorre,  meritamente  denominata  Re- 
gina J  iaruni.  Quanto  alla  provincia  di 
Fresinone,  regione  degli  antichi  cinici, 
è  a  vedersi  quell'articolo,  ove  notai  che 
il  distretto  di  Terracina,  i  governi  di 
Vahnonlone,  di  Segni  e  di  Sezze,  ad  es- 
sa appartenenti,  co'  loro  vice-governi  , 
nell'erezione  della  legazione  di  Velletri 
furono  smembrati  ed  a  questa  attribuiti. 
Inoltre  nellostesso  articolo  parlai  de'due 


VEL  45 

popoli  ernico-volsci,  e  delle  città  d'am- 
bedue, antiche  e  superstiti.  Gli  eroici, 
si  vogliono  dal  De  Matlhias,  nella  Lette- 
ra 5.',ove  discorre  della  sua  dissertazio- 
ne Ietta  nell'accademia  Etnica,  Le  Ori- 
gini Erniehej  prefazione  alle  disserta- 
zioni sull'Agricoltura  Etnica,  derivati 
da'  pelasgi  cananei,  fenici  e  egizi,  per  cui 
la  loro  lingua  antica  partecipava  dell'e- 
braica o  egizia  primitiva,  condotti  nel- 
la regione  dal  capo  de'pelasgi  cananei  e 
fenici  cacciali  dagli  ebrei,  Eroico  Elolo, 
dal  cui  nome  lo  presero  la  contrada  e  i 
popoli  che  l'abitano.  Diverse  città,  luo- 
ghi e  fiumi  portano  nomi  derivali  dalle 
originarie  sedi  di  tali  pelasgi.  L'Etolo  Er- 
nico  nel  Lazio  scegliendo  la  parte  più  a- 
dalta  a'  suoi  disegni  agrari  e  guerrieri, 
fabbriconi  de'  ricoveri  ad  imitazione  di 
quegli  egizi,  che  non  habebanl  demos, 
sed  Turres.  Le  mura  pelasgiche  alalri- 
ne  non  sarebbero  in  questo  senso,  che 
immense  torri,  formate  giusta  il  costu- 
me de' signori  delle  piramidi.  Gli  eroici 
sono  celebrali  dall'  antichità  pel  valore 
nell'armi,  per  le  loro  costruzioni  ciclo- 
pee,  delle  quali  in  più  luoghi  dissi  parole, 
come  ne'  voi.  LX1 1 1,  p.  23o,  LXXXI  V, 
p.  167,  e  altrove.  Oltre  quelli  che  poi  ri- 
corderò, sulle  costruzioni  ciclupee  scrisse- 
ro. Middleton,  Cyclopians  If'alls,  Lon- 
don 1821.  Dodwell,  Cyclopians  II  alls 
in  G  rece  and  ftaly  ^London  1  82  1  .Filippo 
Pet  1  t-Radel,  Viaggio  storico f  orografico 
e  filosofico,  fatto  nelle  principali  città 
dell'  Italia  nel  1 8 1  1  e  nel  1812,  Parigi 
18  1  5.  Sono  pure  gli  eroici  lodali  pel  rego- 
lare coniugio,e  quali  eccellenti  e  fortissimi 
agricoltori,  oltre  altri  posteriori  vanti  che 
rilevai  ne'relati  vi  articoli;  siccome  di  sve- 
gliato ingegno,  religiosi  e  fedelissimi  sud- 
diti pontificii.  In  tutti  i  tempi  fiorirono 
copiosamente  illustri,  che  onorarono  la 
nazione  ernica  e  le  individuali  patrie,  col- 
la dottrina  e  l'arte,  la  santità  di  vita  e  il 
▼alore  guerriero,  le  dignità  ecclesiastiche, 
civili  e  militari,  e  quasi  di  tutti  o  alme- 
no de'  principali  potei  decorosamente  ra- 


46  V  E  L 

gionarne  a' loro  articoli  o  luoghi.  Provin- 
cia in  somma,  che  il  gran  Bonifacio  Vili, 
una  delle  tante  glorie  della  medesima,  di- 
chiarò:» Haec  est  enim  Provincia,  prae- 
darà  Campaniae  Mariliuiaeqne,  quaefe- 
licis  henedictionis,  et  gratia  gratiludinis, 
clohedienliae  producilalumiios,el  in  qua 
semper  erga  Ecclesiam  supradiclam  Gelei 
constantia  viguit,  claruit  devotiouis  iute- 
gritas,  splenduil  revereutiae   plenitudo. 
Haec  est  profecto  columua  fidclitatis,  im- 
nicbilis,  super  firmati)  Petra  ni  Fidei  con- 
sultila, quae  uullius  unquam  conculi  pò- 
lui!  frangenti*  fremilu  tempestati*.  Haec 
est  Provincia,  quae  semper  ipsiusEccle- 
siae  virili  ter,  et  conslanter  in  necessita- 
tibusastilil  personaruni  perieula,  ti, mina 
rerum,  et lahorum  onera  non  evitati*, cu- 
jusque  prompto,  et  patenti  auxilio  Ter- 
rassibisubjectas  regi*  dirigitque  Provin- 
cia*, ipsarum  compescit  excessus ,  ausus 
temerarios  reprimit,  illiei  Los  motus  frae- 
nat.  Hic  est  utique  praedilectus,  et  deli- 
ciosusHoi  tusEcclesiae.  In  quo  ipsa  repe- 
rii, quo»!  delectat,  culligli,  quoti  blandi- 
tili" alfeclui,guslat,  et  perequi  dolce*  fru- 
ctos".  Tarilo  leggo  nella  bolla  di  Bonifacio 
Vili,  Romana  jìlalcr  Ecclesia,  da  lui  e- 
maoala  nella  sua  nobilissima  patria  Ada- 
gili, metropoli  degli  eroici,  a'  28  settem- 
bre 1  290,  pubblicala  da  Bonifacio  IX  col- 
la bolla  Iluinilibus,  de' 12  giugno  i4oo, 
Bull.  Rom.  t.  3,  par.  2,  p.  395:  Con/ir- 
malio   Slatuloriim,    ci  Ordinationum 
Pi ovinciarum  Campaniae  ,  et  Mariti- 
viae  per  Bonifacìum  PP.    T  III  edilo- 
i'uìiì.  Ivi  è  pure  la  bolla  Ad*a  di  Boni- 
facio IX:  Stallila  pio  Tcrracinensibus 
telila  firmat.UDe  Matlhias, oltre  i  sum- 
meutovati  cardinali  (a'  quali  aggiungo  il 
cardinal  Gioacchino  Pecci  vescovo  di  Pe- 
rugia,e  il  cardinal  Vincenzo  Santucci  pre- 
fetto della  congregazione  degli  studi,  di- 
poi elevali  alla  s.  porpora)  della  provin- 
cia, dice  questa  contare  circa  4°  prelati 
((ra'quali  almeno  5  che  Dominerò  iu  se- 
guito a  cagione  d'onore, sono  prossimi  al- 
ludiguilà  cardinalizia;  e  diversi  di  tali  pre- 


VEL 

lati  sono  insigniti  del  grado  episcopale), 
molli  professori  dell'università  romana, 
tanti  giudici  de'triburiali  di  Roma,  e  vati 
altri  uomini  eccelsi,  essendo  genio  della 
scienza  musicale  il  Colelli  d'Anagni.ed  un 
genio  de'  panegiristi  romani  il  carmelita- 
no scalzo  p.  Teodoro  di  Maria  Santissi- 
ma vallecorsano.  Narra  di  più,  clic  in  À- 
cuto  ebbe  origine  l'istituto  delle  pie  don- 
ne e  monache  Adoratoci  del  Divin  San- 
gue (di  quello  stabilito  in  Orte  ,  idea- 
to dal  ven.  cau.  Del. Bufalo  istitutore  del- 
la congregazione  del  Sangue  preziosis- 
simo ,  e  posto  in  pratica  da  Maria  De 
Mattia*  iu  Acuto,  ne  feci  parola  nel  voi. 
XL1X,  p.  1 83.  Nel  ricordato  articolo 
tomai  a  far  menzione  delle  Adorati  ici 
del  Di  vili  Sangue,  menile  nel  voi.  LXUI, 
p.  123,  celebrai  lo  stabilimento  a  loro  a- 
perto  in  Roma  per  l'  educazione  mora- 
le e  religiosa  delle  fanciulle,  del  di  cui 
prospero  successo  può  vedersi  il  riferito 
nel  ii.°  i47  del  Giornale  di  Roma  del 
18J7.  E  in  quanto  alla  congregazionedei 
sacerdoti,  dissi  die  Pio  VII  nel  182  1  or- 
dinò al  medesimo  servo  di  Dio  di  aprir 
le  caie  di  Terraciua,  Sminino,  Semionda, 
Velletri,  Frosiuone  e  Vallecorsa,  e  della 
medesima  riparlai  nel  voi.  LXXX1V,  p. 
198),  fondato  per  la  civile  e  religiosa  e- 
ducazione  delle  donzelle,  già  propagate 
iti  Francia,  Germania,  America  ec,  e  poi 
ne  ragionò  pure  nel  suo  libro  Della  Pe- 
dagogia  necessaria  alle  donne,  Feren- 
tino 1  85 1  (leggo  nella  Topografia  stati' 
slica  dello  slato  pontificio  del  cav.  A- 
doue  Palmieri,  Roma  1857,  a  p.  87. 
»  In  Roma  le  pie  educatrici,  ed  Adora- 
ti ici  del  Divin  Sangue  ,  in  via  Avigno- 
nesi,  11.'  80,  iu  casa  della  principessa  Wol- 
konsky,  ammaestrano  ne  lavori  ed  istru- 
zione cristiana  le  fanciulle,  ed  auebe  le 
maritale.  Institulrice  fu  la  pia  Maria  de 
Matiis  di  Acuto  verso  ili  833  sotlo  la  di- 
rezione del  ven.  canonico  Del  Bufalo,  e 
già  conta  1 6  case  per  lo  stato  pontifìcio"). 
Aggiunge  che  nella  provincia  esistono  col- 
legi fionlisiiiiii,  biblioteche,  seminari,  li- 


V  E  L 

pogra  fie,  musei  numismatici  en.  L'acca- 
demia Etnica  la  ilice  fondata  nel  decli- 
n.ir  del  secolo  passalo  dal  sommo  nelle 
scienze  e  nelle  lettere  mg.r  Giovanni  De- 
voti vescovo  d'Anagni  in  questa  città,  la 
quale  per  essere  l'antichissima  capitalede* 
gli  ei nici  prese  il  detto  nome;  alterata  nel 
suo  progresso  pegli  sconvolgimenti  repub- 
blicani deli  yqg,  indi  il  vescovo  d'Anagni 
nig.r  Gioacchino  Tosi  potè  stabilirla.  Nel 
suo  i.°  lustro  l'accademia  fiorì  in  modo, 
che  poco  mancò  non  vi  dasse  il  suo  nome 
l'imperatore  Napoleone  1,  il  quale  aven- 
do molta  propensione  pel  Tosi,  gli  sotto- 
mise  le  diocesi  di  Paleslrina,  Terracina, 
Sezze,  Piperno,  Ostia,  Velletri,  Alati i, 
Albano,  Frascati,  Porto  e  s.  lAullina,  e  Ti- 
voli. Per  le  vicende  cui  soggiacque  mg.r 
Tosi,  l'accademia  fu  dimenticata,  ma  nel 
i843  quando  l'immorlal  Gregorio  XVI 
degnò  di  sua  presenza  la  città  d'Alain, 
si  pensò  con  energìa  a  ristabilii  la.  11  me- 
rito della  nuova  fondazione  dell'  accade- 
mia Etnica  si  deve  amg.r  Adriano  Giani- 
pedi  zelante,  facondo  e  dotto  vescovo  d'A- 
lati i  in  questa  città,  e  ne  ottenne  l'appro- 
vazione dalla  congregazione  degli  studia' 
3o  luglio  1 844-  Et'ggo  "el  supplemento 
al  n.°i4  del  Diario  di  Roma  del  1  845, 
che  l'accademia  fu  fondata  a'2  febbraio 
1 844»  anniversario  dell'elezione  di  Gre- 
gorio XVI,  che  perciò  essendosi  propo- 
sto di  celebrarlo,  e  insieme  quello  del- 
1  accademia  con  solenne  straordinaria  tor- 
nala, a  cagione  del  mal  tempo  si  differì 
a'9  e  celebrossi  il  letleiario  esercizio  nel 
modo  ivi  narrato.  Apprendo  poi  duW'dl- 
burn  di  Roma,  t.  24,  p.  1 46,  che  contri- 
buì alla  fondazione  dell'accademia  il  pa- 
trizio alatrino  e  cauouico  della  cai  tedia- 
le d.  Agostino  prof.  Caporilli  prefetto  de- 
gli studi  nel  seminario,  la  di  cui  biografia 
del  prof.  Giuseppe  Tancredi  ivi  si  ripor- 
ta, coli'  encomio  del  suo  sapere  e  parti- 
colari pregi.  Intendimento  dell'accade- 
mia è  la  coltura  dell'umane  lettere  e  de- 
gli utili  studi.  Dopo  i  misteri  di  nostra  ss. 
Religione,  cui  souo  sagre  le  sue  più  so- 


VEL  47 

lenni  lornale,per  lo  più  imprende  a  tratta- 
re argomenti  riguardanti  le  cose  patrie. 
Tre  ordini  di  soci  compongono  1'  accade- 
mia,residenti,  corrispondenti, onorari:  fra 
i  secondi  mi  pregio  di  appartenervi.  A'27 
giugno  i845  mi  fu  spedilo  il  diploma  di 
socio  corrispondente,  cogli  Statuti  del- 
l'accademia Erràca  eretta  in  A  latrilo- 
ma  i845.  Indi  ricevei  il  Catalogo  de* soci 
della  accademia  Ernie  a  fondata  sot- 
to gli  auspicii  della  sa. me. di PapaGre- 
gorio  XF1 che  drgnossi  fregiarla,  del- 
l'augusto suo  nome,  Roma  1847- Egua- 
le onore  ha  compartito  all'accademia  il 
regnante  Papa  Pio  IX.  Notai  già  che  il 
De  Mallhias  colla  Lettera  4-'  ragiona 
sulla  storia  dell'industrie  della  provincia 
e  di  sua  posizione  commerciale.  Egli  dice. 
L'antico  commercio  si  vuole  ben  grande, 
perchè  il  solo  distretto  d'Anagni  contava 
60,000  abitanti,  e  Virgilio  appellò  ricca 
Anagni  non  per  la  semplice  coltura  cam- 
pestre, ma  eziandio  pel  traffico,  poiché  il 
suolo  in  parte  è  sas-oso.  Del  vetustissimo 
commercio  degli  ernico-volsci  n'è  prova 
la  staterà  della  prisca  Campagna  del  La- 
zio. Un'iuvenzione  de'  pesi  de'  tempi  re- 
motissimi, decide  de'  famosi  mercati  d'e- 
poche lontanissime. La  staterà  ne'campa- 
ni  del  Lazio, ove  souo  i  contorni  di  Erosi- 
none, Milli cii  ni emenle attesta  quanto  i  pri- 
mi frusinati  felicemente  commerciassero 
colle  loro  produzioni  e  industrie.  Di  pre- 
sente la  delegazione  diFrosinone  nell'agri- 
coltura mantiene  aperti  traffichi  non  solo 
colle  principali  parli  dello  stato  pontificio, 
ma  ancora  al  di  là  dei  Mediterraneo  e  del 
Tirreno,  e  persino  in  Africa.  Anagni  e 
Ferentino  producono  abbondanti  grana- 
glie, Veroli  e  Vallecorsa  moltissimo  olio, 
Allena  e  s.  Lorenzo  copiosa  seta,  Supino 
moltissimo  legname.  Gli  opificii  di  panni 
d'Ala'.ri  e  di  tappeti  di  Veroli  sono  rino- 
mati. In  Frosiuone  si  migliorò  ne'  lavori 
agricoli  e  industriali.  Eccellenti  sono  le 
piante  di  tabacco  di  Vallecorsa  e  Ponte 
Corvo.  Termina  il  De  Mallhias  con  os- 
servare; Che  se  Terracina  avesse  una 


48  V  R  L 

fiera,  come  quella  ili  Sinigaglia,  ed  aves- 
se pure  una  strada  ferrata  che  l'unissi;  a 
Roma,  la  delegazione  Frusinate  diver- 
rebbe la  i."  provincia  dell'  Italia.  Bensì 
narrai  in  tale  articolo,  pel  cui  porlo  tan- 
to fece  Gregorio  XVI  a  vantaggio  di  que- 
ste provincie,  clie  vi  è  la  stazione  e  l'offi- 
cio per  la  telegrafia  elettrica;  mentre  so- 
no lieto  di  potere  qui  ripetere,  die  il  ti  on 
co  di  ferrovia  da  Roma  al  Tuscolo  (/  '.), 
dovrà  continuarsi  per  Velletri  e  Cepra- 
no,  per  congiungerlo  a  quello  di  IN  tipo- 
li,  come  accennai  ne' voi.  LXX,  p.  1 63, 
LXXXIV,  p.  i5;  ed  intanto  il  governo 
del  florido  regno  delle  due  Sicilie  spinge 
con  massima  alacrità  la  strada  ferrata 
perCeprano,  anzi  si  può  dire  giunta  qua- 
si alle  frontiere  pontificie,  destinata  a  riu- 
nire le  nostre  vie  all'altre  Europee,  men- 
tre accosta  a  Sanseverino  per  proprio 
conto  la  strada  di  Brindisi.  Sulla  linea 
della  ferrovia  Pio-Latina  si  formeranno 
due  primarie  stazionala  t  .'inVelletri,  l'al- 
tra probabilmente  in  Ceccano.  Nel  Gior- 
nale di  Roma  del  1 858,  n.  56  e  5<],  si  leg- 
ge la  conferma  alla  società  anonima  della 
concessione  della  strada  ferrata  non  sola- 
mente da  Roma  a  Fi  ascati,  ina  eziandio  il 
suo  prolungamento  dalla  n."  città  al  con- 
fine Napoletano,  seguendo  il  traccialo  sot- 
to i  colli  Albani  e  per  Velletri,  lino  allo 
slesso  confine  Napoletano  per  Ceprano; 
costruita  ad  un  binario,  cioè  con  una  cop- 
pia di  guide  di  ferro,  salvo  pe'  recessi  di 
carico  e  scarico,  stazione  e  scambio,  che 
dovranno  avere  doppi  binari  ec<  Si  ripor- 
ta pure  il  capitolato  accettato  dalla  socie- 
tà a'  7.5  febbraio  j  858,  con  sovrana  san- 
zione e  ordini  de'  3  marzo  susseguente  ; 
colla  tarilFa  di  nolo  pe'  viaggiatori,  e  le 
tasse  pe'  trasporti  di  animali,  derrate, 
merci  e  altro.  Annullandosi  la  concessio- 
ne de' 24  febbraio  1 853  della  continua- 
zione della  linea  di  Frascati  al  Porto  d' 
Anzio.  La  società  si  obbliga  di  porta- 
re a  compimento  il  detto  prolungamen- 
to di  fério via  peli.0  agosto  1860,  in  mo- 
do che  la  strada  sia  praticabile  in  lut- 


V  EL 

ta  la  sua  estensione.  Frale  riserve  fatte 
dal  governo,  vi  è  quella  dello  stabilimen- 
to d'una  linea  telegrafica  elettrica  lungo 
la  via  ferrata.  Quindi  il  Papa  nominò 
commissario  generale  delle  strade  ferra- 
te pontificie  romane  il  duca  d.  Mario 
Massimo.  11  n.  85  dello  stesso  Giornale 
pubblicò  gli  articoli  addizionali  agli  sta- 
tuti de'  24  maggio  i854,  della  società  a- 
nonima  della  strada  ferrata  da  Roma  a 
Frascati,  la  quale  prese  il  nome  di  Socie- 
tà privilegiata  Pio- Latina  delle  Stra- 
de ferrate  da  Roma  a  Frascati,  e  da 
Roma  al  confine  Napoletano,  ossia  Ce- 
prano. Tali  articoli  furono  approvati  dal 
Papa  a'  3  1  marzo  1  858.  Si  può  vedere 
l'interessante  articolo  d'Angelo  Angeluc- 
ci  :  Ferrovie  ed  opere  dello  Sialo,  a  p. 
1 80  del  1. 1  ,ser.  2. 'dell' Enciclopedia  con- 
temporanea di  Fano  .Ora  colla  stessa  En- 
ciclopedia contemporanea  di  Fano,  t.  6, 
p.  2  1  2  e  seg.,  riporterò  il  sommario  delle 
piùimportanti  materie  trattale  nellaRivi- 
stade'prodotti  naturali  e  manifatturieri 
dello  stalo  romano,del  prof.GaetanoNigri- 
soli,  autore  della  recentissima  e  bell'ope- 
ra, sulla  quale  però  vanno  tenute  presen- 
ti quelle  savie  avvertenze  pubblicate  dal- 
la stessa  Enciclopedia  a  p.  3 57  e  seg. , 
la  quale  tornò  a  lodare  l'autore  nella  se- 
rie 2.',  1. 1,  p.  58.  Legazione  di  Velletri. 
Fiorenti  l'industrie  agricole,  lanquide  le 
manifatturiere.  Prodotti  naturali.  Buoi 
e  bufali  in  bel  numero;  in  mediocre  i 
cavalli  e  pecore;  scarseggiano  le  capre  e 
i  suini.  Commercio  vivo  neh'  anzidetto 
bestiame  con  R_oma  e  col  Napoletano. 
Poco  si  curano  le  pecchie  e  i  Augelli.  La 
pescagione  e  la  caccia  danno  considere- 
voli prodotti.  Ubertosa  raccolta  di  fru- 
mento, che  si  estrae,  mentre  il  granone 
ed  altri  cereali  negoziansi  colle  terre  vi- 
cine. Il  lino  e  la  canepa  conosconsi  appe- 
na.Erbaggie  frutta  squisitissime  in  copia, 
come  anche  aranci  e  altri  agrumi.  Pro- 
dotto considerevolissimo  di  vini  ottimi, 
che  s'inviano  per  Roma.  1  gelsi  esistono 
in  discreto  numero,  gli  ulivi  vi  prospera- 


\  E  L 

no  largaineule,  e  più  ancora  i  castagni, 
le  cui  titilla  porgonsi  ad  un  commercio 
rilevante.  Da'  molti  boschi  traesi  a  dovi- 
zia ili  legname  da  fuoco  e  da  costruzione. 
Ricchissima  cava  di  gesso.  Acque  minerali 
ferruginose  non  per  anco  illustrate.  Pro- 
dotti manifatturieri.  In  Velletri  abhiaojo 
una  fabbrica  di  cappelli  ed  una  di  cera. 
Terracina  presenta  una  fabbrica  di  cap- 
pelli ordinari,  e  Ronco  (?)  una  cereria;  nel 
restante  della  provincia  veggonsi  attive  le 
lavorazioni  delle  botti,  delle  doghe,  del 
carbone,  e  di  notabile  quantità  di  potassa. 
Delegazione  di  Frosinone.  Fiorente  l'a- 
gricoltura, non  ispregievoli  le  industrie. 
Prodotti  naturali. Ricchezza  di  buoi,  mag- 
giore di  bufali,  utile  spaccio  con  Roma  e 
con  Napoli:  le  carni  salate  de'  bufali  si 
acquistano  dalla  marina  napoletana.  Ca- 
valli in  abbondanza,  spesse  mandrie  di 
porci  ;  notevoli  di  pecore  e  di  capre. 
Questo  bestiame  trafficasi  con  Roma  e 
con  Napoli.  Minimo  il  raccolto  dell'  api 
e  de'  Augelli,  tenuissima  pure  la  pesca- 
gione. Vistoso  scambio  di  grano  e  di 
granone  con  Roma,  non  lieve  de'  po- 
mi di  terra,  dell'avena  e  dell'orzo  colle 
terre  vicine.  I  vini  e  l'olio  graditi,  e  i  ca- 
stagni mantengono  utile  spedizione  alla 
dominante.  Piuttosto  scarsi  i  gelsi;  do- 
vizia di  ghiande,  e  di  legname  ottimo  da' 
molti  boschi,  che  esita  insieme  colle  cor- 
leccie  de'  sugheri  anche  all'estero.  Ric- 
che cave  d'alabastro  in  Salvaterra  (non 
la  conosco,  forse  Falv.aterra),  ed  in  Fe- 
rentino, di  stucco  in  Guarciuo.  A  Colle- 
pardo,  abbondanti  gessaie,  in  Trevi  un 
minerale  ferruginoso  che  presto  sarà  uti- 
lizzato. A  Polì  miniere  ubertose  di  pozzo- 
lana e  relitti  vulcanici;  a  Castro  una 
quantità  di  pece,  che  ne  ha  il  nome,  co- 
me altresì  buona  argilla.  La  vendita  de' 
minerali  predetti  estendesi  al  Napoleta- 
no. L'acqua  d'Anlicoli  tiensi  in  gran  cre- 
dito; poi  vengono  quelle  di  Ferentino  e 
d'Anagni.  Prodotti  manifatturieri.  In  A- 
latri,  eccellenti  la  nitidi,  donde  un  traffi- 
co ragguardevole  coll'interuo.  A  Monte 

VOL.   LXXXIX. 


V  EL  49 

s.  Giovanni,  nitriere,  fabbriche  di  polveri 
sulfuree,  ed  una  cartiera,  le  cui  inanità  It  u- 
re  spediscousi  a  Roma  insieme  ad  ingen- 
te quantità  d'olio  di  ricino  che  prepa- 
rasi in  Ceprano.  A  Guarciuo  una  cartie- 
re, una  concia  di  pellami;  nel  contado 
poi  abbondanti  lavorazioni  di  candela- 
bri, di  cucchiai  di  /aggio.  Le  carte  ed  i 
pellami  negoziatisi  colle  prossime  tene, 
gli  oggetti  di  legno  anche  con  Roma,  la 
altre  comuni  fabbriche  di  cappelli,  di  te- 
le, di  stoviglie,  di  mattoni,  distillerie  da 
spirito  e  da  rosoli i.  Vendita  di  tali  mani- 
fatture in  provincia  e  fuori.  Distretto  di 
Ponte  Corvo.  Vaccini  e  pecorini  in  bel 
numero,  in  maggiore  i  porcini:  lo  smer- 
cio de'  medesimi  è  utile  co'luoghi  vicini 
e  col  Napoletano.  Trasandata  l'educazio- 
ne dell'api  e  de'flugelli.  Dovizioso  raccol- 
to di  grano,  di  spelta,  di  granone,  di  pa- 
late, di  legumi,  che  negoziansi  pure  col 
Napoletano.  Ristretta  la  semina  della  ca- 
nepa  e  del  lino;  vastissima  de'tabacchi, le 
cui  foglie  si  mandano  alla  Regia  di  Na- 
poli(?).  Abbondanza  di  vini  squisiti,  che 
trafficatisi  colle  terre  limitrofe.  Escava- 
zioni di  argilla  per  vasellami  e  materia- 
li da  fabbriche.  Prodotti  manifatturieri. 
In  Ponte  Corvo,  filatura  notabile  di  ca- 
nepa  e  di  lino,  lavorazione  di  tessuti  or- 
dinari di  cauepa,  fabbrica  di  paste  da  mi- 
nestra, concie  di  pellami,  moli  ni  da  gra- 
naglie ec, fabbriche  di  stoviglie,  di  mat- 
toni ec.  Tali  manifatture  si  esitano  alle 
terre  limitrofe  e  al  Napoletano.  Delega- 
zione di  Benevento.  L'  agricoltura  è  in 
assai  florida  situazione,  non  cosi  le  altre 
industrie.  Prodotti  naturali.  Torme  di 
buoi  e  di  cavalli,  più  numerose  di  bufa- 
li. Anche  le  pecore  ed  i  suiui  sono  in 
qualche  abbondanza;  negoziasi  il  detto 
bestiame  col  regno  di  Napoli.  Le  api  ed  i 
bachi  da  seta  si  educano  con  impegno,  e  se 
ne  hanno  prodotti  eccellenti.  Raccolto  u- 
bertosodi  grano  e  di  granone.  Vasta  col- 
tura della  canepa  e  del  lino;  dovizia  di 
erbaggi  e  di  frutta,  di  cedri,  di  limoni  e 
d'aranci.  Questi  prodotti  insieme  ad  una 
4 


5o  VEL 

grande  quantità  di  tabacchi  si  vendono 
a'  luoghi  vicini  ed  al  Napoletano.  1  vini 
mantengono  un'  interessante  estrazione 
al  pari  dell'olio  d'oliva  con  Napoli.  Ap- 
prezzabile il  prodotto  delle  ghiande,  e 
delle  legna  principalmente  delle  selve. 
Non  sonosi  fin  qui  escavali  minerali,  né 
scoperte  acque  medicinali.  Prodotti  ma- 
nifatturieri. In  Benevento,  fabbrica  di 
cappelli  fini  e  ordinari,  di  corde  armoni- 
che, di  pettini  di  bufalo,  avendo  questa 
la  privativa  per  la  delegazione.  Sono  ce- 
lebri i  torroni  o  ammandorlati,  che  s'in- 
viano a  Roma  ed  a  Napoli,  come  anche  le 
corde  armoniche  e  i  pettini.  A  s.  Ange- 
lo, filatoi  di  seta,  fabbrica  di  tessuti  or- 
dinari di  lana,  in  alcuni  luoghi  concie  di 
pellami  e  moliui  da  granaglie.  Nel  1782 
si  stampò  in  Napoli,  Carte  corografiche 
e  memorie  riguardanti  le  pietre ,  le  mi- 
niere e  i  fossili  per  servire  alla  storia 
naturale  delle  provincie  del  Patrimo- 
nio, Sabina,  Lazio, Marittima  e  Campa- 
gna,  e  dell' Agro  Romano,  abbozzate  e 
raccolte  dal  prefetto  degli  sludi  del  real 
collegio  Fernandìano  alla  Nunziatella. 
Riportano  le  ufficiali  Notizie  di  Roma 
del  1 858  le  seguenti  nozioni.  Legazione 
di  Marittima  e  Campagna.  Em."  cardi- 
nal Vincenzo  Macchi  decano  del  sagro 
collegio,  legato.  In  Velletri  risiedono  :  il 
prelato  delegato  apostolico  di  Marittima 
mg.r  Luigi  Giordani,  4  consultori,  il  se- 
gretario generale,  il  presidente  del  tri- 
bunale di  1.'  istanza,  3  giudici,  il  procu- 
ratore fiscale,  il  cancelliere,  l'assessore 
legale,  l'ingegnere  d'acque  e  strade,  il  ca- 
pitano comandante  de'  gendarmi.  Que- 
sta provincia  è  divisa  in  5  governi  (oltre 
i  due  vice-governi  di  Carpinetoe  Sei  mo- 
neta), e  contiene  62,01 3  abitanti.  In 
Frosinone  risiedono:  il  prelato  delegalo 
apostolico  di  Campagna  mg/ Ferdinan- 
do Scapilta,  4  consultori,  il  segretario 
generale,  il  presidente  del  tribunale  di 
1.  istanza,  3  giudici  olire  un  aggiunto, 
il  cancelliere,  l'assessore,  il  capitano  co- 
mandante de'  geodanni.  La  provincia 


VEL 

divisa  in  1  3  governi  (imperocché  sebbe- 
ne nel  comune  di  Sonnino  non  risieda 
propriamente  un  governatore,  ma  un 
commissario  straordinario  colle  medesi- 
me attribuzioni,  viene  considerato  come 
un  governo)  ha  1 54,55g  abitanti.  In  Be- 
nevento risiedono:  il  prelato  delegato  a- 
postolico  della  medesima  provincia  mg.r 
Odoardo  Agnelli, 4consultori,  il  segreta- 
rio generale,  il  presidente  del  tribunale 
di  i.a  istanza,  1  giudici,  il  procuratore 
fiscale,  il  cancelliere,  l'assessore  legale,  il 
tenente  comandante  de'  gendarmi.  La 
provincia,  oltre  la  città,  contiene  7  co- 
muni, ed  ha  a3, 1  76  abitanti.  Negli  altri 
articoli  componenti  la  legazione  di  Ma- 
rittima e  Campagna  ne  descrissi  le  par- 
ticolarità, in  uno  alla  temperatura,  con 
quella  brevità  rhedebbo  seguire, per  sup- 
plire alla  quale  dichiarai  un  buon  nume- 
ro degli  scrittori  che  di  proposito  ne  trat- 
tano. Innanzi  di  compendiosamente  de- 
scrivere Velletri  e  suo  vescovato  subur- 
bicario,  ch'è  1'  argomento  dell'  articolo, 
i)  rimanente  non  essendo  quasi  che  un 
accessorio  ad  ornatimi  del  capoluogo  di 
sua  legazione,  mi  propongo  di  riferire  al- 
cune notizie  di  que'luoghi  della  medesi- 
ma, di  cui  ancora  non  parlai,  per  le  qua- 
li procederò  principalmente  co'seguenti 
auton,  oltre  il  Riparto  territoriale  del 
1 833,  pubblicato  dal  governo  nel  1 836, 
profittando  eziandio  della  Statistica  del' 
lo  Stalo  Pontificio  del  1 853,  dal  me- 
desimo governo  fatta  stampai  e  nel  18^7, 
e  tenendo  presente  la  Statistica  nume- 
raliva  delle  popolazioni  dello  stalo  pon- 
tifìcio alla  fine  del  1 853  col  Riparti- 
mento  territoriale  modificato  secondo 
i  cambiamenti  cui  e  andato  soggetto  do- 
po il  l833  fino  all'epoca  presente,  Ro- 
ma  1857.  Quest'ultimo  Ripartimento  e 
Censo  della  popolazione,  dichiara  il  mi- 
nistro dell'interno  con  circolare  de'  i4 
novembre  1807,  viene  surrogato  a  quel- 
lo del  1 833, dovendo  cominciare  ad  ave- 
re effetto  il  i.°  gennaio  1 858.  Nel  Ripar- 
timento si  avverte,  che  le  frazioui  co- 


VEL 

medie  fanno  parte  de'  loro  comuni  o 
appodiali,  non  fu  stimalo  necessario  di 
riportarle,  non  avendo  amministrazione 
separata  ;  diesi  è  rettificata  la  popolazio- 
ne stabile  e  mutabile  della  Statistica  del 
i853;  e  cbe  oltre  gli  antichi  vice-gover- 
ni,altri  ne  furono  istituiti.  Pe'vice-gover- 
ni  conviene  tener  presente  la  legge  de'3o 
ottobre  i856,  riferita  dal  n.°  i5o  del 
Giornale  di  Roma,  dalla  quale  viene 
specificata  la  giurisdizione  e  le  attribu- 
eìoiiì  de'  vice-governatori,  che  in  sostan- 
ra  esercitano  quelle  de'governatori.  Ec- 
co poi  gli  accennati  autori.  Fr.  Bonaven- 
tura Theuli  velletrano  e  minore  conven- 
tuale, Teatro  historico  di  Velletri  insi- 
gne città  e  capo  de'  volscì,  Velletri  per 
Alfonso  dell'  Isola  1 644*  Carlo  Ambro- 
gio Piazza,  La  Gerarchia  cardinalìzia, 
Roma  i  703  :  Ostia  e  Velletri  vescovati 
suburbicari.  Antonio  Ricchi  corano,  La 
Reggia  dc'Volsci)  ove  si  tratta  dell'  o- 
rigine,  stato  antico  e  moderno  delle 
città,  terre  e  castella  del  regno  de'  voi- 
sci  nel  Lazio,  e  specialmente  di  Cora, 
città  volsca,  sua  patria,  Napoli  i  7  1 3. 
Del  medesimo:  Teatro  degli  uomini  il- 
lustri nelle  armi,  lettere  e  dignità,  che 
Jiorirono  nel  regno  antichissimo  de' 
volsci,  esistente  nel  Lazio,  parte  dell'I- 
talia, ove  frapponesi  il  Discorso  sovra 
le  differenze  insorte  intorno  al  celebre 
taglio  delle  famose  Selve  di  Cisterna 
e  Sermoneta  ^dedicato  all'Illm."  ed  Ec- 
cell."  Signore  d.  Michel'  Angelo  Cae- 
tani  duca  di  Sermoneta  e  di  s.  Marco, 
principe  del  sagro  Romano  Impero  e  di 
Caserta,  marchese  di  Cisterna,  signore 
di  Bassiano,  Ninfa  e  s.  Donalo,  came- 
riere della  chiave  d'oro  di  S.  M.  Cesa- 
rea Cattolica,  barone  rumano,  e  gran- 
de di  Spagna  ec,  Roma  1721.  Alessan- 
dro Borgia  vescovo  di  Nocera  poi  arci- 
vescovo di  Fermo  veliterno,  Istoria  del' 
la  Chiesa  e  città  di  Velletri,  Nocera 
1723.  Fr.  Casimiro  da  Roma,  Memorie 
(storiche  delle  chiese  e  de' conventi  del- 
la provincia  romana,  Roma  1744*  ^s' 


VEL  5i 

trantouio  Petrini,  Memorie  Prenestine, 
Roma  179?.  Mg/  Nicola  Nicolai,  De' 
bonificamenti  delle  Terre  Pontine,  Ho- 
ma  1800.  Gabriele  Calindri ,  Saggio 
statistico  storico  del  Pontificio  Stato. 
Pietro  Castellano,  Lo  Stato  Pontificio. 
A.  Nibby,  Analisi  storico-topograjìco- 
antiquaria  della  carta  de'  dintorni  di 
Roma.  G.  Marocco,  Monumenti  dello 
Slato  Pontificio.  Storia  della  città  di 
Velletri  scritta  dal  canonico  Tommaso 
Banco,  2."  cdizionc,Ve\\elr\  tipografia  di 
L.  Cappellacci  i85i.  Quando  questo  be- 
nemerito defunto  veliterno  me  la  donò 
graziosamente,  io  già  possedeva  la  i/e- 
dizione  da  lui  dedicata  a'  suoi  dilettissi- 
mi concittadini  (l'altra  essendolo  al  car- 
dinal Macchi)  con  questo  titolo:  Coni- 
pendio  della  storia  Veliterna,R.oaìa  ti- 
pografia Mugnoz  a  spese  dell'editore  Lui- 
gi Cappellacci  1 84-  »  •  Inoltre  mi  è  noto 
eh'  egli  lasciò  compilato  un  Almanacco 
o  Notiziario  della  provincia  e  diocesi 
Veliterna,  e  che  lo  pubblicò  il  di  lui  ni- 
pote succedutogli  nel  canouicato  della 
cattedrale  di  cui  era  coadiutore.  Aduu- 
que  vado  a  scrivere  co'  nominati  e  altri 
che  poi  dirò,  e  quindi  da' poco  discreti 
non  si  pretenda  da  me  responsabilità  e 
solidarietà  d'ogni  detto,  poiché  quanto 
ho  raccolto  non  intendo  darlo  né  per  di- 
mostrazione matematica,  e  molto  meno 
per  definizione  di  fede.  Rammentino  gli 
esigenti:  Chi  narra,  dice  un  fatto  e  non 
conferma  una  sentenza.  E  quanto  alle 
pretensioni  di  dettaglio,  secondo  le  viste 
particolari,  ed  a  me  vietato  dalla  natu- 
ra dell' opera,  anco  qui  debbo  ricordare 
il  protestalo  nel  voi.  LXXV1,  p.  5j  e  58, 
e  quanl'altro  di  relativo  franca  niente  di- 
chiarai a'Iuoghi  opportuni.  A  tali  erudi- 
zieni però  credo  opportuno  primiera- 
mente di  premettere  alquante  parole  sui 
Papi  che  alcun  tempo  risiederono  nelle 
provincie  di  Marittima  e  Campagna,  o  le 
visitarono  personalmente. 

Le  provincie  che  compongono  questa 
nobilissima  legazione  apostolica  furono 


52  V  E  L 

onorate  ne' Piaggi  de  Papi,  di  loro  ve- 
neranda e  sempre  gradila  e  benefica  pre- 
senza^ die  nelle  loro  biografie  e  negli  ar- 
ticoli riguardanti  i  luoghi  della  legazione 
feci  cenno,  come  farò  ne'  seguenti.  Ne'se- 
coli  antichi,  per  le  turbolenze  delle  fazio- 
ni e  degli  scismi, molti  Papi  vi  si  rifugiaro- 
no e  fecero  dimora  colla  cuiia  e  corte  ro- 
mana, evi  accolsero  sovrani,  ambasciato- 
ri e  vescovi  stranieri,  e  s.  Gregorio  VII 
nel  1080  io  Ccprano  in  vestì  col  vessillo 
dis.  Pietro  della  Puglia,  Calabria  e  Sici- 
lia il  duca  Roberto  Guiscardo,  il  che  me- 
glio narrai  nel  voi.  LXV,  p.  1 70.  Talvol- 
ta risiederono  in  Fellelri,  Segni  ai  Alla- 
gai principalmente;  anzi  nelle  due  ulti- 
me città  vi  ebbero  il  palazzo  apostolico. 
J  benedettini  di  s.  Pietro  di  Villa  Magna 
ogni  sabato  offrivano  7  pani  o  focaccie 
o  pizze,  a'  Papi  che  recavansi  nella  pro- 
vincia di  Marittima  e  Campagna,  per  cui 
Bonifacio  Vili  nel  donare  alla  mensa  ve- 
scovile, e  al  capitolo  e  cattedrale  d'Anagni 
il  monastero,  abbazia  e  beni  di  Villa  Ma- 
gna, colla  bolla  Inter  cacteras  Orbis  Ec- 
clesias,  impose  il  tributo  e  l'omaggio  de' 
7  pani  al  vescovo  e  al  capitolo,  a  favore 
di  se  e  successori,  sotto  pena  di  caducità 
dal  possesso  de'  beni,  e  tuttora  puntual- 
mente si  osserva.  Nel  secolo  passato  due 
Papi  onorarono  di  loro  presenza  la  pro- 
vincia di  Marittima  e  Campagna,cioè  Be- 
nedetto XIII  per  due  volle  nel  recarsi 
alla  sua  antica  chiesa  di  Benevento,  che 
ritenne  nel  pontificato  e  nominando  a  co- 
adiutore il  cardinal  Coscia  ;  e  Pio  VI  per 
diversi  anni  nel  portarsi  a  Terracina,ove 
soggiornava  per  curare  il  diseccamento 
delle  Paludi  Pontine.  Nel  secolo  corren- 
te compartirono  eguale  onore  alla  pro- 
vincia i  Papi  Gregorio  XVI  e  Pio  IX  re- 
gnante; il  i.°  oltre  una  gita  a  Velletii 
nel  1 83 1,  indi  due  volte  nel  i83genel 
i843;  il  2.0  nel  i85o.  ed  in  ciascuna  si 
fece  l'oblazione  de' 7  pani.  Gregorio  XVI 
li  ricevette  in  Terraciua  e  in  Anagni, 
Pio  IX  in  Frosinone,  e  lo  notai  pure  a 
Pane.  I  tre  viaggi  furono  egregiamente 


V  EL 

descritlida'seguenli.  Relazione  del  viag- 
gio di  Sua  Santità  Gregorio  Papa  XI  [ 
da  /Ionia  a  s.  Felice,  scritta  dalprincU 
ped 'Arsoli (d.  Vittorio  Massimo),  Roma 
1839.  Del  medesimo  abbiamo:  Relazio- 
ne del  viaggio  fatto  da  N.  S.  PP.  Gre- 
gorio XV Palle  provincie  di  Marittima 
e  Campania  nel  maggio  1 843,  icritta 
dal  principe  Massimo  sopr aintendente 
generale  delle  poste  di  Sua  Santità, 
Roma  1 843 .  Relazione  storica  del  viag* 
gio  di  Sua  Santità  Papa  Pio  IX  da  Por- 
tici a  Roma  nell'aprile  dell'anno  1 85o, 
Roma  i85o.  Questa  fu  compilata  dal 
commend.  Giulio  Barluzzi,  giovandosi 
deN'opera  dell'avv.  Angelo  Carnevalati, 
e  dedicandola  al  cardinal  Autonelli.  Con 
tali  Relazioni,  e  tenendo  presenti  il  Dia- 
rio di  Roma,\eNotizie  del  giorno,  il  Gior- 
nale di  Roma  e  1'  Osservatore  Roma- 
no ;  ove  potei  parlarne  il  feci,  e  il  simile 
eseguirò  ne'  seguenti  paragrafi  de*  luo- 
ghi della  delegazione  di  Frosinone  e  del 
distretto  di  Velletri  e  ragionando  di  tal 
città.  A  supplire  quanto  finora  non  mi 
fu  dato  di  fare,  perchè  già  stampati  gli 
articoli,  co'  medesimi  qui  adesso  l'adem- 
pirò e  con  alcune  mie  aggiunte.  Avendo 
determinato  il  Papa  Gregorio  XVI  di  re- 
carsi a  visitare  il  castello  di  s.  Felice{ly.), 
situato  alle  falde  del  famoso  monte  Cir- 
ceo, parti  da  Roma  a'  22  aprile  i83q,  e 
per  Albano,  la  Riccia  e  Genzano  (/  '.), 
giunse  in  Velletri,  da  dove  passò  a  Ter- 
raciua e  s.  Felice j  e  ripassando  pe'  me- 
desimi luoghi  si  restituì  al  Valicano  a' 
29  dello  stesso  mese.  Nel  i843  il  mede- 
simo Gregorio  XVI,  desiderando  con- 
solare colla  sua  presenza  una  parte  de' 
suoi  felicissimi  stati,  alcuni  luoghi  de' 
quali  da  più  secoli  non  avevano  goduto 
della  patèrna  visita  de'  Sommi  Ponte- 
fici, determinò  d'impiegare  i  primi  gior- 
ni del  bel  mese  di  maggio  a  percorrere 
un  buon  tratto  del  Lazio  e  degli  antichi 
Ernico-Volsci,  visitando  le  antichissime 
e  importanti  città  d'Anagni,  di  Ferenti- 
no, eli  Frosinone  e  di  Alatri,  e  passando 


VE  L 

per  Piperno  a  Terrari na,  e  indi  a  Velie- 
Iti,  Genzano, Riccia  e  Albano,  dopo  visi- 
tale le  provinciedi  Marittima  eCampania 
e  parte  della  Comarca  di  Roma,  ritorna- 
re alla  sua  maestosa  capitale  e  residenza. 
Parli  da  questa  il  i.°  maggio,  ed  uscito 
dalla  Porla  Maggiore  per  la  via  Labica- 
na, che  conduceva  all'antica  Labico^P.), 
festeggialo  anche  sotto  Zagarolo  (/"''.)  e 
Pale  strina  (fy.)  da  quelle  popolazioni, 
clero  e  magistrati  sulla  viaCasilinajequin- 
di  da  Lagnano  e  P ' almontone ,  al  modo 
che  dirò  a  que'  paragrafi.  Continuando  il 
viaggio  sulla  via  Casilina  nel  territorio  di 
largiti  (/  .),  la  quale  antichissima  città, in 
contrassegno  d'esultanza,  fra  le  altre  di- 
mostrazioni eresse  sulla  pubblica  via  pro- 
vinciale un  magnifico  arco  di  trionfo(men- 
tre  il  eh.  d.  Alessandro  Atli  era  professo- 
re <li  quel  serninario,nel  t.  23  àeU'All  uni 
di  Roma,  descrivendo  Segni  eruditamen- 
te, citando  il  mio  articolo  più  volte,  par- 
lando dell'ai  coulisse  a  p.2gicheio  per  in- 
avvertenza l'area  attribuito  all'architelto 
Cnlderari, mentre  fu  eretto  con  disegno  e 
direzione  di  d.GiampietroCremona  cura- 
to di  s.Stefano;  ma  poi  a  p.  3  i  2  equamen- 
te pose  questa  Rettificazione  :  «Ciò  che  si 
è  notalo  a  p.  291  di  questo  giornale  nel- 
la nota  5,  riguardante  all'arco  trionfale 
innalzato  a  Gregorio  XVI,  bassi  a  riferire 
alla  Relazione  del  viaggio  fatto  dal  Va- 
jta  Gregorio  AFIec.  del  principe  Mas- 
sino, ed  al  n.°4o  del  Diario  di  Roma  del 
i843,non  al  eh.  cavalier  Moroni".  Laon- 
de per  la  storia  e  per  grato  animo  qui 
ne  fo  menzione).  Ricevuti  quindi  il  Papa 
i  complimenti  di  mg.r  Pila  delegalo  di 
Frosinone  e  di  mg.'  Lolli  vicelegato  di 
Velletri  ne'  luoghi  soggetti  alle  loro  ri- 
spettive giurisdizioni,  il  Santo  Padre  con- 
tinuando il  suo  belo  viaggio  xersoAnagni 
vi  giunse  alle  ore  19  e  mezzo,  incontralo 
a  qualchedistanza  da  unaquantità  didon- 
ne vestite  di  bianco,  e  di  fanciulli  con  ra- 
mi d'olivo  in  mano,  ed  accolto  a  piedi 
«Iella  scesa  dalla  magistratura  di  quest'an- 
tichissima capitale  degli  eroici  (nella  pre- 


V  E  L  53 

gialissima  opera  della  celebre  Marianna 
Dionigi,  P'iaggi  in  alcune  città  del  Lazio 
che  clic  orisi  fondate  dal  re  Saturno,  con 
bellissime  incisioni  di  monumenti  e  mura 
ciclopee  superstiti  delle  città  ernico-vol- 
sche  di  Ferentino,  Anagni,  Alatri,  Aqui- 
no, Arce  e  Arpino,  a  p.  22  discorre  delle 
notizie  antiquarie  sulla  bella  città  d'Ana- 
gni.  Dice  che  ivi  fu  eretto  da'  romani  un 
tempio  a  tutti  i  Numi,  e  diversi  altri  a 
Pallade,  a  Cerere,  a  Racco,  ad  Ercole  e 
aDiana,  dalla  qual  dea  prese  la  via  Trivia 
il  nome  che  tuttora  conserva.  Pare  che  il 
tempio  di  Saturno  fosse  il  più  magnifico, 
forse  perchè  riconosciuto  da"li  anagnini 
fondatore  della  città,  e  lo  venerarono 
per  nume.  Attigni. chiamata  ricca  da  Vir- 
gilio, e  città  nobilissima  degli  etnici  da 
Macrobio,  ebbe  pure  archi  trionfali,  ter- 
me, piscine,  mura  e  un  circo  massimo.  Ma 
di  tutto  ciò  non  rimangono  che  lunghi 
ti  atti  di  mura  romane  nell'interno  e  nel- 
l'esterno della  città,  alcuni  archi  d'un  ba- 
gno dell'imperatore  Ottone,  ed  un  avan- 
zo di  fabbrica  semicircolare  o  teatro  o 
meglio  piscina, di  cui  la  Dionigi  riprodus- 
se il  disegno,  oltre  un'iscrizione.  Trovò 
qualche  avanzo  di  mura  ciclopee,  se  non 
della  più  remota  antichi  là,  almeno  d'un 
tempo  alquanto  posteriore,  il  che  sarebbe 
sufliciente  argomento  a  giustificar  l'inve- 
terata tradizione,  che  Anagni  fosse  una 
delle  5  città  fabbricate  dal  re  Saturno.  De 
Magistrisdice  che  tali  ciltà  sono  Anagni, 
Alatri,  Aquino,  Atina  e  Arpino,  ed  alla 
6/ città  in  grazia  del  suoaboipote  Feren- 
tio,  die  il  nome  di  Ferentino),  le  di  cui 
chiavi  gli  vennero  da  ess?  presentale, 
mentre  4o  giovani  vestiti  di  nero,  ottenu- 
to il  permesso  di  staccare  i  cavalli  dalla 
sua  carrozza,  questa  tirarono  con  cordo- 
ni di  velluto  rosso  nella  ripidissima  sali- 
ta, che  traversa  la  citlà,  sino  alla  basilica 
cattedrale  (abbiamo  di  Alessandro  De 
Magistris,  Istoria  della  città  e  s.  Basili- 
ca cattedrale  d' Anagni,  in  cui  si  rap- 
portano personaggi  insigni,  cose  pitc 
ragguardevoli  della    diocesi,  e  molli 


54  VEL 

avvenimenti  d'Ita Ha,  Roma  1749)  fab- 
bricala in  cima  alla  medesima,  ove  si  fer- 
mò sulla  piazza  avarili  il  suo  ingresso  la- 
terale, sulla  quale  trova  fasi  mg/  Vin- 
cenzo Annovazzi  di  Civitavecchia  (della 
quale  ci  diede  la  bellissima  Storia  di  Ci- 
vitavecchia dalla  sua  origine  fino  all'an- 
no 1 848  scritta  da  mg.'  F.  Annovazzi 
arcivescovo  d'Iconio,  Roma  1 853)  ve- 
scovo d'Anagni  alla  lesta  del  suo  clero, 
che  ricevendo  il  Pontefice  sotto  al  bal- 
dacchino, l'accompagnò  all'ingresso  prin- 
cipale della  cattedrale,  in  cui  venne  data 
la  trina  benedizione  da  mg.r  Carlo  Gigli 
d'Anagni  vescovo  di  Tivoli  (7 '■'.),  espres- 
samente recatosi  alla  sua  patria  per  que- 
sta fausta  circostanza.  Gregorio  XVI, do- 
po aver  poi  ammesso  al  bacio  del  piede 
tulli i  canonici  nella  stanza  del  vestiario, 
ascese  alla  loggia  di  pietra  esistente  sulla 
parte  laterale  della  medesima  cattedrale, 
e  parata  tutta  di  rosso,  ed  ivi  diede  la 
solenne  benedizione  al  popolo  sotto  una 
statua  marmorea  dell'anagninoBonifacio 
Vili, seduto  parimente  in  attodi  benedi- 
re i  suoi  concittadini,  colla  Tiara  in  testa 
ornata  d'una  semplice  corona,  mentre  al- 
tra sua  figura  con  tiara  senza  corona,  ma 
semplicemente  ornata  di  ricami  e  di  linee 
intrecciate,  vedesi  rilevata  nel  bronzo  del- 
le campane  della  stessa  cattedrale,  fuse 
nel  1295  d'ordine  di  quel  magnanimo 
Papa,  le  di  cui  armi  in  musaico,  apparte- 
nenti all'antica  sua  nubilissima  famiglia 
Caetani, ancora  esistono  a'  lati  della  det- 
ta sua  statua.  11  suono  di  quelle  campa- 
ne, unito  agli  applausi  dell'innumerevole 
moltitudine,  ed  al  giubilo  che  vedevasi 
regnare  in  tutta  la  città,  produsse  un  com  - 
movente  complesso  da  uon  potersi  dire 
in  breve.  Imperocché  dopo  il  memora- 
bile e  nefando  oltraggio  ricevuto  da  Bo- 
nifacio Vili  in  quel  suo  palazzo  dal  par- 
tilo di  Francia,  che  in  tanti  luoghi  de- 
plorai, come  nel  vol.LXXXI,  p.  45,  pro- 
pugnando l'animo  grande  e  la  dottrina 
di  quel  Sommo  Pontefice,  l'illustre  cit- 
tà decadde  dal  suo  splendore,  e  ueliSaS 


VEL 

era  già  perfino  distrutto  il  memorabile 
palazzo  di  Bonifacio  Vili,  di  cui  si  cre- 
dono vestigia  le  sostruzioni  del  palazzo 
del  marchese  di  Trajetto,  il  quale  a  tal 
uopo  fece  porre  nelle  sue  scale  raarmorea- 
i scrizione,  riportata  nella  Relazione ,  in  - 
sieme  a  tulle  le  altre  di  cui  farò  menzio- 
ne. Il  principe  Massimo  nella  sua  bellis- 
sima Relazione, colla  sua  vasta  erudizio- 
ne illustrò  ancora  i  luoghi  onorati  dalla 
benevola  presenza  di  Gregorio  XVI,  co- 
me avea  fatto  egregiamente  nella  prece- 
dente, laonde  osserva   che  esistono  però 
della  famiglia  di  Bonifacio  Vili  in  Ana- 
nagni  tuttora  i  diretti  discendenti  in  per- 
sona del   conte  Loffredo  Caetani  e  suoi 
fratelli,   provenienti  dallo  stesso   stipile 
de'  Caetani  di  Roma;  e  sebbene  decadu- 
ti dalla  loro  antica  grandezza,  conserv? 
no  per  altro  con  gelosia  in  loro  casa  unj 
cassetta  piena  d'antichissime  pergamene, 
nelle  quali  è  ora  unicamente  riposta  l'il- 
lustrazione della  celebre  loro  famiglia, 
una  delle  dodici  stelle  d' Anagni,  o  prin 
ci  pali  famiglie  nobili.  Era   dunque  ri- 
servato, dice  il  principe  storico,  al  Som- 
mo Gerarca  Gregorio  XVI  il  trarre  d( 
pò  tanti  secoli  Anagni  dal  suo  avvitimeli 
to,  consolandola  colla  sua  presenza,  che 
eccitò  i  più  vivi  segni  d'entusiasmo  delln 
moltitudine,  particolarmente  quando  fu 
veduto  scendere  a  piedi  col  suo  seguite 
dalla  cattedrale,  e  traversare  quasi  l'in- 
tera città,  le  di  cui  antichissime  fabbri- 
che imbrunite  dal  tempo  erano  ravvivate 
da'  colori  de'  drappi  pendenti  dalle  fine- 
stre, sino  al  palazzo  Giannuzzi  destina- 
to per  la  sua  residenza,  e  situato  sopra 
una  vasta  piazza  aperta  nel  mezzo  della 
città  nel  1 557,  dopo  la  sua  espugnazione 
fatta  dall'armata  spagnuola,  comandata 
dall'acerbo  duca  d'Alba,  nella  famosa  e 
desolante  guerra  della  Campagna  Roma- 
na  contro  Paolo   IV,  che   descrissi   nel 
voi.  LXV,  p.  234  e  seg-5  dalla  quale   si 
scopre  verso  mezzogiorno  una  vista  ame- 
uissima  di  tutto  il  territorio  Anaguiuoe: 
delle  vicine  città  e  castella.  Ivi  in  mezzo  1 


VE  L  V  E  L  55 
a  due  ale  della  schierala  truppa  con  sua  luce  produceva  un  mirabile  effetto.  Su  di 
banda,  e  dell'alludalo  popolo,  prostrato»  essi  posa  altipiano  un  immenso  salone, 
ti  mg/  Francesco  M.a  Giannuzzi  in  man*  die  prima  serviva  all'adunanze  consiliari, 
felicita,  ora  Uditore  generale  della  rev.  e  un  angolo  del  quale  mette  in  una  piccola 
Camera  apostolica  (F.),  ed  i  suoi  nobi-  loggia,  che  serviva  al  banditore  per  pro- 
li fratelli  in  abito  ili  spada,  baciarono  i  mulgare  i  decreti  del  popolo,  e  che  essen- 
piedi  al  Papa,  e  l'accompagnarono  ali. °  do  costruita  in  modo  da  non  potersi  spie- 
piano  di  quel  loro  palazzo,  dove  fu  allog-  gare,  sembra  reggersi  in  aria;  tanto  è 
giata  anche  porzione  del  corteggio,  aven-  bene  formata  la  volticella  di  pietra,  che 
do  il  rimanente  preso  stanza  nelle  vicine  la  sostiene  nell'angolo  del  palazzo,  alle 
abitazioni.  Dalla  loggia  il  Papa  compar-  cui  pareti  vedonsi  in  vari  luoghi  scolpi- 
ti l'apostolica  benedizione  in  mezzo  alle  te  in  marmo  le  armi  della  città,  cousi- 
grida  di  sincera  esultanza  di  quel  popolo,  stenti  in  un  leone  sormontato  da  un'a- 
c!ie  seguitò  a  stare  sulla  piazza  in  tutto  quila,col  verso  dell'Eneide  di  Virgilio  ... 
il  rimanente  del  giorno.  Nella  sera  poi  fu  Et  roscida  rivis  Hernica  saxa  colutit 
incendiato  un  vago  fuoco  d'artificio  sul-  qnos  dives  Anagnia pascit.  Il  seguente 
la  medesima  piazza,  die  oltre  l'essere  son-  giorno  2  non  fu  meno  avventuroso  per 
illusamente  illuminata,  come  pure  tutto  Auagni  di  quel  che  lo  fosse  stato  il  i .",  a- 
il  resto  della  città  e  delle  vicine  campa-  vendolo  impiegato  Sua  Santità  a  visita- 
gne  e  colline,  risplendenti  pe'  fuochi  di  re  le  cose  più  degne  da  vedersi  in  quel- 
gioia,  veilevasi  ornata  cun  finto  obelisco,  l'illustre  città,  e  rilevandone  così  sempre 
e  con  un  arco  trionfale, su  di  cui  legge-  maggiormente  i  pregi.  Imperocché,  do- 
vami 4  iscrizioni  composte  da  d.  Giovan-  pò  avere  ricevuto  in  dono  dalla  magi- 
ci Capri  Galanti  di  Valmontone,  profes-  stralura  una  statuelta  d'argento  col  suo 
«ore  di  reltorica  in  quel  seminario,  di  piedistallo,  rappresentante  s.  Oliva  ver- 
presenle  prelato  ponente  di  Consulta,  gine  e  martire  compatrona  d'Anagni,  si 
Esse  celebravano  le  virtù  del  Papa,  Tu-  recò  in  carrozza  col  suo  seguito  all'  epi- 
ui versale  gioia  della  città  e  di  tulli  gli  scopio,  ove  mg.r  Annovazzi  fattale  tro- 
traici,  le  beneficenze  elargite  ad  Anagni  "are  imbandita  una  lauta  colazione,  eb- 
e  suo  capitolo,  e  le  promozioni  di  Sii  ve-  be  altresì  l'onoie,  unitamente  a  due  ca- 
stro Belli  al  cardinalato  e  al  vescovato  di  nonici  e  al  preposto  (della  Stola  papale 
Jesi  (F.),  e  de'prelati  Gigli  e  Giannuzzi  che  prima  usava  riparlai  a  tale  articolo, 
auagniui,  e  che  avea  rinnovato  i  glorio-  come  dell'insegne  presenti  sue  e  de'cano- 
si  tempi  d'Innocenzo  III,  Gregorio  IX,  ilici  ;  fio  VI  al  medesimo  preposto  con- 
Alessandro  1F  e  Bonifacio  FUI  (F.),  fermò  l'uso  dell'abito  prelatizio,  e  glie- 
i  quali  fecero  più  volte  soggiorno  nella  lo  concesse  di  colore  paonazzo,  con  fa- 
loro  patria  Anagni.  Oltre  tali  iscrizioni  colta  di  usarlo  anche  in  Roma,  dichia- 
leggevansi  altrettante  del  sacerdote  Au-  raudolo  prelato  domestico),  di  presenta- 
touio  Cipraui,  egualmente  riprodotte  re  al  Santo  Padre,  seduto  sul  trono,  a  se- 
dalia  Relazione,  sullo  slesso  argomento,  conda  del  già  ricordato,  uu  bacile  con  7 
insieme  ad  un  sonetto  del  uobile  anagni-  pani  ossia  pizze  lavorate  con  zucchero  e 
no  Francesco  Belli  allusivo  al  risorgimeli-  cioccolata,  su  alcune  delle  quali  vedeasi 
lo  d'Anagni,  JNe'  diversi  generi  di  lumi-  il  simbolo  dell'Agnello,  e  sopra  altre  era 
narie,che  nella  sera  e  nella  segueute  re-  effigialo  il  Pastoie  coll'epigrafe:  CognO' 
sero  brillante  Anagni,  si  distiuse  quella  scunt  me  rneae.  Nell'uscire  dall' episco- 
dell  ingresso  del  tuo  palazzo  comunale,  pio,  il  P.ipa  lesse  l'iscrizione  in  quel  pun- 
formato  da  un  antro  spazioso  con  gran-  to  posta  dall'ottimo  vescovo  per  memo- 
dis»imi  archi  di  sesto  tondo,  ne'  quali  la  ria  d'averlo  onorato  di  persona.  Indi  iu 


56  VEL 

carrozza  passò  a  visitar  di  nuovo  la  cat- 
tedrale, antichissimo  edilìzio  gotico  a  3 
navi  divise  da  colonne,  che  dicesi  rico- 
struita in  tal  forma  verso  il  1078  da  s. 
Pietro  vescovo  d'Anagni  (il  di  cui  corpo 
ivi  si  venera,  e  Filippo  Giammaria  scris- 
se :  Santuario  Anagnino  dove  si  leggo- 
no l'istorie  de' ss.  Corpi,  i  quali  riposa- 
no nella  cattedrale  d'Anagni,  con  l'isto- 
ria del  b.  Andrea  Conti  anagnino,  Vel- 
letri  per  Onofrio  Piccini  1704),  e  consa- 
crata 106  anni  dopo  da  Alessandro  III. 
Fattavi  breve  orazione,  il  Papa  calò  per 
la  scala  marmorea  nella  chiesa  sotterra- 
nea, che  al  pari  della  superiore  ha  il  ti- 
tolo di  basilica,  e  sebbene  più  piccola  me- 
rita questo  titolo  non  solo  per  la  sua  an- 
tichità contemporanea  a  quella,  ma  an- 
che per  la  costruzione  a  3  navi  con  3  or- 
dini di  colonne,  e  colla  sua  apsicle  nel  co- 
ro, e  due  cori  laterali,  conformi  in  tutto 
.'die  primitive  chiese.  Sotto  l'altare  mag- 
giore di  questa  basilica  sotterranea  ri- 
posa il  corpo  di  s.  Magno  patrono  d'A- 
nagni, de'di  cui  Acta  pubblicali  feci  pa- 
iola al  suo  articolo,  ove  sono  incise  la 
più  parte  delle  singolarissime  pitture  di 
quel  secolo,  che  ne  adornano  le  pareti, 
rappresentanti  vari  fatti  del  martirio  e 
della  traslazione  del  corpo  di  quel  santo 
vescovo  di  Tram',  colle  relative  iscrizio- 
ni. In  essi  è  pure  delineata  I'  antica  pit- 
tura di  s.  Oliva,  che  parimenti  ornava 
un  lato  di  detto  sotterraneo,  ove  si  con- 
serva il  di  lei  corpo,  e  fu  tolta  nel  decor- 
so secolo  per  aprire  una  finestra  onde 
dar  lume  ad  un  altare  costruitosi  per  di- 
vozione d'un  p.  abbate  polacco, a  cui  e- 
rano  stale  donate  reliquie  della  santa. 
Merita  particola!' menzione  in  questa  ba- 
silica sotterranea  non  solo  la  rozza  sedia 
di  marmo  rialzata  da  un  sol  gradino  e 
circondala  da  sedili  canonicali  parimen- 
ti di  marmo  nell'apside  incontro  al  det- 
to altare  di  s.  Magno  (  le  pitture  della 
cui  volta,  illuminate  da  finestra  lunga 
e  stretta,  rappresentano  il  simbolo  del- 
l'Agnello circondato  da'  24  seniori  del- 


VEL 

l'Apocalisse,  e  che  al  pari  delle  già  no- 
minate, e  dell' altre  relative  alla  storia 
delle  sanie  Secondina,  Aurelia  e  Neorni- 
sia  martiri,  espressa  neh'  apside  della 
3/  navata,  rimontano  al  ricordato  XI 
secolo),  ma  ancora  il  suo  pavimento  ver- 
nacolato in  pietre  dure  come  nella  ba- 
silica superiore,  e  fregiato  de'  nomi  de' 
celebri  musaicisti  romani  maestro  Cos- 
mato  co'suoi  figli  Luca  e  Giacomo,  che 
hanno  lasciato  tante  memorie  dell'aite 
loro  in  quell'epoca.  Gregorio  XVI  sod- 
disfatto al  sommo  d'  aver  veduto  tutti 
questi  pregevoli  monumenti  dell'arte,  ri- 
salendo alla  cattedrale  si  recò  alla  cano- 
nica, nel  di  cui  archivio  gliene  furono  mo- 
strati altri  interessantissimi,  consistenti 
in  alcuni  arredi  sagri  di  veneranda  an- 
tichità per  aver  appartenuto  a'  Papi  a- 
nagnini.  Nella  Relazione  sono  diligente- 
mente descritti,  ma  a  me  non  è  permes- 
so che  accennarli.  Prima  di  tutti  vide  un 
paliotto  d'altare  di  fondo  bianco  con  bel- 
lissimo tessuto  d'oro  e  di  seta  di  vari  co* 
lori,  e  con  3  ordini  di  medaglioni  circo* 
lari,  contenenti  ciascuno  una  figura  in 
campo  d'oro,  individuata  da  un'Ucrizio- 
ne  scritturale  ricamata  intorno  ad  ogni 
medaglione  in  caratteri  gotici;  prezioso 
lavoro  del  secolo  XII  e  dono  d'Innocen- 
zo ili.  Dopo  di  questo  fu  mostrato  al  Pa- 
pa altro  bellissimo  paliotto,  che  credesi 
pure  della  stessa  epoca  e  donatore,  da  al- 
tri però  BtlribuilQ  a  Bonifacio  VI  li,  es- 
sendo probabilmente  quello  descritto 
nell'  inventario  de' doni  da  lui  falli  alla 
basilica,  di  cui  poi  parlerò, pubblicalo  dal 
Boldetti  nell'  Osservazioni  sui  cimiteri 
de  S*.  Martiri.  Indi  gli  fu  mostrala  una 
pianeta  lunghissima  e  amplissima  di  fon- 
do bianco,  con  simile  dalmatica  e  Inni- 
cella,  ed  un  piviale  amplissimo,  paramen- 
ti tutti  ricamati  e  figurati,  ornati  ezian- 
dio con  minute  perle,  di  cui  se  ne  vedo- 
no alcuni,  lavori  pregevolissimi  del  seco- 
lo XII  fortunatamente  salvati  dal  sac- 
cheggio patito  dalla  città  nel  1  556  nella 
suddetta  funesta  guerra  degli  spagnuoli. 


V  E  L  V  E  L                     57 

Da  quel  lagrimevole  disastro  e  poslerio-  (?'•),  che  abitò  ed  ebbe  cattedra  nel  con- 
ri  disgraziate  vicende  mirabilmente  re-  tigno  convento,  il  cui  facsimile  è  ripro- 
stò  preservato  un  incensiere  d'  argento  dotto  nella  Relazione.  Tornato  Grego- 
dorato  di  forma  ottangolare  gotica,  rap-  gorio  XVI  alla  sua  residenza,  dalla  cui 
presentante  un  porticheltocon  archi  acn-  loggia  benedisse  i  postiglioni  schierali  ih 
ti  e  torrette  triangolari,  da  cui  partono  5  buon  ordine  colle  loro  pariglie  di  i  5o  ca- 
lunghecatene. Prezioso  monnmentod'ar-  valli  e  col  corriere  alla  testa,  i  (piali  do- 
te, dono  d'  Innocenzo  III,  minutamente  Teano  proseguire  nell'  onore  di  servirlo 
osservato  da  Gregorio  XVI,  siccome  in  partire  d' Anagni.  Si  compiacque  poi 
grande  e  intelligente  amotore  «le'lavori  ricevere  varie  deputazioni  e  corporazio- 
d'  arti,  massime  se  antichi.  Ebbe  inoltre  ni,  che  si  erano  a  tal  effetto  recate  ad  os- 
la  piacevole  soddisfazione  di  vederne  al-  seqniarlo,  come  pure  mg.r  Luigi  Parisio 
tri  due  d'epoca  più  remota,  cioè  due  pa-  vescovo  di  Gaeta  (e  poi  i.°  arcivescovo 
librali  creduti  giudi  s.  Pietro  vescovo  pel  notato  nei  voi.  LIII,p.  206),  partitosi 
d'  Anagni  nel  secolo  XI,  uno  d'avorio  espressamente  dalla  sua  diocesi  per  avere 
ma  rotto,  l'altro  d'argento  dorato  e  soial-  questa  consolazione.  Terminò  la  serata 
tato  a  squame;  ed  alcune  mitre  antiche  col  vedere  un  fuoco  d'artificio  e  l'innal- 
di  fondo  bianco  alte  men  d'un  palmo,  zamento  d'nnglobo  areostatico,  su  di  cui 
pia  adorne  di  pietre  preziose,  oltre  altre  era  dipinto  il  pontifìcio  stemma  con  albi- 
ill ostiate  dal  Marangoni  nella  sua  ChrO'  sive  iscrizioni.  Volle  poi  dare  alla  nobile 
nologia.  Di  Bonifacio  Vili  erano  anco-  famiglia  Gianuuzzi  un  segno  del  suo  gra- 
ia altra  mitra  e  paramenti,  che  con  al-  dimento  per  l'accoglienza  di  vota  usatagli 
cimi  codici  estratti  dall'archivio  in  tem-  nel  proprio  palazzo,  col  donare  a  mg.r 
pò  d' Alessandro  VII,  non  furono  più  Giannuzzi  il  suo  ritratto  su  di  preziosa 
restituiti.  Inoltre  di  tal  Papa  conservasi  scatola  brillantata, e  col  decorare  il  di  lui 
nella  sagrestia  un  piviale,  una  pianeta  e  fi  alello  della  croce  egrado  di  commenda- 
due  dalmatiche  con  fiocchi,  di  fondo  ros-  tore  dell'ordine  di  s.  Gregorio  Magno  da 
so  ricamate  in  oro,  una  volta  ornati  con  lui  istituito.  Giunta  finalmente  la  3. 'mat- 
perle  e  pietre  preziose,  altro  avanzo  de'  tina  del  maggio,  all'ore  12  Anagni  vide 
tanti  doni  co' quali  Bonifacio  Vili  volle  con  dispiacere  partire  l'amato  Gregorio 
arricchire  la  patria  basilica,clte  ne  conser-  XVI  con  lutto  il  suo  seguito  (del  soggior- 
va  interessante  e  minuto  inventario  in  no  di  Gregorio  XVI  in  Anagni,  e  delle 
pergamena.  Appagato  il  suo  genio  per  le  dimostrazioni  affettuose  e  festive  della 
belle  cose, colla  vista  di  tanti  preziosi  mo-  città,  ragionano  pure  i  n.  36  e  4'  del 
minienti  di  sagra  e  veneranda  antichità,  Diario  di  Roma,  e  il  n.  18  delle  Notizie 
Gregorio  XVI  uscendo  dalla  cattedrale,  del  giorno  del  i843),  e  scendendo  con 
si  recò  a  piedi  col  suo  seguilo  a  visitare  i  somma  velocità  per  le  difficili  voltate  che 
monasteri  dell'oblate  cistercensi  e  delle  s'incontrano  nella  via,  non  ostante  che  o- 
clarisse, che  paternamente  confortò  e  ara-  gni  legno  fosse  tiralo  da  8  cavalli,  traver- 
ai ise  al  bacio  del  piede.  Restituitosi  al  so  poi  una  magnifica  pianura  di  circa  5> 
palazzo,  sempre  preceduto  dalla  banda,  miglia,  che  divide  Anagni  da  Ferenti- 
no pomeriggio  il  Papa  si  recò  in  carroz-  no  (parlando  di  filarino,  che  vuoisi  suc- 
za  a  visitare  le  suburbane  chiese  de'do-  ceduta  all'antica  Firenlo,  che  alcuni  con- 
nienicani  e  de' cappuccini,  nella  i.'del-  fusero  con  Ferentino  ernico,  riportai  in 
le  quali,  dedicata  a  s.  Giacomo  e  costruì-  proposilo  le  autorevoli  opinioni  del  dot- 
ta a  croce  greca,  con  elegante  pavimen-  tissimo  Nibby),  e  verso  le  ore  i3  e  mez- 
to  di  musaico  verni icolato,  si  venera  la  7.0  giunse  in  quest'altra  celebre  città  ve- 
celebre  croce  di  s.  Tommaso  d'/f aitino  scovile  del  Lazio,  che  circondata  di  siili- 


53  V  E  L 

ni  ciclopee  (trovo  nella  Civiltà  Cattoli- 
ca, serie  2/,  t.  4,  p.  38o,  I*  articolo  im- 
portante e  intitolato:  I  due  Teronì  e  U  Ac- 
quedotto pelasgico  di  Ferentino  ntll'Er- 
nico.  I  «lue  leeoni,  o  aie  sagre,  o  altari 
de'pelasgi  sono  in  una  valle  ili  Ferenti- 
no, i  quali  eretti  da  quegli  antichissimi  na- 
vigatoli, che  tanta  parte  di  civiltà  recaro- 
no in  Italia  prima  ancora  (.Iella  fondazio* 
ne  di  Troia,  reggono  alla  potenza  strug- 
gilrice  d'oltre  3o  secoli.  In  capo  alla  stes- 
sa valle  è  pure  un  altro  Ieroue  interis- 
simo  sotto  il  monte  ili  Porciano,  forma- 
to di  massi  poligoni  anche  più  granili  di 
quelli  che  formano  gli  altri  due,  come 
assicura  l'eruil  ito  ferenti  nate  A  IfonsoGior- 
gi,che  stava  scrivendo  un  dotto  libro  in- 
tuì noa'primi  abitatori  dell'Ei  nico.Quan- 
to  all'acquedotto,  tenuto  forse  il  più  an- 
tico d'occidente,  siccome  eietto  da  quel- 
le remotissime  genti,  esiste  al  di  là  della 
foresta  del  marchese  Tatù,  monumento 
insigne  che  pochi  visitano  e  pochi  cono- 
scono. Mi  piace  inoltre  riportare  questo 
brano  de'  rispettabili  compilatori.  »  Noi 
vorremmo,  che  sì  quelli  che  ridono  del- 
le nebiiloseanlichilà  pelasgiche,  esi  quel- 
li che  di  tante  ipotesi  e  tante  favole  le  cir- 
condano, visitassero  studiosamente  I' Er- 
nico,  e  massime  Alati  i,  Ferentino  e  i  suoi 
contorni;  indi  sul  preciso  e  spassionato 
esame  de'nionumenti  giudicassero  a  sag- 
gio di  scienza  in  quali  remotissimi  tempi 
ascendono  così  fatti  edilizi,  per  illustrar- 
ne la  storia  de'popoli  primitivi  che  abi- 
tarono cjuesta  nostra  I  talia".  Anche  il  dot- 
to autore  dell'articolo  ritiene  che  le  co- 
lonie pelasgiche  d'occidente  derivarono 
dalle  genti  fenicie  e  cananee),  s'  innalza 
sopra  un  ripido  colle,  superba  per  la  sua 
antica  potenza,  che  la  rese  formidabile  a- 
gli  stessi  romani.  Ne!  suo  articolo,  colle 
proporzióni  volute  da  questa  mia  opera, 
celebrai  la  magnifica  accoglienza  fatta  da 
Ferentino  al  Papa,  che  la  Relazione  mi- 
nulamente  descrive,  riportando  tutte  le 
copiose  composizioni  poetiche  e  iscrizioni 
celebranti  il  fausto  avvenimento,  inclusi- 


V  E  L 
vameute  al  carme  del  patrizio  ferentina- 
te  Tancredi  Bella,  che  per  onor  patria 
specialmente  ricordo,  poiché  è  un  illustre 
prelato,  che  dopo  aver  governato  con  ze- 
lo le  provincie  di  Rieti  e  di  Spoleto,  ora 
è  delegato  apostolico  di  Perugia.  Grego- 
rio XVI  proseguendo  il  viaggio  per  Fro- 
sinone,  che  n'è  distante  7  miglia,  e  auli- 
camente apparteneva  a'volsci,  in  quell'ar- 
ticolo mi  fu  dato  descriverne  il  lietissimo 
soggiorno  che  vi  fece,  ripetendo  perciò 
l'avvertenza  fatta  per  Ferentino;  uon  co- 
sì posso  fare  per  Alatri,  il  cui  articolo, 
come  quello  d' Attaglii,  era  stato  pubbli- 
cato nel  1 840.  Dimoraudo  Gregorio  XV£ 
nella  giubilante  Frosinone,  a' 4  'naSo10 
volle  appositamente  rallegrare  l'antichis- 
sima città  vescovile  d'Alatri,de'di  cui  cele- 
bri cardinali  scrissi  le  biografie.  Sebbene 
fuori  di  via,  meritava  quest'onore  pe'suoi 
monumenti  famosi,  e  per  l'inviolabile  suo 
attaccamento  alla  s.  Sede  ed  a'  Papi.  Di- 
ce il  principe  Massimo:  Alatri  vetusta  cit- 
tà degli  eroici  non  tanto  gloriosa  per  la 
sua  favolosa  origine  attribuita  a  Saturno, 
e  per  le  superbe  mura  ciclopee,  che  for- 
mandole uri  doppio  recinto  sono  l'orse  uno 
de'  più  belli  monumenti  dello  stato  pon- 
tificio, quanto  per  la  costante  fedeltà  de' 
suoi  abitanti  al  paterno  governo  pontifi- 
cio, sperimentata  in  ogni  tempo  e  in  più 
occasioni,  la  storia  ne  registrò  questo  van- 
to.confermato  e  autenticato  da'brevi  pon- 
tifìcii, principalmente  d'  Alessandro  IV, 
luuocenzo  IV,  Bonifacio  IX  ec,  che  affi- 
darono agli  alatriui  gl'interessi  di  s.Chie- 
sa.  Gli  odierni  uon  volendosi  mostrare  de- 
generi da'  loro  antenati  nel  fire  una  de- 
gna accoglienza  all'amatissimo  sovrano  e 
supremo  Gerarca,  che  recavasi  a  visitar- 
li, appena  ricevutoli  lieto  avviso  si  die- 
dero indescrivibile  premura  per  presen- 
targli la  loro  città  co'pregevoli  suoi  mo- 
numenti nel  suo  più  bell'aspetto;  e  per- 
ciò il  comune  assumendo  a  se  il  pensiero 
di  far  sgombrare  e  rendere  per  ogni  lato 
accessibili  gli  ammirabili  avanzi  dell'auli- 
chissitaa  cittadella  Ala  Irina,  comuueuieu« 


VEL 

le  conoicinli  sotto  il  nome  di  muraciclo- 
pee,fece  sì,  che  al  semplice  invito  de'par- 
roi'hi,  la  popolazione  vi  accorse  con  tale 
entusiasmo,  che  in  alcun  giorno  oltrepas- 
sava le  duemila  persone,  e  tutte  gratuita- 
mente, stimandosi  sufficientemente  com- 
pensate dal  piacere  di  rendere  un  attesta- 
to di  divozione  all'ottimo  loro  sovrano  e 
comune  padre  de'fedeli.  Da  sì  bella  e  una- 
nime gara  risultò,  che  nel  hi  e vissimo spa- 
zio di  solilo  giorni  si  videro  atterrate  e 
rimosse  le  macerie  che  impedivano  1'  ac- 
cesso, spianate  le  casupole  che  deturpava- 
no il  monumento,  livellato  il  suolo, aper- 
ta  intorno  al  circuito  dell'acropoli  una 
strada  lunga  quasi  iooo  metri  e  larga  5, 
e  riattato  interamente  e  abbellito  il  gran 
piazzale  che  sta  sull'alto  della  cittadella, 
e  nel  cui  mezzo  elevasi  la  cattedrale. Spun- 
tata dualmente  l'alba  aspettata  de'4  mag- 
gio, mentre  lutti  i  cuori  battevano  d'ar- 
dente ansietà  di  vedere  appagati  i  loro  vo- 
ti, a'quali  però  sembrava  voler  fare  osta- 
colo il  tempo,  che  fattosi  scuro  e  nuvo- 
loso minacciava  d' impedire  la  partenza 
del  Santo  Padre  da  Frosinone,  rasserena- 
tosi poi   improvvisamente  il  cielo  arrise 
con  un  limpido  sole  a'voti  de'fedeli  ala- 
trini  e  delle  numerose  famiglie  coloniche 
poste  lungo  la  via  d'8  miglia  che  met;.; 
da  Frosinone  ad  Alatri,  le  quali  fecero  a 
gara  nel  festeggiare  il  suo  passaggio  con 
archi  di  verdura  e  con  vari  campestri  ap- 
parati. Sul  portone  della  villeggiatura  de' 
pp.scolopi,ergevasi  analoga  iscrizione  sor- 
montata da  uua  corona  di  quercia,  d'  al- 
loro e  d'olivo, da  cui  partivano  de'festo- 
ui  di  mortella  e  di  fiori,  che  si  estendeva- 
no in  bella  simmetria  pe'  muri   laterali. 
In  altra  parte  i  coltivatori  di  ortaglie  a- 
vevano  intrecciato  un  grazioso  arco  co* 
prodotti  de'loro  sudori,  sul  quale  si  leg- 
gevano due  iscrizioni.  Appena  dall'alto 
della  cittadella  d'  Alalri  videsi  spuntare 
il  treno  pontificio  nella  sottoposta  cam- 
pagna, che  il  suo  arrivo  venne  annunzia- 
lo da  replicati  colpi  di  grossi  mortali  e 
dall'innalzamento  di  due  steudardi  dipiu  • 


VEL  59 

ti  colle  armi  del  Papa  e  della  città,  che  si 
videro  sventolare  su  quell'eminente  altu- 
ra. Quasi  al  principio  del  territorio  ala- 
trino venne  una  schiera  numerosa  di  con- 
tadini, che  accesi  d'entusiasmo  e  di  divo- 
zione avevano  voluto  santificare  quel  gior- 
no col  ricevere  la  s.  Eucaristia,  coll'inlen- 
zione  di  tirare  a  mano  la  pontificia  car- 
rozza, il  che  pretendevano  con  mirabile 
zelo  eseguire  a  piedi  scalzi  (come  in  tutto 
così  praticano  nel  portare  in  processione 
la  macchina  colla  statua  di  s.  Sisto  1);  ma 
questo  essendo  stato  impedito  dal  savio 
e  ottimo  vescovo  mg.r  Giampedi,  si  fe- 
cero trovare  sulla  pubblica  via  in  ernico 
nazionale  costume,  nel  quale  è  osservabi- 
le quella  loro  antichissima  specie  di  cal- 
zari detti  volgarmente  ciocia,  ed  è  for- 
mata d'una  striscia  di  cuoio  che  cuopre 
la  sola  pianta  del  piede,  legata  al  di  sopra 
per  mezzo  di  cordicelle,  e  raccomandata 
alle  gambe  con  molte  legature,  e  non  sen- 
za grazia,  alle  quali  cordicelle  avevano  iti 
quel  giorno  sostituito  feltuccie  di  colori 
rosso  e  giallo,  avendo  anche  surrogato  al 
solito  cappello  accumulato  un  fazzoletto 
accomodato  sul  capo  all'orientale  con  un 
ramoscello  d'oliva.  Così  schierati  sulla 
strada  implorarono  la  grazia  di  poter  ti- 
rare a  mano  la  carrozza  del  Pana,  ma  e- 
gli  accogliendo  benignamente  la  loro  buo- 
na intenzione  non  lo  permise  attesa  la  di- 
stanza d'oltre  6  miglia,  non  ostante  la  qua- 
le per  altro  que'buoni  e  fedeli  sudditi  eb- 
bero la  forza  e  la  costanza  d'accompagnai* 
il  suo  legno  sempre  correndo  sino  ad  A- 
latri.  Nelle  vicinanze  della  città  fu   però 
quell'onore  concesso  ad  un  iscelto  drap- 
pello de'più  distinti  cittadini, tutti  unifor- 
memente vestiti  di  nero,  i  quali  noti  ba- 
darono né  al  disagio  della  ripida  salita, né 
all'angustia  della  porta,  adornata  d'  un 
arco  trionfale  d'ordine  corintio  con  sagri 
emblemi  eseguiti  dal  pittore  de  Angelis, 
e  sul  la  facciata  leggevasi  felicitaloria  iscri- 
zione. Non  potendovi  passare  la  carrozza, 
ivi  si  fermarono,  ed  essendo  il  Papa  smon- 
tato eoa  alquanta  difficoltà  attesa  la  fui- 


(io  V  E  L 

In  del  popolo,  co'soldati  e  clero,  fu  rice- 
vuto fra'plausi  di  tutta  la  moltitudine  da 
mg.1  Giampedi  alla  testa  di  lutto  il  det- 
to clero  secolare  e  regolare,  a  cui  era  usi 
pure  anco  riuniti  i  certosini  di  s.  Barto- 
lomeo di  Trisulli,  celebre  monastero  firn* 
ciato  neli2  i  i  da  Innocenzo  ili  alle  fal- 
de dell'Apennino  7  miglia  distante  d'A- 
latri.  Fu   egualmente  accollo   Gregorio 
XVI  da  uno  stuolo  di  donzelle,  che  vesti- 
te di  bianco  e  sotto  forme  d'angeli  spar- 
gevano fiori,  da  mg.'  lJila  delegato  della 
provincia,  e  dalla   magistratura,  che  gli 
rassegnò  secondo  il  costume,  per  mezzo 
del  gonfaloniere  Carlo  Feronti,  le  chiavi 
della  città  su  d'  un  bacile  sostenuto  dal 
giovinetto  Vincenzo  Gaetani,  il  quale  re- 
citò analogo  distico.  Al  mostrarsi  in  pub- 
blico il  Sommo  Pontefice  facendo  il  suo 
ingresso  a  piedi  nella  porta  di  quella  fe- 
delissima città,  preparatami  nuove  sce- 
ne d'entusiasmo  a  misura  che  procedeva 
sotto  il  baldacchino,  le  cui  aste  erano  so- 
stenute dal  magistrato,  preceduto  proces- 
sionalmente  dal  clero,  fra  il  festivo  suono 
delle  campane  e  di  due  bande  civiche  nel- 
la strada  principale  della  città  ,  sebbene 
in  salita  comoda  e  ben  lastricata,  ma  an- 
gusta e  lateralmente  guarnita  d'alte  fab- 
briche de'bassi  tempi  e  colle  porte  di  se- 
sto gotico,  le  mura  annerite  dall'antichi- 
tà e  alcune  delle  quali  munite  d'  altissi- 
me torri,  come  in  un  palazzo  sulla  via  del 
Trivio  formato  di  tutte  pietre  scalpellate, 
spettante  nel  secolo  XIII  colla  sua  torre 
di  6  piani  all'illustre  famiglia  del  cardi- 
nal Goffredo  o  Goltifredo  d'  Alatri  ,  che 
dopo  aver  ivi  fondata  la  bella  chiesa  di  s. 
Stefano  morì  nel  1  287  (il  De  Mallhias  af- 
ferma, che  in  tale  palazzoaìcuna  volta  ri- 
siedè il  cardinal  legato  di  Frosinone,  edè 
formato  di  muraglia  ciclopee;  corruzioni 
somiglianti  all'egizie,  secondo  il   Micali, 
come  tutti  i  muri  pelasgici  0  ciclopei). Tut- 
te quelle  fabbriche  erano  vagamente  tap- 
pezzate d'arazzi  che  co'ioro  colori  ne  fa- 
cevano risaltare  l'antichità  ,  le  finestre 
piene  d'  ogni  celo  di  persone  spargendo 


V  E  L 
fiori  in  abbondanza  sopra  il  Papa  e  suo 
corteggio;  i  quali  fiori  poi  unendosi  per 
aria  a  quelli  che  venivano  lanciati  dalle 
donzelle  che  lo  precedevano,  adombra- 
vano l'atmosfera  a  lai  segno,  che  sembra- 
va nevigasse,  e  venivano  raccolti  per  di- 
vozione dal  popolo.  Per  divozione  pari- 
mente erano  accesi  lumi  nelle  botteghe, 
e  candele  avanti  i  ritratti  di  Sua  Santità, 
ardendo  incensi  in  apposite  bragiere  di- 
sposte di  tratto  in  tratto  avanti   le  case, 
imbalsamando  l'aria.  In  breve,  non  era- 
vi  senso  che  non   provasse  un  indicibile 
diletto  a  tante  espressioni  di  viva  gioia  e 
di  venerazione,  onde  Gregorio  XVI  e  la 
corte  ne  restarono  inteneriti  e  commossi, 
benché  eravamo  abituati  all'immense  e 
continue  voci  di  sincero  giubilo  e  ad  ogni 
sorta  di  dimostrazioni  dell'erniche  popo- 
lazioni, anzi   edificati  e  ricolmi  d'ammi- 
razione per  sì  universale  e  mirabile  filia- 
le all'etto.  Non  è  a  potersi  ridire  le  grida 
di  plauso  che  assordavano  l'aria,  perchè 
frammiste  a  quelle  delle  numerose  popo- 
lazioni accorse  da  tutti  i  vicini  paesi.  Im- 
perocché quella  folta  massa  di  popolo  in- 
ginocchiata al  passaggio  di  GregorioXVI, 
senza  produrre  il   minimo  disordine  ,  e 
senza  che  vi  abbisognasse  un  solo  solda- 
ti per  reprimerla,  non  cessava  d'implo- 
rare con  altissime  voci  la  sua  benedizio- 
ne, ripetendo  con  sonore  voci  nel  loro  dia- 
letto :  Grazia,  Saulo  Padrol  Grazia 
Santo  Padrol  E  se  alcuno  domandava  lo- 
ro qual  grazia  chiedessero,  rispondevano 
con  santa  semplicità:  La  grazia  dell'a- 
nima! Le  donne  piangevano, e  vestite  tut- 
te ne'loro  nazionali  costumi  bellissimi  per 
la  loro  varietà  in  quelle  felici  montagne, 
ove  ancora  non  penetrò  la  corruttrice  mo- 
da del  secolo  col  suo  codazzo,  stavano  im- 
mobili inginocchiate  sui  giganteschi  rude- 
ri delle  mura  ciclopee,che servivano  di  su- 
bì ime  trofeo  alla  vera  Religione, motrice  di 
tutto  quell'entusiasmo  delle   popolazioni 
alla  vista  del  /  icario  di  Gesù  Cristo.  E- 
gli  stesso  non  poteva  trattenere  le  lagri- 
me alla  imponente  vista  di  tanta  fede,  e 


V  E  L  V  E  L                     «t 

con  effusione  d'animo  benedicendo  quel-  benedizione,  una  delle  più  solenni  date, 
la  divola  moltitudine,  giunse  dopo  una  a  tutto  il  vastissimo  orizzonte  che  sode- 
Leu  lunga  salita  al  vti  lice  del  monte  ov'e-  si  da  quell'altura,  da  cui  vedesi  a  mezzo- 
ra collocata  l'antica  cittadella  d'Ai» Uri ,cul  giorno  la  città  di  Prosinone,  Amara,  Foli, 
cui  maschio  fu  fondala  l'odierna  basilica  Torrice.  Pupi,  Vnllecoi  sa  e  Castro;  nd  o- 
cattedrale,  in  mezzo  ad  un  vasto  prezzale,  riente  Falvalerra,  Bauco  e  Verolij  a  set- 
a'di  cui  angoli  sventolavano  i  memorati  Unii  ione  Vico,  Guardilo,  Torre  e  Tri- 
stendardi  sull'altissime  mura  ciclopee  che  vigliano;  ed  a  ponente  in  distanza  di  3 
lo  sostengono,  ed  in  mezzo  al  quale  ar-  miglia  la  celebie  rocca  di  Fumone,  ove  ' 
devano  incenso  e  profumi  sopì  a  due  gran-  morì  s.  Celestino  V  dopo  la  Rinunzia  al 
di  candelabri  innalzati  avanti  al  sagro  />o«////V\'7/o, nel  quale  articolo  riparlai  del 
tempio,  Del  cui  portico  leggevansi  espres-  luogo.  Quell'ampio  e  pittoresco  spetta- 
si gl'ingenui  voti  della  fedelissima  popò-  colo,  reso  ancora  più  magico  e  imponen- 
lazione  nell'iscrizione  pubblicala  dalla  Ile-  tedal  suono  di  tulle  le  campa  ne  della  cit- 
lazione,  ed  in  cui  venne  dello  Gregorio  là,  dal  rimbombo  de'mortari,  da'concer- 
XVI,  L.cr.lcsiae  ac  pcpulorum  tono  di-  li  delle  bande,  dalla  serenila  dell'aria,  e 
vinitus  datimi  ,  Auclorem  fi  liei  t  a  ti  s  ac  più  di  lutto  da'reilerati  cordialissimi  ap- 
laetitiae  pubi  icae. &l\\u\ravxi  venne can-  plausi  della  moltitudine,  produsse  tale  u- 
talo  il  Tu  cs  Petrus  con  musica  del  mae-  na  sensazione  ne'circoslanli  e  nel  bel  cuo- 
stro  Adrizza,  Bollo  la  direzione  del  mae-  redi  Gregorio XVI,  chepel  suocomplcs. 
stro  di  cappella  della  città  Geminiani,  e  so  si  può  provaie  non  descrivere.  Dalla 
venne  poi  compar  li  la  la  benedizione  col  loggia  il  Papa,  tra  il  tumulto  degli  affetti 
Santissimo  da  mg. r  Castellani  sagi  isla,do-  da  cui  era  penetrato,  passò  nel  contiguo 
pò  la  quale  fu  scoperta  la  statua  d'argen-  episcopio,  che  per  cura  di  mg.r  vescovo 
to  di  Papa  s.  Sii  lo  /martire  e  proietto-  ed  a  carico  del  comune  era  stalo  conve- 
le d'Alalri,  posta  sull'allar  maggiore, ove  nienlemente  adornato,  ed  ivi  siedulo  in 
anche  si  venera  il  suo  corpo  per  quanlo  trono  benignamente  ammise  al  bacio  del 
narrai  nella  sua  biografìa,  riportandone  piede  i  due  elei  i,  la  magisti  alma,  isigno- 
lequeslioni(qui  aggiungeiò,cbe  nel  i  854,  •'  f'e"a  città  che  conia  molte  distinte  fa- 
come  leggesi  a  p.  21  e  5i  (iti  Giornale  miglie,  e  lutti  quelli  ch'ebbero  l'onoi e  di 
di  Roma,  i  valentissimi  fabbricatori  d'or-  tiiarela  carrozza^  quali  riceverono  ognu- 
gani  Angelo  e  Nicola  Morettini  perugini,  noin  dono  unacoronacon  medaglia  d'ar- 
vi  fecero  un  organo  cosi  eccellente  e  per-  genlob(  nedetledal  Papa.  Intanto  la  car- 
tello, che  superata  la  generale  espetlazio-  rozza  pontificia  rimasta  fuori  della  citlà, 
ne,  prese  il  primato  su  tulli  quelli  della  era  stala  trascutata  per  divozione  dal  pò- 
provincia,  oltre  la  capacità  di  competere  polo  denlro  le  vie  d'Alalri,  dopo  demo- 
con  quelli  della  capitale.  Noti  minore  ap-  lito  un  pezzo  dell'arco  trionfale  di  legno 
plauso  ebbero  i  lodati  artisti  per  l'orga-  che  ne  impediva  l'ingresso,  e  condotta  a 
no  di  mezzana  dimensione  costruito  per  mano  fino  all'alio  del  monle  pi  esso  la  cal- 
la chiesa  degli  scolopi,  riuscito  anch' es-  ledrale,aflìnchèognunopolessebenecon- 
so  di  felicissimo  elicilo).  Salendo  quindi  templarla,  onde  appagarne  la  pia  curio* 
il  Papa  alla  maestosa  loggia  che  sorge  silà.  Si  compiacque  quindi  il  Santo  Pa- 
sulla  fronte  della  cattedrale  ,  di  là  Egli  die  di  gradire  una  copiosa  raccolta  di  ve- 
non  solamente  benedisse  l'affollatissima  dule  acquarellale  colle  rispettive  piante 
moltitudine,  che  in  numero  di  i5,ooo  e  esprimenti  i  più  belli  punii  delle  stupeu- 
più  persone  (ulta  ingombrava  la  vasta  de  mura  della  cittadella  e  del  recinto  del- 
piazza  ed  ambo  le  vie  che  vi  conducono,  la  città  d'Alalri,  tutte  di  costruzione  cosi 
ma   ancora  estese  questa  sua  apostolica  detta  ciclope»,  latte  eseguire  dal  valente 


62  VEL 

architetto  e  pittore  Antonio  Moretti  ro^ 
mano,  ed  illustrate  tlal  rev.  p.  Luigi  Re- 
velli scolopo  e  professore  eli  filosofia  nel 
collegio  d' A  latri.  Il  Papa  dopoaverlecia- 
scuna  esaminatealteulamente,se  ne  con- 
gratulò coll'artista  e  dichiarò  il  suo  gra- 
dimento all'encomiato  gonfaloniere  Pe- 
l  onti,  che  in  nome  della  città  le  avea  of- 
ferte ,  il  quale  meritò  poi  con  onorevole 
breve  de'  iG  dello  slesso  mese,  d'essere 
creato  cavaliere  dello  speron  d'  oro.  Es- 
sendosi poi  compiaciuto  il  Papa  di  passa- 
re nell'attigua  sala  per  gustare  il  sontuo- 
so rinfresco  preparato,  si  assise  in  posto 
più  elevalo  e  sotto  baldacchino  a  capo  di 
nobile  mensa,  alla  quale  ammise  oltre  i 
principali  di  sua  corte  e  della  nobile  co- 
mitiva che  l'accompagna  va,  distinguendo 
il   vescovo  diocesano  e  quello  di  Veroli 
mg.r  Cipriani,mg.r  Pila  delegato,  il  gon- 
faloniere, il  rev.  p.  Uosani  generale  degli 
scolopi,  ora  vescovo  d'Erilrea  e  vicario  del 
capitolo  Vaticano, e  Filippo  Jacovacci  che 
faceva  le  veci  del  governatore  infermo. 
Fu  allora  che  i  canonici  della  basilica  cat- 
tedrale Nicola  Trulli  e  AgoslinoCaporilli 
sullodalo,  presentarono  al  Papa  un'  ele- 
gante raccolta  di  poesie  italiane  e  latine 
da  essi  composte,  inserite  poi  nella  Rela- 
zione. Uscendo  il  Papa  dall'episcopio,  si 
trattenne  ad  osservare  nel  suo  atrio  l'e- 
sposizione delle  carte  damascate  da  appa- 
rato ad  uso  di  Francia  colorite  e  vellu- 
tate, la  cui  fabbrica  da  pochi  anni  intro- 
dotta in  Alalri  dal  defunto  Pietro  Molel- 
la,  si  proseguiva  per  cura  del  nominato 
Jacovacci,  che  uè  riportò  benigne  parole 
di  lode  e  d'incoraggimento,  e  contribuiva 
a  farvi  fiorire  il  commercio  non  meno  di 
quella  del  lanifìcio  pel  quale  Alatri  è  tan- 
to rinomata.  Appena  il  Papa  ricomparve 
sulla  gran  piazza  si  rinnovarono  con  mag- 
gior fervore  i  segni  del  cornuti  giubilo,  che 
ne  accompagnarono  incessantemente  il 
cammino  diretto  a  visitare  le  parti  più 
rilevatili  dell'antico  monumento,  su  due 
lati   del  quale  leggevansi  due  iscrizioni 
composte  come  l'altreddll'auieaeloqueu' 


VEL 

za  del  lodato  p.  Rosoni,  a  cui  pur  si  de- 
ve la  pubblicazione  d'una  veduta  del  me- 
desimo colla  rispettiva  pianta  della  citta- 
della, parte  del  lato  che  guarda  mezzo- 
giorno, incisa  e  riportata  a  p.  97  del  t. 
1  o  deW  Album  di  Roma,  e  corredala  del- 
l'analoga elegantissima  relazione  (fu  pub- 
blicata in  Roma  separatamente  con  que- 
sto titolo:  Relazione  della  faustissima 
venula  in  Alatri  di  Sua  Santità  PP. 
Gregorio  XVI  felicemente  regnante  il 
dì  4  maggio  1 843)  della  venula  di  Gre- 
gorio XVI  in  Alalri  ,  insieme  a  tolte  le 
iscrizioni,  che  in  gran  parte  servi  al  prin- 
cipe Massimo  alla  compilazione  del  suo 
bel  racconto.  In  unadelledueultime  iscri- 
zioni egregiamente  si  fece  allusione  alle 
muraciclopee,che  al  pari  della  fedeltà  de' 
loro  abitanti  ponno  dirsi  sfidare  Peterni- 
tà,  poiché  dopo  più  di  3ooo  anni  che  sus- 
sistono, non  portano  alcun' impronta  di 
vecchiezza,  ma  per  la  giudiziosa  conca- 
tenazione degli  enormi  poligoni   che  le 
compongono  (leggo  nella  Breve  narra- 
zione di  G.G.  D.  R.  riguardante  le  mu- 
ra Ciclopee,  Pisa  1  827.  »  Poni  attorno 
ad  esse  de'forti  arieti,  se  i  colpi  di  questi 
battono  su  pietre  posle  a  linea,  risente 
l'impressione  del  colpo  tutta  lalinea,e  for- 
masi quello  sconcatenamento,che  poi  pro- 
duce la  distruzione  del  muro  assalilo.  Or 
fallo,  che  i  colpi  colgano  sopra  questi  ir- 
regolari poligoni,  la  piaga  dal  colpo  non 
si  diffonde,  perchè  i  risalii  superiori  e  in- 
feriori de'massi  non  risentono  di  quel  col- 
po, e  mentre  la  pietra  è  battuta  al  di  so- 
pra e  al  di  sotto,  non  soffrono  l'altre  par- 
ti il  colpo  della  pietra,  che  ferisce  uii  pun- 
to solo.  Non  può  seguire  lo  stesso  nella 
costruzione  regolare,  perchè  la  percussio- 
ne si  diffonde  per  tutta  la  linea,  e  tutta 
la  scollega"),  e  per  la  militare  architet- 
tura superiori  in  bellezza  a  quante  altre 
mura  di  quel  geuere  si  conoscono  ,  mo- 
strano l'elevatezza  dell'  umano  ingegno, 
che  in  un'  epoca  sì  remota  qual  è  quella 
de'pelasgi,  a  cui  se  ne  attribuisce  la  fon- 
dazioue,aulerioi  meule  alla  guerra  di  Tro- 


VEL 

ia,seppe  muovere  e  geometricamentecol- 
locare  un  sì  gran  numero  di  smisurali  ma- 
cigni con  una  facilità  e  perfezione ,  che 
metterebbe  pensiero  a'più  arditi  ingegni 
del  nostro  secolo  tanto  perfezionato  ne' 
meccanismi  e  che  sormonta  ogni  difficol- 
tà con  eseguire  le  operazioni  più  ardue. 
Ma  ciò  che  attrasse  l'attenzione  di  Gre- 
gorio XVI  amatore  della  veneranda  an- 
tichità, nel  giro  che  ne  fece,  si  fu  la  por- 
ta maggiore  della  cittadella  ove  passò  nel- 
l'uscire  dall'episcopio,  e  il  di  cui  architra- 
ve viene  costituito  da  un  masso  solo  lun- 
go 27  palmi  e  largo  8  e  un'oncia;  la  por- 
la minore,  che  alcuni  vogliono  destinala 
a  sortile  militari,  la  cui  volta  e  scala,  com- 
posta di  massi  che  si  sormontano  I'  un 
l'altro,  non  ha  per  quanto  si  conosca  al- 
tra simile,  tranne  quella  dell'ingresso  al- 
la piramide  di  Mernjì  riportata  da  Nor- 
den  ne'suoi  Viaggi  in  Egitto j  e  l'angolo 
principale  formato  da'due  grandi  mura- 
glioni  orientale  e  australe,  alti  palmi  il, 
e  composto  di  soli  1 5  massi,  concatenali 
senza  cemento  come  il  resto  delle  mura. 
Per  la  celebrità  di  siffatte  gigantesche  co- 
struzioni, rammentando  la  già  celebrata 
opera  della  Dionigi,  che  ne  pubblicò  idi- 
segni,  mi  si  condoni  che  io  riporti  qui  un 
relativo  cenno  tratto  da  altra  donna  illu- 
stre che  le  studiò,  Marianna  Starke,  Tra- 
vels  in  Europe,  Parisi 836,  p.  ^02.  »  La 
città  di  Alatri,  posta  sopra  una  rupe  e- 
n)inenle,circondatada  mura  gigantesche 
ed  apparentemente  più  auliche  delle  mu- 
nì dell'altre  città  di  quella  provincia,  ha 
un  giusto  titolo  al  nome  che  porta,  cioè 
di  fortezza  Saturnina.  Plauto  ne  fa  men- 
zione nella  commedia  de'delenuti,  ossia 
carcerati,  sotto  la  forma  greca  Alatrion. 
In  Slrabone  è  scritta  Alctrion.  Cicero- 
ne la  chiama  municipio,  e  Frontino  la 
descrive  come  una  colonia.  La  sua  Acro- 
poli, cioè  cima  e  sommità,  corona  l'alta 
montagna, sul  pendio  della  quale  sta  que- 
sta città,  circondata  dagli  avanzi  delle 
mura  dell'estensione  di  due  miglia,  e  co- 
struii* da  nmujassi  di  pietre  calcaree  soni- 


VEL  63 

maronite  grosse,  ben  compatte  dal  loro 
semplice  immenso  peso  ,  ed  in  forma  o- 
blonga  poligonare.  Sopra  3  di  queste  pie- 
tre sono  scolpiti  rozzamente  3  bassirilie- 
vi;  uno  rappresenta  un  putto  con  un  vaso 
sulla  sua  testa,  un  altro  probabilmente 
fu  scolpito  per  personificare  la  protettri- 
ce divinità  di  Alatri,  ed  il  3.°  che  fa  par- 
te del  muro  pelasgico  nella  porta  Bello- 
na ,  ora  porla  s.  Pietro  (il  disegno  della 
quale  pubblicò  Y Album  di  Roma,  t.  1  7, 
p.  257,  con  erudito  articolo  del  conven- 
tuale p.  F.  Lombardi.  Egli  narra,  secon- 
do gli  scrittori  delle  cose  d'  Alatri  ,  che 
venuto  l'Apostolo  delle  genti  a  diffonde- 
re la  luce  del  Vangelo  in  questa  cillà, 
fossero  i  primi  a  seguirlo  gli  abitanti  del- 
la parte  meridionale  detta  Le  Piaggio, 
mentre  quelli  della  settentrionale  detta 
Civita  vetere  durarono  nell'idolatria  mol- 
ti anni,  finché  i  primi  non  gl'indussero  ad 
abbracciare  il  cristianesimo, e  perciò  con- 
segnarono ad  essi  i  loro  idoli  per  essere  at- 
terrali e  infranti. Questo  pare  ch'abbia  da- 
to origineaH'usanza,per  la  quale  gli  1  1  ca- 
popopoli eletti  da'rioni  della  cillà  a  signo- 
ri della  festa  di  s.  Sisto  1,  nella  sua  vigilia 
gli  abitanti  delle  pinggit'  unitisi  co'  con- 
signori di  Civita  vetere  scagliavano  una 
grandine  di  ciottoli  e  di  figuline  contro 
l'informe  e  ricordalo  bassorilievo  esisten- 
te al  fianco  sinistro  della  porta  s.  Pietro, 
e  chiamato  dal  volgo  Marzo.  Dopo  poi  i 
primi  vesperi,  menile  il  vescovo  nella  cat- 
tedrale era  ancora  in  trono,  dando  egli 
co'  piedi  il  segnale  con  alcune  movenze, 
i  detti  signori  assistenti  facevano  iti  cer- 
chio per  un  quarto  d'oro  una  danza  sagro- 
fesliva,  dispensando  ciambelle  alla  folla. 
Crede  il  p.  Lombardi  che  la  danza  ab- 
bia avulo  origine  neh  i32  per  la  trasla- 
zione in  Alatri  delle  reliquie  di  s.  Sisto  !, 
intorno  alle  quali  il  popolo  tripudiò  di 
santa  letizia  per  averlo  liberato  dalla  pe- 
ste che  1'  affliggeva  ,  e  prorompendo  io 
quelle  dimostrazioni  festive.  Nel  pontifi- 
cato di  Benedetto  XIV  e  nel  vescovato  di 
mg."  Savaceri,  divenuto  il  ballo  iudecen- 


H 


V  E  L 


tea  luogo  sagro,  fu  trasportalo  nella  pro- 
pinqua piazza, e  ivi  durò  sino  al  i  84^)co" 
assumere  il  municipio  tulio  il  carico  del- 
la pompa  festiva.  Di  simili  sagre  danze 
parlai  altrove,  come  nel  voi.  LXXIII,  p. 
i  72,  e  nel  voi.  XLIX,|).  249,  per  quel- 
la che  avea  luogo  in  Osinio  per  la  fesla 
popolare  del  Carro  di  s.  Vittore),  me- 
rita particolare  notizia,  perchè  è  formalo 
in  una  di  quelle  gigantesche  pietre  che 
compongono  il  muro, ed  evidentemente 
coevo  al  medesimo.  Sulla  lunga  salita  al- 
la città  si  presenta  porta  s.  Pietro,  ed  a 
questa  porta  i  viaggiatori  ordinariamen- 
te scendono  dalle  carrozze  affine  di  cam- 
minare su  alla  sommità,  non  essendo  ivi 
strada  carrozzabile.  La  torre  sulla  sinistra 
di  della  porla  ha  il  marchio  o  segno  del- 
l' eia  oscure,  ma  la  suddetta  porla  e  le 
altre  porte  della  città  sono  antiche.  La 
sommità  sembra  essere  stata  di  forma 
quadrilatera.  Fu  encomiata  da  doppie 
mura,  le  quali  calcolate  dalla  loro  colos- 
sale grandezza  e  solidità  danno  a  sospet- 
tare del  tempo  della  loro  costruzione;  e 
sebbene  varie  circostanze  concorrano  ad 
indicale  che  fossero  erette  da' tirreni  pe- 
lasgici  prima  della  guerra  Troiana  ,  ciò 
non  ostante  un  angolo  dell'esterno  muro 
alto  y4  palmi  rimane  intero  ed  ancora 
intatto  da  lungo  lasso  di  secoli.  Questo 
muro  angolare  è  composto  di  4o  pietre 
soltanto,  e  non  può  essere  contemplato 
senz'ammirazione  e  sorpresa,  siccome  im- 
possibile a  concepire  come  queste  pietre 
fossero  state  innalzale  alla  loro  presente 
posizione  ed  unite  cosi  assieme  senza  ce- 
mento, e  con  una  graziosita  adatto  im- 
pareggiabile. Le  suddette  mura  si  dice 
che  rassomiglino  a  quelle  di  Tini  nel  Pe- 
loponneso: desse  presentano  una  super- 
ficie liscia  formata  da  irregolari  pietre  po- 
ligone. Il  principale  ingresso  alla  cittadel- 
la è  ammirabile  in  pùnto  di  fortezza,  ed 
è  simile  nella  costruzione  alle  porte  delle 
piramidi  a  Menati.  Gli  architravi, che  so- 
no 3,  giacciono  piani  sulla  vasta  estensio- 
ne delle  mura  da  formare  un  coperto  cor- 


V  EL 

ridoio,  ed  ogni  architrave  è  alto  11  pal- 
mi. Ivi  evidentemente  si  osserva  che  vi 
furono  due  porte,  una  interna  ed  esterna 
l'altra,  ed  il  corridore  esleso  tra  loro.  La 
presente  strada  all'Acropoli,  sommità, è 
opposta  all'antico  ingresso,  e  sembra  di 
essere  stata  fatta  da'uioderui  alatimi  per 
facilitare  la  loro  comunicazione  col  vesco- 
vato, il  quale  è  fabbricalo  sulla  parte  del- 
le mura  interiori  della  fortezza.  Un  cor- 
ridoio dell'esteriori  mura  situato  sulla  de- 
stra della  moderna  strada  contiene  un  pas- 
saggio costruito  come  il  principale  ingres- 
so già  descritto,  il  quale  porta  in  un  pas- 
saggio sotterraneo  dell'altezza  di  6  piedi 
con  una  bellissima  circolare  volta; questo 
passaggio  penetra  al  centro  della  fortez- 
za, e  dopo  aver  esaminato  il  detto  pas- 
saggio, all'esterno  del  quale  trovatisi  gli 
avanzi  di  due  bassirilievi,  i  viaggiatori 
passano  da  una  piccola  moderna  porla 
che  conduce  ad  un  giardino,  dove  il  mu- 
ro angolare,  degno  di  particolare  notizia, 
puòessere  veduto  tutto  interamente.  La- 
sciando il  giardino  suddetto,  i  viaggiatori 
dovranno  salire  alla  piazza,  dove  il  vesco- 
vato e  la  cattedrale  è  stata  eretta;  la  qua- 
le piazza  spiega  il  principale  ingresso  al- 
l' Acropoli,  sommità.  L'eminenza  mon- 
tuosa sulla  quale  trovasi  posta  questa  for- 
tezza è  piena  di  vasti  sotterranei  passag- 
gi ,  oltre  i  già  descritti  ,  de'  quali  alcuni 
servirono  di  acquedotli,  mentre  altri  fa- 
cilitavano l'ingresso  del  necessario  perla 
guarnigione.  Le  volte  di  questi  passaggi 
sono  semicircolari,  ed  in  alcuni  di  essi  (se- 
condo l'informazioni  avute  e  l'indagini 
fatte)  possono  trovarsi  le  vestigia  de'pa- 
vimenti  di  musaico,  sebbene  è  difficile  di 
esplorare  queste  sotteranee  strade,  sicco- 
me non  souoesenli  da  aria  mefitica  e  no- 
ci va". Segue  la  descrizione  in  succinto  d'A- 
lalri  moderna.  Gregorio XVI  non  sazian- 
dosi di  ammirare  questi  prodigi  dell'ar- 
te antica,  e  di  lodare  Io  zelo  della  magi- 
stratura d'  A  latri,  che  aveva  saputo  così 
bene  rendere  il  pristino  splendore  a  un 
sì  rispettabile  monumento,  unico  nel  suo 


VEL 

genere,  il  Sanlo  Padre  avea  quasi  com- 
piuto il  suo  giro,  quando  alla  richiesta 
fattagli  dallo  stesso  magistrato,  volendo 
secondare  il  pubblico  desiderio,  e  rende- 
re eterna  la  memoria  di  sua  venula  in  A- 
latri,  graziosamente  permise  che  la  nuo- 
va strada,  quasi  sorta  per  incanto  d'in- 
torno alle  mura  dell'Acropoli,  portasse 
d'allora  in  poi  il  nome  di  Gregorianaja 
quale  concessione  venne  accolta  con  co- 
mune applauso,  e  sull'istante  pubblica- 
la con  l'iscrizione  affissa  alle  mura  stesse. 
Quindi  il  Papa  passò  nel  monastero  della 
ss.  Annunziata  delle  benedettine,  fonda- 
to nel  1 56 1  da  mg/  Camillo  Perusco  ro- 
mano vescovo  d'A latri,  che  vi  fece  veni- 
re per  istitutrici  4  monache  da  Guard- 
ilo; edilizio  assai  vasto  e  di  elegante  strut- 
tura mediante  aggiunte  fattevi  nello  scor- 
so secolo.  Ivi  ammise  al  bacio  del  piede 
le  5o  religiose  circa,  e  varie  signore  del- 
la città,  che  in  sì  fausta  circostanza  eb- 
bero il  permesso  di  entrarvi;  non  che  le 
monache  della  Carità  con  voti  semplici 
sotto  la  regola  di  s.  Chiara,  introdotte  io 
Ahitri  nel  1806  da  mg.r  Giuseppe  della 
Casa  vescovod'Alatri,  che  ottenne  da  Pio 
VII  di  potervi  traslocate  dal  monastero 
d'  Anticoli  due  religiose  perchè  si  occu- 
passero della  fondazione,  la  quale  ha  per 
scopo  la  cristiana  educazione  delle  fan- 
ciulle, della  quale  si  sono  rese  beneme- 
rite. Prima  d'entrare  col  suo  seguito  in 
detto monasteiOjil  Santo  Padre  aveva  e- 
gualmente  onorato  di  sua  presenza  il  vi- 
cino  collegio  Calasanzio  degli  scolopi  ,  il 
quale  riconosce  per  fondatrice  la  nobile 
Innocenza  Gentili  vedova  Conti,  che  con 
suo  testamento  del  1  ."novembre  1  72  1  isti- 
tuì eredi  universali  de' suoi  beni  i  delti 
padri,  colla  condizione  che  vi  tenessero 
scuola  e  convitto.  Il  p. Giuseppe  01iva,che 
nefui.°  rettore,  poi  generale  dell'ordine, 
colla  sua  attività  accrebbe  il  locale,  fab- 
bricò l'annessa  chiesa  in  onore  dello  Spo- 
salizio di  Maria  Vergine,  con  facciata  di 
buon  disegno  in  pieti  a  calcare  scalpellata 
con  maestria  e  nell'interno  a  croce  greca 

VOL.   LXXXIX. 


VEL  65 

con  ragguardevole  cupola,  vi  ordinò  le 
scuole  e  vi  apri  il  convitto  con  tale  ripu- 
tazione, cbedblb  provincia  e  da  altri  luo- 
ghi dello  stato,  come  dal  regno  di  Napo- 
li ,  vi  concorse  sempre  buon  numero  di 
distinti  giovani  ad  attingervi  l'istruzione 
letteraria,  morale  e  civile.  Nel  1824  con 
piano  fatto  da  mg.r  Benvenuti,  poi  car- 
dinale, delegato  straordinario  della  prò- 
v  incia,  il  cui  nome  sarà  in  eterna  benedi- 
zione presso  gli  eroici,  piano  che  fu  san- 
zionato da  Leone  XII,  l'istituto  religioso 
aumentò  il  collegio  di  due  scuole,  mentre 
la  città  a  sue  spese  vi  aggiunse  un  pro- 
fessore di  diritto  civile  e  canonico,  oltre 
l'assortimento  d'un  gabinetto  fisico,  l'in- 
grandimento delle  scuole,  delle  camera- 
te e  del  casino  di  villeggiatura.  Così  que- 
sto ampio,  comodo  e  salubre  stabilimen- 
to viene  ad  apprestare  un  mezzo  oppor- 
tuno d' istruzione  a  lutti  i  cittadini  non 
meno,  che  alla  provincia  intera.  Grego- 
rio XVI  vi  fu  ricevuto  dal  generale  ze- 
lantissimo dell'ordine  Ii.mop.  Rosani  al- 
la testa  della  religiosa  famiglia  e  della  nu- 
merosa scolaresca  divisa  in  due  ale,  e  di 
là  consolò  nuovamente  di  sua  benedizio- 
ne l'esultante  popolo,  onde  tutta  era  ri- 
piena la  sottoposta  piazza  di  s.  Maria, di 
figura  assai  quadrata  e  ben  vasta  ,  così 
denominata  perchè  sta  avanti  alla  chie- 
sa collegiata  dedicala  alla  B.  Vergine  di 
gotica  costruzione  ,  con  atrio  dinanzi  ,  e 
con   vaghissimo  occhialone  di  marmo  al 
di  sopra ,  contigua  al  palazzo  comunale 
(questa  è  la  chiesa  di  s.  Maria  Maggiore, 
di  cui  nel  i852  X Album  di  Roma  nel  I. 
19,  p.  289  e  326,  ne  pubblicò  il  disegno, 
le  notizie  e  la  descrizione  di  L.,  il  quale 
la  dice  dello  stile  e  del  fare  bisa olino  e 
sembrare  rimontare  1'  erezione  al  secolo 
XI;  il  grand' occhio  finestrale  della  fac- 
ciata, arabescato  de' solili  fregi  tricu>pi- 
dali  e  di  ghiribizzi  bizzarri,  offrire  un  ca- 
rattere diverso  dall'interno  e  perciò  forse 
posteriore  alquanto  e  d'epoca  gotica,  cioè 
quanto  allo  stile.  La  Ione  campanaria 
venne  innalzata  sul  declinar  del  secolo 
5 


66  V  E  L 

XIV,  come  rilevasi  dall'iscrizione  eoll'an- 
noi3c)4,  in  tempo  di  Do.  MaJJiolì  Epi. 
Plocen.  vicari  ctRcclor.  Camp  .,  rilevan- 
do l'articolista  clie  tal  vicario  e  rettore  non 
fu  conosciuto  né  da  De  Mattheis,  né  da  De 
Matthias,  ne'loro  esatti  cataloghi.  Il  tem- 
pio racchiude,  oltre  altri  pregi,  una  gem- 
ma preziosissima,  cioè  l'antichissima  e  mi- 
racolosa immagine  di  Nostra  Donna  det- 
ta della  Libera,  effigiata  in  affresco  sul 
corpo  d'  una  colonna  quasi  all'ingresso, 
ed  avente  in  grembo  il  suo  divin  Pargo- 
letto. Avendo  Giotto,  nel  suo  ritorno  da 
Napoli,lavorato  in  molte  chiese  dellaCara- 
pagua ,  fa  crederla  opera  sua.  E  poi  in- 
dubitato che  la  bella  e  divota  Immagine 
sempre  èstata  larga  dispensatricedi  favori 
a'suoi  divoti,  ond'è  iu  gran  venerazione 
presso  pure  gli  stranieri;  la  quale  è  inoltre 
sì  antica,  che  nel  i324  Giovanni  XXII 
da  Avignone  vi  concesse  indulgenza  a'vi- 
sitanti  :  altri  Papi  accordarono  grazie  e 
privilegi  all'abbate  e  canonici  della  me- 
desima^ ne'primi  del  corrente  secolo  l'ab- 
bate fu  insignito  della  mantellelta  nera  e 
del  titolo  di  dignità  capitolare.  Riparata 
più.  volte  per  la  sua  vetustà,  nel  1 85 1 
s'incominciò  a  rinnovarla  conservandone 
il  tipo  caratteristico,  e  per  conservare  sì 
interessante  monumento  cristiano  si  fe- 
ce un  appello  all'oblazioni  de'fedeli.  Leg- 
go poi  nel  Giornale  di  Roma  de'  3o  ot- 
tobre 1 856,  che  dopo  5  anni  di  restauro, 
la  chiesa  di  s.  Maria  Maggiore  d'  Alatri 
d'antichissima  gotica  costruzione,  era  sta- 
ta riaperta  al  pubblico  culto.  Ritenendo 
interamente  la  sua  forma  primiera,  pre- 
senta ora  quella  magnifica  eleganza  pro- 
pria delle  chiese  di  siffatto  genere,  tutta 
abbellita  e  istoriata  da  sagre  pitture  a 
fresco  di  Domenico  Monacelli.  A  conser- 
vare meglio  la  celebrata  ss.  Immagine,  fu 
trasportata  in  apposita  cappella  vagamen- 
te ornata,  siccome  oggetto  divotissimo  di 
tutta  la  provincia.  1  canonici  che  aveano 
sostenuto  il  grave  dispendio  colle  loro  te- 
nui prebende,  furono  consolati  dal  Papa 
Pio  IX  col  dono  d'un  paralo  iu  terzo.  Ac- 


VE  L 

endemico  Etnico,  mi  si  concedino  queste 
giuntai  elle  che  vado  ficendo  in  onore  di 
Ahtri)  Sulla  facciata  del  collegio  eravi 
un'iscrizione  dichiarante  l'immenso  giu- 
bilo degli  scolopi.  11  R.mo  p.  Rosani,  do- 
po avere  ragguagliato  Gregorio  XVI  di 
tuttociò  che  riguarda  quel  locale  e  l' i- 
slruzione  pubblica,  gli  rese  grazie  a  nome 
della  città  col  l'ottava  che  pubblicala  nella 
Relazione,  Padre  e  Signor 3  che  col  tuo 
dolce  aspetto,  ec,  meriterebbe  scolpirsi 
sulla  ciclopea  mole.  Dopo  aver  il  Papa  di 
nuovo  percorsa,  e  sempre  a  piedi,  la  via 
principale  d'Alatri,  in  sembianza  e  in  at- 
to non  tanto  di  principe  in  mezzo  a'suoi 
fedeli  sudditi,  nelle  cui  vene  ancora  scor- 
re l'antico  sangue  de'valorosi  eroici, quan- 
to di  padre  lieto  e  amoroso  circondato  da* 
suoi  cari  figli,  che  non  si  saziavano  di  pa- 
lesare in  tutti  i  modi  il  loro  affettuoso  tri- 
pudio, arrivato  alla  porta  della  città,  ma- 
nifestò benignissimamente  a  mg.r  Giani- 
pedi  vescovo  e  alla  magistratura  (ogni 
membro  della  quale  ebbe  in  dono  una 
medaglia  d'argento)  il  sovrano  suo  cor- 
diale gradimento,  per  tutte  le  dimostra- 
zioni ricevute  nelle  sole  4  ore  del  suo  sog- 
giorno in  Alatri,  cioè  dalle  i  3  alle  i  7,  e 
lasciando  un  centinaio  di  scudi  per  limo- 
sina a'poveri  (i  quali  hanno  il  monte  fi  la- 
mentano, e  Pio  VII  col  breve  In  sum- 
mo  Ape stola tu s ,  de'  25  gennaio  i8o5, 
Bull.  Rom.  cont.  t.  12,  p.  258  :  Erectio 
Montis frumentarii  infavorem.  ISosoco- 
ìuii civi tati s  Alalrinae)  e  agl'infermi,  ri* 
salito  nella  carrozza,  che  dallo  stesso  ze- 
lo del  popolo  era  stala  ricondotta  alla  por- 
la, partì  per  tornare  a  Prosinone,  accom- 
pagnato da'più  fervidi  voti  di  tutta  quel- 
la foltissima  popolazione,  che  in  segno  d'e- 
sultanza in  quella  sera,  come  nell'ante- 
cedente, accese  de'  grandissimi  fuochi  a- 
vanii  alle  case,  sulle  vicine  montagne  e 
colline,  ed  illuminò  a  disegno  lacitladel 
la,  che  fece  di  se  bellissima  mostra.  Dt 
v laudo  circa  due  miglia  dalla  via  prov'u 
ciale  dopo  Alalri,  il  Sanlo  Padrevolle 
sitar*  la  badia  di  Ticchiena,  ricchissimo 


VEL 

monastero  e  Grangia  (/'.)  della  celebre 
abbazia  ili  Trisulli  (P .)  dc'eerlosiui,  an- 
nesso ad  un  castello  ebe  ne'  tempi  bassi 
pagava  il  tributo  di  vassallaggio  agli  ala 
ti  ini  (infatti  Clemente  XIII  emanò  il  bre- 
ve Exponi  Nobis,  de' 22  giugno  1763, 
Bull.  Rom.  cord.  t.  2,  p.  355:  Approba- 
tioConcordiac  inter  monasterium  s.Dar- 
tholonui  TrisulU  ordinis  Carthusiensis, 
et  communilatem,  atque  homines  civita- 
tu  Alatrii  super  pracfìxioneconfinium 
Castri  dirutinuncupati  Tccclaena  ad  di- 
etimi monasterium  spectantis.lvì  è  ripor- 
tato tutto  Tatto  della  concordata  contro- 
versia sul  confine  territoriale,  e  quanto 
al  possesso  della  certosa  del  feudo  di  Tic- 
chi ena,  si  dice  ebe  questo  confiscato  già 
dalla  camera  apostolica  nel  1248  circa 
sotto  Innocenzo  IV  alla  comuuità  d'Ala- 
t ri  per  delitto  proditorio  commesso  con- 
tro icittadiui  di  Ferentino,  dipoi  neli3oy5 
nel  pontificato  di  Bonifacio  IX  la  mede- 
sima camera  lo  vendè  cou  tutte  le  sue  ra- 
gioni e  pertinenze  al  monastero  di  Trisul- 
ti,  certosa  cb'è  unita  a  quella  di  Ruma);  e 
fattavi  orazione  nella  chiesa  pubblica  e 
nella  cappella  interna  del  monastero,  ove 
si  conserva  il  ss.  Sagramento,  ammise  al 
bacio  del  piede  quella  religiosa  famiglia, 
die  volle  trattarlo  di  lauto  rinfresco  cou 
lutto  il  suo  seguito,  e  proseguì  il  suo  viag- 
gio riprendendo  la  strada  maestra  verso 
Prosinone,  al  quale  articolo  avendo  io  ri- 
ferito il  resto,  dirò  solamente.  >'ella  mat- 
tina de"5  maggio  Gregorio  XVI  partì  per 
Piperuo  (V.)  per  la  via  omonima,  una  del- 
le 3  che  si  riuniscono  sul  ponte  del  Co- 
sa sottoFrosinone.come  auche  quella  d'A- 
lain e  quella  che  conduce  a  Roma  per  Fe- 
rentino. Trovandosi  su  quella  linea  di 
strada  provinciale  vari  paesi  a  destra  ed 
a  sinistra  della  valle  del  Sacco  ,  ognuuo 
di  essi  procurò  di  fare  le  migliori  dimo- 
strazioni possibili  di  giubilo  per  il  passag- 
gio di  Sua  Santità  sul  loro  territorio,  e 
in  breve  descrivendoli  nell'articolo  Fro- 
iiflONE  lo  narrai,  pel  dettaglio  più  minu- 
to poteudo  supplire  la  bellissima  Relazio* 


VEL  G7 

ne  di  cui  mi  vado  giovando,  e  vi  aggiun 
gerò  quanto  non  dissi  nel  ricordalo  aiti 
colo  per  non  renderlo  di  soverchio  prò 
lisso.  Cominciò  il  1 .°  Ceccano  (nel  segue u 
te  anno  dai  Papa  fatta  città,  la  quale  si 
onora  del  suo  illustre  concittadino  mg.' 
Giuseppe  Berardi  Sostituto  della  segre- 
teria di  stato  e  Segretario  della  Cifra)  j 
indi  il  Papa  valicato  sopra  un  bel  ponte 
eretto  da  Pio  VI  il  fiume  Sacco,  che  in 
quel  luogo  forma  una  caduta  veramente 
pittoresca,  entrò  nel  territorio  di  Falli- 
ca, a  cui  appartiene  il  poco  distante  cele- 
bre monte  Cacume,  il  più  alto  di  quella 
catena  degli  Apennini  chiamati  i  monti 
Lepidi, il  quale  alza  la  sua  lesta  orgoglio- 
sa (069  metri  sopra  il  livello  del  mare. 
Seguitando  il  viaggio  si  trovò  uel  terri- 
torio di  Giuliano  già  fetido  de' Colonna, 
ietti  abitanti  vollero  pure  mostrare  la  lo- 
ro divozione  con  arco  trionfale  sulla  pub- 
blica via,a'cui  lati  si  fecero  tutti  trovato 
chiedendo  al  Papa  con  fervore  la  sua  be- 
nedizione, gii  uomini  da  ima  parte,  e  le 
donne  dall'altra,  ognuna  delle  quali  por- 
tava sulla  lesta  uno  schifo  con  piante  di 
busso,  il  che  unito  al  nazionale  loro  co- 
stume da  va  loro  la  bella  apparenza  di  ca- 
riatidi. Finalmente  dopo  aver  percorso 
seuza  fermarsi  da  Frosiuoue  iu  poi  circa 
i5  miglia  della  via  Casilina,  il  Sauto  Pa- 
dre giunse  a  Prossedi,  regione  de'volsci, 
e  vi  ricevè  la  benedizione  col  Santissimo. 
Cambiati  frattanto  a  tutti  i  legni  dei  tre- 
no i  cavalli,  che  iu  quel  luogo  erano  stati 
radunati  dalle  stazioni  postali  de'  vicini 
stradali,  il  Papa  proseguì  rapidamente  il 
viaggio  verso  Piperuo  io  una  delle  più  fer- 
tili e  pittoresche  vallate  dello  stato  pon- 
tificio, fiaucheggiata  da  montagne,  e  sul 
le  di  cui  alte  cime  ergevansi  tauli  castelli 
e  villaggi,  che  coll'aspetto  di  fortificazio- 
ni richiamavano  la  meutea'tempi  del  me- 
dio evo.  Fra  questi  dislinguevausi  a  sini- 
stra i  castelli  di  Pislerzo  nella  diocesi  di 
Ferentino  ,  e  di  Roccasecca  (diversa  da 
quella  di  Sora,  di  cui  ragionai  in  quel- 
l'articolo) in  quella  di  Piperuo.  A  deatra 


68  V  E  L 

poi  della  via  Casilinn  vedevansi  altri  pae- 
si e  castelli  sorgere  nella  gola  de' munti, 
e  rispondere  co'replicali  spari  di  morta- 
ri  e  co'festivi  suoni  di  campane,  che  ral- 
legra vano  tutte  quelle  coutrade,ed  altret- 
tanti segni  di  giubilo  dati  dall'opposta  ca- 
tena di  monti,  e  fra'quuli  distingue vansi 
i  castelli  di  Maenza  (riporta  il  n.°  92  del 
Giornale  di  Roma  del  i858,  come  il 
Papa  Pio  IX  colle  sue  elargizioni  contri- 
bui  all'eseguile  grandi  riparazioni  di  cui 
abbisognava  l' insigne  chiesa  collegiata 
di  Maenza,  e  la  gratitudine  del  popolo 
maentino)  e  Roccagorga,  già  spettan- 
ti alla  famiglia  Caetani,  potentissima  in 
queste  contrade  ;  la  popolazione  del  2.0 
si  fece  trovare  genuflessa  sulla  via  presso 
l'arco  che  avea  eretto.  Altre  dimostrazio- 
ni ricevè  dagli  abitanti  di  Pioccagorga,  i 
quali  nel  quadrivio  delle  strade  di  Pro- 
sinone, Piperno,  Sezzee  Roccagorga  for- 
marono uu  piano regolaredi  circa  /jo  pal- 
mi nel  luogo  detto  la  Cona  Romana,  e  vi 
eressero  un  obelisco  a  finto  granilo  orien- 
tale, dipinto  a  geroglifici  tratti  da  antico 
monumento  egizio, .sormontalo  dalle  chia- 
vi e  dal  triregno,  dalla  cui  estremità  tut- 
ta la  mole  era  alta  da  terra  palmi  53, com- 
preso il  piedistallo  d'ordine  dorico  a  fin- 
to marmo  di  Carrara,  sui  di  cui  specchi, 
circondati  da  4  statue  esprimenti  le  Vir- 
tù, cardinali  parimente  a  finto  marmo 
chiaroscurate  di  grandezza  sopra  al  na- 
turale colle  loro  basi  d'ordine  toscano,leg- 
gevansi  5  analoghe  iscrizioni  italiane,  la- 
tina e  greca.  Fermatosi  nel  suo  passaggio 
il  Papa  a  veder  l'obelisco,  ne  espresse  dal- 
la carrozza  la  sua  benigna  soddisfazione 
e  lodandone  l'artefice  che  ammise  al  ba- 
cio del  piede,  unitamente  al  clero,  alla 
magistratura  e  ad  altre  distinte  persone 
della  terra  ,  che  fra  gli  applausi  di  tutta 
la  popolazione  gli  offrirono  due  sonetti, 
anch'essi  come  tutte  le  altre  poetiche  com- 
posizioni ,  pubblicati  dall'accuratissimo 
principe  Massimo.  Continuando  il  viag- 
gio ,  dopo  poche  altre  miglia  Gregorio 
XY1  giunse  versole  ore  1 4  alla  città  ve- 


V  EL 

scovile  di  Pijierno,  già  celebre  capitale  de' 
volsci  e  municipio  romano.  Ad  ore  18  ri- 
montato il  Papa  in  carrozza  fra  gli  ap- 
plausi di  tutta  la  popolazione,  e  celere* 
mente  scendendo  da  Piperno  verso  le  Pa- 
ludi Pontine,  costeggiò  col  suo  seguito  il 
fiume  Amaseno,  le  di  cui  acque  scorro- 
no nel  mezzo  di  folta  selva  presso  le  mu- 
ra merlate  della  celebre  badia  di  Fossa- 
nuova  (F.),  della  quale  riparlai  nel  voi. 
LXXVIl.p.  1  1,  y5  e  76.  Dopo  altre  5  mi- 
glia il  Papa  entrando  con  lutto  il  suo  tre- 
no nella  via  corriera  delle  Paludi  Ponti- 
ne al  miglio  49  dell' Appia,  e  passando 
senza  cambiar  cavalli  avanti  la  posta  di 
Ponte  Maggiore,  proseguì  il  viaggio  per 
la  città  vescovile  di  Terracina,ove  giun- 
se circa  le  19  ore  ricevuto  da  mg.1  Lolli 
vice-legato  di  Velletri  ec.  Nella  mattina 
degli  8  maggio  ne  partì  per  la  via  Appia, 
trapassando  la  posta  di  Ponte  Maggiore 
e  fermandosi  a  cambiari  cavalli  a  quella 
di  Mesa.  Giunto  a  Tor  Tre  Ponti,  venne 
ossequialo  dal  vescovo  e  da'cleri  di  Sezze 
e  Sermoneta.  Indi  proseguì  il  viaggio  per 
Cisterna  e  per  la  città  vescovile  di  Vel- 
letri ,  da  dove  partendone  a' 9  maggio, 
trapassando  per  Genzano,  per  la  Riccia 
e  per  la  città  vescovile  d'Albano,  fece  il 
suo  trionfale  ingresso  in  Roma  verso  le 
ore  2 3.  Così  ebbe  termine  il  viaggio  di 
Gregorio  XVI,  il  quale  non  poteva  desi- 
derarsi migliore  sì  per  la  prospera  salu- 
te di  cui  sempre  godette,  come  per  l'en- 
tusiasmo che  risvegliò,  e  perla  felicità  che 
diffuse  la  di  lui  presenza  nelle  due  avven- 
turate provincie  di  Campania  e  Maritti- 
ma, le  quali  per  il  loro  inalterabile  attac- 
camento all'altare  e  al  trono  pontificio 
giammai  lo  dimenticheranno,  avendolo 
pure  successivamente  descritto  il  Diario 
di  Roma  compendiosamente. 

Nell'articoloPio  IXraccontai,come  per 
la  nequizia  d'  una  fazione  ribelle  fu  co* 
stretto  allontanarsi  da  Roma  in  forma  in- 
cognita la  notte  de'>4  novembre  1848, 
ed  in  compagnia  del  conte  di  Spani-  mi- 
nistro di  baviera,  per  la  porta  s.  Giovai»- 


VEL 

ni  traversandola  galleria  di  Castel  Gan- 
(lolfo,  evitando  Albano,  passando  dietro 
l.i  Riccia  ,  per  Genzano,  Velletri  e  Ter- 
racina.senza  mai  fermarsi,  felicemente  en- 
trò nel  regno  di  Napoli.  Si  condusse  aGae- 
la, ove  venne  magnili camenteospilalo  con 
ogni  venerazione  per  oltre  9  mesi  dalla 
generosa  liberalità  del  religiosissimo  mo- 
narca delle  due  Sicilie  Ferdinando  II,  non 
meno  nella  real  villa  di  Portici  presso  Er- 
colano  per  altri  8,  avendo  pure  narrato 
Je  cose  principali  che  fece  in  que'soggior- 
ni,  e  le  gite  pe'luoghi  e  città  circostanti, 
inclusi  vaiueiite  e  sino  a  Benevento.  Dissi 
come  dopo  la  partenza  del  Papa  da  Ro- 
ma ivi  si  formò  la  giunta  suprema  di  sta- 
to per  governarlo,  seguila  dalla  commis- 
sione di  governo.Promulgataa'9  febbraio 
1849  'a  repubblica  romana  per  tutto  lo 
stalo  papale,  la  rivoluzione  fu  compiuta; 
però  non  andò  guari  che  fu  domata  la  ri- 
bellione negli  stati  pontifìcii  per  l'interven- 
to dell'anni  cattoliche  francesi,  napoleta- 
ne, austriache  e  spagnuole.  I  napoletani  a' 
17  giugno  1849  occuparono  Prosinone, 
Veroli,  Anagni,  Ferentino  e  altri  luoghi, 
della  provincia  di  Campagna.  L'8  giugno 
le  truppe  spagnuole  approdarono  in  Ter- 
racina, e  per  Sezze  a'  1  7  luglio  si  recarono 
in  Velletri  con  mg.r  Giuseppe Berardi, già 
vice-presidente  del  tribunaleciviledi  Ro- 
lli:) /piale  coni missario  slraord inario  pon- 
tiQciodelle  provinciedi  Marittima  eCam- 
p-igna,  nella  qual  città  fin  da'4  erasi  ri- 
tirato il  preside  repubblicano, subentran- 
do a  occuparla  gli  spagnuoli,  A'  16  lu- 
glio mg/ Badia  delegato  apostolico  diFro- 
siuone  ristabilì  in  quella  città  e  provin- 
cia la  sovranità  pontificia.  Questa  in  tut- 
to lo  stato  della  s.  Sede  erasi  successiva- 
mente ristorata. Dappertutto  essendosi  ri- 
stabilito l'ordine,  il  sommo  Pontefice  Pio 
IV  si  determinò  a  ritornare  a  Roma  sua 
sede  nell'aprile  i85o,  accompagnato  a'6 
dal  re  delle  due  Sicilie  sino  all'Epitaffio., 
tei  mine  del  regno  e  degli  stati  di  s.  Chiesa. 
11  Papa  ivi  venne  incontrato  da  mg/  Be- 
rardi commissario  straordiuariodelle  due 


VEL  69 

provinole  di  Marittima  e  Campagna ,  in- 
sieme alla  deputazione  de'consiglieri  pro- 
vinciali della  legazione  di  Velletri,  felici- 
tandolo e  tributandogli  l'omaggio  d'in- 
alterabile fedeltà  delle  due  provincie,  av- 
venturose e  liete  per  aver  la  sorte  d'  es- 
ser le  prime  a  riceverlo,  il  che  meglio  no- 
tai nel  voi.  LXXIV,  p.  200.  Ed  eccomi  a 
procedere  col  coramend/  Barluzzi  nella 
Relazione  slorica  del  viaggio,  e  con 
quanto  altro  ne  pubblicarono  il  Giorna- 
le di  Roma,  e  l' Osservatore  Romano  ne- 
gli articoli  divisi  in  9  giornate  e  intitola- 
ti; Viaggio  del  Sommo  Pontefice  daNa~ 
poli  a  Roma;  però  tacendo  quanto  già 
pubblicai  a'Ioro  luoghi  e  quanto  dovrò  di- 
re di  altri  in  quest'articolo,  come  praticai 
di  sopra  pel  viaggio  diGregorio  XVI.  Ter- 
racini! per  la  r  /ebbe  la  consolazione  d'ac- 
cogliere il  suo  sovrano  e  padre,  e  lo  fe- 
ce con  quelle  solenni  dimostrazioni,  che 
celebrai  nel  suo  articolo.  Siccome  erano 
state  sciolte  tutte  le  autorità  municipali, 
e  nominate  provvisoriamente  commissio- 
ni municipali  con  un  presidente  per  ca- 
po d'ognuna,  ciò  avverto  per  dovere  no- 
minare le  unee  gli  altri  delle  comuni  del- 
le provincie  di  Marittima  e  Campagna. 
Tra  le  deputazioni  ricevute  dal  Papa  in 
Terracina,  conviene  qui  ripetere  la  com- 
missione provvisoria  municipale  col  go- 
vernatore della  città,  la  deputazione  del- 
la provincia  di  Frosinone  condotta  da 
mg/  Badia  delegato  della  provincia  me- 
desima, quella  del  capitolo  di  Ferentino 
con  mg/  vescovo  Tirabassi  (di  cui  riparlai 
nel  vol.LXXVIU,p.22Q  e  3a3),quella  del 
clero  di  Veroli  col  proprio  mg/  vescovo 
Venturi  similmente,  e  molte  altre  d'al- 
tre parti  che  troppo  lungo  sarebbe  il  no- 
minare, L'  8  aprile  Sua  Santità  partissi 
col  suo  corteggio  da  Terracina,  precedu- 
ta dal  principe  Massimo  soprintendente 
generale  delle  poste  pontificie  ,  scortati! 
da  un  plotone  d'ussari  napoletani,  ed  ac- 
compagnata da' cardinali  Asquini,  Du 
Pont  e  Antonelli,  non  che  dal  conte  Lu- 
do! f'  ministro  plenipotenziario  del  re  Fer- 


7o  V  E  L 

dittatalo  II  presso  Ja  s.  Sede.  Terracina  è 
lungi  63  miglia  Ja  Roma,  laonde  passan- 
do il  Papa  per  le  Paludi  Pontine  e  via  Ap- 
pia,  Velletri,  Genzano,  la  Riccia  e  Alba- 
no poteva  essere  in  Roma  nel  giorno  stes- 
so. Ma  benignamente  volle  prima  di  ri- 
tornare alla  sua  capitale  e  sede,  allieta- 
re ili  sua  presenza  anche  la  provincia  di 
Campagna,  e  venir  quindi  a  Velletri  per 
altra  parte  rientrando  nella  via  Appia;  e 
ciò  perchè  quella  provincia  presa  com- 
plessivamente ne'  passali  sconvolgimen- 
ti, come  sempre,  erasi  mostrata  la  più  fe- 
dele al  governo  legittimo  della  s.  Sede. 
Giunto  il  treno  vicino  a  Ponte  Maggiore, 
lasciala  la  via  Appia,  prese  a  sinistra  la 
provinciale,  la  quale  entrando  nella  ca- 
tena de'monti  Lepini,  e  serpeggiando  pel- 
le sinuosità  dell'  anguste  loro  valli,  va  a 
terminare  nell'aperta  vallala  di  Prosino- 
ne. Riferisce  la  Relazione."  Al  lernpoche 
que'monti  erano  abitati  da'  Volsci  e  da- 
gli Equi  (ne  riparlai  a  Subiaco),  tanto 
dalla  parte  che  guarda  tramontana  e  a 
ponente  l'agro  Pontino  ed  il  mare,  quan- 
to nell'interno  a  levante  ed  a  mezzogior- 
no, ebbero  la  loro  fama  e  Core,  e  Pome- 
zia  o  Sezia  con  le  sue  ?.3  città,  e  Segni  e 
Piperno,  co'fiumicclli  Ufente  ed  Auiase- 
uo,  ricordate  ne'primi  secoli  della  storia 
romana ,  e  celebrate  altresì  ne' versi  di 
Virgilio,  d'Orazio  e  d,i  Silio  Italico.  Og- 
gi sono  dello  slato  pontificio  una  delle 
parli  meno  popolate.  Pur  tuttavia  per 
quelle  valli  e  le  pendici  per  cui  passa  la 
della  strada  sono  alcune  città  e  castella: 
Piperno, Maenza,  Sonnino,Patrica,Pros- 
sedi,  s.  Stefano,  Giuliano,  Morolo,  Valle- 
corsa,  Ceccano  ec".  Poco  prima  di  giun- 
gere a  Piperno  è  l'antica  abbazia  di  Fos- 
sanuova,la  cui  origine  risole  al  secolo  XI, 
già  de'monaci  cistcrciensi  e  ricca,  la  qua- 
le die  alla  Chiesa  ne'secoli  XII  e  XI  11  ce- 
lebri abbati,  vescovi  e  cardinali:  ora  non 
le  rimane  che  il  nome  e  gli  avanzi  de' 
suoi  magnifici  tempio  e  chiostro  di  gu- 
sto gotico,  famosa  anche  per  la  morie  di 
s.  Tommaso  d'Aquino.  Bramando  il  Fa- 


VEL 

pa  di  visitare  si  illustri  memorie  ,  ed  es- 
sendo fuori  di  strada,  il  proprietario  di  es- 
se e  del  latifondo  Luigi  Polverosi  fece  tro- 
var pronte  all'uopo  carrozze  e  carrettel- 
le, e  vi  si  condusse,  inchinato  per  la  via 
dal  clero  di  Sormino  (terra  non  lontana 
sulla  montagna), che  ammise  al  bacio  del 
piede.  Nel  ritorno  onorò  di  sua  presenza 
Piperno,  tra  gli  Evviva  il  Papa,  Viva 
il  Santo  Padre,  Santo  Padre  la  bene- 
dizione. Osserva  il  commend/  Barluzzi, 
che  faceva  parte  del  corteggio.  »  E  qui 
valga  il  dirlo  una  volta  per  sempre:  do- 
vunque, sia  nel  regno  di  Napoli,  sia  nello 
stato.legrida  popolarla  lui  dirette  non  so- 
no stale  mai  altre  che  queste, come  le  più 
dicevoli  al  Vicario  di  Gesù  Cristo".  Da 
Piperno  dopo  6  miglia,  il  Papa  giunse  a 
Prossedi,situala  similmentesulla  via  prin- 
cipale, ed  atlraversolla  senza  farvi  dimo- 
ra, tra'  più  clamorosi  e  festevoli  evviva. 
Dopo  Prossedi  non  entrò  in  alcun  altro 
paese.  Ma  al  di  qua  cai  di  là  di  Prosse- 
di convenne  sostare  1 4  volte  per  via,  poi- 
ché trovaronsi  a  vari  intervalli  i4  archi 
trionfali,  eretti  da  altrettanti  municipii; 
i  quali  comechè  fuori  di  strada,e  non  po- 
tendo perciò  accogliere  nelle  loro  mura 
l'augusto  Viaggiatore,  erano  discesi  tulli 
■'confini  de'territorii  rispettivi  sulla  stra- 
da per  la  quale  dovea  passare,  e  vi  avea- 
no  innalzato  ciascuno  archi  con  diverse 
forme,  e  colle  iscrizioni  italiane  o  latine, 
riportate  con  ordine  progressivo  al  fine 
della  Relazione.  Presso  i  quali  archi  al 
giungere  del  Santo  Padre  ,  i  rappresen- 
tanti di  ciascun  municipio  si  stavano  ge- 
nuflessi, e  intorno  in  tale  atteggiamento 
ossequiosi  e  giulivi  erano  i  popolante  se- 
condo il  costume  lodevole  del  paese  nel- 
le ceremonie  religiose/la  una  parte  ledon- 
ne  e  dall'  altra  gli  uomini,  tutti  con  ra- 
moscelli d'olivo  in  mani,  e  chiedenti  ad 
alta  voce  la  benedizione.  E  il  Papa  in  tut- 
te lei  4  stazioni  fermandosi,  graziosamen- 
te la  compartiva.  Benché  espressamente 
non  nominati  dalla  Relazione, trovo  ben- 
sì nella  collezioue  dell'iscrizioni,  a  secon- 


V  E  L 

da  dell'avvertito,  quelle  ancora  di  Maen- 
ta,  Sonnino,  Fallica,  s.  Stefano,  Giulia- 
no, Morolo;  le  due  degli  uniti  Vallecor- 
rj,  s.  Lorenzo  e  Castro;  quelle  di  Rocca- 
corga ,  Roccasecca,  Supino,  Ceccano  ec. 
Nel  Giornale  dì  Roma,  tra' luoghi  non 
ricordati  espi  essamente  dalla  Relazione, 
si  pubblicarono  articoli  celebranti  l'av- 
venimento, ovvero  se  ne  parla;  cioè  a  p. 
3a3  di  Prossedi  si  dice,  che  nella  chiesa 
il  Papa  vi  ricevè  la  benedizione  col  San- 
tissimo. A  p.  362  Roccasecca  dichiarò  d'a- 
ver innalzato  un  sontuoso  arco  d'alloro 
e  di  paline,  e  che  il  Pontefice  molle  di 
pianto  benedì con  affezioue  di  cuore  il  cle- 
ro, la  magistratura  e  la  popolazione.  A  p. 
370  è  detto  che  il  governo  di  Vallecorsa, 
coMue  comuni  di  s.  Lorenzo  e  Castro,  si 
unirono  in  consorzio,  e  sebbene  distacca- 
ti e  segregati  dalla  via  provinciale,  al  di 
là  di  Prossedi  ove  sbocca  la  strada  rota- 
bile di  s.  Lorenzo  nella  provinciale,  i  3 
cleri  colle  loro  ecclesiastiche  divise  furo- 
no presentati  al  Papa  da  mg/  vescovo  di 
Ferentino,  ed  il  ministero  governativo  e 
le  3  commissioni  municipali  furono  pre- 
sentate al  medesimo  da  mg.'  Badia,  ivi 
appositamente  erasi  innalzato  un  trofeo 
rappresentante  la  Religione,di  delicato  la- 
voro, con  l'iscrizione  italiana  ivi  riporta- 
ta, insieme  alla  latina  scolpita  in  marmo 
a  memoria  eterna  dell'avvenimento;  e  che 
il  Papa  gradite  siffatte  dimostrazioni,  am- 
mise al  bacio  del  piede  i  funzionari  e  tan- 
ti altri ,  soccorrendo  la  classe  indigente 
splendidamente.  Nella  Relazione  poi  leg- 
go, che  nell'arco  erano  le  statue  della  Re- 
ligione e  della  Fortezza  ,  nel  basamento 
delle  quali  erano  due  epigrafi  che  ripro- 
dusse. A  p.  396  del  Giornale  vi  è  l'arti- 
colo di  CepranOjChesi  onora  d'averacon- 
ctttadino  mg.r  Giuseppe  de'inarchesi  Fer- 
rari Tesoriere  generale  (^.),  e  ne  ripar- 
lai nel  voi.  LXXX,  p.  199.  Ivi  si  dice,che 
ne'passali  sconvolgimenti  e  ne'  giorni  di 
confusione  fu  abbastanza  risoluta  per  im- 
porre all'autorità  e  truppa  de'faziosi,  u- 
prire  le  porte  di  quel  poute,  disollerruie 


V  EL  7i 

le  mine,  togliere  le  barricate,  ed  ogni  al- 
tro impedimento  ostile  per  accogliere  nel 
dì  seguente  amiche,  e  fra  gli  evviva,  le 
truppe  napoletane;  il  che  gli  riportò  la 
sovrana  approvazione  esternata  dall'  ot- 
timo mg.'  Badia.  Ne'  giorni  di  pace  eoa 
indicibile  entusiasmo  solennizzò  il  glo- 
rioso e  felice  ingresso  del  Papa  ne'  suoi 
dominii,  con  quelle  pubbliche  festive  di- 
mostrazioni ivi  narrate,  di  che  furono 
spettatori  ed  encomiatori  i  cardinali  Mal- 
ici e  Cagiano.  Inoltre  si  descrivono  i  fe- 
steggiamenti di  Sgurgola  nel  passaggio 
del  Papa,  1'  arco  trionfale  innalzato  con 
due  iscrizioni  pubblicate,  non  che  il  tro- 
no eretto  pel  medesimo  e  la  benigna  ac- 
coglienza fatta  ai  clero,  al  magistrato  e  al 
popolo,  presentali  da  mg.r  Badia.  Per  ce- 
lebrare l'awenimeuto,  i  più  facoltosi  di- 
spensarono vino  e  pane  a' poveri,  i  quali 
furono  pure  soccorsi  dalla  munificenza 
pontificia.  Mi  piace  inoltre  rimarcare,  che 
la  città  vescovile  di  Veroli ,  situata  fuori 
di  via,  in  quella  per  andare  ad  Alatri,  e- 
resse  un  arco  trionfale  con  4  iscrizioni, 
dichiaranti  la  sua  esultanza  e  fedeltà,  ed 
esternando  il  voto  di  potere  accogliere  il 
Pontefice  fra  le  sue  mura  ,  felicitandolo 
il  clero  ,  il  patriziato  e  il  popolo.  Faccio 
ritorno  alla  descrizione  del  viaggio.  Era- 
no circa  le  4  pomeridiane,  allorché  la- 
sciato a  destra  Morolo,  a  sinistra  Cecca- 
nò,  uscendoda'monti  Lepini,il  Santo  Pa- 
dre col  suo  corteggio,  sempre  accompa- 
gnato da'3  sullodati  cardinali,  entrò  nel 
territorio  di  Frosiuone,  ossequiato  da  una 
deputazione  del  municipio.  Avvicinando- 
si il  treno  alla  città,  la  moltitudine  dal- 
l'alto del  monte,  a  guisa  d'anfiteatro, ov'è 
situataFrosinone  capo  della  provincia  (os- 
serva il  commeud.'  Barluzzi,  che  le  città, 
e  castella  della  medesima,  conservando 
la  situazione  di  loro  origine  antichissima, 
o  de'  primi  tempi  di  Roma  o  anteriore, 
sono  quasi  tutte  sui  monti),  cominciò  ad 
agitare  i  fazzoletti,  i  cappelli  e  de'  rami 
d'ulivo,  ed  a  levare  da  tutte  parti  un  gri- 
do di  Viva  il  Santo  Padre  j  che  misto 


7a  VEL 

a!  suono  delle  campane  e  delle  bande  as- 
sordava l'aere.  Al  primo  ingresso  nella 
ci I là ,  sotto  un  grande  arco  costruito  ivi 
appositamente  a  foggia  di  tempio,  la  ma- 
gistratura municipale  gli  esibì  le  chiavi 
della  ciltà  in  segno  di  dominio,  con  pa- 
role convenienti.  Il  tenente  colonnello  Vi- 
glia comandante  il  6/  battaglione  de'cac- 
ciatori  napoletani,  in  nome  di  tutta  l'ar- 
mata, rappresentata  dal  battaglione  stes- 
so, diresse  al  Papa  parole  d'omaggio  e  di 
divozione.  Come  in  Terracina  la  strada 
era  abbellita  da  file  d'arboscelli,  così  qui 
di  colonne  di  legno  in  forma  di  candela- 
bii  vestite  di  fronde  di  bosso  e  fiori,  con 
simili  festoni  pendenti  lateralmente  era 
adorna  la  via;  e  le  finestie  lo  erano  da 
damaschi  e  drappi  a  vario  colore;  l'ima 
e  1'  altre  stipate  di  popolo,  accorso  pure 
in  gran  numero  da'luoghi  circostanti.  I 
due  prospetti  dell'  arco  aveano  ciascuno 
la  loro  iscrizione;  narrando  poi  il  Gior- 
nale di  Roma  del  1 85o  a  p.  354,  con  ar* 
ticolo  di  Frosinone  nel  descrivere  in  det- 
taglio come  festeggiò  la  venuta  del  Papa 
Pio  IX,  dice  che  dov'era  1'  arco  sarà  col- 
locala come  un  monumento  stabile  l'i- 
scrizione allora  fatta  e  dal  medesimo  pub- 
blicata  (il  monumento  poi  eretto  è  la  va- 
sta caserma  de'gendarmi,  dietro  il  palaz- 
zo delegatizio,  nella  forma  quasi  come 
quella  di  Roma,  collo  stemma  pontificio 
e  1'  iscrizione:  si  costruì  con  un  fondo  di- 
sponibile, e  con  approvazione  del  Pa- 
pa), insieme  all'altra  iscrizione  che  pu- 
re in  esso  si  legge  ,  e  questa  da  porsi 
sopra  l'ingresso  della  residenza  munici- 
pale dal  municipio,  per  riconoscenza  al- 
l'impegno dell'ottimo  delegato  mg/  Ba- 
dia nel  coadiuvare  gli  ardenti  desideri! 
de'fi  usinati  presso  Sua  Santità,  onde  ot- 
tenere un  così  segnalato  beneficio.  Oltre 
l'arco  eravi  un  obelisco  eretto  sulla  piaz- 
za del  palazzo  apostolico  ,  avente  ezian- 
dio la  sua  iscrizione.  Un'  altra  leggevasi 
nella  caserma  de' veliti  pontificii,  che  sta- 
vano di  presidio  in  Frosinone,  quelli  che 
duFrusiuoiie  e  da'paesi  limitrofi,  nel  teru- 


VE  L 

pò  della  ribellione  fedeli  al  proprio  so- 
vrano, si  recarono  dal  Papa  a  Pontecor- 
vo,  a  Benevento  e  in  Gaeta;  e  questo  stes- 
so diceva  la  scritta  con  brevi  ed  elegan- 
ti parole.  Il  battaglione  napoletano  avea 
posto  a  modo  di  trofeo  le  insegne  di 
Pio  IX  e  di  Ferdinando  II,  con  in  mez- 
zo ciascuna  la  propria  epigrafe.  E  final- 
mente ve  n'  era  una  sulla  porta  del  pa- 
lazzo apostolico,  per  contestare  la  grati- 
tudine de' fiosinonesi  verso  mg.r delega- 
to, perchè  molto  si  adoperò  in  prepararlo 
degno  del  So  vrano  Pontefice.  Nella  chie- 
sa principale  di  s.  Maria  Assunta  il  Papa 
vi  si  recò  sotto  baldacchino  magnifico,  le 
cui  aste  sostenevano  i  membri  della  com- 
missione municipale,  accompagnato  dal- 
l'ordinario mg/  Venturi  zelantissimo  ve- 
scovo di  Veroli  col  suo  clero;  il  tempio 
era  vagamente  addobbato,  e  colle  espo- 
ste immagini  de'ss.OrmisdaeSilverio  Pa- 
pi, particolari  protettori  e  concittadini  di 
Frosinone.  Prima  di  ricevere  la  benedi- 
zione da  mg/  Ricci  vescovo  di  Segna, 
col  ss.  Sacramento  esposto,  dopo  aver 
questo  venerato,Pio  I X  con  eloquente,  te- 
nera e  maestosa  allocuzione  riepilogò  in 
brevi  parole  le  trascorse  vicende,  le  cala- 
mità eccitate  dal  nemico  dell'uman  ge- 
nere, cessate  per  volere  divino,  esortando 
l'immensa  popolazione  a  porger  calde 
preghiere  all'Altissimo  pel  ravvedimento 
de'traviati,  e  per  la  pace  della  Chiesa  u- 
ni versale. Dichiara  il  commend/  Barluz- 
zi.  »  In  questi  discorsi  estemporanei  del- 
l'immortale* Pio  IX,  sia  ch'Egli  parli  co- 
me Pontefice,  sia  come  Sovrano,  è  sta- 
ta sempre  tale  una  facilità  e  dignità, 
congiunte  a  tanto  di  dolcezza,  da  disgra- 
darne gli  oratori  più  rinomati".  Uscen- 
do dalla  chiesa,  nel  progredire  al  palaz- 
zo apostolico  a  piedi,  andavagli  innan- 
zi un  drappelletto  di  fanciulli  vestiti  al- 
l'angelica,  ed  appartenenti  alle  prima- 
rie famiglie,  spargendo  fiori  sul  suo  pas- 
saggio, rallegrato  dalle  voci  di  gioia  e  dal- 
le più  animate  acclamazioni  dell'immen- 
so popolo.  Il  Papa  era  accompagnato,  ol- 


VE  L 

tre  da'  3  cardinoli,  anche  dal  cardinal 
Vizzardelli  prefetto  della  congregazione 
degli  studi,  della  città  (tale  dichiarata  da 
Gregorio  XVI)   di  Monte  s.  Giovanni, 
venuto  nel  dì  innanzi  da  Roma  per  far- 
gli onore,  avendolo  preceduto  nel  ritorno 
da  Portici,  dove  come  in  Gaeta  avea  aiu- 
tato il  Santo  Padre  nelle  fatiche  ecclesia- 
stiche. Giunto  nel  palazzo  apostolico,  il 
Papa  comparve  sulla  gran  loggia  a  com- 
partire la  pontificale  benedizione,  che  si 
diffuse  sui    cuori   lutti  ardenti  per  spi- 
rilo di  religione,  ed  esultanti  per  l'augu- 
sta presenza  del  Vicario  di  Cristo.  Degnos- 
si  quindi  d'ammettere  al  bacio  del  piede 
il  clero  secolare  e  regolare.il  corpo  muni- 
cipale, l'autorità  giudiziarie, amministra- 
tive e  militari,  varie  civiche  deputazioni; 
i  più  distinti  frusinati,  i  singoli  uflìziali 
della  benemerita  guarnigione  napoleta- 
na che  eseguiva  il  servizio  della  piazza,  ed 
il  marchese  De  Gustine  francese,  noto  pel 
suo  attaccamento  a'principii  d'ordine  re- 
ligioso e  politico,  e  chiaro  per  le  sue  ope- 
re letterarie.  'Ammesso  inoltre  il  consi- 
glio provinciale  a  particolare  udienza,  d 
Papa   ricevè  dal  medesimo  in  attestalo 
di   perpetua   straordinaria   rimembran- 
za e  gratitudine  della  provincia,   l'  of- 
ferta delle  medaglie  in  oro,  in  argento  e 
in  bronzo  d'apposito  conio,  ritraenti  nel 
diritto  la  pontificia  effigie,  e  nel  rovescio 
l'epigrafe;  Quem  -  SedeRomana  -  Impie 
Ex  turbatimi  -  Provincia   Campaniae  ■ 
Ingemebat  -  Foedere  Catholico  Reda- 
climi  - ExultabundaGratatur  -  mdcccc. 
Viene  riportata  anche  dal  n.  82  del  Gior- 
nale di  Roma;  il  quale  narra  ancora  la 
presentazione  del  consueto  tributo  de' 
pani  fatta  al  Papa,  da  mg.r  Trucchi  ve- 
scovo d'AnagnijCon  una  deputazione  del 
capitolo.  Apprendo  poi  dall'  Osservatore 
Romano  n.  48,  che  le  commissioni  pro- 
vinciali della  provincia  di  Campagna  col 
cardinal  legalo  di  Marittima  e  Campagna 
inviarono  una  lettera  al  presidente  della 
repubblica  francese  con    tre  esemplari 
della  descritta  medaglia,  in  oro,   in  ar- 


VEL 


73 


genio  e  io  bronzo.  Sull'imbrunir  della 
sera   l'abitazioni   tutte  della  città  vaga- 
mente s'illumiuarono.Gli  archi  di  verdu- 
ra e  di  fiori  del  giorno  si  adornarono  nel- 
la sera  di  faci  risplendenti  e  di  variato  co- 
lore, terminati  con  bella  piramide  egizia, 
che  dava  colla  sua  trasparente  luce  risal- 
to all'illuminazione,  resa  più.  piacevole 
da  due  trofei  militari  elevati  dirimpetto 
al  palazzo  dalla  truppa  napoletana.    Le 
campagne  tutte  erano  sfolgoranti  d'innu- 
merevoli fuochi.e  le  montagne  checircon- 
dano  da  lungi  Frosinone  rassomigliava- 
no co'  grandiosi  e  quasi  simmetrici  incen- 
di alle  maestose  eruzioni  de'vulcani.  Fini 
la  festa  serale  in  un  bel  fuoco  d'artificio. 
Nella  mattina  seguente  9  aprile,  il  Papa 
Pio  IX  cogli  encomiati  cardinali  Asqui- 
ni,  Vizzardelli  e  Antonelli  (poiché  il  car- 
dinal Du  Pont  per  la  gotta  era  rimasto 
a  Frosinone),  e  cogli  altri  del  suo  segui- 
to si  portò  in  Alatri,  che  sebbene   vici- 
nissima all'infausta  Vico  (sic),  patria  di 
Pietro  Sterbini  !  fu  nelle  passate  vicende 
Sopra  le  altre  città  dello  stato  pontificio 
la  più  fedele  e  affezionata  al  Pontefice 
(non  si  vuol  defraudare  della  stessa  lode 
la  città  pur  vescovile  di  Norcia  in  su  gli 
Apennini,  che  può  gareggiare  di   vanto 
con  Alatri;  ne  altre  città  che  seguirono 
l'esempio  d'Alatri  e  Norcia,  nel  mostrar- 
si avverse,  (piale  con  più, quale  con  me- 
no coraggio,  all'  usurpazionede'  ribelli). 
Quivi  non  parlari  o  scritti  sediziosi,  non 
persecuzioni   o  ingiurie  contro  il  clero, 
non  unioni  popolari,  non  voti  per  la  co- 
stituente, non  proclamazioni  per  la  sedi- 
cente repubblica  romana  ;  ma  preci  in- 
nalzate pubblicamente  a  Dio  dopo  i  gior- 
ni sanguinosi  de'  i  5  e  1 6  novembre  1 848, 
e  dopo  quello  della  partenza  del  sommo 
Pontefice  da  Roma  ;  partili  da  Alatri  per 
andare  a   gittarsi  a'  suoi   piedi  a  Gaeta 
fin  da'  primi  di  gennaio  1849  il  vescovo 
mg.r  Giampedi  e  il  gonfaloniere  Filippo 
Jacovacci;  conservati  a'  posti  dov'erano 
gli  stemmi  pontificii;  ornato  di  ghirlande 
e  di  fiori  il  monitorio  della  scomunica, 


74  V  E  L 

ed  accesevi  davanti  le  candele  sulla  pub- 
blica via;  messa  per  tali  fatti  la  città  a 
pericolo  di  saccheggio  due  volte,  la  l," 
dalle  bande  di  Masi,  la  2.ada  quelle  di 
Garibaldi.  Fu  questa  la  condotta  di  A- 
latri  nelle  passate  lagrimevoli  vicende.  Il 
Santo  Padre  volle  darle  per  questo  un 
argomento  palese  del  suo  sovrano  gra- 
dimento e  della  sua  benevolenza;  recan- 
dovisi  di  persona,  prima   di  tornare  in 
Roma,  sebbene  A  latri  sia  situata    buon 
tratto  fuori  di  strada.  »  Chi   può  ridire 
la  esultanza  degli  alatimi  quando  vide- 
ro entrare  nella   loro  città  e   incedere 
maestoso  e  benigno  per  la  via  che  con- 
duce alla  cattedrale  l'adorato  Pontefice 
Pio  IX,  per  cui  aveano  fatto  sì  fervidi 
voti,   sostenutosi  dure  prove?   Le  vie 
giuncatedi  fronde  edi  fiori:  adorne  di  a- 
i  azzi  le  finestre  e  le  pareti  :  di  tratto  in 
tratto  archi  vestiti  di  verdure  con  iscri- 
zioni. Lo  che  invero,  poco  più,  poco  me- 
no, si  era  veduto  anche  negli  altri  paesi. 
Ma  quello  che  negli  altri  paesi  non  si  era 
vernilo,  furono  de'busti  ingesso  del  Pori» 
tefìce  qua  e  là  sulle  finestre  o  sulle  porle 
delle  case  coronati  di  fiori,  contornati  di 
lampade  e  di  cerei;  e  in  alcuni  luoghi  al- 
tresì turiboli  d'incenso  e  di  altri  odori. Sul- 
le fi  nest  re  poi  o  sul  le  porte  di  altre  case  era- 
no iscrizioni,  fatte  dagli  abitanti  di  essi  in 
lingua  volgare,anzi  nel  vernacolo  proprio 
tli  que'paesi  ;  quali  iscrizioni  era  assai  pia- 
cevole il  leggere  per  la  semplicità  de'con- 
cetti,  e  per  la  spontaneità  dell'espressioni 
avvegnaché  con  idiotismi  e  solecismi, così 
naturali  com'erano  usciti  dalla  mente  e 
dal  cuore  di  que'buoni  uomini,  senz'arte, 
senza  studio;  ma  nella  loro  semplicità  e 
rozzezza  più  eloquenti  che  se  fossero  sla- 
te inforniate  ed  espolite  da  lima  di  reto- 
re e  di   grammatico.  Così   gli  ala  trini, 
mentre  intendevano  a  festeggiare  il  ritor- 
no dell'adorato  Pontefice,  e  a  dargli  no- 
velli argomenti  di  loro  fedele  soggezione 
ed  alletto,  più  e  più  meritavano  del  suo". 
]  particolari  della  gita  in  Alatri  del  Papa 
Pio  IX  si  pouno  leggere  ocH'arlicolo  ivi 


V1ÌL 
scritto  e  pubblicato  nel  Giornale  dì  Ro- 
ma a  p.  370,  in  uno  alle  iscrizioni  fatte 
per  la  lieta  circostanza.  Ne  ricaverò  un 
estratto.  All'entrare  del  territorio,  i  con- 
tadini lo  festeggiarono  con  rami  di  uli- 
vi nelle  mani  e  con  evviva  fino  alla  cit- 
tà. Nel  casino  di  villeggiatura  degli  sco- 
lopi  era  vi  un  arco  di  verzura,  sul  quale 
era  un'iscrizione  del  p.  Pietro  Taggiasco 
professore  d'eloquenza  di  quel  collegio. 
Allei?,  meridiane  giunse  Pio  IX  nella  cit- 
tà,e  sotto  magnifico  arco  trionfale,  deco- 
rato con  iscrizione  dell'encomiato  scolo- 
po,  fu  ricevuto  dall'egregio  vescovo  mg/ 
Giampedi  alla  testa  del  clero  secolaree  re- 
golare, a  cui  erasi  unita  la  monastica  fa« 
miglia  certosina  di  Trisulli;  nonché  dalla 
commissione  municipale,  il  di  cui  pre- 
sidente FdippoJacovacci  presentò  le  chia- 
vi al  Santo  Padre,  e  fu  lieto  d'aver  con 
lui  colloquio  sull'indole  de'  cittadini.  Al 
nome  di  tal  commissione  il  membro  di 
essa  can.  d.  Luigi  Francesco  Pmssi  reci- 
tò un'iscrizione,  a  cui  il  Papa  rispose. 
»»  Questoè  il  vero  e  più  adatto  elogio  che 
si  possa  fare  al  Papa  in  una  città  religio- 
sa e  fedele  ".  Disceso  il  Santo  Padre  dal- 
la carrozza,  percorse  a  piedi  la  lunga 
strada  fino  alla  cattedrale,  preceduto  da 
tutto  il  clero  processiona  finente,  ed  ac- 
compagnato da' cardinali,  da  mg/  Be- 
rardi  commissario  pontificio  di  Maritti- 
ma e  Campagna,  e  da  mg.r  Badia  dele- 
gato apostolico  di  Frosinone.  Non  si  può 
esprimere  l'entusiasmo  indicibile  dell'im- 
mensa moltitudine,  che  dalle  finestre,  da' 
terrazzi  e  balconi  costruiti  a  bella  posta, 
e  lungo  le  strade  applaudiva  al  tanto  so- 
spirato ritorno  del  Sovrano  Pontefice,  ed 
esprimeva  con  religiosa  lealtà  i  voti  di 
sua  felicitazione.  In  fronte  della  catte- 
drale eravi  l'iscrizione  del  can.  d.  Paci- 
fico Latini  professore  d'eloquenza  del  se- 
minario. Dopo  il  canto  dell'antifona  Tu 
es  Petrus,  il  Papa  adorò  il  ss.  Sagraraento 
e  con  esso  fu  benedetto  dal  cardinal  Viz- 
zardelli;  indi  orò  avanti  la  statua  d'ar- 
gento del  patrono  s.  Sisto  I,  scoperta  do- 


V  E  L 

no  riposto  la  ss.  Eucaristin.  Avendo  il 
l'api  appreso  dal  vescovo  che  la  catte- 
drale non  godeva  la  prerogativa  e  privi- 
legi di  basilica,  si  degnò  dichiararla  ba- 
silica di  quel  grado  ed  ordine  che  gode 
la  basilica  di  s.  Maria  in  Trastevere  in 
Roma  (di  cui  era  stato  canonico  esso  ve- 
scovo), la  quale  segnala tissi  ma  grazia  fu 
immantinente  pubblicata  coli' iscrizione 
dell'encomiato  can.  Rossi.  Asceso  il  Papa 
sulla  loggia  della  cattedrale,  ivi  compartì 
l' apostolica  benedizione  all'immenso  po- 
polo, che  ricopriva  la  vastissima  piazza 
dell'Acropoli,  il  quale  dopo  quelle  divi- 
ne parole,  reiterò  gli  evviva,  che  assor- 
darono l'aere.  Passò  quindi  al  contigno 
episcopio,  ove  nella  sala  del  trono  ammi- 
se al  bacio  del  piede  il  capitolo  della  me- 
desima cattedrale,  quello  della  collegia- 
ta, la  commissione  municipale  alatrina, 
e  quella  di  Guarcino  concorsa  anch'esca 
n  tributare  i  suoi  omaggi  di  divozione  e 
fedeltà,  e  finalmente  i  primari  cittadini, 
dispensando  a  ciascuna  classe  parole  di 
benignità  ;  e  conferì  al  presidente  Jaco- 
vacci  il  nobile  titolo  di  cavaliere  dell'or- 
dine Piano  di  a."  classe,  volendo  così  u- 
sare  considerazione  a'meriti  di  lui,  e  ri- 
munerare distintamente  la  fedele  costan- 
za della  città.  Partito  dall'episcopio,  il 
Papa  si  fermò  innanzi  al  collegio  Calasan- 
zio,  sulla  cui  facciata  era  altra  iscrizione 
del  p.  Taggiasco,  e  sulla  porta  ammise 
graziosamente  al  bacio  del  piede  i  pp. 
scolopi,  ed  i  convittori  che  infiammò  alla 
virtù  e  allo  studio  delle  lettere.  Indi  si  re- 
cò al  monastero  della  ss.  Annunziata,  ri- 
cevendo al  bacio  del  piede  le  monache, 
ed  anche  le  religiose  figlie  della  Carità 
ivi  appositamente  convenute,  avendo  ri- 
colmato le  figlie  di  s.  Benedetto  di  spiri- 
tuali favori.  Consolato  così  ogni  ceto  di 
persone,  sempre  applaudito,  benedetto  e 
festeggiato,  il  Papa  lasciò  Alatri  di  per- 
sona, ma  vi  rimase  col  cuore,  e  nell'uscir 
della  poita  ricevè  un  altro  attestato  di 
gratitudine  espresso  dall'iscrizione  det- 
tata da  d.  Carlo  Ferrazzoli.  Altre  parti- 


VE  L  7" 

colarilà  le  riferisce  Y Osservatore  Roma- 
no nel  n.  47>  dicendo  Alatri  6  miglia  da 
Frosinone  e  racchiudere  una  popolazio- 
ne d'intorno  a  t  *x,ooo  anime,  e  che  occu- 
pa il  luogo  d'  un'antica  piazza  forte  de* 
volsci  (o  meglio  ernici),  la  più  importan- 
te fortezza  di  questi  antichi  popoli.  Crede 
che  sia  stata  necessariamente  l'opera  de* 
giganti  per  rompere  quelle  rupi,  e  sovr- 
imporre e  collegare,  senza  veruni  specie 
di  cemento,  gli  uni  sugli  altri  quella 
quantità  prodigiosa  d'enormi  massi,  ed 
in  un'epoca  che  non  si  adoperava  ne  la 
polvere  per  le  mine,  né  la  dinamica  dis- 
poneva de'mezzi  che  oggi  sono  a  nostra 
cognizione.  Loda  Alatri  pel  suo  forte  con- 
tegno col  non  volere  riconoscere  la  re- 
pubblica romana,  esempio  forse  unico 
nella  storia  delle  rivoluzioni  moderne, 
mantenendo  immobilesempresulla  cima 
del  campanile  la  bandiera  papale.»»  Do- 
po molti  tentativi  infruttuosi  di  sedizio- 
ne e  di  guerra,  Mazzini  finì  col  risolvere 
di  lasciare  i  cittadini  d' A  latri  nella  loro 
libertà.  S'intende  quindi  la  gioia,  l'entu- 
siasmo straordinario  di  que'  bravi  abi- 
tanti all'avvicinarsi  del  Santo  Padre.  Il 
trionfo  era  molto  minore  pel  SommoPon- 
tefice  che  per  loro  stessi  ;  e  quindi  egli  è 
impossibile  di  descrivere  l'aspetto  della 
città  nel  momento  in  cui  Papa  Pio  IX 
traversò  a  piedi  le  sue  lunghe  e  anguste 
strade".  Nel  tornare  a  Frosinone,  il  Pa- 
pa si  fermò  alquanto  nella  grangia  diTic- 
chiena  de' certosini  di  Trisulti,  ammet- 
tendo al  bacio  del  piede  i  monaci.  Avvi- 
cinandosi a  Frosinone  fu  incontrato  con 
nuove  dimostrazioni  di  giubilo  dalla  po- 
polazione. Nella  sera  si  ripetè  la  lumina- 
ria della  città  e  della  provincia,  non  me- 
no del  fuoco  artificiale;  ammettendo  be- 
nignamente il  Papa  al  bacio  del  piede  al- 
tri distinti  cittadini  e  le  signore  del  pae- 
se. La  strada  che  mena  da  Frosinone  a 
Roma  è  quella  che  viene  dal  regno  di 
Napoli  per  Ceprano,  la  discorsa  antica  via 
Casilina,  consolare  come  l'altra  per  Ter- 
racina,eche  va  a  congiungersi  alla  Labi- 


76  V  E  L  V  E  L 
cana  presso  Valmontone.  Per  questa  fu  arcivescovo  di  Filippi,  segretario  della  s. 
ripreso  dal  Papa  il  viaggio,  partendo  la  congregazione  de' vescovi  e  regolari),  che 
mattina  de'  i  o  aprile  da  Prosinone.  Dopo  sta  alquanto  più  remoto  dalla  via  a'mou- 
9  miglia  s'incontra  I' ernica  Ferentino,  ti  snb-Apennini,  ed  anch'esso  con  due 
ma  a  destra  della  via  in  sul  colle.  Però  i  iscrizioni,  in  una  delle  quali  il  popolo  ben 
ferentiuati,  invidiando  agli  alatrini  Tono-  a  ragione  vanta  vasi  di  non  essersi  lascia- 
re d'accogliere, sebbene  per  poche  ore,  il  lo  prendere  alle  minacce  e  alle  lusinghe 
Sommo  Pontefice  fra  le  loro  mura, ne  a-  de'ribelli.  Un  altro  arco  finalmente  tro- 
veano  fatto  già  pregare  Sua  Santità.  Due  vossi  sulla  via, ed  era  della  città  vescovi- 
deputazioni, l'ima  ecclesiastica  l'altra  ci-  ledi  Segni,con  corrispondente  iscrizione 
vile,  stavano  presso  un  arco  trionfale  ad  dell'Orbo  et  populus  Signinus.  Gran 
aspettarne  l'arrivo,  con  l'epigrafe  che  de-  parte  di  quella  popolazione  unita  a  quel- 
corando  il  cornicione  si  legge  nella  Rela-  la  de' vicini  castelli  di  Gavignano  e  di 
zione.  In  questa  è  pure  l'iscrizione  posta  Montellanico  stavano  anch' essi  tuli' in- 
sulla porta  d'ingresso  della  città,  la  qua-  torno  all'arco  ad  aspettare  il  Santo  L'a- 
le termina  colle  parole:  Ferentinate.s  die  che  in  passando  li  benedisse.  Quanto 
Pontifici  et  Principi-  Fel  maxima  in-  ad  Anagni,a  p.  3j  i  del  Giornale  di  Ro' 
ter  pcricula-  Constanti  Jide  addiclissi-  ma  fu  pubblicalo  un  articolo  sul  festeg- 
gi/'. Giunto  il  Papa  e  fattagli  la  consueta  giamento  fatto  al  Papa  nel  transitare  pel 
pileria  delle  chiavi  della  città,  vi  entrò  e  suo  territorio.  Si  dice  il  magnifico  arco 
salito  all'episcopio,  ch'é  nella  sommità  trionfale  adorno  di  belle  pitture,  degli 
del  colle  sugli  avanzi  dell'antica  rocca  emblemi  delle  4  potenze  cattoliche  che 
Ferentina,  diede  dall'ulto  del  medesimo  concorsero  coli' armi  alla  restaurazione 
la  benedizione.  Impiegò  quindi  circa  tre  del  dominio  temporale  della  s.  Sede,  del- 
pre  nel  visitare  la  cattedrale  e  il  semina-  lo  stemma  della  città  e  d'  iscrizioni  ana- 
i  io  (e  secondo  il  Giornale  di  Roma,  an-  loghe  alla  circostanza,  e  riferite  nella  /te- 
che i  due  monasteri  e  il  collegio  de'  gè-  lazione  in  uno  a  quelle  degli  altri  me- 
ntili), nell'ammettere  al  bacio  del  piede  morati  archi.  Fu  preparato  ancora  un  e- 
il  capitolo,  e  le  solile  deputazioni  e  ab  legante  e  ampio  padiglione  con  sotto  un 
tri.  Dopo  di  che  il  Santo  Padre  tra  le  ac-  maestoso  ti  Orio,  nella  speranza  che  il 
coniazioni,  ripassando  per  l'arco,  partì.  Santo  Padre  salilo  su  di  esso  si  degnereb- 
Da  Ferentino,  proseguendo  per  la  sol-  he  compartire  la  sua  benedizione.  Pres- 
loposta  pianura  verso  Valmontone,  si  la-  so  l'arco  si  trovarono  ad  attenderlo  mg.r 
scia  addietro  a  sinistra  il  comune  diSgur-  Pietro  Paolo  Trucchi  vescovo  d'Anagni 
gola  lontano  sui  monti  Lepidi;  i  cui  a-  (poi  a'a  r  dicembre  1807  traslato  a  For- 
bitane però  avevano  innalzato  il  suddet-  h,  succedendolo  nello  stesso  giorno  nella 
to  arco  a'eonfini  del  loro  territorio  pres-  sede  anagnina  mg.r  Clemente  Pagliari 
so  la  via  Casilina,  ed  erano  convenuti  ivi  dell' arcidiocesi  d'  Urbino  e  preposto  di 
in  gran  numero  per  essere  benedetti.  Pq-  quella  metropolitana:  nel  medesimo 
p'ollre  si  lascia  a  destra  sur  una  delle  col-  concistoro  il  predecessore  vescovo  di 
line  che  fiancheggiano  la  strada  Anagni,  Forlì  monsignor  Falcinelli  fu  promos< 
la  quale  costruì  un  arco  sulla  via  con  due  so  ad  arcivescovo  d' Atene,  e  indi  nun- 
lunghe  iscrizioni  per  festeggiare  il  pas-  zio  nel  Brasile),  il  capitolo  della  cat- 
saggio  del  Papa  pel  suo  territorio.  Un  al-  tedrale,  i  capitoli  dflla  collegiata  del- 
iro arco  dove  si  estende  il  proprio  leni-  la  città  stessa  e  d'alcuni  paesi  della  dio- 
torio,  avea  innalzato  anche  Paliano  (la  cesi  più  vicini,  i  corpi  religiosi,  il  semi- 
quale,  come  dissi  al  suo  articolo,  si  ono-  nario  diocesano,  tulli  in  abili  di  chiesa; 
la,  del  concit Lutino  mg.r  Andrea  Bizzarri  la  commissione  municipale,  eia  popola- 


NEL 

rione  d'  ogni  condizione  sì  d'Anngni  che 
de'  luoghi  circostanti.  Giunto  il  Sommo 
Pontefice,  venne  accolto  con  istrepitosis- 
simi  applausi  e  tra  1'  alternativo  suono 
delle  bande  musicali.  Il  Papa  sceso  dalla 
carrozza  e  accompagnato  da' cardinali 
Asquini  e  A  ntonelli  salì  sul  trono,  da  dove 
subito  compartì  l'apostolica  benedizione 
all' affollata  moltitudine  con  espansione 
di  cuore  tale  che  commosse  tutti.  Mg.r 
vescovo  e  il  marchese  Nicola  Trajelto 
presidente  municipale,  interpreti  de'sen- 
timenti  di  tutta  la  città,  umiliarono  al 
Santo  Padre  gli  omaggi  sinceri  di  divo- 
zione e  di  fedeltà.  Il  Papa  esternò  la  sua 
soddisfazione,  e  gli  ammise  al  bacio  del 
piede,  in  uno  a 'cleri  secolare  e  regolare, 
alla  commissione  municipale,  ed  a  molte 
altre  persone.  1  cantori  beneficiati  della 
cattedrale  cantarono  l' antifona  Tu  es 
Petrus,  le  bande  tornarono  a  suonare,  e 
le  prossime  colline  echeggiarono  di  ite- 
rati evviva.  Altre  dimostrazioni  il  popo- 
lo anagnino  celebrò  tornato  nella  città. 
Dipoi  il  sullodato  anagnino  d.  Antonio 
Cipriani  nel  Supplemento  al  n.  68  del* 
X Osservatore  Romano  dello  stesso  1 85o, 
pubblicò  ad  omaggio  solenne  della  veri- 
tà, un  erudito  articolo  riguardante  A  Ma- 
gnesia per  rettificare  alcune  nozioni  con» 
tro  la  storica  verità  contenute  nel  n.  47 
del  medesimo  giornale,  nel  dar  contezza 
delle  feste  e  degli  onori  tributati  da'po- 
poli  al  Papa  ;  sia  specialmente  per  con- 
futare la  supposta  rivalila  tra  Anagni  e 
Ferentino,  provandolo  colla  storia  de'fat- 
ti,  non  meno  degli  antichi  tempi  de'  ro- 
mani, che  di  que'del  cristianesimo.  Che 
la  pretesa  enorme  muraglia  che  divide 
i  dueterritorii,  non  esser  altro  che  un  ca- 
nale del  piccolo  fiume  di  Tufano.  Quin- 
di enumerò  le  principali  prerogative  di 
Anagni,  madre  feconda  d'illustri  eroi  e 
di  4  Papi,  28  de'quali  vi  ebbero  un  gra- 
to albergo,  ed  asilo  contro  le  persecuzio- 
ni a  Gelasio  li,  Adriano  IV,  Alessandro 
III  e  Lucio  III.  E  che  diversi  Papi  atte- 
starono le  prove  luminose  di  sincera  di- 


V  E  L  77 

vozione  e  fedeltà  date  da  Anagni  alla  j. 
Sede.  Riprodusse  per  ultimo  le  4  Udi- 
zioni del  suddetto  arco.  Così  vendicò  l'o- 
nor  patrio  leso  ad  Anagni  Caput  Iler- 
nicorum.  Riprendo  il  filo  del  pontificio 
viaggio.Neldescrittomodocorsa  nellospa- 
zio  di  circa  3  ore  quell'ampia  valle  che  ha 
i  monti  Lepidi  a  sinistra  e  i  sub-A penni- 
ni a  desila,  giunse  dopo  mezzodì  a  Val- 
montone,  di  che  parlerò  al  suo  paragra- 
fo. Dissi  di  sopra  che  il  Papa,  dopo  aver 
visitato  la  provincia  di  Campagna  sareb- 
be ritornalo  nella  Marittima  rientrando 
nella  via  Appia  per  condursi  a  \  elicti  i 
e  indi  a  Roma.  Da  Valmontone  a  Vel- 
letri si  va  per  una  strada  provinciale,  che 
diramando  dalla  Casilina  presso  Valmon- 
tone corre  e  volge  a  ponente,  costellan- 
do le  falde  degli  Algidi  e  dell'Artemisio 
da  una  parte,  de'Lepini  dall'altra,  e  pas- 
sando sotto  Montefòrtino,  del  quale  poi 
dirò  al  suo  paragrafo  il  festeggiamento 
tributato  a  Pio  IX.  Proseguendo  il  viag- 
gio, alla  pieve  di  Lariano  il  Papa  fu  in- 
contrato da  una  deputazione  della  città 
di  Velletri,  e  dal  suo  vescovo  cardinal 
Macchi  decano  del  sagro  collegio,  che  fe- 
ce salire  nella  propria  carrozza,  perciò  di- 
scendendone mg/Medici  maggiordomo  e 
mg. 'Borromeo  maestro  di  camera,  ed  en- 
trò in  Velletri  con  quelle  solennità  che 
poi  celebrerò,  insieme  al  soggiorno  che 
vi  fece  sino  alla  mattina  de'i  2  del  mede- 
simo aprile,  in  cui  Pio  IX,  nel  modo  che 
in  breve  narrai  in  quell'  articolo,  per 
Genzano,  la  Riccia  e  Albano  fece  il  suo 
desiderato,  trionfale  e  lietissimo  ingres- 
so in  Roma.  Ora  passo  a  parlare  ne'se- 
guenti  paragrafi  delle  provincie  e  de'co- 
in uni  che  compongono  la  legazione  di 
Marittima  e  Campagna, principalmente 
della  delegazione  apostolica  di  Maritti- 
ma o  Velletri  ;  e  pe'già  descritti  altrove 
ne  indicherò  dove  lo  sono,  riferendo  in 
alcuni  nozioni  che  se  non  del  tutto  ap- 
pai tengono  al  paragrafo,riguardano  ben- 
sì l'encomiate  provincie  e  si  rannodano 
ad  esse  per  la  storia. 


7»  VEL 

DlSTOETTO  DI  VELtETRI. 

Governo  di  Velletri. 
Cisterna.  Comune  della  diocesi  di 
V elicli  i,  di  cui  ragionai  al  suo  articolo, 
oude  non  ini  resta  che  aggiungere  al- 
cuu  altro  cenno  clic  ricavo  da'  molti  che 
ne  scrissero.  E  distatile  33  miglia  da  Ro- 
ma e  8  da  Velletri,  con  territorio  in  pia- 
no e  colle,  con  molli  fabbricati,  marche- 
saio  della  nobilissima  famiglia  Caelani 
(A- .),  e  già  suo  feudo.  Questa  terra  è  sul- 
l'ultime pendici  de'monti  Veliterni,  sul- 
la sponda  destra  del  lumie  denominato 
Aulico,  perchè  è  un  canale  artificiale  in 
gran  parte,  tendente  a  raccogliere  le  ac- 
que che  scendono  da  Giuliano  edaTor- 
i  cecilia,  e  darle  altra  verso  le  Paludi  Pou- 
liue  al  mare.  Essa  è  I'  ultima  terra  da 
questa  parte  che  sia  entrata  nella  map- 
pa. Narra  Marocco,  che  da  Vellelri  a 
Cisterna  alcuni  traili  di  strada  sono  fian- 
cheggiati da  lunghe  e  folte  macchie  di 
roveri  auuose  e  di  elei,  che  dillicilmcu- 
te  piegano  i  furiosi  venti,  appellandosi 
volgarmente  quelle  foreste  la  macchia 
di  Cisterna,  ch'è  vastissima  ;  ed  aggiun- 
ge essere  non  solo  ricovero  di  cinghiali, 
di  capri  e  di  lupi,  ma  uu  tempo  rifugio 
tli  crudeli  assassini,  prima  che  fosse  in 
gran  parie  svelta  o  diradata  per  la  sicu- 
rezza pubblica  presso  la  strada.  Del  più 
aulico  taglio  che  si  dovea  fare  di  sua  sel- 
va, parlerò  nel  paragrafo  di  Sei-moneta. 
A  litichi  ruderi  di  una  torre  o  forte  al  de- 
stro lato  della  via  nominata  le  Castella 
risvegliano  l'idea  del  primiero  loro  esse- 
re, e  souo  il  domicilio  del  gufo  lamen- 
tevole, dell'  upupa  melanconica,  e  della 
nottola  o  vipistrello  che  di  giorno  sta 
nascosto. A  levante  del  borgo  è  il  palazzo 
ducale, che  costituisce  l'ingresso  nella  ter- 
ra mediante  un  grande  arco  che  dicesi 
la  porta,  sebbene  vi  si  eutri  da  ogni  par- 
te uun  avendo  mura  castellane,  il  diseguo 
del  quale  fabbricato  è  decoroso  e  alquan- 
to vasto,  uè  manca  di  quella  solidità  che 
n  edificio  signorile  conviene.  Questo  è 
1'  uuico  fabbricato  ragguardevole,  tran» 


VEL 

ne  la  chiesa  collegiata,  e  alcune  case  di 
civili  famiglie.  Tale  chiesa, dedicata  alla 
B.  Vergine  Assunta  in  cielo,  è  bella  e  di 
moderna  architettura,  rinnovala  da'fon- 
daineuti  in  guisa  diversa  dall'  antica,  di 
cui  parla  il  Piazza  e  sotto  i'istessa  invo- 
cazione, con  disegno  del  celebre  cav.  Mo- 
relli architetto  del  palazzo  B raschi  di 
Imma,  ma  non  eseguilo  fedelmente.  Non 
ostante  nell'interno  l'aliare  del  ss.  Sagra- 
mento  merita  osservazioue  pe' suoi  sem- 
plici ma  vaghi  ornali  e  pe' inarmi  che  lo 
compongono.  Nella  i.*  cappella  a  destra 
si  venera  I'  elligie  del  Redentore  dipinta 
in  tela  dal  valente  Cavallucci  di  Sei  mo- 
neta. Dice  il  Rauco  che  questa  chiesa  è 
capitolare  eon  arciprete,  7  canonici  e  3 
beneficiali,  ed  ha  il  baltisterio  essendo 
1  unica  parrocchia.  Inoltre  vi  sono  altre 
4  chiese  con  3  confra temile  secolari.  Vi 
esisteva  il  convento  di  s.  Antonio  abba- 
te de'minori  osservanti  riformati,  espulsi 
nuli'  invasione  francese,  né  più  ripristi- 
nali. Trovo  nel  Piazza,  che  la  chiesa  e  il 
eoo  vento  furono  creiti  dal  cardinal  Boni- 
facio Gaetaui  o  Caelani,  nel  i5y2,  con 
facoltà  di  Gregorio  X11I,  il  quale  nel 
giorno  del  santo  concesse  indulgenza  ple- 
naria. Vi  esistono,  l'ospedale  per  gì'  in- 
fermi, la  casa  delle  maestre  pie  Venerine 
per  l' istruzione  delle  fanciulle,  e  la  pub- 
blica scuola  per  ammaestrare  i  giova- 
netti. 11  popolo  venera  per  principale 
protettore  s.  Rocco  confessore.  Dinanzi 
alla  collegiata  è  uu  vasto  piazzale  abbel- 
lito da  uu  granaio  fabbricato  da'fonda- 
ineiiti  nel  1772  da  Francesco  Caelani  du- 
ca di  Semionda,  come  si  legge  uell'  i- 
scrizione.  Cisterna  era  più  eslesa  e  popo- 
lala prima  che  fosse  bruciata  e  saccheg- 
giala dallo  scismatico  Lodovico  V  il  Ba- 
varo.  11  Nibby  parlaudo  di  questa  terra 
crede,  che  finché  fu  io  qualche  modo 
praticabile  la  via  Appia,  abbia  molto  sof- 
ferto, trovandosi  sulla  gran  strada  in  luo- 
go poco  difeudibile,esposla  a  tulle  le  scor- 
rerie, che  narrai  uel  suo  articolo;  ma  do- 
po, lino  cioè  al  riuUivameuto  di  quella 


VEL 

nel  secolo  passato,  rimase  troppo  fuor  di 
Mano  e  quasi  dimenticata,  come  dall'al- 
tro canto  dopo  il  diseccamelo  delle 
Paludi  Pontine  e  il  riapriroento  dell'Ap- 
pia,  questa  terra  ha  molto  migliorato 
nell'aria,  la  popolazione  si  è  accresciuta, 
ed  i  fabbricati  sono  stali  anch'essi  amplia- 
ti e  abbelliti.  Dichiara  il  Marocco,  che 
l'origine  del  nome  di  Cisterna  proviene 
da  alcune  cisterne  esistenti,  ovvero  dal- 
la forma  totale  del  paese  piuttosto  esisten- 
te in  basso;  e  che  varie  sono  le  cisterne 
d'acque  piovane  per  uso  della  popolazio- 
ne, la  i.' essendo  innanzi  al  palazzo  ba- 
ronale, ottimamente  costruita  e  profonda 
1G0  palmi,  la  i.3  dentro  lo  stesso  palaz- 
zo e  della  medesima  profondità,  la  3." 
fuori  la  porta  delta  Agrippara.  Alcuni 
dissero  questo  luogo  Cisterna  JYeronis, 
e  lo  ripetei  al  suo  articolo,  ed  il  Marocco 
riflettendo  alla  derivazione  di  porta  A- 
grippara  non  è  lontano  da  credere  che 
tragga  origine  tal  nome  da  alcuna  memo- 
ria di  Agrippina  madre  dell'imperatore 
Nerone.  Dice  inoltre,  opinare  molti  eru- 
diti, che  da  due  grandi  cisterne  antiche 
il  suo  nome  derivasse,  e  che  fossero  falle 
per  ordine  di  Nerone,  onde  provvedere 
Anzio  d'acque  salubri  mediante  acque- 
dotti, de'quali  non  mancò  chi  asserì  d'a- 
verne riconosciuti  diversi  avanzi.  Nel  più 
volte  ricordato  articolo  Cisterna  dissi 
col  Nibby  e  altri,  ch'essa  non  occupa  il  si- 
to dell'  antica  sede  vescovile  di  Tre  Ta- 
berne,  Cwitas  Trium  Tabernarum  3 
Tre*  Tabernae,  città  de'  volsci,  la  qua- 
le piullosto  surse  nel  suddetto  lenimen- 
lo  delle  Castella,  nel  luogo  chiamato 
Civitona,  sulla  sponda  destra  della  via 
Appia,  silo  abbandonato  e  ove  si  vede 
un  edificio  semidiruto  de'  tempi  bassi  co- 
struito sopra  avanzi  d'una  fabbrica  d'o- 
pera incerta,  a'quali  si  dà  il  dello  nome, 
circa  11  miglia  lungi  da  Roma,  ed  ap- 
partengono alla  stazione  di  Trcs  Taber- 
nac,  come  vuole  Nibby,  esistendo  uu  mi- 
glio distante  gli  avanzi  d'una  conserva 
antica  e  d'un  acquedotto,  che  vi  porta- 


VEL  70 

vn  l'acqua  da'  colli  veliterni.  Con  PU- 
ghelli,  Italia  sacra,  l.  io,  p.  177,  ripor- 
tai i  7  suoi  vescovi,  il  quale  però  avverte, 
che  la  città  di  Tre  Tabcrne  non  è  da 
confondersi  con  Tabernae  seti  Palaeo- 
poli,  vel  Treschines  in  Magna  Gr ac- 
cia. Il  i.°  vescovo  che  si  conosca  è  del 
3  1  3:  a'  tempi  di  s.  Gregorio  1  v'era  pu- 
re un  vescovo,  di  cui  s'ignora  il  nome,  o 
meglio  era  vacante,  il  quale'Papa  veden- 
do ridotta  a  nulla  e  devastata  la  città 
delle  Tre  Tabeine  da'  longobardi,  eoa 
lettera  riprodotta  da  Ughelli  e  indiriz- 
zata a  Johannis  Episcopo  di  Vellelri,  al- 
la sua  ne  unì  canonicamente  la  cattedra 
vescovile.  Questa  chiesa  rimase  per  vari 
anni  unita  alla  Veliterna,  ma  poscia  ri- 
fabbricala o  restaurata  e  ripopolata  la 
città  di  Tre  Tabeine,  nuovamente  fu 
separata  da  Vèlletri  ed  ebbe  i  propri  ve- 
scovi, tra'  quali  quello  del  761  o  762, 
l'ultimo  conosciuto  è  dell'  868  o  869, 
ed  in  seguilo  non  si  hanno  più  memorie 
de'  suoi  pastori  e  della  sede  vescovile, 
probabilmente  per  la  totale  distruzione 
della  città.  Quindi  in  conseguenza  del 
precedente  statuito  da  s.  Gregorio  I,  pas- 
sò di  poi  la  diocesi  di  Tre  Taberne  sotto 
la  giurisdizione  del  vescovo  di  Vellelri, 
parlando  del  quale  riferirò  l'opinioni  del 
can.  Dauco  su  Tre  Taverne.  Tutti  gli 
storici  poi  couvengonoche  distrutta  Tre 
Taverne,  Cisterna  crescesse  d'abitalo,  di 
territorio  e  di  popolazione,  e  forse  allo- 
ra ne  prese  la  denominazione  latina  Tres 
Tabernae.  Altri  poi  credono,  essere  Ci- 
sterna succeduta  ad  Vlubra,  e  che  dopo 
la  sua  distruzione  e  di  quella  di  Tre  Ta- 
berne, quivi  si  rannodò  la  popolazione 
e  formò  l'odierno  paese.  Di  Ulubra  trat- 
ta il  Nicolai,  De'  bonificamenti  delle 
Terre  Pontine  a  p.  38,  la  di  cui  posi- 
zione è  contrastala,  forse  all'ingresso  del- 
le Paludi  Pontine,  o  nouloulaua  da  Vel- 
lelri, e  perciò  forse  comprese  la  piccola 
villa  ove  fu  allevato  Augusto  oriundo  di 
Vellelri  e  nato  in  Roma.  Il  Marocco  la 
crede  presso  il  castello  di  Giuliano,  co- 


8o  VEL 

me  dirò  in  quel  paragrafo.  Non  ebbe  ri- 
nomanza per  la  sua  aria  pessima  e  quan- 
tità delle  rane  della  palude,  non  però 
Pontina,  perchè  questa  mai  giunse  a  Yel- 
letri,  qualora  si  voglia  supporta  presso 
tal  città.  La  villa  della  famiglia  d'Angu- 
sto era  come  un  magazzino  ove  si  deposi- 
tavano le  grascie  necessarie  per  la  me- 
desima, Diverse  opinioni  riferirò  ragio- 
nando di  Velletri  e  d'Augusto; e  quanto 
a' sognali  ranocchi,  oltre  le  paludi,  pon- 
no  stare  anche  in  peschiere  artefatte  o  in 
piccole  fosse  d'acque  stagnanti,  come  ve- 
diamo in  tanti  luoghi.  La  celebre  sta- 
zione di  Tre  Taverne  sulla  via  Appia 
e  poscia  città  vescovile,  di  cui  tanto  si 
questionò  dagli  eruditi  per  la  confusio- 
ne che  si  osserva  dal  Nibby  negli  itinera- 
ri antichi  circa  la  sua  distanza  da  Roma, 
giacché  il  nome  fu  comime  a  varie  sta- 
zioni sulle  vie  antiche,  come  quella  pres- 
so Laus  Pompe/a  nella  Gallia  Cisalpi- 
na, e  quella  presso  Interamna  sulla  Fla- 
minia, derivando  da  tre  osterie  erette  per 
comodo  de'  viandanti,  particolarmente 
nella  unione  di  più  strade  (del  vocabolo 
Talerna  riparlai  nel  voi.  LXXXfV.p. 
iq4)  come  appunto  accadeva  nella  sta- 
zione in  questione,  dove  a  destra  dira- 
mava la  strada  ad  Anzio,  ed  a  sinistra 
un'altra  quasi  continuazione  della  pre- 
cedente portava  a  Velilrae.  Altri  luoghi 
della  stessa  denominazione  si  ponno  ve- 
dere nel  Ricchi,  Reggia  de  f'olsci.  Ta- 
le unione  di  vie  mentre  rendeva  neces- 
sari i  luoghi  di  ricovero  e  gli  alberghi, 
andava  per  la  frequenza  de'  viandanti 
raccogliendo  a  poco  a  poco  gente  nello 
stesso  sito,  onde  da  semplice  stazione  in- 
sensibilmente diveniva  borgata,  e  delle 
volte  ancora  città.  E  molte  terre  moder- 
ne potrebbero  alleluisi  in  esempio  come 
sorte  dalla  medesima  origine.  Le  prime 
memorie  riferite  da  Nibhy  della  stazio- 
ne di  Tres  Tabernae  sub' Appia  rimon- 
tano al  decimare  del  secolo  VII  di  Pioma, 
poiché  Cicerone  la  ricorda  l'anno  692, 
nella  lettera  che  scrisse  ad  Attico  a'  27 


VEL 

gennaio.  Di  nuovo  la  nomina  in  quella 
scritta  due  anni  dopo  a'  9  aprile  del  G94 
di  Roma,  iu  cui  pare  decisivo  per  deter- 
minare il  sito  di  Tres  Tabernae,  mo- 
strando che  una  strada  diretta  da  An- 
zio raggiungeva  l' Appia  presso  quella 
stazione:  aggiungasi  a  questo  i  memo- 
rati ruderi  esistenti,  l'acquedotto,  il  no- 
me volgare  di  Civilona,  e  la  questione  è 
decisa.  Memorabile  però  sopra  tutti  gli 
altri  fatti  riguardanti  Tre  Taberne,  è 
quello  ricordato  dagli  Atti  Apostolici,  e. 
28,  §  i5,  che  avendo  i  fedeli  di  Roma 
udito  l'arrivo  dell'apostolo  s.  Paolo  a 
Pozzuoli,  ed  essendosi  posto  in  viaggio 
verso  Roma,  per  essere  giudicato  dall'im- 
peratore a  cui  erasi  appellato,  gli  an- 
darono incontro  fino  al  Foro  Appio,  di 
cui  riparlai  ne' voi.  LV,  p.  65,  LXXIV, 
p.  2o3,  ed  a  Tres  Tabernae:  e  Paolo 
vedendoli,  dopo  avere  reso  grazie  a  Dio, 
ne  prese  fiducia.  Questo  avvenimento  è 
di  grave  importanza,  come  quello  che  si 
rannoda  alla  venuta  dell'Apostolo  delle 
genti  in  Roma  nell'anno  5y  di  nostra 
era,  a  promulgarvi  con  s.  Pietro  la  dot- 
trina di  Gesù  Cristo.  Un  altro  grande 
avvenimento  è  pur  quello  ivi  avvenuto 
l'anno  3oj  di  della  era.  Dopoché  Mas- 
senzio ebbe  assunto  la  porpora  imperia- 
le nel  3o6,  Galerio,  che  mai  volle  rico- 
noscere, alfulò  a  Severo  cesare  la  guerra 
contro  di  lui,  e  questi  vinto  più  dall'oro 
che  dal  valore  del  suo  rivale,  tradito  da' 
suoi  dovè  ritirarsi  in  Ravenna,  dove  as- 
sediato da  Massimiano  Ercole  padre  di 
Massenzio,  né  potendo  facilmente  esse- 
re forzalo  alla  resa,  fu  persuaso  da  quel 
vecchio  astuto  a  portarsi  in  Roma,  as- 
sicurato co'  più.  forti  giuramenti.  Sem- 
bra ch'egli  per  maggior  sicurezza  seguis- 
se la  via  di  mare,  fino  a  Brindisi  :  quin- 
di per  l'Appia,  giunto  a  Tres  Tabernae 
cadde  in  un'imboscata  tesagli  da  Mas- 
senzio, e  fu  strangolato  da  Eraclio,  co- 
me dice  il  Theuli.  Lo  storico  greco  Zc 
simo  chiama  il  luogo,  le  Tre  Osterit 
Tres  Tabernae,  e  lo  designa  come 


VE  L 

villaggio.  L'autore  della  Miscelici  nar- 
raudo  lo  slesso  fatto,  dice  che  dopo  es^e- 
re  stato  spento  Severo  ad  Tres  Taber- 
nas,  il  suo  corpo  veune  sepolto  nel  mo- 
numento di  Gallieno  9  miglia  distarne 
da  Roma  sull'Appia.  Pertanto  circa  i 
tempi  di  Costantino  I  questa  stazione  era 
un  villaggio.  Al  progresso  della  religione 
cristiana  si  deve  il  passaggio  dallo  stato 
di  villaggio  a  quello  di  città,  per  la  memo- 
ria insigne  della  presenza  di  s.  Paolo  che 
ne  avea  santificato  il  luogo,  allorquan- 
do Costantino  1  divenuto  cristiano,  ri- 
donò la  péce  alla  Chiesa,  ed  accordò  a.' 
cristiani  il  libero  esercizio  di  loro  reli- 
gione, onde  subito  vi  fu  eretta  le  sede 
vescovile  di  Tre  Taberne,  al  qual  arti- 
colo di  rinvio  in  questo  mi  proposi  di 
riparlarne.  Il  Ricchi  nel  suo  Teatro,  è 
uno  di  quelli  che  crede  succeduta  Cister- 
na a  Tre  Taberne,  la  chiama  splendida 
terra  e  nobile  diporto  di  grandi;  e  ritie- 
ne ancora  che  quivi  s.  Paolo  fu  incon- 
trato dalla  grau  turba  de'  romani  (anche 
non  cristiani,  come  vuole  il  Piazza),  che 
anelando  la  di  lui  venuta  pel  grido  di 
sua  dottrina  e  santità,  l'accompagnaro- 
no in  Roma  in  guisa  di  triofaute,  piut- 
tosto che  di  prigioniere.  Dice  essere  fa- 
ma, ch'egli  stasse  racchiuso  ne'  latiboli 
di  quella  torre,  che  si  vede  alzata  in  Ci- 
sterna in  argomento  di  sue  glorie  sul 
mezzo  della  nobile  residenza  de' princi- 
pi Caetaui,  il  che  rende  ancor  più  cele- 
bre il  luogo.  Di  Cisterna  il  Ricchi  ne 
tratta  ancora  nella  Reggia  de'  Volsci, 
ricordando  che  in  compagnia  di  s.  Pao- 
lo era  l'evangelista  s.  Luca  descrittore  del 
suo  pellegrinaggio,  e  dell'incontro  giu- 
bilante e  di  voto  ch'ebbero  a  Tre  Taber- 
ne, ed  i  più  fervorosi  erausi  portati  fino 
a  Foro  Appio.  Anch'esso  fu  nella  delta 
opera  dello  stesso  sentimento  e  dell'opi- 
nione che  Cisterna  fu  fabbricata  sopra 
la  città  vescoviledi  Tre  Taberne, e  ripor- 
ta gli  autori  che  ciò  sostennero,  l'identi- 
tà cioè  di  Cisterna  con  Tre  Taberne.  Os- 
serva  inoltre  il  Ricchi,  che  lungo  la  via 

VOI.  LXXXiX. 


VEL  8t 

Appia  i  fedeli  eressero  diverse  chiese  a' 
ss.  Apostoli  e  massime  a'  ss.  Pietro  e  Pao- 
lo, che  per  tale  strada  recaronsi  a  Roma 
a  piantarvi  la  fede.  Presso  Tre  Taberne 
fu  già  la  sontuosa  chiesa  di  s.  Pietro  in 
Selce,  la  quale  poi   restaurò  la   pia  [Ir* 
beralità  di  Papa  Adriano  I,  e  da  essa 
non  era  mol  to  lontana  la  chiesa  di  s.  Tom- 
maso. Aggiunge  che  la  vastità  del  cam- 
po di  Cisterna  era  tanta  anticamente, 
unito  alla  giurisdizione  di  Pomezia,  che 
verso  il  mare  includeva  ancora  la  peni- 
sola di  Cuccio;  e  nel  di  cui  lenimento  si 
rinvennero  sparse  le  antiche  iscrizioni 
che  riprodusse,  tutte  illustranti  le  me- 
morie volsche  e  Sessa  Pomezia.  Ora  fa 
d'uopo  di  chiarire  un  punto  interessan- 
te di  storia  ecclesiastica,  riguardante  Ci- 
sterna. Ivi  dissi  col  Baronio,  col  Ricchi, 
colNibby e  altroché  neli  i5g  eletto  Ales- 
sandro HI  in  Roma  a'7  settembre,  donde 
fu  costretto  parti  re,  in  Cisterna  prese  l'in- 
segne papali,  eifettuandosi  a'  20  del  me- 
desimo mese  la  Consagrazìone  e  Coro- 
nazione (V.)  nella  vicina  Ninfa,  a  mo- 
tivo che  nell'elezione  stessa  insorse  con- 
tro di  lui  l'antipapa  Vittore  IV  detto 
V,  non  potendosi  eseguire  in  Roma  per 
la  prevalenza  degli  scismatici;  indi  recan- 
dosi a  Terracina  (V.)t  per  non  trovar- 
si sicuro  neppure  in  Ninfa.  L.  Agnello 
Anastasio  neh'  Istoria   degli  Antipapi 
t.  2,  p.  5j  e  59,  parlando  di  Vittore  V 
narra.  Morto  Adriano  IV  in  Anagni  il 
i.°  settembre,  a'  7  i  cardinali  in  Roma 
concordemente  elessero  Alessandro  IH, 
che  fu  costretto  co'  suoi  elettori  rinser- 
rarsi nella  basilica  Vaticana  dalla  po- 
tente fazione  di  Vittore  V,  finché  il  po- 
polo mal  soffrendo  tanta  prepotenza,  u- 
nito  con  Ettore  Frangipani  lo  rimise  in 
libertà  insieme  co'  cardinali.   Portatosi 
in  Ninfa  a'  20  settembre  fu  consagrato 
da  Ubaldo  vescovo  d'Ostia,  assistito  da 
5  vescovi,  e  da  altri  cardinali  preti  e  dia- 
coni ;  mentre  Vittore  V  a  grande  sten- 
to potè  accozzare  3  vescovi  che  in  Far- 
fa  \V.)  l' ordinarono  vescovo  nella  1* 
6 


82  VEL 

domenica  ili  ottobre,  cioè  Immaro  di 
Frascati  e  quelli  di  Molfetta  o  Melfi  o 
Amalfi  allora  governata  da  Giovanni,  e 
di  Ferentino  Ubaldo  di  Prato,  da'  qua- 
li lo  scismatico  ricevè  la  maledizione  in 
vece  della  benedizione.  Marocco  tra  le 
iscrizioni  esistenti  in  Cisterna  riporta 
quella  del  palazzo  ducale  eretta  dopo 
625  anni  dal  duca  Francesco Caetani  per 
rinnovarne  la  memoria,  in  cui  leggo  cbe 
a'  20  settembre  ii5g  Alexander  III 
P.  M.  ex  Urbis  tumulili  post  renimela,' 
tionem  heic  reccplus  etconsecralus  insi- 
gnia  rile  accessit.  La  trovo  pure  pub- 
blicala dal  Bauco  colla  seguente  avver- 
tenza e  necessaria  discussione.  Presso 
tutti  gli  storici  ecclesiastici  leggesi  essere 
avvenuta  la  consagrazione  nella  città  di 
Ninfa,distante  daCisterna  5  miglia. L'au- 
tore della  lapide  prestò  fede  ad  una  let- 
tera enciclica  dell'antipapa  Vittore,  di- 
retta a' vescovi  e  principi,  in  cui  dice  se- 
guita la  consagrazione  d'  Alessandro  in 
castro  nomine  Cisternae.  Doveva  l'au- 
tore prestare  fede  piuttosto  allo  stesso 
legittimo  Alessandro  che  a' suoi  nemici. 
Egli  difalto  scrisse  di  se  a  Gerardo  ve- 
scovo e  a'eanonici  di  Bologna  :  Seguenti 
die  danti nico  venerabilibus  fralribus 
no s tris  Gregorius  Sabinensi,  Hubaldo 
Ostiensi ....  a  pud  Nympham  non  longe 
ab  Urbe  insimul  consecrationis  acce- 
pimus.  E  negli  atti  dello  stesso  Alessan- 
dro 111  presi  da  un  codice  Valicano  leg- 
gesi. In  vigìlia  B.  Maidici  apostoli  pro- 
spere ad  Nympham  per  Dei  gratiam 
pervencrunt.  Ubi  ipsa  dominica  die. . . . 
Alexander,  praeeunte  Spirilus  Sancti 
grada  consccratus est  insummum  Pon- 
tificali. Il  Ciacconio,  Ilist.  Boni.  Pont. 
riferisce  altrettanto. Poco  o  niente  è  da  fi- 
darsi de' fautori  e  dello  stesso  antipapa,co- 
me  seri  ve  ilBaronio,per  l'immenso  cumu- 
lo di  bugie  dettate  dal  padre  della  men- 
zogna. Essere  ciò  vero  rilevasi  dallo  scrit- 
to da' fautori  dell'antipapa  e  inviato  al 
suo  sostenitore  lo  scismatico  imperatore 
Federico  I,  in  cui  dicono  :  »  Cbe  Alessau- 


VE  L 

dio  co' suoi  seguaci  pervennero  alla  Ci" 
sterna  di  Nerone,  nella  quale  Nerone  s' 
nascose  fuggendo  i  romani,  cbe  lo  segui- 
tavano. Giustamente  andarono  in  Cister- 
na quelli  cbe  aveano  abbandonato  il  fon- 
te d'acqua  viva,  e  si  erano  fabbricale  ci- 
sterne, ma  cisterne  dissipate,  che  l'acqua 
contenere  non  possono."  Rimarca  il  can. 
Bauco,  cbe  siffatte  frasi  de'  parlitanti  eli 
Vittore  sono  irrisorie,  dettate  dall'astio 
e  dall'ambizione,  per  porre  in  ridicolo 
il  Papa  legittimo.  Di  più  soggiunge,  la 
prova  piùconvincentechela  consagrazio- 
ne non  si  fece  in  Cisterna,  è  il  saccheg- 
gio, 1'  incendio  e  la  totale  devastazione 
di  Ninfa  eseguila  da  Federico  1,  circa  il 
1  1 56  (è  anacronismo  perchè  la  consa- 
grazione si  fece  nel  1  1 5g  ),  per  vendicar- 
si di  que'  cittadini,  cbe  aveano  ricevuto 
e  favorito  Alessandro  MI.  Infortunio  che 
sarebbe  avvenuto  a  Cisterna,  se  qui  fosse 
stata  realmente  effettuata  la  consagrazio- 
ne. Ma  io  nel  suo  articolo,  col  Nibby,  no- 
tai che  Cisterna  fu  nel  1  1 65  incendiata 
dal  cancelliere  imperiale,  come  avversa 
aH'imperalore,secondugli  scrittori  che  ri- 
tengono ivi  seguita  la  consagrazione  pon- 
tificia, presso  il  Muratori,  Rerum  Itali- 
carimi  Scriptores,  t.  3,  p.  2,  p.  522  e 
seg.  Ma  l'antipapa  Pasquale  II  nominato 
nell'articolo  deve  leggersi  III.  Del  sac- 
cheggio e  incendio  di  Lodovico  V  il  Ba- 
varo  riparlerò  a  Vei.letbi.  Nominai  più 
volte  la  Cisterna  di  Nerone  che  die  nome 
al  paese  :  ecco  il  riferito  da  mg.r  Nicolai. 
»  Dopo  Velletri  viene  Cisterna,  donde 
calando dolcemeutesi  scende  a'piaui  Pon- 
tini. Sulla  sua  origine  variano  assai  le 
opinioni  degli  eruditi,  alcuni  confonden- 
dola con  Tres  Tabcrnae,  cambiamento 
di  nome  poco  credibile  ed  errore  deri- 
vato dagl'inesatti  itinerari.  In  altro  tem- 
po la  terra  ebbe  il  nome  di  Cisterna  di 
Nerone,  e  così  fu  chiamala  non  solo  dal 
volgo,  ma  da  Federico  II  (dee  dire  I),  nel 
suddetto  passo.  Se  allora  era  così  cbia 
mata  Cisterna,  ritenendosi  volgarmcnl 
esservisi  nascosto  Nerone,  i'  errore  e 


V  E  L 

falsila  è  troppo  evidente  per  la  testimo- 
nianza di  Svelonio.  Questi  racconta,  che 
Nerone  per  campar  la  vita,  travestito  e 
incappucciato  lutto,  fuggi  di  corsa  da  Ro- 
ma ad  appiattarsi  nella  villa  del  suo  li- 
berto Faonte,  la  quale  era  situala  presso 
Roma  fra  la  via  Salaria  e  la  Nomentana, 
4  miglia  circa  lungi  dalla  cititi,  e  che  ivi 
fu  ucciso  da'congiurali  che  lo  inseguiva- 
no, ciò  che  fu  pure  osservato  dal  ricordato 
Ricchi.  Nondimeno  può  ben  essere,  che 
la  terra  si  chiamasse  la  Cisterna  di  Ne- 
rone, e  che  da  questa  denominazione  il 
volgo  per  ignoranza  le  attribuisse  il  falto 
altrove  succeduto.  Il  Corradini  nel  Ve- 
tu»  La  tinnì  opina  che  il  luogo  avesse  quel 
nome,  perchè  Nerone  fin  là  continuò  la 
fossa  cominciata  da  Augusto  nel  territo- 
rio Pontino.  Ma  il  Corradini,  d'altronde 
eruditissimo,  prese  in  ciò  due  abbagli, 
poiché  né  Augusto  imprese  alcun  lavoro 
nel  Pontino,  né  la  fossa  che  Nerone  avea 
designato  di  condurre  dal  Ingo  d'Averno 
fino  ad  Ostia,  non  fu  mai  tirata  avanti 
di  qua  da  Terracina.  Ivi  per  altro  anco 
a  tempo  del  Nicolai  si  osservavano  due 
cisterne  così  grandi  e  magnifiche  che  sem- 
brano opera  de'  romani  imperatori.  Si 
potrebbero  credere  fabbricate  da  Nero- 
ne per  provvedere  abbondantemente  An- 
zio d'  acque  salubri,  portandovele  cogli 
acquedotti,  i  cui  avanzi  esistono  presen- 
temente ;  poiché  gli  storici  tutti  concor- 
demente notano,  che  Nerone  si  studiò  di 
nobilitare  in  ogni  maniera  la  città  d'An- 
sio, ove  avea  sortito  i  natali.  Supposta  la 
verità  dell'esposto,  si  ha  la  ragione  del 
nome  di  Cisterna  di  Nerone,  che  fu  poi 
dato  a  tulio  il  castello  fabbricato  in  ap- 
presso nel  medesimo  luogo.  Il  Pacchi  re- 
gistrò tra' soggetti  illustri  di  Cisterna  pri- 
mieramente il  duca  d.  MichelangeloCae- 
tani,  a  cui  intitolò  il  Theatro  degli  uo- 
mini illustri  volsci,  che  quivi  educato 
spiccò  fin  dalla  fanciullezza  il  suo  viva- 
cissimospirito,  tutto  intento  alla  pietà,  al 
governo  fioritissimo  di  tutto  il  suo  slato, 
con  facile  vena  alle  muse.  Alzò  ivi  da'fon- 


V  EL  83 

damenti  una  splendida  chiesa, adorna  di 
decorosi  altari,  arricchita  da  sagre  sup- 
pellettili e  da  insigni  reliquie,  in  onore 
delle  ss.  Stimmate  di  S.Francesco,  custo- 
dita con  venerazione  da'  conflati  aggre- 
gati sotto  il  suo  nome.  Di  più  edificò  non 
lungi  da  Cisterna  una  nobilissima  villa, 
deliziosa  e  amena.  Di  Cisterna  fu  fr. Fran- 
cesco Angelo  M.a  Peroni  riformato  fran- 
cescano, in  vari  tempi  guardiano,  com- 
missario, custode  e  prefetto  apostolico  in 
Costantinopoli,  inviato  da  Innocenzo  XI 
in  Albania  procuratore  delle  missioni,  e 
per  modestia  ricusò  il  vescovato  di  Smir- 
ne, offertogli  nel  1710.  Dello  stesso  01  di- 
ne fu  fr.  Fortunato  Setini  coadiutore  mis- 
sionario in  Tripoli  di  Barbaria,  morto  nel 
patrio  convento  di  s.  Antonio  in  concetto 
di  bontà  singolare.  Francesco  Paladini 
laureato  nelle  leggi  scrisse  in  Roma  sul- 
l'interpretazione, De  fìdeicomniisso ,  ma 
dopo  la  di  lui  morte  gli  fu  involata  da 
un  imitatore  della  cornacchia  di  Eso- 
po, che  si  fregiò  delle  altrui  penne.  Ce- 
lebra la  famosa  selva  di  Cisterna,  le  cac- 
ce riservate,  l'amenità  de'lidi  del  mare, 
de'fonti  e  fiumi,  specialmente  del  Ninfeo, 
celebre  per  le  favole  de' poeti.  Fra  que' 
che  signoreggiarono  Cisterna,  ricorderò 
Giovanni  Ceccareili  domicello  di  Sezze 
{V Rinvestilo  del  feudo  da  Bonifacio  IX, 
per  seguire  i  Caetani  gli  antipapi.  E  se- 
condo il  Novaes,  vi  fu  il  celebre  cardi- 
nal Guglielmo  d'  Estoulevìlle,  che  l'  ac- 
quistò da  Onorato  Caetani  con  Caslelve- 
tere  per  5200  scudi.  In  Cisterna  vi  si  fer- 
marono più  Papi,  per  esservi  la  stazione 
postale;  e  di  Benedettogli  riparlerò  nel 
paragrafo  Sermoneta.  Oltre  i  nominati 
al  suo  articolo,  qui  aggiungo  col  p.  Gal- 
lico, De  Itineribus  Rorn.  Pont.,  p.  icp, 
anche  Clemente  Vili.  Annoi  5^  die  i4 
februarii  Ponti/ex  ivit  Neptunium  una 
cuin  Renrico cardinali  Gaetano  S.R.E. 
camerario,  et  duobus  cardinalibus  ne- 
potibus.  Die.  10  accessit  ad  oppidum 
Cislernae.  Post  prandi  uni  Papa  veni! 
versus  cìvitatem  Veliternensem.  Grego- 


84  VE  L 

rio  XVI  ne  visitò  la  chiesa  collegiata  nel 
i83q  a' 23  e  29  aprile,  e  ripassandovi 
nel  i843  T8  maggio,  egualmente  reduce 
da  Terracina,  fu  ricevuto  sulla  piazza 
principale  dalla  magistratura  e  dal  ca- 
pitolo colla  Croce  astata.  Aderì  alle  loro 
istanze  coll'entrare  nella  stessa  collegia- 
ta, ove  ricevuta  all'altare  laterale  la  be- 
nedizione del  Santissimo  data  da  mg/  Ca- 
stellani sagrista,  si  condusse  all'  altare 
maggiore,  avanti  al  quale,  da  un  trono 
appositamente  preparato, ammise  al  ba- 
cio del  piede  la  magistratura  di  Cister- 
na ccl  suo  priore  Domenico  Vita,  ed  il 
clero  della  collegiata  medesima;  poscia 
ritraversandola  in  mezzo  a  foltissimo  po- 
polo, e  preceduto  da  due  fanciulle  ele- 
gantemente vestite  che  andavano  spar- 
gendo fiori,  risalì  in  carrozza  in  mezzo 
agli  spari  reiterati  de'mortari,  al  suono 
delle  campane,  ed  agli  evviva  degli  abi- 
tanti per  proseguire  il  suo  viaggio  verso 
Velletri.  Il  territorio  dà  grano,  vino, po- 
co olio,  moltissime  legna  da  lavoro  e  da 
costruzione  ;  i  suoi  pascoli  producono  ec- 
cellenti latti  di  bufale,  che  vi  abbonda- 
no, co'quali  si  formano  saporiti  formag- 
gi, provature  e  marzoline.  Nel  medesi- 
mo territorio  si  vedono  i  ruderi  della 
chiesa  di  s.  Eleuterio  vescovo  dell'Illirico, 
ove  furono  rinvenute  le  sue  venerabili 
ossa,  trasportate  nella  cattedrale  di  Vel- 
letri, ed  il  Banco  dice  che  si  trovarono 
in  Tivera.  Lungi  3  miglia  è  il  castello  di 
Torrecchia,  signoria  del  principe  Bor- 
ghese, situato  sopra  un'eminenza  in  aria 
non  buona,  circondato  da  fosse,  fra  colli 
e  selve,  nella  via  che  conduce  a  Giuliano. 
Vi  sono  avanzi  di  mitra  castellane  appar- 
tenenti all'antico  forte  e  di  vari  torron- 
cioi,  vestigia  di  grotte  sotterranee,  ed  una 
cisterna  riempita  di  terra  e  frammenti, 
che  doveva  servire  alla  guarnigione  mi- 
litare, che  anticamente  vi  stanziava  per 
sicurezza  del  luogo.  Ora  sonovi  moderni 
fabbricati  ad  uso  di  granai,  un  casale  per 
abitazione,  e  una  piccola  chiesuola  della 
B.  Vergine.  Poco  prima  di  salire  a  Tor- 


V  EL 

recchia  trovasi  una  copiosa  fonte  d'acqua 
leggera,  la  cui  sorgente  è  lontana  mezzo 
miglio,  forma  un  laghetto  e  sarebbe  ca- 
pace di  far  agire  una  macina  da  grano. 
Confina  con  Torrecchia  l'altro  lenimen- 
to di  Torrecchiola,  dal  Nibby  chiamato 
ancheCasal  Ginnetti, ora  de'principi  Lan- 
cellotti.Esso  è  quel  medesimo  Castel  Gin- 
netti, di  cui  parla  il  Piazza  a  p.  5i,  che 
dice  nuova  e  piccola  colonia  di  Velletri, 
chiamato  così  dal  nome  del  suoi."  fon- 
datore il  celebre  cardinal  Marzio  Gin- 
netti, che  sontuosamente  cominciò  la  fab- 
brica della  chiesa,  oltre  le  abitazioni  civili 
e  rurali,  morendo  in  questa  sua  amena 
villa  nel  1670.I  suoi  erediaveano  il  domi- 
nio temporale  del  luogo,  e  ilgiuspatro- 
nato  della  chiesa  ,a  I  tempo  dei  Piazza  con- 
tando 100  abitanti  in  incremento.  Poco 
distante  in  una  vaga  collina  e  vicino  al- 
la Teppia  eravi  Tivera,  Tiberia  o  Castel 
Tiberio,  borgata  già  fiorente,  e  secondo 
Theuli  già  villa  di  Tiberio  imperatore, 
dove  riposavano  le  reliquie  di  s.  Ponzia- 
no  Papa,  trasferite  nella  cattedrale  di 
Velletri. Fu  posseduta  da'discendenli  di 
Onorato  Caetani,  e  venne  demolita  da' 
corani,  o  distrutta  da'saraceni  secondo  il 
Theuli,  al  presente  chiamata  dal  volgo 
Cd-stellone.  Di  questo  Caslellone  ne  par- 
la Ricchi  nella  Reggia  de'  Volscì,  degli 
avanzi  de'suoi  edilìzi  antichi  che  ne  at- 
testano la  sua  vastità,  ma  ignora  come 
prima  si  denominasse.  Due  miglia  daTor- 
recchia  è  la  tenuta  di  Conca  della  Con- 
gregazione cardinalizia  del  s.  Offìzio 
(I7-),  secondoNibby  luogo  ove  surse  Sa- 
trienni  de'volsci;  e  5  miglia  lungi  è  la 
tenuta  di  Campo  Morto,  già  Castris.Pe- 
tri  in  Formis,  della  Chiesa  di  s.  Pietro 
in  Faticano  (V.),  in  ambedue  è  l'asilo 
pe'delinquenti.  Leone  XII  col  breve  Jt 
inde,  de'  1 5  settembre  1 826,  Bull.  Ro 


z 

va  ii 


cont.  t.  16,  p.  474:  Reintegratio privi 
tive  jurisdictionis  supremae  congrega- 
tionis  s.  Jnquisitionis,  super  iis,  quia- 
syli  privilegium  quaerunt  in  lati/un- 
dio  nuncupato  Conca,  in  Agro  romano 


VEL 

E  col  breve  Inter  plura  dello  stesso  gioì*- 
no,  loco  cit.  p.  47^  :  Reintegrano  privi- 
legii  competenti* capìtolo  l  citiamo  pri- 
maevam  exercendi  jurisdictionem  in 
causi*  orimi nalibus  super  iis  quiasyli 
benefici um  quaerunt  in  lati  funàio  nun- 
rupiilo  Castrimi  s.  Petri  Formis,  vulgo 
Campo  Diorto.  Appreudo  dal  Baucoche 
appartengono  alla  diocesi  Veliteina,  ol- 
tre Cisterna,  i  castelli  di  Toi  recchia,  di 
Ginnetti,  di  s.  Pietro  iu  Forum  in  Cam- 
po Morto  e  di  Castella,  cou  chiese  e  cap- 
pellani amovibili. 

.Ninfa.  Annesso  di  Cisterna  nella  dio- 
cesi di  Velletri,  già  illustre  e  antica  cit- 
ili, onde  diversi  scrittori  de'voUci  ne  ri- 
feriscono le  notizie,  ed  anch'io  già  in  più 
luoghi  ne  parlai,  eziandio  per  giacere  al- 
le radici  del  monte  di  Norma  o  Norba 
(P .)  (pianilo  esisteva.  Per  la  sua  posizio- 
ne, Marocco  lo  dice  luogo  deliziosissimo, 
pe'ruscelli  chela  bagnano  all'intorno,  per 
la  veduta  amena  delle  circostanti  colline, 
e  pel  bel  laghetto  d'  acqua  limpidissima, 
abbondante  di  dotte,  secondo  il  Contato- 
re. Da  questo  comincia  il  fiume  Ninfeo  e 
va  placidamente  al  mare,  e  del  quale  e 
dell'omonimo  antichissimo  e  magnifico 
tempio  dedicato  alle  Ninfe,  feci  parola  al 
citato  articolo.  Il  lago  era  singolarmente 
venerato  da'noi  bani  a  motivo  di  due  pro- 
digiosi fenomeni  narrali  da  Plinio  con  di- 
rebbe nel  lago  Ninfeo  sporgevano  in  fuori 
due  ì&oklle^etleSaltuareSfquoà in sym- 
phoniae  canto*  aà  ictus  moàulantiuin 
fiedum  moverenlur  j  e  che  inoltre  eravi 
una  sorte  di  selce,cr  qua prodibantjlam- 
mae ,  quae  pluviis  infitti*  accenàeban- 
tur.  Osserva  il  Nicolai,  forse  erano  que- 
sti portenti  dell'arte  più  che  della  natu- 
ra; e  quanto  al  fiume,  dice  che  nel  V  se- 
colo, coli' Ast ura  e  la  Teppia,  concorreva 
a  formar  la  Palude.  Pontina  (F.),  cioè 
ad  accrescerla  perchè  già  era  formata  da' 
fiumi  Auiasenoe  Ufente.  Indi  col  Corra- 
diui  ragiona  del  corso  del  Ninfeo.  Lo  ce- 
lebra pure  il  Ricchi  nella  Reggia  de' Poi- 
sci,  reso  fjuiosu  da'poeti  magnificandolo 


VEL  85 

(piai  ricco  fonte  di  natura  ,  e  per  le  sue 
chiarissime  acque  denominato  il  fiume 
Ninfeo,  avente  la  sua  sorgente  nelle  radi- 
ci de'vicini  monti  di  Norma,  luogo  ame- 
no per  le  pescagioni  di  trutte  e  riserva- 
te caccie,  ed  utile  perle  molte  macine  di 
frumento  per  comodode'dintorni.  Si  dis- 
se Giostra  il  castello  vicino  alla  bocca  del 
fiume  Ninfeo, come  racconta  ilTheuli,ed 
io  ne  parlai  nel  voi.  LIV,p.  201.  Riporta 
il  Marocco,  il  quale  visitò  i  luoghi  che  va- 
do descrivendo,  che  di  Ninfa  esistono  le 
vestigia  delle  mura  castellane,  formando 
una  penisola  circondata  dalle  acque  del 
fiume  Ninfeo ,  avanzi  di  chiese  ,  ed  una 
torre  di  forma  quadrilatera  circuita  an- 
ch'essa da  alte  mura.  Si  osserva  un  bel 
giardino  con  in  mezzo  una  fonte  peren- 
tiecui  passa  l'acqua  dal  laghetto,  e  vi  stan- 
no due  vaghe  peschiere  per  conservare  il 
pesce.  Inoltre  contiene  quel  recinto  vari 
piccoli  terreni  lavorativi,  formati  a  fog- 
gia d'orti,  e  vi  sono  3  mulini.  Fu  Ninfa 
città  ragguardevole  e  popolosa, come  di- 
mostrano le  sue  molte  rovine  e  dimezza- 
le torri,  una  delle  quali  già  altissima;  il 
lutto  scheletro  compassionevole  di  sua 
antica  magnificenza.  Narra  Ricchi,  ripe- 
tendo il  riferito  da  Piazza  ,  essere  argo- 
mento che  Ninfa  fu  ampia  e  popolata  pei* 
le  5  collegiate  chetativi  erette,  arricchi- 
te di  24  pingui  benefizi  con  titolo  di  ca- 
nonicali. La  1/  sotto  l'invocazione  di  s. 
Maria  Maggiore,  uffiziata  dall'arciprete  e 
da  9  canonici.  La  2/  di  s.  Biagio  con  4 
canonici  e  un  priore.  La  3/  di  s.  Pietro 
con  altri  4  canonicati  e  un  priore.  La  4-' 
di  s.  Salvatore  con  3  chiericati  e  uu  prio- 
rato, oltre  la  chiesa  di  s.  Leone  con  uu  be- 
neficio solo.  Tutti  i  benefizi  furono  riu- 
niti nell'unica  superstite  chiesa  in  onore 
della  B.  Vergine,  risarcita  in  forma  rura- 
le, per  comodo  de'pochi  abitanti,  de'  pa- 
stori e  de'ministri  delle  mole.  Tale  riu- 
nione di  benefizi  segui  cou  decreto  della 
visita  apostolica  falla  nel  1 635  da  mg.' 
Gio.  Battista  Altieri,  e  quando  il  Piazza 
visitò  la  diocesi  trovò  trascurata  la  cine- 


86  VE  L 

sa  da  que'che  ne  godevano  le  prebende, 
perciò  canonicamente  rimproverati.  A- 
dunque  non  vi  esiste  che  la  chiesa  della 
B.  Vergine,  ove  si  celebra  la  messa  ne'soli 
dì  festivi.  Dell'aulico  e  celebre  monaste- 
ro benedettino  fiorito  supra  Niinpham, 
denominato  di  s.  Angelo  o  di  s.  Maria  di 
Monte  Mirteto,  parlerò  nel  paragrafo  di 
Cori.  Nel  casamento  appartenente  a'du- 
chi  Caetani  signori  di  Ninfa,  si  legge  una 
lapide  pubblicata  da  Marocco,  eretta  nel 
i  765  al  duca  d.  Francesco,  per  l'opera- 
to a  vautaggio  del  paese  e  ivi  ricordato. 
Crede  il  Nicolai  che  Ninfa  e  la  suinmeu- 
tovata  Tiberia  siano  d'origine  moderna. 
Anche  egli  racconta  il  già  da  me  riferito 
altrove,  ed  è  questo.  Mentre  i  longobar- 
di tenevano  occupala  quasi  tutta  l'Italia, 
il  Papa  s.  Zaccaria  nel  7^  presso  il  loro 
re  Luitprando  si  adoperò  a  tutto  potere 
per  otteuere  la  restituzione  d'alcune  cit- 
tà d'Italia  a 'greci  imperatori;  e  colla  for- 
za di  quella  eloquenza  in  cui  tanto  vale- 
va, si  guadagnò  l'animo  del  barbaro  prìn- 
cipe di  maniera  che  con  giubilo  univer- 
sale l'impero  ricuperò  la  nobilissima  cit- 
tà di  Ravenna  (J7.),  con  alcune  altre  dal 
re  restituite  a 'greci.  Presentò  inoltre  il  Pa- 
pa al  re  le  suppliche  della  Pentapoli,  del- 
l'Emilia,dell'Esarcato  e  pressoché  di  tut- 
ta Italia,  perchè  Luitpraudo  volesse  con- 
cedere a  questi  stati  la  pace  ,  che  subito 
gli  fu  accordata  per  20  anni ,  con  pro- 
messa speciale,  eh'  esso  re  sarebbe  slato 
in  avvenire  il  difensore  della  Chiesa  e  del- 
le suddette  provincie.  Per  questo  grande 
servigio,  circa  l'Esarcato,  reso  da  s.  Zac- 
caria all'imperatore  greco  Costantino  IV 
Copronimo,  egli  per  gratitudine  donò  al 
Papa,  o  a  sua  richiesta,  postulaverat,  le 
due  nuove  città  del  paese  Pontino  Ninfa 
e  Norba  co' loro  amplissimi  territorii  o 
masse.  Questa  donazione  alla  romana 
Chiesa  l'attesta  Anastasio  Bibliotecario, 
ed  anche  Cencio  Camerario  presso  il  Mu- 
ra tori  .Zacharìas Poh  tifex  accepit  a  Con- 
stanti no  principe  donalionemin  scriplìs 
perpetuo  jur  e  de  duabus  Maisis,auac 


VE  L 

Nymphas  et  Nonnias  appellantur,  quae 
juris  pallici  erant.  I  Papi  però  non  ne 
goderono  tranquillamente,  né  per  molto 
tempo  il  possesso,  poiché  Astolfo  divenu- 
to nel  749  re  de'longobardi,  portatosi  poi 
all'assedio  di  Roma,  saccheggiando  e  de- 
predando il  territorio  latiuo,  l' impoverì 
stranamente.  Non  avendo  i  romani  da  lo- 
ro slessi  forze  da  respingere  tale  podero- 
so nemico,  il  Papa  Stefano  HI  non  otte- 
nuti dall'imperatore  CostantinolV  i  soc- 
corsi con  replicate  istanze  implorati,  nel 
7.53  ricorse  in  persona  a  Pipino  re  de' 
franchi  ,  e  colle  più.  efficaci  maniere  rac- 
comandando alla  sua  pietà  e  valore  il 
principato  della  s.  Sede,  e  il  popolo  ro- 
mano dalle  barbarie  de'nemici;  il  re  ac- 
colte rispettosamente  le  pontificie  pre- 
ghiere, fece  passare  in  Italia  una  possen- 
te armata  ,  e  in  poco  tempo  abbassò  la 
prepotenza  de'  longobardi  e  ne  punì  la 
soperchieria,ed  ampliò  la  Sovranità  del- 
la s.  Sede.  Molestalo  in  seguito  terri- 
bilmente il  Papa  Adriano  1  da  Desiderio 
re  de'longobardi,  ricorse  a  Carlo  Magno, 
il  quale  nel  773  sconfisse  e  imprigionò 
Desiderio  e  liberò  d'Italia  dalla  schiavi- 
tù longobarda.  Indi  confermò  le  paterne 
donazioni  di  Pipino,  e  I'  accrebbe  ancora 
aggiungendo  al  dominio  pontificio  la  bel- 
lissima provincia  di  Campania  con  tu.tto 
il  territorio  Pontino  ,  di  cui  già  ne  posse- 
deva buona  parte  come  notai  nel  voi, 
LV,  p.  68.  Norma  essendo  stata  onorata 
della  sede  vescovile,  e  n'era  vescovo  Gio- 
vanni nel  963,  soffrì  poi  una  2.a  distru- 
zione ,  e  il  vescovo  trasportò  la  sua  sede 
alla  vicina  Ninfa,  come  afferma  il  Nicolai. 
Questi  inoltre  racconta,  che  nelle  succes- 
sive calamità  de'lempi,  il  patrimonio  del- 
la s.  Sede  soggiacque  a  diverse  usurpa- 
zioni; tra  le  ciltà  Pontine  peraltro  se  ne 
coniano  alcune,  le  quali  nel  secolo  XII  si 
mantenevano  religiosamente  fedeli  e  ub- 
Indienti  sotto  il  dominio  del  Papa.  Nin- 
fa principalmente,  che  in  qtiell'  età  avea 
una  giurisdizione  assai  estesa,  favoriva  a 
tutto  potere  il  partilo  papale  in  prova  che 


VEL 

il  Pontefice  n'era  patitone.  Presso  il  Mu- 
ratori, Anlìq.  hai.  Med.  aevi,  t.  2,  p.  1  l, 
esiste  un  insigne  monumento  delle  tasse 
imposte  nel  principio  di  detto  secolo  da 
Pasquale  II  agli  abitanti  di  Ninfa:  Ilacc 
situi,  (juacjiicicul  Nimphesinì;  fidelita- 
temfacere  B.  Petto,  et  Donino  Pascila- 
li  Pi/pae ,  ejusque  successoribus  ,  quos 
meliores  Cardinales  et  romani  elege- 
rint.  Jloslem  et  parlamenluni  curii  cu- 
ria  praeeeperit.  Servi  tinnì  quod  assue- 
ti  sunt  facere, et  piaciutili  et  b  a  unum  fu- 
riant B.  Peti  0  et  Papae.  Quartata  red- 
dent  admensuram  romani  modiì,  et  con- 
1  duca  ut  e  ani  usque  Tiberiam  vel  Cis  ter- 
nani. Glandaticum  solvant  infesto  s. 
Martini ...  De  carico  cujusque  sandali 
solvant  denarios  sex.  Fidantiam  in  uno- 
quoque  anno  ...  ìllolendina,  quae  Papa 
mine  tenet,  duodecim  quae  sunt  extra, 
et  unum  qtiodeit  supra  laeutn,  quiete 
dimiltant.  Murumcivitalis deslruentse- 
cundinn  praeceptum  euriae,nec  sine  e- 
jus  licen da  eiini  aedijicent.  Ma  in  bre- 
ve le  cose  cambiarono  d'  aspetto  ,  e  nel 
pontificato  dello  stesso  Pasquale  II  non 
solo  Ninfa,  ma  ancora  Semionda  e  Ti- 
ferà o  Tiheria,  e  quasi  tutto  il  paese  Pon- 
tino, regionali  AJaritimaui,  venue  tolto 
alla  s.  Sede  da  Tolomeo  conte  Tuscola- 
uo.  Alla  metà  dello  stesso  secolo  XII,  Pa- 
pa Eugenio  III  ricevè  per  composizione 
Terracina,Norba,  Sezze  ealtre  città  Pon- 
tine colla  rocca  di  Fumone.  Non  molto 
dopo  Adriano  IV  diede  il  possesso  del  ca- 
stello d'Acqua  Puzza  o  Putrida  (di  cui  a 
Sezze  enei  voi.  LXX.IV,  p.  176)  ad  A- 
dinolfo,  il  quale  prima  ribelle  alla  Sede 
apostolica,  erane  divenuto  poi  ubbidien- 
lissiino.  Nel  1  109  a  detto  Papa  gli  suc- 
cesse Alessandro  111,  il  qualequautuuque 
eletto  in  Roma  secondo  tulle  le  leggi  ca- 
noniche da'cardiuali,  fu  costretto  di  sot- 
trarsi da  quella  città  con  precipitosa  fu- 
ga, temendo  de'  Colonuesi  e  de'faziosi,  i 
(piali  eransi  uniti  in  lega  col  clero  della 
basilica  Vaticana,  per  seguire  le  parti  del- 
l' iulruso  antipapa  Vittore  IV  detto  V, 


VEL  87 

sostenuto  colle  armi  dall'imperatore  Fe- 
derico I.  Alessandro  111  insieme  colla  più 
sana  parte  de' cardinali,  i  quali  sostene- 
vano la  legittima  elezione  sua,  si  ritirò 
nel  paese  Pontino,  e  in  Ninfa  nella  vigi- 
lia di  s.  Matteo,  ossia  a'20  settembre  del- 
lo stesso  1  i5g,  e  non  altrimenti  come  er- 
roneamente  molti  scrissero  copiandosi, 
venne  con  solenne  rito  consagrato  e  co- 
ronato, al  modo  narrato  al  paragrafo  Ci- 
sterna, per  confutare  que'non  pocbi  ebe 
asserirono  ivi  seguite  tali  sagre  funzioni; 
dappoiché  i  nemici  di  quel  magnanimo 
Papa  ,  per  concitargli  l'odio  e  l'orrore 
pubblico,  andarono  spargendo  comune- 
mente die  quelle  solenni  funzioni  eransi 
celebrale  alla  Cisterna  ci i  Nerone,  menzo- 
gna che  avea  qualche  simigliami  col  ve- 
ro perchè  Ninfa  era  assai  vicina  a  Cister- 
na ,  pretendendo  goffamente  di  fare  re- 
putare Alessandro  III  qual  altro  Nerone 
il  più.  fiero  di  tutti  i  tiranni.  Non  essendo 
poi  il  Papa  ben  sicuro  in  Ninfa,  si  portò 
a  Tenaci  uà,  e  di  là  passò  negli  stati  di 
Guglielmo  I  re  di  Sicilia,  e  finalmente  si 
lifugiò  iu  Francia.  Dipoi  Federico  I  per 
vendicarsi  d' Alessandro  Ili  che  1' avea 
scomunicato,  distrusse  Ninfa,  come  rac- 
conta il  Piazza,  anch' egli  errando   nel- 
l'anno in  che  vi  si  recò  Alessandro  III, 
anzi  con  altro  fallo  la  disse  forse  l'antica 
Astura, di  cui  riparlai  ne' voi.  LIV,p.  201, 
LXX[V,  p.  276.  Verso  la  fine  dello  stes- 
so secolo  Leone  Frangipani  impegnò  per 
i5o  libbre  il  castello  d' Astura  a  Celesti- 
no HI;  il  cui  successore  Innocenzo  III  com- 
prò la  3."  parte  totius  Castri  Nympha- 
rum  cimi  teniinentis  et  pertinentiis  suis 
ìnlus  et  deforis,  prò  quingentis  triginta 
libris provisiiiorum,  da'fralelli  Filippo  e 
Bartolomeo  Lombardi,  e  dalla  sorella  Ai- 
druda  vedova  di  Scotti,  i  quali  n'  erano 
padroni.  Osservai!  Marini  negli  Archia- 
tri, che  il  castello  di  Ninfa  assai  rinoma- 
to ue'bassi  secoli,  fu  successivamente  pos- 
seduto da  vari  padroui,  i  quali  però  sem- 
pre riconobbero  il  dominio  della  Chiesa 
romana  su  di  esso.  Nicolò  111  nel  1279 


88  V  E  L 

assegnò  ari nualmen  te  ahuoai'chiatroG  io- 
vanni  di  Luca  55  lire  di  provesiui  sopra 
Je  rendite  del  castello  di  Ninfa,  e  ne  scris- 
se al  suo  podestà,  consiglio  e  comune.  Di- 
rocca taNinfa  per  l'indicato  eccidio,in  pro- 
gresso di  tempo  i  suoi  cittadini  passarono 
ad  abitare  in  Norma,  castello  fabbricato 
di  nuovo  presso  1'  antica  Norba.  Trovo 
in  Novaes,  che  il  castello  di  Ninfa  appar- 
tenente alla  camera  apostolica  ,  fu  dato 
da  Bonifacio  Vili  a'2  ottobre  i3oo  a  Pie- 
tro Gaelani  suo  nipote,  ed  a'suoi  succes- 
sori, per  un  annuo  canone,  e  la  cessione 
d'alcuni  effetti  che  essi  possedevano  nel- 

I  Orvietano.  Tutta  volta  afferma  Piazza, 
apparire  dagli  alti  del  notaio  Pietro  Fer- 
raccia, de'i5  luglio  1 337,  che  il  castello 
tli  Ninfa  ne'  volsci  spettasse  alla  chiesa  e 
ospedale  de'pellegrini  di  s.  Matteo  (V.) 
in  Merulana  di  Roma,  e  della  quale  ne 
rifeci  cenno  nel  voi.  LXXV  ,  p.  65.  In 
tempo  d'Urbano  VI  ribellatosi  Onorato 
Caetani  conte  di  Fondi  (F.),  fautoredel- 
1'  antipapa,  fu  scomunicato  e  privato  di 
IVinfa,  Bassiano  e  Sermoneta,  confiscan- 
doli e  incamerandoli.  Indi  Bonifacio  IX, 
che  gli  successe  nel  i  389,  assolse  il  figlio 
conte  Giacomello  e  gli  restituì  i  3  castelli. 

II  Nicolai  a  p.  1 1 3  riporta  la  lite  de'con- 
fini  de'territorii  tra  Ninfa  e  Sezze  (P.), 
ed  altre  signorie  de' Caetani,  ed  inoltre 
narra,  che  il  suddetto  Pietro  Gaelani  per 
divenir  padrone  del  castello  e  del  terri- 
torio di  Ninfa,  spese  200,000  fiorini  d'o- 
ro, con  istromento  di  comprila  dell'8  set- 
tembreisgS.  E  siccome  una  porzione  di 
quel  castello  e  territorio  da  molto  tempo 
spettava  alla  camera  apostolica,  perchè 
comprata  da  Innocenzo  III,  cosi  Pietro  la 
ricevè  a  titolo  di  feudo  da  Bonifacio  Vili 
neh3oo.  Riferisce  Marocco,  che  in  Nin- 
fa si  fa  molta  caccia  di  anitre  selvatiche 
e  di  altri  volatili,  e  vi  si  trovano  utilissi- 
me erbe  botaniche. 

Bocca  Massima.  Comune  della  dioce- 
si di  Velletri,  eoo  territorio  in  monte,  a 
sinistra  della  via  che  da  quella  città  con- 
duce a  Cori,  da  Velletri  distante  io  mi- 


VEL 
glia  e  da  Roma  35,  secondo  Bauco,  men- 
ti eNibby  le  accorcia,  nell'Analisi  de  din- 
torni di  Roma,  t.  3,  p.  1  7.  Essa  è  situata 
sopra  un  monte  scosceso,  ultimo  contraf- 
forte del  dorso  detto  volgarmente  mon- 
te Lanteria,  in  luogo  di  monte  d' Artena, 
contrafforte  anch'esso  della  cima  del  mon- 
te Lepino,  oggi  detta  monte  Nero.  A  pri» 
mo  aspetto,  dice  il  Nibby,  ravvisasi  per 
la  posizione  d'un'anlica  fortezza,  la  qua- 
le non  potè  essere  se  non  quella  detta  da- 
gli antichi  scrittori  Carventum,  ed  Arx 
CtfAWrttà/jtf.IlsullodatoDeMatthias  nel 
suo  Saggio  storico  di  Vallecorsa,  sostie- 
ne che  l'Arx  Carvcntana,  ossia  la  Roc- 
ca Carventana,  fosse  piuttosto  nel  comu- 
ne di  Castro  soggetto  al  governo  di  Val- 
lecorsa;  e  che  probabilmente  Castro  suc- 
cesse all'antico  Caslrimonium  oppìdum 
F olscorum  in  Latio ,  il  quale  era  difeso 
dall'^rx  Carventana.  Narra  esistere  nel' 
le  vicinanze  del  territorio  di  Castro  una 
collina  denominata  da'eastrensi  Calven- 
to,  forse  corruzione  di  Carvento,  Mons 
Carventum.  Però  il  Nicolai  parlando  di 
Ecetra  la  dice  vicina  a  Ferentino,  non  la 
città  etnica,  ma  Ferentino  di  monte  Al- 
bano; ed  il  Nibby  collocandola  a  Marino, 
la  dice  succeduta  alla  colonia  di  Castri- 
monium,  ed  a  pie  di  tal  città  dice  che  fu 
\\  Ferentinum,  luogo  destinato  all'assem- 
blee nazionali  durante  l'indipendenza  del 
Lazio  per  gli  affari  della  confederazione. 
AggiungeNibby,cheSlefano,citando  Dio- 
nisio, credette  X  Arx  Carventana,  città 
latina.  E  fabbricata  Rocca  Massima  sulla 
vetta  d'elevato  monte,  con  antichi  avan- 
zi di  fortificazioni  militari,  al  dire  di  Bau- 
co,  il  quale  soggiunge:  Massima  fu  questa 
Rocca  appellata,  perchè  ne'remoti  tempi 
era  massima  in  elevatezza  e  in  fortezza.  Il 
Piazza  parlando  della  Rocca  de'  Massi- 
mi, la  dice  posta  sulla  cima  ben  erta  d'un 
monte  circondato  di  selve  e  boschi,  il  più 
alto  abitato  che  per  avventura  si  trovi  in 
tutta  la  Campagna,  fabbricato  con  anti- 
chissimi testimoni  di  gelosie  militari  io 
forma  di  fortissima  Rocca,  col  recinto  di 


V  EL 

olle  e  ben  munite  muraglie;  della  declas- 
simi o  perchè  quivi  si  ricovrii  o  n'ebbe  il 
dominio  la  nobilissima  e  mitica  famiglia 
di  queslo  nome,  o  perchè  fosse  la  Massi- 
ma in  altezza  e  fortezza  tra'  circostanti 
paesi.  Certo  è,  soggiunge,  che  per  natu- 
ra del  sito  e  per  Ja  struttura  della  Rocca 
ella  riesce  sopra  modo  inespugnabile  per 
qualunque  assalto.  Anche  il  Ricchi  nella 
Reggia  de'  Volsci  >  cap.  3g:  RoccaMassi- 
ma  }  la  dice  situata  nella  maggior  som- 
mità di  erto  e  precipitoso  monle,  fra  Giu- 
liano o  Giugliano  e  Segni,  la  più.  alta  Roc- 
ca della  Campagna  de*  volsci,  forse  me- 
ritando il  suo  titolo  di  Massima  per  la  sua 
grande  eminenza,  ovvero  per  aver  avu- 
to il  suo  essere  dalla  nobile  famiglia  Mas- 
simo. La  dichiara  pure  inespugnabile  a 
qualunque  assalto  di  guerra,  per  l'asprez- 
za e  scabrosità  del  monte  che  impedisce 
l'accesso  in  qualunque  parte  alle  squadre 
nemiche,  che  però  dicesi  Arx  ab  arcen- 
do.  Riesce  molto  forte  e  invincibile  ezian- 
dio per  artificio  d'arte  nella  struttura  de- 
gli antichi  baloardi  e  altre  fortissime  inu- 
la, con  occhi  e  gelosie  militari  da'quali 
viene  recinta.  Ha  questa  terra  la  chiesa 
parrocchiale  dedicata  a  Dio,  come  tutte, 
in  onore  di  s.  Michele  Arcangelo,  con  ar- 
cipretee  un  cappellano.  Fuori  del  suo  re- 
cinto poi  ha  altra  chiesa  con  ospedale:  il 
suo  protettore  è  s.  Isidoro  agricoltore,  e 
vi  sono  due  confraternite  secolari.  A 'tem- 
pi del  Piazza  e  del  Ricchi,  poco  distante 
dalla  terra  pravi  il  collegio  de' sacerdoti 
dottrinari,  applicati  al  ministero  de' sa- 
gramenti,a  promuovere  l'istruzione  del- 
la dottrina  cristiana  ,  e  per  sussidio  non 
solamente  del  parroco  del  castello,  ma  an- 
cora di  que'contorni  che  lo  richiedevano. 
Quella  comoda  casa  fu  dotata  colle  pro- 
prie sostanze  di  convenienti  entrate,  pel 
mantenimento  de'sacerdoti  e  altri  operai, 
dalla  nobile  matrona  romana   Massima 
de'  Conti,  virtuosa  pel  zelo  delle  anime. 
Leggo  inoltre  nel  Nibby  ,  che  T.   Livio 
racconta  le  gesta  avvenute  presso  quella 
città  o  fortezza,  ch'egli  chiama  Arx  Cai- 


VEL  89 

venlana.  Nel  247  di  Roma  i  volsci  occu- 
parono l'arce  Carventana,  e  l'esercito  ro- 
mano la  riprese  profittando  d'un  momen- 
to di  negligenza  di  quelli  che  l'occupa- 
vano, usciti  per  saccheggiare;  l'anno  se- 
guente una  negligenza  simile  per  parte 
de'romani  ne  fece  padroni  gli  equi  alleati 
de'  volsci,  ne  per  quanto  facessero  onde 
ritoglierla  i  romani  la  poterono  riavere; 
e  nel  34g  era  ancora  in  potere  degli  e- 
qui  e  de' volsci  collegati.  Queste  sono  le 
poche  notizie,  che  di  quella  rocca  ci  ri- 
mangono, le  quali   però,  se  non  dimo- 
strano pienamente  essere  l'Arce  Carven- 
tana  nel  sito  di  Rocca  Massima,  non  si  op- 
pongono nemmeno  a  tale  congettura.  Im- 
perocché era  l'Arce  Carventana  d'origine 
latina,  come  dimostra  Dionisio  citato  da 
Stefano:  era  nel  tempo  medesimo  sul  li- 
mite di  quel  territorio  a  contatto  co' vol- 
sci ,  e  soggetta  alle  scorrerie  degli  equi, 
come  mostra  Livio:  era  finalmente  cosi 
forte,  che  non  si  poteva  prendere  se  non 
per  sorpresa,  e  che  potè  resistere  a  due 
eserciti  consolari,  circostanze,  che  in  Roc- 
ca Massima  si  trovano  a  segno  che  il  fat- 
to si  rinnovò  nel  i55y  quando  per  sor- 
presa e  con  istratagemma  militare  veli- 
ne occupata  dalle  genti  del  duca  d'Alba, 
nella  guerra  di  Campagna  contro  Paolo 
IV,  benché  questo  avea  posto  in  istato 
di  difesa  le  provincie  di  Marittima  e  Cam- 
pagna; alla  quale  occupazione  segui  il  de- 
plorabile eccidio  di  Segni  (f.).  Racconta 
Bauco,  che  non  sembra  priva  di  fonda- 
mento 1'  opinione  d'avere  avuto  Rocca 
Massima  il  suo  principio  da'veliterni,  che 
per  evitare  la  crudeltà  e  barbarie  de'go- 
ti  nel  4IO>  e  quella  de' vandali  nel  4^> 
furono  costretti  ad  abbandonare  la  pro- 
pria patria,  ed  a  rifugiarsi  e  nascondersi 
fra  le  balze  e  i  dirupi  de'monti  più  inac- 
cessibili ,  ove  fortificarsi  per  loro  difesa. 
Vuole  Calindri ,  seguendo  la  tradizione 
de'corani,  che  questo  castello  fu  fondato 
daQuepio  Massimo  da  Cori,  verso  il  608 
di  nostra  era.  Ciò  sostengono  i  corani  an- 
che per  la  coufederazioae  immemorabile 


f)o                     V  E  L  V  E  L 

e  durevole  tra  Cori  e  il  vicino  paese  di  nino,  è  pure  conlrafforle  del  monte  A- 

llocca  Massima.  Marocco  non  l'afferma,  culo  che  separa  il  bacino  dell'Amene  dit 

perchè  semplice  tradizione;  ed  il  Bauco  quello  del  TrerooTotero  oggiSacco.L'ab- 

dice soltanto  ritenerne  i  corani  fondatore  bondanza  de'carpini  in  quelle  montagne 

Quinzio  Massimo  loro  concittadino.  Ri-  moltiplicò  la  denominazione  di  Carpine- 

ferisce  inoltre  Dauco,  che   Rocca  Massi-  to  a  varie  punte.  Il  monte  Carpineto  im- 

n»a  fu  già  feudo  della   principesca  casa  mediatamente  domina  sulla  riva  destra 

Pamphilj-Doria;ed  il  Piazza  dichiara  che  dell'Amene.  Fra  gli  altri  luoghi  ouaoni» 

a  suo  tempo  era  posseduta  dal  duca  Sai-  mi  vi  è  Carpineto  di  Reggio  di  Modena, 

viali,  altrettanto  confermando   Ricchi  e  ove  si  recò  s.  Gregorio  V II),  alberi  che 

il  moderno  Nibby;  per  eredità  de'Salvia-  ivi  abbondano,  e  dicesi  che  fosse  in  due 

li  essendo  passata  ne'principi  Borghese,  villaggi  diviso  e  distinto,  e  quindi  insie- 

uno de'quali  educa  Salviati,a  cui  appar-  me  uniti  è  in  tal   modo  generalmente 

iiene.  Il  suo  territorio  produce  viiio,  gra-  chiamato.  Auche  Marocco  dice  che  il  fab- 

uo,  olio,  ghianda  e  pascoli.  bricato  del  castello  di  Carpineto  siede  so- 

Governo  di  Segni.  pra  un  colle  eminente  in  mezzo  ad  alti 

Segni  (F.),  città  vescovile, con  residea-  monti  ,  che  gli  formano  un  anfiteatrale 

za  del  vescovo  e  del  governatore.  contorno,  dove  saluberrimo  è  il  clima,  e 

Carpineto.  Comune  della  diocesi  d'A-  luogo  a  proposito  per  chi  amasse  un'  a- 
(lagni  e  vice-governo,  cou  territorio  in  mena  solitudine,  sembrando  quasi  di- 
morile, con  molti  e  buoni  fabbricati  cinti  sgiunto  dal  mondiale  consorzio.  Le  mon- 
di mura  ,  con  bel  borgo,  secondo  il  Ca-  tagneda  cui  è  circondato  gli  rendono  di- 
stellano  distantei6  leghe  da  Roma,  6  da  gnitoso  ornamento  per  essere  vestite  di 
Anagnie  3  da  Segni.  Lo  chiama  cospicuo  folli  castagneti  e  d'  altre  piante  fruttife- 
borgo  che  da  remoti  tempi  ha  il  titolo  di  re,  avendo  anche  pascoli  salubri,  perchè 
ducato,egià  si  noverò  fra'muuiti  forti  d'I-  non  ha  alcun  terreno  paludoso,  e  molte 
talia  uel  medio  evo.  Giace  su  ridente  col-  erbe  che  trovatisi  sui  colli  olezzano  soa- 
Jina  superala  all'intorno  dalle  più  eleva-  veniente,  e  molte  sono  botaniche.  Conta 
te  vette  Lepine,  e  gode  di  sanissimo  eli-  una  popolazione  di  oltre  34 1 6,  tale  cifra 
ina.  Si  vedono  gl'imponenti  ruderi  del-  registrando  la  Statistica  deli  853;  i  quali 
l'antico  castello  costruito  ue'bassi  tempi,  abitanti  sono  applicati  a'Iavori  rurali,  al 
ove  sono  le  carceri,  elevalo  su  di  arduo  trallico  ed  all'arti  meccaniche,  ed  ivi  si 
e  precipitoso  macigno,  e  circondato  di  tor-  esercitano  le  più  necessarie.  Il  paese  è  di 
regalanti  mura,  che  deperirono  per  l'ab-  figura  quasi  rettilinea,  seguitando  le  falde 
baudouo  dopo  la  cessazione  dell'italiche  delcolle  su  cui  è  posto.  Le  interne  vie  so- 
fazioui  de'guelfi  e  ghibellini,  sorgendovi  no  scoscese,  meno  quella  che  comincia 
ora  la  torre  comunale  dell'  orologio  pub-  dall'antica  porta  di  s.  Sebastiano  fino  al- 
blico  sopra  una  parte  del  maschio.  La  più  la  vaga  piazza,  e  l'altra  che  dalla  chiesa 
alta  cima  de'Lepini,  che  dicesi  Semper-  di  s.  Michele  Arcangelo,  antica  e  di  sti- 
visa,  offre  uno  de' più  magnifici  punti  legotico, già abbaziale, conduce  parimeli- 
di  vista,  onde  abbonda  il  suolo  italiano,  te  alla  piazza  medesima.  Il  fabbricato  è 
Apprendo- da  Marocco,  che  la  derivazio-  piuttosto  altoe  visiono  buone  abitazioni, 
ne  del  nome  di  Carpineto  si  pretende  da  Ha  4  interne  chiese  parrocchiali,  che  no- 
unaselva  dicarpani  (o carpini,  Carpinus  minerò  con  Marocco.  La  collegiata  ittsi- 
Betulus  di  Linneo,  specie  di  frassino,  il  gue  sotto  l' invocazione  de'  ss.  Giovanni 
monte  Carpineto,  ultimocontraffurtedel-  Battista  ed  Evangelista,  sulla  detta  piaz- 
I  Arcinazzo,  nella  badia  di  Subiaco,  puu-  za  situata,  eretta  uel  1770  al  dire  di  Ca- 
lo culminante  di  quella  caleuadell'Apea-  lindri,  e  perciò  di  moderna  e  ben  inlesa 


VEL 

costruzione,  con  suo  capitolo  «  la  digni- 
tà del  preposto.  L'arciprettira  di  s.  Gio- 
vanni. La  chiesa  di  s.  Nicola  di   Bari ,  e 
quella  di  s.  Giacomo  apostolo,  ambedue 
col  titolo  abbaziale.  Nel  i  749  io  cm  s> 
pubblicò  l' Istoria  della  cattedrale  d' A- 
nagni  di  De  Magistris ,  le  4  chiese  par- 
rocchiali erano  l'arcipretile  di  s.  Giovan- 
ni Evangelista,  e  le  3  abbaziali  di  s.  Ma- 
ria Maggiore,  di  s.  Angelo,  e  di  s.  Nico- 
la vescovo.  Vi  sono  anche  due  conventi 
siibiu  bani  colle  loro  chiese.  Uno  è  quel- 
lo di  s.  Agostino  protettore  del  luogo,  lun- 
gi mi  4-°  di  miglio  da  Carpineto,  degli  a- 
gostiniani  che  nelle  vicende  politiche  de' 
primi  anni  del  secolo  coi  lente  doverono 
lasciare,  e  poi  vi  tornarono  in  minor  nu- 
mero. La  vetustissima  chiesa  è  di  gotica 
architettura, edificala  con  massi  quadrati 
neh  35odafr.  Gregorio  Sii  vestii  del  me- 
desimo luogo,  e  coperta  d'un  tetto  che 
ricorda  quello  mirabile  della  basilica  O- 
stiense  eonsumatodallefiamme nel  1 823. 
I  dipinti  della  tribuna  fauno  fede  cuine 
la  chiesa  e  l'annesso  ampio  convento  ap- 
partenessero all'oidi  ne  de'templari.  L'in- 
gresso è  magnifico  di  prospetto  a  Carpi- 
neto, fiancheggiato  da  due  leoni.  Sopra 
l'arco  è  la  B.  Vergine  avente  a'  lati  i  ss. 
Paolo  i.°  eremita  e  Antonio  abbate;  e  più 
sotto  i  simboli  de' 4  Evangelisti,  in  mez- 
zo a'quali  è  collocato  l'Agnello  pasqua- 
le. L'altro  convento  è  distante  da  Carpi- 
neto dopo  brevissimo  e  ameno  passeggio, 
ad  esso  pure  di  prospetto  e  situato  alle 
falde  del  monte  Capreo,  uno  de'Lepini 
colla  vetta  più.  alta  degli  altri.  Questo  bel 
convento  de'minori  osservanti  riformati, 
che  vi  stanziano  numerosi,  fu  fabbrica- 
lo colla  chiesa  dalla  munificenza  del  car- 
dinal Pietro  Aldobrandino  come  accen- 
nai nel  voi.  XXV  11,  p.i58,  con  annesso 
palazzo  abitato  dal  cardinale  ne'tempi  di 
diporta  11  Ricchi  celebra  il   fioritissimo 
studio  che  nel  convento  vi  tenevano  i  re- 
ligiosi, nelle  filosofiche  e  teologiche  disci- 
pline. 1  contigui  orti,  i  prati  e  la  macchia 
souo  ciuli  da  mura,  essendo  tutto  il  lab- 


VEL  Di 

bricato  dignitoso  e  vasto,  degno  del  ma- 
gnifico nipote  di  Clemente  Vili.  11  chio- 
stro perfettamente  quadrato  ha  nel  mez- 
zo la  cisterna,  e  al  di  sopra  da  due  parti 
vedesi  una  loggia  graziosissiraa  collo  stem- 
ma marmoreo  del  cardinale.  Sul  fronto- 
ne dell'  ingresso  principale  della  chiesa 
ammirasi  il  busto  marmoreo  d'eccellen- 
te scalpello  di  s.  Pietro  apostolo,  a  cui  è 
sagra,  dono  del  medesimo  porporato.  Vi 
sono  buoni  quadri,  e  quello  di  s.  Fran- 
cesco che  riceve  le  s.  Stimmate,  alla  sini- 
stra della  cappella  del  ss.  Crocefisso ,  è 
stupendo  lavoro  di  classico  pennelIo:grau- 
diosa  è  la  sagrestia.  Antica  è  l'altra  chie- 
sa suburbana  di  s.  Maria  del  Popolo,  pres- 
so la  quale  era  1*  ospedale  de'  poveri.  La 
sua  fronte  è  gotica,  con  bell'atrio,  di  cui 
due  pilastri  si  vedono  ornati  di  due  teste 
di  cavallo,  e  sulla  stessa  facciata  vi  sono 
varie  croci  di  pietra.  L' ingresso  è  mar- 
moreo,abbellitodi  bassorilievi  a  fogliami, 
colla  ss.  Vergine  sedente  sopra  di  esso  di 
bel  lavoro,  essendo  l'occhialone  formato 
con  molta  maestria  di  scalpello  d'un  so- 
lo pezzo.  Nell'interno  è  rimarchevole  l'al- 
tare di  s.  Rocco  con  due  Angeli  laterali  e 
la  B.  Vergine  sedente  in  alto;  a'  fianchi 
dell'  altare  si  vedono  i  ss.  Pietro  e  Paolo, 
e  più  sotto  s.  Bartolomeo  e  s.  Simone. 
La  pietra  che  forma  l'altare  e  i  bassori- 
lievi, è  delle  vicine  cave  di  Carpineto.  Al- 
le falde  del  paese  è  la  chiesa  di  s.  Miche- 
le Arcangelo  de'confrati  della  Morte,  ove 
s'  ammira  la  Crocefissione  di  Giulio  Ro- 
mano, e  si  rimarca  la  tomba  del  celebre 
Lorenzo  Porta  dottissimo  (non  però  ar- 
chiatro  pon  lificio,  come  vuole  Castellano, 
non  trovandolo  tra' medici  archiatri  nel 
Marini),  riportandone  l'onorifica  e  pro- 
lissa iscrizione  Marocco,  insieme  alle  la- 
pidarie di  Carpineto,  due  delle  quali  con 
morali  sentimenti  nel  dialetto  del  paese. 
Esistono  pubbliche  scuole  che  insegnano 
da'primi  rudimenti  giammai icaii  sino  al- 
la rettorica,  e  per  le  fanciulle  vi  sono  le 
maestre  pie.  Manca  Carpineto  d'  acque 
perenni  neh'  interno  ,  e  delle  piovane  si 


9*  VE  L 

servono  i  popolani  ,  ma  due  pubbliche 
limpidissime  fonti  trovatisi  però  a   poea 
distanza,  una  cioè  vicino  alla  chiesa  della 
t>.  Annunziata,  l'altra  dietro  la  chiesa  di 
s.  Sebastiano  che  viene  detta  il  fonte  di 
Pandolfo.  Il  Ricchi,  il  De  Magistris  e  il 
Calindri  parlano  dell'origine  di  Carpine- 
to.Secorulo  l'autore  dell'  Aquila  volante, 
lib.  2,  cap.  6g,  fu  fabbricata  da  Carpeto 
Silvio  re  de'latini,  figlio  del  re  Capys  di- 
scendente d'Enea  che  fondò Capua,  e  fra- 
tello di  Tiberino  che  s'annegò  nel  (ìume 
Albulaegli  die  il  nome  di  ZeveTUj  per  cui 
credesiciò  avvenuto  g23  anni  prima  del- 
l'era nostra.  Altri  opinano  che  Carpine- 
to  sia  derivato  da  alcuni  pastori  che  te- 
nevano il  gregge  fra'  molti  carpini  di  cui 
sono  ricoperti  i  suoi  monti,  opinione  ri- 
ferita come  I'  altra  da  Calindri,  il  quale 
aggiunge,  formarsi  il  suo  stemma  comu- 
nale da  3  Carpini.  Dice  ancora  che  fu  di- 
strutta da'romani  dopo  3oo  anni  di  con* 
tinnii  guerra  fatta  da'popoli  ch'erano  iu 
Carpineto;  e  che  nel  i  (ìlio  sotto  Alessan- 
dro VII  deperì  quasi  intera  la  popolazio- 
ne, epoca  che  forse  devesi  anticipare  al 
i656.  Fu  posseduto  qua!  feudo  nobile, 
dopo  la  camera  apostolica,  da  vari  signo- 
ri, prima  da'Caetaui,  poi  da'Conti,  a'qua- 
li  nel  1428  lo  confermò  Martino  V,  e  Ca- 
millo Conti  n'era  duca  nella  metà  del  se- 
colo XVII,  come  notai  nel  voi.  XVII,  p. 
74  e  7^.  Tuttavolta  leggo  nelle  Memo- 
rie Colonnesi  del  cav.  Coppi,  che  Marti- 
no V  Colonna  nel  dividere  tra'suoi  paren- 
ti nel  1427  i  beni,  attribuì  ad  Antonio  il 
diritto  su  Carpineto.  Dipoi  fu  ducato  de- 
gli Aldobrandmi ,  indi  de'  Pamphilj,  ed 
ora  de'  principi  Borghese  Aldobrandini, 
gli  stemmi  de'quali  si  vedono  sparsi  nel 
paese.  Marocco  dice  che  fu  feudo  anche 
de'Caraffa,  e  Calindri  notò  che  il  suo  du- 
ca nel  1750  donò  a  Benedetto  XI V  uno 
storione  di  libbre  55o  preso  ne'nostri  ma- 
ri. 11  Ricchi  nella  Reggia  de'  Voh ci  trat- 
ta uel  cap.  9:  De' soggetti  illustri,  di  Car- 
pineto, con  breve  descrizione  della  tèrra. 
Francesco  Leopardi  fu  iutimo  familiare 


V  EL 

d'Alessandro  VII,  e  decorò  l'aula  conci- 
storiale, non  però  avvocato  concistoriale, 
non  trovandolo  nel  Syllabum  Advoca- 
tortini  s.  Consistoriideì  Cartari;  può  dar- 
si nondimeno  che  lo  fosse  dopo  pubblica- 
ta l'opera,  stampata  uel  1 656  e  dedicata 
a  detto  Papa.  Sebastiano  Leopardi  arci- 
diacono di  Sezze  e  poi  vescovo  di  Vena- 
fio.  Alessandro  Porcari  eccellente  fisico 
ed  egregio  poeta;  pubblicò  nel  i638  in 
Napoli  un'  opera  poetica  iu  lode  del  car- 
dinal Ippolito  Aldobrandini  ,  al  quale  il 
Ricchi  attribuisce  la  biblioteca  di  Carpi- 
neto, e  l'erezione  del  convento  e  chiesa  di 
s.  Pietro.  Fr.  Angelo  Seneca  1."  custode 
ueli6i8  della  riforma  romana  de'aiino- 
ri  osservanti,  de'quali  era  stato  ministro 
provinciale  e  procuratore  generale,  poi 
defiuitore  generale.  Fr.  Giacomo  da  Car- 
pineto de'riformati,  celebre  predicatore  e 
teologo  i  nsigne.profondo  erudito  come  di- 
mostrò nel  suo  poema  epitalamico  stam- 
pato neh  638.  Altri  religiosi  riformali  il- 
lustri furono  gli  Automi,  i  Gabrielli,  i  Leo- 
ni, i  Baldassari,  i  Paoli,  i  Giacomi.  Fra  i 
prodi  militari  si  distinsero  FrancescoCon- 
li  colonnello  de' veneziani  nella  guerra  di 
Cmdia; il  nipote  Alessandro  Conti  al  ser- 
vizio della  stessa  repubblica  nella  guerra 
di  Godìi;  di  essa  inoltre  fu  capitano  e  in- 
gegnere in  Levante  Pietro  Paolo  Briganti 
de  Conti  parente  de'precedenti.  Aggiun- 
gerò che  Marocco  celebra  Antonio  Goz- 
zi protomedico  nel  1570  e  archiatro  pon- 
tifìcio, ma  il  Marini  non  lo  noverò  tra  gli 
Archiatri  pontificii.  Il  Calindri  dice  che 
Carpineto  ha  dato  i  natali  a  molti  insigni 
uomini  d'ogni  scienza,  e  ad  un  Pecci  ve- 
scovo di  Segni,  ma  nella  serie  che  formai 
di  que' vescovi  non  lo  trovai.  Bensì  è  de- 
gnissimo arcivescovo  vescovo  della  nobi- 
lissima città  di  Perugia,  il  cardinal  Gioac- 
chino Pecci  di  Carpineto  del  titolo  di  s. 
Grisogono  (del  quale,  e  del  possesso  che 
vi    prese  il  cardinale,  riparlai   nel  voi. 
LXXX,  p.  322),  elevato  alla  s.  porpora 
a' 19  dicembre  1 853  dal  Papa  regnante. 
Riporta  il  u.°  8  del  Giornale  di  Roma  del 


VE  L 

18T4.  die  il  comune  di  Carpi  lieto  lieto 
della  gloria  che  gli  derivò  per  l'esaltazione 
dell'illustre  e  tanto  benemerito  concitta- 
dino, già  arcivescovo  di  Dannata  e  nun- 
zio apostolico  di  Brusselles,  inviò  al  Pa- 
pa un'apposita  deputazione  composta  di 
parte  del  capitolo  e  del  municipio ,  per 
significargli  i  sentimenti  di  riconoscenza. 
E  nel  n.°i45  riferisce  un  articolo  di  Car- 
pineta, ove  è  descritto  come  il  comune  a' 
i3  ei4  giugno,  per  dare  all'illustre  con- 
cittadino un  solenne  attestato  della  gioia 
provata  nel  di  lui  innalzamento  alla  s. 
porpora,  da  tutti  gli  abitanti  messo  tut- 
to a  festa  il  maggior  tempio,  sulla  porta 
collocò  l'iscrizione  che  riporta.  I  vescovi 
d'  Anagni  e  di  Segni  amarono  prendervi 
parte  alle  sagre  funzioni  che  si  celebra- 
rono. 1  poveri  ebbero  larghi  soccorsi  da' 
nobili  fratelli  del  cardinal  Pecci  e  dal  mu- 
nicipio, il  quale  volle  pure  conferire  due 
doti  a  zitelle  bisognose.  Tutto  il  paese  poi 
manifestò  la  più  sentita  esultanza,  ralle- 
grato dall'armonie  della  banda  cittadina. 
Un  arco  trionfale,  sormontato  dallo  slem- 
ma gentilizio  del  cardinale,  fu  eretto  al- 
l'ingresso di  Carpineta  con  corrisponden- 
te epigrafe.  In  ambedue  le  sere  si  fecero 
brillanti  illuminazioni,  con  fuochi  artifi- 
ciali, ed  elevazione  di  globi  01  eostatici.  I 
signori  Pecci  invitarono  i  vescovi,  la  mu- 
nicipalità, e  altre  distinte  persone  ac- 
corse al  festeggiameuto  ad  un  serale  trat- 
tenimento, in  cui  furono  letti  vari  compo- 
nimenti analoghi  alla  circostanza.  L'  in- 
dustria degli  abitanti  merita  encomio,  ed 
il  commercio  di  bestiame  è  notabile.  Ol- 
tre il  mercato  settimanale  del  sabato,  si 
fanno  due  annue  fiere,  lai."  per  la  festa 
del  protettore  s.Agostino,l'altra  per  quel- 
la di  S.Francesco  di  Asisi.  Narra  Ricchi, 
che  siccome  la  1  .a  si  solennizza  per  1 5  gior- 
niavanti,  così  viene  proseguita  conaltiet- 
tanti  dopo  ,  con  fiera  libera  dal  peso  di 
qualunque  dazio,  giusta  l'indulto  di  Pao- 
lo IV,  confermato  poi  da  Gregorio  XIII. 
Dice  Calindri  che  nel  territorio  sorgeva  la 
citià  volsca  di  Cuetra  (dubito  errata  il 


V  E  L  93 

vocabolo,  non  conoscendola  con  tal  no- 
me), e  varie  castella,  delle  quali  non  esi- 
ste orma.  Negli  scavi  tentati  si  trovarono 
monete  de'primi  tempi  della  repubblica 
romana.  Sulla  più  alta  delle  sue  monta- 
gne vi  sono  i  pozzi  camerali  della  neve, 
e  da  un  lato  la  grottta  che  merita  di  es- 
sere visitata,  denominata  da'  locali  For- 
male. Castellano  la  qualifica  meraviglio- 
sa, offrendo  erudito  pascolo  a'  naturali- 
sti. L'  ingresso  è  angusto  e  rovinose  rupi 
lo  circondano,  destando  raccapriccio  nel- 
l'entrarvi.  Sembra  che  la  natura  sia  sta- 
ta gelosa  di  schiudere  libero  varco  alle 
sue  ascose  bellezze.  Spazia  per  entro  in 
grandi  sale, sostenuteda  sorprendenti  vol- 
te, in  ampi  corridoi,  ed  i  segreti  della  mi- 
neralogia vi  si  mettono  in  luce.  I  dintorni 
sono  sparsi  de'i  uderi  dell'abbazia  di  Val- 
visciolo,e  de'distrutti  paesi  diCollemezzo, 
di  Pruni  e  di  Montacuto.  Il  territorio  pro- 
duce legname  di  faggio,  olio  e  grano  a 
sufficienza;  frutta,  castagne  e  ghiande  in 
abbondanza ,  granturco  e  vino  in  poca 
quantità,  ed  abbonda  per  tutto  d'acque 
per  abbeverare  il  bestiame,  e  per  l'uso 
de'popolani,  oltre  i  pascoli. 

Gavignano.  Comune  della  diocesi  di 
Segni  con  territorio  in  piano,  distante  36 
miglia  da  Roma,  chiamato  Gavignano  di 
Campagna,  per  distinguerlo  da'paesi  o- 
monimi  di  Bologna  a  di  Sabina.  E'  situa- 
to presso  i  monti  Lepini  nelle  vicinanze 
e  dirimpetto  a  Segni,  sopra  un'amena 
collina  isolata,  ferace  e  di  belle  vigne  e 
di  albereti  vestita,  non  che  di  ulivi,  in 
clima  temperato,  come  esposta  a  mezzo- 
dì, la  cui  aria  è  molto  salubre.  Le  mura 
castellane  vengono  costituite  dalle  abita- 
zioni, restando  chiuse  da  due  porte.  Sot- 
to la  collina  passa  l'antica  via  Latina,  di 
cui  tuttora  vi  è  il  piano  stradale.  Fuori 
porta  Romana  è  una  deliziosa  passeggia- 
ta. Da  essa  si  gode  la  pittoresca  veduta  di 
circa  4°  paesi,  e  conduce  alla  chiesa  fuo- 
ri di  Gavignano  un  4-°  di  miglio,  di  buo- 
na e  moderna  architettura,  detta  il  Cal- 
vario dal  rappresentarsi  nel  divoto  qua- 


94  V  E  L 

dio  dell'aliare  maggiore  la  Croeefìssione 
di  Gesù  Cristo.  In  questa  chiesa  nel  1837, 
e  al  moilo  riferito  dal  n.°  89  del  Diario 
dì  Roma,  ai'j  ottobre  mg.1  Luciani  ve* 
scovo  di  Segni  solennemente  benedisse  la 
cappella,  l'altare  e  l'immagine  di  s.  Fi- 
lomena vergine  e  martire,  eretta  a  destra 
della  medesima  dal  capitanoVincenzo  Ba- 
iocco priore  del  comune,  per  grazia  rice- 
vuta, fra  le  acclamazioni  e  le  festive  di- 
mostrazioni della  popolazione,  avendo 
Gregorio  XVI  concesso  l'indulgenza  ple- 
naria. Indi  con  lodevole  emulazione  ,  il 
medico  romano  d."  Pietro  Paolo  Azzoc- 
cbi,  la  cui  famiglia  è  originaria  di  que- 
sto luogo  (il  suodegno  fratello  mg.'  Tom- 
maso Azzoccbi  cappellano  segreto  già  di 
Gregorio  XVI  e  ora  del  Papa  regnante, 
del  quale  è  pure  cameriere  d'onore,  be- 
neficiato Vaticano,  è  benemerito  autore 
<li  opere  pubblicate,  massime  sulla  lin- 
gua italiana.  Esse  sono:  Avvertimenti  a 
chiscrive  in  italiano  %con  un  saggio  dell'e- 
leganze, ed  un  piecolo  Vocabolario  do- 
mestico: d ne  ed izion i.  Le.  File,  di  Cornelio 
Nipote  volgarizzate,  con  seconda  edizio- 
ne del  corrente  anno  1 858.  Elogio  di  An- 
tonio Cesari  prete  dell'oratorio,  con  due 
Dissertazioni  sulla  lingua  italiana.  Le 
favole  di  Fedro  tradotte.  Vocabolario 
domestico:  due  edizioni.  Inoltre  si  han- 
no di  lui  anche  eleganti  iscrizioni  ed  e- 
pigrafi  italiane,  ed  è  sua  quella  fatta  per 
la  defunta  principessa  d.  GuendalinaBor- 
ghese,  che  pel  plauso  con  cui  fu  accolta 
pubblicai  nel  voi.  VI,  p.  40>  ne"a  stessa 
chiesa  eresse  nel  sinistro  lato  la  cappella 
di  s.Rosalia  vergine  palermitana,  per  es- 
sere stata  la  provincia  libera  dalla  pesti- 
lenza del  cholera  nel  1837.  Seguì  la  be- 
nedizione della  cappella,  dell'altare  e  del 
quadro,  come  l'altro  di  egregio  pittore, 
da  mg.r  Annoverai  vescovo  d'Anagni  a' 
9.5  settembre  1840,  per  essere  indisposto 
il  vescovo  diocesano,  con  quella  straordi- 
naria pompa  descritta  dal  n.83  del  Dia- 
rio di  Roma.  In  questa  lieta  circostanza, 
avendo  l'encomialo  dottore  ottenuto  che 


VE  L 
nccetlasse  la  prolettoria  di  Gavignano  il 
celebre  cardinal  Giuseppe  Mezzofante, 
nominato  da  Gregorio  XVI,  volle  pren- 
derne il  solenne  possesso  a'27  ottobre  nel- 
la sala  del  comune,con  quelle  formalità  e 
particolari  riferiti  nel  citato  Diario.  Dirò 
solo, che  gli  fu  eretto  un  arco  trionfale  con 
iscrizione  dell'aurea  penna  di  mg.r  Luca 
Pacifici  (già  Segretario  delle  Lettere  lati- 
ne ,ei\  ora  Segretario  de'  Brevi  a' principi, 
canonico  Liberiano  e  di  presente  Vatica- 
no), dal  quale  pure  furono  scritte  le  altre 
fatte  in  questa  occasione.  Tra'personag- 
gi  che  recaronsi  a  ossequiarel'illustre  por- 
porato, nominerò  mg.r  Lolli  vice-legato 
di  Velletri  e  mg.1  Pecci  delegalo  di  Bene- 
vento e  ora  cardinale.  Luminarie,  fuochi 
artificiali  e  l'elevazione  di  globo  areosla- 
lico, accompagnarono  l'esultanza  de'gavi- 
gnanesi;  mentre  il  capitan  Baiocco,  ch'eb- 
be l'  onore  di  dare  decoroso  alloggio  al 
cardinale  e  ad  altri  personaggi,  celebrò 
l'avvenimento  con  accademia,  e  dispensò 
limosinea'poveri.  Inoltre  il  cardinale  vol- 
le onorare  la  cappella  domestica  del  ze- 
lantissimo ed  encomiato  arciprete  d.  Do- 
menico Gorga  Cenciarelli,  con  recarsi  a 
celebrarvi  3  volle  la  messa.  I  patroni  di 
dette  cappelle  Baiocchi  e  Azzocchi  otten- 
nerol'erezionedella  confraternita  delle  ss. 
Rosalia eFilomena,e  pel  1. "volle  ascriversi 
tra'  fratelli  l'esimioporporato.  Nel  piano 
verso  il  nord  e  precisamente  sulla  via  La- 
tina, sopra  i  ruderi  d'una  villa  degli  an- 
tichi romani  e  forse  di  Pompeo  Magno, 
esiste  un  convento  con  chiesa  di  sempli- 
ce disegno  delta  di  Rossilli,  ove  è  in  gran 
venerazione  una  divotae  antichissima  im- 
magine dellaB.Vergine;e  siccome  qui  vi  fu 
già  un'abbazia  di  monaci  basiliani  diGrot- 
ta ferrata,  essi  anni  addietro   ne  doman- 
darono l'effigie  incisa,  accorrendovi  a  in- 
vocarne il  patrocinio  eziandio  da  lontani 
paesi, ed  i  gavignanesi  vi  ricorrono  in  lat- 
ti i  loro  bisogni  e  con  pubbliche  proces- 
sioni. I  monaci  di  Rossilli  possedevano 
l'istoria  mss.  di  Gavignano, roa  per  le  vi- 
cende politiche  alcun  secolo  addietro  ab- 


V  E  L  V  E  L  95 

bandonando  il  monastero  e  ritirandosi  in  so  o  favore  de*  primogeniti  di  sua  fami- 
quello  celebre  di  Fai  fa,  onde  pare  che  glia  della  signoria  di  l'ahnontone  e  Ri- 
fossero benedettini, si  vuole  che  seco  por-  tri  feudi,  e  vi  comprese  Gabiniano  ossia 
tasserò  tale  scritto  storico  e  lo  deposilas-  Gavignano.  Tra' suoi  legati,  ordinò  che 
sero  in  quel  prezioso  archivio,  ove  si  ere-  si  fondasse  un  monastero  di  monache  in 
de  esistere.  Il  monastero  da'  Papi  fu  di-  Valmontone,  suo  principale  feudo  ,  di- 
chiarato commenda  ahbaziale,  e  da  loro  sponendo.  Reliquit  tria  ìivllìa  Jloreno- 
conferita  a  vari  cardinali ,  gli  ultimi  de'  rum  due.  expendenda  infabnca,etedi- 
quali  furono  i  cardinali  Borgia  e  Fonta-  ficiismonaslerii,quodappellari  manda- 
Da.  Indi  Ui  unita  alla  mensa  vescovile  di  vitmonaslerium  s.  Crucis, quodipse.  Do- 
Segni.  Le  altre  chiese  di  Ga  vignano  sono,  minns  caepit  construere  in  eastro  Valle- 
La  chiesa  parrocchiale  dedicata  a  s.  Ma-  montoni s  ,  et  compicci  mandavit  in  ho- 
ria  Assunta  in  cielo,  di  moderna  costru-  norem,  elreverentiam  s.  Crucis  prò  fo- 
llone, al  dire  di  Marocco;  essa  è  elegan-  Iute  animae  snae et  remediopecca tornili 
te,  con  buon  organo,  e  ben  fornita  di  sa-  suorum.  Itera  reliquit  ipsi  monasferio 
gre  suppellettili:  bello  è  l'altare  inaggio-  prò  vita,  et  alinìentis  quatuor  domina- 
re lutto  di  marmi,  come  la  balaustrata,  rum,duarum  serventiwn,et  unius  sacer- 
con  ornamenti  di  metallo  dorali.  La  cine-  dotis  fructus  sui  manualis,  de  quo  ipse 
sa  di  s.  Hocco,  patrono  principale  di  Ga-  testator'vivebat  tempore,  quo  praesen* 
vignano  ,  in  cui  si  venera  la  miracolosa  condidil  testamentum,  quousque  per  i- 
immagine  della  Madonna  delle  Grazie,  di  psum  ci.  Adynulphum  possessione^  con- 
grande  divozione  anche  de'convicini  pae-  decentes  emantur  de  propria  pecunia  di- 
si. Di  s.  Tommaso  apostolo.  Di  s.  Maria  cti  d.  Adynulphi  extra  ejus  dominiuni 
del  Carmine,  giuspadronato  de'Trajelli-  ad  opus,  et  utilitalem  dirli  monasteri* 
Paggi.  Gavignano  U\  già  feudo  possedu-  vivere  possintcommode.l\\spe\\.oa\\ah\ì- 
lo  da  vari  signori.  Leggo  nelle  Memorie  brica  summentovata,  Papa  Nicolò  IV  ad 
Colonne  si  del  cav.  Coppi.  Di  tale  fami-  istanza  del  nominalo  Adinolfo  Conti  li- 
glia  celebratissimae  potente,  nel  i  171  fio-  glio  di  Giovanni,  concesse  monasteriuni 
ri  uu  Giordano  signoredi  Gavignano, na-  de  Hoscillis ordinis  s.  Benedicli  Segnili. 
to  da  un  Tolomeo  conte  del  Tuscolo:  fi-  dioec, comechè  adeo  in  spiritualibus.et 
gli  di  Giordano  furono  Giovanni  e  To-  temporalibus  collapsum ,  quod  nonnisi 
lomeo,  che  venderono  a  Papa  Lucio  111  duo  in  eo  monaci  reinanserunt,el  veri- 
un  casale  del  territorio  di   Lariano.  Di  similiter  non  praesumitur,  quod  mona- 
lullociò  e  con  qualche  variante  ne  feci  sterilirli  ipsum  in  suo  possit  ordine ' salu- 
cenno  nel  voi.  XXV  11,  p.  199,  e  notando  bri  ter  reformari,  onde  il  medesimo  fosse 
ancora  che  da  questo  2.0  ramo  de'conli  sostituito  a  quello  che  Adinolfo  era  in  oh- 
Tusculanie  da  detto  signore  di  Gavigna-  bligo  di  fabbricar  di  nuovo  per  adempie- 
no  potè  derivare  lo  stipite  iW Conti  (F.)  re  al  pio  legato  del  padre.  Trovo  altresì 
di  Segni,  celebre  e  potente  famiglia.  Nel  nel  Coppi,  che  Giulio  Colonna,  unito  al 
declinardel  secolo  XII  vivevano  Giovali-  genero  Napoleone  Orsini  e  Giambattista 
ni,  Tolomeo,  Giordano  e  Andrea  ,  tulli  Conti, malconlenlidel  governo  diClemen- 
Colonnesi  figli  di  Giordano  signore  di  Ga-  te  VII,  verso  il  1  53o  occuparono  Carpi- 
vignano.  Quanloalla  signoria  de'Conli  su  neto,  Gavignano,  Torricella  e  altre  terre 
Gavignano,  narra  il  Ratti,  Della  fami-  convicine.  Sembra  dunque  che  a  quell'e- 
glia  Sforza,  t.  1,  p.  234>  che  Giovanni  poca  Gavignano  appartenesse  alla  carne- 
Conti  nipote  di  Riccardo  Conti  fratellodi  ra  apostolica.  In  seguito  Gavignano  di- 
Papa  Innocenzo  IH,  con  suo  testamento  venne  feudo  de' principi   Pamphilj,  da' 
del  1287  istituì  il  perpetuo  fìdeicomiuis-  quali  passò  a'  priucipi  Borghese  Aldo- 


c)6  V  E  L 

biondini.  Riporta  il  u.°<)3  ilei  Diario  di 
Roma  del  i838,  chea'22  ottobre  Gavi- 
gnano  fu  onorata  dalla  visita  del  princi- 
pe d.  Camillo  Aldobrandini  secondoge- 
nito de'Borghese,  inviato  dal  principe  pa- 
dre a  visitare  le  possessioni  del  principa- 
to Aldobrandini  a  lui  assegnato.  Fu  in- 
contrato e  ricevuto  da'piimati  cittadini 
e  ragguardevoli  ecclesiastici,  in  mezzo  al 
suono  delle  bande  e  allo  sparo  de' mor- 
tati. Il  principe  si  fermò  nella  casa  del 
capitan  baiocchi,  e  visitò  la  chiesa  prin- 
cipale vagamente  apparata,  trovando  nel- 
la pubblica  piazza  innalzato  un  arco  con 
figure  simboliche  esprimenti  le  principa- 
li doti  del  giovane  principe,  con  analoga 
iscrizione.  Indi  sovvenuti  i  poveri  prose- 
guì il  suo  viaggio  per  Carpirtelo  e  Maenza, 
in  mezzo  all'acclamazioni  del  giubilante 
popolo.  Tra  gli  edilìzi  numerosi  di  Gavi- 
gnano  si  distinguono  il  palazzo  barona- 
le del  medesimo  principe  Aldobrandini, 
ed  i  seguenti  palazzi  e  primarie  abitazio- 
ni. Quello  de'inarchesiTrajettiPaggi, con 
affreschi  in  due  volle,  antichi  e  di  buona 
mano.  In  una  si  vede  espresso  il  cocchio 
ti'  A  tifiti  ile  tirato  da  cavalli  marini,  ed 
accompagnalu  nel  mare  da  Tritoni  e  Del- 
fini, e  da  JNinfe  coronate  di  fiori.  Nell'al- 
tra voltasi  rappresenta  la  Primavera  nei 
mezzo, con  una  moltitudine  di  putti  scher- 
zanti dentro  un  colonnato  circondato  da 
balaustre.  Quello  del  capitan   baiocchi, 
con  belle  pitture  del  concittadino  Seba- 
stiano Volpicelli  celebre  paesista.  Altri  pa- 
lazzi e  primarie  abitazioni  appartengono 
a'Gorga  Cenciai  elli,ed  •'Marcelli  già  del- 
la famiglia  Santucci  di  Gorga,  nella  qua- 
le fiorisce  il  cardinal  Vincenzo.   I  Nardi 
pure  hanno  il  proprio,  e  inoltre  posseg- 
gono un  magnifico  casino  suburbauo  con 
adiacente  chiesa  pubblica.  Nibby  dice  che 
Gavignano  èil  Gabinianum  de  lem  pi  ro- 
mani. Crede  il  Cilindri  che  nel  territorio 
di  Gavignano  fosse  la  villa  Gabiuia,  e  che 
quivi  si  ritirarono  gli  scampati  da  Foro- 
nuovo,  città  di  Sabina  (f/.),  dopo  la  sua 
distruzione  operala  da' goti.  Nel  paese  è 


VEL 

comune  tradizione  che  sorgesse  la  volsca 
città  di  Sacriporto  eda  cui  derivò  l'odier- 
na terra  dopo  che  fu  diroccala.  Si  vuole 
che  propriamente  giacesse  un  miglio  di- 
stante nella  parte  settentrionale  in  luo- 
go basso  ,  ove  al  presente  si  osservano 
qualche  vestigia  di  sue  antiche  mura, 
cioè  presso  il  santuario  di  Rossilli  e  adia- 
cente ad  un  casale  lastricato  in  alcuue  par- 
ti di  musaico.  Il  Theuli  nel  Teatro  fusto- 
rico,  a  p.  4o>  dice  che  la  città  o  castello 
di  Sacriporto  esisteva  vicino  a  Segni  ,  e 
forse  colle  sue  rovine  si  fabbricò  Gavi- 
gnano. In  Sacriporto  seguì  la  sanguinosa 
battaglia  tra  Siila  e  il  console  Mario  il 
giovaue  figlio  del  famoso  console  di  tal 
nome,  incaricato  dal  senatodi  combatter- 
lo ,  e  vi  morirono  25,ooo  soldati  di  Ma- 
rio. Il  Ricchi  nella  Reggia  de  Volsci  trat- 
ta al  cap.  22  di  Sacriporto,  ed  a  neh 'egli 
ritiene  che  dalle  sue  non  ignobili  rovine 
fosse  edificata  la  terra  diGavignano,dopo 
essere  rimasta  distrutta  interamente  nel- 
le guerre  civili.  Afferma  eh'  era  vicina  a 
Segni,  e  racconta  la  memorata  micidiale 
battaglia.  Però  il  Pettini  nelle  Memorie 
Prenestine  narra  a  p.  34,  che  Sacripor- 
to era  distante  da  Palestriua  circa  7  mi- 
glia ,  e  che  nella  pianura  di  Pimpinara  i 
due  eserciti  si  trovarono  a  fronte.  Disfat- 
to Mario  si  ritirò  io  Palestriua, e  Pompeo 
Magno  luogotenente  di  Siila  impedì  al- 
l'altro console  Carbone  di  soccorrerlo;  in- 
di seguì  l'eccidio  di  Palestriua.  Il  Nibby 
nell'  illustrare  Sacriportus,  luogo  dive- 
nuto famoso  per  la  rotta  data  da  Siila 
all'esercito  composto  di  romani  e  di  san- 
niti del  giovane  Mario,  e  per  le  sue  gravi 
e  funeste  conseguenze,  sostiene  che  era 
dov'  è  la  pianura  di  Pimpinara  ,  ed  ivi 
presero  parte  alla  battaglia  circa  1 5o,ooo 
uomini,  battaglia  tenuta  come  1'  ultimo 
crollo  dato  alla  fazione  di  Mario.  Dopo 
quell'avvenimento  Sacriporto  non  viene 
più  ricordato,  e  rimane  sempre  dubbio, 
se  debba  riguardarsi  come  un  vico  ,  un 
borgo,  ovvero  semplicemente  una  contra- 
da. Conclude  Nibby,  che  dopo  Pimpina 


VEL 

rn  si  lin  la  pianura  di  Sacriporto,  e  la  di- 
ce lungi  da  Roma  3o  miglia,  9  da  Pale- 
stina e  4  da  Valmontone,  a  sinistra  del- 
ia via  Latina.  Ne'bassi  tempi  divenne  Ca- 
strimi F luminaria,  di  cui  il  volgo  ben 
presto  fece  Plumbinaria  e  da  Plumbina- 
ria  derivò  il  nome  di  Pimpinara.  In  una 
bolla  di  Lucio  III  del  1  18  1  si  legge:  In  Ca- 
stro Plumbinariae  Ecclesia  s.  Mariac, 
Ecclesia  s.  Ànastasii,  Ecclesia  s.  Nico- 
lai, inonasteriiiin  s.  Ceciliae  etc.  Questo 
monastero  però  è  molto  più  antico,  per- 
chè in  esso  si  ritirò  nel  r  o5i,  e  fini  di  vi- 
vere Ottone  abbate  di  Subiaco,  il  quale 
per  evitare  la  giustizia  di  s.  Leone  IX, 
quando  si  portò  a  Subiaco,  da  questo  era 
fuggito  alla  vicina  Trevi,  ne  fu  cacciato 
dagli  abitanti,  per  cui  passò  nel  monaste- 
ro di  s. Cecilia  e  vi  rimase  sepoIto.DiPInm- 
binara  riparlerò  nel  paragrafo  Valmonto- 
ne,  per  essere  con  essa  divenuto  signoria 
de'  Conti  (F.).  Abbandonato  il  Castrimi 
da  più  di  3  secoli,  il  teuimento  è  proprie- 
tà de' Doria-Pamphilj.  I  gavignanesi  an- 
cora ricordano  con  divozione  la  missione 
nella  loro  terra  cominciata  dal  b.  Leonar- 
dodaPortoMaurizio  a'28dicembrei  y33 
e  terminata  a'6  del  segUentegennaio. Riu- 
scì ubertosa  di  gran  frutto,  e  si  fecero  due 
processioni  di  penitenza,  nella  t*  andan- 
dosi alla  chiesa  diRossilli  coli'abhale  com- 
mendatario mg.r  Marcello  Crescenzi  poi 
cardinale,  che  vestito  di  sacco  si  discipli- 
nò per  lutto  il  corso  della  processione  con 
somma  edificazione  d'ognuno.  Nella  chie- 
sa fece  il  b.  Leonardo  una  predica  e  vi  e- 
resse  la  Via  Crucis,  e  fu  lai 52.° delle  da 
lui  erette.  Ritornato  a  Gaviguano  ,  com- 
partì la  benedizione  papale  sulla  piazza. 
La  (amiglia  Nardi  benefattrice  de'religio- 
si  riformali  francescani,  tiene  a  pio  van- 
to l'avere  ospitato  il  b.  Leonardo.  Il  cho- 
Jera  tornò  ad  affliggere  lo  stato  pontificio 
nel  1 854  e  nel  1 855,  ma  per  l'iotercessio- 
Me  della  Madonna  delle  Grazie  ne  fu  pre- 
servata Gavignano,  per  cui  in  rendimen- 
to di  grazie  solennizzò  una  gran  festa  nel 
l'ottobre  i855,  descritta  a  p.  1000  del 

VOI.  LXXXiX. 


VEL  97 

Giornale  di  Roma,  pontificandovi  il  suo 
vescovo  di   Segni  mg.r  Ricci.  Vi  ebbero 
pur  luogo  luminarie  e  fuochi  d'artifizio, 
e  sceltissime  musiche  nelle  sagre  funzio- 
ni e  nella  sala  del  marchese  Traielto  con 
accademia  vocale  e  strumentale.  Gavi- 
gnano si  pregia  de'seguenti  uomini  illu- 
stri. Gio.  Rallista  Cenciarelli  legale  rino- 
matissimo ,  e  uditore  generale  di  tutti  i 
feudi  della   principesca  casa    Pamphilj. 
L'avv.  d.  Gaetano  Sciarra  fu  celebre  giu- 
reconsulto  per  le  sue    auree    scritture. 
L'  aw.  d.  Domenico  Nardi  fu  giurecon- 
sulto che  col  suo  merito  fece  molta  fortu- 
na. Il  d.r  Alessandro  Volpicelli  medico  di 
collegio  e  forse  professore  nell'università 
romana.  11  d.r  Ulderico  Azzocchi  medico 
primario  nell'  ospizio  apostolico  di  s.  Mi- 
chele, e  padre  de'sullodati  mg.r  Tomma- 
so e  d.r  Pietro  Paolo.  Il  d.r  Luigi  Sciarra 
medico  di  sommo  credito.  Il  capitanFran- 
cesco  Raiocchi  assai  solerte  nella  merca- 
tura di  campagna  ,  e  rinomato  iu  tutta 
la  provincia  specialmente  per  essere  sta- 
to provveditore  dell'  annona  di  Roma  e 
dell'abbondanza  di  Velletri  ,  per  cui  te- 
neva in  diversi  punti  della  provincia  a 
suo  carico  parecchi  granai.  11  marchese 
Leonardo  Traielto,  dopo  aver  occupato 
varie  cariche  onorifiche,  fu  eletto  mem- 
bro del  corpo  legislativo  in  Parigi.  Il  pre- 
lato mg.r  Giuseppe  de'marchesi  Traielto 
fu  vice  legato  neUe  Romagne,  e  funse  al- 
tre cariche  in  Roma.  Nel  n.°  3o  del  Dia- 
rio di  Roma  del  1 83  1  si  legge  la  necrolo- 
gia del  valoroso  militare  Giambattista  Az- 
zocchi Salvi,  il  quale  entrò  per  genio  nel- 
l'esercito  inglese,  e  da  semplice  soldato' 
per  le  prodezze  operate  in  Italia,  in  Fran- 
cia, in  Egitto  giunse  al  grado  di  tenente 
de'  granatieri  sotto  lord  Rentinek.  Nel 
18  16  col  grado  medesimo  ammesso  nel- 
le truppe  pontificie,  divenne  i.°  tenente 
della  1/  compagnia  de'cacciatori.  Alla  pe- 
rizia militare  congiunse  la  fedeltà  e  sin- 
golar  fortezza.  11  sacerdote  d.  Giuseppe 
Marcelli  a  pieni  voli  fu  ammesso  tra'con- 
tori  pontifìcii,  e  siccome  peritissimo  nel- 
7 


98  VEC 

la  musica  ecclesiastica  e  dotato  dalla  na- 
tura di  bellissima,  sonora  e  robustissima 
voce  da  tenore,  per  l'estensione  di  essa  ne' 
35  anni  che  appartenne  con  generale 
plauso  e  straordinario  impegno  a  quel- 
l'insigne collegio,  fu  contrastato  da'can- 
tori  contralti,  i  quali  ambivano  averlo  fra 
loro.  Per  3o  anni  e  con  improba  fatica 
cantò  il  Passio  nella  gran  cappella  pon- 
tificia e  nella  vastissima  basilica  Vatica- 
na, ammirato  anco  dagli  stranieri  pel  sin- 
golare corpo  di  voce  uniformemente  so- 
stenuta dal  principio  al  fine.  Morì  in  Ro- 
ma nel  1 852  troppo  presto  d'anni  66  nel- 
la casa  di  s.  Agnese  al  foro  Agonale,  e  in 
quella  splendida  chiesa  gli  furono  celebra- 
ti i  solenni  funerali,  colle  onorificenze  pro- 
prie de  Cantori  della  Cappella  pontifi- 
eia;  indi  fu  sepolto  nella  magnifica  chie- 
sa di  s.  Maria  in  Vallicella  per  cura  del- 
l'egregio sacerdote  nipote,  il  quale  ha  co- 
mune con  esso  il  nome  e  il  cognome.  Que- 
sti poi  a  sfogo  di  dolore  e  di  affetto,  ed  in- 
sieme a  memoria  perenne  delle  virtù  che 
ornarono  l'illustre  zio,  inGavignano  nel- 
la sala  della  propria  casa  pose  il  suo  ri- 
trattosomigliantissimo,dipintoa  olio  con 
decorosa  iscrizione  Ialina  ,  in  cui  giusta- 
mente ne  celebra,  oltre  il  valore  nell'ar- 
te del  canto  sagro,  la  tenera  pietà,  la  ca- 
rità pel  prossimo,  1'  ardenlissimo  amor 
patrio  e  pe'suoi  parenti.  Ed  io  che  per  2 1 
auni  l'intesi  a  cantare  con  ammirazione 
nelle  funzioni  pontificie,  godo  qui  ren- 
dergli quest'  imperituro  tributo  storico. 
Fra'  viventi  gavignanesi  che  illustrano  la 
patria, mi  piace  far  menzione  di  Venceslao 
figlio  del  sullodato  capitano  Baiocchi,  va- 
lente scultore  in  avorio,  che  meritò  ese- 
guire lavorazioni  per  Gregorio  XVI,  per 
l'infanta  di  Spagna  M."  Luisa  Carlotta  di 
Borbone  principessa  di  Sassonia,  e  per  al- 
tri personaggi.  QuandoGregorio  XVI  nel 
i843  intraprese  il  suo  viaggio  sulla  via 
Casilina  nel  recarsi  a  Prosinone  e  Vel- 
lelrijilgavignanese  Giuseppe  Manni,  poi 
priore  municipale  di  sua  patria,  lo  cele- 
brò con  un  sonetto  stampato  che  gli  pie- 


VEL 
sento,  avendo  inventato  e  delineato  l'ar- 
co trionfale  eretto  al  Papa  dal  comune  di 
Lagnano,  come  dirò  in  quel  paragrafo. 
Dice Calindri, che  i  principali  prodotti  di 
Gavignano  sono  il  grano,  il  granturco  e 
il  vino. 

Gorga.  Comune  della  diocesi  d'Ana- 
gni,  da  cui  è  distante  9  miglia,  6  da  Car- 
pinete 4°  da  Roma,  con  territorio  in 
monte,  in  colle  e  in  piano.  Giace  sopra 
un  monte  di  clima  sanissimo,  ove  respi- 
rasi aria  assai  pura  ed  elastica,  i  cui  1  100 
abitanti  Marocco  li  qualifica  di  caratte- 
re piuttosto  dolce,  applicati  alla  coltura 
e  alla  pastorizia.  Il  fabbricato  è  su  d*  u- 
na  rupe  nella  sommità  del  monte  espo- 
sto al  mezzodì,  e  viene  riparato  dall'im- 
peto de' venti  meridionali  dalle  cime  più 
elevate  dello  stesso  monte,  tutte  vestite 
per  lo  più  di  faggi,  tra'quali  trovansi  an- 
cora l'agrifoglio  e  il  frassino.  Ha  Gorga 
sufficienti  e  buone  acque  sorgive  di  vena, 
le  quali  discendendo  pel  seno  delle  som- 
mità che  la  contornano,  vanno  a  racco- 
gliersi in  alcuni  pozzi  esistenti  nelle  in- 
terposte piccole  vallate.  Talee  l'eccellen- 
za di  queste  acque,  che  alcuno  dopo  os- 
servazioni le  trovò  migliori  di  quelle  di 
Roma.  Estesissima  e  insieme  assai  ame- 
na e  dilettevole  è  la  visuale  di  Gorga  da  l 
lato  di  ponente,  ove  quasi  per  un  cana- 
le divergente  formato  da  due  lati  della 
montagna,  la  vista  rapida  percorre  il  sot- 
toposto vastissimo  piano,   racchiuso  dal 
doppio  ramo  de'  sub-Apennini,  discer- 
nendo nella  catena  de'monti  a  sinistra  la 
città  di  Segni,  Rocca  Priora,  la  Colonna, 
e  nella  catena  destra  il  Piglio,  il  Serro- 
ne,  Paliano,  Olevano,  Rojate,  Genazzu- 
no  e  altri  paesi  sino  a  Palestrina,  mentre 
nel  mezzo  alla  pianura  vede  sorgere  Ga- 
vignano, Valmontone  e  Lugnano,  perden- 
dosi poi  la  pittoresca  visuale  nell'alto  So- 
ralte  e  ne'monti  Cimini.  La  città  d'  A- 
nagni,  Anticoli,  Furaone  e  altri  luoghi  si 
vedono  da  una  vicina  sommità  detta   il 
Calvario  perchè  appunto  la  sua  vetta  for- 
mata da  massi  calcarei  è  calva  e  d'ogni 


V  EL 
Verdura  spogliata.  Gorga  confina  con  A- 
nagnt,  fra  levante  e  tramontana  con  Vil- 
l;i  Magna  e  la  tenuta  di  Monte  Longo  già 
terra  e  ora  diruta  affatto;  con  Montela- 
nico  e  Carpineto,  tra  ponente  e  mezzo- 
giorno^ levante  colla  Sgurgola  e  Moro- 
Io.  Gorga  ha  l'accesso  per  due  sole  porte, 
ed  è  inaccessibile  in  alt  ri  punti  sì  per  la 
rupe  sulla  quale  trovasi  edificala,  che  per 
le  mura  costruite  in  alcuni  lati  all'  in- 
torno. Le  vie  interne  sono  anguste  e  sco- 
scese, meno  una  di  mezzo  alquanto  agia- 
ta. Ha  due  chiese  parrocchiali,  la  matri- 
ce coll'arciprete  e  due  beneficiati,  secon- 
do De  Magistris,  dedicata  a  s.  Michele 
Arcangelo;  l'altra  è  sagra  a  s.  Maria  col- 
l'abbate  e  due  chierici  beneficiati,  al  di- 
re di  tale  scrittore.  Vi  è  pure  la  chiesa 
di  s.  Domenico  protettore  di  Gorga.  La 
chiesa  più  decente  è  quella  matrice,  den- 
tro la  quale  sono  di  buoni  pennelli,  il  qua- 
dro dell'  Immacolata  Concezione,  i  fre- 
schi rappresentanti  il  battesimo  di  Ge- 
sù Cristo,  ed  il  Salvatore  medesimo  e- 
sp resso  in  tavola.  Non  mancano  le  pub- 
bliche scuole  elementari  per  l'istruzione 
de'giovanelti,  e  le  maestre  pie  per  quella 
delle  donzelle,  mantenute  dalla  principe- 
sca famiglia  Dori 'a -Pam pi hilj  signora  del 
luogo.  Riferisce  De  Magistris  ne\Y  Istoria 
della  città  e  s.  Basilica  cattedrale  éC A- 
nagni  e  delle  cose  più  ragguardevoli 
della  diocesi,  che  Gorga,  secondo  le  tra- 
dizioni più  sicure,  riconosce  dal  caso  la 
sua  origine,  poiché  cominciossi  a  fabbri- 
care dagli  antichi  cacciatori  della  cit- 
tà d'Anagni,  per  avere  un  ricovero  nella 
caccia  de'cinghialijche  vi  facevano  in  un 
ristagno  d'acqua  tra  que'monti,  e  perciò 
si  disse  Gorga.  Imperocché  dicesi  gorga 
e  gorgo  il  luogo  dove  l'acqua  che  corre 
è  in  parte  ritenuta  da  checchessia,  e  ri- 
gira per  trovare  esilo;  ed  anco  quel  sito 
dove  l'acqua  abbia  maggior  profondità, 
ovvero  un  ricettacolo  profondo  d'acqua 
staguaute.  Il  luogo  divenne  signoria  del- 
la nobile  famiglia  magni na  Berziamia- 
uao  Berliauiiua.  Dipoi  il  castello  diGor 


V  EL 


99 


ga  pervenne  in  possesso  feudale  del  ce- 
lebre monastero  e  badia  de' ss.  Pietro  e 
Paolo  di  Villa  Magna,  dal  quale  si  ac- 
quistò con  due  atti  che  si  conservano  nel- 
l'archivio capitolare  d'Anagni.  La  metà 
gli  fu  donata  daBoeso  figlio  di  Bertia mino 
nobile  anagnino  neh  l5l,  e  l'altra  metà 
la  venderono  al  monastero  Adinolfo  ca- 
nonico della  cattedrale  d'Anagni,  e  An- 
drea suo  nipote  nel  ii36.  In  seguito  Bo- 
nifacio VII!  incorporò  alla  cattedrale  a- 
nagnina  il  monastero  e  castello  di  Villa 
Magna  colle  sue  pertinenze  inclusiva- 
mente  al  castello  di  Gorga,  siccome  rac- 
conta De  Magistris.  Questi  inoltre  nar- 
ra, che  nel  1398  Villa  Magna  fu  brucia- 
ta da'gorgani,  e  perciò  venne  ridotta  a 
coltura,  ritenendo  il  capitolo  della  catte- 
drale di  Anagni  la  giurisdizione  e  il  tito- 
lo baronale,  onde  vi  deputava  il  gover- 
natore per  le  controversie  civili  e  crimi- 
nali. Benedetto  XI V  confermò  la  conces- 
sione fatta  alla  cattedrale  di  Anagni  da 
Bonifacio  Vili, e  la  giurisdizione  tempo- 
rale con  amplissima  bolla.  Di  Gorga  pe- 
rò,dice  lo  slesso  De  Magistris,  soltanto  si 
conosce,  che  ne  fu  spogliata  la  chiesa  di 
A  nagni,  passò  in  potere  di  Evandro  Con- 
//(in  fatti  nell'articolo  di  tal  famiglia  l'e- 
numerai tra'  feudi  che  alla  medesima 
confermò  Martino  V  nel  1 4^8),  e  poscia 
in  quello  de'principi  Pamphilj.  Di  Villa 
Magna,  oltre  il  riferito  in  principio,  ne 
parlai  nel  voi.  XXVII,  p.  274  e  altrove, 
e  perciò  anche  del  Castrimi  Gurgae,  che 
Urbano  li  nel  1088  avea  assegnato  con 
altri  castelli  al  vescovo  d'Anagni.  11  Ma- 
rocco ne  Monumenti  dello  stato  pontifi- 
cio^ t.  5,  p.  37,  riporta  le  frazioni  di  la- 
pidi che  rinvenne  in  Gorga  presso  la  di- 
stinta famiglia  Santucci,  nella  quale  fio- 
risce il  cardinal  Vincenzo  diacono  di  s. 
Maria  ad  Martyres  (celebre  Tempio  del 
Pantheon),  aggregato  al  Sagro  collegio 
a'7  marzo  1 853,  come  registrai  in  tale  ar- 
ticolo, prefetto  della  congregazione  degli 
studi,  onde  ne  ragionai  nell'articolo  Uni- 
versità Romaica,  protettore  di  Segni(F.), 


ino  VEL 

e  visitatore  de'ministri  degl'infermi.  TI  n.° 
90  del  Giornale  di  Roma  del  1 853  rife- 
risce i  festeggiamenti  di  Gorga  per  essere 
venuta  in  fama  per  l'  onore  grandissimo 
derivato  nel  vedere  sublimato  all'altissi- 
ma dignità  della  porpora  il  suo  beneme- 
rito concittadino,  per  avere  assai  merita- 
to della  Religione  e  delloStato;  ed  il  bene 
fatto  sempre  da  lui  alla  patria  venne  ri- 
cordato nell'iscrizione  die  riporta,  posta 
sulla  porta  esteriore  della  chiesa  di  s. Mi- 
chele Arcangelo,  ove  fu  cantata  solenne 
messa  e  il  Te  Deum.  Sulla  piazza  della 
Porta  venne  innalzalo  un  arco  trionfale 
coll'armi  pontificia,  del  cardinale  e  del  co- 
mune. Un  concerto  musicale,  globi  areo- 
statici,  generali  luminarie  e  fuochi  d'arti- 
fizio accrebbero  la  gioia  universale.  Sa- 
rebbero continuate  le  dimostrazioni  fe- 
stive due  altri  giorni,  se  il  cardinal  San- 
tucci non  avesse  mostrato  piacergli  assai 
più,  che  il  denaro  a  ciò  destinalo  si  distri- 
buisse a' bisognosi,  mentre  egli  già  avea 
soccorso  i  meno  agiati  del  popolo  e  dota- 
to due  zitelle.  Il  territorio  di  Gorga  tut- 
tora è  acconcio  alla  caccia  ,  e  talvolta  vi 
si  conducono  anche  qne'de'vicini  paesi.  In 
esso  si  trovano  l'issopo,  la  genziana,  ilser- 
pallo,  la  felicola  virgiliana,  ed  altre  pian- 
te utili  e  aromatiche.  Il  latte  e  i  prodotti 
del  medesimo  sono  delicatissimi  e  sapo- 
rosi, ed  in  quelle  vicinanze  sono  assai  ap- 
prezzate alcune  caciottine  formate  col  fior 
di  latte  di  capra.  In  alcune  contrade  del 
medesimo  territorio  vengono  coltivati  gli 
ulivi,  da'quali  si  ricava  un  olio  finissimo, 
come  descrive  Marocco.  Il  Calindri  poi  di- 
ce che  i  suoi  maggiori  prodotti  sono  il  vi- 
no, il  grano,  il  granturco,  la  ghianda,  il 
fieno. 

Montelanico.  Comune  della  diocesi  di 
Segni  con  territorio  in  monte  e  colle,  cin- 
to a  breve  distanza  dall'  alte  montagne 
Lepine.  Giace  su  d'un  colle  esposto  a  le- 
vante ,  e  circondato  da  diversi  altri  colli 
vestiti  d'utili  castagneti.  Ha  due  parroc- 
chie, una  col  titolo  d'arcipretura  dedica- 
ta a  s.  Michele  Arcangelo,  ch'è  il  princi- 


V  E  L 
pale  protettore  della  terra,  ed  è  più  an- 
tica e  più  piccola  dell'altra.  Questa  è  sot- 
to l'invocazione  di  s.  Pietro  Apostolo  col 
titolo  d'abbazia,  ed  è  la  maggiore,  rifab- 
bricata con  buon  disegno  da'principiPam- 
pliilj,  per  essere  stata  la  vecchia  nel  1703 
in  parte  rovinata  dal  terremoto.  Nell'an- 
tico paese  entravasi  per  due  porte,  una 
chiamata  del  Pedianato,  l'altra  di  Corte 
vecchia,  ma  ora  vi  si  entra  senza  di  esse, 
poiché  le  mora  castellane  vengono  costi- 
tuite dall'  abitazioni.  Fuori  dell'antico 
Montelanico  si  costruirono  due  graziosi 
borghi  con  de'buoni  fabbricati.  Le  stra- 
de interne  sono  in  piano,  ma  bisognose 
di  risarcimento,  almeno  al  tempo  in  cui 
visitò  il  paese  Marocco.  In  capo  d'uno  de' 
due  borghi  trovasi  un'altra  chiesa  sagra 
alla  Madonna  delle  Grazie,  ov'è  eretta  la 
conftalernita  del  Gonfaloue,  ed  in  essa 
meritano  osservazione  diversi  buoni  qua- 
dri dipinti  in  tela.  Altra  piccola  chiesa  in 
detto  borgo  è  dedicata  a  s.  Antonio  di  Pa- 
dova, edificata  da  Francesco  Tigri,  uffi- 
ciata da'eonfrati  dell'Immacolata  Conce- 
zione. Fuori  della  terra  e  prima  di  sali- 
re il  colle  in  cui  è  situata,  esiste  un  tem- 
pio in  onore  della  ss.  Vergine  del  Soccor- 
so, e  vi  stanzia  un  eremita  a  custodirla. 
Il  paese  abbonda  d'acque  salubri  nelle 
sue  vicinanze,  e  con  gran  facilità  si  po- 
trebbero condottare  fino  nel  centro  del 
medesimo.  Incontro  a  Montelanico  esisto- 
no delle  fabbriche  dirute,  nel  luogo  chia- 
malo Pruni,  distrutto  in  tempo  delle  guer- 
re ci  vili. Perciò  afferma  Calindri, che  Mon- 
telanico venne  fondata  da  una  porzione 
de'popoli  scampati  dall'eccidio  di  Pruni. 
Anticamente  Montelanico  apparteneva 
al  capitolo  dell'arcibasilica  Lateranense, 
quindi  ne  divenne  signora  la  potente  fa- 
miglia Conti ,  che  per  tal  dominio  avea 
l'illustre  titolo  di  ducato,  e  in  tale  nrtic< 
lo  dissi  che  Martino  V  nel  ì^iS  le  con- 
fermò il  possesso  di  Montis  Lanici.  In  se- 
guilo passò  per  vendita  in  potere  de'prin- 
cipi  Barberini,  da'quali  1'  acquistarono 
i  principi  Pamphi  lj,  e  poscia  per  erediti 


VEL 

e  in  mancanza  ili  linea  mascolina  perven- 
ne nella  signoria  de'Duria  L*umphilj,  die 
tuttora  lo  posseggono  con  titolo  di  duca. 
1  popolani  nella  maggior  parte  ritraggono 
molto  utile  da  diverse  ottime  fabbriche 
di  mattoni  e  tegole,  di  cui  si  provvedo- 
no tolti  i  paesi  convicini,  ed  abbonda  e- 
ziandio  d'  eccellente  pozzolana  eguale  a 
quella  di  Roma,  che  pure  si  trasporta  in 
■noi li  luoghi  per  fabbricare.  Nel  territo- 
rio si  raccoglie  vino,  grano,  granturco,  le- 
gumi, olio  ,  castagne  ,  ghiande,  fuggi  in 
quantità,  ed  ha  buoni  pascoli. 
Governo  di  Sezze. 

Sezze  {T*.), città  vescovile, con  residen- 
za del  vescovo  e  del  governatore. 

Bas.sì'ano.Comune  della  diocesi  di  Sez- 
ze,  con  territorio  in  colle,  posto  in  delizio- 
sa collina  fi  a  Sermonela  e  Sezze  da  cui 
è  5  miglia  distante,  ma  pergiungervi  dal- 
la parie  di  Semionda  de vesi salire  uu'al- 
p  est  re  montagna  con  non  poca  difficol- 
tà, specialmente  per  la  così  delta  accor- 
ciatoia, la  quale  è  pericolosa  nell'intem- 
perie, non  trovandosi  alcun  ricovero  per 
rifugiarsi.  Alla  discesa  opposta  di  questa 
moulagna  si  scorge  Bassiano,  che  gode 
clinta  salubre,  poiché  il  monte  della  Tri- 
nila lo  ripara  dall'  esalazioni  delle  Palu- 
di Pontine,  che  sono  siluate  verso  mez- 
zogiorno, dal  quale  lato  si  vede  il  Medi- 
terraneo. E  circondalo  quest'aulico  ca- 
stello di  mura,  che  all'intorno  sono  guar- 
nite di  \ari  baloardi  costruiti  nel  medio 
evo,  e  viene  coronalo  dalle  montagne  Le- 
pine  e  Seline  vestile  di  folte  selve,  come 
da  eccellenti  pascoli  e  da  amene  vallate, 
dove  stanziano  gl'induslri  pastori  co'  lo- 
ro armenti,  irrigate  da  limpidissime  ac- 
que, delle  quali  i  popolani  non  mancano. 
E'  un  paese  con  sufficiente  numero  di  fab- 
bricati, i  cui  abitanti,  secondo  Marocco 
alquanto  ignei,  ascendevano  nel  1 853  a 
1743.  Vi  sono  due  parrocchie  con  pro- 
prie chiese  collegiate  co'rispettivi  capito- 
li. Una  è  dedicata  a  s.  Erasmo,  in  cui  è 
osserva bde  il  quadro  esprimente  il  Sagro 
Cuore  di  Gesù  del  Cavallucci;  il  capito- 


VEL  101 

lo  si  compone  dell'arciprete  e  di  6  cano- 
nici. Pio  VII  col  breve  Rnmanorum  Po/i- 
tijìcum,  de'3o  giugno  1807,  Bull.  Roni. 
coni.  1. 1  3,  p.  1701  lndultum  concessimi 
Canonicis  Ecclesiae  Collcgiatae  matri- 
ci* s.  Erasini  terme  de  Bassiano  Seti- 
nae  dioecesis  utendi  rocchelo  et  mozze- 
ta  violacei  coloris,  cimi  asulis  etglobu- 
lis  cremisini  color is.  L'altra  chiesa  è  sa- 
gra a  s.  Nicola,  in  cui  sono  pregie voli  una 
tavola  col  Salvatore  di  Sicciolante,  ed  un 
bel  Volto  Santo  d'antico  stile:  il  capitolo 
si  compone  del  curato  col  titolo  d'abba- 
te con  5  canonici.  Pio  VII  col  breve  Ro- 
memorimi  Ponti ficum,  de'7  agosto  1807, 
Bull.  cit.  p.  199:  Communicalio  privi- 
legii  concessi  Capitularibus  s.  Erasmi 
terrae  Bassiani  dioecesis  Setinac  uten- 
di roccheto  et  mozze  la,  favore  canoni- 
coruni  Ecclesiae  Collcgiatae  t.  Nicolai 
ejusdem  terrae.  11  Contatore,  De  his to- 
rta Tcrracinensi,a  p.  428,  tratta  di  Bas- 
sianutity  dicendola  della  diocesi  di  Terra- 
ri un,  in  quanto  che  dessa  è  unita  a  quel- 
la di  Sezze,  e  delle  due  discorse  collegia- 
te e  loro  capitoli.  Anticamente  a  breve 
distanza  da  Bassiano  eravi  un  monastero 
di  benedettini,  nel  luogo  denominato  s. 
Maria  delle  Pezze,  ed  ora  è  affatto  diru- 
to. Lontano  circa  due  miglia  e  mezzo  da 
Bassiano,  nella  falda  del  monte  verso  Nor- 
ma, è  un  romitorio  già  asilo  degli  eretici 
Fraticelli  (F.),\  quali  empiamente  si  ser- 
vivano delle  cose  religiose  nella  solitudi- 
ne, per  commettere  ogni  sorta  d'iniqui- 
tà. Al  presente  tale  sito  è  frequentatissi- 
mo per  esservi  in  venerazione  un  com- 
movente ss.  Crocefisso,  che  oltre  il  meri- 
tare tutto  il  profondo  ossequio  perciò  che 
esprime,  è  degno  pured'ammirazione  per 
le  sue  belle  forme.  Esso  è  di  legno  in  fi- 
gura naturale,  e  sembra  che  gli  manchi 
la  loquela.  Lo  scolpì  nel  1673  il  bassia- 
nesefr.  Vincenzo  Pietrosanli  laico  de'mi- 
uori  osservanti,  che  eseguì  ancora  quello 
celebralissimo  che  si  veliera  in  Nemi,  co- 
medissi  descrivendo  quel  castello  nel  voi. 
XXIX,  p.  34-  Per  salire  alla  cappella  del 


ioì  V  E  L 

ss.  Crocefisso  di  Bassiano,  si  passa  per  una 
ampia  grolla,  pittorica  pegli  scherzi  for- 
mati dalla  natura  collo  stillicidio  dell'ac- 
que, dove  anticamente  oravi  un  altare  e 
varie  ss.  Immagini  all'  intorno  dipinte, 
mentre  serviva  di  chiesa  agli  scellerati  fra- 
ticelli,che  colie  loro  indegne  azioni  soven- 
te lo  profanavano,  com'è  tradizione  tra 
gli  abitanti.  Nel  paese  vi  sono  due  mae- 
stri, uno  per  gli  elementi  del  leggere  e  scri- 
vere, l'altro  da  tali  elementi  a  tutta  la 
grammatica.  Le  fanciulle  vengono  istrui- 
te dalle  maestre  pie.  Il  Ricchi  tanto  nel- 
la Reggia  de'  Folsci,  lib.  i ,  cap.  5,  Bassia- 
no; quanto  nel  Teatro  degli  uomini  il' 
lustri  Volscif  cap.  7,  Soggetti  illustri  di 
Bassiano,  non  meno  del  citato  Conta- 
tore, parla  di  sua  remota  origine  cogli 
scrittori  che  ne  trattano.  Si  vuole  per- 
tanto che  ivi  in  certe  spelonche  o  latiboli 
si  rifugiò  e  abitò  la  l."  volta  Saturno  fa- 
moso redel  Lazio,  quando  fuggito  da  Gre- 
ta, dove  regnava  Giove  suo  figlio,  venne 
in  Italia,  prendendo  il  nome  di  Lazio  la 
provincia  da  lui  abitata,  ed  ivi  cominciò 
a  istruire  i  popoli  nella  civiltà,  nell'edi- 
ficare fabbriche,  nel  piantar  vigne  ec.  Che 
ne'diutorui  di  Bassiano  eresse  i  primi  e- 
difizi,  indi  ritiratosi  con  Giano,  die  prin- 
cipio a  Saturnia ,  poi  nomata  Roma.  Si 
ritiene  ancora  che  a  testimonio  dell'aver 
dimorato  Saturno  nelle  grotte  di  Bassia- 
no, dopoché  fu  deificato  gli  venne  innalza- 
to un  tempio  nella  vicina  Sezze.  Da  un'o- 
razione di  Favonio  Leo  privernate,  pro- 
nunziata nel  pieno  senato  di  Priverno,og- 
gi  Pi  perno,  si  apprende  che  Bassiano  fu 
fabbricalo  ed  ebbe  il  nome  da  Bassiano 
Caracalla.  Non  mancano  però  scrittori  i 
quali  riferiscono  essere  stato  prima  que- 
sto luogo  un  nobile  villaggio  di  Tito  Giu- 
lio Pelino  Bassiano  signore  o  patrono  del- 
la colonia  di  Terracina,dove  di  frequen- 
te recavasi  a  divertire  coll'amenità  di  ma- 
gnifica e  deliziosa  villa  ne' tempi  estivi, 
nel  sito  ove  sorge  Bassiano;  ed  ampliato- 
lo di  mura,  crebbe  progressivamente  col 
nome  del  fondatore.  Ne  fanno  fede  due 


VEL 

iscrizioni  riportate  dal  Gruferò,  ed  altra 
presso  il  Fabrelli,  e  riprodotte  da  Ricchi. 
Questo  castello  è  compreso  nella  signoria 
de'principi  Caetani  duchi  di  Semionda, 
e  contiene  la  loro  abitazione  baronale,  il 
Nicolai,DcJ bonificamenti delle  terre  Pon- 
tine, a  p.  1  1  3,  ragionando  delle  liti  so- 
stenute dal  comune  pe'coufini  territoriali 
delle  signorie  de'Caetani  con  Sezze  (^  •), 
riferisce  che  nel  1297  Bassiano  con  aliti 
feudi  furono  acquistati  dagli  Aunibalde- 
sebi  per  comprila  de'  Caetani.  Il  Ricchi 
riporta  i  seguenti  illustri  di  Bassiano.  Fr. 
Pietro  doinenicano,ceIebi  e  espositore  del- 
la divina  parola,  erudito,  pio  e  dolio,  fat- 
to vescovo  di  Venafro  da  Clemente  VI 
nel  1 348.  Fr.  Vincenzo  provinciale  e  de- 
finitore generale  de'  minori  osservanti, 
dotto  e  virtuoso.  Fr.  Vincenzo  Marra,  co* 
me  lo  chiama,  cioè  il  sullodato  e  deno- 
minato col  Maiocco  Pietroso nti,  laico  di 
detto  ci  dine,  il  qoalesi  segnalò  nella  san- 
tità di  vita  e  nell'arte  scultoria  con  am- 
mirazione de' professori,  come  attestano 
le  sue  opere  eccellentissime  de'miracolo- 
si  Crocefissi  esposti  alla  pubblica  vene- 
raziouede'bassianesi  eneniìsiui, ed  anche 
di  Sezze  e  di  Ci  vitella  di  Subiaco,  che  ec- 
citano tenera  compunzione;  il  nobilissimo 
refettorio  mirabilmente  scolpilo  con  va- 
ri misteri  nel  convento  de'minori  osser- 
vanti di  s.  Francesco  di  Cori,  poi  novizia- 
to de'medesimi  religiosi.  Antonio  Cifra  e 
l'abbateRieti  furono  decantali  nella  scien- 
za musicale.  Ild.r  Antonio  Sant'Angeli 
dotto  medico  in  Roma,  autore  del  libro 
intitolato:  Consolationes  Epistulares  et 
Medicae.  Dice  inoltre  il  Ricchi  che  a  suo 
tempo  in  Bassiano  l' illustre  famiglia  de 
Giorgi  gareggiava  in  agiatezza,  civiltà  e 
gentili  costumi  con  ogni  altra  de'contor- 


ni.  Gloria  grande  e  immollale  di  Bassi 


z 

Pio 


no,  non  conosciuta  dal  Ricchi,  si  è  ci' 
ser  stala  la  patria  del  famoso  Aldo  Pio . 
Manuzio  il  Vecchia  t  nome  tanto  rino- 
mato ne'fasti  delta  letteratura  italiana  e 
benemerito  dell'arte  della  Stampa.  Sul 
muro  della  casa  Sanlangcli  di  Bassiano  si 


V  E  L 

legge  l'epigrafe:  Aldo  Manutìo  Bassìa' 
nati,  Anionius  Hyacinthus  Sanclangeli 
D.D.O.  mdccxlvu.  Nell'articolo  Brac- 
ciano ,  di  cui   meglio  riparlai   nel   voi. 
LVIII.p.  I2i,  errai  nel  dire:  »  Si  ilice  che 
il  famoso  tipografa  Aldo  Manuzio  abbia 
sortito  i  natali  iu  Bracciano". Questo  fal- 
lo inavvertentemente  lo  copiai  nell'irti* 
colo  Bracciano  del  pregievolissimo7V«o- 
i'o  Dizionario  geografico  universale  di 
una  società  di  dotti,  Venezia  1827,  da' 
tipi  di  Giuseppe  Antonelli.  Ivi  si  legge: 
>•  Vogliono  alcuni  che  sia  la  patria  del 
famoso  tipografo  Aldo  Manuzio".  Però 
nel  riparlare  di  proposito  dell'  insigne  e 
dotto  letterato- tipografo,  fatto  cittadino 
romano,  ma  di  Bassiano,  che  meritò  un 
busto  marmoreo  in  Campidoglio  (e  lo  ri- 
marcai anche  nel  voi.  LX.XXV,  p.  208), 
come  de'suoi  illustri  e  non  nien  dotti  fi- 
glio e  nipote,  celebrando  la  Stampa  e  la 
Stamperia,  in  tali  articoli  esplicitamen- 
te e  ripetutamente  lo  dissi  originario  di 
Bassiano  presso  Sei  moneta  nella  legazio- 
ne di  I  ellelri,  per  indicare  che  in  que- 
st'articolo aviei  dette  altre  poche  parole 
di  lui  e  de'suoi.  Fu  dunque  ne'citati  ar- 
ticoli e  altrove,  che  celebrai  gli  Aldi  dot- 
tissimi e  benemeriti  della  slampa  e  dell.» 
stamperia  romana  e  veneta,  non  che  del- 
le lettere  greche  e  latine  ,  e  di  quanto 
principalmente  operarono  con  alti  e  do- 
vuti encomi.   Aldo  Pio  Manuzio  il  Pec- 
chia, nato  nel  1447  in  Bassiano  nel  duca- 
to di  Sermoneta,  fu  battezzato  col  nome 
di  Teobaldo,  di  cui  il  diminutivo  è  Aldo, 
al  quale  aggiunse  il  nome  di  Pio  iu  segno 
d'alfezione  verso  Alberto  Pio,  principe  di 
Carpi,  suo  allievo.  Ebbe  fanciullo  a  mae- 
stro un  pedante,  e  poi  a  Roma  migliori 
maestri.  Compiti  gli  studi,  si  condusse  a 
Ferrara  per  udire  il  Guarnii  dotto  greci- 
sta. Neh  [82  passò  presso  Pico  della   Mi- 
randola, che  l'accolse  con  ogni  amore;  in- 
di a  Carpi  da  Alberto  Pio,  dove  lo  segui- 
tò Pico,  e  dove  secondo  ogni  probabilità 
concepì  il  disegno  d'istituire  una  stampe- 
lla, clic  moltiplicasse  le  migliori  opere  de' 


VEL  io3 

greci  e  latini,  i  due  principi  sostenendo  le 
prime  spese  dello  stabilimento.  Perciò  nel 
1 488  recossi  a  Venezia,  dove  in  quel  tem- 
po l'amore  dell'arti  fioriva,  dove  que' re 
già  mercanti  amavano  convocare  ogni  spe- 
cie di  buona  e  bella  opera, dove  s'agitava- 
no ancora  gl'interessi  commerciali  euro- 
pei. Si  produsse  in  modo  degno  di  lui,  in 
modo  di  poter  guarentire  la  bontà  delle 
sue  edizioni  ,  cioè  pubblicamente  inse- 
gnando greco  e  Ialino,  e  ordinando  in  pa- 
ri tempo  la  sua  odierna  tipografica  ,  che 
tosto  sali  a  imperitura  rinomanza.  Egli 
leggeva  ,  o  per  meglio  dire  dicifrava  gli 
antichi  codici; egli  li  paragonava  fra  loro, 
sceglieva  le  migliori   lezioni,  o  suppliva 
alle  ommissioni  de'copisti;  egli  poi  prov- 
vedeva alla  corretta  stampa  e  all'  elegan- 
za de' caratteri.  Questo  grand'  uomo  di- 
resse la  formazione  d'  un  nuovo  caratte- 
re, l'Aldino,  disegnato  e  inciso  da  Fran- 
cesco Bologua,dello  imitazione  della  scrit- 
tura di  Petrarca.  Amico  di  tutti  i  dotli  di 
quella  dottissima  epoca,  cui  degnavano 
visitare  i  veneti  senatori,  si  mise  in  capo 
di  radunare  nella  sua  casa  un'  accademia 
di  scienze  in  Venezia,  che  per  lui  si  disse 
Aldina- Manuziana,  col  precipuo  scopo 
di  presiedere  all'edizione  declassici  e  ren- 
derla quanto  più  si  potesse  elegante  e  cor- 
retta :  ad  essa  appartenne  il  fiore  de'  let- 
terati di  quella  feconda  età.  E  fu  la  1  ,a  al- 
la quale  diede  l'impressione  di  più  opere 
classiche,  greche  e  latine.  Non  ostaute  Ma- 
nuzio fu  sempre  travagliato  dalla  fortu- 
na, che  rare  volte  favorisce  gli  scenziati. 
Terminò  in  Venezia  la  sua  agitata  vita, 
pieno  di  gloria  nel  017,  lasciando  una 
figlia  e  3  figli,  de'quali  soltanto  Paolo  ivi 
nato  nel  1  5 12  camminò  sulle  sue  traccie. 
Egli  adornava  i  suoi  libri  di  prefazioni  e 
dissertazioni,  dettale  iu  elegante  latino  o 
greco.  Egli  fece  vari  altri  lavori ,  come 
traduzioni,  compilazioni  ec.  Onde  sareb- 
be tra'dolti  primari  del  secolo,  se  non  fosse 
il  priucipe  degli  stampatori.  A  Paolo  Ma- 
nuzio veneziano,  originario  di  Bassiano, 
gli  amici  del  padre  gli  agevolarono  ogni 


io4  VEL 

maniera  di studio.  Imitando  il  padre,  ten- 
tò vivificare  la  morta  accademia  Aldina- 
Matutziana,  ne  raccolse  i  dotti  e  pubbli- 
cò molti  classici  latini,  con  amore  da  lui 
illustrali.  Visitala  Roma, nel  ritorno  a  Ve- 
nezia riaprì   la  stamperia  sotto  il  nome 
de'figli  d'Aldo,  e  rivisse  all'antico  splen- 
dore. Chiamato  a  Roma,  aprì  la  stampe- 
ria nel  Campidoglio,  nello  stesso  palazzo 
del  popolo  roinauo,degno  albergo  del  dot- 
tissimo stampatore,  ed  ove  nell'areopago 
denomini  dotti  e  artisti  dal  1 821  trionfa 
l'erma  marmorea  del  padre  suo.  Paolo 
moli  in  Roma  nel  1  5y4-  Come  stampa- 
tore e  editore  eguagliò  il  genitore;  come 
autore  è   uno  de'migliori   critici  e  degli 
scrittori  più  forbiti  del  secolo.  Il  suo  pri- 
mogenito Aldo  Manuzio  il  Giovane,  na- 
to a   Venezia  neh 547,  c^a  f;,»ciullo  fu 
Straordinario,  da  uomo  fu  mediocre.  Di- 
resse in  patria  la  stamperia  Aldina  ,  indi 
fu  professore  di  belle  lettere,  e  d'eloquen- 
za in  Bologna,  Pisa  e  Roma, ove  Clemen- 
te Vili  gli  affidò  la  direzione  della  Stam- 
peria Vaticana.  In  Roma  cessò  di  vivere 
liei  1 597,  termiuaudocon  lui  l'illustre  fa- 
miglia degli  Aldi,  a  cui  Bassiano  vantasi 
aver  dato  la  culla. Aveva  tenace  memo- 
ria e  molta  erudizione,  ma  minor  gusto 
del  padre.  Il  territorio  di  Bassiano  pro- 
duce in  gran  parte  vino  e  di  buona  qua- 
lità, poco  grano  e  olio,  ghianda  e  pascoli. 
Confina  a  levante  colla  città  di  Sezze,a  po- 
nente con  Sermoneta,  a  tramontana  con 
Cori  e  Norma,  a  mezzogiorno  colle  Pa- 
ludi Fontine. 

Norma  (F .).  Comune  della  diocesi  di 
Velletri,  da  cui  è  distante  17  miglia  e 9  da 
Sezze,  e  non  della  diocesi  di  Tenaci  uà, 
come  riferisce  il  Riparlo  territoriale  pub- 
Dicalo  nel  1 836,  con  territorio  in  monte. 
Nel  suo  citato  articolo  ragionai  dell'  illu- 
stre e  antica  città  di  Norba,  a  cui  successe 
l'odierno  castello  di  Norma,  colonia  d'Al- 
ba e  poi  di  Roma,  fortezza  de'volsci  e  de' 
romani;  in  seguito  patrimonio  della  s.  Se- 
de con  Ninfa,  al  modo  narrato  di  sopra 
iti  quel  paragrafo;  iu.di  sede  vescovile,  la 


VEL 
quale  per  la  decaduta  città  si  trasferì  a 
Ninfa,  e  per  la  rovina  di  questa  alla  sua 
volta  gli  abitanti  passarono  nel  castellodi 
Norma,  fabbricato  presso  Norba  antica. 
Dissi  di  sue  cbiese,e collegiata  parrocchia» 
le  della  ss.  Annunziata  con  capitolo;  de- 
gli autori  che  ne  scrissero,  oltre  altre  no- 
tizie, alle  quali  qui  farò  un'  aggiunta.  E 
fabbricata  sul  ciglione  d'elevato  monte 
poco  lontana  dall'antica  Norba  città  vol- 
sca,  una  delle  prime  colonie  romane, del- 
ia quale  ancora  si  ammirano  i  grandiosi 
vestigi  di  baloardi,  di  mura,  di  cisterne  e 
altre  memorie  che  ne  ricordano  la  sua 
grandezza.  La  posizione  di  questa  terra  è 
deliziosa,  iti  aria  saluberrima,  talvolta  in- 
costante per  la  sua  elevatezza.  Domina 
tutte  le  Paludi  Pontine,  e  scopre  gran 
tratto  del  mar  Tirreno;  mira  la  corsa  del- 
la via  Appia,  e  de'  fiumi  Astura  e  Ninfa. 
Dice  Calindri,  che  delle  sue  mura,  delle 
porte  e  della  pianta  ne  furono  pubblicati 
i  disegni  a' giorni  nostri.  Osserva  il  Ma- 
rocco, che  l'alto  monte  su  cui  giace  dal  Ia- 
to di  ponente  forma  una  rupe  sorpren- 
dente chiamata  Rave,  ove  propriamente 
è  il  castello.  L'interne  vie  sono  scoscese  e 
anguste,  però  qualcuna  è  in  piano,  ed  ha 
una  bella  borgata  moderna  fuori  della 
porta  checouduce  a  Civita  o  l'antica  Nor- 
ba. E  opinione,  che  dove  esiste  la  presen- 
te terra,  vi  fosse  l'antica  fortezza  della  di- 
strùtta magnifica  città.  Manca  di  pubbli- 
che fonti,  egli  abitanti  bevono  acque  pio- 
vane ,  conservate  e  purificale  in  mirabili 
cisterne  formate  nel  vivo  scoglio  a  forza  di 
scalpello.  Nondimeno  alla  distanza  di  cir- 
ca 4  miglia  vie  una  sorgente  d'acqua  lim- 
pidissima, che  si  potrebbe  facilmente  con- 
dottare con  grande  vantaggio  pubblico. 
Per  giungere  a  questo  paese  è  faticosissi- 
ma la  salita,  che  dal  Ninfa  comincia  e  pro- 
gredisce per  due  abbondanti  miglia,  li 
Norma  vi  sono  le  maestre  pie  per  l'istru- 
zione delle  fanciulle,  e  pe'giovanetti   le 
scuole  di  leggere  e  scrivere  fino  a' primi 
rudimenti  della  grammatica.  Si  vedono i 
ruderi  dell'aulica  e  superba  città  di  Noi- 


VE  L 

ba,  clic  conserva  il  nome  di  Civita,  poco 
distanti  dall'attuale  terra,  cui  diurno  i 
popolani  l'aggiunto  di  Penna  d*oro,ch\a- 
niaiulola  Civita  Penna  (Poro.  Per  anda- 
re alle  sue  rovine  s'  incontra  nel  sinistro 
lato  della  via  un'ampia  e  pittorica  grotta 
formata  dallo  stillicidio  dell'acque,  che  in 
alcuni  luoghi  hanno  costituite  molte  so- 
stanze calcaree,  e  quasi  tutta  è  ricoperta 
da  una  patina  verdastra.  A'fianchi  vi  so- 
no diverse  piccole  grotte,  e  tutte  formate 
nel  masso.  Nel  piano  di  Norba  si  osserva- 
no gli  avanzi  d'  un  antico  tempio  e  d'  un 
rimasuglio  di  cappella  a  destra,  interrita 
fino  alla  cornice  della  cupola, la  quale  con- 
servasi mirabilmente  intera.  La  città  di 
Norba  era  molto  estesa  e  siedeva  in  piano, 
benché  sulla  cima  di  alla  e  alpestre  mon- 
tagna, né  vi  è  palmo  di  terreno  che  non 
faccia  .intendere  co'  miseri  avanzi  che  lo 
copre  la  sua  antica  magnificenza.  Avea  le 
mura  castellane  altissime  e  formate  per 
cozzare  co'secoli,  composte  di  grossissime 
pietre,  dalla  parte  di  mezzodì  meglio  os- 
servandosene la  forma  e  l'estensione. Il  suo 
circuito  si  calcola  3o  rabbia  di  terreno,  e 
grandioso  è  l'ingresso  d'una  dell'antiche 
porte.  Un'antica  lapide  si  legge  in  Maroc- 
co. Sul  pendio  del  monte  sorgeva  il  Nin- 
feo o  tempio  in  cui  le  Ninfe  aveano  culto. 
Ebbe  i  suoi  uomini  illustri,  anche  per  va- 
lore militare.  I  normani  ebbero  più.  vol- 
te guerra  con  Terracina.  Donata  la  pre- 
sente Norma  a  Papa  s.  Zaccaria, con  Nin- 
fa, trovo  nelle  Memorie  Colonnesi  del 
Coppi,  che  Alessandro  III  nel  i  179  die  a 
llaiuoue  di  Tusculano  e  suoi  eredi  ,  me- 
diante permuta  del  castello  di  Ladano  e 
col  consenso  de'cardinali,  Norma  e  Vico- 
lo con  tutte  le  sue  pertinenze.  Dipoi  a'  29 
api  ilei  297  Norma  fu  comprata  a  favore 
di  Pietro  Caetani,  e  Bonifacio  Vili  appro- 
vò il  contratto  a'4  ottobre  1298.  Indi  i 
Gaeta  ni  sostennero  le  liti  pe'coufini  tei  rito- 
ria  li  con  Sezze.  Finalmente  Noi  ma  diven- 
ne proprietà  de'  principi  Borghese,  e  lo  è 
tuttora.  Un  tempo  fu  signoria  de'Norme- 
suii  di  Sezze,  oude  uè  trassero  il  co"uo- 


VEL  io5 

me.  II  territorio  produce  olio  e  grano, es- 
sendo il  terreno  breccioso  e  scoglioso, 
ghianda,  vino  e  pascoli.  All'intorno  sono 
vestiti  i  mon  ti  da  folte  macchie  e  castagne- 
ti, che  rendono  molta  utilità  a'  popolani, 
sebbene  tragganola  più  parte  del  loro  so- 
stentamento dalla  coltivazione  del  feracis- 
simo territorio  di  Sermoneta,  ove  hanno 
la  massima  parte  di  loro  possidenza. 

Sermoneta.  Città  e  comune  della  dio- 
cesi di  Terracina  e  vice- governo,  con  mol- 
ti fabbricati  e  territorio  in  monte  e  col- 
le. Poco  lungi  dal  famoso  Ninfeo,  tra  Nor- 
ma e  Sezze,  dalla  quale  è  distante  6  mi- 
glia, di  prospetto  al  mar  Tirreno  verso 
il  Iato  ditramontana, ed  a  levante  de'mon- 
ti  di  Bassiano,  giace  su  alto  colle  Sermo- 
neta, circondata  da  erte  pendici,  in  clima 
poco  salubre,  massime  nell'estate,  per  do- 
minarvi lo  scirocco  e  l'umidità,  e  perchè 
i  delti  monti  bassianesi  impediscono  la  li- 
bera ventilazione  a  ponente  ,  dalla  qual 
parte  vastissima,  amenissima  e  fertilissi- 
ma pianura  si  estende,  la  quale  si  con- 
giiingecolle  Paludi  Pontine (I7.);  goden- 
do ampia  e  pittorica  vista  d'ogni  intor- 
no, poiché  propriamente  è  cinta  di  mon- 
tagne, a  settentrione  di  Norma,  Carpineta 
e  Cori,  ed  a  mezzodì  da  quelle  di  Sezze 
e  di  s.  Felice.  Gli  abitanti,  principalmen- 
te dediti  a'  lavori  campestri  e  alla  pesca, 
il  Marocco  li  noverò  2200,  ma  la  Sta- 
tistica deli 853  ne  registrò  1 447-  E'  mu- 
nita d'  intorno  di  baloardi,  torri  e  alte 
mura  robuste.  Per  natura  di  sito  è  for- 
tissima e  per  la  struttura  della  fortezza  fu 
già  inespugnabile  e  munitissima.  A  Ser- 
moneta rende  il  maggior  decoro  la  sua 
rocca,  ove  un  tempo  furono  rinchiusi  an- 
co i  rei  di  slato.  Sovrasta  tutto  il  paese, 
al  nord  guarda  la  montagna  di  Carpine- 
ta mezzogiorno  quellediBassiano,  e  dal- 
la sua  sommità  si  osservano  molti  luoghi 
della  campagna.  Il  suo  maschio  è  vera- 
mente maestoso,  di  forma  quadrata,  alto 
96  palmi,  e  sulla  vetta  il  piano  è  per  a- 
gni  lato  r  2  passi,  ed  ali."  piano  del  me- 
desimo vie  uua  piazzetta  co' luoghi  pe' 


ioG  VEL 

cannotti,  ed  all'intorno  finestre  di  forma 
gotica.  I  muri  sono  erti  12  palmi,  e  quel- 
li ilei  maschio  di  più  antica  costruzione 
all'ino  saracinesco:  dentro  vi  stanno  co- 
modissime stanze,  una  vasta  sala  e  le  pri- 
gioni, che  non  mancano  nelle  ale  de'  ha- 
luardi,  e  forti  merli  l'abbelliscono  all'in- 
torno. Cinque  emissari  guardano  la  sot- 
toposta piazza,  per  le  spingarde,  e  8  aper- 
ture pe'cannoni.  Annessi  al  maschio  vi  so- 
no pure  baloardi,  e  nel  piano  del  i.°  di 
essi  esiste  il  ponte  levatoio,  che  impedi- 
sce d'entrar  nel  maschio.  Una  grossa  por- 
ta foderata  di  ferro,  che  calava  in  appo- 
sito incastro,  chiudeva  l'ingresso  del  for- 
te, e  per  lungo  trapasso  allo  scoperto  si 
andava  agii  alloggiamenti  militari,  ch'e- 
rano d'intorno  a  una  vasta  piazza  prov- 
vista di  3  cisterne.  La  sua  costruzione  è 
di  lodevole  architettura  militare.  Il  tem- 
po e  la  poca  cura  deteriorarono  l'edilì- 
zio, che  meriterebbe  restauro,  e  sarebbe 
prigione  sicura.  Ne'lempi  feudali  del  Bie- 
chi, nella  sua  Reggia  de'  Folxci,  descrisse 
questa  fortezza  inespugnabile  sia  per  la 
struttura, e  sia  per  esser  allora  munita  in 
ogni  lato  di  varie  sorte  d'artiglierie.  I  ma- 
gnifici saloni  erano  guarniti  militarmen- 
te di  muiioni  e  di  corpi  di  fiammeggian- 
ti lastre  di  ferro  per  l'armatura  di  i  ooo  e 
più  uomini,  che  per  natura  e  robustezza 
giganteggiavano.lndi  ne' vasti  e  lunghi  ap- 
partamenti erano  numerose  specie  d'ar- 
mi da  fuoco,  di  diverse  invenzioni.  In  al- 
tri ampi  corridoi  eranvi  armadi  pieni  di 
sciabole,  brandistocchi,  alabarde  e  altre 
armi  bianche  di  varie  sorli  ,  benissimo 
tenute.  La  fortezza  era  presidiata  da  sol- 
datesche del  duca  Caetani,  e  dal  castella- 
no guardata  con  vigilanza.  Le  vie  di  Ser- 
moneta  sono  scoscese,  il  fabbricalo  di  me- 
diocre qualità,  ma  il  suo  ingresso  è  piut- 
tosto dignitoso;  e  dalla  porta  del  Pozzo 
fino  alla  piazza,  la  strada  è  piana  e  bel- 
la; le  abitazioni  guaste  e  dirute  sono  nel- 
la contrada  detta  la  Valle  o  Malpagano. 
"Vi  sono  due  chiese  collegiate  e  parroc- 
chiali. Lai."  dedicala  a  s.  Maria  Assuu- 


VEL 

ta,  con  capitolo  formato  dall'arciprete  e 
dai  a  canonici.  E'  ornata  da  diverse  pit- 
ture rimarchevoli,  fra  le  quali  nella  i.* 
cappella  a  destra  esiste  un  dipinto  in  ta- 
vola esprimente  la  ss.  Vergine  degli  Au- 
gelidello  siile  di  Pietro  Perugino,  la  qua- 
le tiene  in  grembo  Semionda,  circonda- 
ta dagli  Angeli.  Anticamente  vi  era  il  lem- 
pio  di  Cibele,  come  si  vede  dalla  sua  strut- 
tura. Tuttora  si  conserva  nella  chiesa  u- 
na  sedia  marmorea  di  moltissimo  pregio, 
ornata  a'Iati  con  teste  di  caproni ,  dalle 
corna  delle  quali  pende  un  lungo  serto 
di  fiori  e  di  fruita;  a'  piedi   vi  sono  due 
leoni  alati,  con  vaghissima  cornice  per  ba- 
se e  in  mezzo  una  cicogna  che  inghiolte 
un  serpente.  Si  pretende  che  vi  sedesse  il 
sacerdote  nel  fare  i  sagnfizi  alla  dea.  L'al- 
tra chiesa  è  sotto  l'invocazione  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo.  Il  principe  Massimo  nel« 
la  Relazione  del  viaggio  diGregorio XV  £ 
da  Roma  a  s.  Felice,  narra  che  a*23  a- 
prilei83g  a  Tor  Tre  Ponti,  l'antico  Tri* 
ponzio  già  antico  ponte  costruito  dall'im- 
peratore Traiano  e  città  Pontina  di  cui 
tratta  il  Nicolai,  trovò  lutto  il  popolo  di 
Sermonela,  co'  magistrati  in  rubbone  di 
damasco  nero,  e  col  capitolo  che  doman- 
dò T  uso  della  cappa  foderata  di   pelli 
bianche,  indi  prosegui  il  viaggio  per  Ter- 
racina. Dipoi  nella  Relazione  del  viaggio 
di  Gregorio  X.VI  alle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  il  medesimo  princi- 
pe Massimo  riferisce,  che  1*8  maggio i843 
reduce  il  Papa  da  Terracina, giunto  a  Tot" 
Tre  Ponti  trovò  mg.r  Aretini-Sillani  ve- 
scovo di  Terracina  alla  lesta  de'  cleri  di 
Sezze  (come  notai  in  quell'articolo)  e  di 
Sermonela  colle  rispettive  magistrature. 
Gregorio  XVI  scese  alla  chiesa  da   lui 
restaurata  e  nella  stessa  mattina  ribene- 
detta dall' enooiniato   vescovo  coli' assi* 
stenza  d'  audio  i  capitoli  di   Sermoneta, 
eh'  erano  stati  solleciti  a  provvederla  di 
preziosi  arredi  sagri,  come  essendo  di  lo- 
ro giurisdizione  perchè  situata  nel  terri- 
torio di  quella  città  ducale,  e  ne  aveano 
ricoperto  il  mezzo  del  pavimento  eoo  un 


V  E  L 

▼ago  tappeto  di  fiori  freschi  e  di  verdu- 
ra rappresentante  il  pontificio  stemnifi, 
coll'iscrizione:  FivaGregorioXVLQtàti' 
di  entrato  nell'annesso  convento  già  de* 
cappuccini,  ed  allora  tutto  ristorato  per 
stabilirvi  i  trinitari  o  altri  religiosi  a  spi- 
rituale beneficio  degli  abitanti  di  quelle 
contrade,  comparii  loro  l'apostolica  be- 
nedizione dalla  finestra  di  mezzo  sopra 
al  portico  della  chiesa  appositamente  ad- 
dobbata,amtneltendo  poi  al  bacio  del  pie- 
de sotto  il  trono  in  una  stanza  eretto,  il 
priore  e  gli  anziani  di   Semionda  ,  che 
hanno  giurisdizione  sul  luogo,  e  quindi 
que'  di  Sezze.  Furono  poscia  ammessi  al 
bacio  i  due  capitoli  di  Sermoiieta  ,  uno 
de'  quali  della  collegiata  di  s.  Maria  a- 
Tendo  chiesta  la  grazia  d'indossare  la  cap- 
pa con  fodere  d'armelliuo  a  somiglianza 
delle  chiese  cattedrali,  mentre  Gregorio 
XVI  stava  dubbioso  di  concederla,  vide 
che  I'  arciprete  supplicante  in  nome  del 
capitolo,  già  teneva  la  cappa  pronta,  on- 
de per  ricompensarli  della  loro  fiducia, 
gli  ordinò  che  subito  l'indossasse,  e  quin- 
di ne  segnò  di  proprio  pugno  il  rescritto 
favorevole.  Similmente  condiscese  all'  i- 
stanze  dell'altro  capitolo  di  s.  Michele  Ar- 
cangelo, i  di  cui  canonici  avendogli  do- 
mandato la  grazia  di  poter  indossare  la 
mozzelta,  ne  rimise  la  facoltà  a  mg.r  ve- 
scovo ivi  presente,  il  quale  di  falli  ritor- 
nato alla  sua  residenza  ne  emanò  a  loro 
favore  il  rescritto  ne'seguenti  termini,  e- 
sprimenti  anche  il  luogo  ove  fu  concessa, 
probabilmente  essendo  stata  questa  l'uni- 
ca volta  che  un  Sommo  Pontefice  dispen- 
sasse le  grazie  a  Tor  Tre  Ponti  (ma  Pio 
VI  recandosi  a  Terrari na  e  alle  Palu- 
di Pontine,*]  fu  più  volte  a  veder  le  fib- 
briche  della  chiesa  e  con  veri  lo  da  lui  edifi- 
cati, e  soleva  alquanto  trattenervisi  per 
dare  ordini):  Ex  AudientiaSSmi.habita 
sub  die  8  »m«i843  apud  Tripontium, 
SSmus.  benigne  annuii  prò  gratin  juxla 
pelila  ;  mihique  commi  sii  rescriptum  ef- 
formare.Tarracinae  i  i  maii  iStf.Cui- 
klmus  Episcojnis  Tarracinae,  Seliacet 


VEL  107 

PriVe/vii.  Delle  due  concessioni  feci  memo- 
ria parlando  delle  Paludi  Ponti  ne.\n  Tor 
Tre  Ponti  ebbero  finalmente  1'  onore  di 
baciare  il  piede  al  Papa  i  religiosi  france- 
scani ri  forma  ti  che  di  mora  no  nel  coi»  vento 
dis.  Francesco  di  Semionda.  Il  protettore 
principale  de'  sermonetani  è  s.  Giusep- 
pe sposo  di  Maria  Vergine,  cui  è  intito- 
lata un'altra  chiesa,  nella  (piale  primeg- 
gia la  cappella  de'  Caetani  dipinta  super- 
bamente a  fresco  dal  concittadino  Siccio- 
lanle,  ed  esprime  la  Creazione  d'Adamo 
e  d'Eva,  questa  ingannata  dal  serpente, 
la  Flagellazione  del  Redentore,la  Senten- 
za contro  di  lui  pronunziata  da  Pilato,  la 
sua  salita  al  Calvario,   la  Crocefissione, 
la  Resurrezione,  e  altre  figure.  In  mezzo 
a  tutti  questi  dipinti  siede  la  B.  Vergine, 
cui  da'  Caetani  fu  intitolata  la  cappella. 
Vi  souo  altre  due  chiese,  una  delle  quali 
è  sagra  a  s.  Francesco  d'Asisi  sul  colle  a 
levante  fuori  di  porta  del  Pozzo,  e  quella 
de'cappuecini  delta  della  Madonna  della 
Vittoria,ove  s'ammira  un  bel  monumen- 
to sepolcrale  con  ornati  di  metallo  rap- 
presentanti busti  e  trofei  militari, e  lo  stem- 
ma del  celebre  Onorato  Caetani  duca  di 
Semionda  ivi  sepolto,che  tanto  si  distin- 
se nella  battaglia  diLepanto,morto  poi  nel 
i5o,2.Che  il  monumento  è  nella  chiesa  de' 
cappuccini  lo  afferma  Marocco,  e  ripor- 
tando le  lapidi  antiche  e  moderne  di  Ser- 
moneta,  lo  conferma  nel  riprodurre  quel- 
la di  Onorato,  Eques  Velleris   Aurei, 
fiat  in  classe  pontificia  universi  pedita- 
tus  capitaneus  generali.s.  Però  il  princi- 
pe Massimo  nella  2.*  Relazione,  aven- 
done fatto  cenno,  crede  esistere  il  sepol- 
cro nella  chiesa  di  s.  Francesco  de'  re- 
ligiosi riformati.  A  conciliare  la  discre- 
panza delle  due  asserzioni  osserverò,  che 
il  convento  de'  cappuccini  e  la  chiesa  di 
s.   Maria  della    Vittoria   furono  lasciati 
da  tali  religiosi,  e  forse  saranno  in  essi 
subentrati  i  minori   osservanti   riforma- 
li, denominandosi  la  chiesa  di  s.  Fran- 
cesco da'  francescani  che  l'ufficiano.    Il 
Contatole,  De  historia    Terraci/iensit 


io8  VEL 

stampata  nel  1706,  ragiona  di  Serrno- 
neta  a  p.  18  e  426,  ove  dice  esservi  due 
parrocchie,  varie  confraternite  di  secola- 
ri, e  tre  conventi  di  francescani,  cioè  de' 
conventuali,  zoccolatiti  o  minori  osser- 
vanti, e  de*  cappuccini;  il  monastero  de' 
monaci  di  s.  Bernardo;  e  la  chiesa  prin- 
cipale e  collegiata  di  s.  Maria  con  12  ca- 
nonicie  l'arcipretedignità.Di  tali  conven- 
ti e  monastero  ne  fece  menzione  anche 
il  Ricchi  nel  1713.  Edio  notai  nel  voi. 
LXI,  p.  4'2)che  in  conseguenza  dell'ordi- 
nato nel  1821  da  Pio  VII  al  ven.  can. 
Del  Bufalo,  questi  aprì  una  casa  in  Ser- 
moneta  alla  sua  congregazione  del  San- 
gue preziosissimo,  Si  legge  a  p.  1029  del 
Giornale  di  Roma  del  1857,  che  a*  24 
e  23  ottobre  si  festeggiò  in  Sermoneta 
con  divota  pompa  la  solennità  di  Maria 
ss.  della  Vittoria,  il  di  cui  prodigioso  si- 
mulacro si  venera  nell'insigne  chiesa  col 
legiata  di  s.  Maria,  perciò  sontuosamen- 
te parata.  E  che  il  comune  essendo  sta- 
to fin    dal  precedente  giugno  da   mg/ 
Mertel  ministro  dell'interno  fatto  vice- 
governo, volle  in  questa  occasione  solen- 
nizzare ancora  l'inaugurazione  del  palaz- 
zo governativo  coll'innalzamenlo  degli 
slemmi  pontificio  e  comunale,  sulla  fac- 
ciata di  detto  palazzo,  fra  il  suono  de' 
musicali  concerti  e  delle  campane,  e  lo 
sparo  de'  mortai  i.   V  intervenne  mg.r 
Luigi  Giordani  delegato   apostolico  del- 
la provincia  di  Marittima,  che  prese  al- 
loggio nel  furie  Caetani,  il  quale  nel  dì 
seguente  celebrò  la   messa  solenne  nel- 
la collegiata  di  s.  Maria,  accompagna- 
la da  musica  vocale  e  istruraentale;  nel- 
la processione  eh'  ebbe  luogo,  v'  inter- 
vennero le    numerose  confraternite ,  i 
religiosi  osservanti   e  il  clero  secolare. 
Nella  sera  s'incendiarono  fuochi  artificia- 
li, e  n>g.r  delegato  prima  di  partire  ono- 
rò di  sua  presenza  il  palazzo  d'abitazio- 
ne del  priore  comunale  Francesco  Pizi, 
e  gradì  un'apposita   refezione.  Dichiara 
il  Theuli  che  l'odierna  Sermoneta  suc- 
cesse all'aulica  Sulmona  città  volsca,  di- 


VEL 

versa  da  Sulmona  (P\)  patria  d'Ovidio 
ne'  Peligni.   Ne   fa  menzione   Plinio,  e 
Virgilio  due  volte  ne\V  Eneide,  massime 
per  avere  Enea  fatto  spietata   vendetta 
per  la  morte  di   Pattante,  per  cui  fece 
bruciar   vivi    sul  rogo  di  quel  principe 
4  giovani  di   Sulmona,  e  altrettanti  di 
Torri  Bianche  città  sulle  sponde  dell'IT • 
ferite  poco  lungi  da  Giostra.  Dice  il  Con- 
tatore, che  sarebbe    meglio  chiamarla 
Sulmoneta,  come  giudica  il   Gluverio, 
per  ritenerla  essere  la  Sulmona  città  del- 
l'aulico Lazio  di  cui  parlano  Plinio  e  Vir- 
gilio, ossia  originata  da  essa,  perchè  l'an- 
tica fu  distrutta  dalle  guerre  antiche,  co- 
me narra  il  medesimo  Plinio,  senza  che 
ne  rimanga  vestigio,  come  notò  il  Bie- 
chi, per  la  sua  completa  desolazione. Tut- 
tavia dopo  tanti  secoli  si  riconosce  esse- 
re surla  nel  sito  che  ora  dicesi  Sermone- 
ta Pecchia,  dove  ne'  latiboli  più  sotter- 
ranei negli  scavi  si  rinvennero  avanzi  del- 
la distrutta  Sulmona.  Il  cardinal  Corra- 
dini annovera  i  sulmonesi  tra'  53  popoli 
del  Lazio  depredati  senza  esserne  resta- 
to vestigio;  il  Baudrand  diceche  Salme 
oppidum  Volscorumin  Latio  interiisse, 
et  in  eius  ruinis  extructum  fuit  Salme 
novum.  Il  Nicolai  è  di  parere,  che  Sul- 
mona non  molto  distante  da  Norba  sem- 
bra che  fiorisse  prima  della  fondazione  di 
Roma.  Distrutta  la  città,  nello  stesso  site 
ritiene   fabbricato   il  castello   nominale 
Sermoneta,  Sirmineto  e  Sulmoneta. 
si  meraviglia  come   negli   antichi  auto- 
ri non  si  rinvenga  memoria  alcuna  d'una 
delle  più  vetuste  città  del  Lazio.  I  sermo- 
netani  coltivando  la  parte  superiore  del 
territorio  delle  Paludi  Pontine,  e  rice- 
vendo danni  gravi  e  frequenti  dall'alla- 
gamento del  le  ai  edesi  aie,  avendo  pensato 
seriamente  di  frenarlo  colla  costruzione 
di  certi  argini,  sostennero  più  volte  lite 
con  que'di  Sezze  (f/-)ì  i  quali  temendo 
clie  l'acque  venissero  a  stagnare  sul  ter- 
ritorio loro,  non  vollero  mai  permeitele 
die  fossero  altrove  rivolte,  come  può  ve- 
dersi nel  Nicolai  che  diffusa. mente  ne  trai- 


VEL 

t«»  nella  classica  opera,  Dc'bonificamrn' 
ti  delle  Terre  Pontine,  corredata  d'  o- 
gni  genere  di  documenti, piante  topogra- 
fiche,profili  ec.  Su  questo  importante  ar- 
gomento, che  più  volte  fece  guerreggiare 
setini  e  sermonetani,  prendendovi  parte 
i  popoli  convicini,  nell'archivio  di  Sezze 
si  conservano  interessantissimi  documen- 
ti. L'imperatore  Federico  II,  nemico  del- 
la Chiesa  e  di  papa  Gregorio  IX,  fra'  luo- 
ghi sui  quali  sfogò  il  suo  odio  uno  fu  la 
città  di  Sora  (f.)  che  distrusse  ripetu- 
tamente, onde  molti  soraui  privati  della 
patria  passarono  in  Semionda,  di  cui  al- 
lora si  compirono  le  pubbliche  mura.  In- 
di cominciarono  le  conlese  intorno  a' con- 
fini di  territori-!  di  Sezze,  di  Ninfa,  di  s. 
Donato  (castello  posto  tra  il  Foro  Appio, 
Circello  e  Astura,  che  durò  fino  al  i  3oo 
e  quindi  si  sommerse  senza  lasciar  di  se 
memoria,  ed  un  fiumicello  portò  il  suo 
nome),  e  di  Sermoneta.  Innocenzo  Fazzi 
con  dissertazione  difese  Bonifacio  Vili  e 
i  suoi  parenti  Caetani,  incolpati  dal  Cor- 
redini d'aver  promosso  le  prime  dissen- 
sioni fra'  sez/esi  e  i  sermonetani,  dimo- 
strando che  le  reciproche  doglianze  intor- 
no a'  detti  confini  rimontano  al  1270., 
nella  quale  epoca  le  nominate  terre  non 
erano  venute  in  dominio  de'  Caetani.  Di 
fatti,  nell'archivio  Vaticano  esiste  l'infor- 
mazione di  Gio.  Francesco  de  Rossi  : 
Terraeinensis  super  Castris  Sermone- 
tae,  Bassiani,  s.  Donati,  Nymphae,  ac 
Normarum.  Dal  trasunto  fatto  in  Fon- 
di e  riportato  nel  corpo  dell'  informazio- 
ne, apparisce  che  Sermoneta,  Bassiano  e 
s.  Donato  a' 29  aprile  1297  si  compra- 
rono a  favore  di  Pietro  Caetani  0  Gaetani 
nipote  di  Bonifacio  Vili,  dal  cardinal 
Pietro  ValerianoDuraguerra  di  Piperno 
diacono  di  s.  Maria  Nuova  per  la  somma 
di  17,000  fiorini  d'oro,  e  che  a' 4  otto- 
bre 1298  il  contratto  fu  approvato  da 
Bonifacio  Vili.  I  beni  che  apparteneva- 
no ad  Annibaldo  e  a  Giovanni  figlio  di 
Pietro  Annibaldi,  si  acquistarono  a  van- 
taggio del  medesimo  Pietro  Caetani  dal 


VEL  109 

cardinal  Francesco  Caetani  altro  nipote 
del  Papa  per  34>ooo  fiorini  d'oro  a'  16 
giugno  1297.  Di  nuovo  i  beni  toccati  in 
sorte  a  Francesca  vedova  d'Andrea  An- 
nibaldi, e  tutrice  de'  figli  Nicolò  e  Anni- 
baldo,  si  venderonoa'due  mentovali  car- 
dinali in  favore  del  medesimo  Pietro  Cae- 
tani per  18,000  fiorini  d'oro  nel  i.°  lu- 
glio dello  stesso  anno.  I  beni  poi  de'  fra- 
telli Lorenzo  e  Riccardo  Annibaldi  pas- 
sarono in  dominio  di  Pietro  Caetani  nel- 
la stessa  maniera  collo  sborso  di  1  7,000 
fiorini  a'  2  3  settembre  del  suddetto  an- 
no. A  questi  si  aggiunsero  gli  altri  posse- 
duti da  Nicolò  Annibaldi,  cui  si  pagaro- 
no 20,000  fiorini  a'  23  novembre  del 
memoralo  anno.  Oltre  a  ciò  Pietro  Cae- 
tani, per  divenir  padrone  del  castello  e 
territorio  di  Ninfa,  spese  200,000  fiori- 
ni d'oro  1'  8  settembre  1298,  porzione 
ricevendone  a  titolo  di  feudo  da  Bonifa- 
cio Vili  nel  i3oo.  Se  dunque,  come  so- 
stiene il  Fazzi,  i  sezzesi  e  i  sermonetani 
contendevano  fra  lorope'  confini  del  ter- 
ritorio prima  che  la  famiglia  Caetani  ve- 
nisse in  possesso  de'  nominati  paesi,  non 
si  potrà  più  quindi  trarre  congettura  per 
tacciare  Bonifacio  Vili.  Questo  Papa  in- 
feudò a' Caetani  Sermoneta,  Norma,Nin» 
fa,  Bassiano  e  s.  Donato,  al  riferire  di  Ca- 
stellano e  Marocco.  Pare  a  mg.r  Nicolai 
molto  verosimile,  che  in  un  terreno  assai 
facile  per  natura  e  tendente  a  impaluda- 
re, e  spesso  rivolto  e  smosso  pe'  lavori 
fattivi,  i  fiumi  abbandonati  al  loro  im- 
peto per  la  infelicità  de'  tempi  e  per  la 
negligenza  delle  popolazioni,da  loro  stes- 
si abbiano  altrove  pagato  il  corso  dell'ac- 
que lasciando  gli  antichi  alvei  ;  e  colle 
frequenti  inondazioni  mutando  l'aspetto 
del  suolo,  abbiano  distrutto  e  confuso 
il  confine  de'  territori!.  Il  che  apparirà 
più  ancora  credibile,  ove  si  l'iflelta  che 
le  medesime  ragioni  posero  già  Tcrraei- 
na  in  lite  con  Piperno,  narrata  dallo 
stesso  Nicolai.  Col  dominio  di  Sermone- 
ta passarono  a  Pietro  Caetani  anche  le 
conlese  de'  sei  mondani  co'  sezzesi;  on- 


no  VEL 

d'egli  nell'anno  dopo  la  compra  della  si- 
gnoria, cioè  nel  1 299,  venne  a  concordia 
co'  sezzesi  con  islipulare  solenne  istru- 
mento  di  divisione,  cui  Bonifacio  Vili 
aggiunse  forza  e  autorità  nel  i3oo  colla 
pontifìcia  sanzione.  In  tale  allo  è  chia- 
malo: Magnificila  vir  Dominus  Petrus 
Cajctanus  Domini  Papa?.   Nepost  Co- 
ntèa Casertanusel  Dominus  Castroruni 
JXymphac,  Sermonelae,  et  s.  Donati.  II 
Nicolai  poi  racconta  come  iCaetani  si  op- 
posero a'iavori  de'  sezzesi  per  asciugare  i 
loro  terreni  dall'  acque  delle  Paludi  Pon- 
tine, e  le  ostinate  contese  co'  medesimi  ; 
che  co'  sertnonelaui  ottennero  d'  asciu- 
gare a  proprie  spese  i  loro  terreni  dalle 
acque  stagnanti;  e  che  volendo  ristora- 
re il  porlo  di  Paola  presso  il  loro  feudo 
di  s.  Felice  (  F.),  furono  impediti  nel  bel 
disegno.  In  quell'articolo  narrai  l'  acqui- 
sto che  ne  fece  nel  i3oi   il  medesimo 
Pietro  Caetani,  colla  sua  rocca,  vassalli, 
territorio,  col  mero  e  misto  impero,  cou 
il  lago  di  Paola,  acquisto  anch'  esso  ap- 
provalo da   Bonifacio  Vili,  in   uno   a 
quello  degli  altri  feudi  e  beni  posti  nel- 
le provincie  di  Marittima  e  Campagna, 
che  ivi  nominai,  inclusivamenle  e  Gavi- 
gnanoeCarpineto;ai  ticolo  in  cui  vi  sono 
diverse  notizie  de'  Caetani.  Nel  1  378  O- 
norato  Caelani  sianole  di  Semionda, di 
Ninfa  e  di  Bassiano,  conte  di  Fondi  (/' .), 
accolse  in  tal  città  i  cardinali  scismatici 
ribelli  al  Pontefice  t7W><7«o  ri(V.)j  qua- 
li ivi  elessero  l'antipapa  Clemente  FIIt 
che  recandosi  in  Avignone  die  principio 
al  perniciosissimo,  lungo  e  grande  Sci- 
sma [F .)  d'occidente.  Pertanto  Urbano 
VI  fulminò  di  scomunica  Onorato  cou 
tutti  i  fautori  e  sostenitori  dell'antipapa. 
Il  successore  Papa  Bonifacio  IX  ordinò 
rigoroso  processo  contro  Onorato  come 
reo  di  lesa  maestà  e  d'apostasia,  pubbli- 
cando una  crociata  contro  di  lui,  il  quale 
nel  i4oo  co'  Colonnesi  tentò  d'occupare 
Boma  e  arrestare  il  Papa.  Ecco  come  lo 
racconta  il  cav.  Coppi  nelle  Memorie  Co- 
lenitesi.  Giovauui  e  Nicolò  Colonna  si- 


: 


rò 

5 


VEL 

gnori  dì  Palc«trina,  ad  onta  che  diven 
li  sospetti  a  Bonifacio  I  X  con  lettere  pi 
curarono  giustificarsi,  realmente  eran 
collegati  con  Onoralo  Caetani  conte  di 
Fondi, fautore  acerrimo  anche  del  nuovo 
antipapa  Benedetto  XIII.  Quindi  erano 
sempre  sospetti  alla  curia  romana.  Voi 
però  Bonifacio  IX  assicurarsi  di  lorof* 
de  mediante  convenzione  nel  1  397,  col 
quale  i  Colonnessi  promisero  al  carne 
lengo  pontificio  Corrado  arcivescovo 
Nicosia,  d'essere  di  voti  e  ubbidienti  al  P, 
pa  ed  alla  Chiesa,  e  per  un  triennio  non 
avrebbero  contratta  lega  o  federazione 
con  alcuno,  né  si  sarebbero  obbligati  ad 
alcun  patto  contrario  allo  stato  pontifi- 
cio. Ciò  non  ostante,  ignorasi  per  qua] 
moti  vo,  Nicolò  concertatosi  con  alcuni  10 
mani,  in  una  notte  di  gennaio  1  4oo,entrò 
con  una  turba  d'armali  in  Boma  per 
porta  del  Popolo,  e  ne  percorse  varie  co 
ti  ade  gridando:  Viva  il  popolo,^  Muo< 
Bonifacio  IX  tiranno.  Pervenne  sino  a 
la  piazza  del  Campidoglio,  e  tentò  d' im- 
padronirsi del  palazzo  senatorio  e  del 
propinquo  convento  d'Araceli.  Ma  ne  fu 
respinto  per  opera  specialmente  diZacca- 
i  ia  Trevisani  patrizio  veneto,  senatore  di 
Roma,  ed  allo  spuntar  dell'alba  dovette 
abbandonar  l' impresa  e  ritirarsi  dalla 
città.  All'istante  furono  giustiziati  3i  de' 
suoi,  che  caddero  in  potere  de'  romani. 
Il  Papa  avendo  spedilo  a'  Colonnesi  An- 
gelo de  Affliclis  vescovo  di  Polignano  e 
amministratore  di  Palestrina,  per  richia- 
marli dall'errore,  essi  lo  fecero  arrestare 
e  lo  tennero  in  custodia.  Laonde  Boni- 
facio IX  ordinò  a  3  cardinali  di  compi- 
lare un  processo  per  verificare  questi  e 
altri  falti,  e  riferire  in  concistoro.  Nel 
giorno  poi  i4  di  maggio  dichiarò  i  pre- 
delti  Giovanni  e  Nicolò  Colonna  scomu- 
nicati, rei  di  lesa  maestà,  e  privati  uni- 
tamente a'  loro  discendenti  e  posteri  di 
qualunque  onore  e  dignità  e  feudi  che 
avessero  dalla  Chiesa  romana  o  da  altre 
Chiese,  dal  romano  impero,  e  da  qualsi- 
voglia altro  sovrano;  di  più  che  fossero 


V  E  L 

similmente  confiscali  i  loro  beni,   colla 
bollii   Rrgnans  in  Excelsis.  Con  ulti  a 
bolla  de'  i\  dello  stesso  mese,  il    Papa 
sottopose  all'interdetto  ecclesiastico  Ga- 
lestrina, Castel  Nuovo,  Zugarolo,  Galle- 
se, l'enne,  Pazzaglia,  s.  Gregorio,  Gal- 
licano e  le  altre  tene  e  luoghi  possedu- 
ti da'  due   Colonnesi   scomunicati.  Nel 
tempo  stesso  promulgò  contro  di  loro  la 
crociata.  Formossi    quindi  un   esercito 
composto  di  milizie  romane,  2000  caval- 
li pontificii  e  varie  truppe  napoletane,  il 
quale  assediò  inutilmente  Palestrina  si- 
no al  principiar  dell'inverno,  ed  intanto 
devastò  le  circonvicine  campagne.   Sul 
principio  però  del  i4°'  '  l'ue  Colonne- 
si  preseutaronsi  in  Roma  a  Bonifacio  IX, 
confessarono  i  loro  delitti,  ne  chiesero 
perdono, promisero  con  giuramento  d'ub- 
bidire agli  ordini  pontificii,  ed  ottennero 
piena  assoluzione  e  reintegrazione  nello 
stato  in  cui  erano  precedentemente.  Nel- 
lo stesso  i/foi  e  colla  medesima  clemen- 
za, Bonifacio  IX  assolvette  Giacomello 
Caetani,  figlio  del  defunto  Onorato  con- 
te di  Fondi,  e  liberalmente  gli  restituì 
Sermoneta,  Bassiano  e  Ninfa,  castelli  che 
per  la  ribellione  del   padre  erano  stati 
confiscati    e  incamerati.   Apprendo  dal 
principe  Massimo,  Relazione  del  viaggio 
di  Gregorio  XVI a  s.  Feliee,  che  Ono- 
ralo Il  Caetani  conte  di  Fondi  neh 4^2 
ricevette  in  Sermoneta  l'imperatore  Fe- 
derico 111,  coronato  in  Roma  da  Nicolò 
V,con  altri  distinli  personaggi,  trattan- 
dolo con  tale  grandiosità  e  magnificenza, 
che  l'imperatore  gli  fece  in  pubblico  un 
elogio  col  chiamarlo  meritamente  Ono- 
rato non  solo  di  nome,  ma  ancora  di  fat- 
to. Trovo  in  Marocco,  che  l'imperatore 
coll'imperatrice  Eleonora  sua  sposa  per- 
nottarono nell'ospizio  de'  cappuccini   di 
Sermoneta.   Inoltre  Onorato  II  più  tar- 
di in  Sermoneta  vi  diede  eguale  tratta- 
mento alla  duchessa  di  Calabria,  figlia 
del  duca  di  Milano,  moglie  del  duca  poi 
Alfonso  II  re  di  Napoli.  Nel  castello  di 
Sermoneta  Ouoiato  11  più  volle  ospitò 


V  E  L  in 

splendidamente  vari  nunzi  e  commissari 
della  s.  Sede, ed  altri  gran  signori.  Ezian- 
dio nell'articolo  s.  Felice  raccontai   col 
principe   Massimo,  che  Alessandro  VI 
Borgia  cercando  d'innalzarla  propria  fa- 
miglia sulle  rovine  delle  grandi  case  di 
Roma  e  dello  stato,  e  prendendosela  Off 
con  l'ima  or  con  l'altra,  non  tardò  a  tro- 
var motivi  di   togliere  a'  Caetani  i  loro 
beni,  e  confiscarne  i  feudi  che  possedeva- 
no nello  stato  pontificio,  i  quali   di  suo 
ordine  furono  dalla   camera   apostolica 
venduti  per  80,000  ducati  d'oro  alla  pre- 
diletta sua  figlia  Lucrezia  Borgia   prin- 
cipessa di  Salerno. Questi  feudi  erano  Ser- 
moneta, Bassiano,  Ninfa,  Norma,  Teve- 
re, Cisterna,  s.  Felice  e  s.  Donato,  co'  lo- 
ro territorii,  fortezze  e  altre  pertinenze, 
col  mero  e  misto  impero  e  con  tutte  le 
giurisdizioni  ;  e  l'istromento  fu  stipulato 
a'  12  febbraio  i5oo  nel  palazzo  Vatica- 
no, ove  erasi  perciò  riunita  la  camera  a- 
postolica,  composta  in  allora  da'  prelati 
Pietro  arcivescovo  di  Reggio  governato- 
re di  Roma,  Francesco  Borgia  tesoriere, 
Sinolfo  di  Castro  vescovo  di  Chiusi,  Do- 
menico Capranica,  Ottaviano  vescovo  di 
Mariana,  Adriano  protonotario  apostoli- 
co, Ventura  Bonassai,  presidenti  e  chie- 
rici di  camera.  Narra  il  Ratti,  Della  fa- 
miglia Sforza ,1. 1  ,p.  382,che  Alessandro 
VI  Borgia  avea  infeudato  a  vita  di  Nepi 
e  di  Anlicoli  nella  Campania  il  cardinal 
A  Scanio  Sforza,  ma  però  non  ne  godè  si- 
no alla  morte,  poiché  tale  Papa  qualche 
anno  dopo  gli  ritolse  il  suo  dono. Tanto  ri- 
levasi dalla  sua  bolla  del  1. "ottobre  1  5oo, 
colla  quale  approva  la  donazione  fatta  da 
sua  figlia  Lucrezia  Borgia,  allora  duches- 
sa di   Bisceglia,  a   Roderico  e  Giovanni 
suoi  figli,  il  i.° di  due  e  l'altro  di  tre  anni, 
della  città  di  Nepi,  della  terra  di  Sermo- 
neta con  altri  molti  luoghi  e  terre,  unen- 
dovene  lo  slesso  Papa   moltissime  altre 
confiscate  a'  Colonuesi,  Savelli,  Estoule- 
ville  e  altri  signori  romani,  ed  innalzan- 
do allora  al  titolo  di  ducato  per  la  pri- 
ma volta  Sermoneta  a  favore  di  Roder!- 


ita  VEL 

co,  elYepi  a  favore  di  Giovanni.  Nelln  di- 
"visione  che  fece  lo  slesso  Papa  delle  sud- 
dette città  e  tene  fra' due  suoi  nipoti  è 
couipresoanche  il  castello  di  Anticoli.  Ec- 
co le  parole  della  bolla,  dalla  quale  ap- 
parisce di  qual  ricco  e  vasto  paese  fosse- 
ro investiti  i  due  fanciulli  Borgia  dall'a- 
vo Alessandro  VI.  »  Bona  vero  omnia 
supradicta,  videlicet  ci vitates,  castra,  op- 
pida,  terrae,  et  loca,  quorum  alirpia  suut 
expressa, et  divisa,  hic  propriis  duxituus 
exprimenda  vocabùlis,  et  in  bunc,  qui 
sequilur,  modum  inter  Rodericum  Bor- 
giam  de  Aragonia  Bisselli  ducem,et  Joan- 
nem  eliam  de  Borgia  domicellum  roma- 
num  praefatos  dividenda,  videlicet  Ser- 
monetam,  Castrum  Bassiani,  tenutam 
Nimphae,  Noruaarum,  Riverae,  Cister- 
nae,  s.  Felicis,  s.  Donati,  civitatem  Al- 
bani, Neptunum,  Ardeam,Civilatem  La- 
viniain,  Nemum,  Genzanum,  Castrum 
Candulphi,  Boccam  Ghtugam,  Sonni- 
mim,  s.  Laurentium,  Cicclianum,  Poffi, 
Vallem  Cursam,  s.  Stepbanum,  Montem 
s.Joannis,Strangulagallum,Salvateiiam, 
JulianumjCastiumBiparum,  Arrena  riam 
Koderico  pio  se,  suisque  haeredibus,  et 
successoribus,  ci  vitates  vero  Nepesinaoi, 
Prenestinam,  Arignanum,  Castrum  No- 
vum,  Genezanum,  Pallianum,  Cainutn, 
Marenum,  Boccam  Papae,  Frascatum, 
Montem  Campatrum,  Roccam  Priorem, 
Montem  Fortinum,  Zagarolam,  Boccam 
Ranarum,  Capranicam,  s.  Juslum, Piscia- 
num,  Cecilianum,  Olebanum,  Rancha- 
tum,  Turrim  Mallbei,  Surronum,  Pil- 
lium ,  Anticulum  Campaniae,  Turrim 
Trivigliarn,  Ttiviglianum,  Vicum,  Col- 
lem  l'ardi. Supinum,Morellum,  Scurou- 
lum,  Pedelucum  cum  ejusLacu,seu  jus 
tertii  medii  Montis  Alti,  medietatae  te- 
nutile Saxi,quara  bo.  me.  cardinali»  Jo. 
Bapt.  de  Sabellis,  dtim  in  humanisage- 
bat,  tenebat,  et  possidebat,  ac  Ricciam 
Joanni  Borgiae  etiam  prò  se,  liberis,  hae- 
redibusque,  et  successoribus  suis  prae- 
fatis  in  perpetuum,  ut  supra  diximus, 
donamus,coucedimus,etassignauiusmo- 


VEL 

do  et  forma  premissis  dividentes,  etc.  " 
Noterò  che  i  suddetti  Roderico  e  Giovan- 
ni erano  nati  da  Lucrezia  e  dal   marito 
d.  Alfonso  d'Aragona  duca  di  Bisceglia  e 
figlio  naturale  d'Alfonso  11  redi  Napoli, 
che  nel  i5oo  fu  assassinato  nel  proprio 
letto  della  moglie  dal  fratello  di  questa  il 
famoso  Cesare  Borgia  duca  di  Valenza 
(V.)  di  Francia  o  del  Valenlinois,  come 
corse  la  fama;  anzi  il  Novaes  fra  le  illu- 
stri viltimedella  crudeltà  dello  stesso  Ce- 
sare vi  annovera  i  Caetani.  Il  eh.    Beu- 
inont,  Della  diplomazia  italiana,  libro 
pubblicato  nel  j 807,  con  Marin  Sanuto 
racconta.  Lucrezia  prima  era  in   grazia 
del  Papa  suo  padre,  ma  poi  diminuì  l'a- 
more per  essa,  probabilmente  in  seguilo 
alle  lagnanze  sue  per  l'uccisione  del  ma- 
rito procurata  da  Cesare,  onde  Alessan- 
dro VI  la  mandò  a  Nepi,  e  le  die  Sermt 
neta,  rocca  e  terra  de'Caelani,  che  gli  ce 
sto  80,000  ducali,  benché  Cesare  gliel 
tolse,dicendo:E  donna, non  la  potrà  mai 
tenere.  Pare  probabile  che  i  Caetani  01 
pressi  si  unissero  a'Colonnesi  ed  a'Save 
li,  imperocché  leggo  nell'annalista  Rinal 
di  e  nel  Coppi, che  Alessandro  VI  si  ni 
a'  francesi  contro   Federico  I  re  di  Na 
poli,  che  chiamava  i  turchi   a  stermini 
d'Italia,  per  questo  parteggiando  i  Color 
nesi.   11   Papa  adunalo  un  esercito   usci 
in  Campagna  a'  17  luglio  i5oi,  facendo 
1'  ufficio  di  capitano  generale,  espugnò 
diverse  loro  terre^  e  soggiogò  colla  pre- 
senza sua  Semionda  ed  altri    luoghi  de 
Colonnnesi  o  occupati  da  loro.  Ma  il  Bau- 
co  dice  semplicemente  che  il  Papa  vi  si 
recò  a  vedere  il  nuovo  acquisto  a'  3  1  lu- 
glio e  ne  partì  a'  3  agosto.  Indi  Alessan- 
dro VI  a'  20  agosto  pubblicò  una  bolla  1 
di    scomunica  contro   i  Colonnesi  ed  i  \ 
favelli,  dichiarandoli  rei  di   lesa  maestà  l 
e  privandoli  de'loro  beni.  Poscia  con  al- 
tra bolla  de' 17  settembre  Alessandro  VT 
divise  le  terre  ed  i  castelli  confiscati  ti 
suoi  figli  e  nipoti.  Dipoi  morto  il  Papa; 
i8agostoi5o3,  i  Colonnesi  ricuperaroi 
le  loro  terre,  e  si  pacificarono  con  Cesa 


VE  L 

re,  il  quale  gl'invito  a  tornare  negli  stali 
propri,  e  restituì  loro  le  fortezze  da  A- 
lessandro  VI  con  grandi  spese  restaurate 
e  ampliate.  Il  Cancellieri,  Lettera  sulla 
spaile  de' pia  celebri  sovrani  e  generali, 
racconta  della  famosa  Spada  (V.)  di  Ce- 
sare Borgia,  che  pervenuta  in  potere  di 
mg/  Onorato  Caetani,  questi  si  propo- 
se di  collocarla  nella  rocca  di  Sermoneta, 
dal  Borgia  assediata  ed  espugnata,  e  per 
averla  impugnata  contro  i  Caetani  colla 
morte  di  vari  di  essi.  A  tale  effetto  inca- 
ricò'il  gesuita  p.  Caetani  di  formarne  l'i- 
scrizione, e  questi  nel  1790  la  .sottopose 
alla  revisione  di  Cancellieri,  il  quale  la 
riprodusse  del  seguente  tenore,  sebbene 
non  fu  messa  in  opera  perchè  la  spada  re- 
stò presso  il  defunto  duca  d.  Enrico  Cae- 
tani padre  del  vivente  d.  Michelangelo 
duca  di  Sermoneta,benemerito  colonnel- 
lo direttore  e  comandante  de'  Pompieri 
(Z7.)  pontificii,  il  quale  è  l'attuale  pro- 
prielario'della  medesima.  Gladius  quem 
heic  appensum  hospes  adspicis  -  Cae- 
saris  Borgiae  V alentini  dncis  olirti  fiat - 
Sermonetanorum  sanguine  cruentatus  - 
Ne  arnplius  desaevìrel-  Mulierum  Cam- 
millae  quondam  suae  virtutem-  Aenni- 
lanlium  -  Ingentes  praestitere  animi  - 
Curante  autem  Honorato  Caietano  - 
Ex  Sermonetae  ducibus  -  In  huius  ar- 
ci* armamentario  est  conlocatus  -  JYul- 
libi  melius-  Ubienim  saevierat-  Ibi  in- 
decora rubigine  co nsumendus  -  Ad  pe- 
renne iniquae  aggressionis  Caesaria- 
nae-Et  egregiae  Sermonetanorum  -  In 
snos  Caietanos  principes  voluntatis  - 
Monumentimi.  Anche  l'annalista  Mura- 
tori all'anno  i5oi  riferisce,  che  Alessan- 
dro VI  si  portò  in  persona  all'assedio  di 
Sermoneta.  Questa  poi  con  altri  possedi- 
menti tornò  in  potere  de'  Caetani  me- 
diante bolla  pubblicata  da  Giulio  II  nel 
i5o4,  della  quale  si  legge  un  brano  nel 
Nicolai,  in  cui  seno  nominati  Giacomo 
e  Guglielmo  Caetani;  così  s.  Felice  ed  al- 
tri  feudi,  mediante  breve  dello  slessoGiu- 
Ho  li  de'  3  gennaio  i5o6,  in  favore  di 
vol.  LXXXIX. 


VEL 


n3 


Guglielmo  Caetani  figlio  del  suddetto 
conte  di  Fondi  Onorato  li  defunto  nel 
1478.  Sermoneta  nel  i536  a'  3  aprile 
fu  onorata  dalla  presenza  del  possente 
imperatore  Carlo  V,che  si  recava  a  Ro- 
ma, e  ne  visitò  la  chiesa  principale.Altret- 
tanto  fece  Papa  Gregorio  XIII  a' ^set- 
tembre «576,  e  P  imparo  da  Marocco. 
Nel  Discorso  pubblicato  con  note  dal  eh* 
prof.  Paolo  Mazio,  Giornale  Arcadico, 
t.  6,  p.179  della  nuova  serie,  però  si  leg- 
ge :  »  Che  Gregorio  XIII  rimproverò 
Pirro  Caetani  della  sua  indifferenza  nel 
tollerare  che  i  banditi  e  masnadieri  si 
rifugiassero  nelle  sue  terre  feudali".  Ri- 
porta Calindri,  che  il  successore  Sisto  V 
dichiarò  Sermoneta  città  ducale.  Vuo- 
le Novaes,  ed  anche  Rauco,  che  questo 
Papa  nel  suo  viaggio  alle  Paludi  Ponti- 
ne per  promuoverne  il  cominciato  disec- 
camento,  fosse  pure  andato  in  Sermone- 
ta ;  ma  il  Nicolai  non  ne  fa  parola,  ben* 
sì  dice  che  nell'ottobre  1589  nel  ritor- 
no da'  paesi  Pontini  fu  ricevuto  da'  du- 
chi Gaelani  in  Cisterna,  con  ogni  sorta 
d'  onore  e  d'  ossequio,  e  quindi  si  ricon- 
dusse sollecito  a  Roma.  Però  leggo  nel  p. 
Tempesti,  Storia  di  Sisto  V,  I.  2,  p.  65, 
che  tornato  in  Roma  a'  i5  ottobre  rac- 
contò in  concistoro  d'aver  fatto  un  viag- 
gio prospero,  d'aver  visitato  Terracina, 
Piperno  e  Sermoneta  ;  disse  aver  visita- 
to le  spiaggie  del  mare,  e  Pavea  conside- 
rate per  assicurarsi  se  fossero  idonee  a  fab- 
bricarvi importo,  cioèa  Terracina,  per  fa- 
vorire l'abbondanza  e  la  pubblica  utilità, 
ma  temere  che  poi  potesse  servire  di  co- 
modità a'nemici  per  essere  i  luoghi  abi- 
tati molto  discosti  dal  sito  ove  solamente 
si  poteva  costruire.  Indi  soggiunse  che 
que'popoli  godevano  tranquillità  grande, 
non  più  molestati  da'banditi. Imperocché 
il  p.  Maffei,  Degli  annali  di  Gregorio, 
XIII,  t.  1,  p.  70,  fra'  fuorosciti  che  nel 
suo  pontificalo  agitarono  alcune  Provin- 
cie dello  stato  papale,  parla  di  quelli  del- 
l' Abruzzo,  e  de'  terrilorii  di  Veroli,  di 
Bauco  e  di  altri  della  Campagna  di  Roma, 
8 


n4  VEL 

anzi  vicino  a  Roma  stessa  verso  pure  Ca- 
pranica  e  Nepi,che  commette  vano  atrocis- 
simi ladrocini'!.  Contro  quelli  di  Campa- 
gna Gregorio  XI11  mandò  il  commissario 
Rhetica  con  4oo  fanti;  e  da  Napoli  venne 
spedito  il  commissario  Fata  con  i5o  sol- 
dati, i  due  commissari  si  posero  di  concer- 
to fra  loro  per  dar  la  caccia  a  quelle  fie- 
re armate.  Il  Muratori  all'anno  i585 
loda  Gregorio  XIII  spirante  solo  cle- 
menza e  di  lauta  benignità,  che  forse  gli 
venne  attribuita  a  difetto.  Perciò  dice  es- 
sere cresciuta  la  licenza  e  prepotenza  in 
Roma,  e  dappertutto  abbondando  i  ban- 
diti e  i  sicari),  e  per  quanto  il  Papa  si  a- 
doperasse  a  frenare  tali  disordini,  non  gli 
veune  fatto  d'estirparli.  Succeduto  a  lui 
Sisto, V,  volle  acquistare  gran  nome  colla 
sola  giustizia,  col  far  tacere  la  clemenza, 
quasi  virtù  fomeutatrice  de'caltivi;  e  l'e- 
sercitò con  rigidezza  inesorabile.  Pertan- 
to si  propose  animoso  di  schiantar  la 
mala  razza  de'  banditi  e  de'  malviventi, 
che  specialmente  passati  dal  regno  di 
Napoli  nello  stalo  ecclesiastico,  ed  attnip- 
pali infestavano  non  solamente  le  vie  ma 
le  ville  slesse,  con  ruba  nienti,  stupri,  in- 
cendi e  assassini*!.  Pubblicò  il  Papa  una 
terribile  bolla  contro  di  costoro  e  di 
chiunque  desse  loro  favore  o  ricetto  :  po- 
scia mandò  il  cardinal  Colonna  nella 
provincia  di  Campagna  con  titolo  di  le- 
galo, e  aliti  simili  cardinali  in  Bologna  e 
in  Romagna,  acciocché  con  rigorosa  giu- 
stizia rimettessero  la  pubblica  quiete. 
Furono  presi  alcuni  e  giustiziati;  Cui  tie- 
to,Marco  Sciarra  (del  quale  riparlerò  nel 
paragrafo  Cori)  e  altri  capi  di  genie  sì 
mal  vaglia  uscirono  dallo  slato  ecclesia- 
stico; pure  non  si  potè  svellere  del  tutto 
quella  gramigna.  La  bolla  io  qualche  luo- 
go fu  eseguita  con  lauto  rigore,  che  la 
buona  intenzione  di  Sisto  V  si  convelli 
in  manifesta  crudeltà,  facendosi  morire 
madri  e  altri  stretti  parenti,  per  avere  ri- 
cettato uua  notte  in  casa  i  figli  e  i  con- 
giunti, o  per  aver  dato  loro  uua  sola  vol- 
ta da  mangiare.  Tanto  il  Muratori  lite- 


VEL 

lisce  all'anno  i58ó.  Narra  il  medesimo 
p.  Tempesti  nel  t.  i,p.  i4o,  che  il  san- 
guinario Quercino  (il  p.Maflei  sunnomi- 
nato, nel  t.  2,  p.  357,lo  chiama  Prete  da 
Quercino  capo  ladrone, il  quale  impune- 
mente con  gran  quantità  di  malvagi  scor- 
reva i  luoghi, commettendo  ogni  sorta  di 
rapine  e  di  vendette,  nonché  disonestà. 
Col  suo  ardire  non  dubitò  di  contraffar! 
la  dignità  pontifìcia  di  Gregorio  X  Ili, nel 
l'assoluzione  de'peccati  e  nella  concessit 
ne  delle  grazie.  Quel  Papa  deputò  con- 
tro di  lui   mg.'  Ougarese  per  commissa- 
rio generale  con  autorità  suprema,  insie- 
me a  5oo  fanti  e  3oo  cavalli)  sacrilego 
duce  di  sica  ri  i   li  più  spietati,  si  faceva 
chiamare,  conforme  racconta  il  Galesini, 
Re  della  provincia  di  Campagna,  usui 
pandosi  nome  sì  augusto  in  lutti  gli  edit- 
ti, polizze  e  lettere  che  di  sua  mano  fii 
mava.  Ed  era  tanto  accecato  dalla  su- 
perbia, che  arrivò  alla  scellerata  baldat 
za  di  proibire  al  vescovo  di  Anagni  1' 
sercizio  della  sua  dignità,  comandando: 
clero  ed  alla  diocesi  atterrita  da'suoi  cri 
delissimi  scempi!, di  riconoscere  solamen- 
te prete  Guerciuo  come  vescovo  e  come 
re.  Incontratosi  questo  mostro  presso  Ter- 
racina  con  Antonio  Caraffa,  fratello  del 
duca  di  Luceria,  che  ritornava  da  Roma, 
dopo  aver  prestata  obbedienza  a  Sisto  V, 
lo  spogliò  affatto,  rubandogli  vestiineula, 
denari  e  viatico;  e  non  fu  poca  umanità 
lasciare  a   lui  ed  a 'suoi  la  vita  in  donc 
Giunto  a  Terracina  così  assassinato, nudi 
e  mezzo  morto,  s'inorridirono  gli  abitai 
ti,  e  ne  fu  spedito  rapidamente  avviso  ; 
Sisto  V.  Si  strinse  il  cuore  per  compas- 
sione al  Papa,  e  provvide  tosto  alle  bi- 
sogna dell'oratore.  Dopo  essere  stato  ur 
poco  acciglialo,  disse  :  Costui  non  inerit 
che  gli  facciamo  tanto  onore  di  mandar- 
gli contro  soldati  e  sbirri,  ma  la  noslr; 
bolla  (Hoc  nostri,  riferita  dal  p.  Tempe- 
sti, in  cui  rigorosamente  si  ordina  a'ba- 
rooi  de'luoghi,a'magistrali,a'comuni  di 
fare  arrestare  i  malviventi,  dovendosi  da- 
re il  segno  a  prender  l'anni  col  suono  del- 


VEL 

le  campane;  infliggendo  severe  e  terribi- 
li pene  contro  i  fomentatori,  ospitalieri  e 
manutengoli  di  tali  empii)  lo  acchiappe- 
rà. E  disse  il  vero  ;  poiché  in  pochi  gior- 
nifu  raggiunto,  gli  fu  tagliato  l'infame 
capo,  e  infilato  in  un  palo,  con  una  coro- 
na dorata  in  ludibrio,  fu  mandato  velo- 
cissimamente a  Roma,  ed  esposto  in  Ca- 
stel s.  Angelo.  I  seguaci  di  questo  disgra- 
ziato si  dispersero  :  3o  fuggirono  nelle 
montagne  d'Urbino,  e  vi  restarono  avve- 
lenati; altri  furono  giustiziati  (impiccati 
e  arrotati  dice  il  Novaes,  nella  Storia  di 
Gregorio  XIII).  Altri  tentarono  scam- 
po, ma  pagarono  sotto  altri  principi  il  fio 
di  loro  scelleratezze  ;  e  così  respirò  la  pro- 
vincia della  Campagna,  e  quella  spiag- 
gia rimase  netta.  Sisto  V  come  severa- 
mente proibì  a'presidi  delle  provi ncie  di 
dare  ricetto  a'banditi  regnicoli,  ordinan- 
do di  consegnarli  subito  all'  autorità  re- 
gia, così  permise  a  queste  di  perseguitar- 
li nel  dominio  ecclesiastico,  in  qualunque 
luogo  ancorché  immune,  non  esclusi  i 
monasteri.  Di  più.  il  p.  Tempesti  racconta 
a  p.  i49>  che  Sisto  V  fatto  pubblicare  uu 
rigorosissimo  bando  contro  i  banditi,  la- 
droni e  facinorosi,  per  la  loro  estirpazio- 
ne, con  premi  di  taglie,  immediatamen- 
te fu  recata  in  Roma  infilala  in  un  palo, 
con  dorata  corona  per  ludibrio,  la  testa 
di  un  certo  prete  Ardeatino  (il  Novaes  che 
ne  parla  nella  Storia  di  Gregorio  XIII 
Io  chiamaGiovanni  Valenti, facendo  men- 
zione d'altro  capo  di  malviventi  nomi- 
nato Marinacelo,  che  il  p.  Martei  chiama 
Marianaccio,e  contro  il  quale  ladrone  in- 
viò nelle  selve  di  Cerveteri  un  capitano 
con  3oo  fantij,ladro  scelleratissimo  e  prin- 
cipe di  tutti  i  ladri,  il  quale  debaccando 
specialmente  nel  Lazio,  trattava  i  popoli 
con  sì  spietate  barbarie  cheavea  sparso 
sommo  terrore  per  ogni  dove.  Scorreva 
qua  e  là  qual  folgore  questo  infame  si- 
cai  io,aiutato  da  tanti  di  simil  forfora,  che 
sembrava  impossibile  potei  lo  arrestare o 
colla  forza  o  colle  insidie.  La  sua  super- 
bia l'avea  tanto  accecalo,  che  ne' suoi  e- 


VEL  n5 

dilli  s'intitolava  :  Noi  Giovanni  falca- 
te alias  Prete  Ardeatino,  esule  peritis- 
simo, e  fortissimo  principe  di  tutta  la 
spiaggia  marina,  e  di  tutta  la  regione 
montana.  Usurpandosi  quindi  l'assoluta 
sovranità,  si  era  formato  la  zecca,  batten- 
do monete  colla  sua  impronta.  Il  cardi- 
nal Marc'Antouio  Colonna  legato  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  Usò  tutte  le  indu- 
strie per  averlo  vivo  o  morto  nelle  sue 
mani;ma  conoscendo  inutile  ogni  diligen- 
za, e  dubitando  d'essere  rimproverato  da 
Sisto  V,  prevenne  questi,  d'aver  fatto 
tutto  il  possibile;  onde  per  poterlo  sicu- 
ramente arrestare  non  trovare  altro  mez- 
zo più  efficace  della  cooperazione  d'una 
galera  ben  corredata,  poiché  lo  scellera- 
to dopo  la  sconfìtta  della  masnada  di  prete 
Guercino.a  vea  imparato  a  sapersi  meglio 
guardare,  e  stava  in  continuo  moto  dal 
mare  in  terra,  da  terra  in  mare,  commet- 
tendo ovunque  assassinamenti  atroci.  Fe- 
ce rispondergli  Sisto  V,  non  esservi  biso- 
gno la  galera  armata,  ma  l'esecuzione  fe- 
dele di  sua  bolla  avrebbe  preso  loscellera- 
to,ecosì  fu.  Venne  preso, tronca  lo  il  capo,e 
subitamente  inviato  aRoma(ilNovaes  dice 
ches'intitolava  Redella  Campagna  Ro- 
mana, e  che  il  capo  fu  infilato  in  uu  pa- 
lo con  una  coroua  dorata  in  ischerno).  [ 
di  lui  seguaci  ne'luoghi  in  cui  furono  ar- 
restati divennero  spettacolo  a'  popoli  di 
salutare  terrore,  poiché  furono  scanna  ti  o 
impiccati  o  arrotati,  secondo  1'  atrocità 
de'  misfatti;  e  quindi  rimasero  nette    le 
provincie  di  Marittima  e  Campagna  di  sif- 
fatte malvagie  persone,  non  saziandosi  i 
buoni  di  render  grazie  a  Dio,  perchè  o- 
mai  respiravano  in  pace  e  godevano  la  si- 
curezza delle  facoltà,  dell' onore  e  della 
vita.  Pietro  Galesini,  nella  Vita  tnss.  di 
Sisto  V,oe  commendò  altamente  lo  zelo, 
poiché  non  poteva  fare  sacrifizio  più  ac- 
cetto a  Dio,  che  il  perseguitare  tali  scel- 
lerati, secondo  1'  opinione  de'  ss.  Girola- 
mo, Agostino  e  Ivo  di  Chartres.  Nota  il 
Muratori  all'anno  i5go,  che  Sisto  V  fre- 
nò l'insolenza  e  non  ischiantò  la  razza  de' 


n6  VEL 

banditi,  poiché  buona  parte  di  essa  si  ri- 
tirò ne'confini  di  Napoli  e  della  Toscana, 
e  un'altra  continuò  a  infestar  la  Roma- 
gna. Crebbe  il  male  dopo  la  morte  di  Si- 
sto V, massimamente  perchè  Alfonso  Pie- 
colo/nini,  duca  di  Monte  Marciano,  ca- 
duto in  disgrazia  del  granduca  di  Tosca- 
na, e  con  grossa  taglia  sulla  sua  testa  per- 
seguitato dappertutto,  si  fece  capo  (nuo- 
vamente e  ad  onta  che  V  avea  perdonato 
Gregorio  XI 11)  de'masnadieri  in  Roma- 
gna,comrnetleudo  frequenti  assassinii  col- 
le sue  squadre  di  cavalli.  Altrettanto  fa- 
ceva Marco  Sciarla  (dal  Cotugno, Memo- 
rie di  Fenafro,  chiamalo  abruzzese  e  fa- 
moso predatore  dellaCampania  nel  1 558, 
oltre  il  non  meno  famigerato  Benedetto 
Mancone), altro  capo  di  banditi  e  scelle- 
rati in  Abruzzo  con  iscorrerefino  alle  por- 
te di  Roma,  bruciando  casali  ed  esigendo 
contribuzioni.  Unironsi  poi  insieme  que- 
ste due  esecrabili  fazioni,  recando  incre- 
dibili danni.  Per  cui  il  viceré  di  Napoli 
spedi  contro  di  loro  4>ooo  soldati  ;  pas- 
sarono tutti  in  Campagna  di  Roma  sul 
principio  di  dicembre.  Il  granduca  inviò 
Camillo  del  Monte  eoa  800  fanti  e  200 
cavalli  in  traccia  di  essi.  Da  Roma  andò 
ancora  Virginio  Orsini  con  4oo  cavalli. 
Fu  assediato  lo  Sciarra  co'suoi  in  un  na- 
sale ;  sopraggiunse  il  Piccolomini  con  cir- 
ca 600  cavalli  e  si  venne  a  battaglia,  iu 
cui  ben  100  di  que'  malvagi  furono  ucci- 
si o  presi  ;  gli  altri  col  favore  della  notte 
si  posero  in  salvo.  Prosiegue  il  Muratori 
a  narrare  all'  anno  1  5q i  .  In  questo  più 
che  mai  infierirono  i  banditi  in  Campa- 
gna di  Roma  e  in  Romagna.  Gregorio 
XIV  mosse  Alfonso  li  duca  di  Ferrara 
a  purgare  la  Romagna  da'masnadieri,  e 
pienamente  vi  riuscì.  Nel  Cesenatico  restò 
anche  preso  il  Piccolomini,  e  condotto  a 
Firenze  trovò  il  fine  che  meritava  (cioè 
fudecapilato,e  il  suo  feudo  di  Monte  Mar- 
ciano il  Papa  lo  diede  al  proprio  nipoteEr- 
cole  Sfondiati,  come  narrai  a 'suoi  luoghi, 
avendone  riparlalo  nel  voi.  LXXXV11I, 
p.  2o3).Non  passarono  giù  con  egual  fe- 


VEL 

licita  gli  aflari  ne'contorni  di  Roma,  do- 
ve Marco  Sciarra  con  grosse  bande  di 
quella  mala  razza,  imponendo  grosse  ta- 
glie a  quanti  ricchi  ed  anche  vescovi  gli 
cadevano  nelle  mani,  saccheggiando  le 
terre,  bruciandole  biade  mature  e  com- 
mettendo altri  mali,  ogni  dì  più  s'  inga- 
gliardiva. Per  reprimere  costui,  continua 
I'  annalista  Muratori,  Onorato  Gaetani 
duca  di  Sermoneta,  Virginio  Orsini,  Car- 
lo Spinelli  venuto  con  molte  schiere  da 
Napoli,  ed  altri  nobili  baroni  uscirono  in 
campagna,  fecero  varie  zuffe,  ma  in  fine 
trovando  poco  onore  e  men  profìtto  con 
tro  di  lai  gente  brava  e  disperata,  furo 
no  costretti  a  lasciare  ad  altri  l'impresa 
Di  più,  prosegue  a  raccontare  il  Mura- 
tori all'anno  i5f)2.  Continuando  Y  insc 
lenze  e  gli  assassiuii  de'banditi  nella  Cam 
pagna  di  Roma,  con  lutto  vigore  Papa 
Clemente  Vili  si  applicò  a  liberare  i  suo 
stati  da'  pertinaci  loro  insulti,  inviando 
contro  di  essi  Flaminio  Delfino  con  buoi 
numero  di  cavalleria  e  fanti,  il  quale  non 
cessò  di  perseguitarli,  senza  perdonare  a 
chiunque  di  loro  gli  capitava  nelle  mani. 
Questo  valentuomo  fu  quegli  che  mise 
il  cervello  a  partito  a  Marco  Sciarra,  ca- 
po di  que'scellerati,  a  Luca  suo  fralellc 
e  agli  altri  loro  seguaci,  i  quali  presero  il 
partito  di  mutar  cielo.  Sciarra  con  5oc 
de'suoi,  tutta  gente  intrepida,  avvezza  al 
le  fatiche  ed  alle  schioppettate,  prese  ser- 
vizio colla  repubblica  di  Venezia  ci 
guerreggiava  gli  uscocchi  e  si  armava  cor 
tro  i  turchi.  Ciò  saputosi  da  Clemente 
Vili, virilmente  e  con  minacele  intimò; 
veneti  di  consegnargli  i  capi  di  que'  ms 
snadieri,  nò  si  placò  per  l'apposito  amba 
sciatore  che  gli  spedì  la  repubblica.  I3i 
sognò  contentare  il  Papa.  Sciarra  fu  pc 
ucciso  e  la  sua  gente  mandata  in  Candis 
a  combattere  colla  pesle,dove  parte  mai 
co  di  vita,  e  il  resto  si  dissipò.  Termina 
il  Muratori  con  dire:  laonde  fu  credule 
ma  vanamente,  che  avesse  avuto  fine  le 
tragedia  de'  banditi.  Dappoiché  riporti 
all'aimo  1 5g5t  che  ueppur  iu  esso  andò  ( 


VEL 

sente  la  Campagna  di  Roma  da'banditi, 
specialmente  verso  Anagni  e  Prosinone, 
dove  commisero  orrendi  misfatti.  Con- 
tro di  loro  Clemente  Vili  spedi  alcune 
compagnie  di  cavalli,  e  altrettanto  fece  il 
re  di  Napoli  contro  quelli  che  infestava- 
no il  regno.  Grandi  lamenti  erano  per 
quella  iniqua  gente,  che  ogni  giorno  sva- 
ligiava viandanti  e  corrieri, e  talvolta  le- 
vava loro  la  vita.  Fecero  prigioni  Giam- 
battista Conti  nobile  romano,  ed  Ales- 
sandro Mantica,  e  poscia  l'arcivescovo  di 
Taranto  e  il  vescovo  di  Castellaneta,  a' 
quali  imposero  grosse  taglie.  Fin  qui  il 
M  tiratoi  i,che  fedelmente  riprodussi.  I  ve- 
li terni  nel  r  702  d'ordine  di  Clemente  XI 
guarnirono  la  rocca,  per  quanto  dirò  a 
suo  luogo.  Ora  conviene  fare  menzione 
del  Discorso  di AntonioRicchi,  fatto  dal 
medesimo  a  compiacenza  di  mg.1  Uhi- 
striss.  Crispoldi  deputato  dalla  Santità 
di  X.  S.  Clemente  XI,  nell'accesso  che 
fece  in  Cori  Vanno  1714  Per  riconosce- 
re  le  difficoltà  insorte  sopra  il  taglio 
delle  famose  .ve/ce  di  Cisterna  e  Sermo- 
neta.  Esso  si  legge  nel  suo  Teatro  degli 
uomini  illustri  de'  Volsci,  a  p.  83,  colla 
carta  topografica  delle  medesime  selve.  Il 
duca  ili  Sermoneta  il.  Michelangelo  Cae- 
tani  a  quell'epoca  si  proponeva  far  esegui- 
re tale  taglio;  il  che  in  molti  ingerì  timo- 
re della  rovina  de'popoli  circonvicini  e  di 
Roma,  sul  supposto  che  la  folta  e  gigan- 
tesca turba  di  tante  piante  sia  un  forte  ri- 
paro quivi  situato  dalla  natura, per  chiu- 
dere il  passo  a'venti  perniciosi  in  questa 
parta  d'Italia.  Anche  il  taglio  di  qualun- 
que istmo  fece  temere  il  sommergimen- 
to  de'popoli  e  delle  città  confinanti,  fin- 
ché dimostrò  il  contrario  Luigi  XIV  re 
di  Francia,che  in  qne'tempi  senza  peri- 
colo e  con  somma  utilità  del  commercio 
aprì  in  mezzo  al  suo  regno  un  profondo 
e  lungo  canale,  unendo  così  l'Oceano  al 
Mediterraneo,  da'quali  mari  sono  bagna- 
te le  spiagge  del  medesimo  regno.  Ad  i- 
mitazione  del  re,  potere  il  duca  di  Ser- 
moneta provare  al  Papa  essere  non  me- 


VEL  n7 

no  innocente  che  giovevole  il  bramato  ta- 
glio delle  sue  selve, che  mirabilmente  ve- 
stono d'ogni  intorno  la  deliziosa  e  ame- 
na regione  Pometina,  racchiuse  in  quel 
dilettevole  tratto  tra  le  volsche  Anzio 
o  Porto  d'  Anzio  (V.)  e  Monte  Circello 
o  s.  Felice,  ed  Ostia  Tiberina,  tanto  te- 
muto e  contrastato,  colla  presunzione, 
che  le  stesse  foreste  chiudano  l'ingresso  a' 
venti  scirocchi  e  australi,  che  corseggia- 
no per  le  Paludi  Pontine,  e  in  un  tempo 
stesso  servono  di  riparo  a'  popoli  vicini, 
non  che  a  Roma,  per  sottrarli  dalle  loro 
infestazioni.  A  rilevare  ogni  timore  dall'a- 
nimo preoccupato  da  private  passioni,  e 
per  dar  luce  alla  supposta  difficoltà,  il  Ric- 
chi divise  in  tre  punti  il  suo  Discorso. 
Neli.°  volle  dimostrare  che  le  selve  di 
Cisterna  e  Sermoneta  sono  fuori  della  li- 
nea, per  cui  soffiano  t  scirocchi,  onde  è 
che  non  ponno  attraversare  loro  il  cam- 
mino. Nel  2«°  sostenne  che  quantunque 
fossero  le  selve  intersecate  dalla  linea  na- 
turale de' venti  temuti,  sono  in  situazione 
sì  depressa  che  non  ponno  riparare  i  luo- 
ghi oltrepassati,  e  specialmente  quelle  ter- 
re e  città  convicine  che  sono  fondate  in 
sito  più  alto.  Nel  3.°dichiarò  che  le  rino- 
mate selve  Cadane,  ancorché  si  oppones- 
sero direttamente  a'venti  nocevoli  e  fos- 
sero poste  in  luogo  elevato,  nondimeno 
sarebbe  desiderabile  il  loro  taglio,  noti 
recando  alcuna  utilità,  ed  essendo  di  mol- 
to danno,  per  rendere  doppia  umidità 
e  paragonabili  a  grandi  Paludi.  Conclu- 
de, apparire  dalle  carte  geografiche,  che 
tutta  la  spiaggia  romana  da  Ostia  a  Cir- 
cello dimostra  apertamente  che  lo  sci- 
rocco soffia  dal  Circello  verso  1'  Isola  sa- 
gra del  Tevere,  e  in  conseguenza  dal 
golfo  di  Terracina  verso  Valle  Decimo, 
e  da  Valle  Corsa  alla  volta  di  Roma.  E 
che  per  verificare  che  le  selve  sieno  di 
ostacolo  a'  scirocchi  e  arrestino  il  loro 
corso  verso  Roma,  converrebbe  traspor- 
tare quelle  dalle  loro  australi  pianure  al- 
l' altezza  de'  monti  di  Cori,  Norma,  Car- 
piueto  e  Valle  Corsa,  dalle  cui  costiere 


fó&s&morvfc  &wlwpf 


118  VEL 

\iene  facilmente  rintuzzata  la  loro  sor- 
gente che  per  di  là  va  corseggiando,  or- 
dinata dalla  natura  a  seguir  la  propria 
linea  terminante  a  Maestro,  quale  è  il 
punto  a'seirocchi  opposto,  come  si  vede 
nella  sfera  delineata  de'  più  noti  venti. 
Il  taglio  in  discorso  non  ebbe  luogo,  ma 
spesso  si  sono  tagliati  alberi  da  costru- 
zione, e  secondo  1'  uso  e  continuamente 
si  fanno  tagli  di  legna  per  fuoco  e  carbo- 
ne, essendo  le  selve  divise  in  12  quarti 
da  tagliarsi  nel  corso  d'anni  12.  Dell'u- 
tilità de'  boschi  e  de'  monti  a  riparo  de' 
venti  nocivi,  feci  parola  ne'  voi.  LV11I, 
p.  220,  LXXX,  p.  1 65  e  altrove;  ed  il 
Cancellieri  ne  parla  nella  Lettera  sull'a- 
ria di  Roma,  a  p.  88  e  3 1 2,  riportando 
alcuni  autori  sui  boschi  e  sul  taglio  del- 
le macchie,  fra'quali  Giuseppe  Cappucci- 
ni :  Risposta  al  ragionamento  di  mg* 
Lamberlini  (poi  Benedetto  XIV)  sopra 
il  taglio  delle  macchie  d+Scrmoneta  e 
Cisterna  ,Pa]eslv\na  nella  stamperia  Bar- 
berina 1 7  1 5.  Ricorda  ancora  l'editto  del 
cardinal  camerlengo  del  1626,  di  proi- 
bizione del  taglio  d'  alberi  d'  olmo  per 
lo  stalo  ecclesiastico,  Nettuno,  Terrari- 
na  e  Conca,  e  di  tutti  gli  altri  per  la  co- 
struzione di  edifìzi  e  di  vascelli.  Mg,r  Ni- 
colai nelle  Memorie  sulle  Campagne  di 
Roma,  ivi  i8o3,  tratta  nella  par.  3.a,  p. 
252:  Della  necessità  e  utilità  de' boschi 
per  impedire  l'influenza  de' venti  austra- 
li nell'Agro  Romano,  che  essendo  mal- 
sani e  portatori  di  miasmi  delle  paludi 
poste  a  mezzogiorno  dell'Agro  stesso,  so- 
no una  delle  cause  di  sua  insalubrità.  A 
p.  276  discorre  come  si  debba  regolare 
il  loro  taglio,  delle  leggi  pontificie  per  fre- 
nare l'abuso  de'lagli  ;  ed  a  p.  280  della 
cautela  di  tenere  sgombri  da'boschi  i  ter- 
reni in  vicinanza  delle  strade,  imperocché 
osserva:  »\  boschi  sono  gli  ordinari  ricetti 
degli  assassini,  ovunque  i  boschi  si  tro- 
vino in  vicinanza  delle  pubbliche  strade. 
In  niun  luogo  possono  costoro  più  como- 
damente nascondersi,  che  tra  le  macchie, 
per    insidiare  e  sorprendere  gì'  infelici 


VEL 

passeggeri.  Adunque  quanto  è  deside- 
rabile che  le  pubbliche  vie  sieno  forni- 
te di  alberi  in  un  giusto  intervallo  dispo- 
sti, sì  per  la  vaghezza  ed  ornamento,  si 
per  fortificare  le  sponde  delle  strade  me- 
desime, sì  anche  per  somministrare  om- 
bra, o  altri  usi  occorrenti  al  viandante; 
altrettanto  è  da  bramarsi  che  i  boschi  si 
tengano  lungi  dalle  pubbliche  strade  al- 
meno mezzo  miglio  da  am  be  le  parti. Una 
legge  di  tal  sorte,  che  volesse  promulgarsi 
per  sollievo  dell'umanità  e  per  facilitare 
sempre  più  il  commercio,  incontrerà  sen- 
za dubbio  I'  ostacolo  trionfante  dell'  in- 
teresse dique'proprietari,che  possedendo 
macchie  entro  tal  vicin»nza,solhirebbero 
mal  volentieri  di  doverle  recidere.  Ma  la 
vita  dell'  uomo,  non  che  il  pubblico  bene 
merita  pure  il  sacrificio  di  qualche  priva- 
to interesse,  interesse  peraltro  che  si  può 
in  molti  modi  compensare.  Se  si  fosse  ne* 
passati  secoli  usata  una  tal  cautela,  quan- 
te rapine,  quante  stragi,  quante  mannaie 
si  sarebbero  risparmiate!  In  mezzo  per 
altro  alla  molteplicità  delle  gravi  cure 
de'  pubblici  affari  non  è  sfuggito  questo 
oggetto  alla  veduta  dell'Eni.0  cardinal 
Consalvi  segretario  di  stato  :  con  mia 
somma  consolazione  ho  veduto  in  questi 
giorni  emanare  un  ordine  analogo  alle 
mie  idee,  cioè  che  per  un  tratto  della  via 
Flaminia  da  Nepi  a  Borghetto  si  taglias- 
sero dalle  racidi  i  boschi  adiacenti  alla 
strada  per  un  tratto  entro  le  campagne 
laterali  per  un  mezzo  miglio,  essendovi 
colà  accaduti  replicati  assassinii.  Speria- 
mo un  simile  prudentissimo  provvedi- 
mento presso  alle  altre  strade,special  men- 
te nella  via  Appia  adiacente  a  Cisterna  per 
sradicare  il  rifugio  ed  asilo  de'crassatori 
Di  recente  il  eh.  Fabio  Gori  di  Subiacc 
nella  descrizione  della  Gita  da  Roma 
Porto  d'Anzio,  a  Nettuno  e  ad  Asturc 
riferisce  a  p.  34.  »  Strabene  poi  dice 
ratica  la  stazione  di  Astura,  non  eia 
perchè  vi  stessero  i  legni  de'  pirati,  mi 
bensì  i  legni  de'  romani  contro  i  pi  rat 
che  aveauo  ogni  agio  di  anuidarsi  nelle 


VCL 
macchie  di  Nettuno  e  Sermoneta,  mac- 
chie nelle  quali  sempre  sonosi  rifuggiti 
i  Nid ri.  In  tal  modo  io  vado  a  spiegare 
un  altro  passo  diStrabone  affermante  che 
i  romani  sforzavano  gli  anzi  a  ti  ad  ab- 
bandonar lo  studio  dalla  pirateria  ".  I 
voti  di  mg.r  Nicolai  furono  esauditi.  Nar- 
rai nel  voi.  XX VII,  p.  266,  gli  analoghi 
ordini  del  governo.  Nel  1816  prescrisse 
il  taglio  delle  macchie  per  la  distanza  di 
100  canne  d'ambo  i  lati  della  strada  in 
molli  luoghi  di  Marittima  e  Campagna;  e 
perSonniuo  ordinò,  che  fosse  interamen- 
te recisa  la  vasta  macchia  di  Margazza- 
no,  ed  altresì  chiudendo  e  riempiendo 
tutte  le  caverne  e  grotte  che  vi  si  trova- 
vano. Nel  1818  ingiunse  per  la  pubblica 
sicurezza  delle  strade  nella  Marittima  e 
Campagna,  lo  smacchiamento  in  altri 
luòghi.  Quanto  alla  diminuita  macchia 
di  Cisterna,  lo  dissi  in  quel  paragrafo 
col  Marocco.  Inoltre  mg.r  Nicolai  a  p. 
472  riporta  gli  scrittori  delle  materie  de' 
boschi.  Dipoi  nell'opera:  Sulla  presiden- 
za delle  strade  ed  acque,  t.  2,  cap.  1 5, 
Sulla  piantagione  degli  alberi,  ragiona 
della  gran  cura  ch'ebbero  gli  antichi  ro- 
mani,onde  Roma  fosse  circondata  da  pa- 
recchi boschi,  sia  per  garantirla  da'  venti 
australi  e  marini  perniciosi,  sia  per  mi- 
gliorar l'aria  assorbendo  il  gas  acido  car- 
bonico e  sviluppando  l'ossigeno,  sia  per 
apprestare  grati  asili  contro  l'ardore  del 
sole;  e  perchè  fossero  inviolati,  alla  seve- 
rità del  le  le£»j»i  unirono  la  riverenza  della 
religione.  Dice  aver  egli,  d'ordine  di  Pio 
VI,  quando  le  pianure  Pontine  emersero 
dall'acque,  fatto  piantare  più.  di  60,000 
alberi,  parie  a'  due  lati  della  via  Appia 
da  Tor  Tre  Ponti  a  Terracina,  e  parte 
sui  bordi  de'fiumi  :  in  tal  guisa  sorge  un 
gran  bosco,  dove  per  lo  passato  stagna- 
vano l'acque,  con  sensibile  miglioramen- 
to di  quell'aria  per  l'innanzi  cotanto  per- 
niciosa. I  Papi  meritano  gran  lode  per 
aver  posto  ogni  cura  non  solo  nella  con- 
servazione de'  boschi  esistenti,  ma  anco- 
ra uel  moltiplicar  la  piantagione  degli  al- 


V  E  L  119 

beri.  Riprendendo  il  filo  cronologico  di 
questi  cenni  sopra  Sermoneta,  dirò  che 
Benedetto XIII  avendo  ritenuto  nel  pon- 
tificalo la  sua  chiesa  arcivescovile  di  Be- 
nevento, si  recò  due  volte  a  visitarla  nel 
1727  e  nel  1729,  onorando  di  sua  pre- 
senza questo  territorio  ed  altri  delle  pro- 
vincie  di  Marittima  e  Campagna.  Leg- 
go ne'  Diari  di  Roma  del  1727,  che  ri- 
tornando da  Benevento,  da  per  tulio  fe- 
steggiato e  trattato  magnificamente,  per 
Ceprano,  Frosinone,  Prossedi,  ove  pure 
celebrò  la  messa  nella  collegiata,  giunse 
aSezze,  e  da  dove  martedì  27  maggio  ad 
ore  9  e  mezza  s'incamminò  per  Sermo- 
neta. Ne'  confini  di  questo  stato  e  alla 
porla  che  la  distingue,  le  cui  mura  era- 
no "ricoperte  d'arazzi  e  sovrastate  dallo 
stemma  pontificio,  il  castello  di  Sermo- 
neta salutò  con  salva  reale  dell'artiglie- 
rie l'ingresso  del  Papa  in  Sermoneta.  Il 
duca  di  essa  ti.  Michel  Angelo  Caetani, 
coll'accoropagnamento  di  gentiluomini 
e  soldati  si  presentò  a  Benedetto  XIII,  ed 
in  bacile  d'argento  gli  olfiì  le  chiavi  di 
Sermoneta,  che  toccate  dal  Papa,  dopo 
brevi  parole  le  restituì  al  duca.  Ferma- 
tosi alquanto  inSermonela  e  ripreso  i I  suo 
viaggio,  dopo  3  miglia  il  Papa  trovò  nuo- 
vamente il  duca  Caetani, col  residuo  della 
soldatesca  squadronatagli  bandiera  spie- 
gata e  tamburo  battente.  Il  duca  si  umiliò 
al  Papa,  il  quale  compartì  la  benedizione 
a'  sermonetani  ivi  calali  da  questa  loro 
terra.  In  Cisterna  poi  altro  feudo  del  du- 
ca, aggiungerò  al  riferito  in  quell'artico- 
lo e  come  promisi  nel  suo  paragrafo  di 
questo,  che  tra  lo  sparo  de'  mortali  e  le 
vie  tutte  parate  d'arazzi,  Benedetto  XII [ 
si  recò  alla  collegiata,  ove  ascollata  la 
messa,  ammise  quindi  al  bacio  del  piede 
d.  Costanza  unica  figlia  del  duca,  la  qua- 
le implorò  e  ottenne  l'indulgenza  per 
suffragio  dell'anima  della  duchessa  ma- 
dre defunta,  e  che  in  qualunque  altare 
ove  si  celebrasse  per  la  medesima  fosse 
privilegiato.  Salita  indi  Sua  Santità  uel 
palazzo  baronale,  ricca meu  te  e  uobihnen- 


i2o  VEL 

«  le  addobbato,  vi  pranzò,  come  fece  tutto 
il  suo  seguito  iu  altre  tavole.,  imbandite 
di  copiosissime  vivande  di  grasso  e  di  i/ia- 
gro.  Posciail  Papa  dalla  loggia  benedisse 
tutto  il  popolo,tranuovesalvedimortari, 
presentandogli  d.  Costanza  in  iscatola  co- 
perta di  velluto  rosso  guarnito  d'oro,  un 
quadretto  di  ricamo  esprimente  s.  Gen- 
naro, con  bellissima  cornice  d'argento  a- 
rabescata.  Dopo  di  che  Benedetto  Vili 
seguitò  il  suo  viaggio  per  Velletri.  Nel 
1729  Benedetto  XI li  tornò  a  Beneven- 
to, pernottando  a'  28  marzo  in  Cister- 
na da' religiosi  riformati,  colla  sua  fami- 
gli cenando  nel  refettorio  e  da  uno  di  es- 
sa fece  leggere  durante  la  tavola,  secon- 
do il  suo  metodo.  11  duca  Catta  ni  fece 
ogni  dimostrazione  d'ossequio  al  Papa, 
ed  alloggiò  il  suo  seguilo  nel  proprio  pa- 
lazzo.Nella  mattina  seguente  ilPapa  parti 
a  ore  1 2  e  mezza  perSermoneta,ove  il  du- 
ca lo  trattò  magnificamente  a  pranzo,  do- 
po a  ver  ascoltato  la  messa  nella  collegiata, 
ripetendo  le  dimostrazioni  praticate  l'ai» 
li  a  volta  allo  stesso  Benedetto  XIII,  che 
nella  sera  giunse  a  Piperno.  Nel  ritorno 
da  Benevento,  partì  da  Terracina  il  mer- 
coledì i.°  giugno,  facendo  col  suo  nume- 
roso corteggio  la  strada  pel  fiume  in  3 
feluche,  e  mangiando  all'osteria  delle  Ca  • 
se  Nove,  accompagnato  fino  a  Cisterna 
dal  duca  Caetani,  il  quale  in  Sermoneta 
lo  trattò  di  magnifico  rinfresco,  pranzan- 
do il  Papa  da'  riformati  al  solito  di  ma- 
gro, poiché  non  voleva  cibarsi  di  grasso 
ne'  mercoledì.  Indi  continuò  il  suo  viag- 
gio per  Velletri  e  Albano,  onde  restituirsi 
a  Roma,  dopo  aver  ascoltato  la  messa 
nella  chiesa  di  s.  Marzio  in  Castel  Gin- 
netti, feudo  de'  Lancellotti.  Benedetto 
XIII  in  questi  due  viaggi  a  Benevento, 
concepì  il  desiderio  di  compiere  l'opera 
grandiosa  del  diseccamento  delle  Palu- 
di Pontine,  tante  volle  inutilmente  ten- 
tala; commosso  uel  vedere  il  miserabile 
aspetto  d'un  vaslo  paese  un  tempo  ferti- 
lissimo, provò  un  vivo  dolore  che  dalle 
tante  spese  e  fatiche  de' precedenti  tem- 


VEL 

pi  non  si  fosse  ottenuto  altro  che  l'accre- 
scimento delle  Paludi,  le  quali  con  inon- 
dazioni molto  più.  ampie  aveano  alle  vi- 
cine popolazioni  cagionato  una  maggio- 
re rovina.  Allora  meditando  in  cuor  suo 
disegni  anche  più  magnifici,  poiché  avea 
veduto  che  la  strada  presso  il  monastero 
di  Fossa  Nuova,  giacente  prima  alle  ri- 
ve dell'Amaseno  nel  piano,  era  frequen- 
temente esposta  a  restar  soli'  acqua;  la 
costrusse  su  per  le  colline  ad  onta  di  lo- 
ro asprezza,  iu  luoghi  più  elevali  per  si- 
curezza e  comodo  pubblico,  e  di  buoni 
ponti  la  munì  nel  1727,  come  rilevasi 
dalla  lapide  che  ivi  fu  eretta  per  memo- 
ria. Non  mollo  dopo  prese  la  risoluzio- 
ned'asciugare  interamente  lePaludi  Pou- 
tine;  ma  sbigottito  dall'esito  infelice  de* 
tentativi  d'altri,  per  non  incorrere  nella 
stessa  disgrazia,  volle  sapere  se  era  riu- 
scibile,  da'  periti  geometri  Berlaglia  e 
Bamberti;  i  quali  perciò  visitate  le  Palu- 
di Pontine,  nel  1729  dichiararono  pos- 
sibile l'impresa  e  i  mezzi  per  eseguirla; 
ma  nel  seguente  1730  il  Pontefice  pas- 
sò a  miglior  vita.  Ho  voluto  riportare 
col  Nicolai  questo  cenno,  per  aggiungere 
col  cardinal  Corradini,  che  con  sommo 
calore  avea  promosso  l'ardua  impresa, l'e- 
stensione del  paese  in  quell'epoca  occu- 
pato dalla  Palude,  siccome  riguardante 
pure  Sermoneta  e  il  presente  articolo, 
«  La  Palude  ora  comincia  da  Terracina, 
e  giace  sotto  la  città  e  le  murasi  dilfoude 
pe'luoghi  marittimi  quasi  fino  ad  Anzio, 
e  in  tal  maniera  copre  i  territori]  di  Ter- 
racina, di  Circello,  di  Astura,  e  porzione 
di  quel  di  Anzio;  nella  parte  mediterra- 
nea s'  ingoia  un'  ottima  porzione  delle 
pianure  di  Sermoneta,  di  Cisterna  e  di 
Castel  s.  Donato,  e  i  migliori  siti  del  ter- 
ritorio Sezzese  e  Piperuese,  e  così  si  e- 
stende  da  Terracina  fino  al  Foro  Appio, 
e  quindi  tranne  un  intervallo  lungo  4 
miglia  e  largo  3  fino  al  fiume,  si  riman- 
gono paludosi  quasi  tutti  quanti  i  piani 
che  restano  fra  le  vicine  montagne  di  Ser- 
moueta  e  il  mare  ;  tale  è  la  lunghezza  di 


V  EL 

questa  Palude  ne' ter  ri  tori  i  di  Sermoneta 
e  di  Sezze".  Benedetto  XI V  impedì  mag- 
giori danni  nel  corso  de'  fiumi;  Clemen- 
te XIII  si  propose  il  bonificamento  del* 
le  Paludi  Pontine,  fece  alcune  determi- 
nazioni preliminari,  e  poi  desistè  dall'im- 
presa, che  Dio  avea  riservala  a  gloria  di 
Pio  VI,  il  quale  l'eseguì  a  conto  della  ca- 
mera apostolica.  Questo  Papa,  ad  esem- 
pio di  Sisto  V,  cominciò  nella  primave- 
ra del  1780  a  recarsi  di  persona  a  Ter- 
racina  (/ *.),e  per  diversi  anni  nella  stes- 
sa stagione  vi  ritornò,  per  sorvegliare  e 
incoraggiare  i  progredienti   lavori   della 
bonificazione  Pontina,  accuratamente  de- 
scritti da  mg.r  Nicolai,  insieme  a'grandi 
vantaggi  riportati,  non  meno  che  alle  ca- 
gioni per  cui  la  lavorazione  restò  imper- 
fetta, e  de'  lavori  da  farsi  ;  ed  altresì  alla 
ripi  istinata  viaAppia,che  nel  tratto  della 
Palude  questa  avea  sommerso, come  del- 
lo stabilimento  di  sue  poste  per  pubblico 
comodo  nella    medesima.   In  Terracina 
riceveva  dal  vescovo  e  capitolo  d'Ana- 
gni  il  canone,  come  lo  chiama  il  Nicolai, 
che  devesi  ornile  al  Papa  ogni  volta  die 
dimora  in  qualche  luogo  della  provincia 
di  Marittima  e  Campagna,   per  quanto 
gode  e  concessogli  da  Bonifacio  Vili.  In 
tutti  gli  anni  che  ciò  si  praticò  da   Pio 
VI,  per  l'antica  via  di  Castel  Ginnetti,  a 
Piedimonle,  antica  posta  di  Sermoneta, 
gli  faceva  omaggio  co'suoi  soldati  il  vice- 
castellano di  Sermoneta  del  duca  Caeta- 
ni,  ordinando  il  saluto  dello  sparo  di  1  o  1 
colpi  de'  cannoni  della  fortezza,  anche 
nel  ritorno  a  Roma.  Le  particolarità  de- 
gli omaggi  ordinati  dal  duca  di  Sermo- 
neta ne'  passaggi  di  Pio  VI,  che  costu- 
mava fermarsi  a  Tor  Tre  Ponti,  si  pon- 
ilo leggere  ne'  Diari  di  Roma.  Anche 
Sermoneta  si  pregia  de'  suoi  illustri  cit- 
tadini, massime  fioriti  nelle  lettere,  nella 
giurisprudenza,  nella  poesia,  nella  medi- 
cina e  in  altre  scienze,  come  rileva  Rac- 
chi nella  Reggia  de'  fTolseit  e  meglio  nel 
Teatro  degli  uomini  illustri  de'  P'olsci, 
cap.  20,  Soggetti  illustri  di  Scrr/ioneta, 


VEL  lai 

protestando  essersi  perduta  la  memoria 
de'  vetusti  volsci  che  la  resero  chiara  per 
valore  e  magnifica  per  monumenti.  Co- 
mincia a  celebrare  Giovanna  o  Giovau- 
nella  Caelaui  madre  del  gran  Papa  Pao- 
lo  III [V.).  II  cardinal  Nicolò  Gaelani, 
figlio  di  Camillo  IV  duca  di  Sermoneta 
e  di  Flaminia  Savelli,  nipote  cugino  di 
Paolo  III,  che  di  1  2  anni  l'elevò  alla  por- 
pora, detto  il  Cardinal  di  Sermoneta, 
riportando  l'epitaffio  del  suo  sepolcro  esi- 
stente nel  santuario  di    Loreto,  dove  fa 
trasferito  il  suo  corpo  dalla  chiesa  di  s. Ma- 
ria del  Popolo  o  da  quella  di  s.  Eustachio 
già  altra  sua  diaconia.  Vi  nacque  il  cardi- 
nalEurieoGrte tatti  l'8  agosto  1 55o  da  Ca- 
terina PiaedaBouifacioducadi  Sermone- 
la. Leonardo  monaco  cisterciensediFossa- 
nuova,  vescovo  di  Giovenazzo  nel  12j3 
e  amministratore  di   Bari.  Giordano  ca- 
nonico della  collegiata  di  s.  Maria  di  Car- 
mineta  diocesi  di  Terracina,  vescovo  di 
Venafro  e  sulfraganeo  di  Capua,  fatto  da 
Bonifacio  Vili  nel  1299.  Docibiie  arci- 
prete di  Sermoneta  (o  di  detta  collegia- 
ta), che  tale  Papa  die  al   precedente  in 
successore  alla  chiesa  di  Venafro.  Giovan- 
ni Bucci  abbate  della  collegiata  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo,  da  Sisto  IV  creato  ve- 
scovo di   Veroli.  Annibale  de  Paolis  di- 
chiaralo da  s.  Pio  V  canonico  Vaticano, 
da  Sisto  V  suo  maestro  di  camera,  indi 
vescovo  di  Cervia  e  sulfraganeo  di    Ra- 
venna, edificò  da'  fondamenti  la  chiesa 
di  s.  Maria  delle  Grazie,  la  cui  famiglia 
si  trasfuse  in  quella  de'  Collavaghi,  dalla 
quale  fiorì  il  valente  medico  Ferdinando, 
che  visse  nella  corte  dell'imperatore  Car- 
lo VI.  Francesco  Valerio  esimio  dottore 
di  leggi,governatore  di  Tivoli  e  castellino 
della  fortezza.  Altri  egregi  giureconsulti 
furono  Flaminio  Paulanelli  e  Pietro  Gi- 
gli. Flaminio  Americi  annoverato  nell'or- 
dine senatorio  in  virtù  della  cittadiuauz.i 
romana,  e  militò  qual  capitano  volontà- 
nò  nel  1 57  1  contro  i  turchi,  sotto  il  co- 
mando d'Onorato  Caetani  duca  di  Ser- 
moneta. Fi'.  Girolamo  Burduui  minore 


tu  VEL 

osservante.dolto  autore  d'opere.  Pasqua- 
ie  Toscani  rinomato  medico  in  Roma, 
dichiarato  da  Libano  Vili  suo  principa- 
le medico,  la  cui  discendenza  passò  in 
quella  illustre  de'Galli.  L'antica  famiglia 
Razza  vanta  valorosi  guerrieri.  Giacomo 
Venonza  risplendelte  nella  corte  del  ce- 
lebre Scanderberg  principe  d'  Albania, 
qual  segretario.  Questo  uffizio  funse  Gi- 
rolamo Cordoni  colla  repubblica  di  Ge- 
nova. Fabrizio  Caroso  celebre  maestro 
di  ballo  d'imperatrici, regine  e  principes- 
se, lodato  co'  versi  di  Tasso, e  autore  del- 
la rara  opera:  ti  Ballerino  di  Fabrizio 
Caroso  di  Semionda,  Venetia  i  600,  ri- 
stampato col  l\lo\oNobillà  di  dame  e  con 
molte  figure  nel  160 5,  Girolamo  Sicio- 
lante  valoroso  pittore  (a  fresco  e  a  olio), 
discepolo  del  celebre  Pierin  delVaga  (Ma- 
rocco lo  dice  discepolo  di  RalFaello:  sem- 
bra meglio  ri  tenere,  che  s'impadronì  del- 
la maniera  di  quello  ;  sempre  operando 
sul  fare  Raffaellesco  con  giudizio  di  di- 
segno e  buone  invenzioni,  ne  fu  lodato  i- 
initatore.il  maestro  fu  discepolo  di  Raf- 
faello, e  questi  mori  nel  1  5no),  il  cui  esi- 
mio pennello  eguagliò:  in  Roma  dipinse 
nella  sala  Regia  del  Vaticano,  nella  ba- 
silica Lateranense,  nella  chiesa  di  s.  Ma- 
ria della  Pace  (di  s.  Maria  dell'  Anima, 
dello  Spirito  Santo,di  s.  Maria  Maggiore, 
ed  in  s.  Bartolomeo  d'Ancona),  nell'ul- 
timo torrione  di  Castel  s.  Angelo,  ne'  pa- 
lazzi Farnese  e  Caetani;  a  Semionda  di- 
pinse nelle  chiese  di  s.  Stefano  de'  rifor- 
mati, di  s.  Bernardo,  di  s.  Giuseppe,  del- 
ia ss.  Vergine  del  Fossato  fuori  le  mura 
di  Sermoneta;  in  Cisterna  negli  tf[)  par  la- 
menti del  palazzo  Caetani,  e  nella  chiesa 
di  s.  Antonio  abbate  de'  riformati.  Suo 
degno  figlio  fu  Tullio,  che  nella  pittura 
forse  l'avrebbe  superalo,  morto  neh  573 
di  20  anni, e  sepolto  in  s,  Loreuzo  in  Da- 
maso  di  Roma,  ove  il  genitore  gli  pose 
onorifica  iscrizione  marmorea,  riprodot- 
ta dal  Ricchi.  Al  dotto  duca  d.  France- 
sco Caetani,  protettore  de'  letterati  e  de- 
gli artisti,  che  celebrai  iu  tanti  luoghi, 


VEL 

siamo  debitori,  come  notai  nel  voi.  VI, 
p.  218,  di  Antonio  Cavallucci  nato  in 
Sermoneta  nel  1752,  perchè  da  fanciul- 
lo disegnava  arabeschi  e  figure  sui  muri. 
Laonde  lo  fece  venire  in  Roma,  gli  fece 
apprendere  la  pittura,  e  riuscì  eccellente 
nel  colorito,  nel  merito  avvicinandosi  al 
Mattoni  contemporaneo.  Tra  le  belle  sue 
opere,  nella  chiesa  de' ss.  Silvestro  e  Mar- 
tino a'  Monti  esistono  i  quadri  a  olio  di 
g.  Elia,  della  B.  Vergine  che  dà  l'abito 
a  s.  Simone  Stock,  l'Anime  del  Purga- 
Iorio,  e  s.  Giovanni  che  battezza  Cristo: 
nella  volta  della  tribuna  eseguì  le  pittu- 
re a  fresco  con  bella  maniera  e  buon  di- 
segno. In  tale  chiesa  fu  sepolto  nel  1 7g5 
e  il  suo  illustre  mecenate  gli  eresse  una 
lapide  in  marmo.  L'ultima  sua  opera  fu 
Veneree  Ascanio,  collocata  nel  palazzo 
Sforza-Cesarini.  A  Pisa,  a  Loreto,  a  Ca- 
tania sono  suoi  quadri.  Le  nominate  o- 
pereottennero  celebrità.  Afferma  Maroc- 
co, che  in  Sermoneta  da'  suoi  eredi  si 
conservano  due  belli  quadri  eprimenti 
uno  la  Carità,  l'altro  lo  Sposalizio  di  s. 
Caterina,  il  medesimo  celebra  l'altro  il- 
lustre sermonetano  Giacomo  Impaccien- 
ti giureconsulto,  assessore  di  Frosinone 
e  luogotenente  del  tribunale  del  governo 
di  Roma,  da  Gregorio  XVI  per  la  sua 
fedeltà,  perizia,  prudenza  e  valore  nel 
1 83  1  fatto  pro-delegato  di  Rieti,  Spole- 
to e  Perugia,  rapito  da  immatura  mor- 
te in  detto  anno,  compianto  per  le  sue 
virtù.  Trovo  un'elegante  iscrizione  a  suo 
onore  scritta  da  mg.r  Laureani  a  p.  183 
delle  sue  Orationes,  Carmina,  et  In- 
scriptiones,  Romae  1 855.  Dell'antichis- 
sima enobilissima  famiglia  Caetani,  non 
solamente  ragionai  in  quell'articolo  (ove 
col  Novaes  dissi  che  Corrado  Caetani  zio 
di  Gelasio  II  sposò  Costanza  figlia  di  Fe- 
derico II  imperatore,  avendo  io  corretto 
il  numero  di  IH,  e  sorella  di  Manfredi  re 
di  Napoli;  ora  però  avverto  che  mi  sem- 
bra anacronismo),  ma  ne'  moltissimi  che 
la  riguardano,  notando  nel  voi.  LVIII, 
p.  378,  che  uè'  bassi  tempi  in  Roma  eh- 


VEL 

Le  per  rocca  la   Torre  (F.)  delle  Mili- 
zie, e  nel  siiburbano  la  celebre  Sepoltu- 
ra (V.)  di  Cecilia  Metella,  avendo  an- 
cora abitazione  nell'  Isola  Tiberina.   Il 
Palazzo  Gaetani  o  Caserta  (Tr.)  colla 
-villa  sul  monte  Esquilino,  dall'odierno 
duca  fu  alienato  a  favore  de'  Rcdentori- 
sti,  i  quali  lo  ridussero  a  casa  generali- 
zia  e  noviziato,  e  vi  hanno  fabbricato  pro- 
pinqua chiesa  dedicata  al  ss.  Redentore 
e  iti  onore  del  loro  fondatore  s.  Alfonso 
de   Liguori,  tutto  avendo  descritto  nel 
voi.  LXXX,  p.  57.  L'altro  palazzo  Cne- 
tani  è  l'antico  Palazzo  Mattei  (F.).Ba 
Caetani  era  il  sontuoso  Palazzo  Ruspo- 
li  (V.)  al  Corso,   venduto  ad  essi   per 
7.5,000  scudi,  e  tuttora  la  contrada  d'u- 
no de'  lati  ossia  la  piazzetta  al  principia 
di  via  Condotti,  senza  che  sia  scritto  nel- 
le civiche  indicazioni  delle  strade,  vol- 
garmentesi  suole  chiamare  Gaetaiv.Nel 
citato  articolo  Caetani  parlai  di  altri  lo- 
ro palazzi  in  Roma,  come  del  venduto 
a  s.  Maria  in  Posterula  a' Celestini (F.), 
e  siccome  è  vicino  il  vicolo  Gaetana,  dal- 
la vicinanza  di  tal  palazzo  crede  proba- 
bile il  cav.  Ruflìni,  nel  Dizionario  delle 
strade  e  vicoli  di  Roma,  gli  sia  deriva- 
to il  nome.  De'  titoli  illustri  e  de'  feudi 
e  signorie  de'  Caetani,  oltre  i  sunnomi- 
nati, parlai  negli  articoli   relativi  o   ne* 
loro  propri,  come  principi  di  Teano  (F,), 
duchi  di  Caserta  (/'.)  ec.  De' Papi  Ge- 
lasio IT  e  Bonifacio  FUI,  e  de'  cardi- 
nali Caetani  o  Gaetani,  non  solamente 
ragionai  alle  loro  biografìe,  ma  in  tutti 
i  moltissimi  luoghi  che  vi  hanno  relazio- 
ne; e  di  Pio  Farulli  abbiamo  la  Crono- 
logia della  famiglia  Gaetani  di  Pisa, 
Lucca  1723.  Delle  antiche  e  numerose 
signorie  de'  Caetani  ne  riporta  l'elenco 
il  Ricchi  nella  Reggia  de'  Folscia  p,5o. 
Il  cav.  De  Mattheis  nel  Saggio  istorieo 
di  Prosinone  sua   patria,  dice  a  p.  77, 
che  Prosinone  distinguendosi  nel  secolo 
XII  tra'  paesi  della  Campania  Romana, 
era  il  luogo  principale  della  provincia 
goveruota  da'  baioni  Caetani  cuuli  dulia 


VEL  123 

Campania.  Da  quanto  riporta  facilmente 
s'intende,  che  Frosinone  nel  secolo  XIII 
e  anche  prima,  era  la  capitale  o  reggia 
della  Campania,    risiedendovi   i  duchi 
Caetani  nella  loro  qualità  di  duchi  della 
stessa  Campania  e  dipendenti  dalla  s.  Se- 
de. Frosinone  fu  già  sede  vescovile,  co- 
me pure  lo  fu  Trevi  (F.)de\\n  stessa  pro- 
vincia. Dice  Marocco.il  territorio  di  Ser- 
moneta  è  feracissimo,  producendo  ogni 
sorta   di  cereali  e  frutta,  ed  all'intorno 
ha  molte  piscine,  che  oltre  di  produrre 
un'infinità  di  rane  e  pesci,  danno  ezian- 
dio moltissime  mignatte,  delle  quali  i  po- 
polani fanno  commercio  co'  fiorentini  e 
genovesi  che  appositamente  vi  si  recano 
ad  acquistarle.  Alle  falde  del   monte  su 
cui  giace  Sermoneta,  sorgono  acque  mi- 
nerali di  molto  giovamento  per  diversi 
malori.  Una  di  acqua  zolfo  rea  detta  Puz- 
za pel  suo  odore  nauseante,  prodotto  dal- 
lo sviluppo  del  gas  idrogeno  zolforato,  si 
usa  con  molto  vantaggio  nelle  malattie 
cutanee.  Essa  ha  varie  sorgenti,delle  qua» 
li  una  è  veemente.  Altra  acqua  sorge  sul 
principio  delle  tenuta  Tufette  del  prin- 
cipe Massimo.  Essa  è  marziale,  predomi- 
nando la  parte  ferrea,  e  giova  all'ostru- 
zione di  milza,  male  frequente  tra'  ser- 
monetani.  Si  osserva  nel  piano  della  cam- 
pagna, da  un  lato  della  strada  di  Norma, 
un  piccolo  laghetto  di  forma  rotonda,  e 
di  circa  mezzo  nibbio  di  terreno,  chia- 
mandosi  precisamente  la  contrada  ove 
giace  il  Frecciale.  Si  giudica  derivato  da 
un  avvallamento  di  terreno, ed  ivi  esister 
doveva  qualche  rimarchevole  edificio,per- 
chè  si  rinvennero  diversi  frantumi  mar- 
morei, un  capitello  di   marmo  bianco, 
qualche  avanzo  d'opera  laterizia,  varie 
tegole  di  terra  cotta  di  diversa  forma  di 
due  piedi  e  un  6.°aventi  due  labbri  al- 
l'estremità, il  che  usa  vasi  per  render  più 
solide  le  fabbriche  e  per  dare  loro  bel- 
la comparsa.  Si  scoprirono  pure  diverse 
nicchie  con  entro  ossa  umane,  forse  sepol- 
creto di  qualche  famiglia  illustre.  Riferi- 
sce Caliudrijche  nel  monte  vi  è  un  abis» 


i?4  VEL 

so  o  cratere  detto  il  Pozzo  dell'Osa,  ed 
in  altra  parte  del  territorio  sono  3  ta- 
berne  sotterranee,  o  famose  grotte,  le 
une  maestosamente  fabbricate  a  volto  so- 
pra le  altre. 

Governo  di  Valmontone. 
Valmonlone. Città  e  comune  della  dio- 
cesi di  Segni,  residenza  del  governatore, 
con  territorio  in  piano  e  in  colle  e  molti 
fabbricati,distante  circa  it\  miglia  da  Ro- 
ma,! 4  da  Cori,  e  5  per  la  via  diretta  da 
Palestrina,  con  8275  abitanti  secondo  la 
Statistica  del  1 853.  Giace  isolata  in  istret- 
ta  valle  riparala  da  basse  colline,  sopra 
un  colle  di  lufa  vulcanico  dirupato,  me- 
no pc  luoghi  fatti  più  agiati  per  gli  acces- 
si ,  dirimpetto  a  Monte  Fortino  lungi  3 
miglia  ,  a  levante  avendo  Segni  e  Gavi- 
gn  ano,  sulla  via  proviocialeecorriera  Ca- 
silina,  corrispondente  nella  1/  parte  al- 
l'aulica Labicana,  e  dopo  Lugnano  alla 
Latina.  In  lontananza  la  città  ba  una  cer- 
ta somiglianza  colla  veduta  della  Riccia, 
tanto  per  la  verdura  delle  boscaglie  cbe 
l'attorniano,  come  per  la  cupola  della  col- 
legiata cbe  la  sormonta.  La  sua  pianta 
ridncesi  a  un'ellissi  irregolare, ed  è  cin- 
ta ili  mura  munite  di  torri  quadrango- 
lari, opere  de'bassi  tempi,  in  parte  sman- 
tellate e  in  parte  ridotte  a  case  ed  altri 
usi  moderni,  come  apprendo  da  Nibby. 
Ritiene  Marocco,  cbe  da  valle  e  da  mon- 
te pub  esser  derivata  la  denominazione  di 
Valmonlone,  essendo  circondata  da  una 
breve  vallata  e  situata  sull'eminenza  cbe 
alcuni  dicono  essersi  chiamala  Montone. 
Dice  già  le  sue  mura  solide  e  costruite 
con  diligenza,  ed  i  frequenti  torrioni  mu- 
tilati disposti  con  buon  modo  di  militare 
architettura.  Leabitazioni  appartengono 
a  diverse  epoche,  alcune  tendenti  al  gu- 
sto gotico,  altre  meno  antiche  hanno  bal- 
coni di  tufo  o  pietra  nera  formati  a  cro- 
ce che  in  4  parti  dividono  le  finestre, 
molte  case  hanno  1'  ingresso  ad  angolo 
ottuso  o  arco  acuto,  come  ne'luoghi  del- 
l'epoca de*  guelfi  e  ghibellini;  ed  alcune 
fabbriche  sono  formale  di  tufo,  scalpel- 


V  E  L 

lato  con  maestria  e  commesso  con  eccel- 
lenza d'arte.  La  porta  per  cui  si  entra  ve- 
nendo «la  Roma  non  è  l'antica,  la  quale 
trovasi  interrata  in  una  cantina  dell'avv. 
Pozzi,  dove  ancora  si  osserva  il  voltone  e 
l'arco  ch'esser  dovea  di  fronte  alla  pub- 
blica via  che  conduceva  al  palazzo  baro- 
nale. Aggiunge  pure  Marocco,  che  il  ma- 
teriale col  quale  furono  fabbricate  molte 
abitazioni,  è  comune  opinione  fosse  tra- 
sportalo dalle  rovine  dell'antichissima 
città  di  Labico,  molte  iscrizioni  marmo- 
ree della  quale  e  trovate  nel  1789  negli 
scavi  della  tenuta  detta  la  Cavalla,  ubi- 
cazione a  cui  non  si  accorda  che  ivi  sor- 
gesse, si  collocarono  nell'atrio  del  palaz- 
zo baronale,  e  le  riporta  in  uno  alle  mo- 
derne della  collegiata  e  dell'oratorio.  Le 
vie  interne  sono  regolari,  selciate  e  assai 
comode,  fiancheggiate  in  generale  da  buo- 
ni fabbricati,  tranne  quelli  presso  porta 
Romana  abitali  da'coltivatori  de'campi. 
Osserva  Nibby,  che  entrando  nella  città 
di  antico  rimarcatisi  molti  massi  quadri- 
lateri di  tufa  locale,  avanzi  dell'antiche 
mura,  impiegati  nelle  costruzioni  moder- 
ne ,  ed  alcuni  sembrano  al  posto  loro, 
qualche  vestigio  d'opera  reticolata,  ed  un 
sarcofago  del  tempo  di  Settimio  Severo 
ridotto  a  fontana  pubblica,  sul  quale  so- 
no espressi  a  bassorilievo  3  Genii  che  reg- 
gono encarpi  o  festoni.  Le  case  le  reputa 
generalmente  d'opera  saracinesca  e  ricor- 
dano il  XI 1 1  secolo.  Si  direbbe  che  in  gran 
parte  fu  riedificata  dopo  che  ne  fu  inve- 
stito Riccardo  Conti.  L'attuale  magnifi- 
co e  grande  palazzo  baronale,  al  riferire 
del  p.  Casimiro  da  Roma,  Memorie  del- 
le cliiese  e  conventi  de' frati  minori  del- 
la provincia  romana,  fu  cominciato  a 
fabbricare  verso  ÌI1662  dal  principe  Ca- 
millo Pam phi lj  nipote  d'Innocenzo  X,  nel 
sito  più  eminente  e  nel  miglior  clima  (poi- 
ché essendo  la  città  edificata  sul  tufa, 
questo  produce  alquanto  umido,  secondo 
Marocco),e  con  moltissima  diligenza  d'ar- 
te disegnato,  con  fascie  e  abbellimenti  e- 
slerni  di  peperino  e  di  pietra  tiburtina. 


VEL 

La  facciata  principale  è  rivolta  alla  piaz- 
za maggiore,  d'onde  verso  mezzodì  s'  a- 
pre  una  veduta  bellissima  e  vasta:  I' oc- 
chio rapidamente  percorre  il  trailo  limi- 
tato dalle  punte  dell'Algido  e  da  quelle 
del  Lepino,  presentasi  da  lungi  verso  oc- 
cidente Rocca  Priora,  e  avanzandosi  ver- 
so mezzodì  si  riconosce  il  monte  Artemi- 
sio e  l'Algido,  e  spalancasi  la  valle  e  Pa- 
lude Pontina:  di  fronte  presentasi  la  ca- 
tena del  Lepino  e  solto  di  quella  Mon- 
te Fortiuo,  e  di  fianco  verso  oriente  Ga- 
vignano.  L'ampie  e  alte  sale,  e  i  diversi 
apparlameuli  dipinti  egregiamente  con 
favole  mitologiche,  merilano  vedersi.  Yi 
si  giunge  per  due  vie;  la  più  bella  comin- 
cia dalla  piazza,  l'altra  dalla  porla  Huma- 
na, rimanendo  da  un  lato  1'  imponente 
fabbricato  delle  stalle.  Propinquo  al  son- 
tuoso edifizio,  che  può  dirsi  il  più  super- 
bo de'dintorni,  everso  l'angolo  orienta- 
le della  piazza  comincia  la  facciata  della 
chiesa  principale  di  s.  Maria  Maggiore  As- 
sunta in  Cielo,  collegiata  e  parrocchia. Es- 
sa fu  riedificata  dalle  fondamenta  dal 
principe  Gio.BaltistaPamphiljAldobran- 
dini  figlio  di  Camillo  encomiato,  e  v'im- 
piegò 4  anni  dal  1 685  al  i68g,  serven- 
dosi per  architetto  di  Mattia  de  Rossi  fi- 
glio del  bergamasco  Gio.  Antonio  passa- 
bile architetto,  amato  allievo  del  celebre 
Bernini  ,  come  può  leggersi  nel  Milizia, 
Le  vite  de* più  celebri  architetti,  p.  377. 
Magnifica,  elegante  e  vasta  n'è  la  mole, 
che  fa  contrasto  colle  abitazioni  modeste 
del  luogo:  la  pianta  è  ovale,  bella  e  sem- 
plice, essendo  cioè  un'ellissi:  bella  pure  è 
la  cupola  che  la  sormonta,schiacciala,  so- 
lida e  luminosa;  buono  il  campanile,  os- 
sia le  due  torri  campanarie,  al  dire  del  se- 
vero Milizia;  l'atrio  poco  ampio  è  conve- 
nevole e  decorato:  ma  a  Nibby  i  partico- 
lari sembrarono  risentire  gli  effetti  del 
gusto  di  quel  secolo  corrotto.  L'interno  è 
ornalo  dalle  pitture  del  p.  Pozzi,  di  Gia- 
cinto Brandi,  Cirro  Ferri,  Agostino  Siila, 
cav.  Sebastiano  Conca  e  altri  rinomati  ar- 
tisti del  XV11  secolo.  Va  eccellente  orga- 


V  E  L  i*5 

no  le  accresce  lustro,  ed  è  lodevolmen- 
te ufficiala  quotidianamente  dal  capitolo 
nel  suo  coro  di  17  stalli.  Urbano  Vili  e- 
resse  in  collegiata  la  precedente,  con  bre- 
ve de'i5  marzo) 638,  grado  che  venne 
trasfuso  all'attuale,  istituendo  l'unica  e 
principale  dignità  dell'ai  cipretalo.  Allo- 
ra il  capitolo  si  componeva  di  7  canoni- 
ci,poi  aumentali  a  gè  due  chierici,  ed  ora 
lo  è  di  io  canonici  compresa  la  dignità 
dell'arciprete;  gli  altri  benefizi  non  facen- 
do corpo  col  capitolo.  Marocco  che  de- 
scrive i  quadri,  dice  il  s.  Francesco  del  p. 
Pozzi  e  ne  rileva  i  singolari  pregi ,  al  cui 
altare  si  venera  pures.  Filomena  ben  di- 
pinta dal  Quattrocchi.  Il  superbo  quadro 
di  s.  Benedettolo giudicadel  Ferri.  I  due 
quadri  del  Salvatore,  e  della  B.  Vergine 
coldivin  Figlio  sono  del  Conca.  Nella  sa- 
grestia si  ammira  in  tavola  1'  immagine 
della  Madonna  col  s.  Cambino  in  grem- 
bo circondata  d'Angeli,  dipinta  nel  1  5 1  3 
dal  famoso  Pinturicchio.  Questa  chiesa  fu 
solennemente  consagrata  a' 27  maggio 
1  703  da  mg.r  Pietro  Corbelli  vescovo  di 
Segni.  Nel  vicino  oratorio  del  Gonfalone, 
edificato  da  Alto  Conti  morto  neli466, 
bellissimo  è  il  quadro  delPresepio  dipinto 
lìti  167,2  daD.,da  tutti  riputato  del  Bas- 
sani,  all'erma  Marocco.  Ma  de'sei  Da  Pon- 
te di  Bassano  pittori,  niuno  portò  il  nome 
cominciatile  col  D.  Io  non  pretendo  con 
tale  data  e  iniziale  indovinare  l'autore  del 
quadro,  dirò  solo  che  in  quell'epoca  fio- 
riva il  Domeni chino,  e  cominciava  a  fio- 
rire l'oriundo  francese  Gaspare  Daghe! 
nato  in  Roma, cognato  e  discepolo  del  ce- 
lebre paesista  Poussin,  ed  anche  scolaro 
di  Claudio  Lorenese:  fra'paesisti  italiani 
è  quello  che  ha  più  grazia  e  sentimento; 
tutto  è  in  lui  vero.  1  suoi  mirabili  paesag- 
gi sovente  ornavali  di  figure.  Molto  dipin- 
se pel  principe  Pamphilj,  la  qual  famiglia 
possiede  grandi  e  rinomatissimi  quadri. 
A  lira  parrocchia  èia  chiesa  de'ss.  Andrea 
e  Stefano.  Salendo  a  Valmontone  per  la 
parte  sinistra,  è  la  chiesuola  della  ss.  Ver- 
gine delle  Grazie,  che  per  lo  siile  e  la  co- 


126  VEL 

stellione  ricorda  l'XI  secolo.  La  porta, 
antica  aneli' essa  e  rinnovata  nel  secolo 
XIII,  presenta  l'Eterno  Padre:  il  mistico 
Tau,  che  vi  si  vede  espresso,  è  prova  che 
un  tempo  questa  chiesa  appartenne  a'mo- 
naci  o  meglio  canonici  regolari  dell'or- 
dine di  s.  Antonio  abbate.  Sopra  un'altu- 
ra pure  a  sinistra  della  via,  e  non  mollo 
lungi  dalla  città,  vedesi  dominare  la  chie- 
sa e  il  convento  de'  minori  osservanti  di 
s.  Angelo,  di  cui  ragiona  il  subnominato 
p.  Casimiro  nel  cap.  25,  insieme  alle  no- 
liziedi  Valmontone,  e  di  cui  mi  vadogio- 
■vando,  di  conserva  cogli  altri  lodati  scrit- 
tori. Ambo  gli  edilizi  sono  situati  sopra 
un  colle,  i  quali  nondimeno  reslanocoper- 
ti  dagli  altri  colli  che  li  circondano  ,  anzi 
le  finestre  del  i .°  appartamento  del  palaz- 
zo baronale  stanno  a  cavaliere  del  tetto 
della  chiesa  ed  a  livello  del  convento  de' 
cappuccini  di  Palestrina.  Il  p.  Gonzaga, 
Misturici  Serafica,  peli.0  e  senza  docu- 
mento pubblicò  che  il  convento  già  abba- 
zia  appartenne  a'benedettini,  e  che  da'si - 
gnoii  Conti  baroni  del  luogo  fu  concesso 
a 'francescani  colla  bellissima  chiesa.  Il  p. 
Casimiro  assicura  che  la  fabbrica  è  anti- 
ca, e  nel!' architrave  della  sagrestia  lesse 
l'anno  1 009.  Nel  1 738  per  certa  fabbrica 
si  scopri  una  croce  stazionale  di  marmo 
con  vari  ornamenti  di  musaico,  le  quali 
cose  potrebbero  rendere  verosimile  l'as- 
serzione del  p.  Gonzaga,  ed  il  Nibbydice 
saracinesca  la  costruzione.  Certo  è  che  i 
fiati  minori  non  vi  si  stabilirono  dopo  la 
metà  del  secolo  XV,  ad  onta  che  tale  epo- 
ca sia  notata  nelle  memorie  del  convento 
e  nell'archivio  d'  Araceli,  ma  nello  stesso 
secolo  di  loro  istituzione.  Imperocché  ri- 
porta il  p.  Waddiogo,  Annal.  Minor.,  che 
Nicolò  I V  nel  1 290  con  breve  de'7  luglio 
dato  in  Orvieto,la  cui  copia  era  nell'archi- 
viodi  s.lsidoro,  concesse  l'indulgenza  per- 
petua d'un  anno  e4o  giorni  a'  fedeli  che 
pentiti  e  confessati  visitassero  nel  giorno 
di  sua  festa  e  per  tutta  l'S.'1  la  chiesa  di  s. 
Michele  Arcangelode'frati  minori  di  Val- 
uioutoue  diocesi  di  Segni.  A  tempo  del  p. 


VEL 

Casimiro  la  chiesa  conteneva  3  altari  dal- 
la parte  dell'Epistola  e  2  da  quella  del  Van 
gelo, ed  era  stata  consagrata  a'26  febbraio 
da  Giuseppe  Pamphilj  vescovo  di  Segni 
dal  iìì'jo  al  1  58  1 .  Il  p.  Casimiro  ripro- 
dusse due  memorie  sepolcrali,  il  novero 
delle  ss.  reliquie  della  chiesa,  incontro  la 
quale  nel  i49°  '  Conti  edificarono  a  s.  Mi- 
chele una  cappella  semicircolare,  poi  pro- 
fanata nel  secolo  passato,  e  che  nella  cam- 
pana del  campanile  era  inciso  l'anno 
i523, colle  invocazioni  della  Madonna  e 
di  s.  Michele,  e  col  nome  angelus  Melo 
Verulanus.  Soggiunge  il  p.  Casimiro  che 
piti  d'un  miglio  da  Valmontone  sulla  via 
Labicana  fu  già  il  monastero  di  s.  Maria 
in  Silice  de  Fai  le  montana  (così  detta  da' 
grossi  selci  della  via  lastricata),  di  cui  tro- 
vasi menzione  neh'  Ughelli,  nel  diploma 
di  conferma  de'beni  a  Pietro  vescovo  di 
Segni,  emanalo  nel  1  1 82  da  Lucio  III,  da 
cui  si  trae  ch'era  stato  toltoa'benedetlini 
a'quali  era  appartenuto.  Nel  secolo  X11I 
vi  furono  collocate  le  monache  di  s.  Chia- 
ra, alla  loro  chiesa  concedendo  Nicolò  IV 
l' indulgenza  Signina  Dioecesis.  In  una 
bolla  di  Paolo  II  del  i47°  s'  narra  che  il 
monastero  era  disabitato  e  da  più  anni  di- 
ruto; però  non  si  deve  confondere  col  mo- 
nastero che  nello  slesso  pontificato  Gio- 
vanni Conti  fabbricò  dentro  Valmontone 
col  medesimo  nome  di  s.  Maria  in  Silice, 
per  aver  ottenuto  tal  signore  dal  Papa 
di  trasferirvi  il  titolo  dell'altro,  e  di  far- 
vi rifiorire  di  nuovo  la  regolare  osservan- 
za. Giovanni  per  ottenere  tuttociò  più  fa- 
cilmente donò  a'  monaci  di  s.  Scolastica 
di  Subiaco, oltre  la  chiesa  e  il  monastero, 
anche  1'  ospedale  pe'  poveri  ,  fabbricato 
già  da  Allo  suo  genitore,  sepolto  nel 
1 466  in  quella  chiesa  con  epitaffio.  L'o- 
spedale tuttora  esiste.  Nel  Diario  di  Car- 
lo Messori  da  Subiaco  si  legge,  che  nel 
i5gi  era  priore  di  questo  nuovo  mona- 
siero  d.  Ambrogio  da  Subiaco,  ma  dipoi 
fu  abbandonato  all'atto  da'monaci,  laon- 
de neh  656  vi  poterono  ritirarsi  i  minori 
osservanti,  uel  tempo  che  il  loroconvcnto 


V  EL 

di  i.  Angelo  era  abitato  da'contagiosi  del- 
la pesti  lenza  die  affliggeva  pure  la  contra- 
da. Aggiunge  Marocco,  che  al  monastero 
fu  unita  l'abbazia  di  s.  Maria  di Porcinia, 
castello  poi  detto  Percile,  distretto  e  dio- 
cesi di  Tivoli,con  altre  notizie  sul  medesi- 
mo, ora  del  tuttodiruto.lesue  renditenon 
eccedendo  ?o  floriui  d'orodi  camera.  Era 
vicino  alle  ville  ecimiterio  di  s.  Ilario  nel- 
la via  Labicana,  dagli  antichi  cristiani  di 
gran  divozione  e  assai  frequentato.  Dice 
ancora  il  Marocco  che  quasi  5  miglia  di- 
stante da  Valmontone  esisteva  il  mona- 
stero mollo  antico  di  s.  Cecilia  dell'ordi- 
ne di  s.Benedetto,  e  precisamente  rim pet- 
to al  diruto  castello  di  Pimpinara,  di  cui 
feci  parola  nel  paragrafo  Gavìgnano.  Non 
manca  Valmontone  di  pii  sodalizi,  e  del- 
le maestre  pie,  le  quali  furono  istituite  in 
questa  città  dalla  principessa  Leopoldina 
Doria  Pamphilj  di  Savoia  Carignano.  Ora 
la  città  sta  costruendo  il  cimiterio  comu- 
nale fuori  dell'abitato  ed  alla  distanza  di 
circa  mezzo  miglio  dalla  medesima.  Ce- 
lebre fra 'geografi  è  stata  sempre  la  que- 
stione sopra  il  sito  preciso  di  Labico  (P.), 
città  ragguardevole dell'anticoLazio  e  poi 
sede  vescovile.  Leandro  Alberti  e  molti 
altri  dopo  di  lui  hanno  stimato  che  sul- 
le rovine  di  essa  sia  stato  dipoi  fabbrica- 
to Valmontone.  Cluverioe  Kircher  han- 
no creduto  Labico  nello  stesso  silo  ove 
oggi  è  piantato  Zagarolo  (F.).  I  moder- 
ni scriltori.appoggiati  all'Olstcnioeal  Fa- 
bi etti, non  altrove  lo  riconoscono  che  nel 
castello  della  Colonna  ,  cos'i  Marocco  e 
Nibby.  Il  p.  Casimiro  da  Peonia  però  os- 
serva die  la  Colonna  non  è  situala  sulla 
via  Labicana,  ma  distante  da  Roma  cir- 
|  ca  1 5  miglia,  che  fanno  appunto  i  i  20  sta- 
di di  lontananza  assegnati  da  Strabune  a 
Labico;  disianza  che  non  si  può  coufare 
alla  posizione  di  Zagarolo,  che  dicesi  17 
miglia  lontana  daRoma  (di  più  vuole  Nib- 
by),e  mollo  meno  con  quella  di  Valmon- 
tone ,  che  viene  giudicata  lontana  dalla 
medesima  più  di  22  miglia.  Ciò  die  poi 
doti  ebbe  togliere  ogni  dubbio  è  la  lapi- 


VEL  127 

de  di  Pai  tenio,  trovala  dal  Fabretti  nel 
territorio  della  Colonna  e  da  lui  riporta- 
ta nel  suo  libro  De  Aquis  et  Aquaedu* 
ctil/us.  Con  tultociò  confessa  il  p.  Casimi- 
ro di  non  poter  abbracciare  neppur  quel 
sentimento,  dubitando  che  la  lapide  forse 
potrebbe  esservi  stata  trasportata  ,  ben- 
ché potrebbe  essere  surto  Labico  non  lun- 
gi dalla  Colonna.  Ma  considerando  che 
un  tempo  esistevano  Labico,  Colonna  e 
Zagarolo,  e  tutti  e  3  chiamati  co'loro  no- 
mi ,  conclude  che  Labico  non  poteva  es- 
ser situato  ove  oggidì  è  piantala  Colon- 
na, e  questo  castello  non  potè  esser  fab- 
bricato sugli  avanzi  di  Labico.  Questa 
città  era  tuttavia  in  piedi  nel  cominciar 
del  secolo  XI  II,  in  cui  Domenico  vescovo 
d'Albano  vi  passò  a  governarne  la  chiesa, 
il  che  rendesi  manifesto  dalla  lite  insorta 
tra  il  vescovo  d'Albano  e  il  monastero  di 
Grotta  Ferrata  per  I'  esenzione  di  una 
chiesa  del  castello  di  Paolo,  situato  sotto 
Marino;  e  mentre  da  molti  anni  addietro 
esistevano  altresì  la  Colonna  e  Zagarolo, 
come  si  trae  da  Pandolfo  Pisano,  il  quale 
narra  che  Pasquale  II  neh  io^t  egrts.sus 
urbe  Cavasi  recepit,Columpnam  et  Gaz- 
zfro/«m,cioèZagarolo,ed  in  più  luoghi  da 
Cencio  Camerario.  Sembra  dunque  al  p. 
Casimiro  vacillare  la  congettura  di  que' 
che  hanno  scritto  Labico  esser  lo  stesso 
che  la  Colonna.  I  moderni  Calindri  e  Ca- 
stellano inclinano  a  credere  che  l'odier- 
no Valmontone  abbia  rimpiazzato  l'an- 
tica città  di  Labico,  che  altri  posero  a  Za- 
garolo o  alla  Colonna.  A'ricordati  arti- 
coli riportai  lediverse opinioni  degli  scrit- 
tori, fra 'qua  li  il  Fico  ioni  pose  Labico  pres- 
so la  sua  patria  Lugnano.  Il  dotto  IVibby 
HeW  Analisi  de' dintorni  di  Roma,  t.  2,  p. 
1 59,  ragiona  delle  diverse  terre  che  si  di- 
sputarono P  onore  d'  esser  succedute  al- 
l'antico Labìcum  o  La\'icnmte  tutte  eb- 
bero i  loro  forti  difensori,  né  tace  che  nel 
secolo  XVI  era  comune  l'opinione  in  fa- 
vore di  Valmontone,  e  nel  seguente  al- 
tri lo  situarono  a  Zagarolo.  Pertanto  sog- 
giunge: Se  però  ad  uu  malinteso  amoie 


128  VEL 

di  patria  si  fosse  sostituito  un  più  matu- 
ro esame  de'  luoghi,  ed  un  rispetto  mag- 
giore all'autorità  declassici  antichi,  l'o- 
pinione non  sarebbe  andata  tanto  oscil- 
lando con  detrimento  della  verità  e  della 
scienza.  Ragionando  poi  delle  distanze,  ne 
escluse  Valmontone,  dicendola  più  di  26 
miglia  distante  da  Roma  ,  e  poi  nel  suo 
articolo  scrisse  circa  24  5  e  trovò  le  me- 
desime e  le  altre  coincidenze  in  favore 
della  Colonna,  ed  eruditamente  riferì  le 
notizie  di  Labicoe  della  Colonna.  Trat- 
tando poi  il  Nibby  di  Rocca  Priora,  che 
dice  l'antica  Corbio  o  Corbìone,  nel  t.  3, 
p.  22  ,  dichiara  che  Vitellia  era  a  Val- 
montone,  ed  io  seguendolo,  ciò  ripetei  oel 
voi.  XXVII,  p.  178,  nella  breve  mia  de- 
scrizione di  Rocca  Priora  _/ad  onta  ch'egli 
nell'articolo  Ci  vitella  di  Subiaco,  nel  1. 1, 
p.  4?4>  I'  avea  riconosciuta  succeduta  a 
Vitellia  da'romani  eretta  nel  paese  degli 
eroici,  onde  tener  a  freno  gli  equi  0  equi- 
coli ,  ed  inoltre  ivi  già  avea  riconosciuto 
Valmontone  essere  succeduta  a  Tolerio, 
Nel  mio  articolo  Subiaco,  e  nel  paragra- 
fo Ch'itella  ne  ripetei  l'opinione,  lo  non 
intendo  censurare  il  grand'uomo,  soltan- 
to avvertire  gli  anacronismi,  onde  non  es- 
sere anch'io  in  contraddizione.  Inoltre  il 
INibby  nel  t.  3,  p.  369,  tiene  proposito  di 
Valmontone,  che  dice  l'antico  Tolcrium, 
quindi  Castrimi  Vallis  Montonisj  ed  ec- 
cone  le  sue  notizie.  La  città  di  Tolerium 
o  Toleria,  come  una  delle  più  antiche  del 
Lazio,  ed  esistente  fin  dall'  anno  268  di 
Roma, Dionisio  e  Plutarco  l'indicano  chia- 
ramente situata  nelle  vicinanze  di  Boia, 
ch'f  gli  riconosce  a  Lugnano,  Labico  e  Fe- 
do, mentre  Plinioenumera  i  Tolerienses 
fra  quelle  popolazioni  del  Lazio  antico  che 
a'snoi  giorni  erano  pienamente  scompar- 
se. Stefano  Bizantino  poi  si  limita  ad  in- 
dicare Tolerium  solo  come  una  città  d'I- 
talia. Se, come  sembra  al  INibby,  Boia  fu 
a  Lagnano,  Labico  alla  Colonna,  e  Pedo 
a  G allicano {V .),  due  soli  luoghi  moder- 
ni potrebbero  contendersi  l'onore  d'esser 
riguardati  come  succeduti  a  Tolerio,  cioè 


VEL 

Zagarolo  e  Valmontone,  poiché  avendo 
l'infaticabile  e  intelligentissimoNibby  per- 
corso in  tutte  le  direzioni  quel  tratto  di 
paese  latino  fra  la  Colonna,  Valmontone 
e  GaIlicano,questi  due  luoghi  solamente 
presentarono  a  lui  in  tutto  quel  distretto 
traccie  d'  antichità.  Quelle  di  Zagarolo 
non  crede  appartengano  a  epoca  remota, 
ma  li  reputa  pezzi  di  monumenti  disloca- 
ti del  tempo  imperiale  di  Roma;  né  l'a- 
spetto di  quella  terra  ha  grande  appara- 
to d'essere  stata  una  città  antica,  ma  piut- 
tosto una  villa  romana:  al  contrario  Val- 
montone  ah.°  aspetto  mostra  il  caratte- 
re di  una  di  quelle  città  o  piuttosto  bor- 
gate munite  del  Lazio  primitivo,  essendo 
posta  sopra  un  colle  isolato,  cinto  da  di- 
rupi ed  attorniato  da  sepolcri  scavati  nel 
tufa,  come  quelli  di  Collazia  e  di  altre  cit- 
tà antichissime,  e  fra  due  rigagnoli  che 
sono  da  considerarsi  come  due  delle  più 
lontane  e  perenni  sorgenti  del  fiume  Sac- 
confluente  principale  delLiri. Questo  fiu- 
me è  evidentemente  quello  che  Strabone 
ossia  il  suo  testo  odierno  designa  col  no- 
me che  Ovidio  e  Orosio  appellano  To- 
leniti,  dal  quale  si  conosce  l'origine  del 
nome  di  Tolerium,  ch'era  posto  alle  sor- 
genti di  quello.  Prova  ulteriore  pel  Nib- 
by che  Tolerium  fosse  sulsitodi  Valmoa- 
tone,è  la  marcia  di  CorioIano,il  quale  ve- 
nendo contro  le  città  latine  della  Valle 
Pontina,  lai."  a  presentarglisi  sul  confine 
volsco  da  quella  parte  era  Tolerium,  e 
questa  infatti,  secondo  Dionisio  e  Plutar- 
co nella  Vita  di  Coriolano }  fu  la  1  ."ad  es- 
ser assalita,  come  successivamente  assalì 
quelle  che  una  dopo  l'altra  gli  si  parava- 
no sulla  strada,  cioè  Boia,  Labico  e  Pedo. 
E  non  volendo  attaccare  né  i  prenestini, 
né  i  gabini,  né  i  tnsculani ,  perchè  forse 
erano  d'accordo  co'volsci,  o  non  erano  al- 
leati de'romani,  si  volse  contro  Corbione, 
Boville  posta  presso  le  Fraltocchie,e  La- 
vinio  (Pratica  dice  INibby  ;  non  si  deve 
confondere  con  Patrica  nella  delegazione 
di  Frodinone:  à\  Lavinio  e  di  Pratica  ra- 
gionai nel  voi.  XXXVU,  p.  233  e  seg. 


VEL 

ultime  città  che  gli  rimanevano  a  soggio- 
gare sulla  sinistra,  prima  di  porre  il  cam- 
po contro  Roma,  alle  Fosse  Giulie.  Il  va- 
loroso esule  romano  trovò  i  tolerini  pre- 
parati a  difendersi, e  da  prodi  per  un  gior- 
no intero  respinsero  l'assalto,  ma  alla  fi- 
ne dovettero  cedere  alla  furia  de'  volsci. 
La  città  fu  presa  d'assalto,  ed  i  volsci  ne 
riportarono  una  preda  cos'i  grande  in  uo- 
mini, denaro  e  vettovaglie,  che  il  traspor- 
to del  bottino  durò  parecchi  giorni.  In- 
dizio è  questo  della  floridezza  di  Tolerio, 
sebbene  la  città  non  fosse  molto  grande, 
secondo  Dionisio,  il  quale  fa  dire  a  Mimi- 
ciò  nella  sua  legazione  a  Coriolano,  che 
non  credesse  già  facile  impresa  l'assalire 
Roma,  e  che  non  credesse  d'averla  a  fare 
co'pedani  eco'toleriui,  piccole  popolazio- 
ni. Nuovo  argomento  a  favore  di  Valmoti- 
tone,dice  Nibby.  Indi  nota  :  E'  singolare, 
che  mentre  Dionisio  e  Plutarco  sono  pie- 
namente d'accordo  nell'indicare  la  presa 
di  Tolerio,  Livio  non  ne  fa  menzione,  ma 
in  vece  nomina  Trcbiam  ossia  Trevi  (P7.), 
eh'  è  fuor  di  luogo  affatto;  e  perciò  può 
credersi  che  il  nome  in  Livio  sia  stato  al- 
terato da'eopisti  e  che  iu  vecedi  Trebiam 
debba  leggersi  Toleriam,  congettura  che 
sfuggì  al  dottissimo  Cluverio.  Dopo  quel- 
la catastrofe  sembra  che  Tolerio  non  ve- 
nisse mai  più  abitala,  poiché  non  se  ne 
trova  più  menzione  negli  antichi  scritto- 
ri. Quindi  crede  Nibby  ,  che  i  cittadini 
superstiti  si  disperdessero  nelle  città  vi- 
cine di  Boia,  Frenesie  e  Pedo.  Quantun- 
que però  Tolerio  fosse  scomparsa  ,  non 
sembra  probabile  che  sul  finir  del  gover- 
no repubblicano  o  ne'tempi  floridi  del- 
l' impero  il  suo  sito  fosse  trascurato  da 
qualche  ricco  romano  ,  il  quale  ne  avrà 
profittato  per  edificarvi  una  villa,  come 
di  altre  città  primitive  del   Lazio  essere 
avvenuto  afferma  Strabone,  e  ne  fan  te- 
stimouianza  le  rovine  esistenti.  Nel  d.°65 
del  Diario  di  Roma  del  1 846  si  legge 
un  articolo  di  O.  R.,  nel  quale  dà  con- 
tezza del  pubblicato  libro:  Intorno  l'an- 
tico e  nuovo  Labico.  Dissertazione  di ùid- 

vol.  LXXXIX, 


VEL  129 

gì  Ber tarel 7/, Roma  1 8/f5-  Principia  l'ar- 
ticolista col  fare  osservare,  che  non  si  può 
in  miglior  modo  onorare  il  paese  natale  di 
quello  che  ricercando  nella  sua  storia,  e 
manifestando  alla  luce  del  mondo  le  sue 
glorie,  tanto  più  se  da  altri  scemate,  mes- 
se in  dubbio  o  negate  del  tutto.  Ciò  fece 
assai  dotta  mente,  e  con  franco  e  bello  an- 
dare di  stile,  Luigi  Bertarelli  da  Valcuon- 
tone  nell'opuscolo  annuncialo  di  3g  fac- 
ce in  8.°,  abbastanza  pieno  d'erudizione. 
Egli  procede,  al  dire  dell'articolista,  con 
bel  ragionare,  chiarezza  e  con  forti  argo- 
menti a  mostrare  come  presso  il  luogo 
dove  sorge  ora  quella  ciltà  fosse  il  Labi- 
co  degli  antichi.  Un  tale  ragionamento, 
dedicato  al  suo  concittadino  d. Pietro  Pao- 
lo Fratoni  parroco  de'  ss.  Andrea  e  Ste- 
fano, l'autore  divise  in  1  1  paragrafi.  Ac- 
cenna nell'introduzione  come  il  Sommo 
Pontefice  Gregorio  XVI,  con  breve  de' 
26  settembre  1 843,  desse  al  comune  di 
Valmontone  l'illustre  titolo  di  città,  e 
quindi  i  suoi  abitanti,  fra  le  altre  pubbli- 
che dimostrazioni  di  gratitudine  a  tanto 
benefìciOjStabilissero  una  accademia,  nel- 
la quale  dovea  recitarsi  questa  disserta- 
zione, la  quale  non  tenuta  il  Bertarelli 
pubblicò  colla  stampa.»  Quanta  oscurità 
e  quanta  incertezza  sia  stata  sempre  in- 
torno alla  situazione  dell'  antico  Labico 
è  noto  a  chiunque  si  conosce  minimamen- 
te di  queste  materie:  chi  nel  luogo  dove 
sorge  al  presente  la  terra  di  Zagarolo; 
chi  alla  Colonna;  chi  altra  volta  pureo- 
pinò  che  fosse  nelle  vicinanze  di  Valmon- 
tone; i  quali  diversi  pareri  discorre  il  Ber- 
tarelli nel  3.°  paragrafo,  dopo  aver  toc- 
cato nel  1°  la  storia  dell'antichissima  cit- 
tà. Il  Nibby,  in  fra  gli  altri,  volle  a'dì  no- 
stri sostenere  che  veramente  alla  Colon- 
na sorgesse  Labico,  secondo  eziandio  l'av- 
viso dell'  Olstenio  e  del  Fabretti;  il  che 
si  fa  il  nostro  Bertarelli  a  confutare  mol- 
to valorosamente  nell'8.°  paragrafo,  com- 
battendolo coli' autorità  degli  antichi 
scrittori,  come  di  Livio  e  di  Strabone,  il 
quale  scrivendo  che  Labico  giaceva  oltre 

9 


1 3o  VE  L 

il  i  5.°  miglio  da  Roma,  fa  chiaro  che  non 
polea  essere  dove  sorge  al  presente  la  Co- 
lonna, clie,  osserva  il  Berta  celli,  seguendo 
le  tracce  della  dritta  via  Labicana  anti- 
ca, dista  da  Roma  solamente  12  miglia; 
la  comballe  coli'  andamento  della  via 
medesima,  colla  natura  del  luogo  in  cui 
è  poi  sorta  la  Colonna,  con  altri  ben  for- 
ti argomenti  che  tralascio  per  brevità  e 
che  stimo  prezzo  dell'opera  leggere  come 
sono  distesamente  e  eruditamente  tratta- 
ti nella  dissertazione  medesima.  Ver  con- 
trario nel  paragrafo  7.0  avea  già  abba- 
stanza provatoli  Bertarelli  come  colle  re- 
liquie dell'  antico  Labico  fosse  costrutto 
Yalmontone,  e  come  a  cjuesto  apparten- 
ga l'antica  sede  episcopale  Labicana. men- 
tre nel  paragrafo  9.0  mostra  colla  mag- 
gior evidenza  I'  errore  del  Nibby  nell'  a- 
ver  dato  a  Yalmontone  il  nome  dell'  an- 
tico Tolerio.  E  poiché  la  maggior  gloria 
che  venga  ad  una  città  è  quella  che  le 
danno  gli  uomini  di  alto  sapere  da  essa 
«Ieri  vati,  saviamente  lo  stesso  Bertarelli, a- 
vanti  di  por  fine  a  questa  sua  bella  ed  eru- 
dita dissertazione,  non  vuole  taciuti  i  no- 
mi d'alcuni  più  celebri  cbesortirono  nel- 
la sua  Valmontone  i  natali;  e  valga  per 
lutti  il  ricordare  quel  Giusto  de'Conti,ce- 
leberrimo  poeta,giureconsulto  e  oratore, 
stato  consigliere  di  Sigismondo  Pandol- 
foMalatesta".  Termina  l'autore  dell'arti- 
colo dicendo,  che  siccome  tutto  l'opusco- 
lo è  interessante,  si  sarebbe  dovuto  ripe- 
terlo, congratulandosi  collo  scrittore  per 
tale  sua  fatica,  che  non  reca  minor  glo- 
ria e  onore  a  lui  che  alla  sua  patria  na- 
tale. Dipoi  il  eh.  cav.  Coppi  pubblicò  le 
Memorie  Colonnesi,  nelle  quali  assai  par- 
la del  castello  della  Colonna  e  de'snoi  si- 
gnori Colonna  (V.),  i  quali  derivando  da- 
gli antichi  signori  del  Tuscolo,  dalla  stes- 
sa Colonna  presero  il  cognome,  secondo 
Muratori,  altre  opinioni  avendole  io  rife- 
rite al  citato  articolo.Quanlo  a  Labico,  di- 
ce il  Coppi,  alcuni  archeologi,  come  Vol- 
pi, Vetus  Latium,  e  Nibby,  sono  di  pa- 
rere che  sulla  collina  del  castello  di  Co- 


V  E  L 

lonnn  fosse  l'antico  Labicom, città  abba- 
stanza ragguardevole  da  dare  la  denomi- 
nazione di  Labicana  alla  via  romana  che 
vi  conduceva,  senza  dire  la  propria  opi- 
nione nel  contrastato  argomento.  Intor- 
no a  Labico,  oltre  il  detto  nel  suo  arti- 
colo e  ne'  luoghi  che  ivi  citai,  tanto  sem- 
brami abbastanza  ;  per  un  maggior  det- 
taglio può  supplire  il  Nibby.  Questo  rac- 
conta, che  la  suindicata  villa  avea  il  nome 
di  Casa  Maior  nel  secolo  Vili,  quando 
insieme  con  Longeiamim,  oggi  Lugna- 
no,  fu  data  da  s.  Gregorio  II  del  710  al- 
la basilica  Lateranense  ,  come  si  ricava 
dal  registro  di  Cencio  Camerario  inserito 
dal  IVI  tiratori  nel  t.  5  àeM'Jntiq.  Medii 
devi.  I  coloni  posti  a  coltivar  questo  fon- 
do formarono  a  poco  a  poco  la  borgata, 
che  fino  dal  1  139  avea  assunto  il  nome 
di  Vallis  Montoni*,  il  che  si  trae  da  un 
atto  riferito  nell'  Appendice  2."  del  t.  4 
degli  Annales  Canta Idulenses;  nel  qua- 
le leggesi  come  Oddone  signore  di  l'oli 
mandò  ambasciatore  a  Papa  Innocenzo  II 
un  tal  Landone  de  Valle  Monlonis,  pel 
narrato  nel  vol.LXXV,  p.  2 .876288, par- 
lando di  Poli  e  nuovamente  della  fami- 
glia Conti. Continuava  a  quell'epoca  que- 
sta terra  ad  essere  posseduta  da 'canonici 
regolari  Lateranensi,  e  venne  loro  con- 
fermata, come  si  legge  nella  bolla  a  loro 
e  al  proprio  priore  diretta  da  Anastasio 
IV  nel  1  1  54»  riportata  dal  Crescimbeni 
■neW Istoria  della  chiesa  di  s.  Giovanni 
avanti  Porta  Latina,^.  248, con  queste 
parole  che  da  essa  ricavo:  domosquasha- 
belis  in  cancello,  domos  quas  habetis  in 
Via  Malori  Castrimi  Vallis  Montonis 
cimi  Ecclesiis  et  omnibus  ad  ipsum  Ca- 
strimi per tinentibus,  Castrimi  Matella- 
nici  etc.  Di  che  fa  menzione  anche  il  p. 
Casimiro.  Lucio  HI  neh  182  pose  0  con- 
fermò Valmontone  sotto  la  giurisdizione 
ecclesiastica  del  vescovo  di  Segni,  e  nel- 
la bolla  Etordo  rationis  expostulat.  ri- 
prodotta dall'Ughelli  ne\Y Italia  sacra, 
1. 1,  p.  1237,  come  chiese  di  Valmontone 
si  nominano  quelle  di  s.  Mariae,  s.  Ari' 


V  E  L 

dreae,s.  Laurenlii  cimi  omnibus  perli- 
mentii*  suis,  s.  Joannis  de  Selva,  s.  Ni- 
colai cum  omnibus  perlinenliisearum:s. 
Zotici  cum  omnibus  per  tinentiis  suisjmo- 
nasterinm  s.  Marine  in  Silice  cum  omni' 
buspcrtinentiis  et  libcrtntibus  suis.  Frat- 
tanto i  canonici  regolari  Lateranensi  l'a- 
veano  talmente  caricato  di  pesi  e  debili 
con  forti  usure,  che  trattavano  seriamen- 
te di  venderlo  pubblicamente;  laonde  Pa- 
pa Innocenzo  III  (V.)  col  consenso  del 
priore  e  canoniciLateranensi,compròVal- 
tnoutone  colle  sue  pertinenze ,  parte  co' 
denari  suoi,  parte  con  quelli  del  fratello 
Riccardocontedi  Sora,ed  a  questi  lo  die 
in  feudo  nel  1208,  salvo  iure  Laleranen- 
sis  Ecclesiae.  Il  Ratti  dice  l'atto  d'acqui- 
sto essere  del  1209  e  conservarsi  nell'ar- 
chivio Sforza,  nella  qual  famiglia  passa- 
rono i  beni  e  le  prerogative  della  linea 
primogenita  de'Couti.  Nel  Bull.  Rom.  t. 
3,  p.  1  32,  è  la  bolla  Cum  Castrimi  Val- 
li* Montoni sì  colla  quale  Innocenzo  III  : 
Ricardo  Corniti  Sorano  Castrimi  Val- 
li* Montonis  confirmal,  eaque.  omnia, 
quae  eilocarunt  Canonici  basilicae  La- 
teranensis.  E  da  questo  Riccardo  ebbeo- 
rigine  la  linea  de'  Conti  (V.)  di  Valmon- 
tone  e  di  Segni,  come  raccontai  in  que- 
gli articoli,  i  quali  vanno  tenuti  presen- 
ti, perchè  procedei  co'docùmenti  auten- 
tici pubblicati  dal  Ratti,  Della  Famiglia 
Sforza,  t.  2,p.  2i7eseg.:  De' Conti  di 
Segni.  Ma  devesi  anche  qui  notare,  che 
la  1 .-  stabile  signoria  che  acquistò  il  gran- 
de Innocenzo  III  fu  quella  di  Valmonto- 
ne  ,  per  cui  la  famiglia  Conti  sino  alla 
metà,  del  secolo  XV  si  chiamò  de  Conti 
signori  di  Valmontone;  e  talmente  fu 
proprio  di  essa  il  nome  di  questo  suo  prin- 
cipale feudo,  che  non  rare  volte  trovasi 
scritto  pressoi  contemporanei  Casa  Val- 
montone  per  Casn  Conti,  giacché  essa  as- 
sunse l'amministrazione  e  il  dominio  di 
Segni  dipoi  nel  1  353;  dicendosi  ne'docu- 
inenti  che  tuttociò  comprovano,  che  alla 
Casa  di  Vallemontone  Corradino  impe- 
ratore nel  1254  die  l'arme  dell' Aqui- 


V  E  L  1 3 1 

la  scacchiata  e  il  popolo  romano  il  cam- 
po rosso.  Nell'infeudazione  di  Valmonlo 
ne,  Riccardo  fu  dal  Papa  fratello  iofeu  • 
dato  pure  di  Poli,  Sacco  e  Pimpinara,  e 
prestò  giuramento  solenne  di  fedeltà  al 
medesimolnnocenzolll  in  Ferentino,  con 
atto  pubblicato  dal  Muratori  nel  t.  5,  p 
84g  dell'ani.  Med.  Aevi,  e  dal  Ratti  a  p. 
232  coll'istromentodi  compra  di  Valmon- 
tone. Perciò  Riccardo  si  obbligò  co'suoi 
successori  a  fare  guerram  et  pacem  de. 
Castro  Vallismontonis,  de  Sacco  et  de. 
Plumbinarin  conica  omne.s  homines  ad 
mandatimi  Romani  Pontifici.  E  siccome 
da'figli  di  Riccardo  si  formarono  due  li- 
nee primarie,  la  primogenita  de'  signori 
di  Valmontone  e  poi  di  Segni,  e  1'  altfa 
de'signori  di  Poli,  questo  paragrafo  può 
vedersi  nel  luogo  citalo,  anco  per  gli  al 
tri  feudi  che  signoreggiò.  Osserva  il  Rat- 
ti, che  Valmontone  forse  sarebbe  andato 
soggetto  alle  divisioni  e  altre  vicende,  al 
le  quali  furono  sottoposti  tanti  altri  feu- 
di di  casa  Conti,  se  Giovanni  Conti  figlio 
di  Paolo,  e  nipote  diRiccardo  fratello  d'In- 
nocenzo III,  con  suo  testamento  del  1287 
nonne  avesse  istituito  un  perpetuo  fidei- 
commisso  a  favore  de'primogeniti  di  sua 
famiglia,  comprendendo  nella  sua  dispo- 
sizione anche  il  castello  di  Gabiniano  o 
Gavignano,  e  quelli  di  Fluminaria  e  Sac- 
co. Di  più  Giovanni  Conti  ordinò  nel  te- 
stamento l'erezione  d'  un  monastero  di 
monache  in  Valmontone.  Può  vedersi  il 
Ratti  a  p.  234,  ed  il  paragrafo  Gavigna- 
no. Dalla  suddetta  epoca  fino  al  i5y$  • 
Conti  ritennero  costantemente  il  dominio 
di  Valmontone,  onde  le  loro  copiose  no- 
tizie con  essa  si  rannodano,  alla  quale  i 
Conti  profusero  le  proprie  beneficenze, 
massime  in  opere  di  pietà,  come  loro  pri- 
mitivo e  principale  feudo.  Una  carta  spet- 
tante al  i25o  e  che  si  conserva  nel  mo- 
nastero camaldolese  de'ss.  Andrea  e  Gre- 
gorio di  Roma,  riportata  nell'Appendice 
del  t.  4  >  p-  5g7  degli  Annales  Carnai- 
dulenscs,  ha  conservato  i  nomi  di  molli 
abitanti  ragguardevoli  del  Castrimi  Val- 


i32  V  E  L 

lismontonìs,  chiamati  come  testimoni  in 
un  testamento,  fra'quali  vi  è  quello  d'un 
Felice  frate  dell'ordine  de'iniuori,  che  1& 
dice  castellano  di  Valmontone.  I  Conti 
signori  di  Valmontone  sovente  alloggia- 
rono nel  proprio  palazzo  i  Papi  che  da 
Pioma  passavano  in  A  ungiti,  ed  alle  vol- 
te a  Napoli,  prima  che  la  residenza  pon- 
tificia fosse  trasferita  in  Avignone.  Nel 
i  377  ne  parti  Gregorio  XI  e  la  ristabilì 
in  Roma;  indi  per  sollevarsi  dal  viaggio  e 
volendo  evitare  i  gran  caldi  dell'  estate, 
passò  con  tutta  la  sua  corte,  e  preceduto 
dalla  ss.  Eucaristia,  in  Anagni.  e  quivi 
si  trattenne  fino  al  novembre  dello  stes- 
501377.  Giovanni  Conti  signore  di  Val- 
montea'5  giugno  vi  accolsee  ospitò  splen- 
didamente il  Papa  ,  e  la  descrizione  di 
quel  ricevimento  leggesi  in  Papirio  Mas- 
senio  presso  il  Muratori ,  Rerum  Itali- 
caruni Script,  t.  3,  par.  2,  p.  71  ^ripro- 
dotta da  Ratti  a  p.  238,  nel  quale  leggo 
qualificato  il  luogo  e  il  palazzo  Conti  : 
Castrimi  forte  V allemMatonis...  Domi- 
cilium  UH us  pulchrum  cimi  aspectu  mi- 
rabili cimi  ornamenti»  sericis.  Recreati 
in  ilio  tota  die  ho  spi  tali  egregie  so  spi- 
lliti per  noe  taviinus.  Excitatiboiio  mane 
iminensae  laudes  Deoobtulimus,  sacri- 
ficmmqtte  liba\'imus.K\ìe\b  il  Peti  ini  nel- 
le /Ile/norie  Prenestine,  che  Io  scrittore 
dell'  itinerario  del  viaggio  chiamò  Val- 
montone,  Oppidum  Campaniae  Prae- 
nes li naedioecesis, essendo  il  Papa  accom- 
pagnato da  due  cardinali,  uno  de' quali 
verosimilmente  fu  Giovanni  de  Cros  ve- 
scovo Prenestino.  Tornato  in  Roma  Gre- 
gorio XI,  ivi  morì  nel  1  378:  in  que>to  gli 
fu  dato  canonicamente  in  successore  Ur- 
bano VI,  il  quale  confermò  a'Conti  ossia 
ad  Adinolfo  de  F/alle  Monlonis  ,  il  go- 
verno di  Segni,  e  quello  di  varie  altre  cit- 
tà e  castelli;  indi  neh  383  da  Tivoli  pas- 
sò nel  castello  di  Valmontone,  in  cui  seb- 
bene angusto  per  la  sua  corte  e  curia,  co- 
me riferisce  il  Novaes  ,  vi  dimorò  qtiaM 
due  mesi,  e  nel  principio  di  settemhre  si 
portò  a  Ferentino  ,  donde  poi  partì  per 


VE  L 

Napoli.  Il  p.  Casimiro  da  Roma  racconta 
col  liobio,  Istoria  della  s.  Religione  di  g, 
Giova  uni, che  mentre  soggiornava  in  Val- 
montoneUrbano  VI,  essendo  grandemen- 
te adirato  contro  il  gran  maestro  geroso- 
limitano fr.  Giovanni  Fernandez  d'  He- 
redia,  perchè  dava  ubbidienza  eseguiva 
le  parti  dell'antipapa  CIementeVlI,lopri. 
vò  del  magistero,  ed  elesse  a  quella  di 
gnità  fr.  Riccardo  Caracciolo  gentiluomo 
napoletano  e  priore  di  Capua.  Il  Ratti 
crede  che  accogliesse  il  Papa  nel  palazzo 
di  Valmontone,  lo  stesso  Giovanni  Conti 
che  avea  ospitato  il  predecessore,  o  dsuo 
figlio  Adinolfo.  Dal  p.  Casimiro  pure  si 
apprende,  che  Carlo  VIII  re  di  Francia 
neh 49 5  portandosi  al  conquisto  del  re- 
gno di  Napoli ,  nella  fine  di  gennaio  da 
Vellelri  si  trasferì  a  Valmontone,  accom- 
pagnato dagli  ambasciatori  di  Massimi- 
liano I  re  de' romani  e  dagli  oratori  di 
Ferdinando  V  re  di  Spagna;  e  questi  pri- 
ma che  da  lui  si  partissero,  protestaron- 
gli  che  non  dovesse  più  oltre  avanzarsi, 
poiché  quel  reame  apparteneva  al  loro 
monarca.  Nel  ritorno  che  Carlo  Vili  fe- 
ce da  Napoli,  si  trattenne  in  Valmonto- 
ne 3  giorni,  ed  in  questo  tempo  vi  rice- 
vè gli  ambasciatori  spediti  a  lui  dal  po- 
polo romano.  Ciò  riportando  ancora  Ma- 
rocco, amalgama  in  uno  i  due  diversi  sog- 
giorni del  re.  Sino  al  secolo  XV  pare  che 
la  terra  di  Valmontone  fosse  felice  e  glo- 
riosa, ma  nel  seguente  non  solo  perdette 
tutto  il  suo  lustro,  ma  soggiacque  a  va- 
riecalamilà  e  infortuni),  e  finalmente  al- 
la totale  sua  desolazione;  le  quali  cose  il 
p.  Casimiro  narra  nella  stessa  maniera 
che  dal  Giovio,  Istoria  de' suoi  tempi,  t. 
2,  p.  46,  e  da  vari  altri  scrittori  sono  sla- 
te registrate.  E  primieramente  i  furiosi 
e  crudeli  soldati  imperiali,  che  neh  527 
avevano  orribilmente  saccheggiato  Roma, 
partendone  a '7  febbraio  1 528  tutti  mal- 
conci, per  andare  a  difendere  Napoli  sot- 
to la  condotta  del  marchese  del  Vasto, 
essendo  giunti  a  Valmontone,  furono  lo- 
ro chiuse  le  porte  in  facciale  negate  co- 


V  E  L 

slnnlemente  le  vettovaglie  di  cui  aveano 
estremo  bisogno.  Perciò  infieriti  i  solda- 
ti ,  tormentarono  prima  colle  artiglierie 
la  terra  smantellandone  le  mura,  e  in  po- 
co tempo  avendola  presa  a  forza  ,  dopo 
averla  crudelmente saci:heggiata,la  riem- 
pirono di  molto  sangue  e  strage.  Dal  «pia- 
le avvenimento  fatto  più  accorto  Gio.  bat- 
tista Conti  ,  nella  deplorabile  guerra  fra 
Paolo  IV  e  Filippo  II  re  di  Spagna,  che 
narrai  nel  voi.  LXV,  p.  2  34  e  8co-  >  ne' 
i556  offrì  spontaneamente  Valtnontone 
e  Segni  al  sanguinario  duca  d'Alba  viceré 
di  Napoli  e  capo  supremo  del  regio  eser- 
cito; ed  il  Coppi  dice  che  il  duca  d'Alba 
stabiliti  i  suoi  alloggia  menti  a  Valmonto- 
ne,  da  qui  faceva  correrie  sino  alle  porte 
di  Roma.  Nel  1 55y  il  signore  di  Valmon- 
lone  per  la  tregua  ricuperati  i  detti  luo- 
ghi dagli  spagnuoli,  fu  forzato  poco  dopo 
di  commetterli  all'arbitrio deiL>apa,iI  qua- 
le vi  spedì  Giulio  Orsini,  Francesco  Co- 
lonna (a  questi  ilCecconi  nella  Storia  di 
Palcslrina,  attribuisce  la  ricupera  di  Val- 
montone,  Genazzano  e  Palestrina;  ed  il 
Coppi  dice  ciò  avvenuto  sul  principio  di 
detto  anno,  e  che  inoltre  i  pontificii  pre- 
sero e  distrussero  Montefortino),  Papirio 
Capizucchi  e  Angelo  da  Spoleto  con  5oo 
fanti.  Il  perchè  Marc'  Antonio  Colonna, 
che  militava  a  favore  dagli  spagnuoli,  si 
accostò  a  Val  montone  col  suo  esercito 
(composto  di  3ooo  uomini,secondo  il  Cop- 
pi, e  pare  nel  mese  di  giugno),  e  avendo- 
la incominciata  a  battere  colle  artiglierie, 
i  terrazzani  disperando  della  difesa  e  sol- 
leciti della  propria  salute,  cominciarono 
a  trattare  di  rendersi  con  patto  di  potere 
i  soldati  colle  bagaglie  e  anni  liberamen- 
te uscire;  e  tutto  fu  concesso  dal  detto  ca- 
pitano. Nondimeno  Valmontone  fu  bar- 
baramente saccheggiata  e  arsa  per  opera 
d'alcuni  contadini  di  Montefortino,  i  qua- 
li si  trovavano  uell'esercito  di  Marc'An- 
tonio  per  guastatori,  vivandieri  e  altri  uf- 
fizi. Poiché  ricordandosi  questi  che  nel- 
l'anteriore recente  eccidio  di  Monteforti- 
no i  primi  che  cominciarono  a  inveire 


VEL  i33 

contro  di  esso  e  depredarlo  erano  stati  i 
valmoiilonesi,  bramosi  di  vendetta  appic- 
carono il  fuoco  in  molle  case  e  da  molte 
parli.  E  benché  Marc'Antonios'afialicas- 
se  mollo  per  farlo  spegnere,  non  fu  però 
possibile;  mentre  sopraggiungendo  l'o- 
scurità della  uotte,  e  per  mala  ventura 
soffiando  un  vento  fresco,  non  si  potù 
impedire  che  tutta  la  terra  fosse  ridotta 
in  cenere.  Narrano  la  fatale  disgrazia  Gi- 
rolamo Ruscelli,  Ascanio  Ceutorio,  Pie- 
tro Nores  e  altri  scrittori  dell'  infelice 
guerra  della  Campagna  Romana.  Avver- 
te il  p.  Casimiro,  ch'essi  però  non  riferi- 
rono Io  spoglio  operato  dagli  spagnuoli 
di  tutte  le  campane  delle  chiese  di  Val- 
montone,  il  che  saputosi  dal  duca  d'Alba, 
fece  intendere  al  clero  eh'  era  pronto  a 
risarcire  il  danno  col  denaro  ,  e  perciò 
spedisse  a  lui  persona  idonea  ,  che  fu  d. 
Fabio  Salvi,  come  si  legge  in  un  islru- 
tnento  di  mandato  di  procura  rogato  da 
Teofilo  Papei  a'27  settembre  i55q.  No- 
ta il  Coppi,  che  dopo  la  presa  di  Valmon- 
tone, Segni  (il  cui  terribile  eccidio  avve- 
nuto a'i5  agosto  i55y,  tornai  a  deplora- 
re nel  voi.  LXV,  p.  243)  e  Palestrina, 
Marc' Antonio  Colonna  favorito  da' suoi 
vassalli  corse  tutta  la  provincia  di  Cam- 
pagna. Il  duca  di  Guisa  co' suoi  francesi 
difendendo  il  Papa  ,  recossi  con  alcune 
truppe  dalle  Marche  a  Tivoli  per  la  si- 
curezza di  Roma. Tale  movimentoindus- 
se  il  duca  d'Alba  a  ritornare  con  podero- 
se forze  a'punti  strategici  di  Valmontone 
e  di  Grottaferrata;  e  in  tale  posizione  e- 
gli  concertò  con  Marc'  Antonio  di  sor- 
prendere Roma  a'26  agosto.  Il  re  di  Fran- 
cia vinto  a  s.  Quintin  dagli  spagnuoli,  con- 
sigliò Paolo  IV  suo  alleato  alla  pace,  e 
questa  fu  segnata  in  Cave  a'i4  settem- 
bre ,  colla  restituzione  di  tulli  i  luoghi 
occupati,  tranne  Paliano^P^.),  sul  quale 
si  sarebbe  poi  provveduto,  nella  casa  ora 
de'Mattei,  che  qualifica  nobile  il  Petrilli, 
nelle  Memorie  Preneslinc  a  p.  236;  ma 
egli  scrive  che  gli  accordi  seguirono  nel- 
la casa  Leoucilli,  famiglia  principale  del 


1 34  V  E  L 

luogo,  perchè  allora  apparteneva  ad  es- 
sa, e  dalla  quale  passò  a'delti  proprietà- 
rf.  Il  Castellano  riporta  1  iscrizione  che  vi 
fu  collocata  a  memoria  prò  Bello  Cam- 
patane ,  die  7  septembris  i55j  lue  fuit 
contrada  Pax.  L'ultima  sciagura  di  Val- 
rnonloue,  come  la  qualifica  il  p.  Casimi- 
ro, fu  la  morte  di  Gio.  Battista  Couti.  Que- 
sti nel  suo  testamento  dell'  1 1  gennaio 
i574,  dopo  varie  pie  disposizioni,  tra  le 
quali  per  la  conservazione  della  chiesa 
di  s.  Angelo  de'  miuori  osservanti  e  de' 
frali ,  lasciò  ducalos  duos  singulis  men- 
.y/iu.?,  dichiaròsuo erede  universale  Fran- 
cesco Sforza  conte  di  s.  Fiora,  figlio  di 
Mario,  e  di  Fulvia  Conti  unica  sua  figlia, 
e  lo  divenne  nel  i5j5  per  morte  dell'a- 
vo. Per  mezzo  duuque  di  Fulvia  s'inne- 
stò il  ramo  de' Couti  di  Segni  e  Valmon- 
tone  nella  famiglia  Sfoiza  ,  avendo  già 
Paolo  IH  perpetuato  il  vicarialo  di  Segui 
e  Valojoiiloue  ne'discendenti  di  Fulvia  e 
di  Mario  Sforza  di  lei  marito,  il  che  con- 
fermò Giulio  HI.  Secondo  la  visita  del 
i  575  della  diocesi  di  Palestrina,  appari- 
sce che  le  terre  della  Colonna  e  di  Val- 
montone  una  volta  fossero  soggette  al  ve- 
scovo suhurhicario  Pieuestino,  e  lo  ri- 
marca Petrilli.  Riferisce  il  p.  Casimiro, 
che  gli  Sforza  signoreggiarono  Valmon- 
tone  sino  al  i634,  h»  cui  Mario  figlio 
d'  Alessandro  lo  vendè  insieme  colla  te- 
nula  di  Pimpinara  a  Taddeo  Barberini 
Prefetto  di  Roma  e  nipote  d'  Urbano 
VIH,  pel  prezzo  di  scudi  427>5oo.  A  suo 
tempo  il  Papa  zio  fece  quanto  dissi  in  fa- 
vore della  chiesa  principale,  e  con  breve 
de'  6  maggio  i638  concesse  a  Valmon- 
ioaetut  in  dieta  Terra  V allismonlanae 
emporium  scu  Mercatum  feria  II ',  aut 
alio,  diclo  Thaddaeo  praefeeto,  et  prin- 
cipi bene  viso  die  cuiusvis  hebdomadae ; 
nec  non  in  singulis  annis  per  duos  dies 
ante  Pentecosten,  et  octo  alios  dies  im- 
mediale seauenles  in  eadem  dieta  Ter- 
ra NundinaSy  seu  Ferias  iininuncs  ab 
omni  datiorum,  gabellarum,  pedagio- 
rum,  quidagioriw^jjasòuuui,  collecta- 


V  £  L 
rum,  elcuìitsvis  allerius generis  itctiga 
lium  eie.  Dopo  la  morie  di  Taddeo,  il  car- 
dinal Francesco  Barberini,  con  chirogra- 
fo di  Papa  Innocenzo  X  Pamphilj,  vendè 
a'29  aprile  1 65 1  \alcuontone,Lugnano, 
Montelanico,  colla  tenuta  di  Plumbina- 
ria,  pel  prezzo  di  scudi  687,298,  al  suo 
nipote  principe  Camillo  Pamphilj,  e  co- 
sì Valmontone  passò  nella  signoria  della 
nobilissima  famiglia  Pampliilj (/*.)  e  da 
essa  in  quella  de' principi  Boria  Pamphi- 
lj, che  la  ritiene  ancora,  senza  la  prero- 
gativa feudale.  M'istruisce  Petrilli  ,  die 
presagendo  Carlo  di  Borbone  re  delle  due 
Sicilie,  che  I' armi  austriache  tentavano 
d'  invadere  il  suo  regno,  volle  nel  1744 
uscire  da  Napoli,  e  andando  loro  incon- 
tro, avanzandosi  alla  testa  dell'esercito 
fino  a  Valmonloue,  non  trascurò  d'assi- 
curarsi di  Palestrina.  Nel  riparto  territo- 
riale del  1827,  Valmontone  fu  incluso  nel 
distretto  d'Anagni  e  nella  delegazione  di 
Frosinoue  ,  rimanendo  sempre  soggetta 
quanto  allo  spirituale  al  vescovo  di  Se- 
gni. Dopo  che  però  da  Gregorio  XVI  fu 
formala  la  legazione  di  Vellelri  nel  1 83  1 , 
fu  distaccata  d'A  uagni  e  inclusa  nella  nuo- 
va legazione,  nella  quale  figura  come  ca- 
poluogo. Nel  1 .°  di  maggio  1 843  Valmon- 
tone fu  rallegrata  dalla  presenza  di  Gre- 
gorio XVI,  e  si  legge  nella  Relazione  del 
viaggio  del  principe  Massimo,  che  da  Lu- 
gnauo  traversando  una  gola  molto  ame- 
na e  vestita  d'  alberi ,  vi  giunse  verso  le 
ore]  >  e  mezzo,  aumentandosi  in  tutto  il 
suo  corteggio  il  numero  de' cavalli  per 
fare  l'ardua  salita,  in  cima  alla  quale  sor- 
ge in  modo  veramente  pittoresco.  11  Pa 
pa  si  fermò  a  ricevere  le  chiavi  preseuta 
tegli  dal  gonfaloniere  Gio.  Battista  Biai 
chini  alla  lesta  della  sua  roagislratuii 
accompagnata  dal  giovinetto  Calisto  Ci 
stini  vestitoda  paggio  alla  foggia  del  X1 
secolo,  presso  la  porta  detta  di  Via  Nuc 
va,  che  nelle  sue  fronti  esterna  e  interi! 
era  stata  decorata  da  due  iscrizioni  ci 
riporta,  insieme  alle  altre  che  ricorderò. 
Dalla  1."  si  ricava,  che  anco  Iuuuceuzo  X 


V  E  L 

onorò  di  sua  presenza  VaImontone,edul- 
l.i  2.'  essere  i  valmoiitoncsi  il  popolo  del- 
l'antico Labico.  Ivi  furono  staccati  i  ca- 
valli alla  carrozza  del  Papa  da  4°  robu- 
sti giovani  vestiti  di  nero,  i  quali  in  mez- 
zo agli  applausi  della  moltitudine,  a'suo- 
ni  delle  bande  e  delle  campane,  ed  agli 
spari  dell'artiglieria,  la  tirarono  con  agi- 
lità in  una  salita  la  più  ardua  che  imma- 
ginar si  possa  ,  passando  sotto  un  arco 
trionfale  decorato  colle  statue  della  Fede 
e  della  Giustizia  dipinte  a  chiaroscuro,  e 
con  due  iscrizioni,  in  una  delle  quali  ri- 
petasi la  comune  opiuione  degli  abitanti, 
d'essere  Valmoutone  succeduta  all'anti- 
co Labico,  Or  do  etpopulus  Labicanus, 
mentre  osserva  il  principe  Massimo,  ch'è 
cosa  ormai  provata,  quest'onore  doversi 
al  castello  della  Colonna  ,  situato  come 
quell'antica  terra  i  5  miglia  distatile  da 
liouia.  In  tal  guisa  venne  Gregorio  XVI 
condotto  sino  alla  porta  della  magnifica 
chiesa  collegiata ,  sulla  di  cui  porta  leg- 
gevasi  un'iscrizione  eretta  dal  collegio 
de'  cauonici.  Ivi  ricevuta  la  benedizione 
«.lei  ss.  Sagramentoda  mg/ Traversi  ve- 
scovo di  Segni,  ed  ammessi  poscia  iu  sa- 
grestia benignamente  al  bacio  del  piede 
il  clero,  il  governatore ,  la  magistratura 
e  le  maestre  pie,  passò  ad  una  loggia  co- 
struita espressamente  vicino  alla  chiesa  e 
decorala  di  damaschi  rossi ,  dalla  quale 
fra  il  rimbombo  dell'artiglieria,  il  suono 
delle  campane  e  de'  musicali  coucerti  di 
banda  e  d'orchestra,  e  le  grida  di  comu- 
ne esultanza,  comparti  la  sua  apostolica 
benedizione  al  popolo  affollato  sulla  sot- 
toposta piazza,  ornata  nel  lalo  sinistro  da 
una  vasta  e  bellissima  apertura  sulla  cam- 
pagna, e  nel  destro  da'due  grandiosi  at- 
tigui edilìzi  dell'anzidetta  chiesa  e  del  pa- 
lazzo Doria  Pamphilj.  Desiderando  poi 
Gregorio  XVI  prendere  un  breve  ripo- 
so, traversò  a  piedi  la  suddetta  piazza  per 
entrare  nella  vicina  casa  de'fratelli  d.  Gio- 
vanni sacerdote  (ora  prelato  e  lodato  nel 
paragrafo  Anag/ii),  Angelo  e  Giuseppe 
Capri-Galanti  (attuale  goufalouicie) ,  i 


VEL  i3j 

quali  ebbero  l'onore  di  riceverlo  all'  iu- 
gresso  della  loro  abitazione  ,  tutta  orna- 
ta a  quest'oggetto  con  molto  lusso,  trat- 
tando tutto  il  nobile  seguito  di  sontuosa 
colazione  imbandita  a  lauta  tavola,  in  ca- 
po alla  quale  sotto  baldacchino  sedeva  il 
Papa,  che  deguossi  anche  fermarsi  ia  una 
delle  stanze  ad  osservare  un  somigliantis- 
simo busto  del  defunto  loro  zio  mg.r  d. 
Girolamo  Galanti  celebre  letterato  e  as- 
sessore del  tesorierato,  ed  ammettere  al 
bacio  del  piede  la  giovane  padrona  di  ca- 
sa sig.a  Teresa  cousorte  del  maggiore  di 
essi  fratelli,  alla  quale  poi  da  Roma  vol- 
le mandare  una  pregevole  corona  bene- 
detta entro  astuccio  in  ricordo  della  sua 
visita  ,  a  perpetuare  la  cui  memoria  fu 
dagli  egregi  fratelli  posta  nella  sala  d'in- 
gresso aualoga  iscrizione.  Piùenergico  pe- 
rò di  questa  lapide  fu  l'entusiasmo  di- 
mostrato in  tale  occasione  dal  popolo  di 
Valmoutone,  il  quale  invidioso  della  sor- 
te compartita  a  quell'abitazione,  volle, 
dopo  esserne  partito  il  Santo  Padre,  ave- 
re gli  avauzi  di  tutto  quello  che  era  stato 
preparato  per  un  ristoro,  onde  i  padroni 
lodati  della  medesima,  dopo  di  aver  get- 
tato dalle  finestre  tutti  i  frammenti  del 
pane,  de'  biscotti  e  altro  ,  che  venivano 
con  avidità  e  divozione  raccolti  dalla  mol- 
titudine, non  vedendola  ancora  soddisfat- 
ta, le  distribuirono  ancora  le  vivande,  i 
vini,  i  liquori  e  le  confetture,  e  così  per- 
petuare in  Valmontone  la  memoria  di 
quella  giornata,  che  terminò  con  genera- 
le illuminazione.  Intanto  Gregorio  XVI 
essendone  partito  alle  ore  i  7  scendendo 
a  piedi  con  tutto  il  suo  corteggio  la  stra- 
da principale  sparsa  di  fioi  i,  e  lateralmen- 
te ornata  di  drappi  che  formavano  un 
vago  contrasto  coli'  architettura  antica 
delle  case,  raggiunse  le  sue  carrozze,  nel- 
le quali  proseguendo  la  rapida  scesa  di 
Valmoutone  in  mezzo  ad  uua  continua 
folla  di  gente  giubilante,  si  rimise  quin- 
di iu  viaggio  sulla  via  Casi  lina  nel  terri- 
torio di  Segni.  Noterò,  che  il  municipio 
dispensò  iu  un  libretto  stampato  le  pub- 


.36  VEL 

bliche  siim  mentova  le  descrizioni,  con  al- 
tra dedicatoria  a  Gregorio  XVI  magna- 
ni  ino, gius  lo,  clemente, pio  ec.Quindi  pub- 
blicò il  n.°85  del  Diario  di  Roma  del 
]843  stesso,  che  il  Papa  con  breve  de' 
26  settembre  erasi  degnato  d'  elevare  al 
rango  di  città  la  terra  di  Valmontone. 
Questa  a' io  aprile i85o  fu  onorata  dal- 
la presenza  del  regnante  Papa  Pio  IX, 
nel  modo  seguente  che  apprendo  dalla 
Relazione  del  viaggio  del  cominend/ 
Barioni.  Egli  riferisce  che  giunse  dopo 
il  mezzodì  a  Valmontone,  che  credesi  da 
alcuni  fabbricato  dov'  era  l'antica  Labi- 
cum,  o  più  dottamente  dal  Nibby  dove 
l'antica  Toleriuui,  posta  alle  scaturigini 
del  fiume  Tolèro  oggi  Sacco.  Il  principe 
d.  Filippo  Doria-Pamphilj  sapendo  che 
il  Papa  terrebbe  quella  via,  1'  avea  pre^ 
gaio  perchè  si  piacesse  onorare  in  passan- 
do per  colà  il  suo  palazzo,  fermandovisi 
almeno  per  breve  ora  a  ristorarsi  del 
viaggio,  e  il  Sauto  Padre  avea  accettato 
l'invito.  Quel  palazzo,  un  tempo  castello 
baronale,  domina  per  la  mole  e  per  la  si- 
tuazione tutto  il  resto  del  paese;  nell'in- 
terno è  danneggiato  e  guasto  in  più  par- 
ti, come  quello  che  Lia  sofferto  spesse  de- 
vastazioni di  truppe  anche  recenti.  Ciò 
non  ostante  la  grande  sala  era  tutta  mes- 
sa a  parati  di  seta,  con  altri  addobbi  e  sup- 
pellettili. Nella  quale  il  Papa  ricevuto  dal 
principe  e  dalla  principessa  sua  consorte, 
nata  de'conli  di  Shrewsbury  {J7.),  dopo 
averli  ammessi  con  tutti  i  loro  figli  e  fa- 
miglia a  baciare  il  piede,  e  dopo  avervi 
ammesso  pure  il  clero  e  i  consiglieri  mu- 
nicipali, non  che  le  deputazioni  delle  vi- 
cine Palestrina  ,  Cave  e  Genazzano  ,  se- 
dendo tuttavia  in  luogo  elevato  a  modo 
di  suggeslo,  prese  una  bevanda;  mentre 
i  personaggi  del  seguito  furono  serviti  di 
rinfreschi  ad  una  mensa  lautamente  im- 
bandita. Nel  breve  tempo  in  ciò  trascor- 
so, già  una  lapide  di  marmo  era  stata  in- 
fissa nella  parete  di  contro  alla  scala,  per 
conservare  durevole  fra  le  memorie  del- 
la nubilissima  casa  ancor  questa  dell'ono- 


VEL 

re  accordatole  dal  Pontefice  Pio  IX  ,  di 
ospitarvi  alquanto  nel  suo  glorioso  ritor- 
no da  Portici  e  Napoli  a  Roma,  il  quale 
potè  leggerla  nel  partire.  Per  questo  mo- 
do il  principe  Doria-Pamphilj  mostrò  in 
quanto  pregio  teneva  egli ,  e  intendeva 
fosse  tenuto  da'suoi  posteri,  quell'onore. 
L'iscrizione  colle  altre  che  vado  a  dire,  si 
leggono  nella  Relazione.  Esse  sono,  quel- 
la della  commissione  municipale  di  Val- 
montone;  le  due  dell'arco  trionfale  eret- 
to dalla  città,  àacwes  Falmonloniensesj 
le  tre  sopra  la  porta  principale  del  paese  e 
lateralmente,  ove  leggo:  Ordo  et  Populus 
Labicanorumj  e  quelle  della  porta  Ro- 
mana e  della  porta  della  collegiata.  Inol- 
tre rica  vo  dal  Giornale  di  Roma  del  1 8 5o 
a  p.  33o,  e  meglio  a  p.  362,  con  articolo 
scritto  iu  Valmontone.  Che  questa  città 
alle  ore  2  pomeridiane  de'  1  o  aprile,  eb- 
be la  sorte  d'ossequiare  il  sommo  Ponte- 
fice ivi  di  transito,  nel  restituirsi  alla  sua 
sede.  Nell'arco  trionfale  eretto  sulla  gran- 
de strada,  prossimo  a  Valmontone,  fu  ri- 
cevuto dal  governatore  loca!e,e  dalla  com- 
missione municipale  che  gli  presentò  le 
chiavi  io  segno  di  sudditanza,  fra  l'inces- 
santi acclamazioni  della  popolazione,  e  di 
quella  da'vicini  paesi  accorsa.  Gli  edilizi 
erauo  ornati  di  parati;!  concerti  della  ban- 
da musicale,  lo  sparo  de'raortari,  e  il  suo- 
no delle  campane  accrescevano  la  comu- 
ne allegrezza.  Il  Papa  smontò  alla  chie- 
sa collegiata  ,  dove  prese  la  benedizione 
del  ss.  Sagramento;  quindi  entrò  nell'at- 
tiguo palazzo  Doria  Pampini]  messo  a  fe- 
sta dal  principe  d.  Filippo  Andrea,  con 
quella  magnificenza  di  lui  propria,  e  da 
una  loggia  riccamente  ornata  comparti 
l'apostolica  benedizione  alla  divota  mol- 
titudine che  l'impetrava.  Nello  stesso  pa- 
lazzo si  degnò  il  santo  Padre  ,  assiso  in 
trono,  d'ammettere  al  bacio  del  piede  l'ec- 
cellentissima famiglia  proprietaria, che  in- 
tera eravisi  recata  da  Roma  ,  il  capitolo 
ed  altri  del  clero  secolare  e  regolare,  il  go- 
vernatore, la  commissione  municipale  de 
luogo,  le  deputazioni  di  Palestrina  ,  Gt 


VEL 

nnzzano  e  Lugnano,  molli  religiosi  de' vi- 
cini conventi,  i  seminaristi  e  altre  distin- 
te persone  ivi  portatesi  per  averne  l'ono- 
re. Dopo  alquanto  riposo  il  Papa   parli 
per  Vellelri  ,  mentre  la  popolazione  di- 
mostrò nuovamente  la  gioia  da  cui  era 
compresa,  facendone  pure  testimonianza 
le  rammentate  iscrizioni.  Nella  sera  ,  ol- 
tre l'illuminazione  generale,  fu  incendia- 
to un  fuoco  artificiale  in  segno  d'esultan- 
za, e  si  dispose  la  distribuzione  di  6  doti 
alle  zitelle  povere,  4  per  parte  del  comu- 
ne, e  2  per  parte  della  confraternita  del 
Gonfalone:  altre  4  doti  poi  si  aggiunsero 
con  porzione  del  fondo  lasciato  in  abbon- 
danza dal  Papa  per  elargizione  a' poveri, 
iu  mani  del  cai),  d.  Giovanni  Capri-Ga- 
lanti vicario  foraneo,  il  quale  impiegò  il 
resto  in  paglioni,  effetti  di  vestiario  e  a- 
limenti  a'più  bisognosi.  Altra  elargizione 
a'poveri  lasciò  il  principe  Doria-Pamphi- 
lj,  per  sì  felice  avvenimento  di  cui  si  a- 
vi a  perenue  ricordanza.  Valmontone con- 
tiene distinte  famiglie,  ed  iu  vari  tempi  ha 
prodotto  degli  uomini  illustri  nell'armi, 
nelle  lettere  e  nelle  dignità  ecclesiastiche 
e  civili.  Registrai  Ira'vescovi  di  Tran  nel 
j  349  Bartolomeo  da  Valmoutone,  lega- 
to a'  rasciani ,  albanesi  e  al  re  di  Servia. 
Trovo  nella  Series  Ree  lo  rum  Anconita- 
nue  Marchiae  del  Leopardi ,  nel  r 44^* 
TliesaurariusRevercndissimus  Doininus 
Justus  de  f'almonlone.  Il  nominato  Giu- 
sto Conti,  poeta,  giureconsulto  e  oratore, 
non  mai  senatore  come  alcuni  scrissero, 
e  l'avverte  il  p.  Casimiro  da  Roma;  mor- 
to consigliere  del  celebre  Malatesta  signo- 
re di  Rimini,  in  quella  città  a'iq  novem- 
bre 1449  e  sepolto  con  solennissimo  ono- 
re nella  chiesa  di  s.  Francesco.  Dalla  qual 
notizia,  soggiunge  il  p.  Casimiro,  potrà 
ora  ('ermamente  decidersi  la  controversia 
tra  lab.  Salvini  e  i  Giornalisti  d' Italia, 
se  Giusto  abbia  o  no  conosciuto  il  Pe- 
trarca ,  ove  sia  motto  e  in  qual  tempo. 
Lui  vivente,  diceche  fiorì  il  cardinal  Lu- 
cido Conti,  sludiorum  luimaniltitis  Jla- 
graulii.-.u.ius,  ed  il  fratello  Alto  Couti  vii 


VEL  i37 

doctm  et  prudens  (ed  io  aggiungerò  ret- 
tore di  Marittima  e  Campagna  ben  ama- 
to, come  scrissero  le  comuni  delle  mede- 
sime al  concilio  di  Costanza,  ed  a  cui  peL 
l.°  di  sua  famiglia  Martino  V  conferì  l'o- 
norifica carica  di  Maestro  del  sagro  O- 
spizio),  il  cui  figlio  Giovanni  si  rese  glo- 
rioso nell'  esercizio  della  guerra  ,  perciò 
detto  armorum    ductor   sagacissima.1!. 
Forse  tali  personaggi,  come  signori  di  Val- 
montone  saranno  ivi  nati  e  perciò  ricor- 
dali dal  p.  Casimiro,  altrimenti  de'cele- 
bri  che  fiorirono  nella  cospicua  famiglia 
avrebbe  dovuto  ragionare  di  molti.  Il  già 
lodato  mg/  Girolamo  Galanti,  lo  celebrai 
nel  voi.  LXXIV,  p.  33o  e  seg.,  siccome 
profondo  anche  nelle  scienze  economiche 
e  di  finanza  ,  che  da  segretario  generale 
del  lesorieralo,  Gregorio  XVI  promosse 
ad  assessore  del  medesimo,  uel  riordina- 
re questo  vasto  ministero;  non  che  a  vi- 
sitatore delle  dogane  e  de'dazi  di  consu- 
mo, a  pro-tesoriere,  a  prelato  domestico 
e  referendario  delle  due  segnature.   Ivi 
rammentai  l'articolo  necrologico  pubbli- 
cato dal  Diario  di  Roma  nel  1 838,  e  poi 
riprodotto  dal  cav.  e  d.r  Andrea  Belli  ro- 
mano a  p.  <j5  del  suo  libro  di  soli  120 
esemplari:  Di  parecchi  illustri  morti  in 
Roma,  cenni  biografici.  (Quel  profondo 
erudito  e  fiore  d'onestà  e  di  sapere,  che 
tornai  a  lodare  nell'  articolo   Vaticano, 
me  lo  donò  con  questa  epigrafe  di  suo 
pregialo  pugno.  Al  chiarissimo  sig,  ca- 
valiere Gaetano  Moroni  sommamente 
benemerito  della  nostra  Roma.  L'Uni." 
Servo  Vero  A.  Belli,  Per  la  storia  è 
bene  dire  tutto.  Nel  dichiarare  la  propria 
riconoscenza, conviene  riferire  da  che  de- 
riva,senza  tanli  riguardi  di  malintesa  mo- 
destia. Le  onorevoli  e  autorevoli  testimo- 
nianze di  que'che  sanno,  sono  documenti 
imperituri,  e  giovano  notificarsi:  natural- 
mente hanno  più  valore  degli  articoli  che 
si  provocano  o  mendicano,  onde  pubbli- 
carsi  ne'  Giornali   politici    e  letterari). 
Meritamente  tal  foglio  ufficiale  disse  mg/ 
Gaiauti,  uioilo  a'28  aprile  con  tulli  i  cou- 


i38  VEL 

forti  di  nostra  s.  Religione  e  dopo  avere 
ricevuto  la  speciale  benedizione  aposto- 
lica di  Gregorio  XVI,  per  la  grazia  esti- 
ma che  ne  godeva, a  mezzodì  cug.r  Tosti 
tesoriere  generale  in  abito  prelatizio,  con- 
fortandolo con  pietose  e  commoventi  pa- 
iole, estremo  segno  della  sovrana  consi- 
derazione; sommo  nella  metafisica  e  in 
tutte  le  scienze  esatte  ,  ben  conoscitore 
della  storia  naturale  in  ogni  ramo  ,  sop- 
praltutto  nella  statistica  e  pubblica  eco- 
nomia, nella  quale  dava  opera  con  som- 
ma alacrità,  e  potea  dirsi  il  maestro  di  co- 
loro che  sanno.  L'integrità  della  vita,  la 
purezza  de'costumi,  facevano  più  belle  le 
rare  doti  del  cuore  e  della  mente.  La  sua 
sceltissima  libreria,  precipuamente  dovi- 
ziosa di  opere  di  scienze  naturali  ed  eco- 
nomiche, l'acquistò  l'università  romana 
per  la  sua  biblioteca  Alessandrina.  Que- 
sto illustre  e  facondo  prelato,  è  uno  de' 
tanti  eccellenti  usciti  dal  Collegio  Pam- 
pliilj ,  il  quale  ora  si  gloria  del  cardinal 
Santucci.  Ne  fu  concittadino  e  maestro 
mg. r  Pietro  Antonio  Luciani  arciprete  del- 
la collegiata  e  poi  benemerentissimo  ve- 
scovo di  Segni,  nel  quale  articolo  enume- 
rai le  splendide  virtù  che  P  adornarono: 
in  quella  cattedrale  ne'solenni  funerali  ne 
recitò  l'orazione  funebre  mg.r  Francesco 
De  Biasi;  altri  ne  celebrò  la  patria  colle- 
giata, siccome  morto  in  Valmontone,  che 
si  pregia  del  venerando  prelato.  Leggo 
nella  benemerita  Civiltà  Cattolica,  serie 
3.a,  t.  8,  p.  97,  essersi  pubblicato;  Bio- 
grafia di  mons,  Pietro  Antonio  Lucia- 
ni  vescovo  di  Segni,  scritta  dal  prof, 
sac,  Alessandro  Alti,  Roma  1 8 5 7 .  Il  ter- 
ritorio, dice Calindri,soprattutto  produce 
in  abbondanza  grano,  granturco,  biada, 
legumi,  vino,  fieno. 

Lagnano.  Comune  della  diocesi  di  Pa- 
)eslrina,con  territorio  in  colle  e  in  piano, 
distante  da  Roma  23  miglia,  circa  5  da 
Palestrina,  e  da  Valmontone  uno  e  mez- 
zo. Giace  sull'antica  via  Labic-tna,  sopra 
un  ripiano  d'un  colle  alto  e  dirupato  di 
tuia  lionato,  che  gira  circa  uu  meuo  mi- 


V  E  L 

glio,  e  non  è  accessibile  se  non  dal  lato 
di  nord-ovest.  11  Piazza  dice  che  gode  si- 
to ameno  e  fertile,  benché  di  aria  non 
tanto  salubre;  e  Marocco  ne  biasima  l'in- 
terne vie.  Osserva  Nibby,ch'essa  non  con- 
tiene altro  oggetto  che  meriti  particola- 
re memoria,  se  non  la  casa  dove  nacque 
Francesco  Ficoroni  antiquario  assai  ce- 
lebre, delle  cui  opere  parlai  in  tanti  luo- 
ghijche  si  distinse  nella  1. 'metà  del  secolo 
scorsoci  quale  più  volte  ragiona  nelle  sue 
molteplici  opere  di  questa  sua  terra  na- 
tale, ma  specialmente  in  quella  che  in- 
titolò: Memorie  delle  cose  ritrovate  nel 
territorio  della  prima  e  seconda  città 
di  Labico,  nella  quale  a  p.  66  partico- 
larmente la  descrive.  Siccome  con  essa 
volle  provare  che  Labico  [Ty .)  fosse  sul 
Colle  de'Quadri  presso  Lugnauo,  per- 
ciò in  quell'  articolo  ricordai  tale  opera  e 
da  chi  venne  confutata. Marocco  racconta 
che  Ficoroni  figlio  di  Bonifacio  di  pove- 
ra condizione,  da  fanciullo  si  recò  in  Ro- 
ma, venendo  aiutato  e  protetto  da  un  av- 
vocalo,ed  ivi  morì  eruditissimo  archeo- 
logo sotto  la  cura  dis.Lorenzo  inPanisper- 
na.  La  piccola  chiesa  parrocchiale  è  dedi- 
cata a  s.Andrea  apostolo,  che  il  Piazza  la 
disse  antica  e  restaurata  dalla  popolazio- 
ne nel  declinar  del  secolo  XVII,  avente 
numerosa  compagnia  del  ss.  Sagrameu- 
to,  con  6  altari,  e  casa  annessa  pel  par- 
roco. Le  altre  chiese  descritte  dal  Piazza 
sono  :  l'antica  e  suburbaua  di  s.  Miria 
del  Piuvo,  poco  discosta  dal  paese  e  di 
molta  divozione  pel  popolo;  e  s.  Maria 
della  Piazza  Nuova  vicina  al  castello,  pu- 
re di  grande  divozione  e  mantenuta  dal- 
la pietà  de'  fedeli,  la  cui  fabbrica  dovea 
compiersi.  Racconta  Nibby,  che  il  taglio 
rapido  e  artificiale  delle  rupi,  le  grotte 
scavate  nel  masso  presso  a' due  fontanili 
nel  luogo  chiamato  gli  Amari  sono  un 
indizio  evidente  che  questa  terra  ne'  tem- 
pi più  antichi  venne  abitata,  e  che  sor- 
se ivi  una  delle  città  antichissime  del  La- 
zio, di  quelle  53  nominale  da  Plinio,  che 
a'  suoi  gioiui  erano  scomparse  senza  la- 


VEL 

sciar  vestigio.  Che  poscia  vi  sorgesse  una 
villa  ne  sono  prova  le  scoperte  fatte  ne' 
dintorni  di  questa  terra  medesima,  in  o- 
gni  tempo,  ma  particolarmente  nel  I. 
periodo  del  secolo  passato,  che  sono  ri- 
ferite e  in  parte  illustrate  con  tavole  dal 
Ficoroni   a  p.  71  della  sua  Memoria. 
Fra  queste  scoperte  primeggia  special- 
mente quella  della   famosa  cista  mistica 
e  dello  specchio  di  bronzo,   monumenti 
rarissimi  dell'arte  e  della  lingua  de'  Ia- 
lini più  antichi,  i  quali  si  conservano  nel 
museo  del  collegio  romano  perdono  ge- 
neroso dello  stesso  Ficoroni  che  li  acqui- 
stò, e  Nibby  crede  che  possano  apparte- 
nere alla  città  primitiva.  Egli  inoltre  opi- 
na, che  fra  le  città  latine  da  Plinio  e  da 
altri  scrittori  ricordate,  quasi  potersi  dire 
che  debba  collocarsi   a  Lugnano  la  sola 
Dola  o  Fola,  la  cui   etimologia  tratta 
dalla  forma  del  ripiano,  somigliante  alla 
pianta  della  mano  0  del  piede,  mirabil- 
mente si  accorda  con  quella  del   luogo 
ch'è  di  forma  oblunga,  isolato  da  tutte 
le  parti,  meno  verso  nord-ovest,  come 
dissi.  Quest'  opinione  per  la  prima  volta 
fu  emessa  dal  Ficoroni,  ed  oltre  l'appog- 
gio dell'etimologia  ha  pure  quello  del- 
l' autorità  di  Livio,  Dionisio  e  Plutarco. 
Di  questi  3  scrittori  ili. "narra  cornei  bo- 
bini fecero  nel  342  di  Roma  scorrerie  nel- 
l'agro Labicano  a  loro  limitrofo;  era  per- 
tanto Boia  vicino  a  Labico,  che  il  suo  ter- 
ritorio confinava  col  Labicano.  Quindi 
Dionisio  descrivendo  l'invasione  che  fe- 
ce Coriolano  delle  terre  latine,   mostra 
come  quell'esule  romano, dopo  aver  pre- 
so e  ridotta  a  deserto  la  città  de'toleri- 
ni,  condusse  l'esercito  contro  i  boluui,  i 
quali  nella  1  ."sortita  vinsero,  ma  nella  a.a 
attirali  a  bella  posta  da  Coriolano  in  luo- 
go opportuno,  furono  disfatti  compiuta- 
mente, ed  inseguili  da'volsci  fino  alla  cit- 
tà, eutrarono  misti  a'nemici,  che  gì'  in- 
calzavano in  modo,  che  Boia  presa  d'as- 
salto fu  data  in  preda  al  saccheggio  e  gli 
abitanti  furono  posti  in  ischiavitù;  ridot- 
ta Dola,  portossi  Coriolano  contro  Lubi- 


VEL  i3tj 

co.  Plutarco  narrando  lo  slesso  fatto  di- 
ce, che  quel  condottiere  prese  e  saccheg- 
giò successi vamenle  le  città  de*  tolerini, 
de'labicani,  de'pedani  e  de'bolani,  e  mi- 
se in  ischiavitù  gli  abitanti.  Mettendo  da 
canto  per  un  momento  Tolero,  stabilito 
dal  Nibby  che  Labico  era  alla  Colonna 
e  Pedo  a  Gallwanote  ricordandosi  della 
contiguità  del  territorio  Bolano  col  Labi- 
cano, uiun  altro  meglio  conviene  alla  po- 
sizione di  Boia  che  Lugnano,  consideran- 
do che  Zagarolo  e  s.  Cesario  facevano 
parte  dell'agro  Labicano,  mentre  di  fian- 
co lasciasi  Preneste  e  il  suo  territorio,  che 
mai  non  si  nominano  in  tutta  quella  scor- 
reria militare.  Queste  autorità  unite  agli 
altri  argomenti, e  alla  descrizione  che  Dio- 
nisio lasciò  della  situazione  di  Boia,  esclu- 
dono che  quest'antica  città  del  Lazio  fos- 
se a  Poli,  dove   per  una  somiglianza  ili 
nome  comunemente  si  pone,  quantunque 
l'origine  di  quello  sia  di  molti  secoli  po- 
steriore, come  riportai  nel  voi.  LXXV, 
p.  280,  descrivendolo.  Della  storia  di  Bo- 
ia, oltre  i  fatti  già  indicali,  poche   altre 
memorie   rimangono.    Virgilio  dichiara 
che  fu  una  delle  tante  colonie  albane  fon- 
date da  Latino  Silvio.  Ma  di  essa  non  si 
fa  ulteriore  menzione  fino  alla  mossa  di 
Coriolano  contro  Roma,  allorché  fu  sac- 
cheggiata e  fatti  schiavi  gli  abitanti.  Es- 
sendo sul  limite  del  confine  Latino  ven- 
ne occupata  dagli  equi,  dopo  che  questi 
ebbero  conquistato  il  tratto  del  territo- 
rio Eroico  ch'era  sulla  riva  sinistra  del- 
l'Aniene  fra  Subiaco  e  Palestrina.  Essi  la 
colonizzarono  e  di  là  fecero  scorrerie  nel 
territorio  -limitrofo  di  Labico;  ma  4  anni 
dopo  cioè  nel  34^  di  Roma,  fu  con  lieve 
perdita,  e  dopo  un  corto  assedio  presa 
da'  romani.  In  tal  circostanza  L.  Sestio 
tribuno  della  plebe  propose  che  vi  si  man- 
dasse una  colonia,  comesi  era  fatto  a  La» 
bico;  ma  trovò  insormontabile   opposi- 
zione nel  senato.  Gli  equi  profittando  di 
questa  svista  l'occuparono  di  nuovo  nel- 
l'anno seguente,  e  vi  mandarono  una  co- 
Ionia,  ralforzaudo  iu  tal  guisa  il  castello. 


i4o  VEL 

Presa  di  nuovo  da'romani  fu  causa  d'un 
fiero  dibattimento  fra  M.  Postnmio  Re- 
gillense  tribuno  militare  e  investito  del- 
l'autorità consolare,  e  L.  Sestio  tribuno 
della  plebe,  dibattimento  ch'è  a  lungo  ri- 
ferito da  Livio,  e  clie  fini  colla  morte  di 
Postumio,  il  quale  fu  da'suoi  medesimi 
soldati  lapidato.  Siffatte  discordie  non  po- 
tevano se  non  favorire  i  progetti  ulterio- 
ri degli  equi  che  conoscevano  l'impor- 
taiua  del  sito;  quindi  tornarono  ad  oc- 
cuparla, e  vi  si  mantennero  saldi  sino  al 
368,  in  die  vennero  dal  celebre  CamiU 
lo  compiutamente  disfatti  sotto  le  mura 
stesse  di  questa  città  ,  la  quale  fu  presa. 
Sembra  die  allora  venisse  interamente 
distrutta,  poiché  nella  storia  non  più  si 
ricorda,  e  solo  il  cognome  di  Bolanus 
eli'  ebbero  vari  romani  ne  rammenta  il 
nome.  Come  altre  città  fondate  ne' più 
antichi  tempi  e  dal  potere  e  dall' ambi* 
zione  de'romani  annichilite,  Boia  diven- 
ne proprietà  di  qualche  ricco  romano,  il 
quale  avendo  il  cognome  di  Longus,  cos'i 
comune  presso  gli  antichi,  lo  comunicò 
al  fondo,  che  Fundus  Longianus  venne 
appellato,  nome  dal  quale  deriva  il  mo- 
derno con  leggera  alterazione.  Vero  è  pe- 
rò che  di  questo  fondo,  o  villa  che  fosse, 
non  rimane  notizia  espressa,  la  quale  sia 
anteriore  al  i.°  periodo  del  secolo  Vili, 
cioè  circa  l'anno  720  di  nostra  era  :  allo- 
ra apparteneva  alla  Chiesa  romana,  e  s, 
Gregorio  II  lo  die  in  enfiteusi  ad  Anual- 
do  tribuno,  insieme  con  quello  attinente 
denominato  allora  Casa  Maìor,  siccome 
si  trae  dal  registro  di  CencioCamerario, 
inserito  dal  Muratori  nel  t.  5,  p.  386  del- 
l' Ani,  Med.  Aevi,  nel  quale  così  viene 
enunciato  quell'atto:  Jdem,óaè  Grego- 
rius  iunior,  Atuialdo  tribuno  fandum 
Casarnaiorem  et  Longoieianum  ex  cor- 
pare  patri/nomi  Lavicani ,  territorio 
Praencslino,  millìario  ab  Urbe  Roma 
plus  minus  vigesimo  uno  praestantem 
Bisant.  L,  Q.  anni  Solid.  Il  territorio,  e 
la  distanza  da  Roma  bene  si  accordano 
Ut  fare  riconoscere  in  Luguauo  \\  Fun- 


VEL 

ditx  Longoii'ianus,  riflettendo  che  unito 
a  quello  di  Casa  Mai  or  il  confine  tro- 
vavasi  più  ravvicinalo  a  Roma  :  il  nome 
è  un'  evidente  corruzione  del  transcrit- 
tore,  che  scambiò  Longianus  in  Longo- 
ieianus.  Il  Petrini  ancora  riportando  il 
Muratori, all'anno  780,  dice  nominarsi  i 
due  fondi  Casa  maggiore  e  Longocia- . 
//o.ond'è  assai  verosimile  che  quindi  preti- 1 
desse  il  nome  di  Lugnano.  E  Longocia' 
no  lo  chiama  Marocco.  Dipoi  latinamen- 
te meglio  si  disse  Longeianum.  I  Conti 
tusculani  che  ne'  secoli  IX  e  X  tanta  in- 
fluenza e  potenza  ebbero  in  questa  parte 
d'Italia,  furono  signori  di  questo  fondo. 
Vuole  Calindri,  che  nel  1  100  Papa  Pa- 
squale II  concesse  questo  paese  a' Conti 
di  lìo vaccini,  ond'era  sorto  tanto  prima. 
Nel  secolo  XIII  divenne  retaggio  de' Conti 
(F.)  di  Segni,  e  ne'  loro  monumenti  lo 
trovo  nominato  Castrimi  Lngnani.  Que- 
sti ritennero  il  dominio  di  Lugnano  ili 
al  1 075,  in  cui  quel  ramo  si  estinse,  l'i 
timo  Gio.  Battista  Conti  avendo  dichì 
rato  suo  erede  universale  Federico  Sfoi 
za,  nato  dall'unica  sua  figlia  Fulvia,  per- 
venne nella  proprietà  degli  Sforza.  Fin- 
ché neli634  pe'debiti  eccessivi  contratti 
da  Mario  1 1  Sforza,  vendè  Lugnano  pe 
70,000  scudi  al  principe  Taddeo  Bari 
rini  nipote  d'Urbano  Vili,  e  dopo  17 
ni  fu  acquistato  nel  1601  dal  princi| 
Camillo  Pamphilj  nipote  d'Innocenzo  X, 
unitamente  a  Valiuonlune  e  altre  terre, 
e  dopo  l'estinzione  di  tal  famiglia  passò 
cogli  altri  beni  Pamphiliani  a'  principi 
Doria-Pamphilj,  che  ancora  lo  ritengo- 
no. Nel  viaggio  fatto  nel  1 843  da  Grego- 
rio XVI  alle  provincie  di  Marittima  e 
Campagna, partito  daRoma  ili. "maggio, 
come  si  legge  tiellaAeiaztb/zedel  principe 
Massimo,  traversò  col  suo  corteggio  Lu- 
gnano, i  di  cui  abitanti  a  contrassegnare 
hi  loro  gioia  alla  meglio  e  con  drappi  or- 
narono le  finestre,  avendo  eretto  sulla 
pubblica  via  un  arco  trionfale  sovrastato 
dal  pontificio  stemma,  inventato  e  deli- 
neato da  Giuseppe  Mauni  di  Gaviguana, 


VEL 

il  quale  umiliò  copia  del  disegno  al  Pa- 
na, e  Iutiera  Io  conservo.  Nell'iscrizione 
festiva  riprodotta  dalla  Relazione, ti'tf- 
lude  all'  antica  derivazione  di  Lugna- 
110,  colle  parole  :  Vetustiun  Oppidum 
Lotigeianum.  Tra  le  acclamazioni  della 
popolazione,  paternamente  benedetta  dal 
Papa,  questi  proseguì  il  viaggio  per  Val- 
montone.  E  quando  il  legnante  Pio  IX 
onorò  questa  città  di  sua  presenza  a' io 
aprile i85o,  una  deputazione  di  Lugnano 
visi  recò  a  fargli  omaggio,accorrendo  l'e- 
sultante popolazione  nel  suo  passaggio  a 
riceverne  la  benedizione. 

Monte  Fortino.  Comune  della  dioce- 
si di  Segni,  dalla  qual  città  è  distante  9 
miglia  e  altrettante  e  più  da  Velletri,  al 
3o.°  miglio  dell'antica  via  Latina,  con 
territorio  in  monte  e  piano.  Il  Ricchi  la 
dice  situata  in  una  falda  di  monte  sì  ri- 
pida e  scoscesa,  che  appariscono  i  suoi 
edilìzi  l'uno  sopra  l'altro,  sotto  il  giogo 
de'monti  Lepini,  fra  le  suddette  città  e 
Cori.  Il  Marocco  che  la  visitò  e  molto  ne 
tratta,  dice  sorgere  poco  lungi  dalle  ve- 
stigia dell'antica  via  Latina  sopra  un  gran 
masso  di  pietra  viva,  rimpettoa  Valmon- 
tone,  da  cui  è  discosta  circa  3  miglia,  la 
cui  strada  eccellente  guida  anche  a  Ro- 
ma. Lo  scoglio  sopra  cui  ella  siede  non 
meriterebbe  il  nome  di  monte  se  non  ve- 
nisse ad  unirsi  ad  altro  maggiore  che  gli 
sovrasta,  mirabile  essendo  il  suo  fabbri- 
cato, perchè  formato  a  guisa  di  gradina- 
ta l'un  l'altro  soprastando,  talché  se  un'a- 
bitazione rovinasse,  con  molla  forza  pre- 
cipiterebbe sulla  sottoposta  a  motivo  del- 
l'inclinazione della  rupe.  Ivi  si  gode  la 
pittorica  visuale  delle  sottostanti  cam- 
pagne. Questo  sito  è  fiancheggiato  da  al- 
te rupi,  e  in  alcune  parti  rendesi  inacces- 
sibile, fuorché  dove  si  congiunge  nella 
valle  Eroica,  venendo  anticamente  difeso 
dalla  sua  forte  rocca,  che  esisteva  sul  ver- 
tice del  gran  masso.  Le  fabbriche  verso 
la  parte  boreale  sino  al  piano,  sono  dis- 
poste con  notevole  simmetria.  Tra'volsci 
questo  monte  si  considera  meraviglioso, 


VEL  i4t 

poiché  concatenato  cogli  altri  per  lungo 
tratto  si  distende  a  ingombrare  la  regio- 
ne nella  quale  anticamente  fiorivano  il- 
lustri città,  dal  ferro  e  dal  fuoco  misera- 
mente distrutte,  e  dove  uomini  insigni 
ebbero  la  culla.  A  destra  verso  oriente 
gode  la  vista  della  maestosa  Segni;  le  so- 
vrasta a  tergo  Rocca  Massima;  di  fronte 
riguarda  il  monte  Prenestino,  con  Pale  - 
strina  nella  falda  e  Castel  s.  Pietro  sulla 
sommità;  a  sinistra  è  il  castello  di  Giu- 
lianello,  e  finalmente  Velletri  colla  quale 
ha  continuo  commercio. Dall'alto, oltre  i 
nominati  luoghi,»  vedonoFerentino,Bau- 
co,  l'altissimo  Fumone  (ebbe  una  formi- 
dabile fortezza  tenuta  inespugnabile  per 
l'eminente  posizione,  onde  soleva  dirsi  : 
Si  Fummo  fumat,  tota  Campa nea  fre- 
mei), la  grata  Anagni,  l'imponenti'  Ita- 
liano, il  Tiglio,  il  Serrone,  l'elevala  Ci- 
vitella,01evano,  Roiate,  Genr.zzano,  Ca- 
ve, Rocca  di  Cave,  Lugnano,  il  quasi  di- 
strutto Colle  Ferro,  e  Flumiuaria  oggi 
Pimpinara,  di  cui  esistono  le  rovine.  Ha 
il  monte  Algido  dalla  parte  occidentale, 
ove  ancora  si  vedono  le  reliquie  dell'an- 
tico castello  omonimo,  distante  più  di  7 
miglia,  e  le  rovine  di  Lariano  soggetto  al 
comune  veliterno.  L'aria  è  salubre,  e  nel- 
l'inverno domina  il  freddo,  come  nella 
parte  più  riparata  dal  monte  resta  priva 
del  sole  per  4°  giorni,  gli  abitanti  sup- 
plendovi col  fuoco,  fornendo  copiosa  le- 
gna la  grande  selva  e  altre  macchie  vi- 
cine. Gli  abitanti  sono  forti  e  animosi.  Le 
fabbriche  comunemente  sono  rustiche, 
alcune  co'tetti  di  tavole  e  per  lo  più  sen- 
za regolare  disegno,  a  motivo  della  gra- 
vissima desolazione  a  cui  soggiacque  nel 
l557.  Piipatriati  gli  abitanti,  dopo  l'ec- 
cidio da  cui  scamparono,  rialzarono  al- 
la meglio  le  demolile  abitazioni  e  solle- 
citamente per  difendersi  dall'intemperie. 
Non  mancano  convenienti  edilìzi.  La  par- 
te più  antica  però  della  terra  era  la  su- 
periore, e  più  forte  come  difesa  dall'alte 
rupi  e  dall'asprezza  dell'accesso  dal  pia- 
no. Osserva  il  Castellano,  ch'è  fama  ivi 


i/p  VEL 

riparassero  dopo  i  bellici  disastri,  gli  a- 
bi tonti  delle  contigue  città,  fra  le  quali 
si  nominano  Ortona  ed  Eecetra  ;  poicliè 
sulla  cima  del  monte  cbe  domina  il  pae- 
se, si  dilata  una  bella  pianura,  dalla  qua- 
le si  contemplano  la  Valle  Etnica,  il  La- 
zio, l'agio  Velilerno,  le  Paludi  Pontine 
e  più  oltre  il  mare,  e  dicesi  Piano  dì  Ci- 
vita, ed  è  recinto  all'intorno  sul  perime- 
tro d'una  lega  da  macigni  di  pietra  pa- 
lombina  commessi  senza  cemento  alla 
foggia  di  antiche  mura  romane,  cbe  me- 
ritarono essere  descritte  da  Palladio. 
Tracce  d'altro  muro  interno  più  ristret- 
to si  vedono  nell'estrema  sommità  in  fi- 
gura quadrata,  cbe  doveano  forse  desi- 
gnare la  rocca.  Si  sono  discoperti  nelle 
■vicinanze  de'  sepolcreti,  e  nel  recinto  la- 
lune  stanze  sotterranee  con  pavimento 
a  musaico,  opere  figuline,  olle,  lumi  per- 
petui, e  monete  d'oro,  d'argento  e  rame. 
Riferisce  inoltre  Castellano,  che  due  vie 
conducevano  alla  città;  l'ima  faceva  ca- 
po nella  via  Latina  al  luogo  detto  Pan- 
dochia  o  pubblico  ospizio,  e  di  là  ascen- 
devasi  il  Colle  dell' Impera  tore,coù  detto 
perchè  vuoisi  che  ivi  esistesse  un  oppido 
denominalo  Ad  Pietas  (Nibby  parlando 
di  Valmonlone,dice  che  la  giunzione  del- 
le due  vieLatina  e  Labicanafacevasi  pres- 
so la  stazione  ad  Pietas,  la  quale  avrà 
tratto  il  nome  dalle  pitture  che  1' orna- 
\ano,coinciderdo  nel  sito  pressoCollede' 
Quadri),  luogo  magnifico  e  delizioso  per 
le  pitture  che  1'  adornavano,  di  che  fan 
feùe  i  ruderi,  ed  i  molti  frammenti  di 
marmo  pario  e  di  granito,  torsi  e  avan- 
zi di  statue,  e  vestigia  di  terme;  dell'al- 
tra,che  procedeva  da  Vellelri  e  dal  Cam- 
po Pometino,  si  trovano  iudizi  fra  gli  am- 
pi olivelide'principi  Borghese.  MonteFor- 
tino  ha  3  parrocchie.  La  primaria  e  in- 
signe collegiata  con  capitolo  è  dedicata 
alla  ss,  Croce,  che  per  l'antichità  minac- 
ciando rovina,  con  l'assenso  del  vescovo 
diocesano  fu  abbattuta  ;  a'  i  7  aprile  1 65o 
vi  fu  gettata  lai."  pietra  dell'  odierna  e 
compila  nel  1661  dalla  pietà  generosa  del 


VEL 

principe  di  Sulmona  Gio.  Battista  Bor 
ghese,  ond'è  giuspatronato  di  sua  nohi 
lissima  famiglia,  come  si  legge  nelle  la- 
pidi poste  sopra  l'organo,  e  sopra  la  fa- 
scia della  decorosa  facciata  esterna,  aven- 
te pure  due  campanili  in  forma  di  torri 
quadre.  Sebbene  fosse  fabbricata  più  am- 
pia della  precedente,  Marocco  la  dice  ri- 
stretta per  l'attuale  popolazione,che  ne 
la  Statistica  deliS53  la  trovo  ascende- 
re a  3643,  e  nell'articolo  scritto  da  Mon- 
te Fortino  nel  i85o  e  riportato  neln.°g2 
del  Giornale  di  Roma  di  tale  anno,  si  eli- 
ce terra  di  più  di  4000  anime.  La  chie- 
sa di  s.  Maria  delle  Letizie  è  di  semplice 
e  antica  forma,  situata  sul  più  erto  della 
cima  e  in  piano  fuori  della  porta  supe- 
riore, per  dove  si  va  alla  montagna,  ba 
B.  Vergine  è  scolpita  in  legno.  Il  quadro 
di  s.  Alberto  è  di  Orazio  Zecca.  L'affre- 
sco della  ss.  Trinità  fu  colorito  da  Fai 
Spirito.  Primeggia  fra  le  altre  due  ps 
rocebie,  per  essersi  con  esse  gradatane 
te  accresciuta.  Sebbene  col  Marocco  di 
si  collegiata  la  precedente,  leggo  nell' 
scrizione  da  lui  riportata  colle  altre  ai 
lidie  e  moderne  esistenti  in  Monte  Foi 
lino,  e  collocata  in  s.  Maria  :  Che  il  l< 
dalissimo  e  benemerito  Guidoni  Zepi 
rino  Bresciani  J.  V.  D.  Hujus  insignis 
Collegiatae  Ecclesiae  primum  canoni- 
cimi,  inde  in  archi presbyteratus  digni- 
latem  evecto.  Ma  il  Calindri  afferma  che 
la  collegiata  è  quella  di  s.  Croce.  La  chiesa 
parrocchiale  del  protomartire  s.  Stefano, 
ili  cattiva  struttura,  è  al  piano  presso  il 
borgo  e  la  strada  romana  ristorata  da  Pao- 
lo V,  non  molto  divertendo  dalla  via  La- 
bicanachene  mostra  evidentemente  i  ve- 
stigi, e  dove  fu  ritrovata  una  colonna  mi- 
gliarla denotante  la  distanza  ab  Urbe,  os- 
servata dal  dotto  monteforlinese  Sei-an- 
geli e  dal  celebre  antiquario  Fabretti.  V? 
sono  inoltre  le  chiese  della  Madonna  del 
ss.  Rosario,  e  quella  di  s.  Maria  di  Gesù 
Quest'ultima  è  magnifica  ed  appartieni 
a'minori osservanti  riformati, col  bel  con 
vento,  situali  dopo  breve  e  comodo  pas 


VE  L 
5Pg^ìo  fiiorì  ilcllii  terra nlle  radici  del  mon- 
te Foresta,  nel  luogo  detto  il  Serrone  del- 
la guardia,  nome  preso  da'soldati  che  ivi 
facevano  la  guardia  in  tempo  della  guer- 
ra sostenuta  da  Paolo  IV.   E  una  delle 
tante  magnifiche  fabhriche  fatte  innalza- 
re dall'  animo  grande  del  cardinal   Sci- 
pione  Borghese.  Ha  5  altari,  essendo  nel 
maggiore  in  quadrodi  tela  lodato  espres- 
so il  nome  ss.  di  Gesù,  la  B.  Vergine  col 
divi  ri  Figlio  scherzante  col  s.  Precursore, 
le  ss.  Anna  ed  Elisabetta,  e  s.  Giuseppe, 
colla  gloria  celeste  in  allo  :  si  attribuisce 
al  cav.  Manenti  di   Canemorto,  sebbene 
alcuno  la  giudicò  opera  d'Orazio  Borgia» 
ni.  Dello  stesso  Manenti  si  credono  gli  al- 
i  tri  dipinti  esistenti  nella  stessa  chiesa,  cioè 
,  s.  Antonio  abbate    insieme  a  s.  Antonio 
di  Padova,  e  s.  Chiara  con  s.  Elisabetta 
:  regina  di  Portogallo,  il  coro  è  magnifico, 
bellissimi  i  libri  corali  scritti  in  pergame- 
na e  miniati,  ben  fornita  la  sacrestia   di 
suppellettili    sagre.  Nella   facciata  della 
chie>a,  parimenti  di  buona  architettura, 
con  pilastroni,  cantonale  e  cornicioni  ili 
tufa,  nel  mezzo  e  in  una  fascia  è  scolpito 
il  nome  del  benefico  cardinal    Borghese 
coll'anno  1 633  in  che  compì  l'edilìzio,  di 
cui  la  impietra  era  stata  collocata  ne'fon- 
damenti  a'2i  ottobre  1629,  di  poi  con- 
sagrata da  mg. 'Ellis  vescovo  di  Segni  a' 
19  maggio  1  7  i5.  In  Monte  Foitino  e  suo 
territorio  vi  sono  molti  benefizi  ecclesia- 
;  siici  non  residenziali,  di  nomina  de'Bor- 
,  ghese,  oltre  i  canonicati  e  i  curati.  Sopra 
questi  benefizi  vi  furono  delle  decisioni 
•  de'cardinali  Cecchini  e  Cherubini  per  al- 
;  cune  vertenze  insorte,  e  fedelmente  rife- 
1  1  ite  nel  ms.  di  cose  patrie  lasciato  dal  sud- 
,  detto  Serangeli,  e  cuslodito  dalle  mae- 
stre pie  del  luogo,  che  si  occupano  del- 
l'istruzione delle  fanciulle.  I  nominati  car- 
j  dinali  istituirono  il  rettorato  di  s.  Croce. 
1  Non  vi  mancano  sodalizi,  ed  un  tempo  e- 
sisleva  il  convento  di  s.  Michele  Arcan- 
.  gelo  de'  minori  conventuali  circa  2  mi- 
glia lungi  dalla  terra, soppresso  con  bolla 
;  pontificia,  applicandone  i  beni  alla  com- 


VEL  i43 

pagnia  del  ss.  Rosario  pel  mantenimento 
dei  maestro  di  scuola  elementare,  il  qua- 
le ha  eziandio  l'obbligo  di  fare  da  cap- 
pellano alla  chiesa  di  della  confraterni- 
ta.  Dice  il  Marocco,  che  il  convento  fu 
demolilo,  perchè  non  servisse  d'  asilo  a' 
fuorusciti.  Tale  convento  si  vuole  dal 
Theuli  conventuale,  nell'  Apparato  mi- 
norilico  della  provincia  di  Roma,  edi- 
ficato da  s.  Francesco  d'Aitò  ;  ma  lascia- 
to da'religiosi,  divenne  ricovero  di  ban- 
diti, per  cui  nel  1  5g4  f«  murato  ogni  va- 
no e  chiusa  la  chiesa,  ed  ora  soltanto  se 
ne  vedono  le  misere  rovine.  Le  strade  in- 
terne sono  tortuose  e  pericolose  per  la 
continua  salita,  meno  la  media  formata 
a  gradinata  e  selciata.  La  piazza  princi- 
pale, the  resta  in  principio  della  terra  di 
prospetto  a  Valmontone  e  ad  una  parte 
dell'agro,  si  può  dire  il  miglior  ornamen- 
to del  paese,  ridotta  in  pianocon  forte  spe- 
sa sopra  più  ordini  di  volte  e  fornici  con 
pieni  fondamenti,  ed  è  ben  selciata  e  gran- 
de. Ha  una  loggia  scoperta  sulla  porta 
principale  costruita  con  merli  di  tufa  e 
sopraslali  da  pal'e  di  pietra  polomb.ua, 
con  arme  in  cima  nell'esterno,  decorata 
con  dtie  mascheroni,  e  co' vani  pe'  can- 
noni. Questa  porta  tutta  di  tufa,  di  vago 
disegno  e  d'  ottima  architettura,  che  si 
crede  di  Martino  Longo,  ha  l'  epigrafe 
del  cardinal  Scipione  Borghese,  e  verso  il 
borgo  l'anno  1620.  Inoltre  il  cardinale 
fece  fabbricare  anche  di  verse  case  nel  bor- 
go. Appellasi  piazza  Borghese  pel  palaz- 
zo principesco  che  elevasi  ila  un  lato.  An- 
ticamente l'edilìzio  era  diviso  in  due  a- 
bi (azioni,  una  spettava  a'  Colonna,  l'al- 
tra a'  Massimo  ;  dipoi  notabilmente  fil 
accresciuto  dall'encomiato  cardinal  Bor- 
ghese, nell'unire  le  due  abitazioni.  Vi  so- 
no 147  stanze,  oltre  i  corridoi,  portici  e 
logge,  con  3  distinte  scaleche  introduco- 
no a  diversi  appartamenti.  Però  la  ri- 
messa per  le  carrozze  resta  al  piano  do- 
v'è situato  il  fabbricalo  detto  l'osteria, 
fatto  anch'esso  d'ordine  e  spesa  del  car- 
dinal Borghese;  osteria  che  può  dirsi  una 


i44  VEL 

delle  prime  de'dintorni  di  Roma, per  con- 
tenere circa  5o  vani,  essendo  l'edifizio 
circondato  da  logge  falle  ad  archi,  e  nel 
«li  dietro  e  ne'fianchi  serrati  da  muro  per 
usi  diversi,con  ampia  stalla  costruita  pre- 
cipuamente pel  procaccio  di  Napoli.  In- 
oltre sulla  nominata  piazza  e  incontro  al 
palazzo  baronale  vi  è  un  casamento  pure 
edificato  dal  cardinale,  per  residenza  del 
governatore  feudale,  ed  è  ornato  di  cor- 
doni e  fascie  di  tufa  con  vago  prospetto. 
Diverse  e  discrepanti  sono  state  le  opi- 
nioni degli  scrittori  circa  le  antiche  città 
che  fiorirono  ne'dintorni,  o  sul  sito  oc- 
cupato da  Monte  Fortino.  11  Theuli,  nel 
Teatro  historico  di  Felletri,  a  p.  34  ri- 
tiene che  ivi  fu  già  la  volsca  Eccella,  o 
almeno  poco  lontano,  poiché  quando  i 
tribuni  de'romani  mandarono  o  condus- 
sero due  poderosi  eserciti  contro  i  volsci, 
S.  Furio  e  M.  Orazio  andarono  ad  Anzo 
verso  la  marina,  e  Q.  Servilio  e  L.  Ge- 
ganio  a  sinistra  verso  Eccetra,  ad  moti' 
tem  Eccelram  pergant,  come  si  ha  da 
Livio.  Anzi  narrando  questi  prima  di  tale 
epoca  un  fatto  d'armi  de'romani  e  vol- 
sci, dice  che  fu  inler  Ferenlinum  et  Ec- 
cetras,  che  di  già  era  stata  saccheggiata 
da  Fabio  Ambusto.  Altrettanto  racconta 
Dionisio,  il  quale  la  chiamò  Folseoruni 
Caputa  nel  descrivere  la  vittoria  riportata 
sopra  i  volsci  e  gli  equi  da  Q.  Fabio  Vibu- 
lanoin  Algido.  Di  parte  del  riferito,  anche 
col  Ricchi,  Reggia  de'  Volsci,  lib.  i , e.  44j 
Ecetra  colonia  latina,  già  ne  parlai  nel 
voi.  XXVI I,  p.  280  e  2g4,  dicendo  di 
Ferentino,  Morolo  eSupino  (e  sopra  que- 
st' ultimo  è  da  avvertirsi  il  notato  a  tal 
vocabolo)  e  Ferrugine.  Il  Volpi  nel  La- 
iius  Fetus,  enumera  fra  gli  8  oppidi  Pre- 
Deste,  anche  Eccetra,  che  il  Cecconi  nel- 
la Storia  di  Pales trina  dice  eh'  era  si- 
tuata ne'più  alti  monti  de'  volsci.  Il  Con- 
tatore chiama  Echetra,  già  terra  nobile 
de' volsci,  e  crede  che  fosse  situata  sopra 
Norma  e  Segni,  verso  settentrione  fra  Co- 
ri e  Aungni;  poco  lungi  da  Allena  ,  che 
dice  pure  de' volsci,  il  cui  confine  cogli  e- 


V  E  L 

qui  era  Verrugine,  In  quale  ritiene  esse- 
re surta  fra  Velletri,  Cori  e  Rocca  di  Pa- 
pa, ed  eziandio  la  comprende  tra'volsci. 
Mg.'  Nicolai, dopo  aver  parlato  delle  cit- 
tà Pontine  della  pianura  e  marittime,  nel 
cap.  1  1  comincia  a  ragionare  di  quelle 
situate  sulle  colline,  Ecetra,  Artena  e  al- 
tre, poiché  anch'esse  si  comprendevano 
tra  le  Pontine,  come  città  che  avevano  il 
territorio  nelle  campagne  Pontine.  Prin- 
cipiando da  Poniezia,  di  cui  trattai  a  Ses- 
sa, dice  offrirsi  innanzi  Ecetra,  sulla  qua- 
le discordano  gli  autori  ad  assegnarle  il  si- 
to preciso.  Sigonio  la  pose  nel  territorio 
Pontino,  e  Cluverio  giudicò  che  restasse 
sopra  Norma  eSegni,  a'confiui  degli  equi 
e  degli  eroici,  lontano  dalle  spiagge  ma- 
rittime. Certissimo  è,secondo  Nicolai,  che 
non  slava  ne'  piani,  ma  ne'  monti  ,  non 
peròda'piani  mollo  lontano,  perchè  i  vol- 
sci ivi  tenevano  la  loro  assemblea  nazio- 
nale, come  significò  Dionisio,  riferendo- 
ne la  testimonianza.  Che  fosse  poi  medi- 
terranea, apertamente  lo  scrive  Livio,  e 
come  di  contraria  situazione  alla  marit- 
tima Anzio,  anzi  la  dichiara  montuosa 
Dunque  Ecetra,  conclude  il  dotto  prela^ 
lo,  dovea  esser  situata  non  lungi  da  Co- 
ra, Artena,  Noi  ha  e  Sezze,  e  presso  Po- 
inezia.  Poiché  quando  da' consoli  Appic 
Claudio  e  Publio  Servilio  fu  espugnata 
Poniezia,  gli  eceterani  che  segre  lamenti 
aveano  soccorso  i  pometini,  cominciaro 
no  anche  come  vicini  a  temere  per  se  stes 
si,  e  ad  onta  che  spedirono  a  Roma  un; 
deputazione,  ne  pagarono  /a  pena  ,  per 
dendo  il  territorio  che  fu  loro  tolto.  Da 
riferite  da  Livio  ,  anche  il  Corradini  s 
persuase,  che  Ecetra  e  Pomezia  fra  lori 
confinavano,  benché  poi  altrove  cadde  il 
contraddizione,  ponendo  Ecetra  la  1 ."  del 
le  città  volsche  sulle  montagne  Lepin 
verso  Roma,  mentre  l'avea  detta  confi 
nante  con  Pomezia,  e  questa  situando  ne 
mezzo  della  pianura  dopo  Sezze,  ove  or 
é  Mesa.  Nicolai  soggiunge,  che  dovea  poi 
si  Pomezia  innanzi  più  vicino  a  Hook 
Il  Corradiui  spiegò  l'asserto  di  Cluveric 


VE  L 
Cum  Volscis  i/iter  Ferentinum  atquc  E- 
tctram  diinicatum  est.  Noi»  doversi  cioè 
intendere  di  Ferentino  ernico,  ina  bensì 
di  quello  nel  monte  Albano,  il  quale  poi 
si  disse  la  Fnjola,  couduante  co' piani  ver- 
so Vellelri,  Cora  e  Monte  Fortino  ,  cre- 
duto dal  Kircher  l'antico  Corbione;  e  il 
sito  corrisponde  al  principio  de'monti  Le- 
pini,  sotto  cui  si  estende  il  territorio  Pon- 
tino. Indi  il  Nicolai  narra  le  guerre  ece- 
trane,  chiama  Ecetra  la  più  nobile  città 
de'volsci,  alternativamente  signoreggiata 
da  essi,  da'romaui  e  dagli  equi,  e  nuova- 
mente da'  romani.  S'ignora  come  perì,  e 
quando,  senza  lasciar  di  se  vestigio  alcu- 
no, e  perciò  gli  autori  sono  di  diversa  o- 
pinione  nel  determinarne  il  sito.  Quanto 
ad  Artena,  il  Nicolai  lo  dice  castello  vol- 
9co  vicino  ad  Ecetra,  racconta  come  se  ne 
impadronirono  i  romani  e  la  spianarono, 
onde  neppur  di  essa  esistere  orma  al  suo 
tempo.  Il  più.  moderno  Castellano,  come 
già  indicai,  inclinò  a  credere  1'  asserto  di 
altri,  che  uell'area  di  Monte  Fortino  sor- 
gesse Eccetra.  Il  pure  recente  Marocco 
riporta  che  Kircher  fu  di  tale  opinione, 
ma  in  altro  luogo  vi  stabili  P'itellia,  che 
il  p.  Maltei  riconobbe  essere  Monte  For- 
tino succeduta  ad  Ortona  ,  ed  il  riferito 
da  Livio  e  Dionisio  sopra  Eccetra  e  Or- 
tona. Dice  inoltre  che  il  montefoi  tinese 
Serangeli  si  dichiarò  in  favore  di  Pando- 
chia,  rammentata  di  sopra  ;  ma  egli  non 
vi  conviene,  lasciando  ad  altri  fra  le  di- 
screpanti opinioni  la  decisione  del  conflit- 
to. Il  Ricchi,  Reggia  de' Volsci, lib. i,cap. 
1 2,  Monte  Fortino  prima  chiamato  Cor- 
bione,  adduce. ragioni  per  credere  quella 
città  soggetta  agli  equi,  essere  quivi  po- 
sta, raccontando  le  sue  antiche  viceucle 
guerresche,  e  pubblicando  la  lapide  tro- 
vata sotto  Monlefortino.  Corbio  o  Cor- 
bione, il  Nibby  nella  sua  Analisi  de' din- 
torni di  Roma,  lo  colloca  a-Rocca  Priora, 
perciò  con  esso  ne  ragionai  descrivendo 
quel  comune  nel  voi.  XXVII,  p.  i  77.  Ec- 
co poi  quanto  quelP  insigne  archeologo 
uellu  lodata  opera,  t.  3,  p,  270  e  seg.,  di- 

VOL.  LXXXIX. 


VEL  i45 

ce  all'articolo  Artena,  da  lui  creduta  ora 
occupata  e  succeduta  da  Monte  Fortino. 
Narra  T.  Livio,  lib.  6,  e.  61  ,che  nell'an- 
no di  Roma  353  si  combattè  co'  volsci 
fra  Ferentino  ed  Eccella,  e  che  quindi  i 
tribuui  cominciarono  ad  assediare  Arteuu 
città  de'volsci.  Gli  assediati  fecero  una 
sortita;  ma  i  romani  li  respinsero  e  gl'iu- 
calzarono  in  modo  che  s'impadronirono 
della  terra.  I  volsci  si  ritirarono  nella  for- 
tezza o  arce,  la  quale  oltre  all'  essere  for- 
te era  ristretta,  onde  poteva  difendersi  cou 
poca  gente,  e  ben  provvista  di  vettovaglie. 
Disperando  perciò  i  romani  di  prender- 
la, un  servo  o  schiavo  d'Artena  a  tradi- 
mento li  condusse  sopra  per  un  sentiero 
molto  scosceso;  onde  uccise  le  guardie  che 
si  trovarono  dentro  la  rocca  ,  e  gli  asse- 
diati furono  forzati  di  rendersi  a  discrezio- 
ne. Sì  la  ciltà,  come  la  fortezza  vennero 
demolite:  l'esercito  fu  ricondotto  in  R.o- 
ma  e  diretto  contro  Veii  (V.)  ;  al  servo 
traditore  fu  data  la  libertà  per  premio, 
donati  i  beni  di  due  famiglie,  e  imposto 
il  nome  di  Servio  romano.  Fin  qui  Livio. 
Soggiunge  poi  il  medesimo  Nibby, che  se- 
condo altri  Artena  era  città  de'veienti  e 
non  de'volsci;  tale  equivoco  nacque  dal- 
l'esservi  stata  una  città  dello  stesso  nome 
fra  Cere  e  Veii,  la  quale  fu  distrutta  da' 
re  di  Roma,  ed  era  terra  de'ceriti,  e  non 
de'veienti  (ritiene  Nibby  d'averla  scoper- 
ta nel  i832  in  occasione  che  si  facevano 
alcuni  scavi  nella  tenuta  di  Castel  Cam- 
panile, che  descrive  e  illustra  in  quell'ar- 
ticolo, circa  22  miglia  distante  da  Roma  a 
destra  della  via  Aurelia,  ossia  strada  di 
Civitavecchia;  il  fondo  fu  posseduto  suc- 
cessivamente da'ìNormanni,  Orsini,  Capo- 
diferro  e  Cenci,  da'quali  neli6i2  lo  com- 
prò il  principe  Borghese  e  tuttora  lo  pos- 
siede), mentre  questa  della  quale  ivi  trat- 
ta Livio  fu  neh'  agro  Volsco.  Riconosce 
Nibby,  che  di  questa  Artena,  degli  scrit- 
tori antichi  Livio  solo  ne  parla  e  pochi 
lumi  somministra,  a  segno  che  Cellario, 
Geogr.  antiquae,  lib.  2,  e.  9,  sect.  3,  p. 
565,  dopo  avere  riferito  il  passo  di  Li« 
io 


i46  V  E  L 

vio, ilice:  seti positio  incertissima  itnmo 
ignota  huius  oppidi  est.  Solo  ricavasi,  die 
noti  era  molto  lungi  da  Ecetra  e  Ferenti- 
no, e  che  aveva  uua  rocca  molto  forte  e 
non  molto  grande.  Nel  fare  Nibby  le  sue 
indagini  per  la  Carta  eie  dintorni  di  Ro- 
ma, inclinò  a  crederla  ne'diulorni  di  Mon- 
te Fortino,  perchè  una  delle  cime  più  al- 
te delle  sue  vicinanze  ha  il  nome  di  Mon- 
te Larlerio,  perchè  sopra  Monte  Fortino 
slesso  la  contrada  ha  il  nome  di  Civita, 
indizio  certo  della  posizione  d'  un'antica 
città,  e  perchè  la  distanza  di  Ferentino 
non  giunge  a  20  111.,  meulre  d'  altronde 
la  battaglia  fu  data  di  qua  da  Feieutiuo, 
fra  Ferentino  ed  Ecetra,  in  guisa  che  i  ro- 
inani  poterono  tagliare  a'volsci  la  ritirala 
di  Ecetra  e  forzarli  a  rinchiudersi  in  Ar- 
tena.  Inoltre  dice  Nibby,  ch'era  una  cir- 
costanza positi  va  quella  che  Allena  distili- 
guevasi  in  città  propriamente  detta  ed  in 
rocca.  Questa  sua  congettura  la  crede  di- 
venuta un  fallo  per  le  scoperte  che  lord 
Beverley  fece  nel  1 83o  circa  uu  miglio  di- 
stante da  Moute  Fortino  verso  sud-ovest, 
nella  contrada  appunto  della  Civita  e  del 
Piano  della  Nebbia.  II  luogo  si  dislingue 
per  l'aspetto  dirupato  del  monte,  e  per 
la  difficoltà  dell'accesso,  ed  è  coperto  di 
arbusti:  verso  settentrione  è  uu  bosco; 
verso  occidente  sono  precipizi  spavente- 
voli; a  mezzodì  è  una  grotta;  ed  a  levante 
la  strada  di  Moute  Fortino  entra  in  que- 
sto recinto.  La  terra  non  era  grande,  ma 
le  mura  sono  costrutte  di  massi  enormi 
irregolari  di  calcarla,  spiccati  dal  moute, 
ed  ammonticchiati  l'un  sopra  l'altro  senza 
alcun  ordine,  ed  hanno  5  piedi  di  larghez- 
za e  3  d'altezza:  in  generale  la  costruzio- 
ne olire  tulli  i  caratteri  dell'età  più  rimo- 
le. La  rocca  era  separata  dalla  città  pro- 
priamente detta  da  una  fortificazione  so- 
lida, costrutta  nello  stesso  modo,  ma  di 
massi  tanto  più  grandi  che  hanno  7  pie- 
di di  larghezza:  essa  presenta  il  vero  ca- 
rattere della  costruzione  ciclopèa  descrit- 
ta da  Pausauia;  cioè  che  i  massi  grandi 
per  ia  loro  irregolarità  lasciano  iuter  valli 


V  E  L 

che  sono  chiusi  da  pietre  o  ciottoli,  «u- 
ch'essi  irregolari.  Aggiunge  il  Nibby:  Geli 
nell'opera  della  Topografia  diRoma  e  de' 
contortili  1. 1,  p.  2o5,  osserva  giustamen- 
te potersi  sospettai  e,  che  la  Or  tona,  di  che 
parla  Livio  nel  lib.  3,  cap.  3o,  occupata 
dagli  equi  l'anno  di  Roma  299  e  ripresa 
poco  dopo  da'  romani,  sia  la  slessa  che 
Allena.  Per  la  posizione  non  lungi  dal- 
l' Algido  ,  potrebbe  certamente  ammet- 
tersi questa  congettura  ,  dice  il  Nibby, 
poiché  Livio  così  si  esprime:  Horalius% 
cioè  il  console  C.  Orazio  Pulvillo,  quum 
iam  Aequi  Corbione  inlerfecto  praesidio, 
Ortonam  etiam  cepissent,  in  Algido  pu- 
gnat:  mullos  mortales  occidil:  fugai  ho- 
slem  non  ex  Algido  modo  sed  a  Corbio- 
ne  Ortonaque:  Corbionem  etiam  diruit 
propter  prodilum  praesidium.L'op'mione 
di  Nibby  fu  impugnala  dal  eh. DeMatthias 
di  Vallecorsa,  nelle  sue  Lettere  stampale 
in  Ferenliuo  nel  i84c)-5o,  come  narrai 
in  principio.  Nella  Lettera  i.a  tratta  di 
Arteria,  che  dice  chiamarsi  anco  An- 
temna.  Con  questo  nome  ossia  di  Anten- 
na ne  trattò  il  Ricchi  nel  lib.  1,  cap.  25, 
La  Reggia  de  Volsei.  Dice  che  tale  ca- 
stello volsco  giaceva  dopo  il  corso  d'  uu 
breve  tratto  verso  Ferentino  alla  volta  di 
Segni,  ne'confini  degli  eroici  e  degli  equi, 
di  cui  gli  scrittori  dell'  antichità  non  ut 
fanno  memoria, tranne  Livio  pel  già  nar- 
rato; onde  del  sito  dove  fu  edificato  nou 
potersi  dire  cosa  che  meriti  fede.  11  De 
Matlhias  comincia  dal  dichiarare, che  mol- 
ti antiquari  di  queste  contrade,  senza  no- 
minarle fra  gli  altri  ilCayro,  autore  del* 
le  Notizie  isloriche  delle  città  del  Sec- 
chio e  Nuovo  Lazio,  aveanoda  molli  au- 
ni  fallo  intendere  al  pubblico  che  l'antica 
cittadella  de'  volsei  Arteria ,  ebbe  il  suo  1 
stare  nel  luogo  attualmente  occupalo  dal- 
la terra  di  s.  Lorenzo  soggetta  al  gover- 
no di  Vallecorsa  della  delegazione  di  Fre- 
sinone; uel  quale  articolo  io  ne  dissi  alcu- 
ne parole.  Questa  scoperta  non  priva  di 
appoggi,  continua  il  DeMatthias,  uon  fu 
inai  messa  iu  discredito  e  iu  disamina, 


VE  L 

prima  del  Nibby;  sulla  cui  autorità  io  uel 
citalo  articolo  feci  appena  cenno  della  sua 
opinione,  e  pei  ciò  con  lui  severamente  fui 
(Ini  medesimo  De  Matthias  confutato, seb- 
bene io  nel  semplicemente  riferire  l'opi- 
nione di  ÌNibby,  nou  la  dissi  doversi  pre- 
ferite, ma  la  riportai  insieme  alle  altre,  e 
di  queste  e  della  sua  senza  rendermene  re- 
sponsabile e  sostenerle  come  incontrasta- 
bili.Cbi  pi  opimamente  poi  abbia  ragione, 
si  decida  da  cbi  può  esserne  giudice  com- 
petente. A  me  basta  il  notare,  l'avere  ri- 
ferito il  sentimento  del  Nibby,  e  che  l'en- 
comiato De  Matthias  sostiene  per  contra- 
rio ,  assolutamente  doversi   riconoscere 
l'aulica  Arlcua  a  s.  Lorenzo  di  Vallecor- 
sa. Siccome  inoltre  Ntbbydieecltein  Mou- 
Ufortiuo  siavi  il  luogo  dello  Monte  Lar- 
ici io,  nome  che  vuoisi  derivato  da  Alle- 
na, il  De  Matthias  avvei  le  che  un  equi- 
voco, perciò  dichiara. "Montefc-rtiuo  si  di- 
ce comunemente  Monte  Vallerò,  Monte 
forte  o  Fortino,  perchè  rammeuta  alcu- 
ne  sue   azioni  altere,  per  le  quali   Papa 
Paolo  IV  ne  otdiuò  persino  la  distruzio- 
ne. Monte  Lai  terio  nou  viene  perciò  del- 
lo da  Arlena  o  Anteluna,  ma  da  altra  ca- 
gione, cioè  da  Monte  l'altero."  Il  DeMat- 
lliias  stringe  I'  argomento,  col  dichiarare 
ancora:  Che  la  questione  è  terminata;  a- 
ver  provalo  i.°che  l'opinione  de' vecchi 
storici  è  la  più  sana,  allorché  sostentici  o, 
come  Cayro,  gli  altri  nou  uomiuaudo,  Ar- 
temia aver  esistito  presso  s.  Lorenzo.  E- 
,  gli  crede  inoltre  d'  aver  confutato  in  2." 
luogo  li  motivi  pe'quali  si  cercava  create 
una  novità  a  danno  del  vero;  in  conse- 
,  guenza  soggiunge,  restare  ben  dimostra- 
,  tu  il  suo  assunto.  Finire  con  l'espressione 
!  di  Quintiliano,  per  dire  che  col  suo  scrit- 
,  to  niente  deve  trarsi  al  merito  del  Nibby. 
«Sono  state  pei  fette  tante  di  lui  opere:  se 
.  ha  preso  abbaglio  nel  piccolo  articolo  Ar- 
lena  ed  in  quello  di  ferrugine,  ci  ricor- 
da, che  quantunque  sommo  autore,  pu- 
re è  uomo.  Ncque  id  stallili  legenti  per- 
tuaiH/n  ali  :  omnia  quae  magni  authores 
dixcriul,  ulique  esse  perfetta  ...  Situimi 


VEL  147 

enìtn  siint,  homines  taineu".  La  terra  di 
Monte  Fortino  è  certo  che  con  questo  no- 
me già  esisteva  uel  secolo  XI.  Leggo  uel- 
le  Memorie  Colonnesideìcav.  Coppi, che 
da  un  documento  del  codice  di  Cencio  Ca- 
merario sappiamo  che  nel  1  i5i  Tolomeo 
1 1  conte  Tusculano  possedeva  il  castello  ili 
Monte  Fortino,  Castro  Montls  Fortini, 
sul  quale  pretendeva  avere  diritto  Oddo- 
ne della  Colonna.  Trovo  ancora  nel  me- 
desimo e  nel  ricordato  Cecconi, che  Od- 
done cede  col  consenso  di  Carsidonio  suo 
fratello  la  mela  di  tutta  la  città  Tuscula- 
na  e  la  rocca  a  Papa  Eugenio  III,  e  le  a- 
zioni  che  avea  su  di  Monte  Fortino,  a  te- 
nore della  permuta  fatta  fra  il  suo  padre 
e  il  genitore  di  Tolomeo,  a  cui  furono 
poscia  concesse  tali  ragioni  dallo  stesso 
Eugenio  HI, comesi  rileva  dal  giuramen- 
to di  fedeltà  prestato  a  Papa  Adriano  I  V 
u'g  luglio  i  i55;  ricevendone  Oddone  in 
compenso  il  castello  di  Trevi  e  una  som- 
ma di  denaro,  centina  decem  llbras  de- 
nar'wrum  papiensium,  et  centum  qua- 
dniginta  libras  denarlorum  lucenlium. 
11  Coppi  narra  invece  in  detto  anno,  che 
Adriano  IV  coucesse  la  detta  porzione  di 
Tusculo  in  feudo  vitalizio  a  Gioitala  figlio 
di  Tolomeo  1 1,  che  di  già  uè  possedeva  al- 
tra parte,  e  giurò  fedeltà  al  Papa  contro 
tutti,  exceplo  Imperatore.  Per  maggiore 
sicurezza  consegnò  contemporaneamente 
al  Papa  le  sue  rocche  diMontefortinoedi 
Fajola.  Il  eh.  Marocco  riporta  le  parole 
dell'alto,  in  cui  è  detto  che  pei*  maggior 
fede  dava  Roccam  Monti  s  Fortini  et  Roc- 
cani  Fajola  per  due  anni.  Risulta  dalla 
divisione  de'beui  tra'Colonnesi  nella  stes- 
sa epoca,  riferita  dal  Coppi,  che  Pietro  eb- 
be per  sua  porzione  MouteFortinoe  Mun- 
te Porzio,  colle  contigue  terre  di  Colon- 
na eZagaroloj  e  che  allora  abbia  presola 
qualifica,  che  poi  diventò  cognome,  della 
Colonna.  Racconta  Marocco,  che  di  Mou- 
tefortiuo  restarono  privi  i  Colonna,  igno- 
randosene la  causa,  e  passò  in  dominio  de* 
Co/i/i  d'Anagni  odi  Segni,  il  che  forse  av- 
venne dopo  la  distruzione  del  Tusculo  nel 


i48 


VE  L 


pontificato  di  Celestino  IH;  mentre  il  suc- 
cessore Innocenzo  Ili  Conti  ne  investi  il 
suo  fratello  Riccardo  con  altri  feudi.  Ali- 
ti ricavo  dal  Ratti,  Della  famiglia  Sfor- 
za, t.  2,  p.  22  i  e  243,  che  alla  morte  di 
Riccardo  dividendosi  i  figli  i  suoi  beni,  al 
secondogenito  Giovanni  Conti  senatore 
di  Roma  toccò  la  Torre  e  tutte  le  case  di 
Roma,  co'benidi  Ponte  Mammolo,  Mon- 
te Fortino  ec,  il  quale  in  seguito  fu  da- 
to ad  un  cadetto  della  stessa  famiglia,  la 
cui  linea  dicevasi  de' signori  di  Moti  te  For- 
tino.  In  ciò  conviene,  aia  con  ritardata  e- 
poca,pureilNibby,dicendo  che  questa  ter- 
ra esisteva  col  nome  di  Monte  Fortino  Cia 
dal  1226,  e  ricavarlo  dal  Contelori  nella 
Storia  della  famiglia  Conti,  che  la  pos- 
sedette con  titolo  di  signoria,  del  quale  era 
investito  uno  de'  rami  cadetti  della  linea 
de'Conli  di  Segni.  Neli232  Monte  For- 
tino fu  occupata  da'rumani,  che  si  erano 
rivoltati  contro  Papa  Gregorio  IX,  come 
si  legge  in  Riccardo  da  s.  Germano,  pres- 
so il  Muratori,  Rerum  hai.  Script,  t.  7, 
p.  1029.  Nella  sua  biografia  ne  parlai,  di- 
cendo il  motivo  dell'insurrezione,  e  che  i 
romani  recaronsi  a  Monte  Fortiuo(nel  lu- 
glio 1232  dice  il  Petrilli;  e  per  reintegrar- 
si de'dauni,che  dicevano  aver  solìei ti, oc- 
cuparono fra  l'altrecose  alcuni  beni  spet- 
tanti alla  chiesa  Preuestinae  li  ritennero 
3  anni)  per  assalire  la  provincia  di  Cam- 
pagna, e  cosi  operare  un  diversivo  all'im- 
pedimento loro  posto  dal  Papa  nel  difen- 
dere Viterbo,  ch'essi  pretendevano  di- 
struggere; e  siccome  erasi  ritirato  in  Rie- 
ti, notai  in  quell*  articolo,  che  Gregorio 
IX  ad  essa  conferì  le  prerogative  godute 
dalle  città  della  provincia  di  Campagna, 
ed  impedì  che  i  suoi  parenti  si  abusasse- 
ro ulteriormente  del  castello  di  Fumone. 
Il  Cecconi  m'istruisce,  che  i  sollevati  ro- 
mani volendo  sorprendere  la  fortezza  di 
l'aliano,  coll'aiuto  degli  abitanti  di  Mou- 
tefortiuo  (il  Petriui  allèrma  che tra'di ver- 
si partiti  che  tenevano  in  fiera  discordia  i 
numerosi  abitanti  di  Paliauo,  si  frammi- 
schiarono alcuni  uioutefoitiuesi  a  sofiìur 


! 

*a 
ai 

: 

so 
IN 


VEL 

nel  fuoco,  mandati  apposta  da'  romani) 
il  Papa  fu  costretto  di  premunire  Palia 
no,  da  esso  comprato,  circondandolo  d 
mura  econ  nuova  torre  fabbricata  nel  pi 
rigido  inverno  stemprando  la  calce  coll'u 
so  dell'acque  calde;  ed  acquistando  ancora 
il  castello  di  Serroue,  proibì  che  giammai 
i  due  luoghi  si  alienassero  e  separatici 
dallo  stato  pontificio.  Si  persuade  il  Ce 
coni,  che  Gregorio  IX  vedendosi  spes: 
inquietato  da'romani,  pensasse  stabilii 
ne'due  luoghi  muniti  dalla  natura  del  sito 
stesso,  un  ricovero  sicuro  nella  provincia 
di  Campagna;  ed  a  talelfetto  permettesse 
agli  abitanti  di  rendere  a  coltura  alcuni 
monti  e  selve  esisteuli  nel  territorio  di  es- 
si, coli'  obbligo  di  pagare  per  la  festa  del- 
l'Assunta \o  soldi  annui.  Il  Marocco  con- 
gettura col  Ciaccouio,  che  Gregorio  IX  o- 
notasse  di  sua  presenza  Monte  Forti  11 
per  riferire  tale  scrittoi  e  delle  Vitae  Po, 
tificum.»  Anagnia  deinde  Ponlif ex  pr 
ftclus  Pallìanum,  Monfortinum,  Seri 
nem,  Fumonem,  et  omnia  circumquaq 
posila  Oppida  munivit  et praesidiis  fi, 
mavit,  Romanorum  contumacium  ve, 
tas  qui  amatore  Senatore  edixerant 
omniaOppida  arcuai  Urbem posila,  Pi 
pulo  romano  tributa  annua  penderei" .E 
parlando  d'Annibaldi  senatore  di  Roma, 
dice.»  Et  eodem  ferme  die  senator  infe- 
stus  ducens  in  Campaniam  cohorles  a- 
pud  Monlem  Forlinum  de  itinere  pri- 
munì  substitit.  Eum  enim  a  Friderico  II 
imperatore  in  rerum  novarum  studia 
promissis  favor ibus  incitatum  fuisse". 
Abbiamo  dal  Novaes  nella  Storia  di  Bo- 
nifacio Vili,  che  dopo  aver  dimorato  io 
Aiiagoi  fino  ah.°  ottobre  1  3o2,  a'3  si  re- 
cò a  Monlefurtiuo,  ed  a'g  si  restituì  a  Ro- 
ma. E  poi  indubitato,  che  vi  fu  Grego- 
rio XI,  pernottandovi  a'5  settembre  1 377 
in  occasione  che  soggiornava  in  Anagui 
per  a  verlo  dichiarato  i  monlefòrtinesi,  ol 
trechè  si  legge  nel  diario  di  Pietro  A  me 
lio.  Inoltre  riporta  Marocco,  che  Vitto 
ria  Conti  figlia  d'  Alessandro  signore  d 
Molile  Fortino,  fu  maritala  a  Cuoiami 


VE  L 

Colonna  (primogenito  d'Antonio  principe 
di  Salerno,  secondo  Coppi,  dicendolo  Mie- 
gittimoMarocco),nemicodiProsperoCon- 
ti  ;  e  ila  tal  matrimonio  nacquero  Giulio 
Colonna,  che  sposò  Giovanna  Conti  del- 
la linea  di  Valmontone, figlia  d'Antoniodi 
Giacomo,  il  (piale  s'  impadronì  di  Monte 
Fortino,  espugnandolo  nell'agosto  i4^2. 
Lo  ritenne  per  diversi  anni,  ad  onta  del- 
l'opposizione di  Lucio  o  Lucido  Conti  si- 
gnore del  medesimo.  Allorquando  Carlo 
Vili  redi  Francia  sul  fine  del  i494ePr'n" 
cipio  del  1 495  attraversò  lo  stato  romano 
per  andare  contro  Alfonso  II  al  conqui- 
sto del  regno  di  Napoli,  i  Colonnesi  favo- 
rirono la  di  lui  parte.  Marciando  per  la 
provincia  di  Campagna,  in  poche  ore  e- 
spugnò  il  castello  di  Montefortino  e  lo 
prese  d'assalto,  mentre  era  occupato  da 
Giacomo  Conti  ,  il  quale  erasi  condotto 
agli  stipendi  d'  Alfonso  11, e  lo  consegnò 
nel  1 49^  a  Prospero  Colonna,  altro  figlio 
del  suddetto  principe  di  Salerno  ,  che  vi 
pretendeva  antiche  ragioni  e  militava  in 
suo  favore ,  investendolo  della  signoria  e 
rocca,  ritornandone  così  il  dominio  a'Co- 
lonnesi,  come  apprendo  da  Coppi  e  Bau- 
co.  Altre  particolarità  sono  descritte  da 
Marocco.  A  Lucido  Conti  signore  di  Mon- 
te Fortino  rimasero  però  Rocca  Massima, 
e  Colle  Ferro  or  quasi  diruto  ,  non  che 
Giuliano  allora  mal  ridotto.  Dipoi  Luci- 
do tu  trovalo  morto  in  una  vigna  del  ter- 
ritorio di  Rocca  Massima  ,  e  credesi  per 
violenza,  venendo  sepolto  nella  chiesa  di 
s.  Michele  Arcangelo  di  delta  Rocca  pres- 
so l'altare  maggiore.  L'eccidio  di  Monte* 
tortino  e  la  sua  presa  fatta  da'francesi  di 
Carlo  Vili,  avvenne  per  colpa  di  Gia- 
como Conti  seguace  del  re  di  Napoli,  e 
non  per  cagione  degli  abitanti.  Bensì  que- 
sti, per  non  mostrarsi  vili,  si  sforzarono 
difendere  colla  loro  patria  il  loro  siguo- 
1  re,  ma  furono  tagliali  a  pezzi,  e  solamen- 
te restarono  superstiti  gli  assenti  dalla 
terra.  Dice  inoltre  Marocco,  che  Carlo 
\  111  ne  destinò  suo  vicario  Prospero  Co- 
louna,  sai  raodo  la  vita  de'soli  figli  di  Gia- 


V  E  L  i49 

corno  Conti ,  volendo  però  in  poter  suo 
gli  altri  castelli  che  possedeva,  come  Fra- 
scati e  Torre  del  Castello.  Malgrado  i  ten- 
tativi fatti  da'Conti  per  ricuperare  Mon- 
te Fortino,  essa  rimase  a'Colonnesi.  Ai^ 
roge  il  narrato  dal  Banco.  Partito  Carlo 
Vili  dall'Italia,  si  accese  nuova  guerra 
fra 'Colonnesi  e  i  Conti  che  tentarono  ri- 
tornare in  possesso  de'loro  beni,  de'qualt 
erano  stati  spogliati  da'francesi.  I  Conti 
ebbero  validi  aiuti  da  Velletri ,  sì  per 
patto  d'antica  federazione  con  essi,  sì  per 
reprimere  la  potenza  de'  Colonnesi,  te- 
mendosi che  di  nuovo  potessero  pensare 
alle  cose  di  Lariano,  il  di  cui  territorio 
confina  conMontefortino. Fu  questa  guer- 
ra di  gravi  danni  agli  uni  e  agli  altri,  fin- 
ché nel  1498  vennesi  ad  un  compromes- 
so fra'Colonnesi,  i  Conti  e  Velletri,  avan- 
ti il  governatore  di  Uoma  Isualles,  sopra 
lutti  i  danni,  olfese  e  prede  scambievoli. 
Si  fece  tregua  per  un  anno,  e  per  più  lun- 
go tempo  a  beneplacito  di  Papa  Alessan- 
dro VI.  Deposte  così  le  armi  e  cessate  l'o- 
stilità, furono  le  differenze  composte  per 
via  di  ragione.  I  Colonnesi,  abbandonali 
i  francesi,  si  dicrono  al  re  di  Napoli,  e  sic- 
come Alessandro  VI  erasi  collegato  con 
Luigi  XII  re  di  Francia,  questi  inviò  un 
esercito  per  riconquistare  il  regno  di  Na- 
poli, capitanato  da  Obigni,  onde  il  Papa 
colle  sue  milizie  uscì  in  campagna  per  oc- 
cupare le  terre  de'Colounesi  e  ne  espugnò 
diverse  nel  i5ot.  Obigni  fece  altrettanto, 
s'avviò  per  Monte  Fortiuo  pensando  che 
Giulio  Colonna  gli  facesse  resistenza;  mu 
avendolo  abbandonato  con  poca  lode,  O- 
bigni  procedendo  più  oltre,  occupò  tutte 
le  terre  circostanti  e  colla  sua  marcia  en- 
trò nel  regno.  Depressi  i  Colonnesi,  Ales- 
sandro VI  a'  27  luglio  i5oi  si  porlo  a 
Montefortino,  indi  a'20  agosto  pubblicò 
una  bolla,  nella  quale  dichiarò  i  Colonne- 
si  incorsi  nella  scomunica  maggiore,  e  li 
privò  di  tutti  i  loro  feudi  e  beni.  Indi  col- 
la bolla  Coc'lesiis  altitudini» potcntiaint 
de'  1  7  settembre,  divise  le  terre  e  castelli 
confiscali  a'Colonnesi,  tra 'suoi  figli  e  ni- 


i5o  V  lì  L 

poti,  ed  al  figlio  Giovanni  Borgia  conces- 
se Monte  Fortino.  Morto  il  Papa  a'18  a- 
goslo  i5o3,  i  Colonnesi  ricuperarono  le 
loro  terre,  e  secondo  Marocco,  ritorna- 
rono i  figli  di  Gio.  Girolamo  Colonna  nel 
possesso  diMonleforlino.  Invece  leggo  nel 
Coppi, col  qualeancora  procedei  pel  nar- 
rato, che  Pompeo  Colonna,  vescovo  di 
Reti,  abbate  commendatario  di  Grotta 
Ferrata  e  Subiaco,  poi  cardinale,  nato  da 
Girolamo  del  ramo  di  Zagarolo  (ucciso 
nel  1482)  e  figlio  del  suddetto  principe 
(li  Salerno,  e  da  Vittoria  Conti,  amante 
degli  antichi  possedimenti  di  famiglia, pro- 
curò di  assicurarsi  questo  di  Monte  For- 
tino ;  ma  pe'diritli  che  vantavano  i  Con- 
ti, potendone  derivare  questioni  e  forse 
guerre,  credè  opportuno  d'accomodare  il 
tulio  bonaria  mente.  Acquistò  nel  1  5io  ta- 
li diritti,  promettendo  di  pagare  a  Luci- 
do Conti,  allora  ancor  vivente,  2000  du- 
cati,e  di  più  soddisfare  ad  alcuni  pesi  che 
il  medesimo  aveva,  con  istromento  de'7 
luglio.  Dipoi  Giulio  II  ch'erasi  imparen- 
tato co'  Colonnesi,  ottenne  a  mediazione 
di  Prospero,  che  Pompeo,  il  quale  occu- 
pava militarmente  e  in  attitudine  minac- 
ciosa Monte  Fortino  ,  consegnasse  il  ca- 
stello a  Marc'Antonio  I  Colonna  capita- 
no delle  milizie  papali,  affinchè  lo  tenes- 
se in  deposito.  Tutta  volta  proseguendo 
Pompeo  a  mantenersi  in  alto  ostile,  Giu- 
lio 1 1  lo  privò  de'suoi  pingui  benefizi  ec- 
clesiastici; e  benché  nel  1  5 1  3  alla  morte 
di  Giulio  II,  Pompeo  di  nuovo  insorges- 
se, pretendendo  bruciar  la  casa  del  fisca- 
le Goccino  che  l'avea  processato,  il  suc- 
cessore Leone  X  l'assolse  pienamente,  gli 
restituì  i  benefizi  e  poi  elevò  alla  porpo- 
ra. L'ambizioso  e  irrequieto  card  inai  Pom- 
peo, per  morie  di  Adriano  VI  contrastò 
neh  52  3  il  papato  a  Clemente  VII  in  con- 
clave, e  sebbene  questi  lo  ricolmasse  di 
benefizi,  restò  pieno  di  rancore,  e  con  in- 
gratitudine insieme  ad  altri  Colonnesi  a- 
pertamenteearrnata  manosiribellò,spal- 
leggiati  dalle  truppe  di  Carlo  V.  Il  Papa 
scomunicò  i  Colonnesi.  depose  Pompeo  da 


VEL 

tutte  le  dignità,  che  audacemente  accusò 
il  Papa  di  simonia  e  pretese  contro  di  lui 
appellarsi  al  futuro  concilio.  Clemente  VI  I 
quindi  spedì   il  Vitelli  colle  milizie  pon- 
tificie a  danno  de'Colonnesi,  disegnando 
di  bruciare  e  di  far  spianare  tutte  le  ter- 
re loro,  poiché  per  l'inveterata  affezione 
de'popoli  ad  essi,  il  pigliarli  solamente  era 
di  piccolo  pregiudizio.  Le  genti  pontifi- 
cie entrate  nelle  terre  de'Colonnesi,  nel 
1 526  bruciarono  Marino  e  Montefortino, 
la  fortezza    del  quale  si  teneva  ancora  pe* 
medesimi  ,  battendola  colle  artiglierie  , 
spianando  Gallicano  e  Zagarolo;  indi  il 
Vitelli  deliberò  recarsi  a  Vahnonlone per 
attendere  alla   difesa  del  paese.  Il  Ricchi 
dice  che  Clemente  VII  giustamente  sde- 
gnato contro  Pompeo  che  dominavaMon- 
teforlino,  l'abbandonò  alla  voracità  del- 
le fiamme.  Questa  sventura  deplora  assai 
il  Marocco,  poiché  vi  perirono  innocenti 
fanciulli,  femmine  imbelli  e  vecchi  caden- 
ti, che  il  fuoco  divoratore  non  risparmiò. 
Seguì  poscia  il  disastrosissimo  sacco  diRo- 
ma, operato  dagl'imperiali;  indi  Clemen- 
te VII  si  pacificò  co'  Colonnesi  e  gli  as- 
solse  dalle  censure,  morendo  il  cardin 
Pompeo  in  Napoli  nel  1 532.  Dopo  il  i 
tale  incendio,  risorse  Monte  Fortino,  e  I 
bruciale  case  vennero  da'popolani  risai 
cite,  e  le  distrutte  riedificate.  Nel  ponti- 
ficato diPaolo  llI,avendo  questi  aumen 
tato  il  prezzo  del  sale,  pretese  AscanioCo 
lonna  che  pel  privilegio  d'esenzione  d 
Martino  V,  non  dovesse  aver  luogo  nel 
le  sue  terre,  onde  gli  esattori  pontifìcii  car 
cerarono  alcuni  vassalli  de'Colonnesi.  A 
Scanio  per  rappresaglia  co'suoi  armati  fé 
ce  una  correria  nell'Agro  romano, e  pi 
dò  una  quantità  di  bestiame.  Il  Papa  eh 
già  mirava  di  mal  occhio  la  potente  d 
sa  Colonna,  per  aver  in  altri  tempi  fa 
to  fronte  a'  suoi  predecessori,  nel  1  54 f 
mosse  ad  essa  guerra  con  10,000  soldati 
e  la  descrisse  I'  Adriani  colla  Storia  di 
suoi  tempi.  Rocca  di  Papa,  Paliano,  Ce 
ciliano,  Roviano   e   altri  castelli  furon 
espugnati,  e  d'ordine  del  Papa  smanici- 


; 


V  E  L 

Jnfe  ila'  fondamenti  le  loro  fortezze.  Dice 
Marocco,  che  Monteforlino  fu  presa  nel 
i543,  rendendosi  al  Pontefice,  e  ripor- 
tando il  seguente  racconto  mss.  di  Teo- 
filo  Papei:  »  if  januariii'è  vero  Romani 
versus  abierunt.  i!\fcbruarii  die  domi- 
nit'o,  circa  22  horas,  Ponti/ex  sub  sua 
dilione  habuit  Arreni  Montis  Fortini.  1 9 
martii  die  luna,  iiircperunt  subditi  Co- 
lumnensium  demoliri  jussu  Pauli  ITI. 
3."  die  maii  perficerunt,  reliclo  uno  prò- 
pugnaculo,  sai  aula  demolitores  omnes 
abierunt.  9."  die  redierunl  demolitores 
num.  circa  3oo  addemoliendam  aulam, 
seti  propugnaculum  quod  fail  dereli- 
cturn".  Morto  Paolo  III  nel  i54g  a'  io 
novembre,  Camillo  Colonna  col  favore  e 
coll'aiuto  de' vassalli  ricuperò  ad  Ascanio 
assente  in  Venezia,  Paliano  e  le  altre  a- 
vite  castella;  e  Papa  Giulio  III  al  suo  ri- 
torno lo  accolse  cortesemente,  e  dispose 
che  godesse  tranquillamente  i  beni  ricu- 
perati. Non  andò  guari  che  i  Colonnesi 
furono  nuovamente  in  armi  a  tempo  di 
Paolo  IV  Caraffa,  ed  ebbe  luogo  la  fune- 
sta guerra  della  Campagna  Romana  da 
me  descritta  ne'  luoghi  indicati  di  sopra, 
contro  Filippo  II  re  di  Spagna  e  delle  due 
Sicilie,  a  cui  si  unirono  gl'imperiali  tede- 
schi di  suo  padre  Carlo  V,  ed  i  Colonne- 
si.  a'quali  il  Papa  avea  tolto  Paliano  e 
Cave,  che  die  a'suoi  nipoti,  e  le  altre  ter- 
re. Paolo  IV  era  avverso  agli  spagnuoli 
predominanti  in  Italia,  voleva  deprimerli 
e  forse  cacciarli  dal  regno  di  Napoli,  dal 
quale  regno  dichiarò  decaduto  Filippo  li 
nel  r  556;  quindi  si  venne  alla  micidiale 
guerra.  Il  duca  d'  Alba  viceré  di  Napoli 
col  regio  esercitooccupò  molte  città  e  luo- 
ghi delle  provincie  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, e  de'dintorni  di  Roma.  Sul  prin- 
cipio del  1 55y  le  milizie  pontifìcie  ricupe- 
rarono Marino,  Grotta  Ferrata,  Frasca  - 
li,  Valmontone,  Palestrina  e  Gennzzano. 
Assaltarono  eziandio  la  terra  di  Monte 
Fortino,  la  presero  e  la  distrussero,  nel 
modo  che  deplorai  nel  voi.  LXV,  p.  242, 
col  p.  d.  Bartolomeo  Carrara,  Storia  di 


VEL  i5i 

Paolo  TV.  Narra  Ricchi  ,  che  Montefor- 
tiuofu  preso  d'assalto  e  incenerito,  e  d'or- 
dine del  Papa  smantellato  di  mura.  Rac- 
conta Petrini,che  Francesco  Colonna  col- 
le milizie  papali  andòad  espugnare  Mon- 
tefortino ,  i  di  cui  abitanti  essendosi  di- 
chiarati per  Marc'Antonio  II  Colonna, co- 
mandante di  parte  dell'  esercito  nemico, 
derubavano  e  molestavano  continuamen- 
te i  vicini;  onde  furono  tutti  senza  distin- 
zione né  di  età,  né  di  sesso,  come  ribelli 
della  s.  Se<\e,  diffidati  in  pena  di  morte, 
e  la  loro  terra  saccheggiata,  arsa,  distrut- 
ta e  seminata  di  sale;  impresa  a  cui  die- 
rono  molto  mano  i  prenestini,  e  fra  gli 
altri  Menico  Franceschi  e  messerGio.  Do- 
menico Jacovello.  Per  cui  Marc  Antonio 
II  ed  i  regi  si  vendicarono  su  Palestrina, 
che  posero  tutta  quanta  a  sacco.  Altra 
incolpazionecontro  Monte  Fortino  la  tro- 
vo in  Baùco.  Egli  dice,  che  mentre  Vicino 
Orsini  capitano  de'  pontificii  era  in  Vel- 
letri,  que'di  Montefortino  gli  fecero  sape- 
re essere  disposti  a  tornare  sotto  I'  ubbi- 
dienza della  s.  Sede,  e  che  perciò  se  a  ves  - 
se  mandato  truppa  snlliciente,  gli  avreb- 
bero consegnato  la  terra.  Esso  niente  so- 
spettando di  frode,  vi  spedì  la  sua  pro- 
pria cavalleria.  Ma  i  terrazzani  pieni  di 
mal  talento  fra  via  tesero  una  ben  forte 
imboscata  ,  nella  quale  entrata  la  truppa 
dell'Orsini  fu  quasi  tutta  trucidato.  Que- 
sto sinistro  accidente  mosse  a  giusto  sde- 
gno I'  animo  di  Paolo  IV  pel  nero  tradi- 
mento. Il  perchè  fece  uscir  da  Roma  Giu- 
lio Orsini  con  numerosa  truppa  e  con  j 
pezzi  d'artiglieria.  Questi,  presi  molti  gua- 
statori in  Velletri,  si  diresse  verso  Mon- 
tefortino, la  quale  fu  presa  e  saccheggia- 
ta, e  poi  iusieme  colla  rocca  spianata  ed 
arsa.  Il  commissario  del  Papa,  Desiderio 
Guidone,  affisse  pubblico  bando  in  Vel- 
letri, che  tutti  gli  uomini  di  Monteforti- 
no per  la  notoria  ribellione  erano  incor- 
si nella  pena  dell'ultimo  supplizio,  e  che 
potevano  uccidersi  impunemente,e  li  con- 
dannava alla  confìsca  de' beni.  Il  citato 
storico  Carrara,  conosciuto  sotto  il  nome 


y 


xoi  VEL 

di  Bromato,  qualifica  empio  il  trionfodel- 
rOrsini  pel  barbaro  valore  esercitato  nel- 
la conquista  di  Montefortino;  dunque  l'o- 
perato fu  all'insaputa  clelcalunniato  Pon- 
tefice. Egli  pure  ilice  che  i  montefortine- 
m  ,  fingendosi  stanchi  del  dominio  spa- 
glinolo, domandarono  aiuto  per  mettersi 
nelle  mani  de'pontificii,e  poscia  i  i  oo  fanti 
che  sulla  buona  fede  loro  mandò  l'Orsi- 
ni, tutti  svaligiarono  nell'imboscata  sen- 
za perdonare  ad  un  solo.  A  punire  il  vii- 
Lino  tradimento  »  l'Orsini  colla  batteria 
di  due  giorni  molestò  quella  terra,  che 
difesa  fu  da  Giannantonio  da  Piacenza, 
ivi  messo  in  luogo  di  Francesco  Brancac- 
cio, e  fu  difesa  con  varie  sortite,  in  una 
delle  quali  restarono  morti  molti  delle 
tiuppe  pontificie,  tra'quali  Francesco  fi- 
glio di  Giambattista  Couti  (ultimo  signo- 
re di  Segni  e  di  Valmontone  di  tale  ramo), 
e  il  capitano  Giorgio  da  Terni.  In  fine  na- 
ta discordia  tra'  terrazzani  ed  il  presidio, 
quelli  si  resero  a  discrezione,  e  i  soldati 
impetrarono  di  poter  uscire  a  bandiere 
spiegate,  e  portar  seco  armi  e  bagaglio. 
Ed  entratevi  le  genti  dell'Orsini  saccheg- 
giarono tutta  la  terra  senza  pietà:  vi  ap- 
piccarono fuoco,  e  non  perdonarono  nem- 
meno od  una  chiesa,  ove  le  donne  e  i  fan- 
ciulli si  erano  ritirati,  e  tutti  perirono". 
Dissi  già  nel  paragrafo  di  Valmontone, 
che  alcuni  de'suoi  abitanti  contribuirono 
alla  rovina  di  Montefortino,  e  come  alla 
loro  volta  i  contadini  montefortinesi  si 
vendicarono  con  Valmontone,  quando  fu 
saccheggiato  e  arso.  Il  Marocco,  seguendo 
Alessandro  d'  Andrea  autore  de'  Ragio- 
namenti della  guerra  di  Campagna  di 
Roma, annoiti  totale  desolazione  diMon- 
teforliuo  e  sua  rocca,  ma  troppo  assolu- 
tamente e  in  tutto  l'attribuì  a  Paolo  IF 
(F-),  come  fecero  altri,  senza  tener  pre- 
sente la  Storia  del  p.  Carrara  e  altre  scrit- 
te con  imparzialità,  e  l'abuso  che  fecero 
del  potere  i  nipoti  di  quel  gran  Papa,  che 
con  s.  Gaetano  istituì  i  Teatini  (P-)j  i 
quali  nipoti  appena  da  lui  conosciuti  fu- 
rono inesorabilmente  cacciati   e  puniti. 


VEL 

Non  tacendo  il  tradimento  che  provocò 
la  severa  e  terribde  punizione,  il  Maroc- 
co dunque  soltanto  e  come  altri  si  limi- 
ta a  raccontare.  Che  pure  in  quest'incon- 
tro Montefortino  si  distinse  per  sommo 
coraggio,  e  per  mantenersi  nella  fedeltà 
al  suo  signore  (Colonna  feudatario  della 
s.  Sede  suprema  signora  di  Montefortino), 
fu  uno  degli  ultimi  ad  arrendersi.  Impe- 
rocché, avendo  finto  i  montefortinesi  con- 
cordia co'pontificiijdomandarono  un  pre- 
sidio, ostentando  di  voler  ubbidire  alla 
Chiesa;  onde  Vicino  Orsini  da  Velletri  vi 
mandò  una  compagnia,  che  per  imbosca- 
ta funestissima  e  traditrice  perì  tutta  per 
via,  senza  che  neppure  un  tamburino  si 
salvasse.  Quest'orrendo  attentato  fece 
montare  sulle  furie  il  Papa,  che  ne  volle 
la  totale  espugnazione.  Giulio  Orsino  ca- 
pitano suo,  con  3ooo  fanti  italiani,  con 
due  compagnie  di  veterani  venuti  daMon- 
talcino,econ  cavalleria  pontificia  e  7  can- 
noni, uscito  da  Roma  si  portò  diretta- 
mente a  Montefortino,  che  già  era  stato 
presidiato  da  Marc'  Antonio  II  Colonna; 
ma  Francesco  Brancacci  invece  di  custo- 
dirlo pel  suo  barone,  essendone  partito 
per  cercare  vettovaglie,  fu  causa  delle  fu- 
neste conseguenze.  Dopo  il  cannoneggia- 
mento ,  le  sortite  e  ricordate  scaramuc- 
cio, in  cui  perì  Francesco  e  non  Gio. 
Battista  Conti,  venuti  i  soldati  in  discor- 
dia cogli  abitanti,  si  resero  a  discrezione, 
partendo  i  primi  per  Anagni.  Entrati  i 
pontificii  in  Montefortino,  fecero  pagare 
a'popolani  il  fio  della  loro  pazzia,  perchè 
molti  ne  furono  uccisi.  Saccheggiata  ed 
incendiata  la  terra  non  si  salvarono  né 
fanciulli,  né  donne  ,  benché  rifugiati 
una  chiesa  ,  I'  ira  de'  soldati  superai» 
qualunque  ostacolo,  e  vane  furono  le  pi 
ghiere.  Indi  il  Papa  spedì  l'ascolano  D 
siderio  Guidoni  qual  commissario  per  far 
demolire  tutto  il  paese  e  prender  posses- 
so del  territorio,  autorizzatocol  breve/  o- 
lentes  quod  scelus  per  TJtdver  sitatevi  et 
homines  Castri  nostri  Monti s  Fortini 
adversus  hanc  s.  Sedem  ,  de'  27  oprile 


ì 


VEL 

iSSj,  accompagnato  con  lellere  patenti 
del  cardinal  Caraffa.  Il  possesso  del  terri- 
torio con  rogito  seguì  a'  i  del   seguente 
maggio,  e  fu  pubblicato  il  bando  dal  Gui- 
doni  contro  lutti  i  montefoi  tinesi  di  pe- 
na capitale,  qualificandoli  assassini  de'sol- 
dati  pontificii,  nemici  e  infedeli  alla  s.  Se- 
de, ed  il  castello  nido  e  ricetto  de'tristi,  la- 
droni e  ribelli.  Quindi  fu  ingiunto  a  tutti 
i  baroni  e  signori,  ed  a  tutte  le  città  e  ca- 
stella della  provincia  di  non  ricettare  al- 
cuno di  essi,  e  di  far  CON  grata  al  Papa 
darli  in  mano  alla  forza  per  farne  giusti- 
zia. Compiuta  la  demolizione  delle  fab- 
briche, il  commissario  feceararela  piazza 
e  seminarvi  il  sale  a'i3  ili  detto  maggio. 
Inoltre  il  cardinal  Caraffa  dal  commissa- 
rio fece  eziandio  atterrare  qualche  super- 
slite  pezzo  di  fabbrica;  e  Gio.  Caraffa  du- 
ca di  l'aliano,  in  questa  fortezza  fece  tra- 
sportare i  cannoni  della  rocca  di  Monte- 
foi tino.  Dopo  quest'infortunio,  Marc' An- 
tonio Il  Colonna  distrusse  Colle  di  Ferro, 
incendiò  Anagni ,  prese  Palestrina  e  Se- 
gni, e  favorito  da'suoi  vassalli  corse  tut- 
ta la  provincia  di  Campagna,  la  quale  re- 
spirò per  la  pace  di  Cave  conclusa  nel  set- 
tembre. E  neh55g  per  morte  di  Paolo 
IV  i  Colonnesi  ricuperarono  le  loro  terre, 
e  neh  56  i  anche  Paliano.  Non  ostante  la 
rovina  generale  di  Monteforlino,  potè  a 
poco  a  poco   riaversi,  rifabbricandolo  i 
superstiti  abitanti  coll'aiuto  de'  Colonne- 
si,  per  avere  i  dispersi  inontefortinesi  sup- 
plicato la  celebre  marchesana  di  Pescara 
Vittoria  Colonna,  Virginia  Colonna  de' 
Massimi  e  Tuzin  Colonna  de'  iMattei,  le 
quali  a  favor  loro  si  prestarono  eflicace- 
mente.  Della  successione  de'Colonnesi  nel- 
la signoria  di  Monteforlino,  ecco  (pianto 
ne  scrive  il  Marocco.  Fu  diviso  il  suo  do- 
minio, non  avendo  avuto  figli  maschi  Gi- 
rolamo Colonna,  in  diverse  porzioni  a'28 
giugno  1  586,  cioè  n'ebbe  la  metà  Orinzia 
figlia  di  Marno  Colonna  duca  di  Zagaro- 
lo,  e  moglie  di  Pompeo  figlio  di  Camillo 
Colonna;  ed  una  8."  parte  l'ebbero  Tuzia, 
Porzia, Claudia  e  Virginia,  alla  qualeVir- 


V  E  L  i53 

ginia  successero  Fabio,  Ascanio,  Carlo  e 
altri  de'  Massimi;  e  poscia  Vincenzo  E- 
stouteville  conte  di  Sarno  come  marito 
di  Claudia  Orsini.  Mancando  figli  a  Tu- 
zia venne  da  lei  nella  sua  8.a  parte  isti- 
tuito erede  Ascanio  de'  Massimi,  che  ne 
prese  possesso  nel  150,5,  prestandogli  i 
vassalli  giuramento  di  fedeltà.  A  Marzio 
Colonna  duca  di  Zagarolo  ricadde  la  me- 
tà di  Monteforlino  per  dono  di   Orinzia 
sua  madre  (ma  di  sopra   è  detta   figlia) 
neh  583.  Muzio  Massimo,  che  ne  avea  ot- 
tenuta una  8.a  parte  da  sua  madre  Mari* 
Orsini  e  altra  8."  parte  da  Giulia  sua  zia, 
ambedue  vendè  nel  1 58g  al  detto  duca 
Marzio,  restandone  un  sol  quarto  a'  Mas- 
simo: pochi  anni  dopo   Gio.  Antonio  de 
Maximis  figlio  di  Carlo  signore  di  Monte 
Fortino  divenne   vescovo  d'  Isola  (f7.). 
Apprendo  dal  Coppi,  che  neh  607  Mar- 
zio eresse  in  Zagarolo  un  monte  e  per  ga- 
ranzia de'  sovventori  ipotecò  Monteforli- 
no e  altre  terre.   Il  suo  figlio  Francesco 
trovando  4r>o,ooo  scudi  di  debiti,  per  li- 
berarsene in  parte,  neh  6  r  4  vendè  al  car- 
dinal Scipione  Borghese  3  quarte  parti 
di  Monteforlino,  la  metà  della  tenuta  di 
Torre,  Olevano,  3  00  rubbia  di  Pantano 
di  Grifi,  200  rubbia  di  terreno  della  Co- 
lonna, ed  un  procoio  di  vacche,  tutto  pel 
prezzo  di  346,000  scudi.   In   modo  al- 
quanto diverso  ciò  riporta   il   Marocco. 
Dichiara  che  Giulia  Colonna,  a  nome  di 
Marzio  suo  marito  a'7  gennaio  1 6 1 2  veu- 
dèal  cardinalPietroAldobrandini  3  quar- 
ti di  Monteforlino  ,  colla  metà  della  te- 
nuta di  Torre;  e  l'8  marzo  ne  confermò 
la  vendita  Marzio,  da  Paolo  V  approvata 
a'27  giugno.  Il  cardinale  ne  prese  posses- 
so a' io  luglio,  rilasciando  una  cedola  a 
Pietro  Alberici  di  2  i5,ooo  scudi  pel  re- 
stante del  prezzo,  e  poi  fu  fatto  un  affitto 
per  6  anni  neh6«2  al  nobile  romano  O- 
razio  del  Bufalo;  ma  non  pagatasi  la  ce- 
dola, il  contratto  restò  rescisso  e  Marzio 
rientrò  in  possesso  del  suo.  Si  appellò  il 
cardinale  alla  congregazione  de'baroni  e 
n'ebbe  contraria  sentenza,  onde  France- 


1 54  V  B  li     . 

beo  Colonna  duca  di  Zégarolo  e  figlio  di 
Mai zio,  vendette al cardmalScipione  Bor- 
ghese nipote  di  Paolo  Y  le  3  quarte  par- 
ti di  Moutefortino,  Olevanoe  quanl' al- 
tro già  tlissi  per  346,000  scudi,  con  at- 
to autorizzalo  da  chirografo  di  Paolo  V 
«'29  marzo  16  1 4^.11  Papa  concesse  tanto  al 
cardinale,  quanto  agli  uomini  ed  univer- 
sità di  Montefortinoe  di  Olev'ano  privile- 
gi amplissimi.  A  fronte  di  tuttociò,  Gia- 
como Sai  viali  ,  nipote  del  cardinal  Sal- 
vinti  e  di  Lucido  Conti,  ncli63o  mosse 
delle  pretensioni  sul  dominio  di  Monte  - 
lui  tino,  ma  venendo  i  principi  Borghese 
dilesi  dall'insigne  avv.  Jacobelli,  trionfa- 
rono e  restarono  pacifici  signori  di  Mon- 
ti ['urtino  e  lo  sono  ancora.  Già  Paolo  V 
l'i  1  ottobre  161 5  (e  non  pare  nel  161  1, 
come  si  legge  nel  n.°  92  del  Giornale  di 
Roma  deli85o),  con  diversi  cardinali  e 
prelati,  onorò  di  sua  presenza  Monlefor- 
tino  e  vi  riposò  una  notte,  cioè  dopo  l'ac- 
quisto fattone  dal  cardinal  Borghese. Do- 
po tante  vicende,  osserva  Marocco,  la  ter- 
ra di  Monleforlino  non  si  potè  dir  mai 
t  ranquillala,  mentre  da'5  settembre  1  656 
iiuo  a'  1  2  del  susseguente  gennaio  fu  per- 
cossa dalla  pestilenza,  con  1  55  vittime, 
malore  che  penetrò  pure  io  Val  montone 
e  s.  Gregorio,  avendo  il  Papa  deputato 
mg.'  Franciolti  commissario  apostolico 
della  sanità  nella  Campagna  di  Roma. Du- 
rame il  contagio  di  Moutefortino  furono 
stabiliti  3  lazzarelti.due  in  campagna,cioè 
uno  fra'  castagneti  al  piano  di  s.  Maria,  e 
Tallio  nella  valle  vicino  alla  Pozzarica,ed 
il  3."  dello  lo  Sporco,  dentro  il  convento 
de'minori  osservanti  riformati,  perchè  vi 
si  conducevano  gl'infermi.  Aggiunge  Ma- 
rocco, che  alcuni  banditi  e  omicidiarii  di- 
sturbarono Montefortiuo  nel  1 702,  talché 
mg.r  Falconieri  chierico  di  camera  e  poi 
cu  dinaie,  commissario  apostolico  del  La- 
zio, fu  costretto  spedirvi  milizie  e  sbirra- 
glie, e  ad  onta  delia  resistenza  caddero  i 
tristi  in  potete  della  giustizia.  I  più  arditi 
furono  Tommaso  Cationi  dello  Tabanel- 
lo,  che  avea  due  bandi  capitali  e  omici- 


V  E  L 

diario  recidivo,  il  di  Ini  fi  Otello  detto  Gri- 
fo, che  con  Lorenzo  Latini  pure  omicida 
d'un  cognato  alias  Mezzogrosso,  fece  ar- 
mata mano  verso  la  mola  di  Segni  re  - 
trocedere  un  commissario  apostolico  e  il 
suocancelliere,Giuseppe  Ferranti,  e  Ste- 
fano Marcaccioli  detto  Quadrello  omici- 
diarioe  complice  di  due  omicidii,  pusilla- 
nime però,  e  quasi  tutti  reduci  dalla  ga- 
lera, ma  pagarono  il  (iodi  loro  seellerag- 
gini.  1  ti  quell'incontro  vi  perirono  due 
soldati  di  Valmontone  ed  un  vile  sbirro. 
Il  Cardella  nelle  Memorie  storiche  de' 
cardinali,  nella  biografia  del  Falconieri, 
riferisce  che  Clemente  XI  gli  affidò  la  ma- 
lagevole e  pericolosa  commissione  di  spur- 
gare la  provincia  del  Lazio  dagli  assassini 
e  banditi,  che  colle  ruberie  e  stragi  dan- 
neggiavano non  solo  i  passeggeri,  ma  re- 
cavano la  desolazione  e  il  terrore  a 'con  vi- 
cini paesi.  Il  prelato  usando  di  sua  seve- 
rità, dissipò  in  un  baleno  tutta  quella  ca- 
naglia e  restituì  la  pace  e  la  tranquillità 
0  que'popoli.  Nel  tempo  della  repubbli- 
ca del  1798,  il  popolo  di  Monleforlino 
diede  prove  non  equivoche  al  Papa  di  di- 
voto attaccamento  e  di  valoroso  coraggio, 
respingendo  l'armate  nemiche  francesi, 
in  unione  co'calabresi  che  difendevano  il 
re  di  Napoli,  e  vi  furono  molli  feriti  e 
morti  dalla  parte  contraria. Nel  18  5o Mon- 
tefortiuo esultò  per  la  presenza  del  regnan- 
te Papa  Pio  IX,  nel  viaggio  col  quale  ài 
Napoli  tornò  in  Roma,  e  venne  descritto 
dal  Giornale  di  Roma,  e  dal  commend/ 
Barluzzi  colla  Relazione  del  viaggio.  In 
essa  si  legge. "Questo  castello  è  sul  dos;o 
de'monli  Lepini,  in  quella  parie  dove  si 
distaccano  dagli  Algidi,  eli  fronteggiane 
a  tramontana.  E  luogo  forte,  come  suo- 
na il  suo  nome,  e  perciò  spesso  combattu- 
to nelle  guerre  de'  bassi  tempi,  come  l< 
era  stato  in  quelle  tra*  volsci  ed  i  roma- 
ni, quando  giusta  T  opinione  degli  anti- 
quari, aveva  il  nome  di  Artena  Volsco- 
vum.  Fu  già  nella  signoria  de'Conti  di  Se- 
gui :  dal  secolo  XVII  appartiene  a' Bor- 
ghese". Dovendo  transitare  il  Papa  Pio 


VEL  VEL  i5? 
IX  nel  tuo  territorio  «'  io  oprile,  il  pò-  tìchissìmo  cratere  di  vulcano  esibito.  In 
poloch'eragli  gempre  rimasto  fedele  e  di-  questa  valle  nella  parie  più  vicina  al  pae- 
volo  nel  cuore,  e  che  silenzioso  e  triste  a-  se  e  soltoposta  ad  una  rupe  dell'altezza 
veva  passatoi  mesi  del  terrore,  allora  con  di  4o  metri,  ni  luglio  i85o,  ad  un'ora 
piena  libertà  manifestò  i  suoi  sentimenti,  pomeridiana  sprofondossi  il  terreno  con 
Ilprinciped.  Marc'Antonin Borghese, che  immenso  fragore  sotterraneo.  Formosa) 
n  sue  spese  avea  fatto  adornare  con  pa-  così  altra  più  piccola  valle,  più  profonda 
rati  l'esterno  della  piazza  ,  e  distribuita  di  20  metri  ,  di  figura  elittica,  il  di  cui 
abbondante  limosina  alle  famiglie  che  più  asse  maggiore  è  di  circa  80  metri  e  il  mi- 
abbisognavano  di  soccorsi,  anelò  incontro  noie  di  45-  Gli  abitanti  spaventati  da  quel 
al  Santo  Padre,  avendo  seco  il  fratello  terribile  fragore  e  temendo  che  fosse  in- 
principe d.  Camillo  Aldobrandino  Si  fé-  disio  di  grande  rovina,  fuggirono  dalle 
cero  innanzi  pure  mg. r  Domenico  Bruti,  loro  case;  ma  poi  vedendo  che  il  terreno 
il  clero  secolare  e  regolare,  e  la  commis-  non  faceva  ulteriore  movimento  si  tran- 
sione  municipale  col  suo  presidente  Sii-  multarono.  Mg.r  Berardi  commissario 
veslro  Tommasi.  Il  Papa  si  degnò  annui-  straordinario  pontificio  nella  provincia  di 
re  a'desiderii  della  popolazioue,che  voles-  Marittima  e  Campagna  ,  e  vicelegato  di 
se  onorarla  colla  sua  pi  esenza,  manifesta-  Velletri,  al  primo  annunzio  dell'accad'f- 
tigli  dal  principe  e  da'suoi  rappresenlan-  io,  recossi  a  Montefortino  per  provvedere 
ti.  Pertanto,  preceduto  il  Papa  da'religio-  a  quanto  occorresse.  Quindi  aro  luglio 
pi  riformati  e  dal  capitolo,  sotto  il  baldac-  vi  spedì  nuovamente  i  periti  in  geologia 
chino  portalo  dalle  primarie  persone  del  il;'  Francesco  De  Bossi  medico  e  Giu- 
paese,  a  piedi  si  condusse  alia  chiesa  del  seppe  Andreoli  valente  ingegnere,  che 
ss.  Rosario  decorosamente  parata,  tra  il  l'avevano  accompagnato,!  quali  col  rap- 
ranto  di  scelti  cantori,  ove  ricevèla  bene-  porto  pubblicato  da  detto  Giornale,  di- 
dizione col  Venerabile.  Quindi  asceso  in  chiararono  :  Che  il  fenonemo  geologi- 
trono  ammise  al  bacio  de!  piede  il  c'ero,  co  altro  non  fu  che  una  istantanea  aper- 
ii mnnicipioealtri.  Finalmente  fra  gl'im-  tura  d'un'interna  e  profonda  cavità  esi- 
metti e  sincerissimi  applausi  della  popò-  slente  nelle  viscere  del  monte,  sopra  di  cui 
lazione,  passando  sotto  un  arco  trionfale,  è  costrutto  il  paese,  per  la  quale  avvenne 
appositamenteeretto  nella  via,  con  accon-  una  contemporanea  precipitazione  di  ter- 
eia  iscrizione  ri  prodotta  dalla  Relazione,  reno  nel  fondo  della  valle  con  fragore 
grato  a  tali  manifestazioni,  consegnala  al-  proporzionato  a  tanto  precipizio.  Sog- 
l'arciprete  una  somma  da  erogare  a  he-  giunsero  che  per  tale  fenomeno  non  ra* 
neficiode'poveri,  rimontò  in  carrozza  per  10,  non  possa  derivarne  alcun  pericolo  al 
proseguire  il  suo  viaggio  a  Velletri,  e pri-  paese.  Il  Ricchi  nel  Teatro  degli  nomini 
ina  di  giungervi  trovò  a  Lariano  la  sua  illustri <&' Polsci,cap.i6:  Soggetti  illu- 
deputazione  col  cardinal  vescovo.  Ripor-  stridì  Monte  Fortino,  dice  che  gli  abi- 
ta il  medesimo  Giornale  ne' ìi.  i63ei67  tanti  sono  propensi  all'armi,  del  valore 
di  detto  anno,  che  accanto  al  paese  fib-  e  cogli  spiriti  bellicosi  de' loro  avi.  Non 
bricuto  sul  dorso  del  monte,  di  seconda  mancarono  virtuosi  die  fecero  decoro  al. 
formazione  e  di  struttura  calcarea,  verso  la  patria  e'  giovarono  la  società  colle  vir- 
lebecrio  vi  è  la  piccola  valle  di  s.  Croce,  tu  e  la  dottrina.  Girolamo  Fanfonio  ge- 
situata  non  lungi  dalla  chiesa  omonima,  Slitta  fu  mirabile  per  dottrina  e  pietà,  mo- 
di figura  quasi  circolare  del  diametro  di  rendo  nel  1590  in  Transilvania  per  la  fé- 
arca  1  20  metri,  coltivala  nel  fondo  a  for-  de  di  Cristo  in  concetto  di  santità.  Il  fra» 
menlone  e  circondala  di  rapi.  Si  crede  Iella  Sartorio,  esimio  giureconsulto,  vide 
volgarmente,  ed  è  probabilmente  un  ao-  ornali  colla  laurea  dottorale  neh'  univer- 


i  56  V  E  L 

silà  romnnn  i  7  suor  figli  e  quindi  occu- 
pali in  posti  cospicui  nella  colle  romana, 
dopo  aver  scampato  nedue  incendii  del- 
la patria.  Da  tale  famiglia  fiorì  pure  Gi- 
rolamo Fanfoni  per  molti  anni  i.°  medi- 
co della  regina  di  Polonia  Casiraira  So- 
biescki  ,  e  poi  essa  si  trasfuse  in  quella 
della  Porta  di  Cori,  e  Rosata  fu  bisava 
del  Ricchi.  Mario  Fini  egregio  avvocato. 
Fu  speciale  ornamento  patrio  OrazioZec- 
ca  eccellente  pittore.  Stefano  Serangeli 
ottimo  oratore  e  poeta, compose  pe'tea- 
tri  eli  Roma  ed'  Italia  le  numerose  pro- 
duzioni edite  e  inedite  registrate  dal  Hic- 
chi;  e  lasciò  sue  eredi  le  maestre  pie.  La 
sua  (iglia  Felice  Rosalba  pubblicò  col  suo 
ingegno  quelle  opere  riferite  da  detto  bio- 
grafo. Girolamo  Martini  da  Montefortino 
teologo  minore  osservante  riformato  di 
profonda  dottrina,  colla  quale  scrisse  le 
copiose  opere  notate  dal  Ricebi.  Della 
slessa  casa  e  ordine  fiorì  Tommaso  let- 
tore di  teologia.  Francesco  Angelini  pro- 
vinciale due  volte  del  mentovato  ordine, 
celebre  predicatore,  specchio  d'umiltà  e 
pietà,  morto  in  Rieti  neh  835.  La  fera- 
cità del  territorio  ne  rende  coltivata  la 
maggior  parte,  un  tratto  essendo  mon- 
tuoso e  sterile  ,  e  altro  occupato  da  vie, 
torrenti  e  fossi ,  come  rileva  Castellano. 
Del  territorio  diverse  notizie  ci  die  il  Ma- 
rocco. Lo  dice  composto  d'alcuni  monti 
inculti  e  sterili,  di  terreno  coltivabile  e 
di  selve  fruttifere;  il  coltivabile  parte  è  ad 
uso  di  semente  e  parte  di  vigne  e  posses- 
sioni, e  si  distinguono  i  terreni  in  arati- 
vi e  prativi,  essendo  1  campi  fertili  e  inde- 
fessamente coltivali.  Ne  descrive  i  confi- 
ni, e  in  quelli  della  tenuta  di  Tagliente  fu- 
rono trovati  frantumi  d'antiche  fabbri- 
che ,  di  statue  e  altri  marmi  lavorati ,  e 
reliquie  di  sepolcri.  Nella  valle  di  Piapel- 
io  sono  molti  frammenti  di  colonne  e  al- 
tre pietre.  Così  nella  pianura  di  Casati- 
co si  ossei  vano  vestigi  di  fabbrica  illustre 
o  tempio,  e  vi  si  scavarono  frantumi  mar- 
morei e  di  musaico.  Crede  il  Colle  Catili- 
n.i  forse  luogo  di  delizia  della  famiglia  10 


V  EL 
mnnn  di  lai  nome,  e  vi  si  trovarono  resti 
di  edilìzi  e  di  sepolcri.  Presso  la  contrada 
Le  Valli  credesi  esistesse  una  chiesa  in- 
titolata a  «.  Pietro,  per  li  rinvenuti  pezzi 
di  colonne,  con  lapide  che  pubblicò.  iNel 
colle  s.  Nicolò  sono  rovine  d'antica  torre 
e  di  piccolo  monastero;  in  quello  dell'Im- 
peratole argomenta  che  fosse  il  luogo  ad 
Pietas,  vicino  a  Panilochiani.  Presso  U 
valle  Costanza  trovasi  il  sito  detto  Bi- 
viuni,  e  la  grotta  o  cimiterio  di  s.  Ilario, 
come  posto  in  un  predio  spettante  già  a 
una  cappella  sotto  I'  invocazione  di  tal 
santo  nel  territorio  di  Valmontone. 

Giuliano  o  Giuliancllo  o  GnglianeU 
lo.  Comune  della  diocesi  di  Velletri  da 
cui  è  distante  circa  6  miglia,  quasi  altret- 
tante da  Cori,  e  3i  da  Roma,  con  ter- 
ritorio in  colle  e  in  piano.  Il  Ricchi,  La 
Reggia  de' f~olsa\ca[).  38  :  Castel  Giu- 
liano o  Giugliano,  lo  dice  giacente  in  si- 
to alquanto  eminente  sopra  una  delizio- 
sa collina,  posto  fra  Cori  e  Velletri.  Al 
contrario  il  moderno  Dauco  scrive  ivi 
respirarsi  aria  poco# felice,  egli  fa  eco  Ma- 
rocco, per  cui  ogni  giorno  si  diminuisco- 
no i  suoi  abitanti,  che  ascendevano  nel 
principiar  del  secolo  passato  a  773,  co- 
me afferma  il  contemporaneo  Piazza,  to- 
sto aumentati  a  più  di  1 000  per  testimo- 
nianza di  Ricchi,  ed  ora  ridotti  appena  a 
i53,  secondo  Rauco,  oa53  come  trovo 
nella  Statistica  dei  1 853.  Perciò  la  niag- 
gior  parte  delle  case  sono  deserte  o  rovi* 
nate,  e  le  piazze  e  le  vie  ripiene  d'erba, 
ni  dire  dello  stesso  Bauco.  Ma  Marocco 
che  lo  visitò,  deplora  il  clima  pernicio- 
so, qualifica  meschino  il  fabbricato,  for- 
mandosi il  paese  d'una  strada  di  mezzo  e 
di  3  vicoli.  Anche  il  Nibby  si  portò  in 
Giuliano,  e  lo  dice  pure  nome  d'un  lago 
posto  4  miglia  a  oriente  di  Velletri,  a  si- 
nistra della  strada  di  Cora,  che  ne  lam- 
bisce il  cratere,  ed  un  miglio  lungi  dalla 
terra.  Questo  lago  d'origine  vulcanica  a- 
vea  circa  un  3.°di  migliodi  diametro  mag- 
giore e  un  5.° di  diametro  minore,  poiché 
era  di  forma  clinica.  Esso    fu  diseccato 


V  E  L 

da' principi  Borghese,  odierni  «ignori  di 
Giuliano,  pochi  unni  prima  del  i837,e- 
poca  in  cui  Nibby  pubblicò  V Analisi  de 
dintorni  di  Roma.  Egli  ancora  Itine  che 
per  l'aria  insalubre  ogni  dì  più  deca- 
dendo il  paese  vena  poi  forse  abbando- 
nato. Dice  ie  sue  fabbrice  in  parie  di  co- 
struzione saracinesca, che  rammentano  il 
secolo  XHI,  ed  esseie  generalmente  bea 
fabbricato,  e  sopra  tutto  la  chiesa  prin- 
cipale. Questa  è  appena  si  entra  in  Giu- 
liano, a  sinistra  è  il  palazzo  baronale  as- 
sai deteriorato,  unico  edilizio  di  qualche 
entità  dopo  la  chiesa,  ma  ridotto  a  gra- 
naio, e  sulla  porta  si  legge  il  nome  del 
cardinal  Anton  Maria  Sai  viali:  ivi  iIJNib* 
by  nel  1823  osservò  alcuni  quadri  non 
ispregevoli,  residuo  di  quelli  che  già  l'a- 
dornavano. La  chiesa  parrocchiale  di  s. 
Gio.  Battista  e  di  s.  Gio.  Evangelista,  è 
ampia,  e  di  nobile  struttura,  che  risale  al 
declinar  del  secolo  XVII,  con  l'arcipre- 
te. Il  protettore  della  terra  è  s.  Giulia- 
no martire,  ed  a'  1 4  febbraio  ne  solenniz- 
za la  festa.  Fuori  del  paese  è  l'altra  chie- 
sa, con  comodo  convento  ora  abbando- 
nato a  causa  dell'aria  inalsaua.il  p.  Ca- 
simiro da  Roma,  Memorie  delle,  chie- 
se e  conventi  de"  frali  minori  della  pro- 
vincia romana,  nel  cap.  1 2:  Della  chiesa 
e  del  convento  della  ss.  Genitrice  pres- 
so Giuliano,  ragiona  pure  del  castello. 
11  duca  Francesco  M.a  Salviati  nel  seco- 
lo XV  11  da'  fondamenti  fabbricò  la  chie- 
sa e  il  convento  pe'frati  minori,  70  pas- 
si dal  castello  sul  piccolo  colle  di  s.  Lu- 
cia, ove  nel  cavarsi  la  terra  per  le  fonda- 
menta trovaronsi  molte  ossa  umane  sen- 
za vermi  segno  che  fossero  di  cristiani. 
Il  duca  nel  1684  chiese  alla  congrega- 
zione  de'  vescovi  e  regolari  la  licenza  per 
cominciar  la  chiesa  e  il  conveulo  per  12 
religiosi,  e  ne  riportò  favorevole  rescrit- 
to a'  23  marzo,  confermato  dalla  curia 
vescovile;  onde  i  religiosi  di  Cori  for- 
malmente vi  piantarono  la  Croce,  ed  a'  1 4 
febbraio  i685  vi  fu  posta  la  i.a  pietra,  e 
tutta  la  fabbrica  fu  terminata  nel  1690. 


VEL  i57 

Nella  chiesa  sono  3  altari:  nel  maggiore  è 
dipinta  la  B.  Vergine  col  diviu  Figlio,  iti 
quello  dalla  parte  del  Vangelo  è  rappre- 
sentato Gesù  in  Croce,  e  nell'altro  s.Ftan- 
cesco  d'Asisi  che  riceve  le  s.  Stimmate.  I 
3  quadri  li  colorì  Antonio  Moi*audi,el'u- 
mido  indi  danneggiò.  La  chiesa  fu  bene- 
detta a'28  giugno  1690,  e  poi  consagrata 
da  mg.r  Giulio  Marzi  vescovo  d'EliopoIi  e 
suuiaganeodi  Velletril'i  1  maggioro. 
La  sagrestia  fu  arricchita  di  molti  sagri 
anedi,  e  sotto  l'altare  maggiore  furono 
collocate  numerose  ss.  Beliquie,  che  de- 
scrive il  p.  Casimiro,  donde  poi  furono 
tolte  a  cagioue  dell'umidità.  Il  conven- 
to riuscì  bello  e  con  ogni  comodità.  Si 
formò  la  libreria,  ma  poi  i  libri  si  tras- 
portarono ne'  conventi  cui  bisognavano. 
11  refettorio  fu  decorato  di  buoni  quadri, 
uno  dipinto  da  fr.  Felice  da  Nat  ni,  gli 
altri  da  fr.  Onoralo  da  Ruma.  La  pietà 
del  duca  fondatore  ordinò  agli  eredi  il 
mantenimento  de'religiosi  nel  vitto  e  nel 
vestito.  Però  I*  aria  pestifera  uccideva  o 
rendeva  inabili  i  religiosi.  Ciò  proveniva, 
dice  Ricchi,  dalla  vicinanza  di  un  lago 
paludoso  che  rendeva  I'  aria  venefica,  e 
udì'  estate  mieteva  i  frati.  Certamente 
dev'essere  il  lago  diseccato.  Ad  ovviare 
a  male  sì  grave,  nell'aprile  iy38  fu  dalo 
principio  alla  fabbrica  d'un  ospizio  lun- 
gi un  miglio  tlal  convento  sopra  una  col- 
lina, quasi  a  pie  di  Rocca  Massima,  in  mi- 
gliore clima,  e  nel  1739  cominciarono  i 
frati  a  ritirarvisi  nel  caldo,  ma  temeva  il 
p.  Casimiro  che  loro  giovasse.  Egli  descri- 
ve le  cose  antiche  ivi  trovate,  avanzi  di  e- 
dilizi,  olle  cinerarie,  vasi  finissimi  di  cre- 
ta, medaglie  e  altro.  11  luogo  occupato  da 
Giuliano  si  crede  dal  Ricchi  fosse  la  villa 
di  Giulio  Cesare,  perchè  vi  fu  rinvenuta 
la  cassa  sepolcrale  di  Giulia  sua  figlia,  se- 
condo Piazza;  ed  aggiunge  Ricchi  che 
passò  in  proprietà  alla  figlia.  11  p.  Casi- 
miro riferisce  che  vi  fu  trovata  l'urna  se- 
polcrale di  Giulia  figlia  d'Ottaviano,  ci- 
tando Theuli;  ma  questi  non  in  Giulia- 
no, ma  presso  Vellelri  descrive  il  ritro- 


V  E  L 


V  E  L 


«•mento  d'  una  bella  cassa  marmorea  e     polo  della  parrocchia  tli  s.  Marco,  i 


colle  sue  ossa,  cioè  nell'albereto  delia  fa- 
miglia Bonese.  Osserva  il  p. Casimiro, che 
da  Giulio  o  da  Giulia  forse  prese  il  nome 
di  Giuliano  il  castello,  altri  credendo  die 
fosse  detto  s.  Giuliano  dal  nome  del  pa- 
trono principale  del  medesimo,  come  lo 
chiamò  Piazza;  ma  ciò  non  sussiste  nel 
luogo  citato,  ivi  quello  denominandolo 
semplicemente  Giuliano,  bensì  in  altro. 
Opina  Nibby  che  il  suo  nome  probabil- 
mente derivò  da  un  Fundus  Julianus, 
e  per  la  somiglianza  del  nome  il  castello 
assunse  per  protettore  s.  Giuliano.  Sotto 
Pasquale  II, narrano  il  Piazza  e  il  p.  Ca- 
simiro, in  questo  castello  vi  fu  trasferito 
il  corpo  di  s.  Marco  Pupa  e  collocalo  nella 
chiesa  parrocchiale  di  s.  Vito,  dal  cardinal 
Leone  vescovo  di  Velletri,  il  quale  perciò 
dichiarò  tal  chiesa  la  i .*  dopo  la  sua  cat- 
tedrale; ed  ove  il  cardinal  Allucingoli  al- 
tro vescovo  di  Velletri,  e  poi  Papa  Lu- 
cio III,  consagrò  un  altare  in  suo  onore; 
indi  il  s.  Corpo  fu  trasportato  iti  Roma 
nella  basilica  e  Chiesa  di  s.  Marco  (^.) 
Evaiigelista,insiguecollegiala,circailn45 
in  tempo  d'Eugenio  III;  per  le  quali  me- 
morie ecclesiastiche,  dichiarò  Piazza,  do- 
po Velletri  dovrebbesi  dare  il  i .°  luogo 
a  Giuliano.  Contemporaneamente  il  ca- 
stello fu  da'soldati  bai  baiamente  brucia- 
to, dappoiché  nell'elezioue  d'Eugenio  III 
essendosi  ribellati  i  romani  persuggestio- 
ne  degli  arualdisti,  avendo  i  conti  del  ca- 
stello d'ordiue del  Papa  combattuti  gl'in- 
sorti, questi  noti  potendo  in  altra  guisa 
vendicarsi,  si  recarono  a  Giuliano  e  bru- 
ciarono il  castello;  ed  essendovi  tra  essi 
alcuni  parrocchiani  di  s.  Marco  Evange- 
lista di  Roma,  cavarono  dall'urna  mar- 
morea il  corpo  del  Sauto,  loro  indicata 
da  alcuni  chierici,  e  postolo  in  un  lenzuo- 
lo e  altri  panni,  lo  mandarono  con  due 
di  loro  a  l'ionia,  incontrali  perciò  da  al- 
tri concittadini  vicino  a  Velletri.  Per  la 
porla  di  s.  Giovanni,  entrali  in  Roma, 
condussero  il  santo  Corpo  nella  chiesa  di 
s.  Quirico,  ivi  aspettando  il  clero  e  po- 


li tulli  pieni  di  giubilo  lo  riceverono  tra 
la  moltitudine  degli  altri  romani  accorsi  ; 
questa  però  fu  tanta,  che  couveuue  sosta- 
re e  deporre  il  sagro  Corpo  sull'altare  di 
s.  Maria  in  Campo  Carico,  fioche  tolli 
gì'  impedimenti,  con  somma  divozione 
allegrezza  fu  solennemente  portalo  nella 
detta  basilica,  ove  si  venera.  Dopo  tale 
rovinaci  castello  tornò  a  risorgere,  e  sem- 
bra a  Nibby  che  fosse  da  Innocenzo  111 
infeudato  alla  sua  famiglia  Conti,  rite- 
nendo però  sempre  il  dominio  ditello 
esso  la  s.  Sede.  Che  dopo  la  metà  del  se 
colo  XIII  riconosceva  ancora  il  domiiii( 
della  s.  Sede,  si  ricava  da  un  breve  d'Ur- 
bano IV,  dato  in  Orvieto  a' i  8  dicembri 
12621, alcui  tempo  era  stalo  viulentemet 
te  occupalo  da  fr.  Giordano  monaco  di 
PoMB nuova,  il  quale  trattava  inoltre  di 
venderlo  ad  un  personaggio  polente,  leg- 
gendosi nel  breve,  intendi l  vendilionis  ti- 
tillo inpolentem  transfer  re  per  sonami 
perchè  ciò  non  seguisse,  il  Papa  indirizzò 
il  medesimo  breve  al  cardinal  Riccardo 
Annibaldi  della  Molata,  allineile  facesse 
manifesto  a  tutti  che  Giuliano  trai  Ca- 
strimi speclans  adtiomanam  Ecclesiani, 
e  che  il  mentovato  monaco,  uuilo  co'suoi 
fratelli,  I'  avea  ingiustamente  occupato 
e  ritenevalo  ancora  in  ipsius  Ecclesiae 
praejudic'utin.  Molte  furono  le  copie  di 
questo  breve  pubblicate  in  vari  luoghi,  e- 
ziaudio  dal  pulpito  della  basilica  Libe- 
riana. Il  p.  Casimiro,  che  tuttociò  riferi- 
sce, ignora  l'effetto  positivo  del  comando 
pontificio  per  la  restituzione  del  castello, 
ed  avverte  che  il  Coutelori,  Gemalo», 
fam.  Comit.  rornan.,i\\  nulla  parlando 
del  narralo,  lo  fa  godere  pacificamente 
a  Giovanni  Conti;  ma  da  altro  breve  di 
Bonifacio  Vlll,de'25  loglio  1  3oi ,  in  vir- 
tù del  quale  concesse  in  perpetuo  il  ca- 
stello di  Giuliano  a'  figli  ed  eredi  d'  A- 
dinolfo  Couli  signore  di  Valmoulone,  per 
1'  annuo  censo  di  20  soldi  provisini,  si 
trae  che  lo  signoreggiasse  Guidone  Gior- 
dano, lo  temo  che  Adiuolfy  fiorisse  più 


V  E  L 

(nidi,  come  può  vedersi  nel  Ratti,  Della 
famiglia  Sforza  e  de'  Conti  di  Segni  a 
di  T  almontone,  dicendolo  fiorito  nel 
pontificato  di  Urbano  VI  col  fratello  11- 
debrandino,  che  fu  il  suo  erede  ;  e  forse 
la  concessione  meglio  deve  attribuirti  a 
Bonifacio  IX,  che  realmente  a  favore  de' 
due  fratelli  confermò  le  loro  signorie.  Il 
Marocco,  che  procede  ancora  col  p.  Casi- 
miro, nondimeno  attribuisce  il  suddetto 
breve  con  anacronismo  peggiore  a  Ur- 
bano VII,  o  è  uno  de'tanti  falli  di  stam- 
pa di  cui  abbonda  la  sua  opera,  e  d;i  lui 
stesso  ripetutamente  riprovali,  proponen- 
dosi di  dare  l'Errala  Corrige.  Certo  è, 
che  io  col  Ratti  nell'articolo  Conti,  no- 
tai aver  Martino  V  nel  i4^8  conferma- 
lo ad  essi  le  loro  terre,  fra  le  quali  Ca- 
strimi Juliani,  et  Tiberii  ì  ellelr.  diocc. 
Inoltre  il  p.  Casimiro  dice  e  ripete INibby, 
che  nel  i477  '  successori  d'Adinolfo  pos- 
sedevano solamente  la  metà  del  castello, 
e  nel  1482  Giacomo  Conti  alia  testa  di 
3ooo  soldati  lo  saccheggiò  e  distrusse; 
nel  qual  tempo,  narra  il  notaio  dell'An- 
teposto (vocabolo  chiarito  anco  nel  voi. 
LXXXlV,p.  5<j),  che  apparteneva  a'Co- 
lonnesi,  perchè  forse  ne  possedevano  l'al- 
tra metà  e  tutto  dicesi  aveano  occupato. 
Ma  secondo  il  Coppi,  sembra  il  notaio 
piuttosto  parlare  di  Giuliano  di  Fi  osi- 
none, tanto  è  vero  che  tale  Giuliano, 
Martino  V  lo  comprese  tra' beni  divisi 
nel  1427  a' suoi  Colounesi  eredi  :  nella 
guerra  del  1482  tra  Sisto  IV,  e  il  redi 
Napoli  collegato  co'  Colonnesi,  in  conse- 
guenza della  vittoria  de'ponlificii  a  Cam- 
po Morto,  caddero  in  loro  potere  Mari- 
no, Vico  e  Giuliano.  Ecco  l'origine  del- 
l' 

I  equivocoe  confusione  col  nostro  Giulia- 
no.L'altroMarc'Antonio  11  con  testamen- 
to del  1569  Io  lasciò  al  pi  imogenito  Fa- 
brizio, facendo  parte  de' feudi  de'Colon- 
nesi  di  Paliano.  Può  darsi  ancora  che  i 
Colonnesi  avessero  nelle  gliene  di  pre- 
potenza occupalo  il  castello  di  Giuliano 
di  Velletri,  e  il  Couti  per  ricuperarlo  u- 
so  le  armi  e  forse  punì  per  aver  gli  abi- 


VEL  109 

tanti  parteggiato  per  gl'intrusi  signori. 
JNel  i554  Costanza  Conti,  madre  del 
cardinal  Anton  Maria  Salviati  (^-),  è 
chiamata  signora  del  castello  di  Giuliano 
di  Velletri,  in  una  memoria  letta  dal  p. 
Casimiro  nell'archivio  di  Cori,  e  Nibby 
soggiunse  chel'avea  ricevuto  in  dole  nel- 

DO  O 

10  sposare  il  duca  Salviati,  per  essere  tor- 
nato in  potere  de'  Conti.  Pervenne  in 
signoria  di  tal  insigne  cardinale  (di  cui 
si  può  leggere  di  Pompeo  Ugonio,  In  fu- 
nere Cardinalis  Ant.  31.  Salviati,  Ro- 
mae  i6o3),  il  quale  come  lo  celebrano 
Piazza, Ricchi  e  alili, ne  ampliò  il  caseggia- 
to, lo  rese  più.  popolato  e  lo  beneficò  in 
altri  modi  colla  sua  naturale  munificen- 
za, attribuendogli  il  Ricchi  anche  la  rie- 
dificazione della  chiesa  parrocchiale.  Il 
Nibby  però  afferma,  apparire  da  un'iscri- 
zione averla  eretta  il  duca  Giacomo  Sal- 
viati nel  1 65o,  dopo  aver  demolilo  la 
vecchia;  e  che  iì  suo  figlio  Francesco 
Maria  ne  ampliò  l'apside  nel  1690.  Tan- 
ta generosa  magnificenza  fu  imitata  dal 
benefico  duca  nipote  nell'erezione  della 
decorosa  chiesa  e  bel  convento  de'  fran- 
cescani e  suddescritli.  Anche  il  Banco  ri- 
leva il  virtuoso  operato  de'  nobili  Salvia- 
li  per  Giuliano,  che  quasi  distrutto  dal- 
le guerre  e  dalle  vicende  de'  tempi  lo  re- 
sero popolato  e  civile;  e  che  nell'estin- 
zione della  famiglia  passò  il  dominio  ne' 
principi  Borghese,  cioè  in  essa  si  trasfu- 
se e  perciò  ne  porla  il  cognome  e  l'inse- 
gne, e  ne  gode  le  possidenze  il  principe 
d.  Scipione  Borghese  duca  Salviati.  Dii:e 
Ricchi,  che  fuoii  della  porla  del  castello 
s'  incontra  un  ponte,  al  quale  va  conti- 
nuando uno  stradone  ombreggialo  late- 
ralmente dalla  verdura  di  folli  olmi,  che 
indi  ingolfandosi  nella  propria  selva  pel 
corso  di  5  miglia  versoRama  rende  como- 
do, ameno  e  lieto  il  viaggio  a'passeggieri. 

11  territorio  produce  tulli  i  generi  necessa- 
ri alla  vita,  e  confina  con  RoccaMassima, 
Monte  Fortino,  Cori  e  Velletri.  Crede 
Marocco,  che  in  queste  viciuanze  esistesse 
l'antica  Ulubra,  dove  fu  allevato  Otta- 


jHo  VEL 

v'umo  Angusto,  che  divenne  impaziente 
pel  soverchio  e  noioso  gracidar  delle  ré- 
ne (e  secondo  Svelonio,  appena  comin- 
ciò a  pronunziar  alcune  parole,  con  pue- 
rile impazienza  impose  loro  silenzio,  e  le 
rane  con  lepido  prodigio  da  quel  momen- 
to lasciarono  lo  strepilo  di  gracidare!), 
che  altri  collocano  presso  Cisterna,  co- 
me rilevai  in  quel  paragrafo. 

Governo  di  Terracina. 

Terracina  (A'.).  Città  vescovile,  con 
residenza  del  vescovo  e  del  governatore. 

S.  Felice  {V.).  Comune  di  cui  ripar- 
lai di  sopra  e  a  Terracina. 

Governo  di  Cori. 

Cori,  Cora,  Core.  Città  e  comune  del- 
la diocesi  di  Velletri,  con  residenza  del 
governatore,  e  con  territorio  in  colle  e 
piano.  Quest'antichissima  e  nobilissima 
città,  una  delle  più  rinomate  e  celebri  del 
Lazio,  già  precipuoornamentode'bellico- 
si  volsci,è  distante  da  Roma  circa  39  mi- 
glia, più  di  12  da  Velletri,  10  da  Cister- 
na e  8  da  Segni.  Siede  maestósa  in  for- 
ma di  cuore  sul  pendio  d'un  monte  fra 
Sezze  e  Velletri,  poco  lungi  dall'  antica 
via  Appia,  pittorescamente  bella  e  ame- 
na in  saluberrimo  clima.  Verso  il  mezzo- 
giorno guarda  i  fiumi  Astuta  e  Ninfeo,  e 
sovrasta  alle  fertili  campagne  di  Senno- 
neta  e  alle  Paludi  Pontine.  Verso  l'oc- 
cidente domina  ampia  e  florida  pianura, 
che  in  linea  retta  per  circa  17  miglia 
giunge  fino  al  mare  Mediterraneo,  e  ne 
•vede  alcune  isole  col  promontorio  Eto  o 
Circeo;  ed  insieme  gli  si  parano  dinanzi 
Nettuno,,  Portod'Anzio,  Velletri,  Civita 
Lavinia,  Ardea,  Laurenlo  e  Cisterna.  E 
verso  l'oriente  e  il  settentrione  è  cinta 
dall'altissime  e  selvose  montagne  Lepine, 
formanti  la  piacevole  visuale  quasi  d'an- 
fiteatro. A  seconda  del  primitivo  vasto 
concetto  e  piano  di  questa  mia  opera  vo- 
luminosa, ampliato  assai  col  confortante 
pubblico  suffragio  nel  progresso  di  sua 
quasi  ventenne  pubblicazione,  a  fronte 
della  condizione  e  varietà  de'  tempi,  pe' 
tanti  molivi  riferiti  in  più  luoghi,  che  il 


VEL 

ripetere  qui  sarebbe  ostentazione  (bensì 
porto  lusinga  che  al  mio  Dizionario  di 
erudizione  potrà  per  ventura  adattarsi 
quello  che  Quintiliano  disse  della  Gram- 
matica: Plus  habe.t  in  recessu,  quam  in 
frontem  promiilat.  Del  frontespizio  o  ti- 
tolo di  mia  opera,  feci  parola  nel  voi. 
LXV1II,  p.  244  e  altrove),  il  cenno  sto- 
rico che  vado  a  riferire  di  Cori  veraineu- 
non  vi  aveva  luogo,  come  proprio  artico- 
lo, sibbene  qual  paragrafo  dell'articolo 
Senato  romano,  finché  fu  sotto  la  sua 
privativa  giurisdizione  di  governo,  cessa- 
ta la  quale  prima  della  stampa  di  tale 
articolo,  in  questo  di  Velletri,  ora  me- 
glio ne  ragiono,  quale  odierno  luogo  di 
sua  legazione,  come  ne  feci  avvertenza 
nel  voi.  LXIV,  p.  63.  Laonde  e  ad  onta 
delle  copiosissime  notizie  che  di  Cori  ab- 
biamo, con  pena  non  posso  diffondermi 
quanto  merita  l'illustre  città,  il  comples- 
so di  sue  singolari  prerogative,  come  pe' 
numerosi  gentili,  nobili  e  generosi  spiriti 
che  vi  fiorirono  e  fioriscono,  a  ciò  però 
avendo  ben  supplito  molti  scrittori,  di- 
versi de'  quali  rammenterò  prima  di  gio- 
varmene compendiosamente,  e  presso  i 
quali  sono  le  prove  critiche  di  quanto  ac- 
cennerò. Ma  con  ispazio  angusto  e  limita- 
to, anche  per  non  allungar  oltremodo 
quest'articolo,  nell'ingegnarmi  di  riuscire 
imiti  male  oahneno  in  miniatura  nei  pre- 
senti due  paragrafi,  qualora  ne  raggiunga 
compatimento,  da'  corani  precipuamen- 
te, il  mio  cuore  ne  resterà  non  poco  appa- 
gato. Imperocché  ne  fui  incessantemen- 
te e  premurosamente  eccitato  dall'  affet- 
tuoso e  edificante  amor  patrio  del  bene- 
merito patrizio  corano  Vincenzo  Tom- 
maso Marchetti  mio  nobile  e  dolcissimo 
amico  defunto,  sulla  cui  onorala  tomba, 
perequatilo  andrò  dicendo  di  lui  e  de'  pa- 
ini fasti  che  tanto  vagheggiava,  intendo 
depositare  in  questi  paragrafi  una  corona 
di  fiori,  affinché  restino  sempre  vigorosi 
in  queste  pagine  consagrate  a  celebrarne 
la  patria,  siccome  bagnati  dalle  feconde 
e  vivificanti  lagrime  di  riverente  ami* 


V  EL 

cizia  sincera,  e  così  la  sua  memoria  non 
andrà  disgiunta  da  essa  e  resterà  unita 
alia  mia  per  sempre.  Essendo  poi  arduo 
e  difficile  l'evitare  lo  scoglio  delle  prete- 
rizioni, nel  ridurre  in  brevi  proporzioni 
tela  più  vasta,  gl'iudicati  autori  che  pos- 
seggo e  vado  a  nominare,  e  che  poscia 
spigolerò,  potino  interamente  appagare 
le  brame  di  chi  volesse  conoscere  i  det- 
tagli della  storia  coinna.  Oltre  gli  al- 
tri che  ricorderò  in  appresso,  principal- 
mente essi  sono  i  seguenti.  A.  Rircher, 
Laliuni.  Piazza,  Gerarchia  Cardinalì- 
zia. Antonio  Ricchi,  La  Reggia  de  Fol- 
sci,  ove  si  tratta  dell'origine,  stalo  anti- 
co e  moderno  delle  città,  terree  castella 
del  regno  de'  Volscinel  Lazio,  e  special- 
mente di  Cora,  città  volsca  sua  patria, 
.Napoli  i  7  i  3:  Teatro  degli  uomini  illu- 
stri nell'armi,  lettere  e  dignità  che  fio- 
rirono nel  regno  antichissimo  de' Folsci, 
ec,  Roma  1721.  G.  R.  Volpi,  TetusLa- 
tium,  de  Coranis.  Fedelmente  dal  latino 
in  italiano  lo  trodnsse  lab.  Giuseppe 
Finy  di  Cori  patrizio  romano,  Antiche 
Memorie  appartenenti  alla  città  di  Co- 
ra, Roma  ij3i.  In  tale  anno  scopertesi 
due  lapidi  in  Cori,  pel  desiderio  del  Finy, 
lo  slesso  gesuita  p.  Volpi  gliene  die  il  suo 
sentimento  colla  Lettera  intorno  a  due 
antiche  lapidi  scopertesi  ultimamente  in 
Cori,  Roma  1733.  Casimiro  da  Roma, 
Memorie  istoric.he  delle  chiese  e  de' con- 
venti de'  frali  minori  della  provincia  ro- 
mana: cap.  8  Della  chiesa  e  del  conven- 
to di  s.  Francesco  presso  a  Cora.  Gio. 
Autolino  Antolini,  /bordine  dorico  o  il 
tempio  di  Ercole  nella  città  di  Cori,  Ro- 
ma 1  785,con  figure.  Gio.Battista  Pirane- 

1  si,  Antichità  di  Cora  descritte,  con  inci- 
sioni. Giuseppe  Mariano  Marchiatameli 
Cori  arciprete  della  collegiata  de'  ss.  Pie- 
tro e  Paolo,  Breve  istoria  della  chiesa  e 

'  miracolosa  immagine  di  Maria  ss.  inti- 
tolala del  Soccorso,  esistente  nella  ci  Uà 

i   di  Cori,  coronata  dall'Ili."  e  Rm.° Capi- 
tolo della  Falicana patriarcale  basilica 
neli  778.  Con  V Appendice  della  vita  di  l 
voi.  LXXXIX. 


VEL  161 

can.  d.  Pellegrino  Laudi  Vitlorj  della 
stessa  città.  E  con  alcuni  versi  italiani 
infine  ad  onore  della  medesima  D.  I  er- 
gine, Roma  1 82 1 .  Seconda  edizione  cor- 
retta ed  ampliata,  Roma  1  84.2,  dedicata 
al  maggiore  Nicola  Fochi  beneficentissi- 
mo  gonfaloniere  di  Cori.  Sante  Viola, 
Delle  Memorie  storiche  dell'antichissi- 
ma città  di  Cori,  pubblicate  nel  Gior- 
nale Arcadico  di  Roma  dal  1 82  3-2  5, 
cioè  dal  voi.  20."  al  25.°  inclusive.Mai  oc- 
co,  Monumenti  dello  stato  Pontificio. 
Nibby,  Analisi  de'  dintorni  di  Roma. 
Castellano,  Lo  Stalo  Pontifìcio.  Rauco, 
Storia  della  città  di  Felletri.  1  [Ricchi  che 
stampò  l'opera  nel  1 7  1  3  asserisce  che  gli 
abitanti  erano  6,000,  e  ne'  tempi  più  an- 
tichi giunsero  a  3o,ooo  secondo  la  tra- 
dizione d'un  prelato,  il  quale  attestò  pu- 
re che  fuori  della  città  si  stendevano  due 
borghi  con  altre  parrocchie,  delle  quali 
esistevano  le  vestigia.  Nelle  Memorie  del 
p. Casimiro  si  legge  cheCori  contava  45oo 
anime  nel  1  7^4 j  »'  Banco  legisti ò  nel 
1 85 1  abitanti  5 1 4' »  e  'a  l'ecente Statisti- 
ca del  1 853  ne  notò  499  »  •  Comincio  col 
dottissimo  e  peritissimo  Nibby,  che  più 
volte  visitò  Cori  pe'  suoi  studi  archeolo- 
gici, co'  propri  discepoli,  ossia  colla  topo- 
grafia della  città.  Questu  siede  appoggia- 
ta ad  uu  contrafforte  del  monte  Lepino,  è 
rivolta  al  sud-ovest,  e  diminuendo  in  lar- 
ghezza costantemeute  da'piedi  alla  cima, 
presenta  un  aspetto  piramidale,  di  cui  il 
tempio  detto  (il  Piranesi  lo  dice  suppo- 
sto) di  Eicole,  forma  la  punta.  Due  tor- 
reuti  profondi  ed  imboschiti,  che  si  uni- 
scono insieme  sotto  1'  angolo  occidenta- 
le di  essa,  ne'tempi  antichi  doveano  far- 
la assai  forte:  il  più  occidentale  di  que- 
sti raccoglie  lo  scolo  della  città  supe- 
riore, ed  è  meno  considerabile:  l'orien- 
tale è  mollo  più  profondo  e  terribile,  e 
discende  dal  dorso  del  monte  detto  della 
Croce.  Questi  due  torrenti  dopo  il  con- 
fluente assumono  il  nome  di  fosso  de'  Pie- 
ch'ioni,  che  va  a  scaricarsi  nel  Teppia,  il 
fiume  più  indomito  e  devastatorediquan- 
1  i 


i5t  VEL 

ti  scendono  ne' campi  Pontini.  Fra  la  par- 
te superiore  e  la  parte  bassa  della  città  si 
frappone  un  oli  veto,  che  attesa  la  natura 
del  luogo  vi  dovè  sempre  esistere:  la  parte 
alla,  che  costituiva  l'antica  cittadella  o  u- 
cropoli,  ha  oggi  il  nome  di  Cora  a  Mon- 
te: la  parte  bassa,  che  fu  l'antica  città  prò- 
priamentedetta,  ha  quello  dìCoraa  Val- 
le. Osserva  Marocco,  che  pure  la  visitò: 
La  presente  città  si  distingue  dagli  abitan- 
ti in  due  modi,  cioè  Cori  a  Valle  e  Cori 
a  Monte,  benché  il  fabbricato  non  sia  in 
veruna  parte  disgiunto;  per  questo  moti- 
vo sul  punto  ove  sidivide  la  città,  sul  mu- 
ro d'una  casa  alla  sinistra  salendo  vi  è  a- 
naloga  iscrizione  in  versi, che  riporta.  Ag- 
giunge: i  più  antichi  fabbricali  e  le  cose 
più  magnifiche  esistono  sul  monte,  cui  si 
giunge  dopo  lunga  ed  erta  salita.  Ciò  non 
è  detto  con  precisione,  mentre  a  riserva 
del  tempio  d'Ercole,  della  collegiata  par- 
rocchiale de'ss.Pietro  e  Paolo,  d'alcuna  il- 
lustre abitazione,  le  allre  principali  fab- 
briche esistono  nella  parte  della  città  det- 
ta Cori  a  Valle,e  nel  mezzo  tra  essa  e  Cori 
a  Monte.  Dichiara  Nibby:  Volpi  afferma 
non  rimanere  vestigia  della  mura  antiche 
diCora, ma  solo  di  quelle  del  tempo  de'go- 
ti, prendendo  per  gotiche  nientemeno  che 
l'imponenti  costruzioni  a  poliedri,  comu- 
nemente dette  ciclopee  o  pelasgiche  (di  tal 
forma  le  vidi  nel  Piranesi:  le  mura  sono 
a  foggia  di  torrioni,  i  quali  ancora  mo- 
strano le  vedette  donde  i  cittadini  spiava- 
no le  mosse  de'  nemici;  mura  che  sono 
circondate  da  fossi).  Le  tracce  superstiti 
de'  i  ecinti  antichi  portano  evidentemen- 
te l'impronta  di  4  epoche  diverse:  la  più 
antica  presenta  una  costruzione  d'enormi 
massi  di  calcarla,  informi,  irregolari,  roz- 
zi affatto,  come  furono  spiccati  da'  mon- 
ti, in  modo  che  lasciando  naturalmente 
degl'intervalli  nelle  commettiture,  furo- 
no queste  riempiute  con  ciottoli  pur  di 
calcarla,  come  li  rotolavano  i  vicini  tor- 
renti: questa  costruzione  è  del  tutto  ana- 
loga a  quella  delle  mura  ciclopee  di  Ti- 
nulo  (che  si  dissero  edificate  da'  ciclopi, 


VEL 

e  città  ove  credesi  fosse  slato  allevalo  Er- 
cole, onde  e  pel  suo  frequente  soggiorno 
ne  assunse  il  soprannome),  e  di    Micene 
(città  dell'  Argolide  come  la  precedente, 
la  cui  fondazione  si  attribuisce  a  Perseo 
l'anno  i  348  prima  della   nostra  era),  e 
perciò  rimonta  all'epoca  della  fondazione 
della  città  fatta  da  Dardano  circa  l'anno 
1470  avanti  l'era  nostra.  Le  tracce  della 
2. '  epoca  sono  di  massi  poliedri  e  trape- 
zoidèi  irregolarissimi,  ma  tagliati  ad  ar- 
te nelle  faccie,  che  doveano  essere  a  con- 
tatto con  altri  massi,  rustici  però  sono 
nella  faccia  esterna.  Quelle  della  3."  sono 
di  poliedri  ben  tagliati  da  tutte  le-parti.  E 
quelle  della  4. asonodi  ciottoli  o  piccoli  po- 
liedri, e  questa  costruzione  essendo  sem- 
pre 0  sovrapposta  o  addossala  alle  prece- 
denti, è  evidentemente  la  più  recente  di 
di  tutte.  Nibby  4  epoche  trova  nella  sto- 
ria di  Cora,  alle  quali  queste  diverse  co- 
struzioni corrispondono:  la  1."  è  quella 
della  fondazione,  1  j.70  anni  innanzi  l'era 
corrente;  la  2. "è  quella  in  che  Latino  Sil- 
vio vi  dedusse  la  colonia  albana  o  latina 
circa  1  100  avanti  la  medesima  era;  la  3. 
è  quella  della  colonia  romana  dedoti 
circa  l'anno  4°/3>  prima  della  stessa  eri 
e  la  4-a  finalmente  quella  del  restauro  1 
questa  colonia  dopo  la  devastazione  me 
riana  avvenuta  88  anni  iuuanziCristo. 
stile  dell'indicate  costruzioni  corrispon 
de  perfettamente  con  quell'epoche,  con 
provasi  col  confronto  d'altre  opere  coi» 
cidenli  collo  slesso  tempo.  Dalla  base  1 
vertice  della  città  si  presentano  3  ci» 
diverse:   taciuta  inferiore  è  quella  eli 
può  dirsi  fatta  nella  1/  costruzione  dell 
città;  di  questa  vedutisi  le  tracce  nella  vi 
che  dalla  piazza  Tassoni  scende  verso 
chiesa  di  s.  Maria,  si  ritrova  a    Pizzilo 
ni  co,  e  termina  fuori  della  porla  Ninfe- 
si  na.  La  2/  sorge  sopra  a  s.  Oliva,  fiat 
cheggiu  per  qualche  tratto  la  strada  ci 
da  questa  chiesa  sale  alia  cittadella  ariti 
ca,  dov'è  rinfiancata  con  opera  incerta 
serve  di  sostruzione  a  questa  strada  tye- 
desioia  sopra  al  già  maestoso  tempio  di 


VEL 

Castore  e  Polluce,  ed  in  questo  tratto  a 
sinistra  della  via  è  un  contro  muro  del- 
la 3."  epoca.  La  3.a  cinta  è  quella  che 
chiudeva  la  cittadella,  la  quale  domina 
la  strada  sopraindicata  che  da  s.  Oliva 
conduce  a  Cora  a  Monte^  e  questa  è  del- 
la 2/  epoca.  Nella  cittadella  stessa  poi 
l'area  quadrilatera  sopra  la  quale  siede  il 
tempio  detto  d'Ercole  (il  quale  è  reputa- 
to unico  surperstite  che  si  conosca,  per- 
chè tate  dal  celebre  Vitruvio  designato 
e  lascialo  per  norma  di  mirabile  architet- 
tura. Nel  voi.  XXIII, p.  2o3,  descrivendo 
il  sontuoso  palazzo  Farnese  di  Roma,  col 
Fea  dissi  non  sussistere  che  le  porte  e  fi- 
nestre furono  costruite  simili  a  quelle  del 
tempio)  è  sorretta  da  un  muro  costrut- 
to d'opera  incerta,  ossia  dell'era  sillana, 
cogli  angoli  di  grandi  massi  di  calcarla,  i 
quali  verso  sud-ovest  sono  intatti.  Intui- 
te le  discorse  costruzioni,  a  qualunque 
epoca  esse  appartengano,  vedesi  usata  la 
calcarla  locale  del  monte  di  Cora.  Dal 
fatto  delle  costruzioni  diverse  usate  in 
questi  3  recinti,  crede  Nibby  di  poter  de- 
durre, che  i  pelasgi  di  Dardano  fondaro- 
no la  loro  città  sulla  balza  inferiore  fra 
piazza  Tassoni  e  porta  Ninfesinn:  che  gli 
albano-latini  di  Latino  Silvio  edificarono 
l'acropoli;  che  i  romani  ampliarono  le 
fortificazioni  di  questa  cittadella  nel  IV 
secolo  di  Roma,  e  fecero  notabili  restau- 
ri o  aggiunte  al  recinto  primitivo,  come 
al  2.0;  e  finalmente  chea'  tempi  di  Siila 
furono  con  opera  incerta  risarcite,  e  la  cit- 
tà riedificata  ed  abbellita  di  templi  e  altri 
edifizi  pubblici.  Quanto  alle  mura  odier- 
ne, dove  queste  non  sono  antiche  presen- 
tano la  costruzione  del  principio  del  seco- 
lo XV,  allorché  per  ordine  di  Ladislao 
re  di  Sicilia  0  Napoli  vennero  restaurate. 
Entrando  a  Cora  per  la  porta  Veliterna 
o  Romana,  vederi  incastrata  nel  recinto 
moderno  una  torre  rotonda,  che  nella 
parte  inferiore  conserva  le  tracce  della 
costruzione  d'opera  incerta,  come  nella 
parte  superiore  presenta  il  restauro  di  La- 
dislao del  1 4o8.Quiudi  Nibby  stima  ohi* 


VEL  i63 

ro  che  in  questa  parte  ricorresse  ancora 
il  recinto  restauralo  da  Siila,  e  che  anco 
allora  qui  fosse  una  porta.  Nella  porta 
slessa  vennero  impiegali  massi  rettango- 
lari di  tufa,  molto  grandi,  tolti  probabil- 
mente dall'antico  edificio  non  molto  di- 
stante, attinente  alla  chiesa  di  s.  Maria, 
al  quale  pure  appartennero  gli  altri  im- 
piegati nelle  fabbriche  private  a  destra  e 
sinistra  della  strada.  Le  case  private  a  si- 
nistra formano  un  angolo  ottuso  dopo  il 
viottolo  che  conduce  a  s.  Maria,  essendo 
addossate  ed  in  parte  formate  nell'antica 
gran  piscina  di  Pizzitonico,  alla  quale 
appartengono  i  muri  d'opera  incerta,  che 
verso  la  metà  di  questa  strada  s'incon- 
trano. Proseguendo  per  questa  strada  si 
trova  la  moderna  porta  Ninfesina,  così 
della  perchè  posta  nella  direzione  del  ca- 
stello abbandonalo  di  Ninfa  :  essa  è  suc- 
ceduta alla  porta  Norbana  antica,  per  la 
quale  uscivasi  alla  colonia  romana  di 
Norba.  Presso  questa  porta  prima  d'u- 
scire è  a  destra  la  chiesa  di  s.  Caterina. 
Uscendo  dalla  porta  Ninfesina,  reca  sor- 
presa a  sinistra  un  trailo  di  mura  della 
1  .a  epoca,  per  la  grandezza  de'  massi  che 
lo  compongono,  la  loro  irregolarità  e  roz- 
zezza, e  la  tinta  d'una  remota  antichità 
di  che  portano  l'impronta.  L'antica  via 
Norbana,  alla  quale  è  succeduta  quella 
moderna  di  Ninfa  e  di  Norma,  traversava 
presso  questo  punto  il  ramo  orientale  del 
fosso  de'  Picchioni  sopra  il  magnifico  e 
vasto  ponte  della  Catena  ancora  intatto, 
costrutto  d'euormi  massi  quadrilateri  di 
tufa  (scalpellati  a  foggia  di  diamanti)  con 
tre  ordini  di  pietre  nel  fornice,  a  somi- 
glianza dell'arco  della  cloaca  massima  di 
Roma.  Esso  è  evidentemente  opera  devo- 
niani, fatto  per  mantenere  le  comunica- 
zioni fra  le  colonie  di  Cora  e  di  Norba 
per  mezzo  d'una  viamilitare.L'altezzadel 
baratro  solcato  dal  torrente,  che  questo 
ponte  scavalca,  a  partire  dal  parapetto  è 
di  75  piedi  romani,  de'  quali  5o  sono  di 
rupe  naturale,  sopra  cui  il  ponte  s'innal- 
za. Questa  mole  imponente  è  una  delle 


iG4  YEL 

opere  più  magnifiche  che  ci  rimangono,  e 
per  la  solidità,  l'arditezza  e  l'utilità  pub- 
blica può  paragonarsi  alla  cloaca  massi- 
ma. La  volta  e  i  piloni,  dopo  almeno  11. 
secoli,  sono  rimasti  intatti.  Ivi  si  gode  d'u- 
na veduta  magnifica  de'  recinti  vetusti 
di  Cora,  sopra  i  quali  torreggia  il  bel  por- 
tico tetrastilo  del  tempio  detto  di  Ercole. 
Da  questo  punto  alle  rovine  importanti 
di  Norba,  per  una  strada  alpestre  souo  5 
miglia.  Rientrando  in  città  e  salendo  di- 
rettamente alla  cittadella,  si  passa  per 
Pizzitonico,  traversasi  il  tempio  di  Casto- 
le e  Polluce,  e  per  s.  Oliva  si  ascende  alla 
piazza  di  s.  Pietro.  Per  ora  lasciando  da 
parte  quello  che  s'incontra  per  via,  e  sol- 
tanto parlando  della  cittadella,  già  notai 
che  le  mura  originali  di  essa  sono  dell'e- 
poca 2/,  e  che  furono  restaurate  e  am- 
pliate da'  romani  nella  3.J  e  4-a  epoca. 
Un  bel  pezzo  del  recinto  della  3.a  epoca 
guarda  occidente,  e  domina  immediata- 
mente la  chiesa  di  s.  Oliva.  Esso  si  vede 
salendo  dalla  piazza  dis.  Oliva  stessa  alla 
cittadella.  Sembra  a  Nibby  che  l'acropoli 
corami  si  dividesse  in  due  parti,  dopo  l'oc- 
cupazione de'  romani,  in  Arce  propria- 
mente detta  verso  occidente,  ed  in  Capi- 
tolio  verso  oriente,  giacché  è  noto  che  le 
colonie  romane  ad  imitazione  della  me- 
tropoli aveano  il  loro Capitolio.  Nella  cit- 
tadella propriamente  delta, oltre  il  recin- 
to, Nibby  non  vi  trovò  altri  avanzi  degni 
di  memoria.  Del  Capitolio  però  si  traccia 
ancora  l'area  che  conteneva  i  templi,  e  di 
questi  rimane  ancora  in  piedi  il  portico 
di  quello  detto  d'Ercole  nel  lato  orienta- 
le dell'area  medesima.  Esso  è  rivolto  al 
sud-ovest,  e  la  parte  postica  di  questo 
tempio  serve  oggi  di  vestibolo  alla  chiesa 
parrocchiale  e  collegiata  de'  ss.  Pietro  e 
Paolo.  In  essa  a  sostegno  del  fonte  batte- 
simale è  impiegata  un'ara  antica  di  mar- 
mo, che  il  volgo  chiama  del  Sole.  Que- 
st'ara è  quadrilatera,  di  bella  proporzio- 
ne, di  lavoro  sodo,  purissimo,  ornata  di 
criocranii  negli  angoli,  da'  quali  partono 
eticarpii  che  adornano  le  facce.  In  mez- 


V  EL 

zo  a  quella  rivolta  all'  aula  della  chiesa  e 
alle  due  laterali,  vedesi  effigiata  la  Gorgo- 
ne,alla  quale  furono  ne'lem  pi  passali  bar- 
baramente scalpellate  l'est  rem  ita  de' ca- 
pelli e  lecodede'serpenli,ondeil  Volpi,  il 
Piranesi  e  il  volgo  furono  indotti  nell'erro- 
re di  crederla  sagra  alSole,mentre fu  sagra 
a  Minerva.  Traversando  la  chiesa  si  di- 
scende in  un  ameno  giardino  per  visitare  il 
grazioso  tetrastilo  dorico,  che  formava  il 
portico  del  tempio.  Le  colonne  sono  d'un 
travertino  identico  a  quello  di  Tivoli,  e 
molto  poroso,  onde  per  correggere  tale 
difetto  furono  coperte  d'uno  stucco  finis- 
simo: le  modinature  vennero  eseguite  con 
grazia  e  franchezza;  sulla  porta  della  cella, 
ch'era  costrutta  di  massi  quadrilateri,  è  la 
iscrizione  che  ricorda  i  nomi  de'duuaìviri 
Marco  Manlio  e  Lucio  Turpilio,  che  per 
sentimento  del  senato  fecero  il  tempio. 
Per  le  riflessioni  di  Nibby,  sembra  il  tem- 
pio costruito  nella  riedificazione  di  Cora 
avvenuta  a'  tempi  di  Siila.  La  fronte  di 
questo  edificio  è  rivolta  verso  il  monte 
Circeo.  Le  modinature  della  porta  sono 
come  tutte  l'altre  eleganti  e  franche;  l'ar- 
chitettura però  è  alcun  poco  greve,  e  la 
cornice  è  retta  da  due  modiglioni.  In  ge- 
nerale lo  stile  di  questa  fabbrica  è  analo- 
go per  ogni  riguardo  alle  costruzioni  sil- 
lanedel  tempio  della  FortunaPreneslina, 
e  al  tempio  così  detto  della  Sibilla  nell'a- 
cropoli tiburlina.  Winckelmann  nelle 
sue  Osservazioni  sulV  architettura  cle- 
g/itf/if/e/ì/jasseriscejcheavea  veduto  il  di- 
segno fatto  di  questo  tempio  dall'immor- 
tale Raffaello  da  Urbino,  che.  allora  ap- 
parteneva al  barone  di  Stosch  suo  gran- 
de amico,  e  che  poscia  forse  sarà  passata 
nella  biblioteca  imperiale  di  Vienna.  Ri 
porta  Nibby  le  misure  che  ne  prese  Raf 
faello,  ed  avverte  che  il  summentovatc 
Antolini, nella  dissertazione  architettoni 
CU  su  questo  tempio,  cadde  nell'errore  d 
supporlo  de'  tempi  imperiali.  Egli  credi 
che  i3  fossero  i  gradini,  pe'  quali  saliva 
si  a  questo  portico  dall'area:  osservò  eh 
le  colonne  sono  sfaccettate  per  una  3. 


VEL 

parte  de!  fusto  e  scanalate,  ma  con  poco 
risentimento  e  senza  pianelto  per  l'altre 
«Ine.  E  nella  base,  che  per  se  stessa  è  ra- 
ra nell'ordine  dorico  presso  gli  antichi 
e  eh' è  semplicissima,  essendo  composta 
d'un  solo  toro  senza  plinto,  ravvisò  la 
singolarità  d'un  nuovo  profilo,  perchè 
paggetto  convesso  del  toro  non  togliesse 
alcuna  pai  te  dell'altezza  del  fusto:  il  ca- 
pitello è  di  maniera  dorica;  il  fregio  con 
triglifi  e  metope  è  senza  ornamenti,  e  la 
cornice  è  senza  modiglioni.  Del  tempio 
altro  non  rimane  di  visibile  che  le  8  co- 
lonne del  portico  col  suo  frontone,  e  la 
parete  anteriore  della  cella  colla  porta; 
lutto  il  rimanente  è,  o  distrutto,  o  coper- 
to. Ora  considerando  l'ara  trovata  fra 
queste  rovine,  ch'è  di  Minerva, e  che  qui 
pure  nel  secolo  XVI  fu  ritrovala  la  sta- 
si un  assisa  di  Minerva, che  trasportata  in 
lloma  fu  collocata  sulla  piazza  di  Cani- 
fjidoglio  a  ornamento  della  fontana,e  dal 
volgo  chiamata  Roma,  pare  al  Nibby 
molto  probabile  credere  a  quella  dea  e 
non  ad  Ercole  consagrato  questo  tempio, 
come  il  volgo,  senza  alcun  fondamento 
valido  comunemente  lo  appella.  Quanto 
alla  statua  esprimente  Pallade  o  Miner- 
va, e  come  volgarmente  dicesi  Roma 
trionfante,  tale  però  la  crederono  col 
Volpi  altri  storici  e  antiquari;  perchè 
ha  1'  elmo  in  capo,  tiene  colla  dritta  la 
lancia,  e  nella  sinistra  una  palla,  sim- 
bolo del  mondo.  La  statua  è  di  buon 
lavoro,  ed  ha  il  capo,  le  braccia  e  i  piedi 
di  marmo  pario,  il  rimanente  essendo  di 
pollalo.  Essa  fu  collocata  su  d'un  alto 
piedistallo,  a  causa  che  riusciva  troppo 
piccola  per  la  nicchia  scavata  in  maggio- 
ri proporzioni,  dovendo  capirvi  il  simu- 
lacro di  Giove  di  forme  semi-colossali, 
secondo  i  disegni  di  Michelangelo.  Dal- 
l'area del  tempio  si  gode  una  sorprenden- 
te e  magica  veduta  di  tutta  la  valle  e  pia- 
nura Pontina.  Siccome  poi  questo  tem- 
pio è  in  un  fianco  dell'area  e  non  in  mez- 
zo, dice  Nibby  non  essere  improbabile 
che  un  altro  uè  sorgesse  dove  oggi  è  iu 


VEL  16V 

chiesa  e  la  sagrestia  di  s.  Pietro,  il  qua- 
le forse  fu  sagro  ad  Ercole,  forse  alle  di- 
vinità capitoline  Giove,  Giunone  e  Mi- 
nerva. Uscendo  dal  tempio  e  scendendo 
verso  la  città  bassa,  vedonsi  tosto  a  sini- 
stra i  poliedri  del  muro  che  formano 
un  angolo,  indizio  della  porta  aulica  del- 
l'acropoli. E  deviando  alcun  poco  sulla 
stessa  mano  si  vedono  mura  a  poligoni 
della  3."  epoca,  che  furono  parte  del  re- 
cinto dell'arce,  e  che  oggi  servono  di  so- 
stegno alla  strada.  Continuando  a  discen- 
dere vedesi  avanti  la  casa  Prence  un  ca- 
pitello corintio,  che  pretendesi  appar- 
tenuto al  tempio  di  Castore:  lungo  la 
stessa  via  a  destra  è  un  avanzo  di  muro 
d'opera incerta,che indica  il  proseguimen- 
to delle  mura  dell'arce  restaurate  a  tem- 
po di  Siila;  di  tali  mura  in  questo  medesi- 
mo luogo  si  ammira  un  bel  tratto  prima 
di  giungere  alla  chiesa  di  s.  Oliva,  ed  è 
quello  ricordato  di  sopra.  Qualunque  sia 
stato  il  precedente  edilizio  che  ne  occu- 
pava il  sito,  è  certo  che  questa  chiesa  è 
fondata  sopra  una  fabbrica  antica,  rima- 
nendo ancora  dentro  di  essa  al  suo  posto 
una  base  di  colonna  a  sinistra.  General- 
mente si  ritiene  che  ivi  sorgesse  un  tem- 
pio sagro  ad  Esculapio  ed  Igiea,  per  un'i- 
scrizione, che  il  Volpi  confonde  con  un'al- 
tra ili  C.  Oppio  Leuate,  che  non  vi  ha  né 
punto  né  poco  che  fare,  secondo  Nibby 
(altri  dicono  che  il  tempio  era  dedicato  a 
Giano,  e  credono  che  le  superstiti  colon- 
ne tuttora  adornino  la  prima  uavata  del- 
la chiesa).  Sulla  piazza  è  un  pozzo  di  stile 
dorico  del  secolo  XVI,  fatto  da  Bartolo- 
meo Cialdera  podestà  di  Cora  l'anno  5.° 
di  sua  magistratura,  come  si  legge  nel- 
l'iscrizione. Da  questa  chiesa  scendendo 
verso  il  tempio  di  Castore  e  Polluce,  os- 
sia verso  la  piazza  di  s.  Salvatore,  vede- 
si a  sinistra  un  frammento  di  colonna 
scanalata,  che  vuoisi  appartenuta  al  tem- 
pio di  Castore.  Sul  fine  della  strada  en- 
trasi a  destra  in  una  casa  particolare  fab- 
bricata entro  il  portico  del  tempio  di  Ca- 
store, del  quale  si  vedono  le  colonne  in- 


i66  VEL 

castrate  ne'  muri  (forse  la  della  casa  è 
quella, che  non  reggendosi  che  malamen- 
te, per  guisa  che  il  fregio  e  le  colonne  su- 
perstiti erano  in  punto  di  minare,  nel 
i854  dal  ministero  de'  lavori  pubblici, 
per  conservare  sì  preziose  vestigia  del 
tempio,  si  mandarono  ordini  pel  restau- 
ro, siche  liberato  l'avanzo  antico  du'muri 
moderni,  non  solo  non  sarà  più  soggetto 
alla  fragilità  di  questi,  ma  rimarrà  spic- 
cato da  loro,  e  più  acconcio  ad  essere  di- 
segnato dagli  architetti  che  ne  studiano 
i  leggiadri  intagli  e  le  gentili  proporzio- 
ni. Tanto  riferì  il  Giornale  di  Roma,  e 
la  Civiltà  Cattolica,  serie  2/,  t.  ti,  p. 
101.  Nondimeno  tultociò  ancora  non  fu 
posto  in  esecuzione,  almeno  fino  al  mar- 
zo 1 858.  Anzi  leggo  nel  Supplimento  al 
n.°  34  del  Diario  dì  Roma  del  1839, 
che  nel  precedente  autunno  erasi  porta- 
to in  Cori  il  cardinal  camerlengo  per  am- 
mirare i  delubri  d'Ercole  e  di  Castore  e 
Polluce,  e  che  per  la  loro  conservazione 
avea  preso  le  più  energiche  provvidenze). 
Sortendo  da  quota  e  traversalo  un  arco 
moderno  si  discende  alla  piazza  di  s.  Sal- 
vatore, sostenuta  da  antiche  sostruzioni 
d'opera  incerta  addossale  alle  mura  pri- 
mitive di  poliedri  rozzi,  le  quali  regge- 
vano l'area  dinanzi  al  tempio,  come  ora 
reggono  la  piazza  di  s.  Salvatore.  Questa 
per  le  macerie  si  è  considei  ahi  Unente  al- 
zata, restando  coperti  i  gradini  del  tem- 
pio. Sulla  piazza  tuttora  si  vedono  le  due 
colonne  che  formavano  l' intercolunnio 
centrale  del  portico  ch'era  evidentemen- 
te esastilo,  cioè  con  6  colonne  di  fronte  e 
2  di  fianco,  e  rivolto  a  mezzodì  come  quel- 
lo della  cittadella,  il  quale  è  quasi  per- 
pendicolare a  questo,  ma  un  poco  più 
verso  oriente.  Per  la  materia  e  lo  stile  è 
identico  a  quello  :  questo  però  è  di  or- 
dine corintio,  ed  i  capitelli  sono  d'una  e- 
secuzione  mirabile,  e  così  belli  che  sem- 
brano fatti  dallo  stesso  scultore  di  quelli 
del  tempio  detto  della  Sibilla  a  Tivoli,  e 
del  tempio  della  Fortuna  Prenestina.  Le 
colonne  Inumo  la  base  attica  e  la  scozia 


VEL 

mollo  stretta:  i  tori  sono  bassi,  schiaccia- 
ti,  come  cuscini  che  cedouo  al  peso  del 
fusto  ;  ed  il  filetto  dell'imoscapo  è  stac- 
cato affatto  dal  toro  superiore,  partico- 
larità dal  Nibby  non  osservate  altrove. 
Le  colonne  erano  coperte  d'  uno  stuc- 
co finissimo  ;  le  modinature  sono  ele- 
ganti, e  l'esecuzione  franca  e  corretta. 
L'iscrizione  ricorda  le  divinità  di  Casto- 
re e  Polluce,  alle  quali  era  coiisagralo  il 
tempio,  il  decreto  del  senato  che  lo  fece 
edificare,  e  Marco  Calvio  che  fece  ese- 
guire il  lavoro.  Nibby  corregge  Volpi  per 
averla   malamente  riportata,  e  Corradi- 
ni  per  averla  creduta  di  restauro  e  com- 
messo altri  errori,  modificando  la  fama 
che  in  generale  godono  que'  due  scritto- 
ri, il  i.°  continuatore  del  2."  dal  t.  3°  in 
poi  del  Vtlus  Latium.  Uno  scavo  ese- 
guito lungo  il  lato  occidentale  di  que- 
sto tempio,  che  il  Nibby  vide  nel   1829 
prima  che  fosse  ricoperto,  ha  dimostra- 
to ch'era  del  numero  de5  prostili  :  che  la 
colonna  di  fianco  verso  oriente,  ch'è  nel- 
la casa, sebbene  sconvolta,  è  al  posto  suo: 
che  la  base  di  pilastro  ad  anta  incontro 
ad  essa  non  islà  al  suo  posto,  ma  appar- 
tiene ad  uno  de'  pilastri  dell'  angolo  o- 
rientale  della  cella.  In  quella  ciicostar 
za  furono  scoperti  pezzi  della  cornice,  ch( 
ivi  dappresso  sono  collocati  e  che  pr< 
sentano  la  singolarità  che  i  massi  compc 
nenti  la  cimasa  sono  distaccati  da  quel 
li   contenuti   in   modiglioni.    Tornando 
sulla  via  pubblica,  questa  dicesi  delle  Ce 
lonnelte,  e  va  in  linea  retta  a  finire  sul 
la  piazza  Tassoni.  Lungo  questa  strade 
a  destra  è  un  tinello  e  montano  pertiner. 
te  a'Picchioni,  fabbricato  sopra  i  ruder 
d'un  edificio  antico  costruito  di  opera  re 
tico!ata,dove  rimane  parte  d'un  pavimer 
to  antico  di  musaico  bianco  e  nero, un  ca 
pilello  corintio,  una  base  e  un  brano  d'ar 
tica  lapide  municipale  col  cognome  d'ut 
qualuorviro  quinquennale.  Per  la  stess 
via  dinanzi  la  casa  Tomtnasi,ch'è  a  sini 
stia, sono  rocchi  di  colonne  d'ordine  de 
rico, analoghe  per  lo  siile  a  quelle  del  lem- 


VEL 

pio  dell'acropoli.  Nel  lineilo  dirimpelton 
questa  casa  sono  le  vestigi;»  d'un  pavimen- 
to d'  opera  tessellata.  Indizi  sono  questi 
dell'esistenza  antica  di  questa  strada, lun- 
go la  quale  erano  case  de'cittadini.  Poco 
dopo  vedesi  incastrata  nel  muro  e  rove- 
sciata la  lapide  diC.Oppio  Vero  magistra- 
to frantumata  in  marmo  de'lempi  impe- 
riali, e  riportata  e  supplita  nel  mancante 
dal  Nibby,  di  somma  importanza,  perchè 
mostra  che  Cora  anticamente,  come  og- 
gi non  aveaunpubblicoacquedottochela 
fornisse,  ma  ampie  cisterne  edificate  a 
spese  pubbliche,  nelle  quali  si  raccoglie- 
va l'acqua  pluviale,  caele.ste.ni  aquam, 
per  comodo  de'cittadini.  La  via  delle  Co- 
lonnette termina  nella  piazza,  sulla  qua- 
le è  la  casa  del  conte  Tassoni;  e  dirimpet- 
to a  quella  verso  settentrione  vedesi  tor- 
reggiare un  muro  a  poliedri  della  3."  spe- 
cie. Questa  piazza  ha  ancora  il  nome  di 
piazza  Montagna  per  la  casa  a  destra,  la 
quale appartienealla  famiglia  omonima: 
addossato  ad  essa  è  il  frammento  di  lapi- 
de in  travertino,  di  Lucio  Pubblio,  da 
Nibby  che  la  riferisce  creduta  contempo- 
ranea de'  templi  suddescritti.  Essa  è  ana- 
loga ed  in  parte  simile  ad  altro  frammen- 
to esistente  in  casa  Prosperi.  Nella  stessa 
piazza  sono  rocchi  di  colonne  scanalate 
di  travertino,  e  capitelli  d'ordine  corintio, 
i  quali  appartengono  ad  epoca  molto  re- 
mota, e  furono  parte  di  qualche  fabbrica 
pubblica  esistente  in  questi  dintorni.  Tor- 
nando sulla  via  delle  Colonnette,  si  scen- 
de a  Pizzitonico,  area  o  piazza  tutta  arti- 
ficiale, non  essendo  che  il  terrazzo  dell'an- 
tiche grandi  piscine  di  Cora,  delle  quali  si 
parla  nella  memorata  iscrizione  di  C.  Op- 
pio Vero,  e  che  oggi  servono  allo  stesso  u- 
so,almeuo  in  parte,  giacche  nel  rimanente 
sono  state  ridotte  ad  uso  di  montani  omo- 
lini  ad  olio, di  rimesse,abi tazioni  plebee  ec. 
Queste  ultime  parti  vanno  sotto  il  nome 
•volgare  di  terme  (e  bagni  pubblici,  come 
tra  gli  altri  li  crede  il  Ricchi  nella  Reggia 
de  Polsci)t mentre  nella  pianta  sono  iden- 
tiche all'altre  conserve,  ma  non  vi  rima- 


VEL  t67 

ne  traccia  alcuna  d'ornamenti,  e  solo  vi 
si  ravvisano  vestigia  dell'astra»)  o  coccio 
pesto.  Il  muro  di  queste  piscine  interna 
mente,  come  l'altre  costruzioni  romane, 
è  a  sacco;  esternamente  però  è  fasciato 
d'opera  incerta,  dove  non  sia  slata  tolta 
ne' tempi  posteriori.  Queste  piscine  si  e- 
stendono  per  lungo  tratto,ed  un'idea  se  ne 
può  a  vereentrando  negli  abituri  della  via, 
che  dalla  porta  Veliterna  conduce  a  por- 
ta Ninfesina,  a  sinistra,  partendo  dall'o- 
steria; queste  lasciano  riconoscere  indie- 
tro la  forma  per  la  quale   vi  penetrava 
1'  acqua  e  gli  spechi.  E  sopra  quest'  im- 
mense rovine  siede  e  si  appoggia  una 
gran  parte  del  fabbricato  moderno  di  Co- 
ra a  Valle.  Quanto  al  nome  di  Pizzito- 
nico, che  si  dà  a  questa  piazza,  il  volgo 
senz'aleuti  fondamento  lo  deriva  da  piaz- 
za Dorica  :  al  Nibby  pare  che  il  nome 
Puteus, pozzo,  non  sia  estraneo  alla  sua 
formazione.  Verso  seltentrione  quest'a- 
rea è  protetta  e  dominata  da  una  parte 
del  recinto  primitivo  formato  da  massi 
enormi,  i  più  grandi  che  il  Nibby  abbia 
veduto,  e  rinfiancato  da  opera  lucerla;  e 
questo  restauro  dell'era  sillana,dove  spor- 
ge in  fuori  ha  gli  angoli  consolidati  da 
pietre  quadrilatere.  Andando  da  Pizzito- 
nico verso  l'orto  Luzi,  si  scende  prima 
alcun  poco  e  quindi  si  sale  di  nuovo  ;  a 
sinistra  nel  salirvi  sono  mura  a  poligoni 
della  r.a  epoca,  sebbene  i  massi  non  sia- 
no molto  grandi.  Nel  detto  orto,  Nibby 
vide  nel  1825  vari  capitelli  d'ordine  co- 
rintio di  diametro  corrispondente  a'  roc- 
chi delle    colonne  minori  della   piazza 
Montagna,  anch'essi  di  travertino  e  di 
stile  affatto  analogo  a  quelli  del  tempio 
della  Fortuna  Prenestina.  Mi  è  noto,  che 
i  capitelli  furono  poi  acquistati  dall'illu- 
stre prelato  corano  mg.r  Manari,  e  collo- 
cati nel  suo  casino  di  campagna.  Ritor- 
nando sulla  via  grande,  che  dalla  porta 
Veliterna  conduce  a  porta  Ninfesina  e 
prendendo  verso  la  porta  Veliterna,  poco 
prima  di  giungere  a  questa,  a  sinistra  è 
la  casa  Vittorj;  ivi  diuanzi  la  medesima 


168  VEL 

nel  cortile  sono  gli  avanzi  d'un  altro  edi- 
ficio pubblico, consistente  in  due  colonne 
d'ordine  dorico  non  iscannlate,  con  base, 
cbe  stanno  ancora  in  piedi  e  cbe  per  lo 
stile  appartengono  all'epoca  stessa  de' 
due  templi:  lo  stilobate  sul  quale  poggia- 
no è  nella  parte  esterna  lutto  di  traver- 
tini; si  vedono  pure  frammenti  di  mezze 
colonne  della  stessa  pietra  e  dello  stesso 
diametro.  Sulla  sponda  opposta  della 
strada  grande  è  un  vicolo,  pel  quale  si 
Valsila  casa  Prosperi,  una  delle  più  an- 
tiche di  Cora,  leggendosi  sulla  porta  in- 
terna della  medesima  la  data  dell'anno 
i525.  Nel  cortile  vedesi  l'altro  frammen- 
to di  lapide,  riprodotta  da  Nibby,  appar- 
tenente a  Lucio  Publilio,  ricordato  più 
sopra,  il  quale  sebbene  sia  dello  stesso 
tempo,  e  appartenga  al  medesimo  perso- 
naggio, non  fa  però  parte  dell'iscrizione  ri- 
cordata. Nello  stesso  cortilesono  due  cine- 
rarii  coll'epigrafi  riportate  da  Nibby.  An- 
dando da  casa  Prosperi  verso  s.  Maria, 
vedesi  a  destra  una  sostruzione  romana 
di  pietre  quadrilatere,  sulla  quale  fu  essa 
edificata  (alcuni  credono  che  nell'area 
della  chiesa  furono  già  due  templi,  sa- 
gri uno  a  Giano  e  l'altro  alla  Fortuna, 
e  od  essi  attribuiscono  i  ruderi  e  fram- 
menti antichi  esistenti),  e  che  forse  anti- 
camente servì  di  sostegno  ad  un  edifìcio 
del  foro  corano,  che  Nibby  crede  corri- 
spondente alla  piazza  di  s.  Maria.  Li  stra- 
da che  da  Vellelri  conduce  a  Cora  fino 
ali. "quarto  del  secolo  corrente  non  era 
allatto  carreggiabile  ;  poscia  fu  ridotta  a 
bella  e  amenissima  via,  e  comoda  ad  o- 
gni  sorta  di  carri.  A  mezza  via  si  lascia  a 
sinistra  il  cratere  del  diseccato  lago  di 
Giuliano,  e  poco  dopo  a  destra  il  comu- 
ne di  tal  nome;  al  g.°  miglio  si  passa  sot- 
to al  picco  di  Piocca  Massima,  indi  co* 
mincia  la  salita  di  Cora,  che  dura  quasi 
3  miglia,  e  così  agiata  da  potersi  andare 
di  trotto;  essa  è  tracciata  entro  l'oli  velo, 
ed  ha  a  destra  una  magnifica  veduta  del- 
la pianura  de*  volsci,  e  de'  loro  campi 
Pontini.  Poco  prima  d'entrare  iu  Cori, 


VEL 

vedesi  dominare  a  sinistra  la  chiesa  e  con- 
vento di  s.  Francesco,  alla  quale  condu- 
ce un  bel  viale,  che  serve  di  passeggiata 
a'  corani.  Sebbene  tuttociò  si  riferisce  da 
Nibby,  conviene  fare  una  necessaria  di- 
stinzione. La  strada  ora  carreggiabile  (la 
quale  devesi  alle  cure  e  premure  del  sul- 
lodato  prelato  Manali,  per  riguardo  del 
quale  il  principe  d.    Camillo  Borghese 
fece  il  (ratio  del  territorio  di  Giuliano), 
che  da  Vellelri  conduce  a  Cori,  quando 
si  è  a  circa  due  miglia  dalla   città,   nel 
punto  detto  la  Madonna  de'  Monti,  si  di- 
vide in  due;  una  tutta  in  piano  porta  a 
Cori  a  Valle,  ossia  alla   porta  Romana, 
e  l'altra  in  salita, conduce  a  Cori  a  Mon- 
te e  alla  porta  Segnine.  La  chiesa  di  s. 
Francesco  è  a  sinistra  della   strada  che 
reca  alla  porta  Romana.  Poche  città  com- 
prese dentro  i  limiti  della  mappa  de'  din- 
torni di  Roma  ponno  vantare  tanti  mo- 
numenti antichi  e  così  importanti,  quan- 
ti ne  conserva  questa,  e  perciò  meritano 
una  descrizione  distinta.  Quindi  non  si 
creda,  che  non   ostante  le  mie  proteste 
io  sia  uscito  da' limili  prefissimi,  nel  dif- 
fondermi col  Nibby  sulla  sua  topografi; 
Poiché  oltre  l'aver  conseguito  il  duplic 
vantaggio,  di  dare  una  chiara  idea  dell 
topografia  di  Cora  e  de'luoghi  ove  esiste 
no  i  monumenti,  questi  brevemente  de 
scrissi  col  dotto  archeologo,  e  così  mi  tri 
vo  dispensato  dal  farne  menzione  a  parte 
anche  per  le  diverse  opinioni  che  accei 
nai  fra  parentesi.  Altre  notizie  sulle  anti 
chità  di  Cori  e  le  sue  lapidi  si  ponno  ri- 
cavare da' seguenti  e  già  nominati,  alcuni 
de'  quali  ne  ragionarono  con  molte  pai 
ticolarità.   Ricchi,   Reggia  de'   False, 
Volpi  tradotto  dal  Finy,  cap.  2;  Dell'ai 
licite  fabbriche   della   città   di  Cora . 
Winckelmann,  Piranesi  e  Marocco,  Nai 
ra  il  p.  Casimiro,  che  in  vari  tempi  sol 
lo  le  abitazioni  si  trovarono  colonne spez 
zale,  capitelli,  busti,  iscrizioni  e  staine 
ma  nel  pontificalo  di  Sisto  V  trovò  Giste 
foro  Marulli  nella  sua  vigna,  posta  nella 
contrada  del  Formale  Nuovo,  moltissime 


VEL 

medaglie  d'oro.  Ma  pei  sospetti  patì  un 
mese  di  carcere,  ed  ebbe  soli  a5  scmli. 
Quanto  alle  medaglie,  soggiunge  il  p.  Ca- 
simiro, pervennero  nelle  mani  di  Camil- 
la l'eretti  sorella  del  Papa,  essendo  po- 
destà di  Cora  Stefano  Mai  gani.  Tanto  ri- 
levò il  p.  Casimiro  da  un  mss.  del  cora- 
no e  contemporaneo  del  Marulli,  Ulisse 
Ciudi,  il  quale  registrò  pure  due  auliche 
iscrizioni,  da  lui  Ielle  nel  suddetto  batti- 
steiio  di  s.  Pietro,  e  nel  portico  della  chie- 
sa di  s.  Maria  della  Plebe,  nella  metà  del 
secolo  passato  già  distrutta.  Le  quali  i- 
scmioni  errate  dal  Grillerò,  dal  Ricchi  e 
da  altri,  stimò  bene  pubblicare  il  p.  Casi- 
miro. Le  monete  corane  furono  ricordate 
dal  Volpi  e  in  conseguenza  dal  Finy,  e.  6: 
Delle  jamiglie  corane  illustri  in  Roma. 
Il  moderno  Dauco  riferisce  che  tra  le  mo- 
nete antiche,  di  cui  vantasi  quest'antica 
città,  non  devonsi  dimenticare  neppure  le 
recentemente  rinvenute  ,  illustrate  dal 
eh.  archeologo  p,  Giuseppe  Marchi  gesui- 
ta, ch'egli  coulesla  a  Vincenzo  Marchet- 
ti aiìezionalisdmo  a  questa  sua  patria,  in 
una  lettera  degli  8  maggio  1 843,  avere 
le  medesime  monete  singolare  estimazio- 
ne. In  argomento  mi  scriveva  l'encomia- 
lo Marchetti,  nella  nostra  erudita  corri- 
spondenza: La  remotissima  antichità  di 
Cori   viene    reputala    antidiluviana   dal 
famoso  archeologo  Nibby,  e  da  tutti  gli 
altri    vetusti  e  moderni  scrittori   è  tale 
fondatamente  creduta.  Per  questa  istessa 
ragione  vengono  apprezzate  l'antiche  mo- 
nete corane  ricercatissime,  per  cui  il  car- 
dinal  Stefano  Dorgia  ne  fu  avidissimo 
raccoglitore,  unitamente  alla  raccolta  di 
pergamene,  diplomi  ec.  A  quest'  effetto 
m'inviò  ripetutamente  copia  e  poi  l'ori- 
ginale dell'indicata   lettera   a  lui  scritta 
dal  dottissimo  p.  Marchi,  che  io  mifouu 
vanto  qui  appresso  pubblicare, sia  a  van- 
taggio della  numismatica,  sia  a  onore  del 
Mai  clielli  ed  a  lustro  di  sua  celebre  patria, 
sia  in  (ine  per  manifestare  qui  pure  il  pro- 
fondo sapere  di  lauto  benemerito  gesuita. 
>■  Da  molti  mesi  aveva  io  posto  nelle  mani 


VEL  169 

del  giovine  sig.rd.rAchilleGennarelli  i  mo- 
numenti e  documenti  necessari   all'illu- 
strazione dell'aulica  moneta  di  Cori.  Ma 
la  sua  dissertazione  che  da  18  mesi  dove- 
va essere  pubblicata,ancora  non  compari- 
sce, ed  Elia  mi  fa  premura  di  pur  cono- 
scere un  fallo  che  tanto  onora  codesta  sua 
patria  carissima.  Iocompendierò  il  ragio- 
namento che  troverà  ampiamente  dichia* 
rato  dal  Gennarelli   (di  fatti  la  Disser- 
tazione  coronala  dalla  pontificia  ac- 
cademia romana  d'Archeologia,  come 
notai  altrove  celebrandola, dipoi  uscì  nel- 
l'islesso  anno  in  Roma  da'  tipi  camerali 
col  titolo:  La  moneta  primitiva  e  i  mo- 
numenti dell'Italia  antica  ec.  In  essa  il 
eh.  Gennarelli  illustrò  3  monete  di  Cora 
de'  Volscije  quanto  alle  2  monete  affat- 
to simili,  tranne  l' iscrizione  o  leggenda 
che  in  luogo  di  Cosa  e  Cosano  è  Doma  e 
Domano,  non  trovava  difficoltà  a  crederle 
uscitedalla  zecca  dellasola  Cora,  la  quale 
avrebbe  scritto  così  egualmente  il  nome 
suo  e  quello  della  conquistatrice  Roma, 
siccome  avveniva  in  Napoli,  della  quale 
abbiamotipi  identici, salvo  nell'epigrafe). 
Mg/  Stefano  Dorgia,  poi  cardinale,  nel 
1  786  inviò  a  Vienna  al  nostro  p.  Giusep- 
pe Eckhel  due  piccole  monete  in  bronzo, 
che  alcuni   anni  fa  ritrovai    nel  piccolo 
museo  del  Collegio  di  Propaganda  (nel 
quale  articolo,  descrivendo  in  breve  quel 
Museo  Borgiano,  lo  dissi  dal  cardinale 
istituito  inVellelri  sua  patria  e  poi  da  esso 
legato  in  parie  al  collegio  Urbano,  l'altra 
trovandosi  in  Napoli).  La  i/ha  nel  suo  di- 
ritto una  testa  di  Palladecopertadi  elmoe 
cimiero  rivolta  a  destra  e  l'epigrafe  Coza  ; 
nel  rovescio  un  busto  di  cavallo  frenato 
rivolto  pure  a  destra  e  l'iscrizione  Zano, 
La  2.a  in  luogo  della  lesta  di  Pallade  ha 
quella  di  Marte  barbato  senza  epigrafe; 
e  intorno  al  busto  di  cavallo  del  rovescio 
l'iscrizione  Cozano,  Qtiesle  due  moneto 
medesime,  quantunque  rare,  sono  capila. 
te  non  è  gran  tempo  in  mano  a  due  di- 
versi negozianti,  da' quali  le  ho  io  acqui- 
stale per  queslo  nauseo  K-ircUeriauo  -,  e 


170  V  E  L 

su  amendueho  riscontrate  le  impronte 
e  le  leggende  medesime  delle  borgiane, 
anzi  forse  meglio  conservate.  Il  cav.  Gia- 
como Millingen  nel  1 83 1  pubblicò  a  Lon- 
dra una  moneta  in  argento  di  modulo 
maggiore  alquanto  delle  due  di  bronzo 
coll'i  in  pronta  e  la  leggenda  che  qui  le  de- 
scrivo. Nel  diritto  testa  d'Apollo  laureata 
e  rivolta  a  sinistra:  nel  rovescio  cavallo 
chea  gran  corsa  va  a  sinistra  spintovi  da 
un  cavaliere,  dalle  cui  spallecade  un  pallio 
leggerissimo  trasportato  dal  vento,  e  la 
cui  testa  è  coperta  d'un  pileo  somigliante 
a  quello  di  Mercurio:  sotto  al  ventre  del 
cavallo  leggesi  Corano.  A  queste  3  mone- 
te operate  col  conio  debbonsi  aggiungere 
le  due  di  getto  pubblicate  da  meson  già 
4  anni  fra  le  monete  italiche  primitive, 
1'  asse  de'  volsci  colla  testa  d'Apollo  ri- 
petuta su  amendue  le  faccie  della  mone- 
ta, e  il  trionfo  de'  rutuli  che  ha  nel  di- 
ritto un  cavallo  in  gran  corsa.  Per  diver- 
se mie  congetture  non  è  forse  improba- 
bile che  I'  asse  provenisse  da  un'odierna 
posta  ad  Anzio  antico,  ora  Porto  d'Anzio, 
il  triente  da  Artica  metropoli  antica  de' 
rullili  (il  Triente  sorta  di  moneta  antica, 
«na  3."  parte  dell'  asse,  cioè  4  oncie  ). 
L'Eckhel  che  non  poteva  a  tanta  distan- 
za conoscere  la  storia  topografica  della 
provenienza  delle  due  monete  coniate 
inandategli  dal  Borgia  in  disegno,  ricorse 
per  interpretazione  alla  geografia  antica, 
e  trovato  ch'ebbe  nell'Etruria  una  città 
che  i  romani  chiamavano  Cosa  (poi  An- 
sedonia  di  Toscana  dell'  abbazia  delle 
Tre  Fontane,  perciò  ne  ragionai  in  que* 
due  articoli;  ha  vestigia  di  muraciclopee), 
credette  che  le  due  monete  si  potessero 
giustamente  ad  essa  attribuire  (devesi av- 
vertire, e  l'imparo  dal  prezioso  Diziona- 
rio della  Toscana  del  benemeritoRepet- 
ti,  che  oltre  Cosa  de'  volcienti  di  Tusca- 
na  ora  Toscanella,\\  (aCossa  degl'irpini 
degli  Abruzzi  uel  Sannio,  e  siccome  am- 
bedue colonie  romane,  indusse  molli  in 
equivoco  coll'attribuire  aliai.3  alcuni  fat- 
ti propri  della  2.*, così  propende  forse  a 


VEL 

riconoscere  di  Cossa  una  moneta  del  tem- 
po d'Augusto,  che  altri  vogliono  spettare 
a  Cosa,  inoltre  riconoscendo  di  Cossa  la 
medaglia  coll'impronta  dell'aquila  roma- 
na). Il  Millingen  quantunque  per  sistema 
allenissimo  dal  concedere  uso  di  moneta 
propria  nelle  città  italiche  poste  tra  il 
Tevere  e  il  Garigliano,  pure  costretto  dal- 
l'evidentissima leggenda  Corano  riconob- 
be quella  sua  moneta  d'  argento  come 
spettante  a  Cora  oggi  Cori.  Ma  il  p.  Sec- 
chi mio  confratello  legge  Cora  e  Cora- 
no anche  dove  sta  scrino  Coza  e  Cozano. 
Gli  antichi  grammatici  ne  insegnano  che 
la  lingua  latina  nella  sua  infanzia  sosti- 
tuiva sovente  la  S  alla  Re  leggeva  Fv- 
sivs  in  luogo  di  Fvrivs,  Avselivs  dove 
poi  lesse  Avremvs  :  dunque  il  Coza,  che 
peravviso  dello  stesso  Eckhel  è  la  mede- 
sima voce  di  Cosa,  per  ragione  della  for- 
ma della  S  che  si  confonde  col  greco  Z, 
non  è  Cosa  città  etnisca,  ma  Cora  città 
volsca,  e  Cosano  non  è  il  possessivo  del- 
l' etrusco,  ma  del  Corano  Volsco.  Se 
l'Eckhel  avesse  riflettuto  all'alfabeto  e- 
trusco  che  manaa  della  vocale  O  (il  che 
rimarcai  nel  voi.  LXXVHI,p.  86j,  alla 
quale  sostituisce  il  V,  sisarebbe  facilmen- 
te persuaso  che  se  i  romani  chiamavano 
quella  città  Cosa,  gli  etruschi  le  dovean 
dare  un  altro  nome  o  almeno  dirla  Ca- 
sa secondo  loro  cos  lume.  Che  i  romani 
poi  mutassero  nome  alle  città  etrusche 
colle  loro  conquiste,  il  sappiamo  da  Chiù- 
.57, che  dagli  etruschi  era  detto  Chamarst 
da'romani  fu  detto  Clusiumj  e  da  Vol- 
terra che  gli  etruschi  scrissero  sempre 
Velathri,  e  i  romani  Volaterra  (di  tale 
voce  e  iscrizione  di  monete  feci  parola 
nel  cit.  voi.  LXXVII1,  a  p.  90  e  91,  di- 
cendo pure,  che  siffatte  monete  il  Maffei 
attribuì  a  Velletri  o  ad  Alatri).  L'Eckhel 
poi  è  quegli  che  sa  quanto  niun  altro  che 
le  due  monete  del  Coza  e  del  Cozano 
non  potrebbon  mai  esser  di  Cosa  con- 
quistata e  dipendente  da'romani,  ma  di 
Cosa  libera  e  padrona  di  se  medesima 
prima  che  i  romani  stendessero  sino  colò 


VE  L 

In  loro  potenza.  Eccole  con  ciò  assicura- 
to alla  sua  città  il  diritto  sopra  3  diverse 
monete  coniate  prima  che  i  romani  a- 
vesserò  su  quella  città  un  assoluto  dirit- 
to, e  certamente  prima  che  Cori  comin- 
ciasse a  godere  del  così  detto  jus  latino. 
Perciò  che  spetta  alle  impronte  si  posso- 
no hen  dire  anch'esse  proprie  del  paese 
risii her ino  molto  meglio  che  del  trasti- 
beruio.  L'Apollo,  come  leljo  indicato  de- 
scrivendole l'asse  de'  volsci,  è  lai,ae  più 
nobile  insegna  di  quella  nazione;  e  qui 
abbiamo  l'Apollo  nella  moneta  d'argen- 
to del  Millingen,  nel  quale  vi  è  pure  il 
cavallo  in  gran  corsa  come  nel  Incute  de- 
scrittole de'  rutuli,  tanto  prossimi  o  le- 
gali co' volsci  che  possouo  chiamarsi  qua- 
si una  gente  medesima.  La  Minerva  co- 
me figliuola  a  Giove  era  in  altissima  ve- 
nerazione presso  tutti  i  popoli  cistiberi- 
dì,  che  concordemente  aveano  Giove  per 
lordi.* divinità.  Il  Marte  ha  lasciato  in 
Cori  memoria  solenne  di  se  negli  avanzi 
nobilissimi  del  tempio  erettogli  da'eora- 
ni.  Il  busto  di  cavallo  fi  enato  lo  trovo  in 
altre  monete  che  io  ho  sempre  conside- 
rate come  proprie  degli  equi,  de' volsci  e 
degli  aurunci.  Perciò  io  non  l'ho  per  co- 
sa straniera  quando  lo  veggo  sulla  mo- 
neta di  Cori.  Veda  l' Aes  Grave,  Sl&ra' 
palo  da  me  nel  i83g.  Queste  poche  no- 
tizie potrebbero  tornare  di  qualche  uti- 
lità storica  se  in  Cori  vi  fosse  persona  che 
sapesseo  volesse  fare  osservazioni  sui  tra- 
vamenti che  continuamente  si  vanno  fa- 
cendo costì,  come  per  lutti  i  luoghi  di 
questa  nostra  antichissima  e  ricchissima 
Italia.  Converrebbe  acquistar  tutto  in  ge- 
nere di  monete  vendendo  il  superfluo  e 
ritenendosi  il  necessario:  in  pochi  anni 
Cori  riunirebbe  tutti  i  suoi  monumenti 
numismatici.  Né  ciò  è  tutto.  Converreb- 
be che  Cori  raccogliesse  in  un  luogo  si- 
curo ma  di  ragione  pubblica  tulle  le  la- 
pidi antiche  disperse  per  la  città  e  il  ter- 
ritorio. Le  due  fiaccole  che  solo  posso- 
no dissipare  le  tenebre  che  ravvolgono 
la  primitiva  stona  di  codesti  municipi» 


V  EL  171 

sono  le  monete  e  le  iscrizioni,  ma  non 
quelle  che  stanno  fuor  del  paese,  bensì 
quelle  che  si  custodiscono  ne'luoghi  ove 
si  trovano.  Ella  colla  sua  autorità  pro- 
curi alla  sua  patria  questo  ornamento  e 
ne  avrà  lode.  Ossequiandola  consinceris- 
siraa  stima  mi  raffermo".  Riferisce  Ma- 
rocco, che  in  Cori,  commendata  per  la 
sua  celebrità  da  Livio,  Properzio,  Luca- 
no, Silio  Italico,  ogni  tanto  vengono  sco- 
perti sotterranei  bellissimi,  alcuni  de'qua- 
li  si  osservano  composti  di  pietre  di  6  pal- 
mi architettonici  di  lunghezza,come  quel- 
lo appartenente  a'Tommasi,  per  andare 
al  tempio  di  Castore  e  Polluce,  che  ser- 
ve di  molino  d'olio,  fiancheggiato  da  al- 
to scoglio  tagliato  e  costituente  un  muro 
laterale, do  ve  il  pavimento  è  di  bianchissi- 
mo musaico  ;  congettura  che  fosse  un  por- 
tico o  suolo  d'altro  tempio,anche  pe'grossi 
pezzi  di  colonna  marmorea  ivi  rinvenuti. 
Dice  esistere  nel  giardino  presso  la  casa 
de'Lnzi  6  capitelli  bellissimi  di  stile  corin- 
tio, forse  di  colonne  di  tempio  o  portico 
sagro  a  Venere;  e  che  anco Esculapio  vi 
ebbe  il  tempio. Dalleiscrizioni  che  ripor- 
ta, ritiene  avere  i  corani  prestato  culto  e- 
ziandio  a  Cerere  ed  a  Bacco,  del  cui  tem- 
pio furono  trovati  avanzi  marmorei  ne- 
gli scavi  della  casa  Fasanella.  Il  contem- 
plar le  sue  rama  desta  meraviglia, essen- 
dovene  composte  di  pietre  ognuna  di  13 
e  i5  palmi  lunghe, 8  ovverog  alte, con- 
catenate senza  cemento,  lavoro  chiama- 
to opus  incertumj  mirabile  per  l'ordine 
e  la  solidità,  e  fatto  per  cozzar  co'secoli. 
Afferma  che  l'accademia  di  Francia  chia- 
mò le  mura  corane  meravigliose,  e  di  pro- 
digiosa costruzione  pelasgica  ;  ed  il  Bau- 
co  assicura  che  in  vari  punti  della  città 
sono  rimaste  in  ottimo  stato.  L'odierna 
città  ha  3  porte  quasi  in  perfetto  triango- 
lo collocate  ;  la  1  ."esistente  in  Cori  a  Mon- 
te è  chiamata  Segnina,  perchè  conduce  a 
Segni  la  via  ;  la  3."  Ninfesina,  da  cui  co- 
mincia la  strada  che  reca  a  Ninfa;  la  3.* 
è  detta  Romana  e  Veliterna,  perchè  porta 
a  Vellelri  e  a  Roma.  Cori  è  priva  di  pub- 


i72  VEL 

bliclie  fonli,  cui  suppliscono  l'acque  pio- 
vane in  fredde  e  ben  conservate  cisterne; 
il  piccolo  rio  trovato  da  Faustino  Fasa- 
nella  presso  il  ton ente  Cavala,  fu  rico- 
nosciuto di  pochissimo  utile  e  di   molto 
incomodo.  Ma  nel  gonfalonierato  del  be- 
nemerito Giovanni  Prospero  Buzj,  per 
sua  cura   fu   trovato  un  altro  rio  d'  ac- 
qua sorgiva  fuori   della   porta   Segnimi. 
Tra  le  sue  chiese, 6  sono  parrocchiali.  La 
primaria  e  insigne  collegiata,  denominata 
duomo,  è  sotto  l'invocazione  di  s.  Maria 
della  Pietà,  di  bella  e  ben  intesa  archi- 
tettura. Il  Ricchi  lo  dice  già  tempio  del- 
la Fortuna  e  di  Diana,  convertito  da'co- 
rani  ciistiani  al  culto  del  vero  Dio  e  de- 
nominato anche  della  Plebe.  Nel    1660 
venne    restaurala  e  abbellita  con   mo- 
derna archileltura,con  volte  gettate  sulle 
3  antiche  navi, con  archi  maestosi  scorni- 
ciati di  vaghi  stucchi,  sovrastata  da  finta 
cupola  e  ornata  con  chiaroscuri  da'  fra- 
telli Agostino  e  Alessandro  Botliceili  co- 
rani. Furono  allora  disfatti  due  antichis- 
simi pulpiti,  laterali  all'altare  maggiore. 
In  essa  è  la  cattedra  marmorea  vescovi- 
le, fino  da'primi  secoli  della  Chiesa,  testi- 
monio di  sua  antica  sede  vescovile,  men  • 
tre  l'episcopio  era  nel  giardino  a  suo  tem- 
po del  capitano  Pasquali,  e  appellato  la 
casa  di  Monsignore.il  candelabro  marmo- 
reo pel  cereo  pasquale,  alcuni  la  dicono  o- 
pera  del  secolo  XI  II,  altri  la  fanno  più  an- 
tica e  che  servi  già  ad  uso  de' gentili  :  è 
ornato  di  bassorilievi  esprimenti  anima- 
li e  geroglifici, ed  ha  per  base  un  mostro 
con  due  teste  e  le  sole  gambe  dinanzi.  Ma- 
gnifico è  il  tabernacolo  e  decorose  le  cap- 
pelle. 11  quadro  di  s.  Maria  della  Pietà  è 
bello  e  di  colorilo  assai  forte.  Quello  del- 
la 3  .'cappella  a  destra  è  pure  di  buon  pen- 
nello. Del  i.°  parla  Nibby,  del  i."  Maroc- 
co. Dubitando  che  sia  il  medesimo,  do- 
mandai spiegazione  a  un  rispettabile  co- 
rano,-e  fui  assicurato  d'aver  bene  con- 
getturato, ed  è  precisamente  il  medesi- 
mo della  3.'  cappella  a  destra  della  por- 
ta della  chiesa.  Nell'altare  principale  è  la 


VEL 

famosa  tavola  in  cui  nel    1 54^  Siciolan- 
te  di  Semionda  dipinse  il  Salvatore. L'or- 
gano pregiatissimo  si  deve  al  canonicoA- 
lessandro  Napoleone  Ricchi,  zio  dello  sto- 
rico, il  quale  dice  che  lo  cominciò  nel 
i636,  compito  poi  con  ornamenti  a  oro 
nel  1690,  e  lasciò  un  molino  a  olio  per 
l'organista.  Nel  detto  secolo,  e  neh' arci- 
pretura  d'  Ostilio  Picchioni,  da'  fonda- 
menti fu  rifabbricata  la  torre  campana- 
ria a  lato  della  porta  maggiore,  e  tale  da 
poter  sostenere  grosse  e  armoniose  cam- 
pane; nella  quale  occasione  dirimpetto  si 
rinnovò  ancora  la  comoda  abitazione  per 
l'arciprete.  Nel  secolo  passato  con  deco- 
roso disegno  e  sculture  fu  fabbricato    il 
prospetto  esterno.  Oltre  una  reliquia  in- 
signe del  glorioso  b.  Tommaso  da  Cori, 
che  vi  ha  un'elegante  cappella,  quivi  si 
venera  il  corpo  di  s.  Nazario  martire,  di 
nome  imposto,  nella  4-*  cappella  gentili- 
zia de'Fasanelli  della  nave  destra,  dona- 
to dal  cardinal  Stefano  Borgia,  come  si 
legge  nella  lapide  presso  Marocco,  il  qua- 
le riporta  pure  quella  della  cousagrazio- 
ne  della  chiesa,eseguita  T8  febbraio  1699 
da  Biagio  Terzi  di  Lamia  vescovo  d'  I- 
sernia,  vices  gerens  del  vescovo  cardinal 
Cibo,  scrittore  della  Siria  sacra.  Appiè 
do  da  Banco  che  il  capitolo  si  compo 
della  dignità  dell'arciprete  parroco,  e 
1  o  canonici,  (ia'quali  è  il  teogale  e  il  p 
nitenziere,  tutti  decorati  della  cappa  pi 
latizia  paonazza  nell'inverno,  e  di   ro 
chetto  sopra  la  colta  nell'estate.  Racco 
ta  il  p.  Casimiro, che  Benedetto  X11I  n 
1 7^5  avea  concesso  all'arciprete  e  agli  1 
canonici    l'insegna  corale  dell'  aluiuzi 
da  usarsi  in  qualunque  luogo;  e  che  nell 
segrestia  un  tempo  si  conservavano  ilio 
ti  libri  rnss.,  nominando  i   principali, 
fra  di  essi  una  bolla  in  pergamena  di  P 
pa  s.  Silvestro  I.  La  a."  parrocchia  è  l'i 
signee  vasta  collegiata  de'ss.  Pietro  ePa 
lo,  presso  il  tempio  dello  d'Ercole,  che 
al  dire  del  Piazza  visitatore  della  diocesi 
pel  vescovo  cardinal  Facchinetti,  è  più 
aulica  della  precedente  e  fu  la  1."  ad  es- 


VEL 

sere  consagrata,  per  esservi  tradizione 
che  s.  Pietro  principe  degli  Apostoli  vi 
promulgasse  il  Vangelo;  laonde  dice  il 
Ricchi,  che  in  essa  si  fa  la  i .'  e  1'  ultima 
predica  quaresimale,  forse  in  memoria  di 
sua  antica  primazia,  e  perciò  tutte  le  pie- 
diche  in  essa  aveano  luogo  (ciò  non  è 
vero,  quanto  all'  ultima  predica  quare- 
simale. Si  fa  il  quaresimale  in  ambedue 
le  collegiate,  in  quella  di  s.  Pietro  ha  luo- 
go l'ultima  predica  la  2."  festa  di  Pasqua, 
ed  in  s.  Maria  la  3/  festa);  ed  ivi  posse- 
dervi la  sua  famiglia  la  cappella  di  pa- 
dronato sagra  a  s.  Giovanni.  Ne  celebra 
l'organo  e  una  superbissima  campana,  la 
quale  prima  che  fosse  rifusa,  per  averla 
colpita  il  fulmine,  si  sentiva  25  miglia 
distante.  A  suo  tempo  era  officiata  dal- 
l'arciprete, e  da  8  beneficiali  e  6  cappel- 
lani, il  cui  ampio  coro  egli  dice  mostrare 
d'essere  slata  collegiata.  Riferisce  le  ver- 
tenze insorte  e  prolungate  nel  secolo  XVII 
fra  l'arciprete  e  quello  di  s.  Maria,  alle 
quali  die  (ine  nel  1690  il  vescovo  cardinal 
Cibo,  decretando  la  precedenza  all'arci- 
prete e  canonici  di  s.  Maria  incedendo 
collegialmente.  Indi  da  Pio  VI  nel  1791 
(secondo  il  Marchiafuva,  o  Pio  VII  co- 
me vuole  il  Viola,  ma  credo  fallo  tipo- 
grafico cioè  l'aggiunta  d'un  I  al  VI,  ben- 
sì non  gli  contrasto  ad  istanza  d'  Ales- 
sandro Marchetti  giuniore.  In  quest'in- 
certezza invocalo  schiarimento,  sono  sta- 
to assicurato,  vero  il  riferito  dal  Mar- 
chiafava),  fu  dichiarata  collegiata  con  ca- 
pitolo composto  dell'  arciprete  curato  e 
dignità,ed'8  canonici  decorati  della  moz- 
zelta  di  seta  paonazza  nell'inverno  co' 
lembi  orlati  di  pelli  d'  armellino,  e  del 
rocchetto  sulla  colla  nell'estate,  come 
leggo  nel  Bauco.  Vi  si  conserva  nell'al- 
tare maggiore,  nella  cappella  della  B. 
Vergine,  il  corpo  di  s.  Cubilla  vergine  e 
martire,  trovato  nel  cimiterio  de'ss.  Mar- 
cellino  e  Pietro  di  Roma,  e  donato  dal 
sullodato  arciprete  della  medesima  Giu- 
seppe Marchiafava  nel  1795,  come  è 
scolpilo  uell'iscrizioue  riferita  da  Maroc- 


VEL  173 

co.  Da  altra  da  lui  pure  pubblicala  si  ri- 
cava, che  nella  stessa  chiesa  e  nella  pro- 
pria cappella  nel  1 497  v>  f"  istituitala 
società  del  ss.  Sagramento  e  delle  Cin- 
que Piaghe;  e  nel  1804  quella  del  Sa- 
gro Cuore  di  Gesù.  Nella  stessa  chiesa 
collegiata  di  recente  vi  è  stato  collocato 
nel  suo  altare  dalla  parie  del  Vangelo  il 
quadro  di  s.  Francesco  di  Paola,  dipinto 
lodatissìmo  del  valente  cav.  Giuseppe 
Manno,  nipote  del  celebre  cav.  France- 
sco altro  esimio  pittore.  Le  altre  4  chiese 
parrocchiali  hanno  quadri  egregi  e  di 
qualche  pregio  e  venustà  rimarchevole,  i 
propri  parrochi,  e  sono  quelle  della  ss. 
Trinità,  di  cui  in  oppresso  riparlerò;  del 
ss.  Salvatore  di  forma  gotica  occupante 
parte  del  piano  del  tempio  di  Castore  e 
Polluce,  dicendo  il  Bauco  pregevoli  e  sli- 
male le  pitture  dell'altare  maggiore,  ope- 
ra del  sermonetano  Siciolanle;  di  s.  Mi- 
chele Arcangelo,  che  Marocco  dice  fab- 
bricata sulle  rovine  del  tempio  d'Apollo, 
dandone  certezza  una  lapide  coll'epigra- 
fe  Ampollini  Sacrumj  e  di  s.  Caterina 
vergine  e  martire,  il  cui  quadro  dell'al- 
tare maggiore  rappresenta  il  suo  marti- 
rio colorilo  dal  Domenichino,  secondo 
Banco, ma  Nibby  crede  tale  tela  per  la  tra- 
scuratezza de'  contorni  e  per  una  certa 
stentatezza,  piuttosto  copia  del  Domeni- 
chino e  non  originale  come  ritiene  il  vol- 
go, bensì  dice  buon  quadro  di  colorilo 
Guercinesco  quello  esprimente  s.  Tom- 
maso. Il  più  elegante  e  vago  tempio  di 
non  piccola  mole,  è  1*  insigne  e  celebre 
santuario  situato  fuori  di  porta  Segnina 
verso  la  sommila  d'uno  de'  monti  Lepi- 
ni,  distante  circa  mezzo  miglio  da  Cori, 
sotto  il  titolo  di  Maria  ss.  del  Soccorso, 
in  cui  profondamente  si  venera  la  sua 
prodigiosa  Immagine  col  suodivin  Figlio 
dipinta  sul  muro,  la  cui  festa  solennemen- 
te celebrasi  nella  1* domenica  di  maggio 
con  fiera  franca  per  8  giorni  ;  chiesa  di 
recente  egregiamente  abbellita  con  pit- 
ture e  altri  ornamenti  con  ispesa  non  lie- 
ve ;  e  per  meglio  godersi  dadi  vali  quan- 


i74  VEL 

do  si  scuopre,  vi  fu  collocalo  dinanzi  un 
cristallo  intero  :  il  che  si  fa  con  almeno 
12  lumi  di  cera  accesi  nelle  principali  so- 
lennità e  feste  di  precetto  della  C.  Ver- 
gine, dandone  del  suo  scuoprimento  pre- 
cedentemente avviso  il  suono  delle  cam- 
pane non  solamente  delle  due  collegiate, 
ma  dell'altre  chiese  di  tutta  la  città;  scuo- 
prendosi  pure  per  pubbliche  e  private  ri- 
chieste. Narrai!  benemerito  Marchiata  va 
suo  storico  che  die  occasione  alla  costru- 
zione di  questo  tempio  il  seguente  fatto 
portentoso,  secondo  la  pia  e  comune  tra- 
dizione esistente  presso  i  corani,  che  os- 
sequiano la' ss.  Immagine  come  loro  prin- 
cipale e  incessante  benefica  avvocata,  illu- 
strando eziandio  con  erudite  note  il  suo 
racconto,  in  uno  al  titolo  che  dà  la  Chiesa 
di  Soccorso  alla  B.  Vergine,  riferendo  le 
notizie  delle  ss.  Immagini  che  con  questo 
bel  titolo  si  venerarono  e  venerano  in  va- 
rie città.  Correndo  l'anno  \5i  i  e  il  i.° 
maggio  di  sabato,  mese  e  giorno  in  par- 
ticolar  modo  consagrati  a  Maria  Vergi- 
ne, la  fanciulla  Oliva  di  circa  3  anni,  fi- 
glia di  Giovanni  e  Santa  Jannese  coniu- 
gi corani,  contro  il  divieto  della  madre 
sul  mattino  volle  seguirla  nel  portarsi  su 
«letto  monte  a  mondar  nel  campo  le  bia- 
de; di  ciò  avvedutasi  Santa  retrocedet- 
te per  indurla  a  restituirsi  alla  casa,  e  la 
figlia  1'  ubbidì  non  senza  ripugnanza  e 
pianto.  Ma  Oliva  nel  tornare  indietro  de- 
viò dalla  strada,  e  smarrita  s'innollrò  in 
silo  scosceso  e  ingombro  di  spineti,  pie- 
tre e  cespugli:  sopravvenne  la  notte  e  in- 
sieme un  orridoturbine,  con  dirotta  piog- 
gia, grandine  e  fulmini.  La  fanciulla  ba- 
gnala, tremante  e  piangente  si  ricoverò 
sotto  una  delle  lanle  piante  di  ginestra, 
di  cui  tuttora  abbonda  il  monte,  inutil- 
mente chiamando  l'aiuto  della  madre. 
In  questo  desolante  stato,  all'improvviso 
le  comparve  innanzi  una  maestosa  Don- 
na vestita  di  candido  ammanto,  da  essa 
creduta  nell'oscurità  la  sua  zia  paterna, 
per  le  carezze  che  le  fece  e  per  animarla 
i  non  temete  ed  a  cessar  dal  piangere, 


VEL 

con  asconderla  sotto  il  suo  mantoeivi  a« 
morosamente  trattenendola  8  interi  gior- 
ni. Frattanto  i  suoi  genitori  tornali  dallo 
campagna  a  casa  e  non  trovata  la  figlia 
sollecitamente  si  diedero  a  cercarla  fra  le 
angustie,  indi  obbligati  dal  temporale  a 
restituirsi  afflitti  all'abitazione,  restarono 
agitati  da  tetri  pensieri.  Cessato  il  turbi 
ne,  di  buon  mattino  ripresero  le  ricer- 
che del  cammino  dalla  fanciulla  fatte 
non  meno  in  tutte  le  vicine  campagne 
inutilmente,  onde  inconsolabili  la  pian- 
sero per  morta.  Passati  8  giorni,  sul  na 
scer  del  sole  fu  rinvenuta  Oliva  nel  lue 
go  stesso  ove  fino  allora  erasi  trattenuta 
tutta  allegra  e  sana,  da  3  corane  che  ri 
candosi  a  caricar  legna,  se  la  videro  coi 
pari  re  loro  innanzi  lietissima.  Sorprese 
esse  da  stupore  e  da  contentezza,  alterna- 
rono l' interrogazioni  come  ivi  si  trovas- 
se e  da  chi  fosse  stata  nudrita  per  8 
giorni.  Rispose  con  semplicità  la  fanciul- 
la. »  Sono  stata  qui  con  una  bella  Signo- 
ra, che  mi  ha  fatto  molte  carezze.  Essa  ha 
voluto  che  stassi  qui  con  Lei  tutti  questi 
giorni.  Quando  avevo  fame  o  sete,  Ella 
ini  poneva  in  bocca  il  dito  della  sua  ma- 
no: io  Io  succhiava,  e  mi  sentiva  tutta  sa- 
zia e  contenta."  Quindi  le  3  donne,  tutte 
meravigliate  dal  racconto,  attribuirono 
alla  B.  Vergine  la  prodigiosa  cura  della 
fanciulla,  la  quale  tosto  giubilanti  e  com- 
mosse condussero  a'suoi  addolorati  geni- 
tori. Quale  fosse  la  sorpresa  e  la  conso- 
lazione di  essi,  quale  quella  del  popolo 
pel  riferito  dalle  donne  e  confermato  re- 
plicatamente  a  tulli  da  Oliva,  si  può  im- 
maginare e  non  esprimere.  Generaleper- 
tanto  fu  la  pia  credenza  e  persuasione, 
che  la  Soccorritrice  e  amorosissima  bella 
Siguora,  non  fosse  altrimenti  che  la  gran 
Madre  di  Dio  e  nostra  Maria.  Poscia  Oli- 
va con  lagrime  ripeteva  di  voler  tornare 
presso  la  sua  cara  Signora,  per  averle 
detto  d'  amarla  e  di  volerla  sempre  con 
se.  Fatto  è,  che  dopo  3  giorni  dal  suo  ri- 
torno in  casa,  Oliva  sorpresa  da  violenta 
febbre,  placidamente  e  con  ilare  vollo 


VEL 

morì,  sempre  chiamando  la  sun  amabilis- 
sima Signora  che  sul  monte  l'avea  soc- 
corsa, con  nuovo  e  indicibile  rammarico 
de*  genitori.  Cosi  ottenne  Oliva  di  riu- 
nirsi per  sempre  in  paradiso  nel]'  eter- 
no godimento  della  sua  Signora.  E  anti- 
ca tradizione.confermatadal  vescovocar- 
dinal  Antonelli,  che  la  B.  Vergine  pro- 
mettesse a  Oliva,  che  avrebbe  soccorso 
con  ispeciali  favori  e  grazie  que'  che  si 
fossero  portati  su  quel  monte  a  venerar- 
la nella  sua  Immagine.  Mosso  il  popolo 
corano  da  questo  prodigioso  avvenimen- 
to, fu  premuroso  di  costruire  nel  luogo 
stesso  dove  avvenne  1'  apparizione  della 
creduta  da  tulli  Maria  ss.  ad  Oliva,  una 
non  piccola  cappella,  la  quale  posterior- 
mente ampliata  divenne  chiesa  grande  e 
maestosa  in  onore  della  ss.  Vergine,  fa- 
cendovi dipingere  nel  muro  la  sua  divo- 
ta Immagine,  alla  quale  di  cornuti  con- 
senso fu  dato  il  titolo  della  Madonna 
del  Soccorso,  in  memoria  di  quello  pre- 
stato alla  loro  innocente  concitladina  nel 
suo  smarrimento.  Indi  per  autenticare 
il  prodigio,  i  corani  vollero  che  in  detta 
cappella  fosse  religiosamente  sepolta  la 
fanciulla,  a  tale  effetto  ivi  trasportata 
dalla  sua  chiesa  parrocchiale,  acciò  il  suo 
corpo  fosse  nel  sito  ove  era  stata  in  vita 
soccorsa  dalla  celeste  Signora  espressa 
nella  ss.  Immagine.  Questa  venne  rappre- 
sentata ricoperta  di  regio  manto  turchi- 
no, cangiatosi  poi  nella  più  parte  in  co- 
lore verde  ornalo  di  varie  stelle  d'oro,  ri- 
piegatosulleginocchia  ;  è  sedente  in  mae- 
stosa e  reale  sedia,  avente  in  braccio  il 
suo  divin  Figlio  nudo  e  colla  solita  fa- 
scia, in  alto  di  stringerlo  al  seno,  e  colla 
destra  regge  il  di  lui  braccio  destro  in  atto 
di  benedire.  Due  Angeli  sul  capo  di  loro 
sostengono  una  regia  corona.  A  pie  della 
B.  Vergine  nel  sinistro  lato  e  ricoperta 
in  parte  del  suo  manto,  si  vede  la  fan- 
ciulla Oliva  prostrata  con  un  ginocchio, 
che  rimirando  ridente  e  piena  d'affelto  la 
sua  amorosa  Liberatrice,  si  tiene  stretta 
colle  mani  alla  sua  veste.  Sebbene  il  di- 


VEL  i75 

piolo  è  semplice  e  rozzo,  non  lascia  la  ss. 
Immagine  d'esser  bella,  maestosa,  e  d'i- 
spirare tenera  venerazione  a  chiunque 
divotnmente  la  rimira.  II  Marchiafava 
passa  a  dire  delle  3  tradizioni  che  si  han- 
no sulla  ss.  Immagine.  Vuole  la  i.'che 
dessa  dipinta  da  molto  tempo  in  un  an- 
tico muro  e  quindi  trascurata,  ricoperta 
da  terra,  bronchi  e  spine,  miracolosa- 
mente si  manifestò  con  apparizione  ad 
Oliva  per  essere  ivi  venerala;  e  che  do- 
po terminata  la  cappella,  vi  fosse  dipin- 
ta a  fianco  la  fanciulla  da  mano  diversa 
e  con  colori  più  vivaci.  Dice  la  i."  «:he 
eretta  la  cappella  per  porre  in  venerazio- 
ne la  disottei rata  Immagine, il  pittore  de- 
putato a  restaurarla,  dopo  avere  ricolo- 
rito le  vesti,  nel  porre  il  pennello  nel  sa- 
gro volto  di  Maria,  di  repente  divenne 
attratto  nel  braccio  e  cieco  negli  occhi, 
risanato  poi  per  le  sue  preghiere  alla  B. 
Vergine.  Si  ha  dalla  3.'  tradizione,  che 
terminata  la  grande  cappella  nel  sito  del- 
la prodigiosa  apparizione,  fu  commesso 
ad  un  pittore  di  dipingere  nell'altare  la 
Madonna:  cominciato  il  lavoro,  nel  di  se- 
guente con istupore lo  trovò compitocol - 
la  presente  ss.  Immagine  da  mano  ange- 
lica. Nondimeno  il  pittore  per  cupidigia 
occultato  il  portento  si  fece  pagare,  ma  to- 
sto colto  da  fortissima  febbre  perde  l'uso 
delle  braccia,  onde  riconoscendo  allora 
l'evidente  meritato  castigo,  palesò  la  sua 
viltà  e  il  prodigio,  per  cui  placata  la  pie- 
tosa B.  Vergine,  gli  restituì  all'istante  la 
sanità.  E  però  incontrastabile  storia,  che 
crescendo  ogni  giorno  il  fervore  e  la  di- 
vozione del  popolo  verso  la  ss.  Immagi- 
ne, specialmente  per  le  continue  grazie 
che  ne  riportava,  si  determinò  con  ab- 
bondanti oblazioni  di  racchiudere  la  pri- 
mitiva cappella  con  grande  e  maestosa 
chiesa  a  volta  reale,  ampliando  la  mede- 
sima cappella  con  magnifica  e  alta  cu- 
pola, e  s'incominciò  la  fabbrica  neh  634- 
Vi  fu  eretto  un  bell'altare  con  corrispon- 
deute  prospetto  di  bellissimi  marmi  e  si- 
mili  colonne  dalla  nobilissima  corana  fi- 


1 76  V  E  L 

miglia  Buzi,  e  4  laterali  cappelle  anch'es- 
se  u  volta,  con  ampio  portico  anteriore 
con  3  ardii  corrispondenti  alle  3  porle 
(Iella  chiesa,  sulla  maggiore  delle  quali 
fu  collocata  l'effìgie  in  marmo  della  Ma- 
donna. Con  vistoso  dispendio,  anche  pel 
trasporto  de'tnaleriali  sul  monte, compi- 
ta la  fabbrica  nel  1639,  fu  segato  il  muro 
ov' era  dipinta  la  miracolosa  Immagine, 
sito  che  ricorda  l'iscrizione  e  colle  altre 
del  santuario  (compostedal sullodatoMar- 
chetti,  e  meritarono  l'encomio  del  cele- 
bre cav.  Labus)  riferita  dal  Marchiafava, 
cioè  tra  le  due  cappelle  di  s.  Lucia  e  di 
s.  Carlo,  e  venne  posta  nel  nuovo  pro- 
spetto di  marmo  costrutto  sull'  altare  e 
racchiusa  nella  preparala  marmorea  nic- 
chia con  chiave  e  serratura,  leggendosi 
sopra  scolpito  in  marmo  nero:  Miseris 
Succurre  Maria.  Oltre  l'altare  maggio- 
re^ sono  l'accennate  cappelle  :  la  (.'de- 
dicata a  s.  Anna,  la  2.a  a  s.  Lucia  vergi- 
ne e  martire  (anticamente  quasi  da  tutti 
visitata  nella  sua  festa,  recando  ognuno 
una  candela  di  cera,  che  si  poneva  accesa 
per  consumarsi  sopra  un  gran  candela- 
bro di  ferro  a  più  bracci;  deplorando  il 
Marchiafava  nella  2/  edizione  l'intrala- 
sciata pia  costumanza,  fa  voti  perchè  si 
rinnovi,  ed  io  gli  fo  divoto  eco  in  onore 
della  protettrice  de'nostri  occhi  !  ),  la  3* 
a  s.  Carlo  Borromeo  padronato  de'conli 
Cataldi  Tassoni,  la  C\*  a  s.  Bartolomeo 
gentilizia  de'Ricci.  Sebbene  non  del  tut- 
to ridotta  a  perfezione,  la  chiesa  fu  solen- 
nemente consagrata  a'2g  gennaio  1  537 
(nella  1 ,'  edizione  della  Breve  istoria  leg- 
go l'avvertenza  del  Marchiafava,  che  tale 
consagrazione  è  della  primitiva  cappella, 
perciò  innanzi  alla  costruzione  della  chie- 
sa, che  però  chiamavasi  majoris  allaris 
et  ecclesiae  s.  Mariae  de  Succursu  de 
Cora,  e  perciò  fu  consagrata  Ecclesiam 
etAltarem  in  honorem  s. Mariae  deSuc- 
cursu)  da  mg.1  Lorenzo  Santorelli  ve- 
scovo Politense  sostituto  del  vescovo  car- 
dinal Piccolomini.  Già  eravi  stala  cano- 
nicamente eretta  ueliGo4  I'  arcicoufra- 


YE  L 
temila  della  Madonna  del  Soccorso  ce 
suoi  statuti,  con  sacchi  e  mozzette  biar 
che  contornate  di  fìttuccia  verde  collo 
stemma  del  ss.  Nome  di  Maria  pe'confra- 
ti,  confermala  e  arricchita  d'indulgenze 
perpetue  da  Clemente  Vili.  Dal  sodali* 
zio  fu  stabilita  l'annua  e  perpetua  dota- 
zione d'alcune  (cioè  due)  povere  e  one- 
ste zitelle  corane  pel  maritaggio,  consi- 
stente ognuna  in  una  veste  di  panno  ver- 
de, colore  di  quella  della  ss.  Immagine, 
ed  in  cedola  di  scudi  25,  tuttora  in  vigo- 
re. Allineile  poi  i  molti  divoti  nel  portar- 
si a  visitare  il  santuario,  avessero  nel  lun- 
go montuoso  tragitto  un  riparo  per  ri- 
covcrarsi  dalla  pioggia,  nella  metà  della 
via  il  sodalizio  fabbricò  una  cappellina 
coll'immagine  del  ss.  Crocefisso.  Erasi  co- 
minciato da  alcune  pie  persone  (fra  le 
quali  il  Ricchi  con  l'antro  o  piccola  cap- 
pella di  s.  Maddalena)  ad  erigere  lungo 
la  strada  la  f'ia  Crucis,  ma  solo  3  essen- 
done state  edificate  a  foggia  di  della  cap- 
pellina e  quindi  divenute  dirute, con  pio 
divisamento  il  sullodato  gonfaloniere  Fo- 
chi, dopo  aver  fatto  costruire  agiata  e 
comoda  via  conducente  al  santuario,  la- 
teralmente vi  fece  erigere  i4  cappelline 
per  le  stazioni  della  Via  Crucis,  onde  i 
fedeli  possano  esercitarsi  nella  di  vota  pra- 
tica cammin  facendo.  Per  la  custodia 
della  chiesa  e  sua  uflìziatura  vi  fu  stabi- 
lito un  cappellano,  Marchiafava  lodando 
precipuamente  il  zelante  e  degno  sacer- 
dote d.  Giuseppe  Morioni  coranOjche  per 
24  anni  circa  funse  l'uffizio.  E  per  con- 
tinua residenza  vi  fu  collocato  un  eremi- 
ta nell'ampia  e  comodissima  abitazione 
contigua,  fra'quali  si  distinse  il  piissimo 
Saverio  Cupo  napoletano, già  fratello  ge- 
suita, indi  dopo  aver  lasciato  a  Cori  mo- 
numenti di  sua  beneficenza,  divenne  sa- 
cerdote e  confessore  del  vescovo  di  Tivoli 
mg.'  Chiaramonti  poi  Fio  VII.  Lo  stori- 
co Marchiafava  prova  l'antica  e  costante 
divozione  a  questo  santuario  de'  corani 
e  de'popoli  de'vicini  paesi,  massime  nel- 
le pubbliche  calamità  con  processioni,  i 


\  E  L 

voli  a  ppe>i  alle  sue  pareti  pei*  grazie  ri- 
lettile,  le  visite  eie  testimonianze  de'car- 
dioali  vescovi  ;  notando  che  non  manca» 
no  ricorrenti  a  quel  fonte  inesauribile  ili 
grazie  (ed  alcune  ne  li  ferisce  riconosciu- 
le  legalmente),  che  ascendono  il  monte  a 
piedi  scalzi  e  persino  colle  ginocchia  ;  ol- 
ire le  processioni  di  penitenza,  in  alcune 
delle  quali  I'  arciprete  predecessore  suo 
zio  d.  Gio.  Antonio  v'  incedeva  a  piedi 
scalzi  per  fare  de'discorsi  al  popolo;  e  nel 
1 83o-3  i  molti  confrati  di  Semionda  ve- 
stiti di  sacco  e  col  cappuccio  calalo,  die- 
rono  edificazione,  col  recarsi  al  santuario 
processionalmente,  cioè  per  circa  un  mi- 
glio di  strada  montuosa  e  allora  ancora 
alpestre,  disciplinandosi  continuamente 
con  islroineuti  di  ferro  ed  effusione  di 
sangue.  I  marinari  naviganti  nel  Mediter- 
raneo, se  sono  sorpresi  dalla  burrasca  nel 
tratto  di  mare  rimpetto  a  questo  santua- 
110,  donde  esso  per  la  sua  elevatezza  si 
scorge,  invocano  con  fiducia  il  nome  del- 
la Madonna  della  Ginestra,  titolo  relati- 
vo al  narrato  di  sopra.  Per  le  frequenti 
offerte  si  potè  formare  un  capitale  colle 
cui  reuditesi  mantiene  decorosamente  la 
chiesa.  No»  mancarono  ad  accrescerlo 
pii  legali,  anzi  il  corano  Marc' Antonio 
Pellachio  gli  lasciò  lutto  il  suo  patrimo- 
nio, e  nel  portico  del  tempio  se  ne  legge 
la  marmorea  memoria  del  1618.  Inse- 
guito fu  rimosso  il  campanile  dalla  fac- 
ciata della  chieda,  ed  eretto  sopra  la  sa- 
grestia, e  nel  1829  vi  fu  stabilmente  co- 
struita l'orchestra  per  situarvi  l'organo 
acquistato  dall'encomiala  arcieonfraler- 
nila,comesi  legge  nell'iscrizione.  Lungo 
sarebbe  l'accennare  gli  effetti  di  predile- 
zione provati  da'eorani,  per  la  continua, 
manifesta  e  possente  protezione  della  Ma- 
donna del  Soccorso,  ue'privati  e  generali 
bisogni,  inclusi  vamente  alla  cessazione  del 
furioso  incendio  nel  1821,  e  poscia  alla 
inuahile  preservazione  dalla  tremenda 
pestilenza  del  cholera,  per  cui  nel  1837 
si  fece  pubblico  e  soletme  voto  perpetuo 
del  digiuuo  nella  vigilia  di  sua  festa,  e  di 

VOL.   LXXXl.V 


V  E  L  177 

procurare  l'elevazione  al  rito  di  r. "classe 
ali 'uffizio  proprio  accordato  da  Pio  VI  e 
Pio  VII  (procurato  dal  zelo  e  premute 
del  canonico  decano  d.  Francescantonio 
Marchetti  priore  per  più  anni  del  soda- 
lizio), oltre  altre  dimostrazioni  divole. 
Ma  la  più  autentica  testimonianza  e  il 
più  glorioso  documento  della  celebrità  di 
sì  miracolosa  Immagine,  è  l'essere  stata 
solenuementecorouata  con  quella  del  di- 
viu  Figlio,  con  corone  d'oro  dal  capitolo 
Vaticano,  ad  istanza  degli  officiali  del  san- 
tuario, di  tulio  il  clero  e  de'pubblici  rap* 
preseutanti,  dopo  aver  fatto  constare  con 
autentici  documenti  l'antichità,  celebri- 
tà della  ss.  Immagine  e  le  numerosissi- 
me grazie  e  miracoli  per  mezzo  di  essa 
operati  da  Dio.  11  capitolo  Vaticano  de- 
legò ad  eseguirne  la  coronazione  mg.1 
Paolo  Ciotti  vicario  generale  di  Velletri 
e  poi  vescovo  di  Segni,  che  l'effettuò  a' 
2t  settembre  1778.  La  decorosa  funzio- 
ne, con  indulgenza  plenaria  accordata  da 
Pio  VI  per  8  giorni,  le  pubbliche  dimo- 
strazioni di  gioia  de'corani  tulli  commos- 
si da  tenera  divozione;  le  pompe  festive 
ed  i  sontuosi  addobbi  del  santuario,la  pro- 
cessione, il  triduo,  le  luminarie,  i  fuochi 
artificiali,  l'accademia  letteraria,  le  cor- 
se de'  cavalli  ;  tutto  minutamente  viene 
descritto  dall'  accurato  storico  arciprete 
Marchiafava,  ri fereudo  altresì  l'iscrizio- 
ne marmorea  scolpita  a  perenne  memo- 
ria della  fausta  e  gloriosa  celebrata  co- 
ronazione, principalmente  promossa  dal 
zelantissimo  camerlengo  del  santuario  e 
benemerito  per  circa  20  anni,  d.  Pietro 
Paolo  Carucci  dotto  corano, a  lui  doven- 
dosi pure  la  cura  d'aver  fatto  tessere  in 
Roma  i  parati  di  damasco,  poi  aumen- 
tali da'successori.  Dalle  monache  si  con- 
serva ancora  e  si  rifonde  cou  altro,  parte 
dell'olio  arso  nelle  lampade  innanzi  la  ss. 
Immagine  nelle  feste  di  sua  coronazione, 
la  cui  unzione  è  efficacissima  per  sanare 
gli  animali  dal  morbo  del  verme.  E  qui 
dirò  col  Marchiafava,  che  innurnerabili 
sono  gli  esempi  che  sì  leggono  d'infermi 

12 


178  VEL 

miracolosamente  sanati  per  mezzo  del- 
l'unzione dell'  Olio  (J7.)}  che  arde  nelle 
lampade  delle  chiese  avanti  le  ss.  Imma- 
gini, specialmente  della  Madonna,  come 
si  Ua&slTràmbtW't,  De  ailtu  Sanctorum, 
Dissert.  i  o,  cap.  37.  Questi  dice,  ch'è  sì 
mitico  e  universale  questo  pio  costume, 
the  gli  slessi  turchi  vedendone  ne'cristia- 
ni  i  mirabili  effetti,  sogliono  servirsi  del- 
l'olio delle  lampade  che  ardono  innanzi 
1'  immagini  di  Maria  ss.,  e  ne  riportano 
non  piccoli  benefizi.  Parlando  s.  Gio.  Cri- 
sostomo di  tali  lampade,  narra  neW'Uo- 
milia  33  in  31allheum,  che  a'suoi  (empi 
i  fedeli  tulli  usavano  ungersi  nell'infer- 
mità coll'olio  che  ai  deva  nelle  chiese  den- 
tro le  lampade  medesime,  e  restavano  li- 
beri da  ogni  malore. Termina  l'arcipre- 
te Marchiafava  l'edificante  Breve  istoria, 
col  riferire  l' indulgenze  plenarie  e  par- 
ziali concesse  pe'visitanli  il  santuario,  da 
Clemente  Vili  e  Pio  VI,  nonché  da  Pio 
VII,  il  quale  dichiarò  privilegiato  l'ai- 
tate della  Madonna  ;  come  si  solennizza 
l'annua  festa  della  Madonna  del  Soccor- 
so da'eorani  (non  più  avendo  luogo  nella 
processione  alcuni  uomini  chiamati  Bat- 
tenti che  si  flagellavano  a  sangue  per  tut- 
ta la  lunga  via  che  corre  dal  duomo  al 
santuario,  indi  da  quel  sodalizio  medica- 
ti e  ristorati  ;  poiché  per  la  gara  di  bat- 
tersi più  foi  temente,  divenuto  una  spe- 
cie di  pubblico  spettacolo,  furono  proi- 
biti nel  1762),  anche  colla  fiera  franca  di 
8  giorni  nella  piazza  fuori  di  porta  Se- 
guirla ;  e  riproducendo  l' iuno  in  onore 
«Iella  B.  Vergine,  e  l'orazione  con  indul- 
genza concessa  dal  vescovo  cardinal  Ales- 
sandro Mattei  a  petizione  di  Vincenzo 
Tommaso  Marchetti.  Nel  mezzo  della  cit- 
tà di  Cori  a  Monte,ossia  fra  questo  e  Co- 
ri a  Valle,  sorge  la  già  pari  occhiale  an- 
tichissima chiesa  di  s.  Olivo  vergine  aua- 
gnina,  che  da  remoto  tempo  è  la  prin- 
cipale patrona  de'corani,  i  quali  ne  cele- 
brano ia  festa  con  fiera  franca  nella  1. 'do- 
menica d'agosto  (altre  due  fiere  franche 
Souo  quelle  della  suddetta  2."  domenica 


VEL 

di  maggio,  e  de' 7  settembre  per  la  fcita 
solenne  di  s.  Nicola  da  Tolentino  che  ce- 
lebrasi a'  10).  Del  suo  venerabile  corpo 
esistente  nella  patria  basilica,  in  questa 
sira  chiesa  si  conserva  un'insigne  reliquia 
rinchiusa  in  un  braccio  d'  una  statuirla 
rappresentante  la  santa,  con  ramo  d'oli- 
vo in  mano  e  corona  in  capo.  Secondo  al- 
cuni, come  notai,  occupa  l'area  del  tem- 
pio di  Giano,  e  le  superstiti  colonne  ne 
adornano  la  principale  nave.  L'opinione 
del  JNibby,  che  la  chiesa  abbia  cambiato 
forma,  pure  già  la  riferii.  Aggiungerò  con 
esso,  che  il  portico  originale  della  chiesa 
forma  oggi  una  specie  di  nave  alla  cap- 
pella del  ss.  Crocefisso,  e  la  sua  volta  fu 
dipinta  a  fresco  da  un  artista  bizzarro  nel 
secolo  XVI  (meglio  nel  XV),  che  ad  una 
immaginazione  fervida  non  seppe  accop- 
piare né  purità,  né  disegno,  né  un'ordi- 
nata composizione.  Egli  vi  effigiò  fatti  del 
vecchio  e  uuovoTestamenlo,  ed  è  curio- 
so vedere  come  rappresentò  la  creazione 
degli  animali,  e  quella  della  donna.  L'il- 
lustre archeologo  non  sembrami  esalto 
nel  dire,  che  un'iscrizione  mostra  la  chie- 
sa eretta  dal  generale  agostiniano  Mas- 
sari, e  ridotta  nt!  pieno  suo  splendore  dui 
cardinal  Polo  romano  nel  1667.  Osser- 
verò, che  in  tal  anno  non  esisteva  cardi- 
nale di  lai  cognome,  del  quale  ninno  fu 
romano;  quanto  al  l'operato  dal  religioso, 
megli  j  lo  dirò  cogli  storici  patii».  Sog- 
giunge Nibby:  La  tribuna  di  questa  na- 
ve ha  pitture  dello  stile  di  Pinturicchio, 
che  rappresentano  la  Coronazione  incie- 
lo della  ss.  Vergine.  In  generale,  i  cora- 
ni tengono  in  gran  pregio  le  pitture  del- 
le pareti  di  s.  Oliva.  Conviene  che  io  pri 
ma  narri.  I  religiosi  agostiniani  calzali 
Cori  anticamente  dimoravano  nel  con- 
vento dell'Insito  eretto  nel  secolo  XI 11 
fuori  di  [torta  Romana,  ove  visse,  morì 
forse  fu  sepolto  nel  1392  il  veri,  servo  di 
Dio  Sante  Laurienti  da  Cora,  di  cui 
va  procurando  la  beatificazione  equipol- 
lente: si  venera  in  questa  chiesa  il  suo  ri- 
trailo nel  1 ,°  aitai  e  situato  a  sinistra  nel- 


VEL  VEL  179 
l'enlrare  in  essa  dall'antica  nave.  A  ino-  de' vescovi  e regolari,colla  condizione  che 
livo  del  suo  clima  poco  sano,  al  dire  di  il  locale  e  suoi  annessi  fosse  ceduto  ad  uu 
Marocco,  fu  trasferito  il  convento  in  cit-  istituto  religioso  insegnante.  Di  fatti,  leg- 
là,  e  nel  sito  antico  si  formò  la  villa  de'  go  nel  Giornale  di  Homade  18  ottobre 
Fasanel!a,ora  de'conti  Cataldi-Tassoni.  i853,cheilmunicipio  di  Cori  nel  lodevo- 
le traslazione  nella  città  segui  nel  i465  lissimo  desiderio  di  provvedere  all' istru- 
per  opera  del  rinomatissimo  p.  Ambio-  zione  religiosa ,  morale  e  letteraria  della 
gio  Massari  corano  generale  degli  ago-  gioventù  (non  mancava  tuttavia  Cori  di 
si  iniani,  celebre  per  dottrina  e  opere eru-  scuole  necessarie  all'istruzione  de'giova- 
dite.  Ottenne  egli  da  Paolo  li  che  fossero  netti,  come  ricavo  da  Marocco),  mediati- 
soppresse  due  parrocchie,  una  di  s.  Lo-  te  il  vescovo  e  legato  cardinal  Macchi,  u- 
renzo,  la  cui  chiesa  esisteva  nel  vicolo  det-  miliò  preghiera  al  Papa  Pio  IX  perche 
to  Bagnatolo,  l'altra  di  s.  Oliva,  nella  cui  volesse  destinare  la  chiesa  e  il  convento  di 
chiesa  collocò  i  suoi  frali,  e  attribuì  le  s.  Oliva  ad  un  istituto  religioso  insegnar.- 
rendite  dell'estinte  parrocchie.  Il  cardi-  te.  Ed  avendo  conseguito  tale  benefizio, 
nal  vescovo  Estouteville,  e  protettore  del-  il  gonfaloniere  Giovanni  Prosperi-Buzi  e 
l'ordine,  aggiunse  alla  chiesa  di  s.  Oliva  gli  anziani,  con  piena  deliberazione  del 
l'altra  navata  a  volta,  come  la  parte  pie-  consiglio  municipale,fecero pratiche  pera- 
cedente,  colle  ricordate  pitture  del  Te-  vere  i  chierici  regolari  minori;  e  avutili  col 
slamento;  e  nel  1466  da' fondamenti  consenso  del  cardinal  vescovo  e  median- 
(  Marocco  riportando  un  brano  di  mss.  tebeneplacitoapostolico,  sul  principiodel 
municipale,  questo  dice  il  convento  fab-  1802  poterono  aprire  le  scuolein  Coriaf- 
bricato  neh' anno  i43g)  l'adiacente  va-  fidate  alle  cure  di  si  operosi  istitutori.  In- 
sto convento  (mentre  edificava  quello  di  oltre  il  municipio  vide  compiuti  i  suoi  de- 
li orna  a'medesimi  agostiniani  colla  chie-  siderii,  ch'erano  quelli  di  tutti  i  cittadini, 
sa),  come  scorgesi  dal  suo  stemma  inci-  quando  i  chierici  regolari  minori  poterò- 
so  in  una  delle  colonne  di  marmo  nel  110  aprire  nella  loro  casa  anche  un  colle- 
corridore  superiore  del  chiostro,  e  fuo-  gio convillo:alIora  cessò  la  condizione  pie- 
ri  della  porta  d'ingresso  del  convento.  Il  caria  dell'istituto  in  Cori, ed  i  religiosi  ino- 
detto  chiostro  è  elegantissimo,  tutto  cit-  delatori  della  gioventù  co  rana  furono 
condato  di  colonne  di  marmo  detto  di  Fi-  messi  nell'aprile  1 853  al  solenne  possesso 
lenze.  Dice  il  Piazza  che  il  cardinale  nel  de' beni  destinati  al  mantenimento  loro, 
conventosi  riservò  uu  comodo  apparta-  Le  belle  speranze  concepiteda'corani  non 
mento  (sopra  I'  antica  nave  della  chiesa,  restarono  deluse,  come  apparve  dal  pub- 
seri  ve  Ricchi),  anche  per  uso  de'vescovi  e  blico  saggio  dato  da'  giovani  delle  nuove 
loro  ministri  ecclesiastici,  onde  i  cardi-  scuole  a'3o  settembre,  mostrando  quan- 
nali  vescovi  di  Velletri  recandosi  a  Cori  ta  sia  l'altitudine  de'maestri  novelli  nel- 
in  esso  dimorano  anche  al  presente.  Tut-  l' insegnamento  ,  e  quante  siano  slate  le 
to  il  cardinale  fece  ad  istanza  del  p.  Am-  loro  cure  per  corrispondere  alla  comune 
brogio,  ni  quale  però  voglionsi  attribuì*  espettazione,  onde  ammaestrare  i  giovani 
re  l'eseguite  pitture  e  la  nuova  nave,  di-  corani  nelle  lettere,  e  educarli  a'veri  piin- 
cendosi  Coranus  nella  lapide  che  pose  cipii  della  religione,  senza  cui  è  nulla  o- 
sulla  porla  del  tempio,  ed  al  convento  la-  gni  istruzione  scientifica.  Nel  seguente 
sciolina  biblioteca  con  iscelli  libri;  e  pò-  1  8:>4  '  chierici  regolari  minori  colloca- 
co  dopo  nel  1480  fu  tenuto  nel  medesi-  rono  nell'altare  maggiore  della  chiesa  di 
ino  un  capitolo  provinciale.  11  convento  s.  Oliva  il  bellissimo  quadro  esprimente 
di  s.  Oliva  fu  soppresso  a'3o  giugno  1845  il  fondatore  loros.  Francesco  Caracciolo, 
con  decreto  del  cardinal  Orioli  prefetto  egregiameuteopeiatodalgiovaueMarche- 


i8o  VEL 

si  (li  Corsica  studente  di  pittura  in  Roma. 
E  quanto  all'istruzione  pubblica  qui  ag- 
giungerò, cbe  esiste  altresì  in  Con  l'am- 
pia e  comodissima  casa,  con  privala  cap- 
pella, delle  maestre  pie  dell'istituto  fon- 
dalo dalla  viterbese  Uosa  Venerisi ,  le 
quali  tengono  pubblica  scuola  per  le  fan- 
ciulle e  ricevono  anche  a  convillo  le  gio- 
vanette,  riuscendo  assai  proficue  pel  ze- 
lo loro  civile  e  religioso.  Sulla  cima  del 
monte  di  Cori,  vicino  alla  collegiata  de'ss. 
Pietro  e  Paolo,  e  unito  al  palazzo  già  de' 
marchesi  CevaDuzi  (acquistato  e  donato 
a!  monastero  per  ampliarlo  dal  beneme- 
rito primario  deputato  mg.r  Alessandro 
I\].a  Tassoni  nel  1822,  di  che  nel  parlato- 
rio è  la  lapide  riferita  da  Marocco  eoa 
delta  data,  ma  non  come  dice  il  Marchia- 
fava  che  in  tale  anno  il  prelato  1'  acqui* 
sto,  essendo  già  morto. Questo  illustre  pre- 
lato nacque  da  Florido  nobile  di  Fermo 
e  governatore  di  Cori  pel  senato  romano, 
da  Pio  VII  nel  1802,  fu  fatto  uditore  di 
Piota  e  nel  1816  suo  uditore,  morto  in 
Poma  a'3  1  maggio  18 18,  il  cui  Diario 
nel  n.°44>co"'L,mveisa'ene  pianse  la  per- 
dita,  e  lodò  altamente  qual  giudice  per  sa- 
pienza e  integrità  a  iiiuno  secondo,  uno 
de'più  eccellenti  iti  dottrina, i.°  splendo- 
re dei  foro  romano,  lasciando  immorta- 
le la  sua  opera,  La  Religione  dimostra- 
ta e  difesa)  è  l'ani  piissimo  monastero  del- 
le Clarisse  del  terz'ordine  di  s.  Francesco, 
uno  de'più.  belli,  ampi  e  ameni  delle  prò- 
vincie  di  Marittima  e  Campagna.  Fu  isti- 
tuito da  un'altra  viterbese  la  ven.  serva 
di  Dio  suor  Lilia  Maria  del  ss.  Croceiis- 
60  l'8  ottobrei  757,  ed  è  il  5.°  da  lei  fon- 
dalo (uel  voi.  XXVI,  p.191  e  192,  par- 
lando di  questa  serva  di  Dio,  ne  nominai 
due,  cioè  quello  di  Viterbo,  e  quello  di 
Pionciglione  che  fu  chiuso  nella  2/  inva- 
sione francese;  gli  altri  due  e  tuttora  a- 
perli  sono  quelli  della  ss.  Concezione  in 
Monte  Santo  diocesi  di  Sinigaglia,e  quel- 
li de*  ss.  Filippo  e  Giacomo  apostoli  in 
Ischia  diocesi  d'Acquapendenle),sotto l'in- 
vocazione della  Madonna  del  Buon  Con* 


VEL 

siglio  e  del  patriarca  s.  Giuseppe;  e  colla 
slessa  nel  i85o  si  cominciò  la  fabbrica  del- 
la nuova  e  compita  omonima  chiesa,  più 
grande  e  più  comoda  dell'antica,  non  cor- 
rispondente più  al  monastero,  la  quale 
venne  stabilita  per  altro  uso  del  mona- 
siero  ,  per  munificenza  del  vescovo  car- 
dinal Macchi,  come  apprendo  da  Banco, 
cioè  vi  contribuì  con  elargire  copioso  soc- 
corso. Le  Costituzioni  per  le  Monache  ec. 
furono  impresse  in  Roma  nel  1 836  costi- 
pi Vaticani.  R.ilevo  dal  Marchiafava,  che 
il  processo  apostolico  sulla  fama  di  san- 
tità, virtù  e  miracoli  della  ven.  suor  Li- 
lia e  sua  beatificazione,  fin  dagli  1  1  mar- 
Z01820  fu  approvatodaPio  VII  (il  Coni- 
pendio  della  sua  vita,  stampato  in  Ro- 
ma nel  1808  da  un  chierico  regolare  mi- 
nore, dicesi  del  p.  Quarantotti  :  già  nel 
1802  erastato  pubblicato  altro  Compen- 
dio, intitolato  al  cardinal  York  ponente 
della  causa);  e  di  più  loda  la  benemerita 
badessa  da  43  anni  suor  Maria  Teresa 
Prosperi*  Buzi,  anche  per  aver  contribui- 
to col  tuo  impegno  e  premura  all'ampiia- 
zione  del  ristrettissimo  antico  monastero, 
coll'aggiùnla  del  suddetto  palazzo.  Altre 
notizie  le  riferirò  poi.  Intantodiròcol  me- 
desimo scrittore,  che  in  Cori  in  altri  tem- 
pi vissero  molte  terziarie  agostiniane  e 
francescane,  coli'  abito  proprio  ,  celibi  e 
osservanti  le  regole  nelle  rispettive  case, 
specialmente  nelle  primarie.  Senza  diredi 
altre  chiese  della  città,  farò  menzione  del 
bellissimoe  pubblico  oratorio  eretto  nella 
parrocchia  della  ss.  Trinità  dalla  pietà  de* 
corani  a  memoria  e  onore  del  gran  con- 
cittadiuo  b.  Tommaso  Placidi  da  Cori  de' 
minori  osservanti,  di  cui  poi  riparlerò,  con 
disegnodel  valente  Nicola  Giansimoni  ve- 
literno,  contiguo  alla  stanza  ove  nacque, 
a  cui  solo  mancava  da  ultimo  il  prospet' 
to  esterno.  Tale  architetto  oltre  l'avere 
prestato  l'opera  sua  lodata  gratuitamen- 
te, per  riconoscenza  d'essere  rimasto 
leso  da  pericolosa  caduta  da  cavallo  DI 
recarsi  a  Cori,  legò  all'oratorio  una  sot 
ma  per  l'annua  celebrazione  di  messe 


VE  L 

stilli-agio  della  propria  anima.  Riferisce 
Marchiata  va,  che  di  quest'ani  pio  e  deco- 
roso oratorio  gettò  la  impietra  ne'fouda- 
oieti ti  il  conventuale  mg.'  Filippo  Anto- 
nio Dulia  torinese  vescovo  di  Zenopoli  e 
sulfraganeo  d'Ostia  e  Velletri  1'  i  i  set- 
tembre 1792;  indi  solennemente  bene- 
detto e  aperto  alla  pubblica  venerazione 
dall'altro  sulfraganeo  mg/  Geraldo  Ma- 
rioli vescovo  d'  Eie  usa  ,  I'  1 1  settembre 
i832,  dopo  aver  solennemente  benedet- 
te nella  collegiata  de'  ss.  Pietro  e  Paolo 
due  campane,  una  per  la  medesima  e  l'al- 
tra per  l'oratorio.  Il  quadro  dell'altare 
maggiore  di  recente  egregiamente  lo  di- 
pinse il  lodato  civ.  Manno  palermitano, 
lappi  'esentando  il  Beato  in  alto  di  fare  le 
sanie  missioni  ad  una  turba  di  uditori» 
Lo  stesso  artista  e  pel  medesimo  orato- 
rio, per  altro  altare  dipinse  1'  immagine 
di  s.  Hocco.  Egli  già  nel  1827  avea  dipin- 
to stupendamente  perla  cappella  del  se- 
nato romano  in  Campidoglio,  dopo  che 
questo  avea  assunto  il  Beato  per  uno  de' 
suoi  celesti  protettori,  il  quadro  descritto 
e  assai  encomiato  dal  11. °  8  del  Diario  di 
Uomo,  del  1828,  che  pure  riporta  la  la- 
pide eretta  nella  cappella  colla  dichiara- 
zione del  quadro.  Rappresentò  il  b.  Tom- 
maso ,  quando  negli  ultimi  di  sua  vita 
trovandosi  in  Cori  nell*  abitazione  della 
famiglia  de' Marchetti  presso  il  tempio 
detto  d'Ercole,  che  gli  era  carissima,  con 
un  semplice  taumaturgo  segno  di  croce 
istantaneamente  guari  il  giovinetto  Or- 
tensio Marchetti  d'un  tumore  carnoso  che 
gli  rendeva  deforme  il  volto  e  gli  toglie- 
va interamente  l'uso  dell'occhio  destro; 
il  quale  Ortensio  in  maggior  età  ebbe  la 
ventura  di  venerarlo  fra'beali,  e  di  predi- 
care lo  stupendo  prodigio  di  cui  era  sta- 
to soggetto.  La  beneficata  famiglia  fece 
incidere  più  rami  del  Bealo  e  rappresen- 
tare il  miracolo  dal  bulino  del  sommo 
BlorgUen,  le  quali  incisioni  il  più  volte  11- 
eoulato  Vincenzo  Tommaso  tìglio  d'Or- 
tensio, teneramente  divolissiruo  del  glo- 
rioso concittadino  ,  umiliò  odia  riferita 


VEL  181 

circostanza  a  Leone  XII,  col  cui  benepla- 
cito tutto  erasi  operato,  insieme  ad  un  li- 
bro ascetico  tutto  vergato  di  propria  ma- 
no dallo  stesso  beato  e  autenticato  dalla  s. 
e.  de'Biti.  A  Uro  quadro  che  esprime  il  me- 
desimo prodigio  esistcnella  cappella  oora 
torio  domestico  de'Marchetti  in  Cori,  de- 
dicata a  Dio  in  onore  del  suo  veu.  servo, 
la  quale  gode  il  privilegio  come  la  cappel- 
la di  s.  Filippo  del  Palazzo  Massimo  in 
Roma.  Sono  erette  in  questa  città  2  ar- 
ciconfraterniteei  1  confraternite,!  cui  con- 
frati vestono  sacco,  stabilite  alcune  nelle 
chiese  parrocchiali  e  altre  ne'pubblici  o- 
ratorii  delle  medesime,  tutte  uffiziate  da 
secolari.  Sono  l'arciconfraternite,  quella 
rammentata  della  Madonna  del  Soccorso, 
e  l'altra  di  s.  Rocco.  Sono  le  confrater- 
ni te.agg  re  gate  canonica  mente  all'arcicon- 
fraternite  di  Roma,  due  del  ss.  Sagra- 
melo, due  del  Gonfalone,  del  Suffragio, 
della  Morte,  di  s.  Girolamo  della  Carità, 
del  Carmine,  del  Rosario,  del  Sagro  Cuo- 
re di  Gesù  ,  di  s.  Fraucesco  di  Paola.  So- 
dalizi senza  sacco  sono  quelli  della  Cin- 
tura di  s.  Monica,  del  Terz 'ordine  di  s. 
Francesco,  delle  sorelle  di  s.  Vincenzo  de 
Paoli,  della  B.  V.  Addolorala,  del  di  Lei 
Sagro  Cuore  e  Patrocinio.  Gl'istituti  di 
beneficenza  e  ospedali  di  Cori  sono  lodali 
da  un  articolo  i\t\V  Album  di  Roma,  inti- 
tolato Co/v'jColla  veduta  della  città  dal  la- 
to degli  avanzi  del  tempio  di  CastoreePol- 
luce;  articolo  riportato  nel  1. 15,  p.  257, 
ma  qualificato  dal  vero  amor  patrio  del 
Marchetti,  in  una  lettera  a  me  scritta:  O- 
uore vote  per  Cori,  elaborato,  erudito,  ma 
alquanto  esagerato;  lodando  seuza  rimar- 
chi quello  di  Nibby.  Trovo  nel  Ricchi, 
che  in  Cori  furono  fondati  3  ospizi,  uno 
pe'sacerdoti  esteri,  dalia  pietà  del  capita- 
no Lorenzo  Cliiaiy,  però  a  beneplacito 
de' successoli  suoi  ,  i  quali  a  suo  tempo 
continuavano  la  pia  disposizione,  sommi- 
nistrando per  due  giorni  abitazione  e  vit- 
to. Gli  altri  (ìi\e  si  destinarono  per  rico- 
vero de'miserabili  passeggeri,  a'  quali  se 
infermi  si  somministrava  il  necessario  dal- 


»$a  VEL 

le  confraternite  del  Gonfalone.  Fin  dal 
settembre  1778  fu  eretta  in  Cori  una  pub- 
blica letteraria  e  poetica  adunanza  col  no- 
me di  Accademia  de'  soci  Intrepidi,  e 
ne  fui. "custode  il  dotto  e  virtuoso  gesui- 
ta Felice  di  Dio  napoletano,  morto  in  ca- 
sa de'Corbi  dove  abitò  per  molti  anni,  ce- 
lebrato dal  Marcbiaiava  eziandio  per  ave- 
1  ecomposto  l'erudita  ed  elegante  introdu- 
zione in  prosa  nella  fausta  occasione  del- 
la coronazione  della  Madonna  del  Soccor- 
so, die  fu  lai. "tornata  accademica.  Que- 
sta solennemente  si  tenne  in  quel  santua- 
rio dopo  il  vespero  del  3.°  giorno  del  tri- 
duo, recitandosi  pure  molti  brillanti  poe- 
tici componimenti  allusivi  alla  gioconda 
solennità  e  di  encomio  alla  prodigiosa  Im- 
magine, e  intramezzati  da  vari  concerti 
d'organo  e  di  stromenti  da  fiato.  L'acca- 
demia prese  per  insegna  un  albero  d'al- 
loro, con  un  fidmine  accanto,  e  l'epigra- 
fe: Ne  quidem  fulmina  terreni.  Dissi  già, 
ebe  da  Cori  per  la  porta  Roaiana  e  ame- 
no passaggio  si  va  a'vicini  suburbaui  del- 
la bella  e  decorosa  cbiesa  ed  ampio  e  con- 
veniente convento  di  s.  Francesco  de'mi- 
nori  osservanti,  situati  in  delizioso  picco- 
lo colle,  e  descritti  dal  p.  Casimiro  da  Ro- 
ma. In  questo  sito  anticamente  era  lacbie- 
sa  di  s.  Margberita  e  il  monastero  delle 
monache  di  s.  Agostino,  da  esse  abbando- 
nali nel  secolo  XV,  di  maniera  che  si  la 
chiesa  e  sì  il  monastero  erano  prossimial- 
la  totale  rovina.  Il  perchè  dal  comune  di 
Cora,  amante  de'  figli  di  s.  Francesco,  fu 
chiesto  a  Nicolò  V  il  permesso  di  fabbri- 
care nel  medesimo  luogo  un  convento  a' 
frali  minori;  ed  il  Papa  non  meno  desi- 
deroso di  compiacere  i  corani,  che  di  fa- 
vorire i  religiosi,  ne  commise  l'ali  ire  a  Ni- 
colò di  Lorenzo  arciprete  D.  Marine  de 
Plebe,  col  breve  Pia  Deo,  de'20  aprile 
i45«.  Sebbene  l'arciprete  procedesse  per 
rimuovervi  Pietruccio  Lodovici  chierico 
di  Vellelri  che  aveali  occupati,  e  ne  pro- 
nunziasse sentenza  a'2  1  giugno,  questa  e 
il  breve  non  ebbero  alcun  effetto.  Però  i 
Corani  non  abbandonarono  l'impresa,  fot- 


VEL 

s'anche  per  solenne  voto  fitto,  ovvero  per 
sperare  dall'orazioni  de'francescani  la  ces- 
sazione delle  gravi  e  perniciose  discordie, 
da  lungo  tempo  insorte  tra'nobili  e  il  po- 
polo, onde  temevasi  che  la  città  non  aves- 
se in  breve  a  restare  disabitala  e  con  pre- 
giudizio di  loro  anime.  Laonde  nel  prin- 
cipio del  secolo  seguente  i  corani   fecero 
nuove  istanze  al  ministro  della  provincia 
romana  de'miuori  osservanti,  ed  insieme 
al  proprio  vescovo  cardinal  Riario,  il  qua- 
le gli  esaudì  con  diploma  de'  27  giugno 
l5i  I,  diretto  Dìleclis  Nobis  in  Chrislo 
novem  Bonis  hominibus,  concilio  et  Coni* 
munì  civitatis  Corae  salute/n  in  Domi* 
no  sempiternavi.  Pertanto  il  comunecon- 
segnò  a'  frati  la  piccola  chiesa  di  s.  (rio. 
Battista,nèpiùsi  parlò  di  quella  di  s.  Mar- 
gherita, di  cui  non  è  rimasto  che  il  nome. 
Già  neh  5 16  i  frali  aveano  preso  posses- 
so della  chiesa,  la  quale  solo  abbracciava 
lo  spazio  formante  il  coro  e  presbiterio 
della  presente,  ludi  i  corani  principiaro- 
no la  fabbrica  del  nuovo  convento  e  l'in- 
grandimento della  chiesa  ,  precisamente 
nel  sito  detto  Serrone,  e  con  pia  genero- 
sità donarono  pure  case  e  possessioni,non 
essendovi  povero  alcuno  che  non  offrisse 
qualche  cosa  per  la  fabbrica  della  chiesa, 
il  tutto  ratificato  dal  comune  con  forma* 
leatto  del  1 5 1  7.  Proseguendosi  la  fabbri- 
ca del  convento  ,  fu  chiesto  a   Clemente 
VII  il  necessario  beneplacito  apostolico, 
e  lo  concesse  al  ministro  della  provincia 
col  breve  Clivi  Universitas,  de'  5  aprile 
i5t.5,  data  che  corregge  l'errate  da  Gou- 
zaga,  Piazza,  Ricchi  e  Nibby,  attribuen 
dolo  essi  ah  52  i,e  mentre  Clemente  VI 
fu  eletto  neh  523;  errore  ripetuto  aneli 
da  altri  corani  moderni.  Continuandosi 
compiere  le  fabbriche  della  chiesa  e  d 
convento,  finalmente  restarono  perlezio- 
nate  nel  1628,  sempre  co'successivi  soc- 
corsi del  comune  e  di  molli  particola! 
tranne  il  nobile  soffitto  dell'unica   uà 
lodevolmente  intagliato  e  riccamente  d 
rato  da  Luigi  Guarniero,  colla  figura 
s.  Francesco  d'Asisi  uel  mezzo,  che  pri 


i- 

ì 


v  i;  l 

cìpiato  nel  167  3  ebbe  fine  nel  1676,  con- 
Iribuendovi  precipuamente  Ilosato  Buc- 
ciarelli.   Per  ullimo  a'4  giugno  1686  la 
chiesa   fu  solennemente  consagrata    da 
mg.'  Antonio  Marinari  carmelitano  ve- 
scovo di  'Pagaste  e  sulhaganeo  di  Velie- 
tri.  Quattro  altari  ornati  di  stucchi  sono 
dal  lato  dell'Epistola  e  altrettante  cappel- 
le da  quelle  del    Vangelo,  alcune  delle 
quali  gentilizie,  come  quella  dell'  Imma- 
colata Conce/ione  della  famiglia  Luzj , 
di  tutte  rendendone  ragione  il  p.  Casi- 
miro e  riferendo  l' iscrizioni  della  chiesa, 
anco  non  più  esistenti,  in  uno  al  copio- 
sissimo catalogo  delle  ss.  Reliquie  e  diver- 
se insigni,  tutte  autenticate  ,  oltreché  vi 
si  venera  il  corpo  di  s.  Vincenzo  marti- 
re. Esprime  la  tavola  dell'altare  maggio- 
re la  13.  Vergine  in  alto  d'adorare  il  di- 
vin  Figlio  giacente,  con  altri  Santi  a  lato, 
fra 'quali  s.  Gio.  Battista.  In  questa  chie- 
sa i  religiosi  celebrarono  la  promulgazio- 
ne del  dogma  sull'Immacolato  Concepi- 
mento di  Maria  Vergine,  con  esporre  l'an- 
tico e  venerato  suo  simulacro,  come  no- 
tai nel  voi.  LXXIII,  p.  91.  Il  convento 
è  capace  di  molti  religiosi,  e  nel  1710  da 
Orvieto  vi  fu  trasferito  il  noviziato.  Nel 
chiostro  si  vedono  gli  stemmi  del  comu- 
ne e  de'corani  checontrihuirono  alla  fab- 
brica e  alle  pitture.  Il  refettorio  ha  sedili 
di  noce  adorni  di  belli  intagli,  e  sopra  i 
pilastrini  che  girano  intorno  fr.  Vincen- 
zo da  Bastiano,  che  celebrai  in  quel  pa- 
ragrafo valente  scultore  in  legno, con  mol- 
la pazienza  e  fatica  (con  poco  gusto  dice 
Nihby)  scolpì  le  gesta  dì  s.  Francesco  d'A- 
sisi.  11  vasto  oliveto,  ch'é  a  destra,  uscen- 
do dalla  chiesa,  ha  il  nome  d'  Insito,  ed 
in  esso  presso  la  strada  da  Cori  a  Cister- 
na vedesi  un  piccolo  edilìzio  rotondo  dei 
tempi  betti,  ed  una  chiesuola  dedicala  al- 
l'Annunziata sulla  via  medesima. Questa 
appartiene  al  secolo  XIV  ,  e  sulla  parte 
arcuata  in  forma  gotica  è  un'epigrafe  d'un 
ispagnolo  che  invita  a  due  un  pater  no- 
slir  per  l'anima  sua;  e  di  fianco  si  vede 
un'arma  coi  leone  rampante.  Questa  cine- 


VEL  .83 

suola  conserva  pitture  rappresentanti  sto" 
rie  del  vecchio  Testa iuenlo,di  dello  seco- 
lo. Dice  Nd>by:  Buono  e  diligente  è  il  con- 
torno, l'espressione  e  il  colorito  indiano 
bene  la  natura,  ina  le  figure  riescono  gret- 
te, e  la  mossa  è  stentata.  Anticamente  Co- 
ri ebbe  altre  religiose  famiglie,  e  due  mo- 
nasteri di  monaci  benedettini  cassinesi,  li- 
no fuori  della  città  a  pie  della  selva  nel- 
la contrada  ora  detta  Badia,  la  cui  chie- 
sa era  dedicala  a'  ss.  Erasmo  e  Clemen- 
te, e  se  ne  vedono  i  vestigi;  l'altro  mo- 
nastero era  dentro  la  città  colla  chiesa  di 
s.  Maria  della  ss.  Trinità,  ora  parrocchia- 
le. Ambedue  i  monasteri  colle  loro  pingui 
entrate  dipoi  furono  riuniti  al  monaste- 
ro de'benedelliui  di  s.  Angelo  sopra  Nin- 
fa, ed  in  seguito  a  quello  di  s.  Scolasti- 
ca di  Subiaco,  i  di  cui  monaci  ritengono 
il  padronato  della  chiesa  della  ss.  Trini- 
tà, coli'  obbligo  di  sua  manutenzione.  [ 
canonici  regolari  di  s.  Antonio  abbate  di 
Vienna  aveanoil  monastero  fuori  di  por- 
ta Segnina  colla  chiesa  di  s.  Antonio,  ma 
s'ignora  l'epoca  di  loro  introduzione;  fu- 
rono soppressi  da  Clemente  XI V,  quan- 
do già  non  più  vi  risiedevano,  e  la  chiesa 
co'beni  nel  1789  furono  concessi  da  Pio 
VI  alle  monache  Clarisse  di  Cori ,  colla 
privativa  prerogativa  di  far  benedire  gli 
animali  nella  festa  di  s.  Antonio,  che  ora 
celebrasi  nella  chiesa  del  monastero  del- 
le medesime,  ove  fu  trasferita  la  bellissi- 
ma statua  del  sauto  dalla  sua  chiesa  ove 
si  venerava,  e  in  cui  prima  si  benediceva- 
no gli  animali.  Inoltre  anticamente  esiste- 
va in  Cori  un  monastero  di  monache  a« 
gosliniane  fuori  della  città  alle  falde  del 
monte  Corvino,  sotto  il  titolo  di  s.  Mar- 
gherita vergine  e  martire,  il  cui  ampio 
fabbricato  ora  si  possiede  da'Della  Porta, 
e  tuttora  chiamasi  s.  Margherita.  Fu  esso 
soppresso  da  Urbano  III  Papa  morto  nel 
1  187,  allorquando  prescrisse  la  perpetua 
clausura  alle  monache,  meglio  poi  ingiun- 
ta da  Bonifacio  Vili.  Tanto  narra  il  Mar- 
cbiafava;  ina  quanto  alle  agostiniane  de- 
vesi  leuere  inconsiderazione  quanto  più 


1 84  VE  L 

sopra  dissi  col  p.  Casimiro,  sebbene  pri- 
ma di  lui  il  Ricchi  avesse  raccontalo  il  ri- 
prodotto da  Marchiafava.  Ma  sui  bene- 
dettini è  bene  non  tacete  quanto  ne  scris- 
se il  p.  Casimiro,  comechè  in  parte  di- 
versifica dall'esposto  con  Marchiafava,  e 
conlienealtre  notizie.  Credono  alcuni  che 
i  benedettini  avessero  in  Cori  Monaste- 
riunì  s.  Maximi  Montis  Corae,  e  inoltre 
la  chiesa  di  s.  Leonardo;  ma  egli  non  ne 
trovò  sicuro  riscontro.  Non  così  può  dir- 
si del  monastero  della  ss.  Trinità,  situato 
circa  2  miglia  fuori  della  città,  oggi  to- 
talmente distrutto;  poiché  risulta  dalla 
cronaca  di  Subiaco,  che  Pasquale  II  ver- 
si* ili  i  i4  loricevèsottola  protezione  per- 
petua della  s.  Sede,  e  GregorioX  nel  1275 
l'unì  all'altro  celebre  monastero  di  s.  An- 
gelo sopra  Ninfa,  detto  pure  s.  Maria  di 
Monte  Mirteto,  fabbricato  nel  1216  dal 
cardinal  Conti  poi  Gregorio  IX.  Nel  1288 
il  monastero  della  ss.  Trinità  essendo  re- 
stato senza  monaci,  il  cardinal  Latino  Or- 
sini vescovo  ordinò  all'  abbate  di  s.  An- 
gelo che  di  continuo  dovesse  mantener- 
vi 4  monaci  e  2  conversi;  ed  in  segno  di 
riverenza  e  di  soggezione  olii  ire  un  cereo 
di  4  libbre  alla  cattedrale  di  Velletri  nel 
gorno  di  s.  Clemente;  il  che  fu  confer- 
mato con  bolla  del  contemporaneo  Nicolò 
1 V.  Membro  di  tal  monastero  fu  la  chie- 
sa di  s.  Maria  del  Monte  ,  ossia  della  ss. 
Trinità,  la  quale  tuttavia  riconosce  l'ab- 
bate di  s.  Scolastica.  Nel  secolo  XIII  ne 
aveanocura  3  chierici,  e  penetrandoGre- 
gorio  IX  che  si  volevano  aumentare  ,  or- 
dinò alla  chiesa  in  eodem  numero  esset 
contenta.  Pare  che  nella  chiesa  della  ss. 
Trinità  vi  fosse  sepolto  alcun  abbate,  poi- 
ché il  p.  Casimiro  riporta  |?  epitaffio  del 
pio  abbate  Alberto  da  Cori,  morto  col  ti- 
tolo di  beato  nel  monastero  di  s.  Angelo 
secondo  altri.  Delle  chiese  eromitoiii  che 
nel  principio  del  secolo  XVI  esistevano 
ne'dintorni  di  Cori,  si  può  vedere  il  Ric- 
chi; e  Marocco  fa  menzione  della  basilica 
di  s.  Teodoro inCornnis  finibus^ecoruln 
di  splendide  pitture  da  Papa  Sergio  II. 


V  EL 

L'  origine  de' primi  abitatori  di  Cori, 
come  quella  di  tante  altre  città  del  vec- 
chio Lazio,  si  perde  nella  notte  oscura  de' 
secoli;  tutta  volta  si  sa,  per  attestato  di  più 
autori  antichi  e  moderni,  riferiti  dal  Ric- 
chi, dal  Viola,  dal  Nibby,  per  non  dire 
d'altri,  che  Bardano  ne  fu  il  1°  fondato- 
re, il  quale  fabbricò  Dardania,  poi  appel- 
lata Troia  ,  circa  il  principio  del  secolo 
XXV  dopo  la  creazione  del  mondo,  qua- 
si corrispondente  all' anno  1680  prima 
dell'era  nostra.  In  questo  computo  l'an- 
tichità di  Cori  può  fissarsi  a  circa  8  seco- 
li innanzi  la  fondazione  di  Roma  (F-).  Co- 
sì il  Viola,  illustre  storico  eziandio  di  77- 
voli^F.)  sua  nobilissima  e  celebre  patria. 
Egli  soggiunge:  Non  essendo  improbabi- 
le che  le  volsche  contrade  e  altri  luoghi 
deH'anticoLazio,prima  dell'arrivo diDar- 
dano  fossero  abitate  da'siculieda  altri  po- 
poli barbari,  così  1'  antichità  de'  primi  a- 
bilatori  del  Monte,  dove  ora  siede  Cori, 
deve  spingersi  all'epoca  anteriore  dell'e- 
sistenza di  Dardano.  Protesta  Viola,  che 
quando  si  occupò  a  compilare  la  Storia 
di  Tivoli,  concepì  il  pensiero  di  riunire 
in  pari  tempo  le  memorie  relative  a  Ca- 
ti  Ilo  ed  a  Corace  fratelli  di  Tiburto,  e  fi- 
gli del  vecchio  argivoCatillo,  il  quale  dal- 
le colline  soprastanti  l' A  niene  cacciò  i  bar- 
bari e  v'introdusse  l'incivilimento.  Se 
«cirsi  furono  i  monumenti  trovali  di  Ga- 
llilo giuniore,  non  così  gli  avvenne  per  Co- 
race ,  del  quale  conobbe:  che  fratello  a 
Tiburto,  e  marciando  su!!' orme  del  ge- 
nitore Catillo  seniore,  fin  da'fondnmeuli 
rialzò  una  città,  che  per  l'origine  vetusti! 
poteva  gareggiare  con  quella  dal  padre 
suo  costruita  sulle  rive  dell'  Auiene;  che 
un  medesimo  culto  religioso  nell'uno  e 
nell'altro  era  vigente;  e  che  gli  Dei  pro- 
tettori della  città  cui  die  il  nome  Tibur- 
to,  erano  egualmente  tutelari  della  città 
da  Corace  restaurata.  Conobbe  altresì  il 
Viola  ,  che  Cori  prima  e  dopo  la  fonda- 
zione di  Roma  in  modo  luminoso  ne'  fa- 
sti della  storia  figurava,  e  che  ne'  secoli 
successivi  allo  stabilimento  dell'era  cor- 


A'  E  L  V  E  t                      .Ri 

retile  fu  il'  nomini  dotti  e  illustri  cos'i  fé-  vaio  finn  «'secoli  più  ci vilirznt i  dell'  i<n- 
comla  ,  che  poche  alta  nel  Lazio  e  nelle  pero  romano,  e  ne' successivi  non  soffrì 
volsche  contrade  collocate,  vantar  si  pò-  variazione  che  nella  sola  ultima  lettera 
levano  di  pareggiarla.  Allora  \  iola  si  de-  del  MIO  vocabolo  dicendosi  Cori.  Secon- 
terminò  d'intraprendere  la  compilazione  do  però  il  Ricchi,  il  primitivo  nome  del- 
delle  Memorie  storiche  dì  Carit  ma  con-  la  città  fu  Corito ,  nome  del  padre  del 
fessa  che  il  suo  intendimento  o  sarebbe  fondatore  Dardano,  cioè  Giove  re  d'Ita- 
nffatlo  mancato  o  terminato  imperfetto,  lia  ;  e  fuggito  Dardano  da  Coritó  per  a- 
se  un  cittadino  corano  in  suo  soccorso  vere  privato  di  vita  Jasio  suo  fratello 
non  fosse  venuto.  Avendo  comunicato  il  maggiore,  il  dominio  della  città  restò  al 
suo  progetto  all'  egregio  Vincenzo  Mar-  proprio  figlio  Corillo, il  quale  poi  l'abban- 
rhetti  ,  già  da  lui  conosciuto  per  un  cit-  donò,  in  uno  agli  abitanti,  per  non  esser 
ladino  da  vero  amor  di  patria  animato,  vittima  d'un  ferocissimo  serpente  o  dia- 
si compiacque  dargli  de'lumi,  sommini-  go,  nato  dopo  il  fratricidio,  e  che  secon- 
tirargli  dell'istruzioni  e  fornirlo  di  sehia-  do  l'oracolo  riuscì  a  Corace  d'  uccidere, 
ridienti  e  di  non  pochi  materiali  all'uo-  Di  questo  laconico  cenno,  al  molto  che 
pò  analoghi  e  confacenti.  De'quali  aven-  ne  scrive  Ricchi,  il  Vioia  non  ne  parla, 
do  potuto  il  Viola  profittare,  ebbe  lena  sebbene  citi  il  patrio  scrittore,  per  conve- 
di progredire  nell'incominciato  lavoro;  e  iure  che  Corace  fu  il  2.°  fondatore  e  re- 
se al  termine  di  esso  pervenne,  allo  zelo  stauratore  di  Cora  vetustissima  città;  poi- 
e  alla  gentilezza  di  quel  corano  saggio  e  che  la  riedificò  dalle  rovine,  la  cinse  di 
dabbene  se  ne  chiamò  debitore,  colla  ri-  mura  e  di  fortificazioni,  laonde  e  perque- 
lerita  precisa  dichiarazione.  Premesse  sto  e  per  la  somiglianza  del  nome  ne  fu 
queste  nozioni,  ripiglio  col  Viola  il  filo  di  creduto  fondatore.  Nibby.che  dopo  il  Vio- 
questi  nnei  cenni,  e  come  tali  ripeto  l'av-  la  pubblicò  la  dotta  stia  opera,  riportali- 
vertenza,  che  anco  nel  Viola  sono  innu-  do  diverse  testimonianze  ,  queste  dicono 
merevoli  l'autorità  di  scrittori  colle  qua-  che  i  corani  derivarono  da  Dardano  tro- 
li  tesse  la  sua  narrazione, che  dalla  brevi-  ianoe  fondatore  di  Cora,  mentre  altri  at- 
ta mi  è  vietato  ricordare, ed  in  esposi  pon-  tribuiscono  la  fondazione  a  Coras  o  Co- 
no leggere  le  tante  iscrizioni  cocane  che  race.  Conclude  Nibby,  che  secondo  le  tra- 
riporta  tllusfratecon  moltissimeeruclizio-  dizioni  seguite  da  Plinio  e  da  Solino,  la 
ni  e  critica.  Nell'anno  del  mondo  2807,  fondazione  di  Cora  rimonta  alla  venuta 
ossia  circa  tre  secoli  e  mezzodopo  Dai  da-  de'secondi  pelasgi  in  queste  contrade, cioè 
no,  approdi)  sulle  spiaggie  latine  l'arca-  secondo  i  calcoli  di  Petit  Uadel,  all'anno 
de  Evandro  ,  e  con  esso  Catillo  seniore  l47°  avanti  l'era  nostra,  ossia  716  pri- 
ntnmiraglio  di  sua  flotta  e  figlio  del  fa-  ina  della  fondazione  «li  Roma,  e  70  primi» 
WMO  Anfòirao.  Questo  Catillo,  a  cui  in  di  quella  d'Ardea;  l'anno  medesimo  che 
Italia  nacquero  3  figli,  Tibullo  ,  Corace  si  assegna  per  l'edificazione  di  Cosa  e  di 
e  Cattilo  giuniore,  dopo  avere  espulso  gli  Saturnia.  E  siccome  Tirinto  fu  edificato 
aborigeni  .  possessori  delle  colline  sulle  per  Preto  da' ciclopi  l'anuoi379  avanti 
quali  sorge  Tivoli,  ne  migliorò  la  forma,  l'era  nostra,  e  Micene  da  Perseo  I'  anno 
x'introd.isse  la  civiltà,  e  l'abbellì  col  no-  1  3oo;quindi  Cora,  diehiaraNibby,  è  non 
me  del  primogenito  Tibullo.  Il  secondo-  solo  una  delie  più  antiche  città  d'Italia, 
genito  Corace  si  portò  a  sollevare  dalle  ma  una  delie  più  antiche  dei  mondo.  Se 
rovine  e  rifabbricare  la  città  di  Dardano,  poi  vuoisi  stare  alla  tradizione  di  Servio, 
dalla  barbarie  de'lempi  e  dagli  anni  qua-  il  quale  non  dice  Cora  fabbricala  da  Co- 
si distrutta,  per  cui  prese  quindi  il  nome  ras,  ma  cos'i  denominata  da  lui,  rimonte- 
di  Cora j  pome  che  «empie   ha  coiiser-  rcbbela  sua  foiidazioneaU'anuoi  2 3o  c.r- 


i8G  VEL  VEL 
ca  innanzi  la  detta  era  volgare.  Calmeli  i  rano  e  Spurio  Vecilio  lavinicse,  con  pie- 
e  Castellano  sulla  fondazione  di  Cora  so-  ni  poteri  per  la  pace  e  per  la  guerra.  Qne- 
no  d'accorilo  con  Viola,  e  si  può  dire  an-  sta  durò  5  anni,  e  nel  i  og  di  Roma  si  Ce- 
cile il  Nicolai,  solamente  variando  il  no-  ce  pace,  conservando  Cori  e  le  città  con- 
me  del  padre  di  Cora  ce,  che  chiama  An-  federate  la  loro  indipendenza,  i  due  duci 
fiarao,  mentre  ne  fu  avo.  Corace  inlro-  avendo  corrisposto  alla  comune  fiducia. 
duate  Ira'corani  il  culto de'numi  dal  pa-  Merita  osservazione  la  scelta  di  Anco, 
die  dati  a  Tìbur%  onde  i  tiburlini  e  i  co-  poiché  mostra  che  Cora  si  distingueva  per 
l'ani  ebbero  uniforme  il  culto  ad  Ercole  potenza  e  per  autorità.  Espulso  da  Roma 
segnatamente,  ad  Apollo,  ad  Esciilapio,  il  re  Tar<|uinio  il  Superbo,  abolita  nel  i\\ 
alla  Fortuna.  Anzi  congettura  Corradi-  la  regia  autorità  e  proclamata  la  repud- 
ili, che  come  i  tiburtini  a  Tibullo  ,  così  blica,  accorse  a  difendere  il  deposto  Pori 
a  Corace  i  corani  rendessero  onori  divi-  senna  re  degli  etrusci,  che  però  fu  allou- 
ni.  Vivendo  ancora  Catillo  seniore  ed  i  tanato  dalle  mura  di  Roma  dall'ardite 
suoi  figli,  seguì  il  famoso  eccidio  di  Tro-  imprese  de'romani.  In  questi  primi  mo- 
ia, e  quindi  l'arrivo  d'Enea  nelle  spiagge  violenti  i  volsci  non  ebbero  parte,  e  pare 
tli  Lamento,  neh'  anno  del  mondo  2798  che  non  prima  del  2  55  di  Roma  coinin- 
e  circa  l'anno  1206  prima  della  presente  ciasseroleostilità. Imperocché  in  tale  anno 
era.  Nella  guerra  famosa  dalia  presenza  la  fazione  degli  espulsi  Tarquini  si  procu- 
e  dalle  pretensioni  d' Enea  suscitata  nel  io  la  confederazione  di  varie  città  volsche 
Lazio  (nel  quale  articolo  trattai  pure  del-  e  latine,e  mosse  guerra  a'romani,i  quali  fe- 
ie  3  successive  capitali  del  regno  latino,  cero  tutti  gli  sforzi  per  evitarla  mandando 
Laureato,  Lanuvioe  Alba  Longa),  Ca-  emissari  a  Cori  e  nell'altre  città  della  le- 
tillo  e  il  suo  fratello  Corace  fecero  una  lu-  ga,  ed  alquanto  ne  spensero  l'entusiasmo, 
minosa  figura;  e  dal  testo  di  Virgilio,  il  Perciò  nella  campagna  del  256  poco  si  o- 
Viola  ne  deduce  che  Corace  non  avesse  però,  e  nella  seguente  del  257  i  romani 
ancora  lasciate  le  mura  tiburline,  peiciò  avendo  saputo  che  i  volsci  marciavano 
presumibile,  che  la  riedificazione  di  Cori  per  unirsi  a' latini  presso  il  lago  Regillo, 
e  l'operato  da  lui  su  questa  città,  seguì  questi  attaccarono  con  furore  e  ne  fecero 
dopo  terminata  la  guerra,  perla  quale  E-  orribile  strade  con  completa  vittoria.  So«- 
nea  divenne  possessore  del  regno  latino,  praggiunto  l'esercito  volsco  nel  dì  seguenti 
In  quello  del  figlio  Ascanio,  da  questi  si  te,  spaventato  della  perdita  degli  alleati  e 
fabbricò  Alba  Longa,  perchè  Lanuvio  se-  del  contegno  de'romani,  se  ne  tornòal  suo 
de  e  capitale  del  regno  era  incapace  con-  paese.  I  romani  a  vendicarsi  de'volsci,  nel 
tenere  la  moltiplicata  popolazione.  Cori  258  spinsero  un'armata  nelle  loro  cani- 
in  quel  tempo  già  figurava  fra  le  prime  paglie.  Sorpresi  i  volsci  dall'  improvviso 
città  dell'antico  Lazio,  in  quella  parte  assalto  ,  procurarono  di  calmare  il  nemi- 
compresa  nel  paese  volsco.  Latino  Silvio  co,  esibendo  in  ostaggio  3oo  giovanetti 
successore  d'  Ascanio,  per  attaccarla  a-  delle  primarie  famiglie  di  Pomezin  e  di 
gl'interessi  di  sua  dinastia,  vi  spedì  una  Cora;  il  che  dimostra  quanto  quest'  ulti  - 
colonia  d'albani.  Alba  Longa  distrutta  ma  era  rispettabile,  doviziosa  e  popolata, 
poi  da  Tulio  Ostilio  3.°  redi  Roma,  que-  e  somministrò  i  figli  depiù  ragguardevoli 
sii  intimò  soggezione  a  Cori  e  all'altre  co-  cittadini.  Ritiratisi  i  romani,  i  volsci  vo- 
lonie  albaue,  le  quali  ricusandosi,  nel  gè-  lendo  vendicar  l'  onta  ricevuta,  procura* 
neral  congresso  al  bosco  di  Ferentino  de-  ronsi  segrete  alleanze  co'popoli  circostan- 
baerò  difendere  la  loro  indipendenza,  ed  li,  per  invadere  gli  stati  romani,  senza  cu- 
a  tal  effetto  scelsero  a  comandanti  deli'e-  rare  1' esposizione  in  cui  ponevano  i  3oo 
scredo  Anco  Publicio  ragguardevole  co-  ostaggi.  Cominciala  la  guerra,  i  volsci  re- 


VEL 

slnrono  rolli  e  fugati  dal  console  Servilio, 
ed  espugnala  Pomezia,  i  romani  passaro- 
no a  fìl  di  spada  gli  abitanti  giunti  all'e- 
tà pubere.  Questo  sinistro  avvenimento 
iecise  eziandio  della  sorte  de'3oo  giova- 
netti dati  in  ostaggio,che  trovavansi  inRo- 
ina,  da  AppioClaudio  fatti  tradurre  nel- 
la pubblica  piazza,  battere  crudelmente 
con  verghe  e  indi  decapitare.  E  ben  fa- 
cile immaginarsi  la  costernazione  e  il  lutto 
cagionato  alle  primarie  famiglie  di  Cori, 
dalla  crudele  carneficina  di  tante  vittime 
innocenti.  I  romani  quindi  ridussero  a  co- 
lonie latine  le  città  di  Cora  e  Pomezia, 
spogliandole  della  loro  indipendenza.  Gli 
aurunci  confinanti  de'volsci  e  loro  amici, 
nello  stesso  2  58  mossero  guerra  a'  roma- 
ni, ed  i  corani  e  pometini  irritati  dalle  pa- 
tite sevizie,  disertarono  da'romani  e  si  u- 
nirono  a'bellicosi  aurunci  per  vendicarsi. 
]  collegati  invasero  il  territorio  romano  fi- 
no all'Alicia;  dm  furono  completamente 
battoli  e  costretti  a  precipitosa  fuga. Quin- 
di i  romani  marciarono  su  Pomezia  ,  la 
distrussero  e  venderono  i  coloni  all'in- 
canto, e  pare  che  anco   i   corani  fossero 
così  venduti.  Negli    anni  2^9  e  260  di 
Roma  continuò  la  guerra  fra  questa  e  i 
•volscijnel  i.°di  tali  anni  fu  espugnala  Vel- 
letri, e  nel  2.0  fu  preso  Corioli,  sotto  le  cui 
mura  il  famoso  Marcio  Coriolauo  die  pro- 
ve di  rara  intrepidezza.  Alla  guerra  suc- 
cesse nel  29 1  una  fiera  pestilenza, cheper- 
cosse  le  contrade  volsche,  di  Velletri  re- 
stando solamente  la  10/  parte  degli  abi- 
tanti. La  vicina  Cori  non  può  non  essere 
stala  a  minore  infortunio  sottoposta,  on- 
de il  contagio  dovè  recare  al  colmo  le  sue 
amarezze.  Nel  263  quando  Cori  e  Velletri 
appena   cominciavano  a   risorgere  dalie 
sofferte  calamità  ,  il  romano  Marcio  Co- 
nolano  fu  dall'ingrata  patria  bandito.  Ac- 
colto dall'  ospitalità  de'  volsci  ,  porlo  Ira 
questi  gli  elementi  di  nuove  guerre  e  ro- 
vine. Divenuto  capitano  d'un  esercito  voi- 
sco,  marciò  Cartolano  alla  volta  di  Rotila, 
dilluudendo  per  tulio  lo  spavento  e  la 
morte;  e  sembra  che  anco  Cori  restasse 


VEL  187 

in  questa  invasione  compresa.  Ma  la  pru- 
denza de' suoi  magistrali  seppe  disimpe- 
gnarsi dal  pericoloso  frangente  con  un'o- 
nesta capitolazione. Dopo  tale  avvenimen- 
to può  ritenersi  Cora  risorta  dalle  sue  scia- 
gure, e  che  fosse  trattata  dal  senato  roma- 
no con  ispeciale  considerazione,  per  la  sa- 
viezza delle  di  lei  antiche  leggi,  e  pel  ran- 
go rispettabile  che  avea  fino  allora  oc- 
cupato. La  repubblica  romana, sul  prin- 
cipio del  secolo  IV  di  sua  esistenza,  formò 
il  codice  di  sua  giurisprudenza,  compreso 
nelle  famose  XII  tavole;  1  o  di  queste  pub- 
blicate nel  3o3,  abbracciavano  leggi  di 
Licurgo  e  Solone  portate  di  Grecia.   Le 
altre  2  tavole  furono  farinate  colla  scel- 
ta delle  particolari  istituzioni   delle  città 
italiane  a  Roma  più  vicine,  fra  le  quali 
si  annovera  Cori,  onde  il  Volpi  esclamò: 
Tania  Coranoruin  aequitatis  ac  justi- 
ti ae  fama,  aptid  romanos  allattando  Ée» 
nuit.  Le  città  volsche  tuttora  indipenden- 
ti, o  diventate  colonie  romane,  cercarono 
di  tanto  in  tanto  di  rinnovare  l'ostilità 
contro  Roma;  ma  finalmente  nel  367  con- 
quistate dal  dittatore  Furio  Camillo  ,  il 
loro  paese  fu  ridotto  a  guisa  di  provincia 
romana.  Frattanto  i  corani,  oltre  i  nomi- 
nali Numi,  ad  altri  resero  culto;  tali  furo- 
no Castore  e  Polluce,  a'quali  il  primario 
corano  Marco  Calvio  fabbricò  col  denaro 
sagro  il  discorso  tempio,  con  magnifico 
portico  sostenuto  da  60  colonne  di  dori- 
ca, corintia  ed  etrusca  architettura.  Pre- 
tende il  Volpi  che  in  Cori  si  rese  culto 
pure  ad  Eolo  e  Giano;  fors'anche  a  Dia- 
na: certamente  a  Cerere  ,  a  Proserpi na, 
a  Bacco;  pare  altresì  a  Igiea  ,  ed  a  Leu- 
cotea  sotto  il  titolo  di  Madre  Sfatata;  il 
Sole  vi  ebbe  splendido  tempio.   Diverse 
dell' indicate  deità  furono  introdotte  in 
Cori  e  in  altre  città  volsche  dopo  il  367 
da'romani;  poiché  ordinariamente  il  cul- 
to religioso  de' vincitori  diveniva  comune 
a' popoli  vinti.  Le  ragioni  prò  et  coatra 
e  le  illustrazioni  del  Viola,  a  me  non  è 
dato  riportare.  Dopo  la  narrata  conqui- 
sta, sembra  che  per  alcuni  anni  le  popò- 


iRB  V  E  L 

limoni  volsrhe  soffrissero  ras«egnnte  il 
giogo  imposto  loro  dalla  repubblica  roma- 
na; ma  nel  4^5  il  famoso  Vitruvio  Vae- 
rò privai  nate  tentò  di  ridestarne  le  spe- 
ranze e  l'ardore  marziale.  Cominciali  con 
qualche  successo  i  concepiti  disegni,  non» 
dimeno  i  corani  vista  la  debolezza  della 
di  lui  causa,  e  con  essi  la  maggior  parte 
de'volsci,  non  si  fecero  strascinare  dall'in- 
considerata ribellione;  per  cui  Vitruvio 
dispeiatamente  si  gettò  a  devastare  lestes- 
se  città  vobehe,  fra  le  quali  Sezze,  Cori  e 
IVorba.  La  repubblica  spedì  in  loro  soc- 
corso il  contote   Papirio.  Nel   5^1    mar- 
ciando il  cartaginese  Annibale  alla  volta 
di  Roma,  il  proconsole  Q.  Fulvio,  essen- 
do sicuro  della  lealtà  de'oorani  e  di  altre 
città  lungo  la  via  Appio,  fece  in  esse  riti- 
rare i  presidii  e  preparare  le  vettovaglie. 
In  siffatte  pericolose  posizioni  del  gover- 
no romano,  anche  i  guerrieri  corani  pu- 
gnarono sotto  lesue  insegne.  Però  nel  544 
e  dopi»  8  anni  dacché  i  romani  trovavan- 
si  affaticati  dall'armi  vittoriose  del  formi- 
dabile  Annibale,  alcune  colonie,  fra  le 
quali  anche  Cori,  essendosi  rese  esauste 
d'uomini  e  di  denaro,  né  potendo  più  reg- 
gere al  peso  delle  continue  e  forti  requisi- 
zioni, cominciarono  a  disgustarsi   d'  una 
guerra  così  rovinosa  e  a  mormorare  con- 
tro Roma  altamente.  Queste  lagnanze  de' 
corani  e  d'altre  impoverite  popolazioni, 
lesero  inutili  le  premure  del  senato  per 
ottenere  nuovi  sussidii;  ed  esso  tacque  per 
non  accrescere  il  numero  de' suoi  nemi- 
ci, sebbene  dopo  la  vittoria  de* romani  al 
Metauro,  Cori  e  le  altre  colonie  furono 
nudiate  di  dare  il  doppio  de' soldati  già 
forniti, aggiungervi  i  20  cavalieri,  o  3  fan- 
ti per  ogni  cavaliere  che  non  avessero  po- 
tuto dare,  e  pagare  1000  assi  di  bronzo 
massimo  ogni  anno.  Livio  ciò  narrando, 
chiama  Cori  tra  le  colonie  romane,  anzi 
due  anni  prima  la  novera  tra'municipii; 
ma  avanti  del  663,  in  cui  lìi  pubblicata  la 
legge  Giulia  ,  le  colonie  e  le  stesse  città 
confederate  chiamava  liti  promiscuamen- 
te ancora  municipii.  Quanto  a  Cori,  me- 


V  EL 

glio  è  ritenere  che  fosse  allora  colonia 
romana  soltanto,  e  di  tale  grado  ne  fau- 
no  testimonianza  più  marmi  antichi  ;  e 
Nibhy  difende  Livio  dall'  apparente  con- 
traddizione, perchè  fiorendo  a'  tempi  di 
Augusto,  Cori  era  già  divenuto  munici- 
pio. E  soggiunge  Viola,  neppure  può  met- 
tersi in  dubbio  che  una  volta   fu    anche 
municipio  romano,  come  risulta  da  altri 
marmi,  cioè  nel  secolo  VII  di  Roma.  Nel 
680  seguì  la  ribellione  di  Spartaco,  ma 
Cori  si   tenne    prudentemente  attaccala 
agl'interessi  della  repubblica,  per  cui  fu 
molestata  dalle  sue  militari  scorrerie,  che 
faceva  per  tutta  la  Campania:  però  Nib- 
by  dubita   che    propriamente   Cori   sof- 
frisse da  quell'orde.  Cori  dopo  essere  sta- 
ta colonia  albana,  latina  e  romana,  non 
che  municipio,  se  sussistesse  l'opinione  del 
Panvinio  seguila  dal  Volpi,  avrebbe  indi 
minorato  di  condizione  e  si  sarebbe  final- 
mente ridotta  all'inferiore  stato  di  prelet- 
tura, nel  principio  dell'era  nostra  e  sotto 
l'impero  di  Claudio.  Viola  riporta  ragio- 
ni per  non  doversi  credere  tale  opinione, 
e  perciò  più  probabile  che  Cori  siasi  lun- 
go tempo  mantenuta  nello  stalo  di  muni- 
cipio romano.  Il  Piazza,  seguito  dal  Ric- 
chi, sull'autorità  di  Giulio  Ossequente, 
De  prodiga  suppone  che  nel  consolato  di 
Appio  Claudio  e  P.  Metello  scaturissero  in 
Cori  dal  suolo  de'rivi  di  sangue;  poiché  il 
Piazza  ravvisa  Cori  nel  nome  di  Caurae 
o  Caura  ,  in  cui  avvenne  il   portento. 
Niun  altro  degli  antichi  o  moderni  scrii 
(01  i  chiamò  questa  città  con  tal  vocabo- 
lo. Rammento  avere  in  principio  riferite 
col  Nibby,  che  88  anni  avanti  la  nostri 
era  ,  Cori  restò  devastata  dalle  centi 
Mario,  per  avere  con  altre  colonie  segui- 
to il  partito  di  Siila,  il  quale  poi  la  fece  ri- 
sorgere dalle  sue  rovine.    Seguendo  pei 
questo  paragrafo  il  metodo  di  Viola,  che 
discorre  degl'  illustri  corani  cronologica- 
mente secondo  I'  epoche  in  cui  borirono, 
qui  dirò  essere  mollo  probabile,  chesnl  fi- 
ne del  V  o  sul  principio  del  VI  secolo  di 
lionta,  quivi  si  stabilisse  la  famiglia  Po- 


VEL 

Jjlicii  proveniente  ila  Cori,  forse  dello  sti- 
pile del  sutnmentovalo  Anco;  è  poi  indu- 
bitato che  tale  famiglia  romana  derivasse 
da  Cori,  ed  ebbequegii  illustri  che  descri- 
ve Viola.  A  Caio  Publicio,  (iglio  del  tri- 
buno della  plebe  Lucio,  il  popolo  roma- 
no decretò  ad  esso  e  suoi  posteri  la  facol- 
tà di  potersi  seppellire  in  Rouia  ,  e  ne  fu 
a  spese  pubbliche  destinalo  il  luogo  pres- 
so il  Campidoglio.  Gli  avanzi  del  sepolcro 
esistenti  e  formati  di  grandi  quadri  di 
pietra  tiburlini, li  descrissi  nel  voi.  LX1V, 
p.  i  38.  Olire  la  famiglia  de'Poblicii,  nou 
minor  gloria  recò  la  Oppia  egualmente 
originaria  della  medesima  ci  Ila, della  qua» 
le  si  conosce  Caio  Oppio  sesloviro  augn- 
atale, nominato  nell'iscrizione  relativa  ad 
Esculapioead  Igiea;  mentre  qnatuorviio 
augustale  fu  Marco  Turpilio  che  in  Co- 
li dedicò  il  tempio  di  Cerere  e  di  Proser- 
pina.  Durante  la  famosa  proscrizione  del 
triumvirato  di  Marc'  Antonio  e  de' suoi 
colleghi,  la  storia  la  menzione  d'uno  del- 
la famiglia  Oppia,  che  involto  fra  gli  or- 
rori di  quella  ,  fu  salvato  dall'  amorosa 
pietà  d'un  figlio  iti  un  modo  singolare;  il 
quale  portò  il  vecchio  padre  sulle  spalle, 
finché  il  trasse  fuori  della  città, econ  gran- 
dissima fatica,  fuori  di  strada  e  per  luoghi 
occulti,  lo  condusse  in  Sicilia.  Fu  sì  gran- 
de la  compassione  che  destò  in  tulli  si  mi- 
rabile pietà  figliale,  che  niuno  ne  impedì 
il  cammino.  11  popolo  romano  lodato  il 
giovanetto,  lo  creò  quindi  edile:  e  perchè 
le  sostanze  paterne  erano  state  confiscate, 
e  non  poteva  supplire  alla  spesa  che  por- 
ta va  siila  Ita  magistratura,  gli  artefici  con- 
tribuirono a  tale  spesa  con  tanta  genero- 
sità e  magnificenza,  che  al  giovane  Op- 
pio nou  solamente  fu  data  la  facoltà  di 
poter  spendere  quanto  bisognava  per  ce- 
lebrare i  pubblici  giuochi, conformemen- 
te alle  leggi  edilizie,  ma  gli  avanzarono 
tante  somme,  che  rimase  ricchissimo.  Un 
Caio  Manueio  cittadino  corano  fu  eccel- 
lente nell'arte  mimica,  e  perciò  appellato 
archìmimo,  e  secondo  alcuni  pare  fiorito 
prima  assai  d'Augusto,al  cui  lempo  alcuni 


VEL  189 

vogliono  introdotte  le  rappresentanze  mi- 
miche; altri  a  motivo  del  vocabolo,  me- 
glio lo  dicono  vissuto  nel  i.°  secolo  di  no- 
stra era  o  anche  dopo.  Cessato  il  trium- 
virato diMarc'Anlonio,cagione  funesta  di 
tante  stragi  e  della  perdita  di  lauti  uomini 
illustri,  surse  finalmente  un  nuovo  ordi- 
ne politico  di  governo, collo  stabilimento 
dell'imperiale  autorità  fondata  da  Augu- 
sto. Quanto  alla  condizione  di  Cori,  al 
riferire  di  Volpi,  dopo  lo  stabilimento  del 
grande  impero  e  nel  i.°  secolo  dell'era 
corrente,  sarebbe  divenula  un  mucchio 
di  rovine,  mentre  a'tempi  di  Claudio  la 
dice  ridotta  a  prefettura  e  perciò  esisten- 
te. Viola  nell'esaminare  la  contraddizio- 
ne del  racconto,  dichiara  essere  indubi- 
tata 1' esistenza  di  Cori  sotto  l'impero 
d'Augusto  e  de'suoi  successori,  e  di  con- 
seguenza nel  i.°  secolo  di  nostra  era  sus- 
sisteva in  uno  slato  soddisfacente.  Ne  pro- 
duce le  prove,  fra  le  quali  il  restauro  del 
tempio  d'Ercole,  per  la  vecchiezza  mi- 
nacciante rovina,  per  opera  di  Marco  Cal- 
vio,  che  il  Viguoli  disse  averlo  fabbricato 
di  pianta;  e  l'esistenza  d'altri  culti  in  pie- 
no vigore,  per  altri  restauri  eseguiti,  co- 
me di  M.  Turpilio,  perciò  eranvi  cittadi- 
ni molto  facoltosi,  e  la  città  tuttavia  era 
florida.  Soggiunge  Viola,  se  dovesse  cre- 
dei si  alla  volgare  tradizione, il  famosoPon- 
zio  Pilato  governatore  della  Giudea  a- 
vrebbe  in  Cori  esercitata  la  carica  di  pre- 
tore ,  ed  avrebbe  posseduto  eziandio  nel 
di  lei  territorio  una  villa,  di  cui  si  presu- 
me osservarsi  anche  a'giorui  presenti  del- 
le notabili  reliquie,  ossia  ne' sotterranei 
della  vigna  dell'arciprete  Alessandro  Pic- 
chiotti a'tempi  di  Laurieuli  corano,  auto- 
re deU'IIistoi  we  Coranae  mss.,  per  cor- 
ruzione di  vocabolo:  quae  Coesa  Pondi, 
quasi  Casa  Pondi  voc.atur.  Ma  questo 
fatto  è  cos'i  privo  di  prove,  e  sterile  di 
monumenti  atti  a  fissare  l'attenzione  de- 
gli eruditi,  che  lo  stesso  Laurieuli  ridusse 
la  cosa  a  semplice  congettura.  Il  Volpi  poi 
caratterizza  il  fitto  medesimo  per  un  rac- 
conto favoloso.  Leggo  in  Ricchi:  E  degno 


igo                  V  E  L  V  E  L 

d'osservazione  lo  smisurato  edifizio  for-  lettera  di  Pilato  o  di  Lrntulo  .mila  ili- 
malo  ili  macigni  addossato  a  pie  dell' a-  irìna  persona  del  Redentore.  Indi  segui 
spia  rupe  che  va  piegandosi  nel  giardi-  a  confronto  quella  nel  1816  stampala  in 
no  del  già  convento  degli  agostiniani,  vo-  Roma  da  Guglielmo  Mai. zi  oe'suoi:  Te- 
lendosicheivi  poggiasse  il  fastigio  del  gran  sii  di  lìngua  tratti  da'  endici  della  Hi- 
palazzo  della  curia  antica,  in  cui  il  volgo  blioleca  Vaticanae.  volgarizzala  nel  3oo. 
sparse  voce  che  fosse  la  residenza  del  presi-  Nibhy  puhhlioò  la  lapide  incassala  nel  mu- 
derai la  to,nel  governar  Cora  avanti  d'ema-  10 del  campanile  di  s.Maria,d'un  liberto  di 
naie  l'iniqua  sentenza  contro  l'innocente  Claudio,  che  prova  essere  stata  allora  Co- 
Gesù.  Congettura  e  menzogna,  che  Rie-  ri  municipio,  nominandovisi  il  senato  e 
chi  dice  comprendersi  da  s.  Luca,  e  da  popolo  corano.  Dice  Marocco,  che  Nerone 
Cornelio  a  Lapide  che  scrisse,  Pilato  al*  fece  strage  di  Cori,  e  poi  recanciovisi  ne 
tro  noti  significare  che  preside  ,  rettore,  provò  diletto  per  la  sua  ubicazione,  eli- 
podestà  o principe.  Menzogna  einvenzio-  ma  salubre  e  celebri  vini,  onde  vi  si  por- 
ne dice  il  grido  diffuso  ne' dintorni  ,  col  tava  neh'  estate.  Viola  dice,  egualmente 
chiamar  Cora  patria  dello  stesso  Pilato,  favolosa  si  deve  credere  la  pretesa  male- 
ch'ebbe  i  natali  in  Lione  di  Francia,  dove  dizione  data  da  s.  Pietro  principe  degli 
pe'  molli  suoi  delitti  rilegato  da  Tiberio  Apostoli  al  popolo  di  Cori,  perchè  mole- 
in  luogo  da  essa  alquanto  distante  presso  stava  gli  abitanti  di  Vellelri;  quale  ma- 
ini lago,  vi  morì  miseramente  in  obbro-  ledizionesupponevasi  risultare  da  una  peti 
brio  a  tutte  le  genti  cristiane,  e  forse  gamena  esistente  Dell'archivio  veliterno, 
s'uccise  di  propria  mano,  secondo  gli  scrit-  come  segue  accennata  da!  Piazza  a  p.  48 
tori  che  adduce.  Un  erudito  della  proviti-  della  Gerarchia  Cardinalizia.  »  V'ha 
eia  ,  in  argomento  mi  donò  un  mss.  con  non  improbabile  opinione  che  quivi  (in 
questo  titolo.  •■  Copia  di  lettera  e  seuten-  Cori)  piantasse  la  fede  s.  Pietro,  onde  è 
za  rinvenuta  nell'archivio  dell'antica  città  che  la  chiesa  più  antica  di  delta  città  sia 
di  Cori,  dove  Ponzio  Pilato  ha  dimorato  dedicata  al  medesimo  santo.  Altri  disse- 
per  qualche  tempo  dopo  di  esser  fuggito  10,  che  pe'luoghi  vicini  a  Roma  fosse  de- 
da  Gerusalemme".  In  fine  vi  è  pure  la  stipato  s.  Cleto  Papa,  e  che  quivi  pure  vi 
copia  della  sottoscrizione  per  la  legalità  piantasse  il  primo  la  religione  cristiana; 
dell'estratto  dall'archivio  di  Cori,  di  San-  uè  vi  è  mancato  chi  ha  asserito  che  nel- 
le Lorenzo  Cicinelli  corano  nota  10  pub-  l'archivio  di  delta  città  vi  fosse  una  scria 
blico,  colla  data  25  noveinbrei 757.  Ma  tura  in  carta  pergamena,  nella  (piale 
ammesso  e  non  concesso  che  Pilato  fos-  stava  registrata  una  maledizione  data  da 
se  stato  in  Cori,  non  per  questo  alla  città  s.  Pietro  a  que'di  Cori,  perchè  molesta- 
può  derivarne  affatto  alcun  disdoro;  co-  vano  i  popoli  Veli  terni  ".  Anche  a  que- 
me  non  lo  recò  alla  celeberrima  Gerusa-  sto  fatto,  aggiunge  Viola,  mancano  prove 
leinnie,  oggetto  della  uuiversaledivozione  e  monumenti  sicuri.  Ma  io  a  favore  di 
del  cristianesimo,  ed  emporio  di  glorie  Cori  dirò  di  più.  Riscontrato  il  Piazza,  e 
sagre  e  civili.  La  lettera  scritta  da  Pilato  trovato  citalo  il  veliterno  Theuli,  ecco  il 
in  Gerusalemme,  o  da  Lentulo  nflìziale  riferito  da  questi  a  p.i35,nel  narrare  chi 
romano,  a  Tiberio  e  al  senato  romano  s.  Pietro  scorrendo  l'Italia  per  piantarvi 
intorno  la  divina  persona  di  Gesù  Cri-  la  fede,  deputò  alla  cura  de'fedeli  di  Ro- 
sto,  lenula  evidentemente  apocrifa,  tro-  ma  Lino  e  pe'luoghi  couvicini  Cleto. »Da 
vasi  in  latino  in  non  pochi  codici  delle  li-  questo  faccio  argomento,  che  Pietro  o  nel 
brerie  di  Roma,  llch.cav. Salvatore  Bel-  partire  da  Roma  o  nel  venir  da  Napoli, 
ti  pubblicò  nel  t.  20,  p.  43  <ie\V  Jllmm  istruisse  nella  fede  di  Cristo  li  popoli  Ve- 
di  Roma  un  articolo  intitolato:  Supposta  lilerni;  se  nou  vogliamo  dire,  che  fosse 


V  E  L 

Cleto,  deputalo  ni  medesimo  elìcilo  ne' 
luoghi  viciui.  il  pentimento  del  d.'  Quin- 
tiliano Crespini,  figlio  di  Valerio  dottore 
di  legge,  clie  fioriva  nel  i  4°/5,  significato, 
mzi  con  giuramento  attestato  da  Gaspare 
Caldini  gentiluomo  velletrauo,  persona 
già  nonagenaria,  perchè  egli  non  avea 
dall'archivio  di  Cora,  mentre  era  colà  giu- 
dice, pigliata  una  scrittura  in  carta  per- 
gamena, nella  quale  slava  registrala  una 
inai. dizione  ,  the  s.  Pietro  dava  a  quelle 
.genti  (ina  quali  ?  )  che  molestavano  li  pò- 
.poli  Velitei  ni  :  mi  la  tultociò  persuadere; 
,ma  mi  rij  orto  però  al  vero,  perchè  con  le 

I diligenze  usale,  non  s'è  potuta  ritroverà 
scrittura  tale".  11  Marocco  riporta  un  do- 
cumento, che  dice  esistere  nell'archivio 
[di  s.  Angelo  in  Pescheria  di  Roma  ,  di 
ICeneioCaoKrario,  e  perciò  del  secolo  XII, 
;in  cui  si  le"»e  die  anticamente  i  corani 

DO 

Ìe  i  veliteini  erano  in  confederazione,  e 
viveano  insieme  congiunti  con  amore  più. 
che  fraterno.  Prima  di  lui  scrisse  il  llic- 
I 

chi  su  questa  assetta  maledizione,  sem- 
brare inverosimile,  per  essere  stale  sem- 
pre le  ciltà  di  Coii  e  Yelletri  collegate 
insieme  ,  donde  nacque  il  proverbio  di- 
,vulgatis8Ìmo:  Chi  (acca  Core,  tocca  Vel- 
tetri,  li  ciò  si  deduce  ancora  dogli  scam- 
bievoli capitoli  degli  statuti  Corano  e  Ve- 
litei no  che  riporta  ,  sulla  molla  di  quel 
corano  che  avesse  offeso  un  veliterno  e 
Ricevei  sa.  Anche  l'altro  e  recente  veliler- 
pio  Bauco  afferma,  che  per  sentimento  di 
vetusti  e  moderni  scultori  si  deve  cre- 
dere che  il  principe  degli  Apostoli  s.  Pie- 
ilio  piantasse  la  (eòe  cristiana  in  Cori, 
onde  la  i ."  chieda  edificata  da'eorani  fu  a 
lui  intitolala.  La  più  abbracciata  opinio- 
ne è  che  s.  Pietro  patì  il  martirio  nel- 
J'anuo  69  dell'era  corrente,  cui  successe- 
ro nel  pontificato  i  nominali  s.  Lino  in 
dello  aimoe  s. Cleloiiell'anno  80.  Inane- 
,sto  secolo  e  nel  seguente,  scrive  Viola,  la 
«miglia  Oppia  originaria  di  Cori,  conti- 
nuò a  produrre  uomini  distinti,  riprodu- 
cendo le  lapidi  con  dichiarazioni,  dalle 
quali  si  ricava  che  uu  rumo  si  stabilì  nel 


VEL  19  r 

Piceno,  e  molti  di  esso  figurarono  special- 
niente  iu  Osimo,  come  Caio  Oppio  Bas- 
so della  tribù  Velina  (alla  l'apiria  appar- 
tenne Cori,  come  trovo  nel  Ricchi),  a  cui 
furono  innalzate  statue;  ed  una  anco  a 
Caio  Oppio  Sabino;  Marco  Oppio  Capi- 
tone, che  figurò  sotto  Antonino; Caio  Op- 
pio patrono dellecolonie  Tolentina  ed  E- 
sina;Oppia  Prisca  eresse  la  tomba  al  figlio 
Caio  Oppio  Palinole  pretore  e  questore 
d'Osimo;  Marco  Oppio  patrono  della  co- 
lonia d'Alife,  e  ivi  pure  Lucio  Oppio  Pri- 
sco; e  Sesto  Oppio  Prisco  fu  patrono  in- 
comparabile del  municipio  di  Tivoli,  che 
gli  dedicò  una  statua.  Circa  la  medesima 
epoca  e  sotto  l'impero  di  Commodo  fiorì 
il  corano  Marco  Silaccio  della  tribù  Col- 
lina, la  cui  rinomanza  e  meriti  si  diffuse- 
ro per  l'impero  romano,  avendo  dato  lu- 
minose prove  del  suo  valore  militare  nel- 
la Spagna,  Betica,  Bretagna,  Germania, 
Italia  e  in  Roma  stessa.  Mentre  le  ricor- 
dale famiglie  tanto  lustro  recavano  alla 
città  di  Cori,  donde  traevano  l'origine,  si 
vuole  che  Papa  s.  Urbano  I  nel  227  in- 
viasse in  Cori  Pietro  Diacono  e  altri  ve- 
scovi a  predicarvi  la  fede  di  Cristo.  Gli 
scrittori  corani  ne  desumono  la  prova  dal- 
l'iscrizione che  riporta  Viola  ancora,  scoi  - 
pila  in  un  marmo  antichissimo,  secondo 
il  Laurienti,  e  riprodotta  neh 556  sulla 
restaurala  porta  di  s.  Oliva  :  Ile  in  Ci- 
vita te  Coranam,  et  praedicate  Chris  tura 
Crucifixuin.  Sostengono  i  corani,  che  uri 
tempo  nella  loro  città  vi  fu  la  residenza 
del  proprio  vescovo,  e  da  tempo  imme- 
morabile nella  chiesa  matrice  o  duomo 
esisle  il  trono  episcopale  formato  di  pie- 
Ira  antica.  Dichiara  I  Ughelli  TN&ì'ItaUet 
sacra:  Cora  alane  Cisterna  urbes  olim 
jueritnt  Episcopale».  Altrettanto  attesta 
il  cardinal  Corredini,  De  Civita  te  et.  Ec- 
clesia Selina.  Lo  conferma  il  numero- 
so novero  di  vicari  generali  del  vescovo 
di  Vellelrijche  vi  dimorarono  con  pie- 
na giurisdizione  vescovile,  riferiti  dal  Ric- 
chi, Reggia  de'  f'olsci,  lib.  2,  cap.  17,  Go- 
verno Ecclesiastico,  ed  alcuni  de'  quali 


r§a  VEL 

si  leggono  nel  p.  Casimiro  tla  Roma;  l'a- 
hiiazmne  episcopale  esistente  contigua  al- 
la  chiesa  di  s.  Oliva,  e  la  mensa  vescovile 
costituita  in  fondi  instici  nel  lerriloi  io  co- 
rano, die  si  gode  dal  proprio  vescovo  di 
\  elletri,  alla  cui  giurisdizione  fu  sotlopo- 
sia  Cori.  Sebbene  voglia  obbieltarsi,  die 
non  si  rinviene  alcun  vescovo  di  Cori  in- 
tervenuto a'coucilii  e  molto  meno  sotto- 
scritto, conviene  riflettere  che  ne' secoli 
primitivi  della  Chiesa  di  frequente  tro- 
vatisi erroneamente  designali  i  nomi  de' 
■vescovi,  e  del  pari  le  città  e  le  loro  sedi 
fallacemente  espresse,  lo  falli  il  cardinal 
Corradini  nella  citala  sua  opera, a  p.  i  \  i  , 
lo  dimostra  ad  evidenza  con  dire:  Qttip- 
pe  ibi  reperitili-  subseriplus  Polentiuus  s. 
Ut lliternensis  Ecclesiac  Episcopus  prò 
/  eliternensis,  Amabilis  Episcopus  s. 
Hortctisis  EcclesiaeproHosliensis,  Fir* 
minus  s.  Bleranae  Ecclesiae  prò  Cora- 
nae.  Avverte  il  p.  Casimiro  da  Roma,  che 
errarono  pure  gravi  scrittori  nel  nomi- 
nare Cori, che  in  latino  dicesi  Cora,  Co- 
rat,  e  in  italiano  Cora  e  Cori.  Eppure  nel 
gran  Dizionario  di  Mar  liniere  viene  ad- 
ditata Coria,  Corine j  ed  in  altri  67*o- 
rae,  Chorarum,  o  Corae,  Coraruitij  ed 
anche  volgarmente  Core,  Chori  e  Co- 
rioli,  confondendosi  colla  città  di  Corioli 
non  più  esistente.  Quindi  lo  stesso  p.  Ca- 
simiro da  Roma  nelle  Memorie,  e  il  Ti- 
raboschi  uella  Storia  della,  letteratura, 
il  i .°  riportando  un'iscrizione,  e  il  i. "cele- 
brando il  suddetto  Ambrogio  Massari  da 
Cora,  questo  ancora  fu  detto  Cafiolano, 
e  tale  io  pure  lo  nominai  nei  voi.  XLIX, 
p.  5o,  seguendo  iNovaes,  Dissert.  t.  i,  p. 
254,  auz'  roi  astenni  dal  ripetere  le  sue 
parole,  non  Corano.  Dipoi  il  Novaes  av- 
vertilo dell'errore  da  d.  Alessandro  Mar- 
chetti, si  rettificò,  ma  lo  fece  con  nota  po- 
sta dopo  V Imprimatur  del  tomo  ,  perciò 
solo  adesso  me  uè  avvidi.  Ecco  dunque 
perchè  con  precisione  non  si  rinvengono 
i  vescovi  corani,  come  mi  scriveva  Vincen- 
zo Tommaso  Marchetti  e  aggiungendo  : 
Che  in  un  aulico  codice  eh' esisteva  uel- 


V  E  L 

l'archivio  del  duomo  di  Cori,  leggevano 
alcune  firme  di  vari  vescovi  della  mede- 
sima città,  ed  in  un  ceremoniale  era  no- 
tato il  vescovo  corano  che  l'ebbe  in  uso. 
De'  tempi  a  noi  più  vicini  trovasi   netta 
cancelleria  vescovile  di  Velletri,  decorala) 
col  titolo  di  Concattedrale  la  principale 
chiesa  di  Cori.  Conviene  Calindri  nell'af-j 
fermare  che  Cori  nel  secolo  XI 1   avea  il 
suo  vescovo,  e  Marocco  riconosce  che  la 
città  anticamente  era  onorata  della  sede: 
vescovile.  Ad  onta  che  Cori  fosse   vetu- 
stissima città,  e  poi  anche  città  vescovi- 
le,  nondimeno  come  altre  simili   talvol- 
ta fu  chiamata  Terra  e  Oppidum  ,  che 
aulicamente  fu  sinonimo  di   Città.  Inse- 
gna Quintiliano,  SolamRomames.se,  l  r- 
beni,  coetera  Oppida.S\  pouuo  vederegli 
articoli  Terra  e  Urbs.  Qui  appresso  di- 
rò 1'  opinione  di  Vioia  sulla  sede  vesc 
vile  di  Cori;  però  quanto  al  grado  di 
là, di  recente  dichiarò  il  velilerno  Bauc 
Cos\  fu  riputata  costantemente  città  fii 
da'tempi  remotissimi;  e  tale  confermi] 
poi  da'sommi  Pontefici  fino  al  preseni 
Riferisce  Ricchi,  che  Costantino  I  impc 
ratore  dopo  aver  accordato  a'eristiani  i 
libero  esercizio  di  loro  religione,  donòi 
Papa  s.  Silvestro  1  fundum  Bervelas  e 
fundum  Sulpitianum  seu  Sitppliciaiuin 
in  territorio  Corano.  11  Marocco  ricordi 
la  Massa  Staliliana  seu  Slalibanani  tu 
territorio  Corano,  donata  da  Costanti 
no  I  al  Baltisterio  Lateranense;  e  Wfau 
dum  Corbinatum  ex  territorio  Corani 
dal  medesimo  imperatore  donato  al  tito 
lo  d'  Equizio  ossia  Chiesa  de  ss.  Sihc 
stro  e  Martino  di  Roma,  come  e  meglii 
nel  Ristretto  della  medesima  si  ha  dal  p 
Filippini  a  p.  4  i  .  dicendosi  nel  territo 
rio  di  Sor  a  alias  Cora.  Più  volle  ho  Irò 
vaio  Soia  confusa  con   Cora.   Tutti  gì 
scrittori  coraui,  e  fra  di  essi  il  Laurienl 
cronista  e  lo  storico  Ricchi  principalmer 
te,  sostengono  che  s.  Felice  H   Papa,  i 
Cori  o  nel  suo  territorio   presso  il   lag 
Vetere  ricevè  la  palma  del  martirio  ni 
356  (nella  sua  biografia  dissi  in  Celia 


VEL 

Novaes,  ed  ora  m'avvedo  die  con  lui  ri- 
pelei l'errore  dell'epoca  365,  che  nel  No- 
vaes  dev'essere  fallo  tipografico,  siccome 
costituito  a  s.  Liberio  nel  355  e  governò 
circa  2  anni);  anzi  Laurienti  è  d'avviso, 
che  s.  Felice  precedentemente  fosse  stato 
vescovo  di  Cori.  Quindi  il  Viola  passa  ad 
esaminare  due  puntici.0  se  realmente  era 
stato  vescovo  di  Cori  ;  i°  se  veramente 
fu  decollato  nella  stessa  città  o  in  qual- 
che parte  del  suo  territorio.  Neli.°  pun- 
to esclude  il  vescovato,  perchè  quando  fu 
.surrogato  a  s.  Liberio  era  diacono  cardi- 
nale. Nel  2.°  punto  riferiti  i  diversi  pare- 
|ri  ,  insieme  a  quello  del  suo  dotto  con- 
temporaneo p.  Cherubino  da  Cori  mino- 
re osservante  (era  della  famiglia  Zampi- 
llìi, meritò  essere  eletto  guardiano  di  Ge- 
rusalemme, e  nel  ritorno  morì  in  Malta), 
[propende  per  quello  dilatale  Alessandro, 
:cioè,  che  s.  Felice  I  fu  quello  che  patì  il 
martirio  in  Cere,  e  che  quello  di  s.  Felice 
li  seguì  in  Cori,  benché  nel  martirologio 
i  sì  legge   Cere  invece  di    Corae.  Anicio 
Paolino  contemporaneo  del  Pontefice,  e 
poi  prefetto  di  Roma  nel  38o,  restaurò 
in  Cori  un  monumento  o  pubblico  edilì- 
zio, ma  ignorasi  se  sagro  o  profano;  ma 
essendo  pagano,  le  riparazioni  da  esso  fat- 
te da  Viola  si  riferiscono  al  tempio  d'Er- 
cole, o  di  Castore  e  Polluce,  o  ad  altro 
tempio  idolatra, imperocché  letracced'i- 
i  dolalria  non  erano  ancora  del  tutto  spa- 
,  rite  nel  608.  Circa  questo  medesimo  tem- 
po, com'  è  tradizione  presso  i  corani ,  il 
I  loro  concittadino  Quepio  Massimo  sareb- 
,  he  stato  il  fondatore  del  comune  di  Roc- 
ca Massima,  poche  miglia  distante  dalla 
1  città.  Nel  declinar  dell'  impero  romano, 
i  pare  che  anco  Cori  soggiacesse  all'  inva- 
sioni de'barbari,  alle  stragi  e  desolazioni 
da  essi  portate  dappertutto  nell'Italia.  In- 
fatti il  Laurienti,  col  riferito  da  De  Bene- 
,   dictis,  assicura  che  la  città  nel  556  sotto 
il  regno  di  Tolda  re  de'goti  sortii  danni 
i    gravissimi,  Corani  magno  affec.it  detri- 
mento. Mg.r  Nicolai  crede  che  i  goti  do- 
po aver  devastata  Cori,  indi  la  circondas- 
voi.  LXXXIX. 


VEL  i93 

sero  di  mura,  le  quali  poi  rovinate  mo- 
strano il  gusto  misero  di  loro  struttura. 
Egli  però  non  avrà  inteso  parlare  delle 
vetustissime:  si  tenga  presente  la  descri- 
zione di  Nibby ,  che  le  studiò  sul  luogo 
più  volte,  attribuendo  le  opere  meno  an- 
tiche a  costruzione  saracinesca  del  XIII 
secolo.  Il  Ricchi  ricorda  che  l'imperatore 
Commodo  fu  un  vero  flagello  per  la  re- 
gione, e  particolarmente  a  Cori,  a  cui  To- 
lda re  de'goti  portò  grave  detrimento,  e 
crede  che  poi  anche  i  saraceni  vi  facesse- 
ro strage,  e  più  tardi  fosse  fornita  d'ar- 
tiglierie e  circondata  intorno  da  profon- 
da fossa,  per  cui  e  per  la  situazione  di- 
venne fortissima.  Ed  eccomi  a  riportare 
i  pareri  di  Viola  ,  se  Cori  sia  stata  sede 
vescovile.  Sebbene,  egli  dice,  sopra  que- 
et'  articolo  importante  non  possa  farsi 
pompa  d'autentiche  prove,  né  procedere 
con  tutta  slorica  sicurezza, nondimeno  sti- 
ma il  fatto  non  del  tutto  privo  di  monu- 
menti onde  congetturare  fondatamente 
che  Cori  ebbe  un  tempo  i  suoi  propri  ve- 
scovi, e  che  in  essa  vi  risiedè  la  diguità  ve- 
scovile. Si  ha  da  certi  monumenti,  che  Co- 
ri neh  1 83  non  era  sede  vescovile,  poiché 
in  quell'anno  secondo  le  Memorie  mss. 
di  Marzio  Stalloni,  un  vescovo  di  Segni 
per  mandato  di  Papa  Lucio  III  contagiò 
la  chiesa  di  s.  Maria  nel  monte  Mirteto. 
Quindi  nel  1 2  1 6  vedesi  soggetta  alla  giu- 
risdizione episcopale  del  vescovo  subur- 
bicario  d'Ostia  e  Velletri;  e  la  stessa  no- 
tizia risulta  dal  diploma  del  1298,  in  cui 
12  vescovi  concessero  indulgenze  alla 
chiesa  degli  agostiniani  di  Cori.  Ora  se 
non  vi  sono  memorie  precedenti  al  1  1 83, 
onde  potersi  dedurre  che  la  chiesa  cora- 
na  all'altrui  giurisdizione  episcopale  fos- 
se soggetta,  non  è  improbabile  che  fiuo 
al  secolo  XI,  ed  anche  più  tardi,  avesse 
il  suo  vescovo,  come  l'ebbero  altre  città 
volsche  meno  popolose  e  ragguardevoli  di 
Cori.  Arroge  che  io  qui  ripeta  le  parole 
del  Ricchi:  «  Tali  furono  gli  onori  coni- 
partiti  alla  mia  patria  dall'impero  di  Ro- 
ma, da  cui  ne  riporlo  quel  lustro  di  glo- 
i3 


i94  V  E  L 

ria  ,  che  io  non  rinvengo  in  alcun'  altra 
città  della  Reggia  ile'  Volsci,  anzi  ancor 
ilei  Lazio  stesso".  D'altronde  è  nolo,  meno 
poche  eccezioni,  come  in  parte  del  Tlieu- 
li  e  del  Kircher,  che  il  Ricchi  colla  sua 
Reggia  de  Volsci  e  col  suo  Teatro  degli 
uomini  illustri  nel  regno  de'  Volsci,  è  V  u- 
nico  storico  che  abhia  trattato,  prima  de' 
moderni,  delle  città  e  paesi  di  Marittima 
e  Campagna, senza  di  cui  ignolesarebbe- 
io  rimaste  un  grandissimo  numero  d'im- 
portanti notizie,  ch'egli  seppe  rintraccia* 
re  con  grave  dispendio  e  laboriosa  fati- 
ca. Caldo  d'amor  patrio,  si  rese  beneme- 
rentissimo de'suoi  concittadini,  e  del  suo 
suolo  nativo  e  dell'intera  duplice  provin- 
cia, colla  storia  generale  e  particolare  di 
essa  e  di  quelli  che  vi  fiorirono,  con  no- 
tizie profane  e  sagre,  auliche  e  moderne. 
Osserva  il  Viola  ,  che  ne' secoli  gotici  e 
longobardi  nella  oppressa  Italia  di  fre- 
quente seguivano  l'estinzioni  delle  sedi 
vescovili  ,  per  essere  restate  le  città  di- 
strutte e  vuote  d'abitatori,  come  scrisse 
s.  Gregorio  I  nel  592  neliiunire  quella 
di  Tre  Taberne  alla  Veliterna.  Quindi 
nou  è  difficile  il  persuadersi,  che  Cori  e- 
ziandio  posteriormente  pegli  stessi  infeli- 
ci motivi  restasse  spogliala  della  sede  ve- 
scovile. Infatti  ne'secoli  successivi  le  città 
volsche  e  latine  non  furono  esenti  da  guer- 
re, depredazioni  e  devastazioni.  Si  sa  che 
Cori  nel  tempo  dello  scisma  di  Vittore  V 
antipapa,  verso  il  1 162  essendosi  posla 
nell'ubbidienza  del  Papa  legittimo  Ales- 
sandro III,  dovette  più  d'ogni  altra  città 
essa  e  Niufa  soggiacere  a  terribile  infor- 
tunio e  depredazione  per  parte  delle  mi- 
lizie crudeli  dell'imperatore  Federico  I, 
Acerrimo  difensore  dell'  antipapa  e  de' 
suoi  falsi  successori ,  contro  il  magnani- 
mo Alessandro  III.  Inoltre  sembra  al  Vio- 
la ben  forte  congettura  della  verità  del 
fatto  nella  questione  sul  vescovato  Cora- 
no, il  Irono  episcopale  in  pietra,  che  da 
tempo  vetustissimo  conservasi  nella  chie- 
sa principale,  e  le  due  collegiate  co'  pro- 
pri capitoli.  Che  il  Coi radiui  esaminalo 


V  E  L 
con  maturità  questo  punto,  a  derma  està* 
comuue  opinione  degli  scrittori,  che  una 
volta  fu  Cori  sede  vescovile,  come  Norma, 
Anzio  e  Bovilla  (anzi  scrive  pure  Alicia, 
A rdea,Lavinio,  Laurealo,  Nomeoto,  Gn- 
bio),  dappoiché  nell'antico  Lazio  tutte  le 
città  condecorate  del  titolo  di  colonia  ro- 
mana furono  vescovili  ne'  primi  secoli 
della  nascente  Chiesa.  L'annotatore  del- 
l'Ugh  eli  i  dice  espressamente  che  Cori  e 
Cisterna  o  Tre  Taberne  furono  città  ve- 
scovili. Ammetterlo  ancora  Laurieuti,  ag- 
giungendo essere  tradizione  (per  altro  in- 
sussistente, soggiunge  lo  stesso  Viola),  che 
Cori  fu  spogliata  della  prerogativa  di  cit- 
tà, perchè  da'suoi  abitanti  fu  ucciso  un  lo- 
ro vescovo.  A  Nibby  sembra  invece  che 
prima  della  caduta  dell'impero  d'occideu 
te  Cori  rimanesse  deserta,  perchè  alto  si 
lenzio  se  ne  ha  negli  scrittori  de'bassi  tem- 
pi e  ne'  documenti  fino  a  tutto  il  secolo 
XII,  e  nel  seguente  si  edificò  il  fabbi  ic 
to  meno  antico.  Quindi  crede  di  potè 
stabilire,  che  probabilmente  nel  secc 
Xlll  per  opera  de'Couti  di  Segni  si  sta 
bilisse  di  nuovo  un  castello  sulle  rovine 
dell'antica  città,  profittando  appunto 
quelle  per  fondamento.  E  che  questo 
stello  riprese  il  nome  primitivo,  il  qua! 
tuttora  conserva.  Infatti,  continua  Nibby, 
da  quell'epoca  in  poi  cominciano  ad  in- 
contrarsi le  sue  memorie}  poiché  Inno- 
cenzo III,  Papa  della  famiglia  Conti,  co- 
me si  ha  dalla  raccolta  delle  sue  lettere 
pubblicate  dal  Baluzio,  t.  2,  p.  54?,  co- 
stituì nel  1 2 1 2  signore  e  rettore  di  Cora, 
testé  riedificala,  Pietro  Anuibaldi,  finché 
fosse  piaciuto  al  Papa,  indicando  e  confer- 
mando così  la  dipendenza  diretta  (dunque 
già  era  dominio  della  s.  Sede:  osserverò 
quanto  all'origine  della  Sovranità  della 
medesima  sopra  Cori,  che  siccome  Ales- 
sandro Borgia  nell'  Istoria  di  Velletri 
narra  che  questa  fu  una  delle  prime  cit- 
tà che  si  sottoposero  al  principato  tempo- 
rale di  s.  Gregorio  II,  cioè  dopo  il  726 
circa,  e  lo  conferma  il  recente  patrio  isto- 
licoBauco,  dicendo  che  col  ducato  roma- 


VEL  VEL                     i9> 

no  *i  sottopose  al  dominio  pontificio  ,  e  neo  del  divino  Dante,  di  Gino  da  Pistoia 
siccome  le  città  suburbicarie  e  i  luoghi  e  di  alili  sublimi  ingegni,  padri  e  mae- 
adiacenti  ne  facevano  parte  ,  mi  sarà  le»  stri  dell'italiana  favella,  scrisse  opere  col 
cito  congetturare,  compresavi  anche  Co-  metro,  idioma  e  gusto  da  quelli  pratica- 
vi così  vicina  a  Velletri  e  a  Roma,  cioè  to:  fra  gli  altri  componimenti,  ricordo  il 
nell'iilto  dominio).  Indi  Gregorio  IX  pu«  poema  in  terza  rima  di  1 5  canti  intitola- 
re de'Conti  di  Segni  e  nipote  d'Innocenzo  to  Fcrramondo,  re  di  Francia,  i  cui  pre- 
'IH,  nella  bolla  emanata  nel  i  2  34  affine  gi  si  ammirano  da'preziosi  frammenti  ri- 
d'impedite  l'alienazione  de'luoghidipen-  portati  dallo  storico  Laurienti,  e  meritò 
'denli  dalla  camera  apostolica, nomina  par-  stamparsi  in  Roma  neh  47 3  quando  l'ar- 
'ticolarmente  Cora.  Meglio  prima  del  Nib-  te  tipografica  era  ancor  bambina  e  solo 
i>y  lutto  ciò  dichiarò  il  p.  Casimiro  da  sene  faceva  uso  per  opere  con  avidità  ri- 
'R orna  ,con  affermare:  Cora  averesempre  cercale;  altamente  encomiato  a' nostri 
riconosciuto  il  dominio  immediato  della  giorni  dall'immortale  Perticar*! ,  deplo- 
ISede  apostolica,  se  non  che  Innocenzo  IH  rando  i  versi  perduti  (ed  il  celebre  Tarn- 
'istantemente  pregato  da'consoli  e  dal  pò-  broni  giunse  a  paragonarlo  a  Dante);  co- 
polo  di  essa,  col  cousenso  di  lutti  i  cardi-  me  perdita  lagrimata  per  l'italiana  let- 
izili a'22  luglio  1212  costituì  signore  e  telatura  fu  altresì  lo  smarrimento  di  ai- 
rettore  della  medesima  il  nobil  uomo  Pie-  tre  opere  di  sì  eccellente  antico  poeta,  t 
'tro  Annibaldi ,  quamdin  Romano  Pon-  cui  titoli  accennò  Laurienti,  Tuberà,  Bo- 
fifìri  plaeuisset,  con  Epist.  riferita  dal  Irta  et  Cireia. Morì  l'illustre  Laurienti  nel 
citalo  Daluzio.  E  Gregorio  IX  nel  1234  i  348,  per  la  peste  che  afflisse  e  spopolò 
:con  atlo  presso  il  Bull.  Privileg.  et  Di-  queste  contrade.  Mentre  fioriva  quel  poe- 
ploni.  Bom.  Poni.,  t.  3,  p.  282,  ordinan-  ta  insigne,  Cori  possedeva  uomini  savi  e 
ilo  che  senza  il  consenso  de'cardinali  non  prudenti,  forniti  di  cognizioni  legali,  ca- 
si potesse  alienare  qualsivoglia  luogo  del-  paci  di  compilare  una  patria  legislazione, 
la  camera  apostolica,  tra  gli  nitri  nominò  a'tempi,  al  luogo  e  alle  circostanze  adat- 
singolarmente  la  città  di  Cora.  Questa  fu  ta.  Imperocché  nel  principio  del  secolo 
'onorata  dalla  presenza  di  Ronifàcio  Vili,  XIV  moltissime  città,  tene  e  castella  per 

•  allorché  trovandosi  nella  viciua  terra  di  la  turbolenza  delle  fazioni  e  il  malaugu- 
1  Cisterna  fendo  di  sua  famiglia  ,  ove  ser-  rato  trasporto  della  pontificia  residenza  in 

peggiavano  delle  febbri  epidemiche,  passò  Avignone,essendo  divenute  quasi  indipen- 

a  soggiornare  in  Cori  per  godervi  il  salu-  denti  si  formarono  i  loro  municipali  statu- 

'tevole  clima  ,  alloggiato  nella  casa   de'  ti,  e  così  feceCori. Uomini  valenti  e  godenti 

Riozzi.alla  quale  compartì  graziosi  e  pie-  tutta  la  patria  fiducia,  certamente  furo- 

gè  voli  privilegi.  A'  nostri  giorni  il  senato  no  preposti  a  tale  importante  cornpilazio- 

romano  aggregòalla  sua  cittadinanza  Se-  ne,  fra 'quali  si  nominano  Pietro  Toina- 

bnsliano  Riozzi  della  medesima  onorata  si,  Pietro  Veralli,Giovauni  Maltei  e  San- 

'  famiglia. Allorquando  cominciarono  a  dis-  te  Buzi.  Laonde  la  redazione  dello  stalu- 

1  sipaisiletenehredell'ignoranza,edascin-  to  di  Cori  si  fissa  0I1327,  e  le  prove  so- 

•  tillare  sul  cielo  italico  i  lumi  dell'umano  no  nell'archivio  della  città.  Racconta  Ma- 
!  sapere,  racconta  Viola,  col  quale  proce-  rocco  che  nel  1  335  seguì  la  pace  fra  Sez- 
1  do  eziandio,  ma  in  breve,  a  celebrare  gl'il-  ze  e  Cori  col  bacio  di  pace,  cioè  pe'  co- 
1  lustri  corani,  anche  Cori  fu  madre  d'  un  rani  il  nobile  Matteo  di  Pietro  di  Giaco- 


sez- 
no  e 


genio,  cioè  di  Virginio  Laurienti  nato  in  moda  Cora  sindaco  procuratore,  pe' 

1  questa  città  nel  1  271,  poi  notaio,  che  con  cesi  il  nobile  Giovanni  Taccari  setii 

ardore  si  applicò  all'arte  poetica  e  total-  procuratore  patrio.  Promisero  conservar- 

meule  si  dedicò  alle  muse.  Coutempora-  la  sempre  e  di  rimettersi  scambievolmen- 


i96  V  E  L 

te  ogni  offesa,  e  specialmente  dimenticar 
l'uccisione  falla  da  Andrea  di  Paolo  sez- 
zese,  di  Giacomo  da  Cora,  obbligando  so- 
pra ipoteche  i  loto  beni  e  confederandosi 
per  qualunque  molestia  nemica.  In  tal 
modo  fu  impedita  una  popolare  sommos- 
sa provocata  dalle  fazioni.  Queste  conti- 
nuando a  lacerare  i  dominii  della  s.  Se- 
de, per  l'assenza  de'Papi  da  Roma,  insor- 
sero forti  dissensioni  fi  a'eorani  e  gli  abi- 
tanti di  Colle  Medio  o  di  Mezzo,  castello 
poco  dislantedalla  città,  situato  nella  pro- 
vincia di  Campagna,  forse  sopra  la  selva 
di  Cori,  fra  Segni  e  Carpineto,  e  di  cui 
al  presente  si  ha  appena  memoria.  Offe- 
si da  essi  i  corani  della  dannevole  loro 
coudolla  ardila  e  insolente,  senza  invo- 
care la  suprema  autorità  di  Ugo  Bonvil- 
lar  vescovo  di  Leltere,rellore  e  conte  del- 
le provincie  di  Marittima  e  Campagna, 
nel  1372  pieni  di  vendetta  per  l'offese  ri- 
cevute, usciti  in  grossi  drappelli  dalla  cit- 
tà, marciarono  militarmente  a  danno  di 
quel  castello,  che  presero,  bruciarono  e 
distrussero ,  devastando  i  campi  e  ucci- 
dendo gli  agricoltori.  Ad  onta  che  il  ri- 
petutamente provocato  sdegno  sembrava 
scusare  l'impelo  vendicativo  de'  corani, 
nondimeno  l'impresa  fu  qualificata  delit- 
tuosa e  arbitraria,  onde  la  ciltà  fu  sotto- 
posta all'  interdetto.  Colpiti  i  corani  da 
questa  gravissima  pena  ecclesiastica,  in- 
viarono deputali  in  Avignone  per  giusti- 
ficarsi con  Gregorio  XI  (e  non  VI,  come 
probabilmente  per  fallo  tipografico  si  leg- 
ge in  Ricchi,  e  ripeterono  Viola,  Castel- 
Lino  e  \' Album  di  Romane\  t.  i5,p.  ?.58). 
Questo  Papa  uè  accolse  benignamente  le 
rimostranze,  ed  avendo  conosciuta  non 
tanto  ingiusta  la  cagione  che  avea  indot- 
to i  corani  al  riferito  eccesso ,  die  loro  il 
perdono  e  sciolse  Cori  dalla  scomunica. 
Non  andò  guari  che  i  corani  verso  ih  377 
trovaronsi  involti  in  nuovi  impegni  guer- 
reschi col  popolo  d'Albano.  Il  motivo  de 
dissapori  fra  le  due  città  non  è  ben  noto, 
ma  sembra,secondo  Laui  ienti,  che  gli  al- 
banesi avessero  dato  morte  a  molli  ubi- 


VE  L 


tanti  di  Cori.  Comunque  sia,  è  certo  che 
i  corani  conoscendosi  inferiori  di  forze  a' 
loro  nemici,  implorarono  il  soccorso  de' 
velletrani  loro  antichi  amici  e  confedera- 
ti. Unite  le  loro  milizie  marciarono  in 
Albano,  espugnarono  la  citlà,  la  saccheg- 
giarono, vi  appiccarono  il  fuoco  ,  e  reca- 
rono gravi  danni  al  monastero  di  s.  Pao- 
lo. Gli  effetti  di  questa  militare  spedizio- 
ne furono  simili  a  quelli  della  distruzione 
di  Colle  Mezzo.  Lo  stesso  Gregorio  Xf 
scomunicò  le  ciltà  di  Velletri  e  di  Cori, 
uè  queste  furono  prosciolte  dalla  grave 
censura  canonica,  che  dopo  aver  implo- 
rato il  perdono,  e  pagata  una  ragguaide- 
le  somma  a'monaci  di  s.  Paolo  pe'  danni 
solici  li.  Tanto  narra  il  Viola,  benché  se- 
condo Ricchi  i  corani  aiutarono  i  veli  tel- 
ili contro  gli  albanesi,  e  poi  si  obbligaro- 
no pagare  a'monaci  di  s.  Paolo  una  soc 
ma  considerabile  pe'danni  fatti  dalle  so 
datesche  curane.  In  mezzo  agli  sconvol 
menti  di  quell'epoca,  non  mancò  la  dii 
na  provvidenza  di  far  fiorire  uomini  ili 
minati  e  santi,  i  quali  impiegarono  tufi 
il  loro  zelo  per  eliminare  tanti  mali.  Ir 
Cori  fece  sorgere  il  beato  sullodato  f 
Sante  agostiniano  nella  sua  patria,  e  de 
la  medesima  famiglia  del  poeta  Laurìen- 
li.  Conoscendo  i  bisogni  morali  de' suoi 
concittadini,  dedicò  tutto  se  stesso  a  rifor- 
marne i  costumi.  Predicava  nella  città, 
istruiva  nelle  campagne,  a  tutti  spiegan- 
do le  soavi,  massime  del  Vangelo.  Fu  tale 
la  pietà  e  l'amore  del  prossimo  di  fi.  San- 
te Laurienli,  che  Dio  autenticò  le  sue  a 
postoliche  fatiche  con  prodigi  e  sopran- 
naturali avvenimenti;  poiché  predicando 
nelle  campagne  alla  moltitudine,  per  più 
giorni  la  sostentava  colla  sola  divina  pa 
rola  e  senza  cibo  corporale  ,  e  quantun- 
que ue'luoghi  adiacenti  piovesse  dirotta 
mente,  il  cielo  restava  sempre  sereno  in 
quello  spazio  di  terreno  in  cui  il  popoL 
udiva  le  sue  fervorose  prediche.  Deno 
minato  il  santo  e  il  beato,  pende  il  gin 
dizio  pel  riconoscimento  del  cullo  pi  ess*. 
la  s.  Sede.  A  suo  tempo  insorse  il  lagn 


V  E  L 

mevole  e  grande  scisma  d'occidente  con- 
tro il  Papa  legittimo Uibano  VI,  per  l'in- 
trusione dell'antipapa  Clemente  VII  ,  il 
quale  volendo  sostenersi  colle  armi,  i  co* 
irmi  fedeli  al  vero  Papa  si  batterono  con 
esse.  Frattanto  l'ambizioso  Ladislao  re  di 
Sicilia  di  qua  dal  T'aro, agognando  al  do- 
minio dello  stato  pontifìcio  e  d'Italia,  in- 
grato a'benefizi  ricevuti  da  Bonifacio  IX, 
Innocenzo  VII  e  Gregorio  XII,  nel  ponti- 
'ficaio  di  quesl'  ultimo  profittando  della 
perturbazione  generale  per  il  sussistente 
Làmia,  con  nuove  scorrerie  invase  anche 
Cori  e  le  vicine  contrade.  Le  sue  soldate- 
sche napoletane  gli  fecero  soffrire  molli 
[guai,  saccheggiando  e  distrùggendo  il  ce- 
lebre monastero  di  s.  Angelopresso  Ninfa 
'detto  di  s.  Maria  del  Monte  Mirteto,  dopo 
'3  secoli  circa  o  270  anni  d'  esistenza.  Il 
Nibby  citandoli  Diario  di  Gentile  Delfini, 
presso  il  Muratori,  riferisce  aver  Ladislao 
ordinata  la  roccatura  di  Tivoli,  Velletri, 
;Cora  ed  altre  terre,  e  che  vi  pose  i  castel- 
lani. Sebbene  l'auno  positivo  manchi,  e- 
gli  crede  che  questo  fatto  appartenga  al 
1408  :  per  roccatura  doversi  intendere 
la  merlatura  e  fortificazioni  in  genere,  e 
eh  questo  restauro  delle  mura  curane  ne 
souo  evidenti  prove  que'  pezzi  che  scor- 
gonsi  appunto  del  secolo  XV.  Nel  14.10  il 
'  re  Ladislao  fu  scomunicalo  da  Giovanni 
'  XX11I  (megiiodopo  la  data  che  vadoa  ri- 

I  portare,  perchè  fu  eletto  nel  medesimo 
1 4 1  o  a'  1  7  maggio),  e  le  sue  tirannie  ec- 
citarono le  città  e  luoghi  della  Chiesa  ro- 
!  ina  uà  a  scuoterne  il  giugo,  frale  quali  non 
fu  l'ultima  Curi.  Spiegando  essa  fermezza 
'  e  coraggio  armalo,  le  riuscì  di  sottrarsi 
1  dalla  sua  prepotente  dominazione;  e  per 
'  essere  all'uopo  garantita  e  difesa,  nello 

I  slesso  1 4 <<)  a'5  febbraio  voloutarhmenle 
si  assoggettò  al  Senato  Rumano  (f^-),  dal 
quale  per  a  ver  dato  insigni  argomenti  ilel- 
I'. intica  fedeltà,  fu  lodala  con  diploma  e 
'  assoluta  da  vari  eccessi  che  per  le  circo- 
1  stauze  de'teiupi  le  erano  stati  addebitali, 
e  fu  altresì  tenuta  poi  dal  medesimo  in 
graude  cousiderazioue.  Siffatta  soggeziu- 


VEL  .97 

ne  della  città  di  Cori  siccome  fu  sponta- 
nea, così  a  guisa  dell'antiche  federazioni 
venne  solennemente  stabilita  fra'due  po- 
poli romano  e  corano.  I  patti  della  concor- 
dia, per  maggiore  e  piùcostante  osservan- 
za, furono  dipoi  confermati  nel  i458  da 
Pio  il  con  breve  apostolico.  Il  p.  Casimi- 
ro da  Roma  dice  erronea  1*  asserzione  di 
Ricchi,  che  Cori  nel  1 4 1  o  si  sottomise  vo- 
lontariamente alla  signoria  del  popolo  ro- 
mano, poiché  egli  dice  essere  fuori  di  dub- 
bio, che  innanzi  a  quel  tempo  il  dominio 
de'Conservatori  di  Roma  non  pure  slen- 
devasi  sopra  di  Cora,  ma  sopra  le  città  e 
terre  che  nomina  e  da  me  riferite  al  cita- 
to articolo,  come  leggesi  nella  pace  fatta 
nel  i4°4  fra'conservatori  e  Paolo  Orsini. 
Anche  Nibby  opina  che  Cora  passò  diret- 
tamente sotto  il  dominio  del  senato  e  po- 
polo romano,  prima  del  tempo  assegnato 
dal  Ricchi,  perchè  come  dipendente  dal 
medesimo  fu  compresa  nella  detta  pace 
del  1 4°4-  '  corani  sostengono,  che  il  sena  - 
tu  e  popolo  romano  esercitava  sulla  loro 
città  soltanto  la  privativa  giurisdizione  e 
governo,  riconoscendo  la  giurisdizione  se- 
natoria ,  ina  ripugnando  le  qualifiche  di 
vassallaggio,  feudo  e  governo  baronale, 
usate  inesattamente  da  diversi  scrittori  e 
anche  in  qualche  atto  pubblico.  Imperoc- 
ché essi  con  in  villo  coraggio  scosso  il  gio- 
go di  Ladislao,  con  volontaria  dedizione  si 
posero  sotto  la  protezione,  giurisdizione  e 
amicizia  del  senato  e  popolo  romano,  non 
mai  con  soggezione  d'autorità  dispotica  o 
politica;  tua  col  vincolo  di  federazione, 
con  reciproci  patti  e  condizioni,  senza  al- 
cun tributo  che  mai  si  pretese  dal  senato 
romano.  Questo  poi  pagava  le  carceri,  il 
governatore  e  lutti  gli  altri  funziouari,cer- 
tauiente  con  graude  utile  de'  corani.  Fu 
quindi  doppia  gloria  pel  senato  romano  e 
pel  popolo  di  Cori,  che  senza  veruna  coa- 
zione i  corani  spontaneamente  si  sogget- 
tassero al  suo  patrocinio  e  giurisdizione, 
rimanendo  fedelissimi  sino  alla  recente 
cessazione  della  medesima;  ed  il  senato 
roiuauo, scrupoloso  osservatore  delle  rea- 


198  V  E  L 

proche  condizioni,  mai  esigette  tributo  0 
dazio,  come  lo  percepiva  dalle  città  e  ter- 
re realmente  tributarie.  Dice  il  Viola,  pri- 
ma dell'invasione  diLadidao, anzi  da  tem- 
po immemorabile,  per  l'amministrazione 
della  giustizia  e  per  la  custodia  delle  leg- 
gi si  eleggevano  due  magistrati  o  preto- 
ri,  uno  de'  quali  prendeva  il  nome  di  po- 
destà e  giudicava  nelle  cause  di  pubblico 
diritto,  e  l'altro  cbe  dice  vasi  il  giudice  de- 
cideva le  cause  di  diritto  privalo,  e  puni- 
va i  delinquenti  uniformemente  allo  sta- 
tuto (il  giudice  hovo  in  Ricebi  cbe  si  e- 
leggeva  da  secoli,  come  leggesi  nel  breve 
Sanctae  Romanae  Ecclesiae  Judex,  del 
i  283  di  Martino  IV:  si  può  vedere  il  suo 
«;ap.i6,  Governo  temporale  di  Cori).  Il 
diritto  della  nomina  e  dell'elezione  del  po- 
destà variava  secondo  le  circostanze  de' 
tempi  e  la  forma  del  governo;  sicché  ora 
«d  popolo  romano,  al  preside  delle  due  pro- 
vinole di  Marittima  e  Campagna,  ed  ora 
alla  città  medesima  spettava:  ma  il  giudi- 
ce, cbe  sempre  avea  avuto  la  giurisdizio- 
ne nelle  cause  civili  e  crimiuali,  depra- 
vasi per  antica  costumanza  dalla  s.  Sede, 
come  risulta  da  alti  pubblici  del  1288. 
Questa  forma  d'elezione  durò  fino  a  Bo- 
nifacio IX,  che  neh  392  concesse  alla  cit- 
tà il  diritto  di  tale  elezione  per  un  lem- 
pò  determinato,  cioè  fino  al  1 4 1 7  (ossia 
per  25  anni,  però  collo  sborso  di  4-5o  fio- 
rini d'oro  alla  camera  apostolica),  in  cui 
ritornò  alla  s.  Sede.  Martino  V  ueli43o 
avendo  osservato  che  si  eleggevano  ed  e- 
rano  stati  eietti  6  magistrati  col  titolo  di 
Ladini,  magistrato  poco  giusto,  per  cui  so- 
venti volte,  con  iscaudalo  de'buoui,  e  con 
danno  della  pubblica  e  privala  tranquil- 
li tà,resla  vano  impuniti  i  delitti,  nelle  cau- 
se de'  quali  davasi  la  prevenzione  fra  il 
kailino  e  il  podestà  ministro  allora  del- 
la curia  generale  delle  due  provincie  sud- 
dette, per  ovviare  a  ulteriori  disordini 
soppresse  siffatta  prevenzione,  e  restituì 
alla  città,  sebbene  a  titolo  oneroso  (cioè 
l'annuo  censo  di  5  fiorini  d'oro  e  per  29 
anni,  e  col  breve  flfagnae fidclilatis),  il 


V  EL 

diritto  d'eleggere  il  ballino,  cou  libero 
sereizio  della  giurisdizione;  diritto  che 
successivamente  confermato  da  Nicolò  V 
nel  1 45 1  (collo  stesso  censo  e  per  altri  29 
anni).  Finalmente  Sisto  IV  nel  i48o,  col 
breve  Ad  cogaiLainJidelUate.nl,  soppr 
se  affatto  l'uffizio  di  ballino,  e  sciolse 
ri  dalla  giurisdizione  del  preside  delied 
provincie,  dietro  istanza  de'pubblici  ra 
presentanti  corani,  e  non  senza  la  eoo 
razione  dell'illustre  e  già  ricordalo  coi  a 
e  uon  romano  o  conciano  o  di  Corano 
come  altri  scrissero,  p.  Ambrogio  Mas- 
sari,di  vasto  ingegno,  che  presso  quel  Pa- 
pa era  in  grandissima  slima.  Esso  fu  uno 
degli  uomini  più  distinti  e  sommi  che  può 
vantar  Cori,  religioso  agostiniano  del  suo 
convento.  Divenne  celebre,  eloquente  ed 
efficace  predicatore,  profondo  teologo  e 
filosofo,  provinciale  e  procuratore  gene- 
rale dell'  ordine,  professore  di  teologia 
nell'università  romana.  Sisto  IV  l'inviò 
nunzio  iu  Germania  per  conciliar  le  dif- 
ferenze fra  gli  elettori  dell'  impero,  cou 
felice  riuscita;  e  poi.  lo  fece  dichiarare 
generale  del  suo  ordine,  di  cui  divenne 
beuefico  e  intelligente  riformatore,  mas- 
sime de'conventi  di  s.  Marco  in  Milano,  e 
di  s.Maria  del  Popolo  iu  Roma,  la  cui  r 
dificazione  e  quella  della  chiesa  otleu 
da  Sisto  IV.  In  Milano  sosleune  viltoii 
samenle  la  clamorosa  questione,  che  il 
dottore  s.  Agosliuo  si  dovesse  rappresen- 
tare vestito  da  romito  e  non  da  canoni- 
co regolare.  Pubblicò  in  Roma  l'apologia 
del  suo  ordine ,  col  commento  della  1 
gola  e  il  catalogo  de'religiosi  illustri.  M 
to  Sisto  IV,  fu  uno  degli  oratori  eletti 
dirne  ['orazione  funebre;  ma  il  successo- 
re Innocenzo  Vili  lo  fece  tosto  rinchiu- 
dere in  Castel  s.  Angelo,  e  dopo  un  mese 
gli  assegnò  il  proprio  convento  per  car 
re,  ove  oppresso  d'afflizione  inori  poco 
pò  nel  1480  in  Roma.  Tanto  rigore  si 
tribui  0  per  aver  sparlato  del  Papa,o  p 
che  violò  il  divieto  sul  silenzio  imposto 
delta  questione,  o  per  invidia  e  risei» 
mento  d'alcuni  suoi  io&rali  cuneligu 


: 


IVEL 
che  lo  calunniarono.  Benemerentissimo  e 
ornamento  del  suo  ordine,  sommo  lette- 
i  alOjOutore  di  molte  dottissime  opere  lo- 
ti ite,  il  cui  catalogo  riportano  il  Ricchi  e 
Viola,  in  uno  agli  alti  encomi  che  gli  tri- 
(lutarono  tutti  gli  storici  contemporanei 
e  successivi,  anche  per  le  sue  virtù,  pietà 
e  «spettabili  costumi.  Così  finì  un  uomo  ve- 
ramente grande,  vittima  della  maligni- 
tà: esempio  non  raro,  né  unico  nella  serie 
dell'umane  vicende!   Discioltala  città  di 
idoii  nel  1480  dalla  giurisdizione  del  pre- 
side delle  due  provinole,  a' ig  novembre 
ii5i2  furono  rinnovati  i  patti  onorevoli 
coll'inclito  popolo  romano,e nel  i5i  3  con 
molla  da  Leone  X  fu  questo  reintegrato 
ni  possesso  di  tutte  le  giurisdizioni,  e  del- 
l'immediato dominio  sulla  città  di  Cori  e 
suo  territorio,  ed  altri  luoghi ,   Velletri 
iee.  cum  mero  et  misto  imperio,  aliisque 
omnibus juribus  et  jurisdic tionibus, pro- 
ti t  canini  subdi forum  ,  Romani  populi 
di/ioni  et  potentati,  de  constnsu  quorum 
interest,  libere  resti luimus  et  plenarie 
rciiitegramus.W  p.  Casimiro  dice  cheLeo- 
ne  X  con  tale  atto  confermò  pure  le  fran- 
chigie di  Cori  ,  la  dichiarò  libera  e  im- 
mune, insieme  con  Velletri,  Tivoli  e  Ma- 
g\'ìnnn,polestariae  a  taxis,  quasproex- 
:  pedi  liane  Brevium  praefati  secretarti  ab 
eis  haclenus  exigebitnt ...  et  ab  ornai  o- 
nere,  quo  prò  stationibus  militimi  Roma- 
1  uae  Kcclesiae,  gravabantur.Vva  gli  al- 
1  tri  patti  della  summenlovata  concordia  vi 
i  fu  quello  eziandio  ,  in  forza  del  quale  il 
1  podestà  dovea  nominarsi  dal  consiglio  del 
:  popolo  romano,  e  rinnovar-i  ogni  6  me- 
'  si;  dovea  esser  nobile  e  cittadino  roma- 
:  no,  e  si  rivestiva  del  mero  e  misto  impe- 
1  ro.  Si  convenne  inoltre  che  il  giudice  do- 
:  vesse  eleggersi  da'priori,e  confermarsi  dal 
.  pubblio*  consiglio  di  Cori,  colla  qualità 
i  di  dottore  ed  estero;  che  dovesse  pren- 
.  dere  cognizione  di  tutte  le  cause  sì  civili 
1  che  criminali  in  1  .*  istanza,  e  compiline 
.  i  processi  senza  intervenzione  del   pode- 
stà; e  che  al  medesimo  giudice  si  appar- 
tenesse l'arbitrio  della  pena  in  tutti  i  ca>i, 


VEL  199 

dalle  circostanze  de'  quali  dovesse  misu- 
rarsi la  maggiore  o  miuore  estensione.  In- 
tanto Cori  continuando  in  ogni  secolo  a 
produrre  cittadini  in  pietà  e  dottrina  di- 
stinti e  rinomati ,  rimarca  Viola  nel  ri- 
ferirne le  notizie  biografiche,  che  andava 
a  presentarne  una  serie  cos\  nobile  e  nu- 
merosa, da  recare  stupore  e  meraviglia. 
Il  p.  Bonifacio  da  Cori  contemporaneo  e 
correligioso  del  Massari,  proseguì  alacre- 
mente la  riforma  de'costumi  nel  suo  or- 
dine da  lui  cominciata,  qual  provinciale 
del  medesimo,  e  fu  mollo  dotto  e  versato 
in  ogni  ramo  di  letteratura.  Altro  illu- 
stre e  dotto  agostiniano  fu  il  p.  Egidio 
Marida  ,  e  si  rese  benemerito  della  pa- 
tria. Dalla  famiglia  Veralli,  una  delle  più 
antiche  e  cospicue  famiglie  corane,  usci- 
rono grandi  uomini.  Oltre  il  nominato 
redattore  dello  statuto,  Gio.  Battista  (uno 
di  simile  nome  e  cognome  negli  Archia- 
tri Pontificii  del  Marini,  lo  trovo  detto 
dal  Mandosio  medico  d'Eugenio  IV,  per- 
chè peli."  lo  chiamò  suo  archiatra  Baldo 
Baldi  nel  suo  Opobalsamo,  dalla  quale 
opera  crede  Marini  l'abbiano  tolto  gli  au- 
tori del  catalogo  de'  protomedici  e  pub- 
blicalo negli  statuti  del  loro  collegio,  uon 
essendovene  memoria  nell'archivio  della 
s.  Sede.  Bensì  nel  t;>2  r  uno  de'conserva- 
tori  di  Roma  fu  Gio.  Battista  Veralli,  ri- 
ferito negli  statuti  urbani  di  quell'anno, 
e  il  Marini  ne  riparla  nel  Ruolo  de'pro- 
fessori  dell'  archiginnasio  romano,  qual 
capo  de'conservalori,  e  così  dotto  che  gli 
si  attribuì  l'orazione  recitata  in  Campi- 
doglio per  l'inaugurazione  della  statua  di 
Leone  X  scolpita  da  Domenico  Amio  o 
d'Aimo.  Inoltre  lo  chiama  famigliare  del 
cardinal  Farnese,  marito  della  nobile  ro- 
mana Giulia  sorella  del  cardinal  Jaco- 
vacci,  e  riformatore  dello  studio  di  Ro- 
ma. Ignora  quando  fu  protomedico  di  Ro- 
ma, e  ripete  sogno  il  crederlo  stato  me- 
dico d'Eugenio  IV.  Da  tali  uffizi,  dall'es- 
sere romana  la  moglie  ed  aggregata  alla 
nobiltà  romana  la  famiglia  Veralli,  pro- 
babilmente derivò  l'errore  di  chiamarsi 


aoo  VEL 

romano  il  loro  figlio  cardinal  Girolamo 
nell'epitaffio  del  sepolcro,  ov'è  detto  zio  di 
Urbano  F//, perchè  questo  nacque  dalla 
figlia  della  sorella  della  madre,  e  non  dal- 
la sorella  di  questa  ,  come  alcuni  credo- 
no), vivea  mentre  il  cardinal  Farnese  era 
vescovo  d'  Ostia  e  Velletri.  Egli  era  let- 
terato e  professore  di  mediciua,  e  talmen- 
te a  quel  gran  cardinale  ben  affetto,  che 
nelle  sue  pastorali  visite,  in  Cori  amava 
di  godere  dell'ospitalità  de'  Veralli,  nella 
casa  del  quale  alloggiava,  e  si  tratteneva 
eziandio  se  per  avventura  da  qualche  in- 
disposizione di  salute  era  sorpreso.  Dive- 
nulo  neh  534  il  vescovo  porporato  Pao- 
lo III,  non  dimenticò  i  servigi  e  l'amicizia 
del  corano  medico  Veralli ,  e  profuse  le 
sue  beneficenze  su  di  lui  e  su  tutta  la  fa- 
miglia. Lo  chiamò  subito  in  Roma ,  ed 
usò  con  esso  tale  familiarità,  che  fabbri- 
candosi il  palazzo  Farnese  ,  il  Veralli  Io 
consigliò  a  dargli  in  alcune  parti  la  for- 
ma del  tempio  di  Ercole  in  Cori,  di  che 
già  dissi  ove  ne  feci  parola.  Suoi  figli  fu- 
rono Girolamo  Veralli  (V),  Paolo  Emi? 
lio,  e  Matteo  parimenti  nati  in  Cori  nella 
casa  avita  presso  poi  la  Segnina.  Girolamo 
fu  creato  dal  Papa  cardinale;  Paolo  E- 
Diilio  fu  celebre  uditore  di  Rota,  arcive- 
scovo di  Rossano  e  vescovo  di  Capaccio, 
ed  affezionato  alla  terra  natale,  abitò 
molto  tempo  in  Cori,  mentre  era  vesco- 
vo, e  vi  si  fabbricò  un'abitazione  annessa 
alla  casa  paterna.  Il  p.  Casimiro  da  Ro- 
ma a  vendo  criticamente  esaminatoli  luo- 
go di  nascita  del  cardinal  Girolamo  Ve- 
ralli, trovò  che  incontrastabilmente  fu  Co- 
ri, riferendo  diverse  notizie  della  famiglia 
Veralli  corana  e  del  cardinale,  che  in  Co- 
vi godè  de'  benefizi  ecclesiastici,  fu  par- 
roco di  s.  Michele  Arcangelo,  indi  fu  elet- 
to giudice  dalla  patria,  e  luogotenente  e 
giudice  del  cardinal  Farnese  in  Velletri; 
e  divenuto  cardinale,  Cori  nel  pubblico 
consiglio  lo  dichiarò  protettore,  e  decre- 
tò che  nulla  s'iutraprendesse  senza  la  sua 
approvazione. Che  il  fratelloMalteo  si  ma- 
ritò con  Giulia  Mqualdeschi  deila  Cer- 


VEL 

vara,  e  fu  conservatore  di  Roma,  ove 
stabilirono  i  figli  Gio.  Battista  e'  Fabri 
zio  Veralli  (V.),  nel  palazzo  acquistalo  in 
piazza  Colonna, già  de'Gi  ustiui  e  oraPiooa- 
bino.  Fabrizio  divenne  poi  cardinale  ,  e 
il  fratello  ebbe  da  Eugenia  Rocci  due  fi- 
glie Giulia  e  Maria,  la  quale  ultima  spo- 
sala al  marchese  Orazio  Spada,  nipote 
del  cardinal  Bernardino  Spada    (V.), 
porlo  seco  in  dote  tulta  l'eredità  de'Ve- 
rulli  ,  che  dicesi  eccedesse  la  somma  di 
200,000  scudi.  E  così  fu  estinto  il  ramo 
de'  Veralli  passato  in  Roma ,  poiché  in 
Cori  ne  restò  allro,  essendosi  la  famiglia 
divisa  in  due  sino  dal  secolo  XV,e  fioriva 
a  tempo  del  p.  Casimiro,com'egli  attesta, 
imparentata  a  quella  de'Ricchi.  IlNovaes 
e  il  Marchiafava  dicono  i  cardinali  Gi- 
rolamo e  Fabrizio  nati  in  Cori,  benché 
sulla  loro  tomba  si  legga  romano.  Eru- 
ditamente e  con  diffusione  tratta  de'dt 
cardinali    Veralli   anche    il    Cancelli»: 
nella  Lettera  al  cardinal  Antonio  P<\ 
lotta  sopra  una  copia  all'encausto 
la  Scuola  d'Atene  di  Raffaello;  ed 
codice  membranaceo  diFerdinandoCc 
dubense  -  De  Consultandi  r aliane  -  1 
dicato  al  cardinal  d'Auxia,  e  poi  pc 
seduto  dal  cardinal  Girolamo  Verall 
Dichiara  che  per  incidenza  avendo  chi 
niato  nelle  Notizie  dell'Anello  Cardine 
lizio,  il  cardinal  Girolamo  proveniente 
da  Cori,  perciò  l'ardentissimo  zelo  delle 
glorie  patrie  del  suo  particolare  amico 
Vincenzo  Tommaso  Marchetti,  nel  di  lui 
estratto  di  tale  opuscolo  inserito  nell  £/*• 
femeridi  di  Roma  di  novembre  1 823,  p. 
a  1 4>  correggendo  la  sua  inesattezza,  di- 
mostrò ad  evidenza  la  sua  nascita  in  Co- 
ri, da  lui  precedentemente  manifestata 
al  Novaes,  con  aver  prodotto  le  testimo- 
nianze del  Ricchi,  del  p.  Casimiro  e  di 
mg.r  Alessandro  Borgia.  Che  nel  i55i 
gli  fu  dedicato  lo  statuto  corano,  essendo 
dipinta  la  sua  effigie  con  quella  del  fra- 
tello Paolo  Emilio,  e  del  nipote  cardinal 
Fabrizio  nella  sala  del  consiglio  di  Cori, 
pqq.  l'epigrafe  di  Cittadini  Corani-CUe  ,i- 


VE  L 

levasi  dalla  Storia  mss.  di  Cori  del  p.  San- 
te Laurienti,cheil  feudo  di  Castel  Viscar- 
do  passò  agli  Spada  da'Veralli.  Continua 
il  Viola  a  narrare,  che  Erminio  Versili, 
afline  de'mentovati  Girolamo  e  Paolo  E- 
milio,  nella  guerra  contro  il  turco  sotto 
s.  l'io  V,  trascorse  gloriosamente  la  mi- 
litare carriera,  luogoteuente di  Paolo  G hi- 
slieri  nipote  di  quel  Papa;  trovossi  in  di* 
verse  battaglie  navali,  in  cui  riportò  lode 
di  valoroso  e  intrepido,  pieno  d'onorate 
cicatrici  Spatriando.  Nella  stessa  guerra 
il  Ricchi  ricorda  Paolo  Maltei  capitano 
del  re  diFrancia.  Noterò  col  p.  Casimiro, 
che  in  Cori  dimoravano  gli  ebrei,  espul- 
si nel  i56g  d'ordine  di  s,  Pio  V,  come 
in  altri  luoghi,  onde  fu  venduta  la  scuo- 
la che  avevano  nella  città,  e  restò  il  no- 
me alla  contrada  da  loro  abitata.  Il  sud- 
detto p.  Maritila  (che  Ricchi  dice  della 
famiglia  Militi  o  benedetti,  ma  piuttosto 
una  sorella  entrò  in  quella  casa)  aveudo 
particolare  amicizia  con  Marc' Antonio  li 
Colonna,  rese  un  segnalato  servigio  alla 
patria  nella  fatale  guerra  della  Campa* 
gua  Romana  degli  spaglinoli  contro  Pao- 
lo I V  ;  d  Colonnese  seguendo  le  parti  ne- 
miche, devastò  diverse  città  e  luoghi  del- 
la provincia.  Si  presentò  sotto  Cori  col- 
l'esercilo  vittorioso,  e  forse  con  cattiva 
intenzione.  Costernati  gli  abitanti  teme- 
vano funeste  sciagure,  quando  il  p.  Ma- 
lnota accompagnato  da  un  drappello  di 
ragguardevoli  cittadini, si  portò  incontro 
alle  minacciatiti  squadre.  11  Colonna  alla 
vista  dell'agostiniano  amico,deposto  il  con- 
tegno guerriero,  I'  accolse  benignamen- 
te, ed  assicurò  che  non  avrebbe  molesta- 
to la  città.  Altri  agostiniani  illustri  furo- 
no il  p.  Bonifacio  Scaglioni,  e  particolar- 
mente il  p.  Cristoforo  Militi  o  de'  Bene- 
detti uipole  del  p.  Maiiola:  dotto  in  ogni 
ramo  di  sapere  e  dotalo  d'ingegno  per- 
spicace, fu  vicario  generale  di  più  vesco- 
vi, provinciale  della  provincia  romana,  e 
facondo  predicatore  recitò  diverse  predi - 
che  ne!  palazzo  apostolico  con  singoiar  sod- 
disfuioue  di  Clemente  Y-M  i  anicclù  il 


VEL  aoi 

patrio  convento  di  scelta  biblioteca,  e  la- 
sciò mss.  molte  opere.   Agostiniani  pur 
furono,  Egidio  Fantuzzi  valente   predi  - 
calore;  Celidonio  Giardinetti  si  distinse 
nella  poesia  ;  Cristoforo  Militi  giuniore; 
Gregorio  Militi  arse  di  zelo  apostolico  pel 
prossimo  e  specialmente  pe'  suoi  concilia- 
ni,  e  compose  un  libro  Sull'origine  e  ari' 
lichità  di  Cori;  Gio.  Battista  Benedetti 
afline  de'  nominati  di  bel  talento.  Aure- 
lio Alti  fu  virtuoso,  saggio  e  dotto  gover- 
natore d'Anagni  e  altre  città.  La  famiglia 
Bucciarelli  originaria  di  Roma  fu  pro- 
duttrice di  uomini  preclari;  fu  Antonio  di 
Francesco  ufficiale  del  senato  sotto  Mar- 
tino V,  che  fissò  in  Cori  il  suo  domicilio, 
da  cui  sortirono  Agostino  vicario  gene- 
rale d'Ostia  e  Velletri,  Marsilio  egual- 
mente vicario,  e  Pompeo  professore  di 
teologia.  Questi  stimato  da'  Colonna  fu 
maestro  e  aio  a  Marc' Antonio  II,  e  ne  di- 
venne successivamente  uditore  e  impie- 
gato ne'goverui  di  molte  città  e  castella; 
restato  vedovo,  si  fece  sacerdote,  visse  i  i  o 
anni  e  fu  uno  de'  revisori  dello  statuto 
allorquando  si  stampò.  Marzio  Buccia- 
relli fu  vicario  di  4  cardinali  vescovi  in 
Cori;  Lorenzo  Bucciarelli  fu  preside  di 
molte  città  e  altri  luoghi  di  Campagna; 
e  per  non  dire  d'altri  Bucciarelli,  Pietro 
quasi  sempre  resse  i  comunali  interessi. 
Dice  Ricchi  che  Paolo  Bucciarelli  oriun- 
do di  Cori,  nel  i  634  w  consagrato  da  Ur- 
bano Vili  vescovo  di  Narni.  Fabio  Gian- 
nuzzi  vicario  generale  d'Ostia  e  Velletri, 
beneficiato  e  camerlengo  Vaticano:  il  fra- 
tello Manilio  avvocato  concistoriale,  pel 
suo  sapere  profondo  s.  Pio  V  lo  nominò 
governatore;  Ugo  Boncompagui  che  gli 
successe  (pare  che  si  debba  anticipare  la 
della  epoca,  non  solo  per  riferire  il  No- 
vaescheUgu  nel  1 555  fu  fallo  vice-legato 
di  Campagna,  ma  perchè  Pio  IV  anteces- 
sore di  s.  Pio  V  l'avea  creato  cardinale  e 
inviato  legato  in  Ispagna)  nella  carica,  di- 
venuto Gregorio XIII,  stimando  i  meriti 
di  Manilio,  profuse  le  sue  beneficenze  su 
di  lui  e  itigli,  de'quali  fece  Pietro  vescovo 


2oi  VEL 

d'Alatri,  e  Gio.  Ballista  suo  particolare 
tesoriere, Giovanni  Amali  essendo  cappel- 
lano del  cardinal  Medici,  il  quale  eletto 
Papa  col  nome  di  Pio  IV  lo  fece  canonico 
Lateranense(aItro canonicodella  basilica 
Valicana  corano  fu  Biagio, ricordato  dal- 
lo Schradero  ne' Monumenti d' Italia  fl- 
no  al  1 5ga)  e  vescovo  di  A/mort  nel  1 565 
colla  ritenzione  del  canonicato,  anclie  do- 
po la  rassegna  fatta  del  vescovato  nel  1567, 
morto  decano  di  quell'  arcibasilica  nel 
j  5g3  e  sepolto  nella  medesima,  in  cui  di- 
spose annuo  anniversario  di  suffragio,  il 
quale  celebrasi  a'  5  maggio:  la  sua  iscri- 
zione sepolcrale  nel  1843  fu  rinnovata 
dal  concittadino  e  concanonico  mg, r  Pic- 
chioni.come  notai  nel  ricordato  articolo. 
Ulisse  Ciuf!)  preside  di  moltecittà  di  Cam- 
pagna, restato  vedovo  della  virtuosa  Lau- 
demia  Giannuzzi,  di  70  anni  si  ordinò 
sacerdote  e  due  de*  suoi  10  figli  che  già 
lo  erano  assisterono  la  suat,'  messa  :  gli 
attribuiscono  varie  opere  letterarie,  ed 
una  Genealogia  delle  famiglie  di  Cori, 
che  inoriginaleè  nell'archiviodella  nobi- 
lefutuiglia  Marchetti, Gio.  Antonio  e  Vin- 
cenzo Prosperi  valenti  giureconsulti, d'u- 
na delle  famiglie  più  antiche  e  nobili  di 
Cori, la  quale  porta  va  prima  il  cognome  di 
Renzi  dal  famoso  tribuno  di  Roma  Nicola 
di  Rienzo,  di  cui  riparlai  nel  voi.  LXXIH, 
p.  3o2;  famiglia  che  prese  il  cognome  di 
Prosperi  da  Prospero  Renzi  verso  il  1 5a5. 
Cesare  Mattei  il  seniore  da'patrii  storici 
fu  detto  il  poeta  corano,  in  gran  rino- 
manza nel  declinar  del  secolo  XVI;  ca- 
nonico e  rettore  di  diverse  chiese  in  Cori 
e  in  Roma,  autore  di  molte  opere  in  pro- 
sa e  in  versi,coraedi  Iodate  tragedie.  Que- 
ste come  altre  produzioni  letterarie  de' 
talenti  corali,  essendosi  perdute,  furono 
deplorate  dal  Viola,  per  la  maggior  glo- 
ria che  ne  sarebbe  derivata  a  Cori,  e  uti- 
le alla  repubblica  letteraria.  La  fami- 
glia Zampini  fiorì  tra  le  ragguardevoli, 
reputandosi  derivata  dal  suddetto  Marco 
Silaccio,  vissuto  a'  tempi  di  Commodo, 
fiorendo  un  Antonio  circa  il  1 570  (e  poi 


VEL 

il  sullodalo  p.  Cherubino).  Osserva  il  Vio- 
la, che  una  serie  così  numerosa  di  uomi- 
ni insigni  che  Cori  nel  secolo  XVI  pro- 
dusse, dà  a  conoscere  lo  stato  di  robu- 
stezza in  cui  ella  trovavasi  in  quell'età,  e 
coniedovea  essere  temuta  e  rispettata.  In 
fatti,  soggiunge,  Marc'Antonio  e  Sciarra 
Colonna  (com'egli  lo  chiama,  e  di  cui  più 
sopra  ragionai,  come  nel  paragrafo  Ser- 
moncta),  facendo  col  loro  esercito  ritor- 
no dalla  Francia,  e  volendosi  vendicare 
d'alcuni  torti  ricevuti,  penetrarono  nella 
Campagna,  e  infiniti  guasti  recarono  a 
molte  città  ed  altri  luoghi  di  quell'uber- 
tosa provincia;  passando  per  altro  nelle 
vicinanze  di  Cori,  la  riguardarono  da 
lungi  con  rispetto,  né  osarono  di  violare 
il  di  lei  territorio.  Inoltre  Marco  Sciarra 
famoso  condottiero  di  numerose  bande 
di  truppa  devastatrice,  passando  con  essa 
presso  la  città,  tale  timore  neconcepì,  che 
fuggendo,  si  tenne  ben  lontano  dalla  me- 
desima, e  si  spinse  a  depredare  Castel 
Giuliano,  Norma,  e  altre  terree  castella 
della  provincia  di  Campagna,  Il  Ricchi 
che  altrettanto  riporta,  in  parte  chiarisce 
il  narrato,  in  parte  fa  conoscere  essere  ri- 
petizione del  riferito  superiormente,  non 
senza  forse  anticipare  l'epoca  quanto  a 
Soiarra.  Poiché  egli  dice,  di  ritorno  Mar- 
c'Antonio(II)CoIonna  dalla  Francia  colle 
sue  squadre  nel  1 556  (cioè  nella  guerra 
contro  Paolo  IV),  benché  predasse  Segni, 
Palestrina  e  altri  vicini  luoghi,  nondi- 
meno per  Cori  si  mostrò  rispettosissimo. 
Marco  Sciarra  Colonna,  dopo  aver  sac- 
cheggiato Norma  e  Giuliano,  portando- 
si alla  volta  di  Cori,  la  sua  venuta  fu 
frastornata  dal  p.  Egidio  Mariola  cora- 
no, che  avendo  entratura  co'  Colonnesi, 
in  segno  d'amorevolezza  gli  andò  incon- 
tro con  molte  some  di  viveri,  e  come  al- 
tri vogliono  gli  presentò  le  chiavi  di  Co- 
ri, per  cui  dal  Papa  restarono  scomuni- 
cati per  molto  tempo  i  corani.  Neìì'41- 
bwndi  Roma,i.  2  3,p.  3  5,  si  legge  di  L.  A  li- 
bati un'  elegante  descrizione  della  pitlu 
ra  esprimente  Tasso  e  Marco  Sciarra,  e- 


V  E  L 

seguita  dal  valente  romano  pittore  Carlo 
De  Paris.  Si  apprettile  da  essa  che  il  for- 
Mutabile  ladrone  co'  suoi  Celli,  ne'  nion- 
li  della  Bruzia  vedendo  il  grande  epico 
(che  celebrai  anche  nel  voi.  LXXXV,  p. 
34),  «»on  gli  fece  onta,  tua  lutto  umano 
e  mite  l'assicurò  di  progredite  il  viaggio 
tranquillamente, ed  ofltì  nell'insorta  prò 
cella  se  e  i  suoi  in  di  lui  aiuto  e  conforto. 
Secondo  il  riferito  da  Ricchi,  e  in  uua 
lettera  scrittami  dal  Marchetti,  Paolo  V 
nel  i  60 5  accordò  al  magistrato  pubblico 
di  Cori  il  titolo  di  conservatori.  Il  Bau 
co  in  vece  attribuisce  la  concessione  a  s. 
l'io  V  e  perciò  anteriore,  ed  osservando 
che  il  senato  tornano  ne  fu  contento,  e 
che  anzi  ascrisse  fra  le  famiglie  patrizie 
romane  non  poche  di  Cori,  che  furono 
la  Versili,  la  I3uzi,  la  Corradini,  la  Mon- 
tagna e  altre.  I  conservatori  di  Cori  si 
sottoscrivevano  con  tale  titolo,  e  poi  tra- 
cciarono d'usarne  il  titolo.  A  tempo  del 
Biechi  i  3  priori  incedevano  magistral- 
mente con  ammanti  di  color  violaceo,  e 
ornamento  di  armisino  o  ormesino,  I 
conservatori  poi  incedevano  togati  con 
berrette  di  velluto,  segniti  da  3  mandata- 
ri, sia  nel  partire  e  sia  nel  ritorno  alle  loro 
case.  Leggo  uel  p.  Casimiro,  che  nel  1 660 
ordinò  la  congregazione  della  s.  Consulta, 
che  gli  umziali  del  comune  si  eleggesse- 
ro dalle  60  principali  famiglie,  poiché 
sino  allora  nulla  facendosi  in  Cori  senza 
i  conservatori  di  Roma,  da  questi  si  sce- 
glievano 60  consiglieri,  da'  quali  erano 
scelti  gli  uffiziali  e  singolarmente  il  giu- 
dice; essendosi  i  conservatori  di  Roma 
riservato  solamente  il  diritto  di  costituir- 
vi il  pretore,  poi  confermato  con  ponti- 
ficio breve,  carica  che  soltanto  conferì- 
vasi  ad  un  nobile  romano,  onde  tra  gli 
nitri  l'esercitarono  i  Cenci,  i  Conti,  i  Mu- 
ti, i  Bufali,  i  Fa  hi,  i  Doccabella,  i  Pupa- 
loui,  :  Velerà,  gli  Jacovacci,  i  Cesari  ni, 
i  Molara,  i  Matlei,  i  Calftrelli,  i  Frangi- 
pani. Se  uel  secolo  XVI  Unti  uomini 
chiari  nelle  lettere,  nella  pietà  e  negli  o 
noti  Cori  produssi-, dichiara  Viola,  non 


V  E  L  ao3 

ne  fu  meno  feconda  nel  secolo  XVII.  Sul 
principio  fu  illustrata  dalla  nascita  di 
Pellegrino  Laudi  Vittorj,  la  cui  famiglia 
sempre  produsse  insigni  uomini  nelle 
scienze,ed  al  presente  con  ragione  si  pregia 
appartenerle  il  degnissimo  vescovo  d'Asi- 
si.  Pel  legri  no  colle  sue  virtù  di  venne  cano- 
nico di  s.  Maria,  l'ornamento  della  patria, 
il  decoro  di  sua  stirpe,  il  padre  de'  pove- 
ri, l'uomo  apostolico  e  santo,  comechè 
venerato  qual  servo  di  Dio.  Ne  compilò 
la  vita  un  gesuita,  e  la  dedicò  al  vescovo 
cardinal  Ruffo,  di  cui  ne  pubblicò  l'e- 
stratto il  Marchiata  va  nella  discorsa  de- 
dizione di  sua  Breve  istoria,  ragionan- 
done anche  nella  3.'  Narratisi  di  esso  co- 
se prodigiose,  fra  le  quali  le  sue  estasi  in 
coro  al  canto  della  Salve  Regina,  e  di 
aver  alzato  il  capo  e  le  mani  dal  feretro 
nella  messa  solenne  del  suo  funerale  al- 
l'elevazione dell'Ostia  per  venerare  il  ss. 
Sagrameuto.  Divotissimo  della  Madou» 
uà  del  Soccorso,  impreteribilmente  la  vi- 
sitava ogni  giorno  prima  del  coro,  ed  in 
una  processione  di  penitenza,  per  umilia 
fece  il  lungo  e  disastroso  viaggio  con  pe- 
santissima Croce  sulle  spalle,  e  con  peso 
smisurato  di  selci  appeso  al  collo.  Giro- 
lamo Yeralli  il  giuniore  figlio  di  Erminio, 
letterato,  giureconsulto  e  preside  di  mol- 
te città  ed  altri  luoghi  della  Campagna, 
La  famiglia  Castaldi  fu  pure  in  ogni  tem- 
po di  uomini  egregi  illustrata:  Marsilio 
fu  valente  letterato  ed  erudito;  così  Ana- 
stasio canonico  d'Albano;  Flaminio  giu- 
reconsulto fu  denominato  causidico  per- 
fctloj  il  p.  Gabriele  seniore  agostiniano, 
profondo  teologo,  esimio  oratore,  autore 
d'un  dramma  sulla  fanciulla  Oliva.  Mel- 
chior Bossi,  imitatore  di  Plauto  che  fa- 
cendo il  mugnaio  nell'ore  di  riposo  scri- 
vea  commedie,  essendo  scarpellino  nel- 
l'ore d'ozio  componeva  versi  e  commedie, 
ed  il  Viola  riporta  di  lui  un  bel  numero 
d'opere  in  prosa  e  in  poesia,  alcune  del- 
le quali  stampale.  Alessandro  Petrilli 
buon  poeta,  ma  seguace  del  cav.  Marini  ; 
conosciuta  l'eirouea  sua  coudoltu  si  fece 


ao4  V  E  L 

cappuccino,  ed  occupò  il  suo  estro  poe- 
tico in  temi  edificanti  e  in  rappresenta- 
zioni sagre,  riferite  dal  Viola.  Antonio 
Mattei  cauonico  decano  di  Milano:  altro 
di  tal  nome  o  forse  il  medesimo,  con  l'U- 
gheili  lo  dissi  vescovo  di  Sarno  in  quel- 
1'  articolo.  La  famiglia  Montagna  pro- 
dusse più  individui  meritevoli  di  rimem- 
branza: Marco  Tullio  valente  pittore  fu 
impiegalo  da  Urbano  Vili  negli  abbelli- 
menti del  palazzo  apostolico  ;  Vincenzo 
buon  letterato,  fu  ^.o  anni  governatore 
de'  feudi  de'Caetani,  morto  piamente  in 
patria  di  97  anni  uel  giorno  e  ora  da  lui 
predetti;  Salvatore  di  gran  talento  e  prò- 
tonotario  apostolico,  dal  cardinal  Pietro 
Aldobrandini  fatto  nominare  avvocalo 
delle  vedove, de'pupilli  e  di  tutti  i  pove- 
ri di  Roma,  meritando  che  Urbano  Vili 
lo  sostituisse  al  celebre  mg/  Scannarola 
divenuto  vescovo  di  Sidone,  nell'  uffizio 
di  procuratore  generale  sulla  visita  delle 
carceri  di  Roma;  zelantissimo  della  reli- 
gione arriccili  le  patrie  cinese  d'insigni  ss. 
Reliquie  e  di  altri  sagri  monumenti.    Il 
suo  fratello  Gio.  Pietro  Prosperi  avvo- 
cato in  Roma,  fu  ascritto  co'  suoi  discen- 
denti alla  nobiltà  romana,  per  le  sue  e- 
gregie  qualità.  Torquato  Corradini  d'an- 
tica origine  romana  e  nobile,  celebre  av- 
vocato della  curia  romana,  da  Cori  sua 
patria  si  trasferì  a  Sezze  nello  sposare  l'e- 
reditiera delia  cospicua  famiglia  Gamba- 
liconi,  e  divenne  padre  del  celebre  cardi- 
nal Pier  Marcello  Corradini  (f.)  gloria 
e  protettore  di  Cori  e  di  Sezze,  pel  narra- 
to in  quell'articolo,  come  sue  patrie  d'o- 
rigine e  di  nascita  :  le  corti  di  Spagna  e 
dell'impero  impedirono  che  fosse  subli- 
mato al  pontificato.  Il  Viola  ancora  de- 
gnamente ne  celebrò  le  splendide  gesta  e 
la  vasta  dottrina.  11  solo  Torquato  padre 
del  cardinale  passò  in  Sezze,  rimanendo 
iu  patria  l'altro  ramo  Corradini,  Agl'il- 
lustri del  secolo  XVII  appartiene  Valen- 
tino Moroni  celebrato  dal   Ricchi,  qual 
capitano  nella  guerra  sostenuta  da  Urba- 
no Vili,  poscia  passalo  al  servigio  dei  ve 


VEL 

di  Francia  e  dell'imperatore  inGermania: 
tornalo  in  patria  carico  d'anni  e  di  glo- 
ria, vi  morì  con  applauso  del  suo  operalo 
e  insieme  con  ammirazione  di  non  esser 
stalo  premiato  a  misura  di  sue  prodezze. 
Ma  come  dice  il  maestro  della   politica 
Tacito  :  Non  seniper  virluli  pares  hono- 
res,  ncque  bonis  praemia,  sed  ignavis 
tributa  fuere  !  11  Ricchi  fa  pure  onore- 
vole menzione  del  capitano  Paolo  Mattei, 
e  di  Cristoforo  e  Cesare  militi  di  tal  fami- 
glia, e  della  sua   Virgilio  alfiere  in  della 
guerra,  dalla  quale  ripalriaudo  donò  la 
sua  bandiera  alla  Madonna  del  Soccorso. 
Virgilio  Colangelie  Beatrice  di  lui  sorel- 
la  furono  l'ornamento  e  il  decoro  di  Co- 
ri. Virgilio  lodato  poeta  lasciò  diverse  o- 
pere  iu  versi  nel  latino  idioma  di  patrii 
argomenti,  notati  dal  Viola.  Beatrice  si  e- 
sercitò  pure  egregiamente  nella  poesia, 
e  in  morte  fu  pianta  dalla  patria:  lusin- 
ghiero elogio.  Giulio  Picchiotti  il  giunio- 
re  abbellì  e  dotò  nel  duomo  la  cappella 
della  Madonna  della  Pietà,  beneficò  i  mi- 
nori osservanti  con  suppellettili  sagre,  e 
per  l'acquisto  dell'area  onde  ingrandirne 
il  convento.  Quattro  degni  figli  di  questo 
virtuoso  corano   furono  Alessandro,  Si- 
meone, Cesare  e  Carlo;  e  da  questi  deri- 
varono altri  uomini  encomiati,  come  Fla- 
minio e  Alessandro  suo  fratello  arcipreti 
di  s.  Maria.  La  famiglia  Buai  non  fu  in- 
feriore alle  altre  Cora  ne  in  uomini  valen- 
ti: furono  giureconsulti  Giovanni  uel  se- 
colo XV,  nel  seguente  Pier  Sante,  e  A» 
deodato  vicario  generale  d'Ostia  e  Velie- 
tri.  Da  Onorato  di  4  figli  laureati  in  giu- 
risprudenza (un  Girolamo  fu  abbrevia- 
tole di  parco  maggiore),  Pier  Sante  do- 
po la  metà  del  secolo  XVI,  essendosi  tra- 
sferito in  Roma,  si  acquistò  fama  di  ce- 
leberrimo avvocato,  e  sposata  la   nobile 
Prudenzia  Giganti  romana,  ivi  fissò   il 
suo  domicilio,  per  cui  Lorenzo  uno  de* 
figli  formò  il  i.Q  anello  genealogico  della 
famiglia  Buzi  romana,  il  cui  palazzo  al- 
la salita  di  monte  Maguanapoli  eredita- 
rono t  marchesi  Ce  va.  1  suoi  discendeu 


VEL 

ti  furono  ragguardevoli  e  rinomali:  Lo- 
renzo giuniore  divenne  dotto  vescovo  di 
Carpentrasso,  ivi  compianto  per  esem- 
plari costumi,  virtuoso  e  santo  pastore, 
profondendo  le  rendite  della  mensa  nel 
sovvenire  i  poveri.  De'Buzi  furono  pu- 
re, Pier  Srnte  cavaliere  gerosolimitano 
(del  suo  nome  fu  pure  il  prelato  referen- 
dario morto  preside  d'Orvieto  nel  170 5), 
Giuliano  e  Carlo  conservatori  di  Roma, 
altro  Carlo  dotto  barnabita,  e  Fabio  va- 
loroso milite  fu  gentiluomo  della  ce'ebre 
Cristina  regina  di  Svezia:  Prudenzia  so- 
rella de*  primi  sposò  Ortensio  de'  mar- 
chesi Ceva.  Di  non  minore  antichità  e 
nobiltà  è  l'altra  famiglia  corona  de'Ltizi  ; 
da  cui  uscirono  encomiati  nel  secolo  XVI 
Giuliano  cancelliere,  Francesco  gesuita 
profondo  teologo  e  celebre  predicatore, 
morto  in  buon  odore;  il  fratello  Fulvio  fu 
canonico  di  s.  Maria  in  Via  Lata  di  Roma: 
il  figlio  di  Curzio,  Antonio,  divenne  ec- 
cellente chirurgo  operatore.  Il  p.  fr.  Sante 
Lauriente  francescano  minore  osservan- 
te, discendente  dall'omonima  famiglia, 
dotto  e  fornito  d'estese  cognizioni,  scrisse 
non  poco  in  poesia  ed  i  molteplici  argo- 
menti riporta  Viola,  sì  di  poemi  e  sì  di 
componimenti  numerosi.  Dotato  di  va- 
sta erudizione  patria  compilò  {'[Ustoria 
Corani,  senza  risparmio  di  ricerche  e  fa- 
tiche; perciò  benemerentissimo  della  pa- 
ti ia,i  cui  pregi  rilevò  con  lode  Viola  con 
sensi  di  grato  animo,  per  aver  notabil- 
mente contribuito  alle  sue  pregievolissi- 
me  Memorie  isteriche  di  Cori }e  per  que- 
sti miei  cenni  anch'io  mi  dichiaro  rico- 
noscente e  ammiratore.  Da  Natale  Pla- 
cidi e  da  Angela  Cardilli  onesti  e  poveri 
pastori  nacque  il  gran  beato  Tommaso 
da  Cori,  sublime  ornamento  del  suo  or- 
dine e  di  sua  avventurata  patria,  istitu- 
tore de'  ritiri  de*  minori  osservanti  nel- 
la provincia  di  recollezione  da  lui  restau- 
rata, denominato  da  Pio  Vi  1'  Apostolo 
diSubiaco,  la  cui  diocesi  abbaziale,  inaf- 
fiata da'  suoi  evangelici  sudori  d'assidua 
predicazione,  iu  Ci  vitella  possiede  il  le- 


V  E  L  2o5 

soro  del  suo  sagro  corpo,  luogo  venera- 
to qual  santuario,  che  descrissi  nel  voi. 
LXX,  p.  229.  Alle  sue  vite  ivi  ricordate 
aggiungerò:  Compedio  della  vita,  vir- 
iti e  miracoli ec,  Roma  1 760.  Acta  Bea- 
ti ficationis  et  Canoniz  ationis  etc.,Romae 
1786.  Santificò  pure  le  provinole  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  di  Sabina  e  di  Rie- 
ti, ed  anche  in  Roma  si  rese  benemerito. 
Cori  nel  secolo  XVIII,  simile  ad  un  ter- 
reno sempre  fertile  e  rigoglioso,  come  lo 
qualifica  Viola,  come  ne'  precedenti  fu 
produttrice  d'illustri.  Ed  eccoci  nuova- 
mente, per  ragione  di  epoca,  a  celebrare 
lo  storico  Antonio  Ricchi,  la  cui  antica 
famiglia  corona  risale  al  principio  del  se- 
colo XIV,  s'imparentò  colla  Veralli  e  re- 
stò estinta  a*  nostri  giorni;  ne'  tempi  ve- 
tusti portava  il  casato  di  Agoni,  quindi 
per  le  ricchezze  di  cui  era  fornita  prese 
quello  de'Ricchi.  Dopo  la  metà  dj.  detto 
secolo  Tuzio  costruì  in  Cori  la  cappel- 
la di  s.  Giovanni,  e  della  ss.  Concezione 
nella  chiesa  di  s.Pietro.L'eruditissimedue 
opere  d'Antonio,  più  volte  commendale, 
a  suo  tempo  fecero  strepito  e  soprattut- 
to furono  accolte  con  entusiasmo  da'suoi 
concittadini;  di  poi  col  risorgimento  del 
buon  gusto  e  della  critica,  soggiacquero 
alla  sorte  di  tutte  l'altre  produzioni  che 
sapevano  alquanto  di  seicenlismo.  Nondi- 
meno non  si  può  negargli  somma  erudi- 
zione dell'illustre  regione  volsca,  che  de- 
scrisse colla  Reggia  e  col  Teatro,  le  be- 
nemerenze rilevate  più  sopra,  e  rimarca- 
le pure  con  encomio  dal  Bauco, quali  mi- 
niere di  nozioni  locali  e  importanti,  e  di 
riconoscerlo  fra'  primari  letterati  nazio- 
nali e  di  Cori  che  specialmente  descrisse; 
e  doverglisi  speciale  riconoscenza  ezian- 
dio dagli  scrittori  delle  cose  volscbe,  equi 
ancora  gli  dichiaro  la  riverente  mia.  Gli 
altri  illustri  della  famiglia  Ricchi  si  pon- 
ilo vedere  nel  Teatro  p. -26^  eseg.,ove  vi 
è  l'albero  genealogico.  Dall'antica  e  ri- 
spettabile famiglia  de*  Landi  Vittoi  j  fio- 
rì il  p.  Gregorio  gesuita  di  grandi  talen- 
ti e  singolari  virtù,  nel  collegio  romano 


aoG                   V  E  L  V  E  L 
lettore  di  filosofia,  di  polemica  e  di  leolo-  vaio  da   Gregorio  XVI,   a'  11   gennaio 
già  dogmatica.  Fu  maestro  de' cardinali  1 844>  con  quell'elogio  di  sommo  zelo, 
Gio.  Battista  e  Cai  lo  Rezzonico,  e  del  lo-  singolare  pietà,  dottrina,  probità  e  pril- 
lo fratello  d. Abbondio  senatore  diRoma,  denza,che  si  legge  nella  proposizione  con- 
tutti  nipoti  di  Clemente  XIII,  al  i.°de'  cisloriale.  Egli  lia  la  gloria  d'avere  litro- 
quali  dedicò  Instìtutioncs philosophicae  vato  il  corpo  di  s.  Chiara,e  di  averne  fai- 
Carininibus  explicalae  Uh.  XII  Questa  ta  la  solenne  traslazione,  nel  modo  accen- 
dotta  opera,  scritta  in  versi  con  tutta  la  nato  nel  voi.  LXX1X,  p.  178.  Il  sacerdo» 
venustà  latina, come  quello  che  in  Roma  te  Pietro  Prence  dotto  segretario  del  car- 
erà ammirato  qnal  novello  redivivo  Vii'-  dinaldelleLanze  e  del  senatoreRezzonico, 
gilio,  ivi  fu  pubblicata  nel  1  767.  In  que-  fattoconte  e  nobile  di  Cagliari  co'suoi  di- 
sto letterario  lavoro  il  p.  Gregorio  Lati-  scendenti:  emulo  di  sue  belle  doti  fu  il  ni- 
di Vittoij  dimostrò  trionfalmente  la  sana  potè  Giuseppe,  segretario  di  detto  senato- 
dottrina,  la  schietta  verità,  i  sublimi  at-  re  e  vice-duca  del  duca  d'Ossuna  erede 
tributi  dell'Ente  supremo,  e  la  scienza  de'  Borgia  di  Spagna,  professore  di   li  11- 
filosofica  sgombra  da  prestigi.Ciò  egli  fé-  gua  greca  nel  collegio  Urbano.  Mg/Luigi 
ce  per  conoscere,  che  tutti  i  mali  i  quali  Janooni  cameriere  d'onore  del  Papa,cou- 
orgogliosamente  fin  d'allora  minacciava-  sultore  di  Propaganda  e  correttore  dell  a 
no  di  distruggere  il  trono  e  l'altare,  trae-  s.  Penitenzieria,  ora  datario  della  mede- 
vano  l'origine  impura   da  opere,  parto  sima  e  saggio  giureconsulto.  Mg. r  Nicola 
della  depravazione  e  d'una  sedicente  filo-  Manali  già  dotto  segreto  di  Rota  e  assesso- 
sofia,  e  che  in  ogni  regno,  in  ogni  città  reciviledel  tribunale  d'Ancona,fu  pe'suoi 
non  meno  che  fra  i  più  meschini  villaggi  meriti  da  Leone  XII  dichiarato  prelato 
e  rimoli  abituri  in  grande  copia  si  face-  referendario,  abbreviatola  di  parco  mag- 
vano  circolare  adorne  di  seduttrice  elo-  giore  e  ponente  del  buon  governo.  Ono- 
quenza.  Suo  degno  concittadino  e  disce-  randomi  d'aver  goduto  l'amorevolezza 
polo  fu  il  p.  Antonio  Saracinelli  gesuita  di  sì  distinto  prelato  ed  eccellente  giure- 
dotlissimo  e  celebre  predicatore,  maestro  consulto,  mi  è  dolce  l'aggiungere.  In  An- 
per  8  anni  del  Viola,  nel  convitto  aperto  cona  fu  pure  avvocato  de'  poveri  e  vice- 
dagli  ex  gesuiti  nella  sua  patria  Tivoli,  legato.  Inoltre  funse  le  cariche  di  votan» 
ventura  ch'egli  dice  non  ebbero  altre  ci t-  tedi  segnatura,  e  successivamente  3.°,?.. 
là  d'Italia.  E  qui  al  Violasi  apre  vasto  e  i.°  luogotenente  del  tribunale  dell'  \. 
campo  per  giustissimamente  celebrare  le  Ce   vice  presidente  del   i.°  turno,  piìl 
benemerenze,  le  splendide  virtù  e  la  va-  volte  avendo  supplito  all'uditor  genera- 
sta  dottrina  che  sempre  fiorirono  nella  le  della  camera  apostolica.  Fu  eziandio 
veneranda  compagnia  di  Gesù,  in  uno  al      prefetto  regionario, e  primicero  della  pon- 
suo  profondo  ossequio  e  gratitudine  a'due      lificia  congregazione  e  accademia  di  s.  Ce- 
ornamenti  della  medesima  i  corani   pp.       citta.  Ma  fu  una  dell'illustri  vittime  dei- 
Gregorio  e  Antonio,  gloriandosi  siccome      la  Pestilenza  del  iholera  del  1837.  Per- 
ammiratore  personale  di   loro  sublime      tanto  si  badai  n.°  72  del  Diario  di  Ro- 
dottrina  ed  esemplare  pietà.  Noterò,  che      ma  :  Nella  notte  de'  5  venendo  il  6  set- 
degnissimo  nipote  del  p.  Antonio  è  l'at-      lembre  cessò  di  vivere  con  tulli  i  confor- 
tuale  vescovo  d' Asisi  mg.r  Luigi  Lan-      forti  della  religione  mg. r  Manali  ce.  »  La 
fli    Vittoij  nobile  di  Cori,  già  canonico      dottrina  ed  i  meriti  dell'egregio  pn  lato 
della  patria  collegiata  e  vicario  foraneo;  rendono  dolorosa  la  sua  perdita  special- 
indi  dignità  e  arciprete  della  cattedrale     mente  alla  romana  curia  ".  Fu  tumulalo 
di    Vclletri,  di  cui  è  nobile,  pro-vicario  con  iscrizione  nella  cappella  del  cimiteria 
generale  della  diocesi,  elevato  al  vesco-     Varano,  della  patriarcale  basilica  di  s. 


YEL 
Lorenzo  fuori  le  mura  di  Roma.  Posso 
dire  che  Gregorio  XVI,  che  meritamen- 
te avea  per  lui  una  particolare  stima  e 
benevolenza,  pensava  a  promuoverlo,  e 
certamente  poi  sarebbe  stato  elevato  al 
cardinalato,  come  lo  riteneva  il  cardinal 
Giuseppe  Albani, da  lui  dichiarato  bene* 
merito  di  sua  principesca  famiglia,  che 
assislè  dal  i8o3  fino  alla  morte,  <jual  suo 
uditore  e  amico,  difensore  e  ricuperatore 
di  molte  sostanze  della  medesima,  per  la 
qua  le  disbrigò  gravi  e  delicate  commissio- 
ni. Siccome  il  cardinale  credeva  che  fosse 
ornato  della  porpora  lui  vivente.avea  sta- 
bilito fargli  le  spese  occorrenti,  cornea  vea 
praticato  col  celebre  cardinal  Consalvi, 
nella  cui  promozioiiegl'impronlò  diverse 
migliaia  di  scudi.  Il  p.  Francesco  Imperi 
minore  osservante,  colla  sagra  eloquenza 
si  rese  celebre  ne'  primari  pulpiti  di  Ro- 
ma e  d'altre  capitali  d'Italia.  Loreto  del 
Qua  tiro  dotto  e  pio  parroco  di  s.  Caterina. 
Il  sacerdote  Giulio  Picchioni  in  Roma  e- 
uieudò  i  libri  scolastici  di  Fedro,  Ovidio, 
Virgilio  e  Cicerone;  e  morì  in  patria  in 
grande  estimazione,  lasciando  scelta  bi- 
blioteca. Il  nipote d. Angelo  Picchioni  esi- 
mio difensore  delle  cause  de'  Santi  e  mi- 
nutante della  segreteria  de'brevi.Dirò  io  : 
Gregorio  XVI  lo  promosse  a  cameriere 
suo  segreto  soprannumerario, a  sostituto 
di  detta  segretei  ia.ed  a  canonico  della  pro- 
tobasilica Laterauense,  in  beneficio  della 
quale  non  solo  fece  quanto  descrissi  ne'  voi. 
XXIII,p.28.,LXXV,p.59,  olire  la  sud- 
detta rinnovazione  di  lapide  al  concitta- 
dino Amati,  ma  lasciò  un  fondo  d'annui 
scudi  60  col  semplice  onere  d'un  funerale 
auniveisario  pei  l'anima  sua.  Morì  d  pre- 
lato nel  1 852,  e  l'egregio  suo  nipote  Lui- 
gi archivista  della  nominata  segreteria,al 
sinistro  lato  dell'ingresso  della  sagrestia 
di  detta  arcibasilica  gli  eresse,  rimpello  a 
quello  dell'Amati,  un  monumento  mar- 
morto  colli  sua  effigie  e  stemma;  e  sic- 
come nell'isuizione  si  dite  cavaliere  de' 
ss  Maurizio  e  Lazzaro,  noterò  ch'ebbe  ta- 
le decorazione  per  essere  stalo  postulato* 


V  E  h  ao7 

re  della  causa  della  ven.  Maria  Clotilde 
di    Francia  regina  di  Sardegna.  Mi  go- 
de I'  animo  d'  avere  reso  un  omaggio  a 
quest'  altro  corano  benevolo  mio,  e  col 
quale  ebbi  carteggio  d'  ufficio  pel   Papa 
(Gregorio  XVI.  Il  p.  Michelangelo  Cioè- 
ta  provinciale  de'minori  osservanti,  teo- 
logo di  somma  pietà.  Il  sacerdote  Ca- 
millo Tommasi  virtuoso  e  zelante,  fu  ca- 
ro a  Pio  VII.  Luigi  Maggi  dotto  canoni- 
co penitenziere  di  Velletri  e  precettore  in 
quelseminario.  I  sacerdoti  Vincenzo  Duc- 
ei dottissimo  segretario  in  Parigi  del  car- 
dinal Caprara,  autore  del  Triduo  del  ss. 
Corporale  d' Orvieto;  e  Luigi  Accrocca 
rettore  del  collegio  Pamphilj,  e  autore  del 
Compendio  i storico  dello  scisma  de' gre- 
ci, meritarono  onorevole  menzione  nel- 
Y Effemeridi  di  Roma  deli  82  3.  In  esse 
vi  è  pure  dell'altro  valente  corano  d.  Be- 
nedetto Coronati  di  talenti  straordinari, 
versato  in  ogni  ramo  di  letteratura,  pro- 
fondo matematico.  Marzio  Luigi  Cerac- 
chi  della  congregazione  di  s.  Vincenzo  de 
Paoli,  eccellente  nell'esercizio  dell'evan- 
geliche virtù,  superiore  esemplare  di  di- 
verse sue  case.  La  famiglia  Marchetti  van- 
ta antichità,  e  già  fioriva  in  Cori  nel  se- 
colo XIII,  non  che  d'essere  ascritta  a  va- 
ri patriziati  di  cospicue  città;  s'imparentò 
colla  famiglia  Bartoli  nobile  romana  ,  e 
coll'illustri  fiorentine  Maselli  e  degli  Utili 
(Bianca  di  queste,  partorì  19  figli,  come 
si  legge  nella  lapide  in  s.  Lorenzo  in  Da- 
maso  di  Roma):  Alessandro  seniore  co- 
minciò nel  finir  del  secolo  XVI  a  funge- 
re gli  uffizi  di  vice-duca  de'fendid'Altemps 
e  de'Colonnesi  in  Puglia,  de'quali  ultimi 
fu  benemerito,  rispettabile  per  probità  e 
altre  virtù;  Alessandro  giuniore  canonico 
in  patria,  già  ricordato,  di  grandi  talen- 
ti, segretario  del  marchese  Patrizi  sena- 
tore di  Roma,  ulilea'suoi  concittadini  cui 
portò  da  Subiaco  la  reliquia  del  b.  Tom- 
maso (che  al  di  lui  padre  Ortensio  ope- 
rò vivente  il  celebrato  miracolo,  il  quale 
era  in  Cori  vice-governatore  perpeluodel 
senato  romano),  autore  di   molte  lette- 


ao8  V  E  L 

mie  produzioni  stampale  ,  onde  meritò 
gli  elogi  dell'  Effemeridi  di  Roma  del 
1823.  Con  altro  elogio  del  fratello  di  d. 
Alessandro,  cioè  di  Vincenzo  Tommaso 
Marchetti,  il  Viola  termina  le  stìe  elabo- 
rate Memorie,  delle  quali  con  lui  già  lo 
dissi  benemerito;  poiché  lo  celebra  per  le 
sue  letterarie  produzioni,  per  irreprensi- 
bile condotta,  zelo  e  probità  con  cui  lode- 
volmente disimpegna  va  ogni  incarico  che 
per  merito  gli  veniva  conferito,  onde  il  se- 
nato romano  l'avea  ascritto  alla  sua  cit- 
tadinanza. Tutto  è  Storia  di  quell'illu- 
sile corano  vero  esemplare  cristiano,  ti- 
po del  più  tenero  amor  patrio,  dotato  di 
molteplice  erudizione  che  diffondeva  col- 
la sua  pronta  e  felice  memoria,  elegante 
latinista  in  prosa  e  in  versi.  Egli   morì 
nell'amata  patria  nel  bacio  del  Signore, 
colla  consolazione  di  vedere  il  diletto  e  suo 
savio  degno  figlio  Alessandro  meritamen- 
te nel  1 854  acclamato  da'suoi  concittadi- 
ni in  gonfaloniere,  ad  onta  che  non  ne  a- 
vesse  l'età  congrua,  alla  quale  benigna- 
mente dispensò  il  Papa  che  lo  bramava 
investito  della  principale  magistratura  pa- 
tria. Egli  tuttora  lodevolmente  funge  l'o- 
norifica magistratura  ,  e  per  le  sue  cure 
è  stata  allargata  la  strada  che  da  porta 
Romana  conduce  olla  piazza  omonima  e 
principale,  la  quale  ancora  venne  ingran- 
dita e  abbellita  colla  demolizione  d'  al- 
cuni fabbricati.  E  qui  si  compie  il  serto 
intessuto  de'miei  fiori, che  mi  proposi  de- 
porre sull'avello  che  racchiude  le  spoglie 
mortali  del  verace  amico.  Nel  vol.LXlV, 
p.  62,  narrai  la  visita  formale  fatta  a  Co- 
ri dal  marchese  Sinibaldi  nel  1 8o4  come 
conservatore  di  Roma, ed  i  festeggiamen- 
ti e  archi  trionfali  co'  quali  la  città  F  ac- 
colse. Il  Cancellieri  nel  Cenotaphium  al 
cardinal  Antoneili  vescovo  d'Ostia  e  Vel- 
letri  riferisce  a  p.  54,  eh'  essendogli  noto 
essere  trascorsi  più.  di  6  lustri  dacché  la 
città  di  Cori  non  era  stata  visitata  dal 
proprio  pastore,  si  stimò  in  obbligo  di 
prontamente  recarvisi  a'6  ottobrei8o7, 
col  cou visitatore  can.  Polidori  {V.)  poi 


VE  L 

cardinale,  che  con  aureo  stile  ne  dislese 
gli  atti  e  i  decreti.  Fu  accolto  fra  le  accia 
inazioni  di  tuttoil  popolo,  col  suono  di  lui 
te  le  campane  e  lo  sparo  de'mortaretti.  1 
magistrato,  che  l'avea  già  fatto  incontra 
re  a  Velletri  e  scortare  da'più  distinti  cit 
ladini  per  lungo  tratto  di  strada,  lo  lice 
ve  alla  porta  della  città  ;  dove  smontato 
dal  suo  legno,  il  clero  co'due  capitoli  tut 
to  riunito  nella  primaria  chiesa  collegia 
ta  di  s.  Maria  della  Pietà,  lo  ricevè  nel 
F  ingresso  e  venne  cantato  solennemente 

o 

il  Te  Deum.  11  cardinale  nel  condursi  al 
l'appartamento  vescovile,  nel  convento  a 
lora  degli  agostiniani ,  benediceva  il  po- 
polo che  divotamente  l' implorava  con 
commovente  spettacolo.   Si  trattenne  il 
cardinale  in  Cori  22  giorni,  e  lutti  edifi- 
cò con  infinite  opere  sante  e  colla  divina 
parola.  Visitò  le  6  chiese  parrocchiali,  il 
monastero  delle  monache,  la  casa  dell 
maestre  pie,  e  l'oratorio  gentilizio de'cor 
ti  Finy  sagro  a  s.  Anna.  Amministrò  ili 
gl'amento  della  cresima  anche  nelle  cas 
de'poveri  fanciulli  moribondi,  tenne  l'or 
dinazione,  fece  la  comunione  generale 
l'affollato  popolo,  visitò  e  consolò  misera 
bili  infermi,  predicò  8  volte  in  modo  tene- 
rissimo. Vestì  monacaTeresaManari,  pro- 
nunziando eloquente  discorso,  assistito  al 
trono  nella  messa  cantata  dal  fratello  d. 
Nicola  Manari.ilsullodato  prelato;  ed  an- 
cora  da  mg.r  Tassoui  deputato  del  mona- 
stero^ da  mg.r  Macioti  suffraganeo  di  Vel  • 
letri  cugino  della  monacanda,  cui  fece  da 
madrina  la  contessa  Giacinta  Contini  Ca- 
taldi,  e  dal  magistrato.  Il  clero  tutto  fu  ri- 
cevuto dal  cardinale  amorosamente,  ma- 
nifestando pubblicamente  a  tutti  la  sua 
pienissima  soddisfazione;  e  lasciando  ab 
bondanti  limosine  a'poveri  fece  ritorni 
Velletri  corteggiato  da'  più  distinti  eccl 
siastici  e  cittadini.  Dice  il  Castellano,  ci 
nel  i83i  divenuta  Velletri  legazione,  la 
giurisdizione  criminale  di  Cori  restò  al  se- 
nato romano,  ma  l'amministrativa  fu  at- 
tribuita al  governo  di  Velletri.  Nel  supple- 
mento del  n.°  34  del  Diario  di  Roma  del 


VE  L 

i83g  si  legge  la  descrizione  de' festeggia- 
nienti  fatti  in  Cori  ,  per  avere  condisceso 
Gregorio  XVI  alle  brame  del  municipio, 
con  concedergli  a  protettore  il  cardinal 
Giacomo  Giustiniani  camerlengo  di  s. 
Chiesa,Mn  occasione  dell'  elevazione  del 
suo  stemma,  associandola  quelli  del  Pa- 
pa e  del  cardinal  Pacca  legato.  Nel  duo- 
mo pontificò  mg/  Franci  vicario  genera- 
le e suffiaganeo  di  Velletri,  condecorando 
le  funzioni  sagre  e  civili  colla  sua  presenza 
mg.r  Lolli  vice  legato  della  provincia  di 
Marittima, con  tulle  l'autorità  giudiziarie 
e  civiche  di  Cori,  banda  militare  e  truppe 
•di  linea  e  detersaglieli.  Vi  furono  perdue 
sere  generali  luminarie,  fuochi  artificiali 
.e  altre  pubbliche  dimostrazioni  di  gioia. 
Inoltre  nella  sala  di  Carlo  Manari,  fratel- 
lo del  già  encomiato  prelato,  uno  degl'in- 
dividui della  magistratura  e  stato  più  vol- 
te gonfaloniere,  ebbe  luogo  un'adunanza 
letteraria  di  coltissimi  soci,  in  onore  del 
cardinal  protettore;  e  nella  casa  del  gon- 
faloniere Nicola  Fochi,  pel  medesimo  por- 
porato si  tenne  altra  accademia  vocale  e 
istrumentale.  Narra  il  principe  Massimo, 
Relazione  del  viaggio  fatto  da  Gregorio 
XVI alle provincie  di  Marittima  e  Cam- 
pagnanel  i843,  che  il  Papa  in  Velletri 
ammise  all'udienza  varie  deputazioni  e 
magistrali  »  fra'quali  vennero  que'di  Co- 
ri vestiti  co'loro  rubboni  (con  mostre  d'o- 
ro), non  ostante  l'opposizione  della  magi- 
'  stratura  di  Velletri,  che  così  temeva  pre- 
giudicassero alla  sua  giurisdizione,  e  che 
'  aveva  fatto  perciò  il  possibile  per  impedi- 
re loro  d'indossarh'UlPapa  benignamen- 
te accolse  l'omaggio  della  città  di  Cori,  in- 
di fece  invitare  alla  tavola  di  corte  il  sul- 
lodatogonfaloniereNicolaFochi, vera  men- 
te degno  e  zelante  magistrato  civico,  sic- 
come virtuoso  ed  equo,  e  amante  la  flori- 
dezza della  comune  patria  e  de' concilta- 
'  d ini.  Notai  a  suo  luogo  e  racconta  il  Bau- 
co,  che  nell'ottobre  1847  ''  lagnante  Pio 
/^organizzò  il  Senato  Romano  in  mu- 
nicipio, questo  rinunziò  alla  giurisdizione 
su  Cori,  la  quale  città  si  trovò  libera  del- 
voi.  LXXXIX. 


V  E  L  209 

la  confederazione  e  de'palti  col  medesimo, 
e  fu  sottoposta  alle  leggi  generali  dellosta- 
to  pontificio,  onde  d'allora  in  poi  è  gover- 
nata dalla  legazione  di  Velletri.  Riporta 
il  supplementoaln.°!2a  del  Giornaledi 
Roma  del  1 855,  la  visita  pastorale  aperta 
in  Cori  dall'attuale  vescovocardinal  Mac- 
chi. La  mattina  de'  11  maggio  la  magi- 
stratura municipale,  a  cui  si  unì  l'  auto- 
rità civile  ed  ecclesiastica,  si  recò  in  Giu- 
liano ad  incontrare  il  cardinale  e  rappre- 
sentargli il  tripudio  comune  per  la  sua 
ben  avventurosa  venuta.  L'ingresso  seguì 
avanti  le  ore  1  o  autimeridiaoe,tra  losquil- 
lo  festivo  de'sagri  bronzi,  le  reiterate  sal- 
ve de'mortari,  il  suono  armonioso  della 
banda  cittadina,  ed  il  plauso  popolare.  Il 
cardinale  scese  di  carrozza  con  mg.r  Vi- 
tali vescovo  d'Agatopoli  e  suffraganeo,ed 
accompagnato  dalle  ricordate  autorità, 
mosse  alla  volta  della  primaria  collegia- 
ta di  s.  Maria,  ove  ricevuto  dal  capitolo, 
si  portò  all'altare  del  ss.  Sagrameuto,  pro- 
fondamente l'adorò  e  assistè  alla  messa. 
Dipoi  vestiti  gli  abiti  pontificali  aprì  la  8. 
•visita  coli'  intervento  di  tutto  il  clero  e 
della  magistratura,  e  disse  a'eorani  un'o- 
melia assai  bella  e  commovente  per  dot- 
trina, per  zelo  e  divozione  ,  protestando 
che  pel  bene  del  gregge  era  a  lutto  dispo- 
sto; restando  tutti  inteneriti  e  compunti 
per  la  santità  di  sue  parole.  Quiudi  com- 
partì la  trina  benedizione  col  ss.  Sagra- 
melo, e  pubblicala  dal  decano  de'cano- 
nici  l'indulgenza,  depose  i  sagri  paramen- 
ti. Uscito  di  chiesa  recossi  collo  stesso  cor- 
teggio alla  ss.  Vergine  del  Monte  ,  nel- 
V  altra  collegiata  de' ss.  Pietro  e  Paolo. 
Quivi  accolto  dal  capitolo  entrò  nel  tem- 
pio addobbato  elegantemente  e  splendido 
di  molti  lumi;  ricevuta  la  benedizione  dal- 
l'arciprete col  ss.  Sagrameuto,  il  cardina- 
le andò  a  orare  all'altare  della  ss.  Ver- 
gine Addolorata,  quindi  benedì  il  popo- 
lo, e  visitò  il  vicino  monastero  delle  mo- 
nache del  terz'ordine,  checonforlòa  man- 
tenere in  vigore  l'osservanza  della  regola. 
Di  là  si  trasferì  nella  sua  vescovile  resi- 

'4 


2«o  VEL 

ilenza  in  s.  Oliva  ,  ed  ivi  coli'  amorevo- 
lezza e  affabilità  tutta  propria  ilei  porpo- 
rato, accolse  i  magistrati,  i  chierici  rego- 
lari minori  cogli  alunni  del  collegio  alla 
loro  cura  affidato,  ed  onorò  di  particola!* 
colloquio  i  parrochi.  Da  ultimo  visitò  la 
scuola  delle  fanciulle  dirette  dalle  mae- 
stre pie,  cui  disse  acconcie  paiole.  Le  vie 
per  cui  passava  il  cardinal  Macchi  erano 
sparse  di  fiori  e  verzure,  e  le  finestre  mes- 
se a  drappi  di  vario  colore.  Pei*  cura  del 
municipio  si  videro  ne'  principali  luoghi 
della  città  eretti  archi  trionfali  di  varie 
strutture  e  nel  prospetto  di  essi  molte  e- 
pigrafi,fra  le  quali  la  pubblicala  dal  Gior- 
nale. Alle  ore  8  pomeridiane  il  cardina- 
le partì  da  Cori,  accompagnato  dalle  sum- 
mentovate  autorità,  dalle  benedizioni  de' 
poveri  da  lui  soccorsi  largamente,  e  dalle 
acclamazioni  di  tulli,  lasciando  in  ciascu- 
no vivo  desiderio  di  godere  spesso  e  per 
molti  anni  la  dolce  presenza  dell'ottimo 
padre,  principe  e  pastore.  Cori  si  distin- 
se per  amore  e  zelo  patrio  anche  nel  fa- 
re stampale  il  suo  statuto  approvato  da 
Paolo  111,  neli.°  secolo  dell'introduzione 
della  stampa  in  Roma,  ma  divenuto  ra- 
rissimo, mi  è  noto  che  un  esemplare  lo 
possedeva  il  celebre  marchese  Biondi,  con 
questa  data.  Romae  apud  Valeriutn  Do- 
ricum  et  Lodovicum  fratres  Brixienses 
A  uno  Domini  mdxlix.  Indi  venne  ristam- 
palo con  questo  titolo:  Statuto.  Ch'ilatis 
Corae  ab  Illtnis.  et  Exmis.  Almae  Ur- 
bis Conservatoribus  denuo  approbata  et 
confermata,  accesserunt  ad  calcetti  Ro- 
manorum  Pontifieum  Brevia,  taxae  a' 
liaaue  j'ttra  etc,  Romae  apud  Joannem 
Mariam  Salvioni.  In  Archigymnasio  Sa- 
pienliae  i  ^32.Fra'brevi  apostolici  in  essi 
riportati,  i  principali  sono  di  Pio  II,  Pao- 
lo Mie  s.  Pio  V.  Quanto  allo  stemma  del- 
la città,  dice  il  Riccbi,che  Cori  variò  l'im- 
presa col  mutare  di  dominio,  sebbene 
molto  antica  si  tiene  la  moderna  che  mo- 
stra il  Leone  di  metallo  in  campo  vermi- 
glio, col  cuore  purpureo  al  fianco,  eret- 
to con  due  branche  io  aria  e  colie  fauci 


VE  L 

aperte  in  allodi  rampare  e  combattei 
presagio  d'impero,  impresa  de' trionfanti 
e  segno  di  vittoria.  E  ornato  di  corona 
qual  città  capo  e  reggia  di  nazione  con 
autorità  politica,  per  averla  sempre  eser- 
citata sino  dal i4 io  col  mero  e  misto  im- 
pero, ctìatn  cum  potestale  gladii ,  al  i.° 
settennio  del  secoloX  V 1 1 1  collelezione  de' 
due  pretori,  che  rendevano  ragione  al  po- 
pnlo.Dal  i  j.  io  assunse  il  moUo:S.P.Q.li, 
ma  ne'secoli  anteriori  che  la  città  regge- 
vasi  in  forma  di  repubblica,  usò  questo: 
S.  P.  Q.  Coranus.  Aggiunge  Ricchi  die 
il  governo  de'duumviri  e  de'quatuoi  viri 
durò  sino  al  i5oo,  presiedendovi  ezian- 
dio i  novemvii  i  nobili  e  sapienti  cittadini 
con  facoltà  d'eleggere  due  pretori  per  ren- 
dere giustizia.  Vi  furono  pure  i  sexviii, 
e  quegli  alili  magistrati  già  discorsi.  Os- 
servaMarocco,clie  lo  stemma  del  Leone  in 
campo  rosso  col  cuore  rosso  in  mezzo'al 
corpo,  avendolo  taluno  derivalo  dall'esse- 
re sta  toErcoleinCori  reduce  dalleSpagi 
egli  non  aderisce  a'  racconti  mitologi-. 
crede  pertanto  che  esprima  il  Leone 
generosità  e  fortezza  dell'invitta  gente  ce 
rana  (dicendo  gli  odierni  corani  cordia- 
lissimi, e  corrispondendo  il  nome  della 
città  al  cuore  che  hanno);  che  il  campo 
rosso  possa  intendersi  pel  sangue  de' ne- 
mici nel  quale  Cori  era  avvezza  a  starsi 
(sic);  ed  il  cuore  ,  la  sua  leale  magnani- 
mità e  fermezza.  Ercole  sicuramente  era- 
vi  in  venerazione,  poiché  gli  eressero  un 
tempio.  Della  feracità  del  territorio  Co- 
rano con  terreni  macchiosi ,  seminativi, 
olivati  e  vignati ,  parla  il  Dauco  e  dice 
comprendere  più  di  348 1  rubbia.  Rile- 
va il  Nicolai  ,  che  il  territorio  di  Cori  è 
lutto  vestito  di  macchie,  e  abbonda  d'e 
gni  sòrte  di  cacciagione.  Marocco  so° 
giunge,  il  luogo  non  mancare  di  vette 
vaglie,  essendo  contornato  da  boschi  di  i 
livi,  per  raccogliere  gran  quantità  d'oli 
eccellente;  le  sue  vigne  essere  con  bell'ii 
dustria  agraria  coltivate,  e  squisiti  ne  i 
no  i  vini;  inoltre  il  territorio  produrre* 
gni  sorta  di  cereali,  che  per  l'abbondai 


sse- 
co- 


VEL 

'  r.a  continuamente  si  esportano;  sebbene 
la  cosa  più  importante  per  Cori  sia  la  col- 
tivazione del  tabacco,  cbe  ba  molto  cre- 
dito ed  esito  grandissimo.  E  il  Bauco  di- 
'  chiara  il  tabacco  eccellente  e  odoroso,  e 
'generalmente  reputato  il  più  squisito  di 
tulio  il  dominio  pontificio.  Diceva  un  in- 
telligente spagnuolo,  cbe  sarebbe  di  venu- 
'to  più  eccellente  del  tabacco  di  Siviglia, 
se  da'corani  si  apprendesse  l'arte  e  il  me- 
todo come  in  I  spagna  si  riduce  la  foglia  in 
polvere,  dovendo  a  ciò  animare  i  corani 
e  le  loro  piantagioni  la  regìa  de'tabacchi, 
anche  per  la  maggior  quantità  di  prodot- 
■to,  e  quindi  ne  deriverebbe  un  gran  lu- 
!cro.  Elegantemente  descrisse  l'ubertoso 
e  fecondo,  non  cbe  ameno  e  delizioso  ter- 
ritorio di  Cori,  il  sullodato  articolo  del- 
■V  Àlbum,  il  quale  inoltre  celebra  i  corani 
[attuali  in  più  modi,  per  senno,  industria 
e  beneficenza;  ancbe  pel  gusto  della  mu- 
gica maestrevolmente  coltivata  da' citta- 
'dini,  sì  sagra  che  profana,  cbe  tanto  di- 
letta e  coramove,  come  quella  che  per  le 
sue  armonie  e  soavi  note  ognora  si  ma- 
nifesta per  la  signora  degli  affetti,  per  la 
dolce  e  innocente  rallegratrice  degli  ani- 
mi, per  la  regina  dell'arti  belle.  Nel  ter- 
ritorio finalmente  sonovi  cave  di  marino 
corallina, colla  quale  Pio  VIornò  la  Sa- 
grestia Vaticana,  e  Leone  XII  abbellì  il 
'battisterio   dell'  altra  patriarcale  Chiesa 
'di  s.  Maria  Maggiore.  Anzi  se  si  rinno- 
vassero gli  scavi  nel  medesimo  e  nelle  vi- 
cinanze della  città,  per  l'antiche  ville  de' 
romani,  di  cui  ragiona  il  Ricchi  nel  cap. 
1  •>.  i,  Abbondanza  della  città,  certamen- 
lte  si  troverebbero  monete,  medaglie,  i- 
1  scrizioni,  statue  ed  altre  antichità  pre- 
gevoli. 

'Delegazione  e  provincia  di  Frosinone. 
V.  Prosinone,  oltre  il  ritento  in  prin- 
cipio del  presente  articolo.  In  questa  cit- 
ta risiedono  il  prelato  delegato  apostoli- 
co co'4  consultori, e  il  segretario  genera- 
le; il  presidente  del  tribunale  di  i. "istan- 
za con  3  giudici, oltre  altro  aggiunto,  il 
cancelliere,  l'assessore, il  comandaute  deb 


VEL  a.t 

la  gendarmeria.  La  provincia  dividesi  in 
i3  governi,  ed  ha  1 54,5^9  abitanti. 
Distretto  di  Ponte  Corvo. 
Governo  di  Ponte  Corvo. 
Ponte  Corvo  (V.).  Città  vescovile  con 
residenza  del  governatore.  Ha  le  seguen- 
ti parrocchie.  S.  Bartolomeo  cattedrale, 
s.  Biagio,  s.  Marco,  s.  Maria  di  Porta,  s. 
Nicola,  s.  Oliva,  s.  Paolo.  Ne  riparlai  a 
Sicilia  e  Sora.  Un'aggiunta.  Il  veliterno 
arcivescovo  Theuli,  Teatro  historico  di 
Felletri,  a  p.  1 5,  tratta  di  Fregelle  pro- 
topalria  de'Pontecorvesi,  per  esserle  suc- 
ceduta Ponte  Corvo,  secondo  la  più  co- 
mune credenza.  Egli  dice.  »  Fregelle  era 
città  insigne  e  principale  de'volsci,  da  Flo- 
ro, Ilist.  fio/»., lib.  i ,  e.  1 1 ,  chiamata  Gè- 
soriaco,  Fregellae,  quod  Gcsoriacumt 
egli  scrive;  e  da  Jornande,  lib.  i,  Cesa- 
rea. Strabone  la  chiamò  nel  lib.  5,  Città 
famosa".  Pertanto ne'miei  sfuggevoli  cen- 
ni storici  sopra  l'illustre  Ponte  Corvo  dis- 
si :  Che  Fregelle  fu  chiamata  anche  Gè- 
soriaco  e  Cesarea,  precisamente  nel  voi. 
LIV,  p.  96.  Ora  occupandosi  laboriosa- 
mente, con  assidua  e  solerte  cura  a  tes- 
sere la  patria  e  particolare  storia  di  Fre- 
gelle e  Ponte  Corvo  I'  onorevole  e  eh. 
Francesco  Saverio  Bergamaschi,  onde 
tutti  i  fregellani  sono  sicuri  che  scriverà 
una  storia  degna  della  sua  forbita  penna 
e  del  suo  ingegno,  urbanamente  e  con  e- 
spressioni  lusinghiere,  mi  fece  sapere,  a 
mezzo  del  mio  rispettabile  fregellano  ami- 
co cav.  Giovanni  Ardnini,  doversi  emen- 
dare 1'  asserzione;  ed  io  prontamente  ad 
onore  del  vero  e  della  storia  qui  pubbli- 
co quanto  egli  stesso  scrisse.»  Egli  è  cer- 
tissimo, che  Fregelle  non  ebbe  verun  altro 
nome,  ma  tale  si  chiamò  pria  che  i  sanniti 
la  distruggessero  l'anno426  di  B.oma.  E 
nell'anno  427>  leggiamolo  Livio  lib.  8, 
eap.  18.  Scculus  est  annus  nulla  re  belli 
doinive  insignis  P.  Plautio  Proculo,  P. 
Cornelio  Scapula  Coss.  praeterquam 
quod  Fregellas  (Sidicinorum  1.1  ager, 
deindeFolscorum  fueral)  colonia  dedu- 
cta.  Più  nel  lib.  8,  e.  20  leggiamo  :  Cae 


212  VEL 

ierum  non  posse  dissimulare negre  patì , 
Civitatem  Samnitium,  quodFregellas, 
ex  Folscis  captas,  dirutasque  ab  se,  re- 
stituerit  Romanus  Populàs,  coloniam- 
que  in  Samnitium  agro  imposuerit,q  nani 
coloni  eorum  Fregellas  appellent.  Dal 
che  è  evidente  che  i  sanniti  si  querelano 
co'legati  romani  che  Fregelle  da'sanniti 
presa  e  distrutta,  una  colonia  de'romani 
l'avesse  indi  riedificala, e  non  dierono  alla 
medesima  altro  nome,  ma  la  chiamarono 
come  prima,  cioè  Fregelle.  Fregelle  si 
chiamò  sempre  Fregelle.  Perciò  non  sus- 
siste che  Fi  egelle  innanzi  si  appellase  Ce- 
sarea e  Gesoriaco.'  Jornande  non  l'as- 
serisce riguardo  a  Cesarea,  come  non  lo 
ha  inteso  Floro  riguardo  a  Gesoriaco. 
Quest'ultimo  al  lib.  i,  cap.  xi,  parlan- 
do della  guerra  co'  Ialini,  ponendosi  in 
bocca  le  gesta  de'romani,  dice  :  =  Sora 
(chi  il  crederebbe  ?  )ed  Algido  ne  furono 
di  terroreje  Satrico  e  Cornicolo,ambedue 
nostri  governi,  lo  mi  vergogno  di  Veroli 
ediBovilla;  pure  ne  trionfammo.  Tivoli, 
ora  suburbano,  e  Palestrina  deliziosa  nel- 
1'  està,  s' investivano,  fatti  prima  de' voli 
nel  Campidoglio.  Allora  Fiesole  uè  riuscì 
come  Carra  dianzi.  Fu  per  noi  la  Selva 
della  Piiccia  ,  ciocché  poscia  la  Ercinia; 
Fregelle,  ciocché  Gesoriaco;  ed  il  Teve- 
re, ciocché  l'Eufrate .  =  Ecco  qui  che  Flo- 
ro fortna  un  paragone,  non  già  dice  che 
Fregelle  innanzi  si  chiamasse  Gesoriaco. 
Acciò  si  abbia  maggior  certezza,  ne  copio 
il  testo.  Sora  (  quis  credat  ? )  et  Algi- 
dum  terrorifuerunt.Satricum  atqueCor- 
niculum  provinciae.  De  Verulis  et  Bo- 
villis  pudetj  sed  triumphavimus .  Tibur, 
mine  suburbanum,  et  aestivaePraeneste 
deliciae,  nuncupatis  in  Capitolio  volis, 
petebantur.  Idem  tunc  Faesulae ,  quod 
Carrae  nuper.  Idem  nemus  Aricinum , 
quodtlercynius saltus.  Frcgellae,  quod 
Gesoriacum.  Tiberis,  quod  Euphrates". 
Quanto  poi  all'essere  la  nuova  Fregelle, 
Ponte  Corvo,  afferma  il  lodato  scrittore. 
»  Fallo,  che  a  noi  presenti,  a  chiunque 
\i  si  recasse,  parlerebbero  i  copiosissimi 


, 


VEL 

ruderi,  che  presso  a  3  miglia  si  estendono 
dalle  contrade  ora  dette  Marecene e  Tor- 
retta, fino  a  quelle  di  s.  Damiano  e  s.  Lu- 
>> 

eia     . 

DELEGAZIONE  E   PROVINCIA   DI  BENEVENTO. 

Benevento^  ^.).Città  con  residenza  del- 
l'arcivescovo cardinal  Domenico  Carafa 
di  Traetlo,e  del  prelato  delegato  aposto, 
lieo  mg.r  Odoardo  Agnelli,  non  che  di  4 
consultori,  e  del  segretario  generale;  del 
presidente  del  tribunale  di  i  .*istanza,con  i 
giudici,  il  procuratore  fiscale,  il  cancellie- 
re, l'assessore  legale,  il  comandante  del- 
la gendarmeria.  La  metropolitana  è  sot- 
to l'invocazione  della  B.  Vergine  Assun- 
ta in  cielo  ,  ed  ha  le  seguenti  parrocchie. 
Ss.  Angelo  e  Stefano,  s.  Caterina,  s.  Do- 
nato, s.  Marco,  s.  Modesto  ,  s.  Maria  di 
Costantinopoli,  s.  Maria  della  Verità,  s. 
Salvatore.  Di  questa  antichissima  e  nobi- 
lissima città  del  Sannio  (V.),  di  recente 
onorata  dalla  presenza  del  regnante  Pio 
IX  (F.),  del  suo  celebre  ducato  deLow 
gobardi(V.),  della  Sovranità  della  s.  Se- 
de {V-}  sul  medesimo,  per  cui  nell'inve- 
stitura della  Sicilia  (P.)  di  qua  e  di  là 
dal  Faro  sempre  se  lo  riservò  ;  oltre  il  ri- 
ferito iu  principio  del  presente  articol 
ne  riparlai  in  tanti  luoghi  ch'é  impos 
bile  ricordare,  come  de'suoi  vescovi  e  1 
civescovi  e  loro  antiche  prerogative,  ma 
si  vedranuo  nell'Indice.  Contiene  la  de- 
legazione le  seguenti  7  comuni,  formanti 
il  suo  distretto,  e  tutti  i  suoi  abitanti  a- 
scendono  a  23,176.  Bagnar  a;  Montor- 
soj  Pastine j  PmV/o,  coll'appodiatoMac- 
coli  ;  s.  Angelo  a  dipolo,  ce  gli  appo- 
diati  Motta,  Panelli,  Sciarra;  s.  Leu- 
ciò, coll'appodiato  Maccabei  ;  s.  Marco  a 
Monti. 

Orapassocronologicamente  a  descrive- 
re compendiosamente  i  principali  aweui- 
menti  della  storia  civile  ed  ecclesiastica  di 
Vellelri  interessante  a  tutta  la  provincia 
di  Marittima,  premettendo  una  breve  ile 
scrizione  della  città,  della  quale  si  ha  del 
veliteruo  conte  Giuseppe  Bassi  ,  Descri- 
zione della  città  di  Fclletri,  Boma  pel 


li  la 


VEL 

Giignani  1 63  i .In  tale  anno  ed  ivi  fu  pure 
pubblicata  da  Giacomo  Lauro  ,  Descri- 
zione della  città  di  Velletri.  Ne  trattano 
ancora,  il  Pinarolo,  Trattato  delle  cose 
più  memorabili  di  Roma,  Velletri  ec.;il 
Marchesi,  Galleria  dell'onore,  della  cit- 
tà di  Velletri,  tà  altri.  Terrò  presenti  i 
sutumentovati  scrittori  di  quanto  riguar- 
da Velletri,  ma  di  preferenza  procederò 
col  benemerito  veliterno  can.  Bauco,  co- 
inè quello  che  dichiarò  nella  prefazione 
della  2.3  edizione  della  Storia  della  cit- 
tà di  Veletri,  che  riguardando  egli  pu- 
re la  Storia  (V.)  qual  maestra  della  vita 
e  luce  della  verità,  sebbene  per  scrivere 
la  patria  storia  dovette  servirsi  della  mag- 
gior parie  de'maleriali  di  quegli  scrittori 
the  ne  parlarono  distesamente,  e  ne  rife- 
risce i  nomi,  nondimeno  in  tutto  non  uè 
t  seguì  le  loro  opinioni.  Rispettandone  il 
inerito  e  la  dottrina  ,  gli  piacque  di  più 
seguire  la  verità  che  l'autorità;  giacché 
molti  falli  da  tali  storici  come  veri  rife- 
riti, dalla  retta  critica  sono  contraddetti. 
Volle  purgare  la  storia  dalla  favola  e  dal- 
le tradizioni  vaghe  e  confuse,  con  ridurla 
al  suo  vero  principio,  poiché  conobbe  che 
anco  gli  storici  veli  terni  errarono  co'più. 
Egli  tralasciò  di  riprodurre  il  testo  de'di- 
plinni,  delle  bolle  e  brevi  pontifìcii  ,  l'i- 
scrizioni e  altri  documenti,  già  pubblicati 
da'medesimi  scrittori  da  lui  ricordati  sul- 
'  le  memorie  veliterue. 

/  tllelri  o  Veletri,  Velitr ae, siede so- 
'  pia  un  terreno  che  mostra  segni  d'estin- 
'  lo  vulcano,  nell'ultimo  ripiano  d'una  la- 
I  dui*  che  discende  dal  dorso  del  rinouia- 
'  to  monte  Artemisio  (il  cui  nome  trasse  da 
Diana  Arlemis,  deità  di  que'boschi   che 
avea  a  specchio  il  vicino   lago  di   Nemi, 
'  perciò  detto  Speculimi  Dianac)  verso  o- 
i  lente,  piano  di  bella  e  vantaggiosa  emi- 
nenza ,  cioè  di  vari  piccoli  colli  iti  figura 
Idi  scudo  e  formanti  una  deliziosa  collina, 
[in  aere  puro  di  tempei  alienilo  clima.  Ti  o- 
vasi  I'  illustre  città  in   mezzo  a  due  leali 
'auliche  vie  consolari  e  postali,  l'Appio  e 
la  Latina, al  diritto  cammino  di  due  cele- 


VEL  2  1 3 

Iratissime  metropoli  Roma  e  Napoli,  per- 
ciò continuamente  transitata  da  quelli  che 
ad  esse  recansi  o  ne  partono.  Da  una  del- 
le sue  porte  comincia  quel  meraviglioso 
e  lungo  stradale  che  trapassa  le   Paludi 
Pontine.  E  distante  dal  mare  Tirreno  1 5 
miglia,  da  Roma  25  (al  sud-est  e  malgra- 
do che  i  cippi  milliari  la  portino  a  27,  im- 
perocché essi  furono  posti  quando  Pio  VI 
fece  la  nuova  Strada,  che  dopo  Albano 
noti  saliva  direttamente  alla  Riccia  come 
negli  ultimi  anni,  ma  sboccava  a  Gemano 
presso  il  nuovo  duomo,facendo  il  giro  del 
ciglio  meridionale  di  Vallericcia,  e  perciò 
allungando  il  cammino  di  buone  due  mi- 
glia. Anticamente  fu  1  i"4sla(U  cioè  2  1  mi- 
glia e  3  quarti  distante  da  Roma,  proba- 
bilmente calcolandola  dal  punto  in  che 
deviavasi  dalla  via  Appia  a  sinistra  pres- 
so Tre  Taberue.  Tanto  a  vverleNibby.  An- 
zi sarà  di  meno  di  25  miglia  pe'  ponti  e 
Strada  fatti  presso  la  Riccia,  e  descritti 
in  que'due  articoli.  Ora  ['Enciclopedia 
contemporanea  di  Fano  ,  tornandone  a 
riparlare,  serie  2.a,  1. 1,  p.  58,  ha  pubbli- 
cato un  interessante  articolo  di  Gian  Vir- 
ginio Orazietti,  e  intitolato:  //  Viadotto 
d'Arida,  col  disegno  del  medesimo  trat- 
to da  quello  più  grande  eseguito  dal  bra- 
vo Silvestri.  Sene  rimarcano  i  pregi  ar- 
dimentosi dell'architetto  e  del  monumen- 
to, la  sua  comodità,  anche  pel  territorio 
veliterno;  e  si  dà  il  prospetto  della  tassa 
pedaggio  che  devono  pagare  i  transitanti, 
colla  cifra  numerica  de'medesimi,  dall'ot- 
tobre 1  854  a  lutto  dicembre  1  857;  speci- 
ficandosi la  natura  de' passaggi,  e  quelli 
che  ne  godono  l'esenzione,  mentre  i  4  co- 
muni circostanti  pagano  la  metà  della  tas- 
sa. Del  medesimo  Orazietti,  e  nella  stessa 
Enciclopedia,  si  legge  un  importante  ar- 
ticolo che  porta  per  titolo:  Dell'  Arsena- 
le di  Tivoli  e  della  Colonizzazione  del 
suo  Agro,  con  quello  di  tutta  la  Coniar- 
ca.  Per  quanto  dirò  in  fine,  quesla  mia 
indicazione  non  riuscirà  estranea),  7  da 
Geuzano,  e  da  Napoli  1  20.  xMoltissime  so- 
no le  città,  che  col  volger  de'secoli  bau- 


a«4  VEL 

no  in  tulio,  o  almeno  in  parte  cambialo 
l'aulico  sito  ;  non  però  Vellelri,che  sem- 
pre dalla  sua  antichissima  origine  ha  oc- 
cupalo i  medesimi  colli  su  cui  tuttora  esi- 
ste. La  bellezza  del  sito  e  la  giocondità  del 
prospetto  le  recano  grande  ornamento  e 
decoro.  Dall'oriente  ella  scùopre  una  lun- 
ga e  varia  caleua  di  monti,  mirandosi  an- 
cora le  cime  degli  A  penatiti,  che  s'innal- 
zano dentro  il  limitrofo  regno  di  Napoli, 
Sopra  i  monti  Albani  si  scorgono  gale- 
strina, Paliauo,  Piglio,  Serrane:  su  quelli 
Lepini,  Cori,  Sermoneta,  Norma,  Rocca 
Massima,  e  alle  falde  Giuliano.  Dal  mez- 
zogiorno si  gode  la  vista  delle  vastissime 
campagne  delle  Paludi  Pontine,  e  ad  es- 
sa si  presentano  ancora  Cisterna ,  la  pe- 
nisola del  atonie  Circeo  e  l'estesissimo  ma» 
re  Tirreno  coll'isolette  Palmarola,  Poli- 
zia e  Sannoua,  e  sulle  coste  il  Porto  d'Ai»  - 
zio,  Nettuno  e  Astuta.  Dall'occidente  Ar- 
dca,  e  Civita  Lavinia  con  amene  colline. 
Finalmente  dal  settentrione  gode  il  mon- 
te Artemisio  tutto  coltivato,  e  l'altro  u- 
uito  di  Spino,  colle  selve  sempre  verdeg- 
gianti di  Faggiola  e  di  Lariano.  L'ultima 
proposizione  concistoriale  per  1'  odierno 
cardinal  vescovo  suburbicario,  dice  Civi- 
tas  Velilerna  intra  fines  Latii  in  provin- 
cia Marilima  ad  clivum  monti*  Arte-* 
misti  aedificata  conspicilurtcuJusin  am- 
hitu  Irium  circiter  mìlliarium  sexcentas 
domos,  etquatuordccim  pene  mille  coni' 
plectitur  cives,  che  la  posteriore  Statisti- 
ca deli 853  registra  i4,4?4  compresi  5 
ebrei;  e  quanto  al  circuito,  anche  Nibby 
disse  Vellelri  cinta  di  mura  semidirute  de' 
tempi  bassi,  che  girano  circa  3  miglia,  es- 
sendo la  porla  verso  Roma  fatta  nel  «573 
co'disegni  del  Vignola.  Ma  come  dirò,  fu 
poi  demolita,  e  sostituita  da  ampia  Bar- 
riera. 11  Marocco  dice  la  città  cinta  di  mu- 
ra castellane,  le  quali  anticamente  erano 
altissime, come  si  vede  dagli  avanzi  a  por- 
la Napoletana,  che  ancora  conserva  la  sua 
vetustà,  e  dove  ancora  sussiste  l'incastro 
della  saracinesca  per  cui  si  calava  calza- 
la la  porla;  ed  afliuthè  si  tendesse  pi  il 


VEL 

difficile  l'ingresso,  è  da  due  torrioni  gua 
retiti  la,  ed  esisterono  eziandio  in  altri  pun- 
ti delle  mura,  ma  appena  se  ne  conosco- 
no le  vestigia.  Apprendo  dal  veliteli» 
Theulijche  anticamente  in  Vellelri  elati- 
vi molte  porte,  le  quali  si  mantenevano  a- 
porle,  come  porta  Fura  vicino  a  s.  An- 
tonio di  Vienna,  forse  così  detta  da  Fu- 
rio Camillo,  come  in  Soli i  conserva  l'i» 
stesso  nome  di  Furia  quella  porta  per  la  '■ 
quale  egli  entrò.  Altri  però  vogliono,  av-  i 
verte  lo  stesso  Theuli,  che  si  debba  dire 
porta  Figura,  per  l'immagine  della  Ma- 
douna  che  vi  è  dipinta.  La  porta  del  Pun- 
tone che  stava  vicino  alia  chiesa  demoli- 
ta di  s.  Rocco,  e  porta  di  s.  Martina  che 
rimaneva  presso  la  chiesa  di  s,  Antonino, 
ed  altra  detta  Portella,  da  cui  prendeva 
il  nome  una  decarcia  della  città  e  slava 
vicino  al  Matano,  Indi  3  solamente  re- 
carono aperte  per  comodo  pubblico,  eie 
porta  Lucia,  porta  Romana  e  porta 
poletana.  Tulle  le  vie  interne  sono  reg 
lari  e  comodissime,  meno  quelle  che  con- 
ducono a  piazza  della  Corte,  poiché  sono 
alquanto  scoscese  a  motivo  del  sito  il  più 
elevato  della  città;  vi  sono  altre  piazze  e 
fonti  con  abbondanza  d'acqua  purissima, 
le  principali  essendo  quelle  magnifiche  di 
piazza  del  Piano,  uscendo  1'  acqua  da  4 
ben  intesi  mascheroni;  la  fonte  di  s.  Gia- 
coino  di  forma  rotonda  con  due  cavalli 
marini,  dalla  bocca  de'quali  sorge  un'ac- 
qua limpidissima;  e  la  fonte  di  detta  piaz 
za  della  Corte.  11  Theuli  descrive  le  fon- 
tane del  suo  tempo,  e  le  dice  mollo  belle 
e  lavorale  di  travertino, 4  servendo  a  pren- 
der l'acqua  per  bere.  Una  era  nella  piaz- 
za Inferiore  cou  bel  vaso  e  una  tazza  gran- 
de, dalla  cui  sommità  per  mezzo  di  3  ci- 
pressi uniti  insieme  sgorgava  l'acqua,  co- 
me pure  da  2  aquile  e  da  2  draghi.  Al 
tra  uella  piazza  del  Magistrato  o  di  Cor- 
te, con  vaso  similmente  bello,  nel  quali 
si  riceve  l'acqua,  usceudoda  4cavalli  ma- 
rini ,  nel  cui  mezzo  si  doveva  collocali 
un  Nettuno  sopra  una  conchiglia  marini 
(rammento  che  la  sua  opera  fu  stampa 


V  E  L 

la  nel  i  G4  j.).  Nella  piazza  maggiore  o 
(irandeo  del  Trivio  erauvidue  t'unii,  (ina 
vicino  alla  chiesa  e  l'altra  incontro  al  pa- 
lazzo Ginelti,  egualmente  con  belli  vasi 
ili  travertini'.  Tra  le  due  fonti  vi  fu  eret- 
ta la  statua  di  bronzo  d'Urbano  Vili  (di- 
strutta da'  repubblicani  del  1798,  come 
poi  dirò).  Nella  piazza  di  s.  Giacomo,  sot- 
to al  palazzo  Priorato,  e  fuori  della  por- 
a  Uomaua  erauvi  fontaue  per  beveratoi 
Ili  cavalli  e  altri  animali,  ed  in  luoghi  re- 
moli comodi  lavatoi  pubblici  per  le  donne, 
^on  oltre  più.  di  12  mulini  da  olio.  Riferi- 
re il  Dauco,  5  essere  le  piazze  maggiori 
'■li  Velletri.  Lai."  appellasi  della  Danie- 
la, la  1.'  del  Trivio,  la  3.a  del  Coutuue, 
a  4-'  del  Piano,  la  5."di  s.  Giacomo:  lut- 
'.e  ornale  di  fontane,  che  scaturiscono  ac- 
Ipia  perenne  derivante  dal  monte  di  Fag- 
'•iula.  Anticamente  Velletri  era  divisa  in 
fi  rioni  appettali  (bearne,  nome  denta- 
lo da  due  vocaboli  greci  deca  e  archios, 
•:he  siguifica  principato  didieci:  forse  per* 
:hè  da  questi  rioni  eleggevausi  i  Siguori 
Nove  e  il  Sindaco,  che  governavano  come 
:api  di  repubblica  la  città.  Le  decarci'e  ap- 
idlavansi  di  s.  Salvatore,  di  Castello,  del 
Jollicello,  di  Mortella,  e  di  s.  Maria  del 
Trivio.  Ora  si  divide  nelle  6  parrocchie 
:he  pui  descriverò.  Anticamente  era  ben 
ortifìcata,  come  mostrauo  gli  avanzi  delle 

tue  mura,  e  le  profonde  e  larghe  fosse  che 
a  circondano.  Al  presente  non  ha  che  de- 
noti ripari,  per  impedir  le  fraudi  dellega- 
oelle.  Avea  come  dissi  diverse  porte  :  ora 
:si>lela  Napoletana  rifabbricata  con  buon 
disegno, eia  Darriera  fabbricata  pocoluu- 
r,i  da  dove  stava  la  porta  Komaua,  la  qua- 
le In  demolita  perchè  minacciava  rovina; 
le  altre  di  Furio,  dis.  Lucia,  della  l'orici - 
ga  e  del  Pontone  non  più  esistono.  Nel 
I816  fu  aperta  la  deliziosa  e  ampia  via 
con  alberata  d'olmi,  che  dalla  piazza  di 
.  Giacomo  conduce  sino  a  via  Dorghese. 
Juesla  era  angusta  e  scoscesa  chiamala 
ria  del  Matano,ed  ora  si  appella  via  Me- 
abo;  vocabolo  che  il  Volpi  dice  derivato, 
piasi  luogo  di  Marte,  ed  il  Theuli  lo  ere- 


V  E  L  2i5 

de  provenuto  da  mac  Landò,  perchè  ivi  uc- 
cidevansi  le  vittime  da  sagi  ificare  a  quel 
nume,  e  favoleggiando  dal  re  Metabo.  La 
costruzione  di  quest'opera  costò  all'erario 
comunale! 5,ooo  scudi.  Ma  delle  strade, 
delle  piazze  e  delle  fonti  dovrò  riparlare 
in  seguito.  Nel  t.  8  AeXV  Album  di  Roma, 
a  p.  16,  si  dà  contezza  con  elogio  del  li- 
bro pubblicalo  ueli84i  e  intitolato:  Sto- 
ria e  descrizione  degli  Acquidotti  Veli- 
terni,  compilata  dal  d.r  Enrico  Proven- 
zani  segretario  della  municipalità  di 
Fellttri,  Roma  1840.  Pertanto  si  dice, 
che  l'antichissima  città  di  Velletri  ,  seb- 
bene circondata  tutta  all'intorno  da  mol- 
te ottime  sorgenti  d'acqua  potabile,  uon 
avea  mai  potuto  vederne  alcuna  condot- 
ta duo  dentro  le  sue  mura ,  perchè  non 
superabile  l'ostacolo  della  troppa  depres- 
sione del  loro  livello.  Il  celebratissimo  i- 
draulico  Giovanni  Fontana,  chiamato  dal 
municipio  sul  principio  del  secolo  XVII, 
ebbe  ricorso  ad  un  ingegnosissimo  artifi- 
zio, per  cui  sorprendendo  quasi  la  natu- 
ra nel  suo  occulto  magistero  ,  penetrato 
nelle  viscere  de'mouli  circonviciui,  e  di- 
ramando là  entro  in  moltissime  e  svaria- 
le direzioni  una  grande  quantità  di  cuni- 
coli, raccolse  in  ciascuno  di  essi  dal  tra- 
sudamento delle  pareti  e  delle  volte  altret- 
tanti piccolissimi  filetti  d'acqua,  che  lutti 
insieme  mettendo  capo  nella  forma  cosi 
detta  maestra  ,  e  accomunati  verniero  a 
formare  come  per  incanto  una  piena  e 
copiosa  sorgente:  e  questa  derivandosi  da 
un  livello  molto  più  alto  che  non  è  la  sot- 
toposta città,  superate  gravissime  difficol- 
tà d'altro  geuere  che  si  frapponevano  per 
via,  forati  più  monti  e  roccie,  potè  per  tal 
modo  condursi  Ini  dentro  alla  medesima, 
e  servire  all'abbellimeutodi  essa,  uon  me- 
no che  all'  utile  e  al  comodo  degli  abitan- 
ti. Quest'opera  tanto  ardimentosa  e  ma- 
gnifica (iuo  allora  era  rimasta  quasi  all'at- 
to inosservata,  finché  il  benemerito  d.r 
Provenzani,  con  molte  notizie  di  muni- 
cipale erudizione,  fece  conoscere  l'artifi- 
zio cosi  ingegnoso  e  felice,  pel  quale  la 


ai6  VEL 

città  ebbe  il  necessario  elemento  che  tut- 
tora gode.  Entrando  nella  citlà  dalla  por- 
la Romana  reca  sorpresa  la  torre  quadra- 
ta, che  isolata  s'innalza  nella  piazza  mag- 
giore o  Grande  ovvero  del  Trivio  ,  alta 
palmi  240  e  che  per  ogni  lato  conta  pal- 
mi 20  di  larghezza.  Questa  torre  dell'o- 
rologio altissima  piramidale,  conte  la  chia- 
ma Cancellieri  nellesue  Campanec  Cam- 
panilij  0  gran  campanile  altissimo  della 
chiesa  di  s.  Maria  in  Trivio  d'opera  sa- 
racinesca, al  dire  di  Nibby,  che  qualifica 
gotici  i  caratteri  della  lapide  che  ne  de- 
termina il  compimento  colla  data  de'i5 
api-ilei  353;  viene  lodata  dal  Bauco  per 
altezza  e  sveltezza,  e  per  la  nobile  costru- 
zione di  rara  maestria  di  selci  quadri,  or- 
nata di  3  sonore  e  armoniose  campane. 
Inoltre  osserva  con  ammirazione,  che  tan- 
to la  torre  quanto  il  palazzo  Ginnetti,  ne' 
terremoti  del  1 800  e  del  1 806  non  soffri- 
rono alcun  dannoo  lesione,  dopo  chequa- 
si  tutte  le  altre  fabbriche  buono  guaste. 
Ad  onta  di  tale  autorevole  p.otesta,  pa- 
re che  la  torre  del  Trivio  abbia  bisogno 
d'e-ser  fasciata  di  ferro  sopra  la  metà  per 
avere  alquanto  sofferto.  Come  pure,  nel- 
la medesima  torre  campanaria,  andrebhe 
riformala  l' iscrizione  scolpita  in  marmo 
riguardante  l'istituzione  della  legazione, 
che  tanto  onore  e  vantaggio  reca  a  Vel- 
letri,  non  nominandosi  allatto  il  PapaGre- 
gorio  XVI  che  la  istituì.  Si  può  leggere 
nel  Bauco,  1. 1 ,  p.  363,  e  particolarmen- 
te ricorda  il  celebre  e  benemerito  cardi- 
nal Pacco, che  fra'benefiyi  prestali  a  Vel- 
Ietti,  dice  lo  storico,  il  maggiore  fu  quel- 
lo d'aver  secondato  il  voto  de'veliterni  a 
fine  d'ottenere  dal  Pontefice  l'onore  del- 
la legazione.  La  lapide  I'  eressero  i  veli- 
terni,  i  terracinesi ,  i  setini ,  i  segami  ,  i 
corani,  i  labicani  ossia  i  valmontonesi  per 
aver  celebrato  i  primi  comizi,  tenuti  co' 
loro  deputati  dal  cardinale  per  la  costi- 
tuita legazione,  senza  peiò  dirsi  da  chi,  a' 
7  novembre  i832.  E  vero  che  ne  esiste 
il  monumento  nel  palazzo  municipale, co- 
me descriverò  e  vidi,  ma  non  è  pubbli- 


VEL 


co  come  questo.  Il  forastiere  che  si  limi- 
ta a  leggere  quella  lapide,  resta  col  desi- 
derio di  sapere  chi  fu  il  Papa  istitutore. 
Le  fabbriche  privale  dell'abitazioni  sono 
decenti,  ne  mancano  di  sufficiente  appa- 
riscenza; come  magnifici,  nobili  e  di  buon 
gusto  sono  diversi  palazzi  e  grandi  fabbri- 
che. Il  rinomato  palazzo  Ginnetti,  ora  de' 
principi  Lancellotti,  edificato  dal  celebre 
e  splendido  cardinal  Marzio  Ginnetti  ve- 
li terno  morto  neh  671,  con  architettura 
di  Martino  Lunghi  ,  e  la  spesa   di  circa 
3oo,ooo  scudi,  poiché  l'ornò  con  ogni  più 
squisita  eleganza,  e  con  galleria  piena  di 
eccellenti  pitture  e  statue  antiche.  Que- 
sto museo,  parte  venne  trasportato  in  Na- 
poli, e  parte  in  Roma  nel  Palazzo  Lan- 
ctllotliy  i  cui  principi  ne  furono  gli  ere' 
di.  Superba  è  la  scala  tutta  di  candidi 
marmi  fino  al  4-°  piano,  bellissimi  i  bas- 
sorilievi antichi,  le  colonne,  le  statue,  gì 
stucchi  ealtredecorazioni  delle  sue  loggie 
ond'è  giudicata  una  delle  meraviglie  d' 
talia,  anche  per  la  sveltezza  del  dise 
Adiacente  a  questo  magnifico  palazzo,ch 
nel  suo  interno  è  abbellito  di  pitture  ,  1 
cardinale  vi  formò   un  grande  e  amen 
giardino  ornato  di  fonti  e  di  statue.  Dal 
le  loggie  principalmente  si  godono  magi 
che  ed  estesissime  vedute  naturali.  Que 
sto  grande  e  signorile  palazzo  non  è  ahi 
tato,  ed  abbisogna  di  molti  e  notabili  re 
stami,  che  vagheggiano  i  suoi  ammira 
tori.  Non  sembra  vero  che  gli   auslriai 
lo  saccheggiassero  nel  1  744>  come  pretei 
de  il  Beccatiui.  Nel  1849  fu  il  bersagli 
d'alcune  palle  di  cannone  lanciate  da 'ri 
belli  repubblicani,  che  a'  ic)  maggio  o( 
cuparono  per  poche  ore  l'adiacente  can 
pagua;  e  se  ne  vedono  ancora  le  impioti 
te  nelle  mura  esterne  da  quella  delizio- 
parte.  11  cortile  poi  servi  come  di  pialli 
(òrma  ad  una  batteria  napoletana, che  1 
spondendo  egregiamente  al  cannone  di 
gli  assalitori,  li  respinse  e  mise  in  fùg 
ma  di  ciò  meglio  a  suo  luogo.  Il  palazi 
Ginnetti  rende  anco  ornamento  alla  pia 
za  grande  del  Piano,  di  cui  uè  occupa  1 


VE  L 

fianco.  II  palazzo  vescovile  legatizio  e  mu- 
nicipale detto  Vecchio,  si  eleva  maesto- 
samente e  torreggia  come  un  castello  nel 
sito  più  eminente  e  bello  della  città,  die 
domina  d'ogni  parie,  uella  contrada  Ca- 
stello, ov'  erano  anticamente  le  case  del- 
l'augusta famiglia  Ottavia.  Essendo  stata 
decretata  l'erezione  del  nuovo  pubblico 
palazzo, il  celebre  cardinal  Giovanni  Mo- 
ioni  governatore  e  vescovo  fece  delineate 
un  bellissimo  disegno  dal  celebre  archi- 
tetto Giacomo  della  Porta  per  questo  e- 
difizio,  la  cui  costruzione  s'incominciò  nel 
l5y5.  E"  isolato,  di  forma  quadrilatera 
corrispondente  esattamente  a  4  ponti  car- 
dinali della  sfera,  e  donde  si  apre  a  mez- 
zogiorno l'ampio  prospetto  delle  Paludi 
Pontine,  de'  monti  di  Cori,  di  Sezza  ,  di 
nernioueta,ÌMÌne  Terracina,del  promon- 
torio Circeo  e  del  mare.  Grande,  solido 
e  di  buono  stile, simmetrico  nelle  sue  fac- 
ciate, farebbe  bella  mostra  di  se  anche  in 
una  capitale.  E'  inoltre  magnifico, ornato 
e  diviso  in  due  appartamenti,  con  digni- 
tose e  vaste  sale  e  molti  comodi.  Il  su- 
periore che  dal  1825  ali83o  fu  decoro- 
samente addobbato  con  belle  e  ricche  sup- 
pellettili, fu  ceduto  dalla  comunità  Ve- 
literna  per  residenza  del  cardinal  vesco- 
vo legato  prò  tempore,  cioè  dopo  che  re- 
stò senza  episcopio.  Nel  1.*  piano  è  quel- 
la del  nobile  magistrato  municipale  eser- 
cente, con  camera  d'udienza  e  della  se- 
greteria generale.  In  questo  appartamen- 
to sono  magnifiche  sale,  una  detta  delle 
lapidi,  altra  del  consiglio,  altre  per  rice- 
vimento di  personaggi,  oltre  quelle  asse- 
gnate per  l'accademia  Filarmonica,  feste 
e  lieti  trattenimenti  e  gaiamente  ornata, 
e  pei  l'illustre  accademia  Volsea  nelle  sue 
tornate  bimestrali,  la  cui  celebrila  ,  per 
quanto  poi  riferirò,  ne  fa  vivamente  de- 
siderare dall'universale  de'colti  la  sua  ri- 
storazione, poiché  da  alcun  anno  resta 
soppesa. La  sala  principalecomunnle  è  son- 
tuosa e.  vasia.  Vi  sono  in  essa  e  in  altre 
diversa  iscrizioni,  egli  stemmi  delle  no- 
bili famigliedel  patriziato  vclilerno.  EVel- 


VEL  a  1  7 

la  sala  consigliare  vi  sono  i  busti  marmo- 
rei di  Papa  Gregorio  XVI,  e  de'cardinali 
bai  toloroeo  Pacca  vescovo  e  i .°  legato  di 
Velletri,  e  Tommaso  liernetti  segretario 
di  stato,  egregiamente  scolpiti  dal  valen- 
te scultore  romano  Filippo  Gnaccarini  ; 
non  che  un'iscrizione  marmorea  compo- 
sta dal  dotto  epigrafista  Girolamo  Ama- 
ti, come  l'altra  summentovata  (e  lo  im- 
paro dal  n.°2  1  del  Diario  di  Roma  del 
i834,  che  ne  ragiona),  dichiarante  l'e- 
terna gratitudine  di  Velletri  e  di  tutta  la, 
provincia  di  Marittima  per  l'istituzione 
della  pontificia  legazione,  e  della  destina- 
zione di  questa  città  per  degna  sede  e  ca- 
poluogo della  medesima;  monumenti  de- 
cretati nobilmente  dal  magistrato  muni- 
cipale per  pubblica  acclamazione,  come 
dice  la  lapide  che  si  legge  pure  nel  Bau- 
co,  t.  i,p.  362.  Pel  mio  rimarco  fatto  sul- 
l'altra lapide,  forse  il  dotto  Amati  non  sep- 
pe bene  che  essa  doveasi  erigere  sepa- 
ratamente, e  collocarsi  isolatamente  al 
pubblico  nella  più  frequentata  contrada 
della  città.  Tale  distinzione  GregorioXVI 
volle  concedere  a  Velletri  e  alla  provìncia 
per  solenne  attestato  di  sua  paterna  sod- 
disfusione,  per  le  chiare  e  ulteriori  dimo- 
strazioni di  fedeltà  e  divoto  attaccamen- 
to mostrato  da'  veliterni  e  dalle  popola- 
zioni della  provincia  ne'torbidi  funesti  del 
1  83 1  de'faziosi,  difendendo  con  energia 
sincera  i  diritti  della  s.  Sede.  Le  antiche 
iscrizioni  volsche  e  romane  esistenti  nel- 
la sala  della  delle  lapidi  e  nell'atrio,  fu- 
rono illustrate  nel  secolo  passato  dal  ve- 
literno  cardinal  Stefano  Borgia.  Nelle  sa- 
le municipali  sono  pure  quadri  dipinti  dal 
veliterno  che  il  comune  mantiene  in  Pio- 
ma  allo  studio  delle  belle  arti,  fra'quali 
i  ritratti  d'alcuni  illustri  veliterni,  come 
della  valente  pittrice  Virginia  Vezzi  ve- 
li terna, di  cui  parlerò  all'epoca  nella  qua- 
le fiori.  ISel  pianterreno  del  palazzo  vi  è 
l'archivio  notarile,  il  monte  di  pietà  Gin- 
misi  Gregna  a  sollievo  delle  famiglie  bi- 
sognose della  città,  e  in  una  vasta  sala  la 
biblioteca  comunale,  di  cui  fu  beueme- 


2«8  VEL 

•  ito  bibliotecario  il   veliterno  Clemente 
Cardinali.  Questa  resta  aperta  ogni  gior- 
no a  pubblico  comodo,  la  quale  dovizio- 
sa già  di  molte  migliaia  di  volumi,  fu  no- 
tabilmente aumentata  nel  1842  con  l'ac- 
qui.oto  della  scelta  libreria  dell'  altro  be- 
nemerito cittadino  cav.  Luigi  Cardinali: 
possiede  ancora  una  pregevole  e  copiosa 
collezione  di  opere  mss.  e  stampate  ,  re- 
lativetutte  a  Velletri.  La  preziosa  raccol- 
ta de'  libri  della  biblioteca  si  accresce  an- 
nualmente per  la  dote  saviamente  asse- 
gnatale dal  comune,  e  forma  lustro  e  de» 
coro  alla  città.  Inoltre  vie  l'arcbivio  pub- 
blico, e  le  pubbliche  carceri  governative, 
in   parte  sotterranee  e  divenute  angu- 
stissime, per  cui  alla  sua  volta  le  deplo- 
rerò. Di  questo  palazzo,  di  cui  il  Bauco 
lamenta  per  non  essere  compito  il   pro- 
spetto di  mezzo  ,  secondo  il  disegno  del 
cav.  Derniuo,  dovrò  riparlarne  dicendo 
dell'episcopio,  e  di  quando  comi  nciaronoi 
cardinali  vescovi  ad  abitare  il  medesimo 
palazzo.  Altro  palazzo  municipale  e  dele- 
gatizio è  quello  rimpetto  al  descritto,  e- 
gualmentegrandioso,eleganteecoinodo,e 
denominato  Wuovo,imperoccbè  fu  comin- 
ciato nel   1822  e  compito  neh  835,  go- 
dendosi anche  da  questo  un  magico  pa- 
norama. Ne  fu  architetto  il  valente  coni- 
atemi. Gaspare  Salvi  (di  cui  si  può  leg- 
gere l' Orazione  funebre  in  lode  del  coni- 
metal,  Gaspare  Salvi,  Roma  18 5o),  del- 
le cui  opere  parlai  con  lode  in  più.  luoghi, 
e  vi  furono  spesi  circa  1 00,000  scudi,  àer- 
ve  di  residenza  al  prelato  delegato  apo- 
stolico della  provincia  di  Marittima  oVel- 
letri,  ed  a'pubblici  ullizi  della  legazione, 
segreteria  generale,  tribunali,  cancellerie 
civilcecriminale,polizia,pe'cursori,quar- 
tiere  del  presidio  di  guardia  ec,  oltre  gli 
«^parlamenti  del  prelato  delegato  e  di 
.dciini  impiegati  ec.  Nella  facciata  ester- 
na si  ammira  un  monumento  in   basso- 
rilievo di  marmo,  scolpito  dal  sullodato 
(.■laccarmi,  collocato  a'3  1  maggio  1802, 
alla  presenza  del  cardinal  Macchi  vesco- 
vo e  legalo,  di  mg.'  Bambozzi  delegato 


VEL 
e  degli  amministratoli  provinciali,  con 
dimostrazioni  d'esultanza  de'  velìterni  e 
de'  provinciali;  a  perpetua  memoria  del 
gran  fatto  del  1849  della  restaurazione 
del  dominio  temporale  della  s.  Sede  per 
le  armi  cattoliche  delle  potenze  alleate, 
non  meno  per  gli  aiuti  somministrali  dalle 
fedeli  provincie  di  Marittima  e  Campa- 
gna, che  per  le  prime  ebbero  1'  onore  e 
la  ventura  d'  accogliere  il  regnante  Pio 
IX  nel  i85o,  nel  felice  ritorno  ne' suoi 
stati,  e  meglio  descritto  nel  n.°  129  del 
Giornale  di  Roma  del  1 852,  ed  a  p.  528 
de  11'  Osservai  ore  Romano.  In  essi  si  leg- 
ge, che  la  provincia  di  Marittima,  lega- 
zione di  Velletri,  per  essere  a  confine  col 
regno  di  Napoli  fu  la  i."  a  rassegnare  di- 
vota gli  omaggi  sinceri  di  venerazione  e 
sudditanza  ai  Papa  Pio  IX,  quando  nel 
faustissimo  6  aprile  i85o  rientrava  ne' 
•noi  domimi,  dispersa  e  abbattuta  I'  a- 
narchica  fazione.  E  perchè  di  sì  propizio 
avvenimento  degna  e  durevole  memoria 
si  avesse  in  Velletri  capoluogo  della  pro- 
vincia, si  stahilìdal  consiglio  provinciale 
de'2  aprile, che  un  monumento  si  eriges- 
se sulla  facciata  del  palazzo  delegatizio 
rappresentante  l'arrivo  del  Papa,  la  pro- 
vincia ossequiosa  e  riverenle,  e  le  4  po- 
tenze Spagna,  Austria,  Francia  e  Napoli 
accorse  per  un  concorde  sentimento  alla 
restaurazione  del  Irono  pontifìcio.  Allo- 
gata l'opera  all'egregio  scultore  Gnacca- 
riui ,  con  lodevole  arte  dispose  le  figure 
e  gli  emblemi  allusivi  alla  provincia  di 
Marittima  e  ad  ognuna  delle  4  potenze, 
e  le  topografiche  specialità  de'luoghi  ne' 
quali  le  medesime  si  distinsero.  Pertanto 
nel  mezzo  del  bassorilievo  vedesi  il  Pap.i 
in  abito  viatorio,  e  a  lato  la  colonna  mil- 
liaria,  lai."  ad  incontrarsi  nella  via  Ap- 
pia  dal  confine  del  regno  di  Napoli  a  Vel- 
letri; gli  sta  dinanzi  la  provincia  genufles- 
sa rappresentata  in  una  donna  turrita  co' 
simboli  dell'abbondanza  ne' frutti  del- 
la terra  e  del  rostro  pel  mare.  Alla  de- 
stra del  Pontefice  è  Roma  sostenente  il 
seguo  di  nostra  redenzione,  ed  ha  la  Lu* 


VE  L 

pna'piedi,  è  ricevuta  ila  Napoli  simboleg- 
giata nella  Sirena  e  ne'gigli  Borbonici, al- 
ludendo il  concetto  a  Ferdinando  II  re 
di  Napoli  e  della  Sicilia,  che  accolse  ospi- 
talmente nel  suo  regno  il  Papa  esule  da 
Roma  e  da'suoi  slati.  Allo  stemma  di  Leo- 
ne e  di  Castiglia  osservasi  la  Spagna,  elio 
meritò  per  le  principali  sue  cure  di  riu- 
nire urini  e  armati  a  sostegno  della  s.  Se- 
de. Avvi  alla  sinistra  la  Francia,  e  si  rav- 
visa pel  Gallo,  che  ha  a'snoi  piedi;  tiene 
in  mano  il  vessillo  della  Chiesa,  e  al  suo 
fianco  scorgesi  il  Tevere,  quindi  sopra  un 
piedistallo  la  Lupa, e  alquanto  indietro  la 
cupola  di  s.  Pietro,  il  che  indica  la  segui- 
ta occupazione  di  Roma.  L'Aquila  bici- 
pite designa  l'Austria,  che  ha  pure  il  ves- 
sillo pontifìcio,  e  poiché  le  truppe  tede- 
sche occuparono  primieramente  Bologna 
e  le  Romagne,  perciò  le  è  accanto  il  Po, 
e  dietro  questo  la  Garisenda  torre  in- 
clinata nella  città  di  Bologna.  Il  palazzo 
Filippi  ha  un'  iscrizione  sulle  pareti  del- 
l'androne, riportata  da  Marocco  ,  dalla 
quale  si  apprende,  che  fu  comincialo  nel 
i  636  colla  demolizione  di  22  domimeli- 
larum  da  Francesco  Filippi;  e  che  i  suoi 
pronipoti  nel  1775  a  proprio  comodo  lo 
ridussero  in  miglior  forma.  L'attualepro- 
prietario  cav.  Giuseppe  maggiore  Filip« 
pi  è  il  presente  gonfaloniere  della  città. 
Altri  palazzi  sono  quelli  degli  Scanni,  de' 
Fiscali,  de'Gregna,  de'Toruzzi  (il  i.°  pia- 
no del  quale  appartiene  alla  prelatura  di 
tal  nome),  de'Lalini  moderno,  e  de'Bor- 
già,  do  ve  il  celebre  cardinal  Stefano,  sen- 
za risparmio  uè  a  denaro   né  a  fatiche , 

avea  riunito  una  famosa  collezione  di  02- 

o 

getti  egizi  e  cofli,  cinesi,  di  numismatica 
e  di  storia  naturale  che  formava  lustro  a 
Velletri,  e  l'ammirazione  di  tutti  i  fora- 
slieri  di  remote  contrade  che  passando 
per  questa  città  visitavano  con  piacere. 
Quoto  museo  /forgiano  Pclitcmo, de* 
gno d'una  capitale,  conteneva  sì  peregri- 
ne dovizie,  che  basti  solo  il  dire  che  altri 
magnifici  musei  si  gloriano  oggidì  di  con- 
Iwuciue  alarne  parli;  il  (piale  museo  per 


VEL  a  .9 

deplorabile  patrio  infortunio  fu  poscia  di- 
sperso e  disgregato,  come  rilevò  il  degno 
pro-nipote  mg. r  Costantino  nelle  Notizie 
biografiche.  Le  parti  principali  del  mu- 
seo sono  in  Napoli  nel  museo  Borbonico, 
e  in  Roma  nel  museo  Borgiano  del  Col- 
legio Urbano  (fy.).  Quanto  vi  è  in  Na- 
poli, si  può  leggerlo  nel  Real  Museo  Bor- 
bonico descritto  ed  illustrato  da  Era- 
smo Pistoiesi ,  Rosila  1  838  con  figure.  Do- 
menico Sestini  non  dubitò  di  chiamarlo 
uno  de' più  illustri  musei  d'Europa.  Il 
Cancellieri, che  del  cardinal  Borgia  pub- 
blicò un  accurato  e  dotto  elogio  (come  di 
non  minor  pregio  fu  il  pubblicalo  nel 
1 806  in  Roma  dal  cav.  Luigi  Cardinali), 
nella  ricordata  sua  opera  a  p.  63  rimar- 
ca, che  nella  ricchissima  suppellettile  del 
suo  Museo  Veliterno  avea  vari  orologi 
solari  di  cui  voleva  pubblicarne  una  rac- 
colta colle  illustrazioni,  onde  volle  sup- 
plire in  parte  a  tale  mancauza  con  darci 
l'elenco  degli  autori  che  ne  trattarono.  Il 
Rena/zi  nella  dedica  che  fece  al  cardinale 
del  t.  2  della  Storia  dell  'università  de- 
gli studi  di  Roma,  celebrando  la  sua  dot- 
trina e  vasta  erudizione,  anche  nell'an- 
tiquaria, e  nelle  lingue  orientali  ed  eso- 
tiche, ecco  come  parla  delle  sue  raccolte. 
»»11  museo  nella  città  di  Velletri,  illustre 
patria  vostra,  e  domicilio  di  vostra  nobi- 
le famiglia,  da  voi  con  fino  gusto  e  regal 
munificenza  arricchito  di  monumenti,  e 
cimelii  rari  e  pregievolissimi  d'ogni  spe- 
cie, d'ogni  età,  d'ogni  nazione.  Oh  quan- 
te penne  di  scrittori  nostrali  e  stranieri 
hanno  illustrato  il  museo  Borgiano!  Di 
qual  ammirazione  gl'intendenti  e  i  viag- 
giatori restan  compresi  in  vederlo  ed  e- 
sa  minarlo!  Come,  vostra  mercè,  è  divellu- 
to noto  e  famoso  per  tutta  Europa,  etra 
le  più  remole  genti  ! ...  Voi  senza  rispar- 
mio di  spesa  fate  dal  celebre  Giorgio  Zoe- 
ga  eseguire  il  catalogo  ragionato  de' co- 
dici coplo-borgiani  ne'3  dialetti  memfiti- 
co,  basmurico  ,  saidico;  donde  su  la  sto- 
ria, le  scieuze  e  l'arti  d'  Egitto,  argomen- 
ti per  l'occorse  circostanze  de'  tempi  di- 


220  V  E  L 

venuti  ora  dì  moda  letteraria,  nnova  si 
spargerà  splendidissima  luce".  Del  Zoe- 
ga  abbiamo  già  pubblicato:  Nummi  A e- 
gyptiì  Imperatori  prostantes  in  Musco 
Borgia/io  P'elitris,  acljectis  pr  aeterea 
quo/quot  reliqua  huj'us  Classis  Numi- 
smata  ex  variis  Museis,  atque  libris  col- 
Hgere  obtigit,  Romae  1787.  Dopo  due 
anni  il  Zoega   pubblicò  :   Globus  coele- 
slis    cufico-arabus    Velkerni    Musaci 
Bor giani,  praemissa  de  Arabum  astro' 
nomi  a  Disserta  (ione.  Negli  alti  della  So- 
cietà letteraria  Pohca.  /  clit°rna,  t.  i, 
p.  189,  vi  è  Y  Elogio  di  Giorgio  Zoe- 
ga censore  accademico.  Ivi  si  dice  che  il 
cardinale  acquUtò  in  lui  quell'Edipo  che 
seppe  sciogliere  gli   enigmi  egiziani   del 
museo  Borgiano,  e  si  rende  ragione  del 
dottissimo  da  lui  operato.  Il  p.  ab.  Rari- 
gbiasci  la  qualificò  celebre  collezione,  ed 
unica  in  Italia.  Si  ha  dal  dotto  p.   Pao- 
lino di  s.  Bartolomeo  carmelitano  scalzo, 
che  poi  scrisse  la  vita  del  cardinale  con 
l'elenco  di  tutte  le  sue  opere:  Musei  Bor- 
giani  Velilris  codices  manuscripti,  Ro- 
mae  1793.  La  basilica  cattedrale  trovasi 
al  confine  di  porta  Napoletana,  avente  di- 
nanzi vasta  piazza  abbellita  da  leggiadra 
fonte  (e  non  da  una  statua  di  bronzo,  che 
il  popolo  veliterno  per  riconoscenza  eres- 
se a  Clemente   Vili,  come   pretendono 
Castellano  e  Marocco).  Il  zelo  patrio  del 
cardinal  Rorgia  e  quello  del  vescovo  car- 
dinal York  ottennero  da  Pio  VII  il  bre- 
ve In  summo  Apostolatus ,  de' a  marzo 
1804,  Bull.  Rom.contA.  i2,p.  128:  Con- 
cessio favore  perinsignis  CathedralisEc- 
clcsiae  s.  Clcmentis  I  P.  et  M.  civitatis 
Velitrarum  li  tuli  praeminentiae,  et  pri- 
vilegii  Basilicarum  minorimi  Urbis.  E' 
antichissima  e  si  crede  fabbricata  sulle  ro- 
vine del  tempio  di  Marte,  secondo  il  Vol- 
pi. Quest'edilìzio  monumentale    manca 
di  facciata  esterna,  e  mi  giova  sperale  che 
vi  supplirà  la  pietà  veliterua  o  quella  di 
qualche  vescovo,  per  dignità  e  decoro  del- 
la cattedrale  «lei  cardinal  Decano  (A7.)  del 
•Sagro  Collegio  (/'.),  la  1."  de' 6  illusili 


VE  L 

J  (scovati  suburbicari.  Il  principale  in- 
gresso è  in  fondo  dell'atrio  del  semina- 
rio vecchio,  ch'era  l'antico  episcopio,  la 
cui  porta  rimane  a  destra.  Il  minore  in- 
gresso corrisponde  alla  nave  minore  dal- 
la parte  del  Vangelo,  ed  ha  ne' laterali 
due  antichi  leoni  di  marmo.  L'  interno 
della  basilica  è  grande  ,  decoroso  e  ma- 
gnifico. La  costruzione  èuri  misto  d'an- 
tico e  di  moderno, imperocché  questo  tem- 
pio avea  altra  forma,  e  mostrava  diver- 
sa architettura  dalla  presente.   Accadde 
ebe  nella  notte  susseguente  a'?.3  maggio 
i()5(j  percosso  da  un  fulmine  il  campa- 
nile, che  avea  una  grande  altezza,  rovi- 
nò per  metà,  e  cadendo  sopra  la  chiesa, 
rimase  questa  per  la  maggior  parte  in  vol- 
ta  nella  medesima  rovina.  La  caduta  del 
campanile  cagionò  eziandio  la  rovina  del- 
l'altare, dove  conservavasi  il  corpo  di  s. 
Geraldo  vescovo  d'Ostia  e  Velletri,  e  sco- 
pri l'arca  di  marmo  bianco  che  lo  rac- 
chiudeva. Questa  è  ora  situata  presso  la 
detta  porta  laterale  della  chiesa;  è  d'an- 
tichissima struttura,  lunga  palmi  8,  alta 
3  e  un  quarto  e  larga  3  senz'iscrizione.  Il 
vescovo  cardinal  de  Medici  non  dill'eiì  di 
ri  fabbrica  re  a  proprie  spese  la  chiesa,  col 
campanile,  benché  di  minore  altezza  (il 
campanile  lo  descrive  Cancellieri;  e  par- 
lando de'campanili  antichi  e  loro  forme, 
soggiunge  trovarsi  quello  della  chiesa  di 
s.Clemente  di  Velletri  in  un'antica  pittura 
delle  grotte  di  essa,  rappresentante  la  tra- 
slazione de'corpi  de'ss.  Ponziano  Papa  e  E- 
leuterio  vescovo  dell'Illirico  martiri,  l'atta 
incidere  dal  cardinal  Stefano  Borgia  con 
questa  e[i\«iai't:Translatio  ss.3Iart.Pon- 
tianiPP.  etEleutherii  Epi.  ante  an.  1 2  54 
peracta  ex  Oppido  Tiberiae,  mine  Tife- 
rà, X  a  Velilris  lapide,  in  calhedraler, 
Eeclesiam  s.  Clementis  PP.  et  M.  dice 
tam,  oli  in  Mariti  templum,  adslanle  ve 
te  ri  Velitrarum  magistrata,  nempe  i 
testale,  qui  virgam  manu  gestat,  bini» 
r/ue  consulibus,  ex  antiqua  pintura 
parie  te  cryptarum  ejusdem  Ecclesiat 
studio  et  cura  Slephani  Borgiae  a  s. 


VEL 

r.  de  propag.  Fide  delineata, aereq.  ex- 
pressa  an.  1778.  Questo  rame  è  prezio- 
sissimo, perchè  olire  i  vestiti  civili  e  gli 
abiti  sagri  de'  personaggi  che  vi  si  vedo- 
no, ci  trasmette  il  sistema  di  architeli  tira 
degli  edilìzi  sagri  ,  e  insieme  col  campa- 
nile vi  è  il  portico  innanzi  la  porta  eiella 
chiesa,  sul  fare  di  que'che  si  conservano 
ancora  oggidì  in  Piuma  innanzi  le  chiese 
di.  s.  Clemente,  di  f.  Prassede,  di  s.  Ma- 
ria in  Costnedin,  di  s.  Cosimo  to;  portici 
che  nelle  descrizioni  di  quelle  chiese  ven- 
gono chiamati  Locus  Pauperum.  Quello 
però  di  questa  pittura  non  ha  colonne, 
come  li  suddetti,  ma  piedi  itti,  che  sosten- 
gono l'arco  semicircolare  e  il  frontespizio); 
il  quale  lavoro  fu  compito  nel  1662.  La 
nave  di  mezzo  dell'antica  chiesa  era  retta 
da  colonne  di  marmo,  (he  slimavansi  in- 
sudicienti a  sostenerla.  Furono  queste  ri- 
mosse, e  fu  riedificata  la  medesima  con 
moderna  architettura,  e  con  pilastri  pro- 
porzionali all'altezza  degli  archi.  La  spe- 
sa fu  di  1  1,000  scudi,  e  per  memoria  di 
questa  munificenza  fu  collocata  marmo* 
rea  iscrizione  uel  presbiterio  dal  lato  del- 
l'Epistola. Circa  detto  anno  1662  l'arci- 
prete Nicola  Toruzzi  ornò  questa  chiesa  di 
nobile  ed  elegante  battistero  di  marmo. 
Sotto  il  medesimo  cardinale  de  Medici, 
il  tempio  fu  di  uuovo  cousagrato  dal  ve- 
literno  mg.r  Bonaventura  Tevoli  arcive- 
scovo di  Mira;  ed  in  esso  esistono  diver- 
si depositi  e  molle  iscrizioni  lapida  rie,  che 
6i  potino  leggere  presso  i  putrii  storici  ar- 
civescoviTevoli  e  AlessandroBorgia.Que- 
sla  cattedrale  è  dedicata  a  Dio  io  onore 
di  s.  Clemente  1  Papa  e  martire ,  la  cui 
festa  si  celebra  solennemente  a*23  novem- 
bre. Tra  le  insigni  reliquie  visi  venera- 
no quelle  de'  martiri  s.  Poliziano  Papa  e 
s.  Eleuteiio  vescovo  dell'Illirico,  e  il  del- 
lo corpo  di  s.  Geraldo.  Nella  cappella  del- 
la Visitazione  è  il  corpo  di  s.  Esopei  ia 
martire,  trovato  nel  ciiniteriodi  s.  Ciria- 
ca con  memoria  sepolcrale  Ne'due  alta- 
ri laterali  entro  la  cappella  della  Madon- 
na delle  Grazie  si  veuerauo  i  corpi  delle 


VEL  22 1 

ti.  Annia  Prima,  e  Gerontide  greca  fan- 
ciulle martiri,  la  |."  di  6  «uni  e  7  mesi, 
la  2/  probabilmente  d'8  anni:  s.  Annia 
fu  trovata  nelcimileriodi  s.  Priscilla, s.  Ge- 
rontide in  quello  di  s.  Calisto,  ambo  con 
iscrizioni  lapidarie.  La  loro  traslazione 
soletinesi  celebiòa'3 1  maggio  1 84o.Deu  • 
tro  il  coro  d' inveì  110  esiste  il  deposito  di 
marmo  della  b.  Maria  Guilla,  che  si  cre- 
de sorella  di  s.  Geraldo.  Sopra  il  taberna- 
colo della  tribuna  in  un  reliquiario  si  ve- 
nera il  corpo  di  s.  Clemente  martire  do- 
nato dal  cardinal  Marzio  Ginnetti.  L'in- 
terno di  questa  basilica  è  diviso  da  pila- 
stri (in  luogo  dell'  antiche  colonne  ,  per 
quanto  dirò  a  suo  luogo)  in  3  navi;  è  lun- 
go dalla  porta  maggiore,  sovrastala  da 
magnifico  organo  (di  recente  restaurato  e 
aumentato  colla  spesa  di  4°°  scudi  dal 
cardinal  Macchi)  con  eleganti  intagli  do- 
rati, sino  a)  coro  palmi  204  e  un  4«°j  lar- 
go nella  nave  di  mezzo  palmi  5  e  trequar- 
ti: le  due  navi  minori  laterali  sono  lun- 
ghe palmi  177  e  trequarti,  e  larghe  2 1. 
La  nave  principale  è  bellissima  e  mira- 
bile,  essendo  da  cima  a  fondo  ornata  di 
elegante  pittura  e  di  ricca  doratura,  die 
perfettamente  armonizza  col  nobilissimo 
soffitto,  onde  forma  un  complesso  che  sor- 
prende. Quest'ornato  fu  eseguito  parte  a 
spese  del  vescovo  cardinal  Pacca,  e  par- 
te col  ricavato  da'  legati  pii  non  soddi- 
sfatti neh  832.  11  ricchissimo  e  stupendo 
soffitto  è  di  legno  intagliato  con  cornici, 
il  lutto  lavoralo  con  eccellente  maestria, 
ed  è  carico  d'oro.  Nel  suo  mezzo  il  grande 
quadro  lo  dipinse  a  fresco  il  celebre  cav. 
Giovanni  Odazzi  romano  e  oriundo  mi- 
lanese, ed  è  stimata  la  migliore  sua  ope- 
ra (morì  ricchissimo  nel  1731  in  Roma, 
ove  molto  dipinse  per  Benedetto  XIII). 
Vi  espressela  Chiesa  trionfante,  ed  i  pro- 
tettori di  Velletri,  cioè  i  detli  ss.  Clemen- 
te I,  Poliziano,  Eleuteiio  e  Geraldo.  Nel 
1806  pel  fortissimo  terremoto,  da  cui 
niun  cittadino  rimase  offeso,  fu  procla- 
mata primaria  protettrice  Maria  ss.  del- 
le Grazie.  Souo  protettori  Diiuori  s.  Roc- 


222  VEL 

co  e  s.  Francesco  Saverio  confessori.  Il 
cari.  Banco  reude  ragione  perchè  i  veli- 
terni  scelsero  i  loro  celesti  Proiettori;  e 
descrive  l'invenzione  delle  ss.  Reliquiede' 
ss.  Poliziano  e  Eleuterio  rinvenute  circa 
il  i2o4  nel  castello  di  Tiberio  oTivera, 
lungi  io  miglia  da  Velletri,  già  fiorente 
e  distrutto  da  'saraceni,  eolle  notizie  di  s. 
Eleuterio  ,  comunemente  chiamato  da' 
veliterni  s.  Liberato  ,  dalla  derivazione 
della  voce  greca  Eleuterio ,  che  significa 
Liberatore,  per  le  molte  grazie  ricevute 
da  Dio  a  sua  intercessione,  buona  altra 
parte  del  suo  s.  Corpo  venerandosi  in  Rie- 
ti, ma  la  testa  la  possiede  la  cattedrale  ve- 
literna  e  la  venera  nel  reliquiario  esisten- 
te sopra  la  tribuna.  Le  pitture  della  tri- 
buna le  colorì  l'insigne  Giovanni  Baldoc- 
ci  fiorentino  nel  1095  d'ordine  del  vesco- 
vo cardinal  Gesualdo,  come  si  legge  nel- 
l'iscrizione che  vi  appose  (talvolta  soleva 
aggiungere  il  cognome  Cosci  per  gratitu- 
dine al  zio  materno,  che  n'ebbe  cura  nel- 
la fanciullezza).  Vi  espresse  il  Salvatore 
che  corona  la  ss.  Vergine,  e  sotto  i  ss. 
Pietro,  Paolo,  Clemente  1,  Ponziano,  E- 
leulerio  e  Geraldo:  e  più  sotto  vari  fatti 
della  leggenda  de'medesimi  santi.  INel  cen- 
tro del  presbiterio,  chiuso  da  balaustrata 
di  marmo,  si  eleva  il  magnifico  altare 
della  confessione  isolato,  composto  di  ec- 
cellenti marmi,  eretto  a  spesedel  vescovo 
cardinal  bai  berilli  seniore,  e  coperto  da 
tabernacolo  retto  da  4  colonne  di  grani - 
tello  con  capitelli  d'ordine  dorico,  i  quali 
sono  ornati  soverchiamente  (dice  Nibby) 
con  foglie  alternate  d'  acanto  e  di  palme, 
e  vengono  coronali  da  un  ovolo,  li  taber- 
nacolo è  opera  de' bassi  tempi,  come  lo 
giudica  Nibby,  e  contiene  molte  ss.  Reli- 
quie: negli  angoli  sono  4  candelabri,  se 
così  vogliano  chiamarsi,  della  stessa  epo- 
ca, i  quali  sostengono  tempietti.  Il  gran- 
de candelabro,  che  ivi  dappresso  si  vede, 
destinato  a  sostenere  il  cereo  pasquale,  è 
di  marino,  e  di  fino  lavoro  della  scuola 
di  Sansovino,  alla  «piale  paresi  ascrivo- 
no gl'intagli  degli  stalli  di  noce  del  coro 


VEL 

del  capitolo,  secondo  Nibby,  o  del  Benci- 
venna  al  riferire  del  can.  Angeloni.  Scen- 
dendo alla  confessione  o  sotterraneo ,  la 
cui  volta  è  sostenuta  da  pilastri  e  da  mol- 
te colonne  tolte  da  fabbriche  antiche,  la 
cappella  è  dedicata  a  s.  Eleulerio,  e  pia- 
mente si  crede  che  ivi  riposino  le  sue  re- 
liquie e  quelle  di  s.  Poliziano.  Nell'alta- 
re di  porfido,  secondo  Marocco,  si  vene- 
ra l'immagine  della  B.  Vergine  col  divini 
Bambino,  leggiadramente  espressa  in  ta- 
vola in  modo  da  destare  meraviglia  a  chi 
ben  la  riguarda,  e  meriterebbe  per  go- 
derla e  conservarla  di  rimuoverla  dall'u- 
mido e  dall'oscurità,  e  di  trasportarla  nel- 
la chiesa  superiore.  Il  Bauco  la  crede  di- 
pinta da  Pietro  Perugino,  maestro  di  Raf- 
faello; ma  il  Nibby  oltre  il  dire  che  ivi 
rimane  una  pittura  antica  a  fresco  allu- 
siva alla  pompa  della  traslazione  de'cor- 
pi  de'ss.  Eleuterio  e  Ponziano,  soggiunge 
che  ivi  pure  si  vedono  dipinte  le  imma- 
gini di  s.  Stefano,  la  protome  del  Salva- 
tore, la  ss.  Vergine  fra'  ss.  Ponziano  e  E- 
leuteriojlavori  della  scuola  di  Perugino. .. 
»  E'  una  vera  perdita  per  la  storia  delle 
arti  e  delle  leggende  de' tempi  bassi  ve- 
dere imbiancato  vandalicamente  il  rima- 
nente de'dipinti  che  coprivano  questo  sot- 
terra neo".  Autorevoli  lamenti,  cui  fanno 
eco  gl'intelligenti  amatori  e  cultori  del- 
l'archeologia sagra,  che  tutta  volta  si  po- 
trebbero far  cessare  e  ripararvi  ,  con  di- 
scoprirsi di  nuovo  le  preziose  pitture.  Tor- 
nando nella  chiesa  superiore,  le  cappelle 
laterali  delle  navi  minori  sono  sfondate,  e 
quasi  tutte  con  colonne  marmoree.  Quel- 
la del  ss.  Sagramento  è  spaziosa  e  di  ne 
bile  architettura,ornata  di  marmi:  ha  ut 
elevata  cupola,  e  vi  si  mirano  lateralmei 
te  due  stragrandi  quadri  rappresentanti 
uno  la  Cena,  e  I'  altro  la  distribuzione 
moltiplicazione  de'pani  di  eccellente  pit 
tura.  La  cappella  di  s.  Geraldo  è  disegne 
del  cav.  Fontana  ,  nel  cui  altare  formato 
di  buoni  marmi  con  4  binili  colonne,  ri 
posa  il  corpo  del  s.  Vescovo  in  beli'  urna 
marmorea,  di  giallo  antico  dice  Marocet 


V  RL 
III."  maggio  iS  )8,  rimosso  l'antico  qua- 
dro ,  vi  è  sialo  sostituito  l'esisleote  d'Ip- 
polito  Zapponi  veliterno,  già  alunno  del 
comune  in  Roma  per  apprendervi  con 
successo  la  pittura.  Egli  rappresentò  il 
santo  vescovo  quando  libera  Velletri  da' 
saraceni,  come  decise  il  capitolo  veliterno 
interpellato  dal  municipio  (e  ripeterò  a 
suo  luogo  colla  descrizione  che  vado  a  ri- 
cordare), sulla  qualità  controversa  de'ne- 
mici,  che  alcuni  volevano  bretoni  e  altri 
longobardi.  Nel  maggio  1 858  fu  impresso 
in  Velletri  nella  tipografia  d'Antonio  An- 
geloni  :  S.  Geraldo  vescovo  di  Velletri 
libera  la  città  da' Saraceni,  quadro  ad 
olio  d' Ippolito  Zapponi.  Questa  descri- 
zione è  del  eh.  Basilio  Magni.  Segue  «in 
Sermone  in  versi  :  Al  pittore  Ippolito 
Zapponi  di  Velletri  il  canonico  Luigi 
Angelonì.  Nell'altra  del  ss.  Rosario,  di 
padronato  della  fatnigliaFiscari,  il  quadro 
dell'altare  è  opera  del  Conca  a  olio,  e  vi 
espresse  la  B.  Vergine  e  s.  Domenico.  La 
cappella  sontuosa  della  Madonna  delle 
Grazie  è  di  eccellente  disegno,  ornata  di 
finissimi  stucchi  dorati,  con  altare  fabbri- 
cato tulio  di  preziosi  marmi,  come  lo  so- 
no le  due  colonnette  e  i  due  Angeli  che 
Manno  in  atto  riverente  sopra  la  cornice 
del  medesimo.  Perla  prodigiosa  ss.  Imma- 
gine della  B.  Vergine  che  incessantemen- 
te vi  si  venera  e  a  cui  ricorrono  con  fidu- 
cia in  tutti  i  bisogni  i  velilerni  e  i  popoli 
convicini  ,  è  un  vero  santuario.  Quando 
si  deve  esporre  alla  pubblica  venerazio- 
ne, la  sera  precedente,  previo  il  segno  del- 
le campane  del  pubblico  palazzo,  per  un' 
ora  suonano  tutte  le  altre  della  città;  tor- 
nandosi a  suonare  nel  dì  seguente  nello 
scoprirsi  e  con  isparo  di  inorimi.  Maroc- 
co la  dice  dipinta  su  tavola  ne'primi  tem- 
pi In  cui  rifiorì  la  pittura ,  ina  ignorar- 
sene l'autore.  Il  Banco  dichiara  non  es- 
servi memoria  dell'  epoca  in  cui  venne 
collocata  nella  calledr;»le;  dice  il  quadro 
antico  e  dipinto  di  mano  greca  ,  su  erta 
tavola  malconcia  dai  tempo,  eprohahil- 
meute  portato  in  Velletri  nella  persecu- 


VEL  223 

zione  degl' 'Iconoclasti,  nella  r."  metà  del 
secolo  V  lll,comeavvenne  del  Volto  san- 
to o  ritratto  del  divin  Salvatore,  di  cui 
poi  dirò  altre  parole.  La  B.  Vergine  è  e- 
spressa  seduta  e  portante  in  braccio  il  par- 
goletto Gesù:  belli  e  graziosi  sono  i  volli 
d'ambedue.  Per  gl'innumerabili  prodigi 
operati  dalla  ss.  Immagine,  fu  appellata 
Madre  delle  Grazie.  Grati  i  veliterni  a' 
ricevuti  segnalati  favori,  con  pubblico 
consiglio  stabilirono  nel  1607  l'erezione 
della  cappella  ,  e  ottennero  dalla  s.  con- 
gregazione de'  riti  di  celebrarne  la  festa 
con  uffizio  e  messa  propria  nella  1/  do- 
menica di  maggio.  Eretta  la  cappella  a 
spese  del  comunale  erario  e  con  eccellen- 
te disegno,  fu  abbellita  con  vaghi  lavori 
di  stucchi  dorali  dalla  pietà  di  Settimio 
Geloni  decano  de'canonici;  il  quale  vi  fe- 
ce pur  erigere  l'altare  ornato  di  due  co- 
lonne di  nero  antico,  e  altri  preziosi  mar- 
mi di  mirabile  lavoro.  Di  recente  la  mu- 
nificenza de'  divoti  cittadini  ridusse  la 
cappella  a  perfetta  vaghezza  colla  spesa 
di  circa  2000  scudi.  I  pii  fratelli  France- 
sco e  Gio.  Battista  Graziosi  impiegarono 
5oo  scudi  in  un  ricco  paliotto  d'argento, 
e  6^4  scudi  in  3  sontuose  lampade  co'lo- 
ro  ornamenti  dellostesso  metallo,  che  con 
altre  4  ardono  continuamente  avanti  la 
ss.  Immagine.  L'attuale  abbellimento, l'e- 
leganza e  ricchezza  della  cappella,  si  de- 
ve ripetere  dal  sullodato  corano  vescovo 
d'Asisi  mg/ Luigi  Landi  Vittorj,  mentre 
era  arciprete  di  questa  cattedrale,  per  la 
sua  divozione  e  zelante  premura.  A'  2 
maggio  1682  il  capitolo  Valicano  dal  suo 
canonico  Ricci  fece  coronare  la  ss.  Im- 
magine della  B.  Vergine  e  del  divin  Fi- 
glio con  corone  d'  oro,  di  che  si  celebrò 
solenne  centenario  nel  1783.  La  sua  di- 
vozione, come  andrò  dicendo,  è  indicibile 
ne' veliterni,  ad  essa  ricorrendo  con  suc- 
cesso in  tutti  i  bisogni;  ed  il  suo  culto  è 
esleso  nella  diocesi  e  in  lontani  paesi  ,  i 
missionari  avendolo  propagato  persino 
nella  Cina,  l'io  VII  nel  1802  concesse  di 
celebrarsi  la  festa  con  rito  doppio  di  1/ 


224  V  E  L 

classe  e  8.",  dal  clero  il' ambo  le  diocesi 
Ostiense  e  Velilerna;  le  quali  celebrano 
pure  la  festa  del  Patrocinio  della  B.  Ver- 
gine, con  uffizio  e  messa  propria  con  ri- 
to di  i. a  classe  a'26  agosto,  pel  terremo- 
to avvenuto  in  lai  giorno  nel  1806.  Nel- 
la cappella  fra  le  lapidi  monumentali,  ol- 
ii e  quella  di  Pio  VI  riferita  da  Marocco 
(avendo  nel  suo  aliare  celebrato  la  mes- 
sa e  lascialo  sagri  doni),  vi  lessi  pur  quel- 
la che  ricorda  quando  vi  orò  Gregorio 
XVI,  la  1."  volta  che  visitò  questa  basi- 
lica. Neh 855  con  orribile  sacrilegio  ru- 
bate le  lampade  d'argento  di  molto  va- 
lore dà  mani  inique,  l'edificante  divozio- 
ne de'velilernicou  mirabile  prontezza  to- 
sto le  rinnovò.  Sono  dolente  dover  pure 
riferire  col  Giornale  di  ito/zza  de'6  apri  le 
i  858.  Una  mano  audace  e  sacrilega  ne' 
decorsi  giorni  involò  l'immagine  di  Ma- 
ria ss.  delle  Grazie.  L'autorità  governa- 
tiva si  pose  immediatamente  sulle  tracce 
del  delinquente,  ed  un  contumace  preve- 
nuto di  gravi  delitti  annunciò  che  avreb- 
be scoperto  e  la  Immagine  e  le  cose  pre- 
ziose che  I*  adornavano  quando  gli  fosse 
accordata  de' suoi  reati  impunità;  ma  il 
governo  rifiutossi.  Però  l'energia  e  la  fer- 
mezza che  ben  s'addiceva  in  tal  circostan- 
za, le  gravi  e  imponenti  disposizioni  che 
andava  a  prendere  l'autorità,  come  an- 
cora il  crescente  tumulto  della  popolazio- 
ne irritata  e  dolentissima  che  si  fosse  cosi 
iniquamente  involalo  quel  sagro  pegno 
di  sua  divozione,  sgomentò  per  modo  il 
ribaldo,  che  ogni  cosa  venne  intatta  re- 
stituita a  mg.r  vescovo  sull'raganeo,con  im- 
mensa consolazione  del  clero  e  del  popolo, 
che  accompagnarono  processionalmente 
al  tempio  ladivolalmmagine,tosto  espo- 
sta alla  pubblica  venerazione.  Propria- 
mente si  conobbe  dal  pubblico  l'esecran- 
do furto  a'4  aprile  festa  di  Pasqua;  e  nei 
dì  segueuteil  venerando  simulacro  fu  re- 
stituito. Il  governo  poi  procede  contro 
l'autore  di  esso,  e  contro  que'  dell'intima 
plebe,che  iniquamente  si  abbandonarono 
u  riprovevoli  e  gravissimi  eccessi.  Latte* 


VEL 
scrizione  dell'insigne  cappella  in  cui  tro- 
vasi la  ss.  Immagine,  com'era  a  tempo  del 
velilerno  Alessandro  Borgia,  è  premessa 
al  suo  dotto  libro:  Del  regno  di  Maria. 
Omelie  date  in  Iure  all'  occasione,  che 
nella  città  di  Vellelri  si  celebra  l'anno 
secolare  dell'incoronazione  di  Maria  ss. 
Madre  delle  Grazie,  Napoli  1792.  Ab- 
biamo ancora,  Istoria  del  santuario  del- 
la B.  Vergine  delle  Grazie,  che  si  vene- 
ra nella  cattedrale  di  Velletri ,  Roma 
1 855.  La  cappella  de'ss.  Protettori,  ap- 
pellata Ginnasia,  perchè  fu  da'fondamen- 
ti  fabbricata  a  tutte  spese  del  vescovo  car- 
dinal Ginnasi,  ha  bell'altare  ornato  di 
inarmi  con  colonne.  Nel  1840  tolto  l'an- 
tico quadro,  vi  fu  sostituito  il  nuovo  sti- 
mato eccellente  dipinto, opera  di  Dome- 
nico Tojetti  da  Rocca  di  Papa,  rappre- 
sentante la  B.  Vergine  col  s.  Bambino,  e 
i  suddetti  4  principali  protettori  della  cit- 
tà. Ne'4  angoli  della  cappella  si  vedono 
dipinte  8  immagini  di  diversi  santi  mar- 
tiri, che  dagli  storici  palili  Theuli,  e  da' 
due  Borgia  Alessandro  zio  e  Stefano  suo 
nipote  diconsi  discendenti  dalla  famiglia 
Ottavia,  cioè  s.  Cornelio  Papa,  s.  Placi- 
do, s.  Flavia  vergine,  s.  Clemenciana  ver- 
gine, s.  Eustachio,  s.  Vittorio,  s.  Euli- 
chio,  s.  Aurelia  vergine.  Ma  il  Bauco  di- 
ce cadere  l'asserzione,  se  si  considera  l'al- 
bero genealogico  di  quell'augusta  fami- 
glia da  lui  riportato  ,  da  cui  vedesi  essa 
già  estinta  in  ambo  i  rami,  tanto  di  Gneo 
Ottavio,  quanto  di  Caio  Ottavio.  La  cap- 
pella dell'Immacolata  Concezione  è  spa- 
ziosa ;  I'  immagine  della  Beata  Vergine 
è  di  veneranda  antichità:  dietro  questa 
cappella  è  il  coro  d'  inverno  del  capi- 
tolo, fatto  a  spese  del  vescovo  cardinal 
Rullo.  Elegante  è  la  cappella  della  Visita- 
zione della  B.  Vergine  a  s.  Elisabetta, 
proprietà  della  famiglia  Borgia  :  bello  è 
l'altare  ornato  di  marmi  con  due  colon- 
ne, ed  il  quadro  è  lavoro  d'autico  pennel- 
lo, a  parere  di  Nibby,  ed  aggiungerò  con 
Marocco  ch'è  dipinto  in  tavola  colla  data 
1 435.  La  cappella  di  s.  Sebastiano  non  ha 


VEL 

mia  alcuna  rimarchevole.  Narra  il  Thcu- 
li,  ragionando  nel  lib.  3,cnp.  ultimo,  C/i/e- 
te  in  fri/etri,  che  prima  nella  cappella 
di  s.  Sebastiano  si  conservava  un  ritratto 
del  Vollo  Sauto  del  Redentore  in  tavola, 
che  la  tradizione  vuole  portato  dall'  o- 
iiente,e  per  esserealquanto  bruciata  si  cre- 
deva una  di  quell'Immagini  sagre  fatte 
gettare  nel  fuoco  dal  loro  persecutoreLeo- 
ne  III  imperatore  greco.  Che  la  portò  in 
Velletri  nel  pontificato  di  Gregorio  III  il 
vescovoGiovanni  II, il  quale  l'avea  ricevu- 
ta da  un  vescovo  greco  da  lui  conosciuto 
;nel  sinodo  romano  del  72  r .  Ondela  città 
per  essere  stata  miracolosamente  sottratta 
dall'incendio,  la  ricevè  con  grande  rive- 
renza. Dipoi  il  Volto  Santo  Iti  trasportalo 
nella  sagrestia.  Di  questa  parlando  Nib- 
by,  osserva,  ch'è  pure  di  pennello  antico 
il  quadro  esprimente  la  ss.  Vergine  fra 
s.  Giovanni,  s.  Sebastiano,  s.  Antonio  ab» 
baie  e  s.  Rocco;  ed  eziandio  l'altro  qua- 
dro rappresentante  i  4  ss.  Protettori  del- 
la città.  Ivi  pure  notò  unas.  Famiglia, 
quadro  lasciato  in  legato  da  Salvatore 
Scandelloni,  ed  un  lavamano  marmoreo 
fatto  dal  vescovo  cardinal  Della  Rovere, 
poi  gran  Giulio  II,  il  quale  fece  ancora 
gli  stipili  della  porta.  Nel  1 855  il  vescovo 
cardinal  Macchi  decorosamente  rifece  di 
nuovo  la  sagrestia  ;  anno  in  cui  tornan- 
do a  visitare  la  basilica, trovai  ch'eransi 
incominciati  i  lavori  di  abbellimento  dal 
valente  pittore  fratel  Domenico  Serafini 
gesuita,  sul  gusto  gotico  decorativo  della 
ristorata  chiesa  di  s.  Maria  sopra  Miner- 
va di  Roma  (di  che  parlai  anco  nel  voi. 
LXX  V,  p.  216);  e  the  l'esimio  cav.  Ga- 
gliardi (la  cui  perizia  encomiai  altrove  e 
principalmente  nel  voi.  LXII,  p.  168), 
nella  volta  vi  dovea  dipingere  s.  Clemen- 
te I  Papa  titolare  della  basilica,  con  gloria 
d'Angeli  ed  emblemi  analoghi  alla  sua  di- 
gnità e  martirio:  ma  non  potè  eseguirlo, 
distratto  da  altri  assai  più  grandiosi  la- 
vori, onde  pare  che  ora  non  si  farà  altro. 
Dipoi  il  veliterno  eh.  can.  penitenziere 
della  cattedrale  d.  Luigi  Angeloni  pub- 

VOl.  LTmtlX. 


VEL  »»5 

bWcbneW  Album  di  lìoma,\.  23,  p.  32g, 
col  disegno  della  piazza  Grande  di  Vel- 
letri e  l'altissimo  campanile  di  s.  Maria 
in  Trivio  e  con  parte  di  questa,  un'  ele- 
gante e  artistica  descrizione  dell'operato 
dall'ecomiato  cardinale  nella  sagrestia: 
vado  a  ricavarne  un  cenno,  pel  complesso 
di  sua  importanza.  Comincia  dal  rimar- 
care che  della  basilica  veliterna  alcun- 
ché si  disse  dagli  scrittori  patrii,  moltis- 
simo ancora  rimanerne  a  dire,  ond'esse- 
re  suo  dolce  pensiero  descriverne  ogni 
artistico  bello,  di  cui  è  realmente  dovi- 
ziosa, celebrando  le  meraviglie  che  cir- 
condano il  coro,  ilsofìitlo,  l'antichissimo 
affresco  nella  destra  nave  di  s.  Antonio 
abbate  dal  soave  volto  e  dalla  gran  barba, 
eia  magnifica  porta  maggiore  della  sagre- 
stia. Il  magnanimo  cardinal  Della  Rove- 
re, nel  breve  tempo  che  resse  questa  il- 
lustre chiesa,  nella  sagrestia  vi  lasciò  un' 
orma  di  sua  munificenza,  non  corrispo- 
sta dall'  architettore,  tranne  nelle  scul- 
ture: principierò  dalla  delta  porta.  Essa 
è  bellissima  e  ampia,  non  che  semplice, 
d'altro  non  componendosi  che  di  stipiti 
marmorei  formanti  una  cornice  con  ci- 
roazio  tale,  che  addita  la  magistrale  ri- 
nascente eleganza  dello  scarpello  nel  cin- 
quecento.Si  adorna  di  faccia  e  a'Iati  di  gu- 
sci e  fusaiuole  in  ghiande,  frutto  ch'è  nel- 
lo stemma  Roveresco,  di  simboli  e  figure 
di  sagra  liturgia.  La  porta  minore  che 
le  sta  di  contro  ha  pure  simili  ornamen- 
ti marmorei}  i  quali  decorano  ancora  il 
cosi  detto  lavamani.  Questo  ha  forma 
quasi  di  finestra  posata  su  alta  e  larga 
base, dalla  quale  s'alzano  due  pilastrini  a 
reggere  il  beninteso  architrave,  decora- 
li nel  mezzo  a  rilievo  così  mirabile  da 
sembrare  più  incisione  a  ceselloche  inta- 
glio sul  marmo.  L' imposte  d'  ambo  le 
porte  sono  di  solido  bel  legno  di  noce  or- 
nate d'intagli  e  di  tarsia:  ognuna  si  ripar- 
te a  specchi  e  tondi,  i  quali  dopo  la  corni- 
ce che  li  termina,  hanno  nei  mezzo  finis- 
simi arabeschi  a  traforo,  e  intorno  aliti 
ornali  e  figure  di  delicato  scarpello.  L'in- 
i5 


22G  VEL 

terno  della  sagrestia  consiste  in  ampio 
salone  a  volta  di  quell'architettura, la  qua- 
le o  di  genio  barbaro,  o  di  sapere  bam- 
bino, appaga  oggi  gli  occhi  di  molti,  mai 
la  mente  de'  pochi  savi;  architettura  che 
bisantina,  italo-greca  altrimenti  è  della, 
facente  sforzo  per  spogliarsi  della  meschi- 
nità e  del  capriccio  sopravvenutole,  e  ri- 
vestire la  vera  e  soda  dignità  che  la  ma- 
dre in  casa  le  lasciava.  A  ripararne  lo 
squallore  delle  parti,  il  generoso  zelo  del 
cardinal  Macchi  commise  l'opera  all'en- 
comiato fratel  Serafini,  che  il  can.  Ange- 
Ioni  storicamentequalifìca  gentile  per  ma- 
niere, commendevole  per  religiosa  vita, 
d'abile  capacilà,  perito  non  volgare  nel 
dipingere,  il  quale  egregiamente  corri- 
spondendo all'incarico,  lo  condusse  a  ter- 
mine e  con  discernimento  tale  da  restar- 
gliene lode,  avendo  armonizzato  sagace- 
mente l'ornalo  col  disegno  e  l'architettu- 
ra. Usò  lo  stile  che  richiedevano  le  pare- 
ti, la  volta,  la  sala  tutta.  E  poiché  questo 
stile  ha  pure  qualche  somiglianza  coll'o- 
dierno  della  memorata  chiesa  di  Roma, 
saviamente  perciòil  pittore  imitò  da  quel- 
lo, sebbene  dal  can.  Angeloni  a  un  tem- 
po si  dica  meschino  e  falso,  senza  dover- 
sene incolpare  I'  artista.  »  La  vista  del 
quale  poco  avvezza  a  sostenere  Roma^  e 
i  luoghi  vicini  che  fortunatamente  ne 
penuriano;  poco  ancora  ne  vogliono  e 
sanno  tollerare  i  difetti.  Ma  chi  il  bisan- 
tino,  torno  io  a  dire,  chi  l'italo-greco  e  il 
semi-gotico  si  trova  in  casa  e  vuole  abbel- 
lire, fa  d'uopo  lo  vegga  rivestilo  e  camuf- 
falo di  quelle  fasce,  liste  e  arabeschi,  di 
cui  appunto  il  nostro  pittore  faceva  uso. 
Da)  quale  criterio  guidato  volle  sin  da 
principio  dare  alla  sala  una  maniera  de- 
cisa col  fare  costruire  de'  costoloni  stilli 
scompartimenti  della  volta.  Quelli  dorò, 
e  a'  lati  loro  fé' correre  larghe  fascie  va- 
riale a  gotico  e  accompagnate  da  listelli 
parimenti  d'oro.  11  rimanente  poi,  che  è 
lo  scompartito  della  volta  stessa, ricuoprì 
d'un  cielo  azzurro  vago  di  stelle  dotate. 
Racconciata  così  la  parte  superiore  vede- 


VEL 

vasi  una  lesta  regolare,  ma  senza  corpo  e 
gambe.  11  così  detto  nascimento  delle 
grandi  arcate  non  su  colonna  opilaslic 
pigliava  vita,  ma  da  una  piccolissima  e 
sproporzionata  mensola  appena  visibile 
L'artista  fu  sollecito  a  riparare  lo  scon- 
cio apponendovi  de'  pilastri  in  misura  e 
maniera  gotica,  sovra  i  quali  corre  dipin- 
ta una  ricca  e  ben  rilevala  treccia  intni 
mezzata  da  rosoncini  d'oro.  Intorno  al- 
l'arco della  luna  girò  uno  splendente  e 
faticato  lavorio,  e  scese  giù  ricuoprende 
i  muri  di  un  paralo  a  rombi  in  fondo 
giallo,  aventi  gli  emblemi  e  i  segni  del 
martirio  e  della  santità  del  Titolare.  Or- 
nalo che  bene  armonizza  con  la  volta,  e 
ha  in  fondo  un  basamento  imitante  il 
granito  e  la  basalte,  coronato  di  un  tra- 
foro a  semicerchi  sul  gusto  e  la  maniera 
di  que'  che  veggiamo  nell'antiche  basili- 
che. Dopo  ciò  vi  rimaneano  gli  armadi 
e  l'aliare,  gli  uni  e  l'altro  sì  malament 
governati  dal  tempo  e  dall'opere  sovraj 
poste,  da  disperare  un  restauro.  Ma 
nemmeno  si  scoraggi  il  valente,  e  lant 
sopra  vi  lavorò  d'acconciare  totalmenlf 
il  secondo  all'ornatode'  muri,  richiamar 
dolo  con  nuova  opera  di  ebanista  e 
pittore  all'ordine  golico;  e  lasciare  i  pi 
mi,  altro  non  potendo,nel  loro  composte 
sì  ripuliti  e  rispondenti  al  resto  d'appaga- 
re in  vero  la  vista.  La  quale  ha  non  poco 
di  che  compiacersi  fermatasi  sulla  nic- 
chia che  racchiude  l'augusta  immagine 
del  Salvatore,  pittura  di  veneranda  e 
greca  antichità;  e  che  sovrapposta  all'al- 
tare ch'è  di  fronte,  viene  la  prima  a  fe- 
rire l'occhio  di  chi  entra".  Indi  si  narra 
come  il  capitolo,  dal  medesimo  fratel  Se- 
rafini fece  pulire  e  rinfrescare  i  quadri  a 
olio  in  tavole  e  in  tele  di  varie  epoche, che 
decorando  le  pareti,  avevano  so  (l'erto. 
L'artista  religioso  richiamò  a  nuova  vita 
e  splendore  il  ricco  e  morbido  pennelleg- 
giare  dello  Spagnoletto,  le  soavi  e  sem- 
plici maniere  del  Francia  in  due  sagre 
Famiglie,  non  che  il  variato  e  franco 
dipingere  del  Zuccari  uel  quadro  che 


V  E  L 

racchiude  innumerevoli  co«ó  e  figure, 
e  nllude  al  mistero  della  ss.  Eucaristia. 
Cos'i  il  cardinal  Macchi  seppe  accrescere 
In  onesto  luogo  colla  bellezza  la  santità  ;  e 
•  il  suo  capitolo  secondandone  le  mire  ri- 
'fece  di  nuovo  il  corridoio  che  gli  dà  in- 
fereaso.  Nel  gettare  le  fondamenta  del 
rjnale  comparvero  alla  luce  opere  sotter- 
ra per  antico  tempo  nascoste.  Primamen- 
te convien  sapere,  che  la  basilica  veliter- 
na  colle  sue  fabbriche  adiacenti  ha  3  di- 
Terse  epoche  di  lavoro:  l'ultima  e  più  a 
noi  vicina  è  de'  secoli  buoni,  dal  cinque- 
cento cioè  al  seicento;  la  2.a  de'  tempi  di 
mezzo;  la  3."  e  più  remota  risale  alle  na- 
soni gentilesche  e  meglio  romane.  La  i.a 
nresenta  quanto  vi  ha  oggi  di  più  bello 
i  grande  nel  nostro  tempo;  la  2/ non  mo- 
lla che  poche  e  cascanti  muraglie;  la  3.a 
pialche  rudero  e  opera  coperta  dal  ter- 
reno ;  il  quale  scavandosi  nel  i856  dal 
'alo  destro  della  chiesa,  palesò  nel  suo  se- 
no strati  di  musaico  decorativo,  che  sem- 
brano aver  formato  il  pavimento  a  came- 
re termali  di  palazzo  di  villa  deliziosa, 
ì  magnifico  tempio,  non  mancando  chi 
■ori  minore  probabilità  li  suppose  pian- 
erreno  della  canonica  ivi  fabbricata  nel 
medioevo.  Dalle  trovate  antichità  si  con- 
cima l'opinione  tradizionale,  che  la  bel- 
ili cattedrale  sia  fondala  in  luogo  illustre 
sino  da'  tempi  remotissimi.  La  cattedra- 
le  è  Cornila  di  copiose  e  ricche  suppel- 
jettili,fra  le  quali  merita  particolare  men- 
zione il  magnifico  Ostensorio,  che  nella 
ricordata  mia  visita  mi  fu  dato  ammi- 
rare nel  monastero  delle  teresiane,  ove 
infiora  temporaneamentesi  custodiva,  per 
iheiiignissima  cortesia  d'  alcuni  signori 
icanonici.  Come  indicai  nel  ricordato  ar- 
ticolo, può  leggersi  l'artistica  descrizio- 
ne nel  n.  1  58  del  Giornale  di  Roma  del 
n85o.  Ivi  si  dice.  La  maestà  di  Ferdinan- 
do Il  re  del  regno  delle  due  Sicilie  nel 
maggio  18^9  atlra\ersava  Vellelri  alla 
festa  d'un  suo  esercito,  e  per  quanto  fris- 
se urgente  la  ragione  della  marcia,  nella 
6ua  edificante  pietà  volle  venerare  con 


VEL  227 

fervore  la  miracolosa  immagine  di  Ma- 
ria ss.  delle  Grazie,  ch'è  il  tesoro  massi- 
mo della  cattedrale  veliterna  e  il  baluar- 
do più  poderoso  che  gli  abitanti  abbia- 
no a  difesa  di  loro  città.  Quindi  non  sen- 
za la  speciale  assistenza  dell'  invincibile 
sostenitrice  dell'armi  cristiane,  gli  venne 
fatto  di  conquidere, nel  ripiegarsi  ch'egli 
fece  poscia  su  Velletri,senza  minimo  dan- 
no de'  suoi,  le  ribelli  squadre  che  auda- 
cemente aveano  presunto  di  quivi  impe- 
dirgli il  ritorno  nel  regno.  Avendo  dipoi 
i  canonici  statuito  di  presentare  al  reli- 
gioso monarca  copia  fedele  della  s.  Im- 
magine, la  commisero  al  valente  artista 
conte  Baldassare  Negroni,  e  la  fecero  be- 
nedire dal  Papa  Pio  IX  quando  di  sua 
presenza  onorò  Velletri  nel  i85o,  a'26 
maggio  del  quale  l'arciprete  d.  Agostino 
Cella  co' canonici  Argenti  e  Bai  betta,  in 
nome  del  capitolo  l'offrirono  al  re  nella 
reggia  di  Caserta.  Ferdinando  II  dichia- 
rato il  suo  divoto  gradimento,  lo  confer- 
mò ili. "del  seguente  luglio  con  preziosis- 
simo dono  alla  Madonna  delle  Grazie,  e 
la  decorazione  di  Francesco  I  al  nobile 
dipintore.  Consiste  il  dono  appunto  nel 
1'  Ostensorio,  una  delle  più  beli'  opere 
dell'oreficeria  napoletana.  E  grandioso  e 
proporzionato  nelle  parti,  ricco  sì  per  l'ar- 
gento tutto  fuso  e  cesellatoci  per  le  splen- 
dide dorature  e  le  preziose  pietre  che  ab- 
bondantemente I'  adornano.  Risulta  al 
solito  nelle  due  parti,  che  sono  il  ciclo  o 
la  camera  destinata  a  ricevere  la  s.  Ostia 
e  tutta  intorno  circondata  da  raggi,  e  il 
gran  piede  su  cui  il  ciclo  stesso  s'innalza. 
Il  piede  si  solleva  dalla  pianta  quadrilun- 
ga, in  3  ordini  diversi  fino  a  ricevere  la 
raggiera.  Posano  su  4  dadi  altrettante 
mensolelte  sul  fare  del  cinquecento,  e 
dalla  detta  pianta  s'  innalza  una  colon- 
na tronca  sovrastata  dal  globo  mondia- 
le. Al  di  sotto  della  pianta  e  tra  le  men- 
sole, corrono  foglie  e  fiori  d'  acanto,  le 
quali  si  chiudono  nel  mezzo  4  conchi- 
glie, e  su  una  di  queste  è  scolpito  l'anno 
mocccl.  Ma  sopra  la  pianta  chi  guar- 


a28  V  E  L 

da  la  fronte  dell'Ostensorio  vi  legge:  In 
grati  animi  signum  Ferdinandus  li 
Borb.  Vlr.  Sic.  Rex.  Il  tronco  di  colon- 
na che  staccasi  dalla  pianta  quadrilunga, 
lascia  sugli  angoli  smussati  di  questa  4 
spazi,  ne'quali  l'artefice  ha  fatto  che  no- 
bilmente siedano  tra  arabeschi  i  4  Evan- 
gelisti con  al  fianco  di  ciascuno  il  proprio 
simbolo,  e  tutti  o  ad  ispirarsi  nel  mistero 
della  ss.  Eucaristia,  o  a  descriverne  gli 
effetti  miracolosi.  Il  tronco  della  colon- 
na sorgendo  da  un  folto  cespo  di  foglie 
d'acanto,  ha  sulla  fronte  intagliato  lo 
stemma  reale  in  grandioso  medaglione. 
Sulla  colonna  si  vedono  seduti  i  Princi- 
pi degli  Apostoli,  e  il  globo  colle  insegne 
papali,  regie  e  guerresche  con  epigrafi, 
cioè  sul  triregno:  Praeposilus  Parodi* 
sij  siili' insegne  reali  :  Constituì  Te  su- 
per Regna  j  e  sul  trofeo  militare:  Pria* 
ceps  Mililiae.  Tali  leggende  e  emblemi 
significano  altresì  i  diversi  uffizi  e  patro- 
cinio che  verso  la  Chiesa  ed  i  principi 
cristiani  sostiene  l'Arcangelo  s.  Michele, 
il  quale  in  figura  intera  elevasi  sul  globo, 
e  tutt'armato  ha  sopra  lo  scudo  il  motto: 
Quis  ut  Deus.  Su  questo  piede  e  dietro  il 
cimierodeH'Arcaugelo.si  solleva  l'Osten- 
sorio, il  cui  ciclo  per  l'Ostia  veneranda  è 
contornato  da  m\  smeraldi  intramezzali 
da  altrettante  amatiste  orientali  di  lim- 
pidissima acqua.  Dietro  al  qual  cerchio 
splendidissimo  diramasi  in  doppia  misu- 
ra e  in  doppio  ordine  la  raggerà  dorata. 
Intorno  poi  alle  pietre  preziose  e  sopra 
l'innesto  de'  raggi  spandesi  un  giro  di  nu- 
vole candk!issime,di  mezzo  alle  quali  spor- 
gono il  capo  ì  3  Serafini  coll'ali  dorale: 
ed  a  crescere  la  varietà  e  la  meraviglia 
l'artefice  vi  condusse  intorno  un  tralcio 
di  vite  con  bellissime  foglielte  smaltale  in 
verde  e  grappolelti  avvinati  elegantissi- 
mi. Verso  la  sommità  della  raggerà  le 
nuvole  si  sollevano  alquanto  più  alte,  e 
dal  loro  mezzo  in  tutto  rilievo  sporge 
una  Colomba  a  figurare  lo  Spirito  San- 
to, dal  cui  becco  esce  una  lingua  di  ru- 
bini, per  simboleggiare  il  fuoco,  segnale 


V  EL 

della  grazia  comunicata  da!  divino  S[ 
rito  alla  Chiesa  nella  Pentecoste.  Ini* 
no  al  capo  della  Colomba  corre  in  piai 
un  triangolo,simbolo della  ss.  Trinità, 
è  tutto  rivestito  di  sottili  lastre  di  sm« 
raldo.  Al  di  sopra  della  raggerà  si  dira- 
mano 6  spighe  dorale  poste  <|ui  col  trai 
ciò  della  vile,  ad  adombrare  il  mister 
delle  specie  Eucaristiche;  ed  in  mezzo 
le  spighe  vi  trionfa  la  Croce  a  4  brace 
egualmente  tempestate  di  smeraldi  e  n 
bini.  I  sullodali  3  canonici  portarono  ì 
Roma  quest'  Ostensorio,  e  presentatolo 
al  Papa,  che  ne  ammirò  la  singoiar  bel- 
lezza, da  lui  ottennero  che  venisse  con 
quel  rito  speciale  beuedetto,  che  dalla 
Chiesa  richiedesi  prima  che  sia  consagra* 
toall'esposizionedell'augusta  Enea  listi; 
Il  capitolo  della  basilica  cattedrale  è  con 
posto  dell'unica  dignità  dell'arciprete, 
cui  è  affidata  la  cura  d'anime  della  pa 
rocchia  unita  alla  medesima;  di  i  3  cani 
uici,  comprese  le  prebende  penitenza 
e  teologale,  il  camerlengo  e  il  sagrista; 
e  del  collegio  di  16  beneficiati,  uno  de' 
quali  ha  il  lilolo  di  sostituto  curato,  col- 
l'obbligo  d'assistere  l'arciprete  negli  af- 
fari parrocchiali,  oltre  altri  preti  e  chie- 
rici addetti  al  servizio  divino.  Vi  sono  i 
cantori  della  cappella  di  musica.  Dalla 
massa  comune  i  canonici  percepiscono 
la  rendita  ecclesiastica,  che  aumentasi 
doppio  all'arciprete  ;  e  la  maggior  enti 
ta  deriva  dalla  tenuta  di  Lazzarin  dona- 
ta nel  1 47  i  al  capitolo  da  Giovanni  Man- 
cini di  nobile  e  ricca  famiglia  veliterna. 
La  maggior  parte  de'  beneficiali  fa  mas- 
sa comune,  diversa  però  da  quella  de' 
canonici.  Il  capitolo  venne  decorato 
la  cappamagna  da  Benedetto  X11I,  usa 
do  pure  il  rocchetto,  e  colla  cotta  quando 
non  indossa  la  cappa;  e  di  collare  e  vesle 
talare  di  colore  paonazzo  permessi  daGre- 
gorio  XVI,  il  quale  di  più  concesse  nel 
i83q  all'arciprete  la  mozzetla  prelatizia. 
A'  beneficiali  nel  1776  Pio  VI  accordò 
d'indossare  la  cappa  magna  del  medesi- 
mo colore  e  forma,  che  usano  in  Roma 


,::' 


VE  L 

i  beneficiati  delle   patriarcali  basiliche. 
Nel  capitolo  in  diverse  epoche  fiorirono 
personaggi  ragguardevoli   per  nobiltà, 
dottrina,  o  per  onorifici  impieghi  e  lu- 
minose cariche  nella  curia  romana  o  in 
i patria.  Bauco rammenta  particolarmen- 
te i  seguenti  canonici  e  arcipreti  divenuti 
prelati.  Gregorio  Gori  arciprete,  poi  ve- 
scovo di  Celidonia. LorenzoLatidi  canoni- 
co,poi  vescovo  diFossonibroue.Gio.Carlo 
Antonelli  canonico,  poi  vescovo  di  Fe- 
rentino. Antonio  Antonelli  canonico,  poi 
(vescovo  d'Urbania  e  s.  Angelo  in  Vado. 
[Gaetano  de  Paolis  arciprete,  poi  vescovo 
Caradense  e  sulfragaueo  di  Velletri:  ri- 
nenne  l'arcipretura  sino  alla  morte  e  fu 
^sepolto  nella  cattedrale,  ove  sul  pilastro 
idi  prospetto   alla  cappella  del  Rosario 
Ueggesi  T  onorifica  iscrizione.  Fabrizio 
Borgia  canonico,  poi  vescovo  di  Feren- 
tino. Gio.  Carlo  Antonelli  canonico,  poi 
vescovo  di  Dioclia  e  suffraganeo  di  Vel- 
iteli i.  Geraldo  Macioti  arciprete,  poi  ve- 
scovo d'Lleusi  e  suffraganeo  di  Velletri. 
Vincenzo  Macioti  canonico,  poi  vescovo 
d'Amelia  e  da  Gregorio  XVI  traslato  a 
Ferentino.  Luigi  Laudi  Vittorj  di  Cori, 
per  cui  ne  parlai  in  quel  paragrafo,  ar- 
ciprete e  poi  da  Gregorio  XVI  fatto  ve- 
scovo d'  Asisi.  Alessandro  Macioti  cano- 
>nico,  poi  da  Gregorio  XVI  fatto  sotto- 
datario  della  Dataria  apostolica,  arci- 
\ vescovo  di  Colossi  e  nunzio  di  Svizze- 
iraj  dal  Papa  che  regna  suo  elemosiuie- 
i  re,  assessore  del  s.  Oflizio  e  canonico  Va- 
licano, essendolo  stato  anche  della   pa- 
llialo.ile  Chiesa  di  s.  Maria  Maggiore. 
Luigi  Macioti  canonico,  a'  1 4  dicembre 
1 1 85 1  nominato  dal  consiglio  m unici pa- 
<le  alla  prelatura  istituita  dal  conte  Maria 
Giuseppe  Toruzzi  nobile  veIiterno,onde 
aggiunse  al  suo  cognome  quello  di  To- 
1  ruzzi,   ed  è  ponente  di  consulla.  £  qui 
idirò  che  l'encomiato  coule  con  testamen- 
to rogato   in  Roma  dal  Sartori  l'i  i  lu- 
gio  i  835,  istituì  una  prelatura  erede  di 
tulio  il  suo  asse  nella  somma  di  scudi 
'3^,000.  L'elezioue  e  uomiua  del  prela- 


V  E  L  229 

to  la  lasciò  libera  al  consiglio  maggiore 
veliterno  colla  pluralità  di  voti.  Il  pre- 
lato dovrà  scegliersi  fra  le  famiglie  no- 
bili di  Velletri  aventi  posto  in  detto  con- 
siglio maggiore,  che  accoppii  in  se  delle 
qualità  morali  e  scientifiche.  Avrà  sem- 
pre la  preferenza  quell'  individuo  d'una 
famiglia  nobile,  che  trovisi  attinente  per 
parentela  alla  famiglia  del  testatore  To- 
ruzzi. La  preferenza  però  avrà  luogo  in 
parità  di  voti.  Il  prelato  sarà  obbligato 
d'accoppiare  lo  stemma  geotilizioToruzzi 
nelle  sue  armi,  ed  unirne  egualmente  il 
casato  a  quello  originario  di  sua  famiglia. 
.Nella  cattedrale  sooo  erette  4  confrater- 
nite, cioè:  del  ss.  Sagramento,fondata  nel 
1 55 1  ',  dell'ImmacolataConcezione  di  Ma- 
ria, eretta  nel  1 485  in  occasione  della  pe- 
ste o  poco  dopo,  riunita  a  quella  del  ss. 
Sagramento  nel  1763  in  quanto  alle  ren- 
dite, ina  non  soppressa  ;  del  Suffragio, 
fondata  dal  vescovo  cardinal  Ginnasi 
nel  1  638  sotto  il  titolo  della  Madonna  di 
Costantinopoli;  del  ss.  Rosario,  istituita 
nel  i5g5,indinel  1687  aggregata  aliar - 
ciconfralernita  di  tal  nome  di  s.  Maria  so- 
pra Minerva  di  Roma,  aggregazione  rin- 
novata uel  1 820  e  confermata  nel  1 841, nel 
qual  auno  da  società  fu  elevata  a  confra- 
ternita con  facoltà  di  ritenere  gli  statuti 
di  detta  arciconfraternita.  Vi  esiste  an- 
cora un  oratorio  sotto  il  titolo  di  congre- 
gazione de'  Vignaiuoli,  nel  quale  i  fede- 
li aggregati  si  riuniscono  in  tutte  le  do- 
meniche e  feste  dell'anno  nell'ore  pome- 
ridiane per  esercitarsi  in  atti  religiosi. 
Questo  pio  istituto  deve  la  sua  erezione 
al  missionario  ven.  p.  Antonio  Baldi- 
nucci  gesuita,  il  quale  nel  1717  in  Vel- 
letri die  le  ss,  missioni  con  molto  zelo  e 
spirituale  vantaggio.  L'  episcopio  è  al- 
quanto distante  dalla  cattedrale,  come- 
che  esistente  nel  palazzo  municipale  de 
nominato  Vecchio  e  suddescritto.  Con- 
viene sapere, che  nel  1770  Pio  VI  rista- 
bilì la  giurisdizione  privativa  sopra  Vel- 
letri nel  cardinal  vescovo,  e  fu  allora  che 
il  cardinal  Gio. Francesco  Albani  in  luo 


a3o  VEL 

go  d'andare  ad  abitare  nell'  episcopio 
contiguo  al  seminario  diocesano,  e  per- 
ciò a  contatto  della  cattedrale,  come  a- 
veano  praticato  i  suoi  predecessori,  dopo 
essersi  portato  nel  couveulo  di  s.  Fran- 
cesco, da  questo  per  la  i."  volta  si  trasfe- 
rì ad  abitare  nel  2.°  appartamento  del 
palazzo  comunale  per  ricevervi  nel  1 780 
Pio  VI,  che  recavasi  a  vedere  rincomin- 
ciato prosciugamento  delle  Paludi  Pon- 
tine. Il  cardinale  vi  stabilì  I'  episcopale 
residenza,  ed  il  simile  praticò  il  cardinal 
York  quando  neli8o3  gli  successe,  ben- 
ché riuscisse  angusto  in  proporzione  di 
sua  sfarzosa  corte.  Nel  1807  il  successore 
vescovo  cardinal  Anlonelii  volle  abitare 
l'antico  episcopio.  Divenuto  nel  1814 
vescovo  il  cardinal  Della  Somaglia,  an- 
dò ad  abitare  il  detto  appartamento  co- 
munale, e  fecero  altrettanto  i  successori. 
Le  chiese  parrocchiali  della  città  sono  5. 
La  chiesa  dei  ss.  Salvatore,  la  più  auli- 
ca di  quante  esistono,  poiché  si  crede  il 
tempio  eretto  da'  primitivi  cristiani,  fel- 
la sua  antichità  più  volte  venne  riedifi- 
cato e  per  ultimo  nel  1795  ridotto  in 
miglior  forma  cou  elegante  diseguo,  ed 
è  luttooruato  di  belle  pitture,  consacra- 
to dal  suflraganeo  Michele  Argelati  ve- 
scovo d'Ippa.  Rovinò  la  volta  nel  i85i, 
perchè  si  trovò  1'  edilìzio  mancante  di 
fondamenti,  onde  si  rifabbricò  a  spese 
della  sagrestia,  contribuendovi  il  vesco- 
vo cardinal  Macchi  con  5oo  scudi.  Il 
curato  ha  il  titolo  d'arciprete.  La  chiesa 
di  s.  Michele  Arcangelo  era  prima  arci- 
[•retale,  e  come  antica  e  innalzata  sugli  a- 
vanzi  del  tempio  di  Sancouumede'geuti- 
li,  soffrì  assai  nel  terremoto  del  1 806;  fu 
perciò  demolita  e  quindi  dal  municipio 
da'  fondamenti  rifabbricata  con  disegno 
dell'egregioarchitetlo  ingegnere  Giusep- 
pe Audreoli,  autore  eziaudio  della  nuo- 
va Barriera  della  città  e  del  vicino  pon- 
te che  conduce  alla  via  provinciale  di 
Valmontone,  e  del  quale  feci  parola  nel 
paragrafo  Monte  Fortino.  La  i.*1  pietra 
fu  gettata  a'  19  agosto  t834  dalsuffra- 


VEL 

ganeo  Geraldo  Maeioti  vescovo  d'Elett* 
si,  indi  benedetta  a'  i\  ottobre  1837 
dal  vescovo  cardinal  Pacca.  Le  due  iscri- 
zioni poste  per  memoria  sulla  faccia- 
ta esteriore,  le  riporta  Bauco.  Nel  suo 
interno  si  ammira  la  s.  Famiglia  d'An- 
nibale Caiacci,  come  testifica  un  docu- 
mento dell'  archivio  parrocchiale.  La 
chiesa  di  s.  Maria  Assunta  in  cielo  detta 
volgarmente  del  Trivio,  adiacente  ha  il 
suoallissimocumpauile  già  descritto.  Fu 
da'foudamenli  riedificata  nel  1622,  e  po- 
scia minacciando  rovina  fu  riparata  nel 
1761  a  spese  del  vescovo  cardinal  Delci 
con  eccellente  disegno,  e  facciata  deco- 
rata da  6  colonne.  Vi  è  un'antichissima 
pittura  a  olio  esprimente  la  Madonna 
dell'Orlo,  con  4  Angeli  e  s.  Antonio.  Il 
Nibby  rimarcò  la  lapide  d'Orazio  Lau- 
cellolti  morto  nel  1820,  come  pure  1  de- 
positi di  CesareToru/.zi  morto  nel  1  7  1  7,  e 
di  Caterina  sua  moglie  che  l'avea  prece- 
duto nella  tomba  nel  1 7  1 3.  Vi  è  la  con- 
fraternita della  Pietà,  la  quale  già  esiste- 
va nel  1 533.  La  chiesa  di  s.  Martino  ve- 
scovo di  Tour*  fu  da'  fondamenti  riedi- 
ficata nel  1778  con  elegante  disegno  del- 
l'architetto velilerno  Nicola  Giansiinoni, 
che  lodai  nel  paragrafo  di  Cori,  per  cui 
il  municipio  somministrò  3, 000  scudi, 
come  si  legge  nella  lapide  della  facciata. 
Fu  già  arcipretale,  in  seguito  ebbe  il 
parroco  cou  6  chierici  beneficiali.  Ora  è 
posseduta  da'  chierici  regolari  somaschi, 
i  quali  entrarono  in  Velletri  uel  1616. 
lliuunziata  la  parrocchia  dal  curato  a' 
ai  aprile  1617,  nello  stesso  giorno  uè 
presero  possesso  i  somaschi,  che  formano 
massa  comune  con  uu  chierico  beneficia- 
lo insieme  al  seminario.  Sul  principio 
questi  religiosi  aveano  ancora  le  pubbli- 
che scuole,  per  cui  erano  pensionali  dal 
comune  d'annui  scudi  i5o.  La  chiesa  fu 
consagrata  nel  1791  dal  sulfragaueo  Fi- 
lippo Bulla  vescovo  di  Zenopoli.  Il  eh. 
can.  Augeloui  ueii*  Album  di  Roma,  t. 
24,  p.  1 1)3,  ragiona  di  questo  edilizio  (io 
coutmuuzioue  e  couipimeulu  di  quanto 


VE  L 

su  la!c  giornale  letterario  e  di  belle  ar- 
ti va  egregiamente  pubblicando  il  ri- 
spettabile  cau.  Angeloni,  è  a  desiderarsi 
ch'egli  colle  sue  belle  cognizioni  ed  ele- 
fante facondia  effettui  l'idea  patria  d' il- 
lustrare tutl'i  monumenti  d'arte  esisten- 
ti in  Vellelri,  antichi  e  moderni).  Enco- 
mia il  Giaiisimoni,  per  la  cui  opera  e  poi 
per  quella  del  severo  Milizia  nel  secolo 
passato  restò  francala  l'architettura  dal 
pregiudizio  delle  presunzioni.e  gli  frutta- 
rono bella  fama,  avendo  colle  sue  opere 
fregiata  la  patria.  Dice  trovarsi  questa 
chiesa  nel  bel  mezzo  della  via  principa- 
e  della  città,  e  intorno  ad  essa,  quasi  a 
Farle  corona,  sorge  buon  numero  delle 
tabbriche  più  eleganti  e  maestose  che  a- 
lornino  Velletri.  Con  bel  diseguo  il 
(jiansiujoni  1'  innalzò  sulle  rovine  d'al- 
ia chiesa  fabbricata  nel  1200,  cambian- 
done l'antica  forma  di  croce  Ialina  iti 
.-; teca,  e  potè  conservare  alla  critica  isto- 
rica  buona  parte  dell'apside.  Elevasi  am- 
jia  e  sfogata  nella  volta,  la  quale  snel- 
a  e  leggera  com'è  posa  sopra  un'elegau- 
e  cornice,  cui  sottostà  la  parete  intra- 
uezzata  per  colonne  e  pilastri  d'ordine 
unico.  Gli  altari  tulli,  precipuameute  il 
maggiore,  vi  fanno  bella  mostra;  ed  o- 
;ni  cosa  sta  messa  e  allogata  con  sem- 
plicità e  ornamento  tale,  da  non  temer 
pesto  la  taccia  di  barocco,  né  quella  di 
gretta  ;  in  tutto  il  Giausimoni  mostrò  di- 
ceruiuienlo  e  guslo  di  savio  architet- 
ture, evitando  i  difetti  del  suo  tempo. 
jii  facciala  che  non  fu  sua,  ma  del  roma- 
,10  architetto  Matteo  Lovatti,  presenta 
111  portico  tetrastilo  in  colonne  ioniche, 
:he  vi  fa  molto  bene  ;  e  la  materia  di  cui 
i  costruito,  che  è  il  lapis  albanus,  ne 
unta  energicamente  l'effetto.  Tale  pro- 
spetto esterno  può  vedersi  nell'  Album 
li  Roma,  l.  e),  p.  38o,  iusieme  alla  vedu- 
la  del  [lalazzu  Tortini,  con  breve  arti- 
colo che  seni  Lira  tratto  da  Ntbby,  Tuttu- 
.ia  per  quanto  bella  e  gioconda  vistu  por- 
ti disegno  di  quel  tempio,  pure  non 
oco  veniva  olicau  dalla  »<|uatUiUua   e 


VEL  23i 

povertà  che  lo  copriva,  onde  si  pensò  ral- 
legrarlo con  belle  decorazioni  e  dorature. 
A  fronte  di  gravi  spese,  a  traverso  di  pa- 
ventose stagioni  il  parroco  rettore  animo- 
so comiuciò  l'opera,  alla  quale  concorse- 
ro il  municipio  e  i  cittadini,  e  fu  condotta 
al  suo  termine  nel  declinar  del  1807.  Gli 
artisti  la  decorarono  da  cima  a  fondo, 
ina  il  can.  Angeloni  volle  elegantemen- 
te descrivere  le  pitture  a  fresco  operatevi 
dal  senno  magistrale  del  cav.  Carlo  Ga- 
vardini  nobile  pesarese,  faceudone  rile- 
vare i  singolari  pregi  artistici  (di  questo 
egregio  artista  dissi  altre  lodi  nel  voi. 
LX.XIII,  p.  352).  Esse  sono  i  4  Evange- 
listi più  grandi  del  vero,  sui  pennacchi 
della  cupola,  ciascuno  coll'allegorico  a- 
nimale.  Vi  adoperò  lo  stile  de'  classici 
a  lui  familiari,  da'  quali  pure  attinse  la 
maniera  di  disegnare  corretta  e  accurata 
in  ogni  parte.  Lodò  eziandio  il  colorito, 
che  non  teme  paragone  di  cosa  dipinta 
a  olio;  la  maestria,  la  grazia,  le  care  im- 
pressioni che  destano  nell'  animo  i  suoi 
dipinti.  La  chiesa  di  s.  Lucia  vergine  e 
martire  è  molto  aulica,  poiché  da  una 
donazione  ad  essa  fatta  rilevasi  che  già 
esisteva  uel  io 32,  nel  qual  anno  fu  con- 
sagrata da  Leone  li  vescovo  veliterno. 
Prima  l'arciprete  del  ss.  Salvatore  porta- 
va anche  il  titolo  di  rettore  di  s.  Lucia,  ed 
ora  ha  il  suo  parroco  proprio,  per  dispo- 
siziouedel  18 35  di  Gregorio  XVI.  Que- 
sta chiesa  era  uel  massimo  squallore,  pri- 
va d'ornamenti  nell'interno  e  nell'ester- 
no, e  di  presente  è  abbellita  di  vago  sof- 
fitto, d'orchestra  e  di  pitture  sulle  pare- 
ti, per  cura  diligente  de'deputali  d.  Giu- 
seppe Colabonae  Francesco  Argenti.  Al- 
la spesa  dell'  operato  in  parte  contribuì 
l'erario  comunale,  e  più  il  ritratto  da' 
pii  legati  e  l'elargizioni  de'divoti.  Gli  al- 
tari si  ornarono  a  spese  de'padroni,  tran- 
ne quello  di  s.  Vincenzo  Ferreri  dipin- 
to e  dorato  a  spese  del  cardinal  Mac- 
chi che  ne  porta  il  nome,  la  cui  munifi- 
cenza fece  eziandio  erigere  la  nuova  fac- 
ciata esterna.  Nello  scrostare  le  mura  si 


a32  VEL 

scuoprironoalcuneanliche  pitture,  e  spe- 
«-liiltueiite  un'immagine  della  B.  Vergiue 
col  s.  Bambino  in  figura  intera  al  natu- 
rale d'ottimo  disegno, die  sembra  di  ma- 
no bizantina.  Il  prelato  delegato  mg/Ste- 
fano de'  marchesi  Bruti,  intelligente  di 
belle  arti  e  versalo  negli  studi  archeolo- 
gici, conobbe  il  pregio  de'  dipinti  e  per 
quanto  potè  ne  impedì  il  totale  deperi- 
mento. Osserva  il  Bauco,  che  l' illustre 
prelato  cominciò  fin  da  quando  era  vice- 
legato  in  Velletri,e  continuò  ancora  di- 
venuto delegalo  a  fare  dell'  indagini  su- 
gli  antichi  monumenti  e  opere  di  belle 
urti  sparse  uella  città  e  nella  provincia, 
procurandone  con  ogni  lodevole  diligen- 
za la  conservazione.  L'encomiato  prelato 
condusse  appositamente  a  vedere  i  belli 
dipinti  il  celebre  cardinal  Mai,  anche  esi- 
mio conoscitore  di  belle  arti,e  il  porpo- 
rato ammirandoli  li  qualificò  bizantini. 
Le  chiese  de' conventi  e  monasteri  sono 
le  seguenti  ;  di  altre  parlerò  io  seguilo.  Il 
convento  tle'minori  conventuali  ebbe  o- 
rigine  dal  fondatore  dell'ordine  s.  Fran- 
cesco d'Asisi,  che  1'  introdusse  in  Velie- 
tri  nel  i  222,alloi'chè  vi  transitò  e  si  trat- 
tenne nel  recarsi  a  Napoli.  In  principio 
ìl  convento  de' minori  fu  suburbano  iu 
contrada  Morice  e  piccolo.  Ne  partirono 
i  religiosi  a  motivo  delle  continue  guer- 
re, ritenendone  la  proprietà  sino  al  i  574, 
quando  lo  cambiarono  con  alcuni  prati; 
silo  ora  possedulodalcav.  GiovauniGra- 
ziosi.  Molti  anni  dopo  la  morte  di  s.  Fran- 
cesco, passarono  questi  frali  dentro  la  cit- 
tà, nel  convento  e  chiesa  di  s.  Francesca, 
rinnovala  nel  1 825  (vi  è  unita  quella  di 
s.  Antonio  di  Padova  della  coufraterui- 
ta  omonima,  la  quale  chiesa  sebbene  del 
sodalizio  e  filiale  della  cattedrale,  pure  è 
governata  da'conventuali,e  fu  eretta  nel 
i5i3  dal  p.  Domenico  da  Ferentino  del- 
l'istessoordiue,  regolandosi  co'propri  sta- 
tuti, sotto  la  giurisdizione  del  vescovo) 
che  tuttora  ritengono.  Questo  locale,  che 
Ciedesi  già  abitato  da'  benedettini,  per- 
chè ij  loro,  utemmo,  era,  spolpilo  *ui|a  pur. 


eue 

! 

ì  di 


irò- 
ovo 


VEL 

ta  dell'  antica  chiesa,  fu  rinnovato  e 
sai  ingrandito,  in  modo  che  oggi  pre 
senta  una  magnifica  fabbrica  d'eccelleti- 
le  disegno  e  può  contenere  ^o  individui, 
onde  vi  si  celebrarono  de'|capiloli  provin- 
ciati.  Ha  buone  rendite  e  vi  si  mantiene 
lo  studio  de'  baccellieri.  La  chiesa  di 
Lorenzo  arcilevita  e  martire,  che  anli 
niente  era  collegiata  con  arciprete  e  eh 
rici,  è  sufficientemente  grande  con  j 
tari  ;  il  maggiore  è  isolato,  costrutto 
eccellenti  marmi  con  balaustra  :  l'iscri- 
zioni marmoree  sono  riportate  dal  Tlieu- 
li.  Appartiene  a'minori  osservanti,  i  qua- 
li s'introdussero  in  Velletri  nel  1 44-^» con 
comodo  convento  da  contenere  più  di  3o 
religiosi,  e  vi  è  lo  studio  di  teologia.  la 
questa  chiesa  esiste  il  terz'  ordine  di  s. 
Francesco  pe'secolari,  con  cappella  e  prò 
pri  fondi.  Recenti  lapidi  onorifiche,  r 
lite  dal  Bauco,  ricordano  i  seguenti 
lilerui  ivi  deposti,  che  furono  d'ornam 

10  alla  città,  cioè  Geraldo  Macioti  vesc 
d'Eleusi,  Domenico  Cardinali,  Francesco 
Graziosi,  Giuseppe  Pielromarchi  avvoca 
to;  oltre  quella  d'Anna  Maria  moglie  del 
dettoDomenico  e  madre  dell'illustreLuigi 
ec,  con  deposito  scolpito  dal  celebre  coni- 
meud.Teueraui.ln  questa  chiesa  si  venera 
il  corpo  di  s.  Severino  martire  coll'ampol 
la  del  sangue  e  singolare  lapide,  tutto  tro- 
vato nel  cimiterio  di  s.  Ciriaca.  Nel  chio- 
stro del  convento  è  mirabile  il  grande  e 
singolare  bassorilievo  cristiano  de'primi 
tempi  di  nostra  s.  religione,  alla  quale  al 
ludono  vari  scompartimenti  con  figure, 

11  p.  Casimiro  da  Roma,  nelle  Memorie 
delle  chiese  e  conventi  de' frati  minori 
della  provincia  romana,  tratta  nel  cap 
26  :  Della  chiesa  e  del  convento  di  s.  Lo 
renzo  £«f  e/Zelr/.Narra  diesino  dal  i44^ 
il  rettore  ed  i  chierici  beneficiati  della 
chiesa  parrocchiale  di  s.  Lorenzo,  avenilc 
prestato  il  consenso  per  l'introduzione  il 
essa  de'minori  osservanti  e  pel  trasferì 
mento  della  cura  dell'anime  nella  pari  oc 
chia  di  s.  Michele  Arcangelo,  dipoi  Nico 
Jò  V  autorizzò  a  procedersi  ed  a  fabbri 


VE  L  V  E  L  a33 

caie  il  convento,  il  die  eseguitosi,  Pio  li     fabbricarono  la  chiesa  con  elegante  elise-* 
l'approvò  in  Siena  a'?5  luglio  1460  colla     gno  e  con  bella  facciata.  Il  ricordato  so- 
bolia  Pia  consideratione,  che  produce     dalizio  fu  eretto  in  questa  chiesa  neh  533, 
insieme  al  novero  delle  ss.  Reliquie  della     e  ne  ritenne  perse  una  porzione  separa* 
chiesa,  e  alle  memorie  e  versi  scolpiti  sul-      la,  che  dedicò  a  s.  Giovanni  Decollato; 
la  campana  maggiore  spezzatasi  nel  1  74'-      ■>■  esso  fu  colla  chiesa  soppresso  nel  i835, 
La  chiesa  già  esisteva  nel  t  o65,  onde  per     e  i  suoi  beni  furono  dati  all'orfanotrofio 
l'antichità  deformata,  uel  1721  colle  li-     delle  fanciulle.  La  chiesa  de'ss.  Pietro  e 
musine  del  comune  e  de'benefattori  du'      Bartolomeo  apostoli,  già  arcipretale,  fu 
fondamenti  venne  rinnovata.  Il  p.  Casi-     di  nuovo  edificata  con  elegante  architet- 
iniro  con  più  diligenza  del  Theuli  riferì-     tura  del  veliterno  Giausimoni,  Vi  si  ve-t 
sce  le  antiche  lapidi  e  le  altre  posteriori     nera  il  corpo  di  s.  Vittorino  martire  col- 
numerose,  e  con  diverse  erudizioni  sul-     l'ampolla  del  sangue  e  lapide  sepolcrale, 
l'anticaglie  rinvenute  e  sopra  gli  altari;     il  tulio  rinvenuto  nel  cimiterio  di  s.  Ca- 
non lascia  poi  d'avvertire  essere   molto     listo.  Il  vescovo  cardinal  Alessandro  II 
stimata  da'professori  dell'arte  la  tela  del     Farnese,  concesse  la  chiesa  alla  congre< 
coro  rappresentante  il  martirio  di  s.  Lo-      gazionede'dottrinari,coll'abitazioni  con- 
renzo,  e  parimente  quella  dell'altare  di     ligue  e  alcune  cappellanie,  e  tuttora  ivi  e- 
s.  Andrea,  Rimarca  inoltre  la  memoria     sistono.    Furono  loro  affidale   le  scuole 
sepolcrale  del  benefattore  Gio.  Battista      pubbliche  e  gratuite,  supplendo  il  comu- 
Autonelli,  pubblicandone  il  disegno,  ad-     ne  con  annua  pensione  di  scudi  36o,  e 
ducendo  prove  della  nobiltà  e  antichità     I'  insegnamento  della  dottrina  cristiana 
della  famiglia  Autonelli;  notando  pure,     a'fauciulli,  tanto  in  questa  lorochiesa,  che 
e  arroge  al  nauseante  sciupo  che  si  fa  a'      nelle  chiese  parrocchiali.  Sino  dal  i85i 
nostri  giorni  in  diversi  stali  de' Titolid'o-     ivi  reggevano  anche  il  collegio,  ove  lene- 
ìiore  (fy.),  decorazioni  ec,  che  nell'iscri-     vano  a  convitto  per  lo  studio  e  l'educa» 
zioue  deh 464  di  Giambattista,  la  cui  Ci-     zione  molti  giovanetti  secolari.  La  cine- 
gura  è  in  abito  equestre,  si  legge  l'illu-     sa  di  s.  Chiara   vergine  appartiene  alle 
Sire  titolo  di  Spettabile  (di  cui  parlai  nel     monache  francescane,  molto  grande,  bel- 
atalo articolo)  a  lui  dato,  di  cui  scrisse     la,  ben  mantenuta  e  ricca  di  suppellet- 
il  somasco  p.  d.  Stanislao  Santinelli,  nel-     tili  sagre.  Il  prossimo  monastero  delle  re- 
l'annotazioni  fatte  al  trattalo  de  Titoli     ligiose  di  clausura  papale,  è  uno  de'pri- 
delie  dignitàd\  Pauciroli;  ricordando  in     mi  fondati  sotto  la  regola  di  s.  Chiara,  e 
proposito  il  medesimo  p.  Casimiro,  che  lo     già  esisteva  neh  274,  e  venne  fondato  o^ 
slesso  titolo  di  Spettabile  si  legge  nell'e-      v'era  l'antico  priorato  e  chiesa  di  s.Anasta- 
pitalfio  di  Lodovico  (del  secolo  XIV),  fi-     sia,  non  più.  esistenti.  La  fabbrica  è  mol- 
glio  del  re  Roberto,  esistente  nella  chie-     to  eslesa  e  comoda,  a  forma  di  grandioso 
sa  di  s.  Lorenzo  di  Napoli.  La  chiesa  di  s.      palazzo,  e  può  contenere  più  di4o  mona- 
Antonio  fin  dal  i573  è  de'  carmelitani,     che,ancoper  le  buone  renditedicuièprov- 
Joro  data  dalla  confraternita  della  Mise-      veduto.  Il  p. Casimiro  da  Roma  ragiona 
1  icordia  col  sito  dove  fabbricarouo  il  con-      pure  del  monastero  delle  Clarisse,  e  lo  di- 
vento comodo  e  chiosilo  spazioso,  per  più     ce  uno  de'più  antichi  della  provincia  ro- 
di 24  religiosi  :  ha  rendite  sufficienti  an-      mana,  pel  documento  che  riferisce.  Par* 
co  a  mantenervi  Io  studio.  Dalla  repub-     la  dell'indulgenza  concessa  alla  chiesa  da 
blica  romana  deh  849  questo  convento      Nicolò  IV,  delle  riforme  del   monastero 
fii  ridotto  a  ospedale  militare,  guastala      avvenute  uel  i5a8  e  nel  1668,  con  «no- 
|a  chiesa  e  demolito  il  campanile.  Ripri-      nache  tratte  da  s.  Silvestro  e  da  s.  Cost- 
ituiate il  governo  pontificio,  (religiosi  u-     malo  di  Roma,  e  delle  religiose  che  vi  fio- 


234  VEL 

l'irono  in  virtù  e  buon  odore  di  santità. 
La  chiesa  del  ss.  Nome  di  Gesù,  appella- 
la ancora  di  s.  Teresa,  appartiene  al  mo- 
nastero sotto  la  stessa  invocazione  delle 
inonachecarmelitanecalzate,  fondato  nel 
j  64 1  da  Fulvio  Blariola,  il  quale  a  tale 
ell'etto  nel  j  63  1  già  avea  donato  tutti  i 
suoi  beni  con  annuo  fruttato  di  scudi  4^o, 
con  conferma  d'Urbauo  Vili  e  riserva  di 
nomina  di  due  monache  senza  dote  alla 
famiglia  Marida.  Ne  fu  fondatrice  suor 
Chiara  Androsilla,  già  monaca  del  mo- 
nastero di  Sutri,  entrandovi  12  monache 
a' 12  maggio  1 64- 1  dopo  aver  preso  l'a- 
bito nella  cattedrale  per  le  mani  dell'ar- 
ciprete Saulorecchia,fra  le  quali  fu  lai, 
Lucilla  Assalonne  vedova  del  fondatore 
col  nome  di  suor  Amia.  La  fabbrica  non 
è  molto  estesa,  ma  comoda  per  più  di  24 
monache  con  sullìcienli  rendite,edè  clau- 
sura papale.  Fra  le  altre  chiese  della  cit- 
tà, olire  quelle  che  ricorderò  poi,  mi  li- 
miterò a  nominare.  La  chiesa  di  s.  An- 
tonio abbate  già  de'canonici  regolari  di 
Vienna,)  quali  già  qui  esistevano  nel  1  joo 
e  ne  partirono  nel  1 586.  Venuta  la  chie- 
sa in  proprietà  dell'  università  artistica 
de'mulattieri,  nel  1737  l'ornò  con  ele- 
gante sollitto  e  altro,  e  benché  soppres- 
sa i  mulattieri  l'ufficiano  nelle  feste,  es- 
sendo liliale  della  cattedrale  e  di  giuris- 
dizione vescovile.  Tale  è  pure  la  chiesa 
della  Madonna  di  Costantinopoli,  che  fu 
fabbricata  nel  1 636  a  spese  dell'univer- 
sità artistica  de'calzolai,  denominala  an- 
che s.  Crispino  loro  protettore.  Soppres- 
sa l'università,  i  calzolai  la  continuaro- 
no a  ritenere,  venendo  restaurata  dal  suo 
stato  cadente  nel  1 85 1 .  La  chiesa  della 
ss.  Concezione  delta  della  Coroncina,  la 
edificò  nel  1702  Giuseppe  Angelini  a  per- 
suasione del  b.  Leonardo  da  Porlo  Mau- 
rizio, il  quale  dando  le  ss.  missioni  in  Vel- 
letri  v'istituì  la  congregazioue  della  Via 
Crucis.  Ora  è  filiale  della  sua  parrocchia 
di  s.  Michele,  ed  appartiene  alla  confra- 
ternita degli  Amanti  di  Gesù  e  Maria,  e- 
letlu  ueh8i4e  asS,,eoal*  all'aiciooufru- 


V  EL 
temila  di  Roma.  Dalla  pia  liberalità  de! 
conte  Giuseppe  Latini  Macioli,   verme 
aggiunta  la  sagrestia  e  la  comoda  abita- 
zione del  cappellano,  provveduta  di  uten- 
sili sagri,  d'  eccellente  organo  e  di   vari 
legati  di  messe.  Come  il  lodato  cavalie- 
re vi  fa  celebrare  a  sue  spese  il  Carneva- 
le santificalo,  eziandio  con  istruzione  ec- 
clesiastica e  trattazione  di  qualche  mas- 
sima fondamentale  di  nostra  s. Religione, 
lo  narra  il  Giornale  di  Roma  deli856 
a  n.  1 44-  L>a  chiesa  di  s.  Silvestro  I  Pa- 
pa o  di  s.  Giuseppe,  filiale  della  chiesa 
parrocchiale  di  s.  Michele,  è  molto  anti- 
ca, essendo  stata  dedicala  nelio85  a'20 
luglio  dal  vescovo  Ottone  I,  ed  ebbe   il 
suo  rettore;  minacciando  rovina,  di  re- 
cente fu   rifabbricata.  Nel  1610   venne 
concessa  all'università  artistica  de' fale- 
gnami, poi  abolita,  e  quindi  vi  fu  eretta 
la  confraternita  di  s.  Giuseppe,  neh 681 
aggregata  aU'arcicoufraleruita  omonima 
di  Roma.Siccomedi  quest'ultima  e  della 
sua  antica  Università  artistica  riparlai 
nel  paragrafo  Falegnami  di  quell'arti- 
colo, qui  ne  profitto  per  dare  un'essen- 
ziale distinzione  tra  l' A rcicon fraternità 
di  s.  Giuseppe,  e  V  Università  de'  Fale- 
gnami di  Roma,  con  più  esatta  dichiara- 
zione della  riferita  uel  ricordalo  articolo, 
essendo  stati  due  corpi  diversi  e  uniti,  a 
modo  che  ora  lessi  negli  originali  :  Sta- 
tata Universitatis  Carpentariorum  Al- 
mae  Urbis.  Fuvoao  rinnovati  nel  1624, 
ed  approvati  a'  4  luglio  da  Urbano  Vili 
colla  bolla  Chris  ti fidelium.  Ciascun'  arte 
soggetta  al  consolalo  dell'  università  de* 
falegnami  aveva  i  propri  consoli, camer- 
lenghi, sindaci  e  altri  ufliziali.  Per  la  fe- 
sta del  protettore   s.  Giuseppe  sposo  di 
Maria  Vergine,  alla  chiesa  del  l'a  rcioonf  Va  - 
temila  doveva  ogni  bottega  dell'arte  pa- 
gare un  giulio  ogni  6  mesi.  I  nuovi  con- 
soli e  camerlenghi  dell'università  artisti- 
ca un  mese  dopo  la  loro  elezione,  che  fa- 
cevasi  per  bossolo,  doveauo  entrare  per 
fratelli  nell'arciconfiaternita,  e  dare  ido- 
nea sicurtà  di  bene  amministrare  Tullioio 


V  E  L 

a  cui  erano  destinali.  Le  congregazioni  e 
adunanze  si  facevano  nell'oratorio  dell'ai1- 
ciconfroieruita  col  l'intervento  del  notaio 
dell'uni  versila;  e  perciò  ivi  pure  tulle  l'e- 
lezioni degli  udìziali  dell' unì  verftità  avea- 
110  luogo,  come  pure  vi  si  prendeva  il  pos- 
sesso delle  cariche  du' nuovi  consoli,  ca- 
rnei leuglii  e  altri  affiliati.  Inoltre  il  nò- 
turo  dovea  pure  intervenire  e  assistere  al 
tnbuuale  del  consolato  dell'arte  in  Cam- 
pidoglio nella  mattina  di  udienza.  In  (pie- 
ita  i  consoli  dell'arte  udivano  e  decide- 
vano sommariamente  le  cause  e  contru- 
\ersie  insorte  tra  gli  uomini  dell'uni  versi- 
la slessa,  sino  alla  somma  di  io  ducuti  di 
carlini;  in  altre  cause  i  consoli  rendeva- 
no ragione  col  consiglio  dell'assessore.  Il 
lutto  a  seconda  della  bolla  di  Gregorio 
IX  III  sopra  la  giurisdizione  de' consolati 
dell'  arti  di  Roma.  L'  applicazione  delle 
inulte  e  penali  si  Faceva  a  favore  della 
chiesa  di  s.  Giuseppe  del  sodalizio,  conse- 
gnandosi al  provveditore  dell'arciconfra- 
l erutta  :  non  potendo  alcuno  esercitare  la 
professione  dell'arti  soggette  all'universi- 
tà de'faleguami  senza  matricola  e  patente, 
la  multa  per  quelli  che  uon  n'erano  mu- 
niti si  divideva  una  4-"  parte  a' consoli, 
il  resto  a  detta  chiesa.  Doveasi  pagare  ila 
tutti  i  padroni  di  bottega  la  tassa  per  la 
la  festa  di  s.  Giuseppe.  Nel  cap.  55."  degli 
Statuti:  Dell'  unione  fra  1' Arciconfra- 
lernilà  e  l*  Università  de'  falegnami  di 
Roma,  si  dice.  Che  essendo  l'urcieonfia- 
lernita  di  s,  Giuseppe  formala  da  uomini 
dell'  università,  si  fece  l'unione  tra  il  so- 
dalizio e  la  corporazione  artistica  co'  se- 
guenti patti  ;  vale  a  dire,  si  rinnovò  l'u- 
nione fatta  altre  volte,  e  per  ultimo  a's3 
gennaio  1602  quaudo  seguì  la  separazio- 
ne dell'  Università  de'  Falegnami,  dal- 
l' Università  artistica  dt  Mura  lori ,col!u 
quale  avea fabbricato  a  Ripelta  la  chiesa 
e  l'oratorio  di  s.  Gregorio.  Per  la  quale 
divisione  col  l'ai"  te  de'rauratori,  seguì  al- 
lora l'unione  dell'università  de'  falegna- 
mi all'arcicoufratetuila  del  protettore  s. 
Giuseppe  posta  sopra  le  Carceri  de' ss. 


V  E  L  aSS 

Pietro  e  Paolo  al  Foro  Romano.  I  capi- 
toli fatti  allora  Ira  I'  arciconfraternita  e 
l'uni  versila  sono  riportali  negli  stessi  Sta- 
tuli,  il  sodalizio  accordando  all'  univer- 
sità de' falegnami  il  comodo  del  proprio 
oratorio  per  l'adunanze  dell'arte.  Le  con- 
gregazioni dall'  ateicoufrateruita  e  del- 
l' università  si  tenevano  nell*  oratorio  in 
giorni  diversi.  Nella  chiesa  dis.  Giuseppe 
i  consoli  dell'università  avevano  ilgeuu- 
flessorio  incontro  a  quello  de' guardiani 
del  sodalizio  coli'  iscrizione:  Constile* 
Carpentariorum.  Il  sodalizio  assunse  il 
nome  di  Compagnia  o  Arciconfralernilu 
e  Università  de  Falegnami  di  Roma. 
Per  arme  adottò  il  compasso,  impresa  vec- 
chia dell'arte.  L'arciconfraternita accettò 
l'offerta  fallale  dall'università  per  l'appli- 
cazione delle  multe  e  pene  coutenute  nello 
statuto,  a  favore  della  chiesa  di  s.  Giu- 
seppe. In  ricognizione  di  tale  unione  l'ar- 
ciconfraternita coucesse  il  luogo  e  banco 
colgenuflessorio  fatto  a  spese  dell'univer- 
sità per  sedervi  il  console  e  il  camerlen- 
go, autorizzandoli  di  porvi  l'epigrafe: 
Cotmdes  et  (jniversitas  Carpentario- 
rum  ;  oltre  la  tavoletta  col  nome  degli 
uffiziali  prò  tempore  della  medesima  uni- 
versità; e  tenevano  il  i.°  luogo  dopo  i 
due  deschi  ove  sedevano  i  guardiani  e  gli 
altri  uffiziali  dell'arcicunfraternila.  In  tut- 
te le  processioni,  eccettuato  e  riservato  il 
luogo  del  p.  governatore  e  de'due  consi- 
glieri deirarciconfraternita,i  consoli  e  ca- 
merlengo dell'università  potevano  anda- 
re a  piacere  in  ogni  luogo,  colle  proprie 
mazze,  munite  dell'impresa  dell'arcicon- 
fraternita  ossia  dell'immagine  di  s.  Giù» 
seppe  e  del  compasso  coll'epigrafe  :  Uni* 
versitas Carpenlariorum .Per  essere  elet- 
ti a  console  e  camerlengo  dell'università, 
dovevano  essere  gl'individui  fratelli  del 
sodalizio,  o  almeno  dopo  uu  mese  aggre- 
garsi all'ai •cicoufralernita,  per  godervi  la 
voce  attiva  e  passiva.  Inoltre  l'arciconfra- 
teruila  accordò  all'  uui versila  di  fabbri- 
care nella  lorochiesa  alcuna  cappella  del- 
l'urie.  1  definiti  appartenerli!  ali'uuiver- 


*36  V  E  L 

sita,  benché  non  confratelli,  il  sodalizio 
gli  associava  e  seppelliva.  Risulta  dunque 
dal  fin  qui  riportato, che  l'arciconfrater- 
uila  eia  un  corpo  diverso  dall'università, 
e  solo  unita  per  quanto  ho  riferito, aven- 
do i  consoli  dell'  arte,  come  confratelli, 
voce  attiva  e  passiva  nel  sodalizio,  poi- 
ché appena  eletti,  come  notai,  erano  am- 
messi per  confrati,  e  partecipavano  alle 
consuete  distribuzioni  del  pepe  (del  qua- 
le costume  riparlai  ad  Università  arti- 
stiche, e  s.  Beda  dispensò  a'suoi  monaci, 
prima  di  morire,  del  pepe,  de'fazzolelti 
e  dell'  incenso,  pregandoli  di  ricordarsi 
di  lui  avanti  a  Dio  squali  pegni  della  ca- 
lila che  ad  essi  li  univa, e  perchè  con  ta- 
li presenti  li  costringeva  a  ricordarsi  di 
lui  iiell'  orazioni.  Secondo  la  regola  di 
s.  Benedetto,  i  monaci  per  tacito  consen- 
so dell'abbate,  potevano  lasciare  somi- 
glianti ricordi.  S,  Lullo  fece  un  regalo  di 
pepe,  d'incenso  e  di  cannella  alla  badessa 
K-aueboda.  Di  tali  usi  vi  sono  altri  esem- 
pi nel  fJutler,  Vìladi  s,  Beda),  delle  can- 
dele e  delle  palme  benedette.  1/  univer- 
sità de'  falegnami  di  Roma,  come  tutte 
l'altre,  fu  soppressa  da  Pio  VII;  l'arcicon- 
fì  atei  iuta  tuttora  sussiste  floridamente. 
Della  suddetta  parrocchia  di  S.Silvestro  le 
pur  filiale  la  chiesa  della  Madonna  della 
JNeve,delta  s,Valle,di  giurisdizione  vesco- 
vile  :  aulicamente  avea  rettore  e  chieri- 
ci. E  bene  mantenuta,  con  bellissimo  pre- 
sbiterio ornato  da  4  colonne  e  balaustra 
di  marmo,  il  cui  altare  maggiore  isolato 
è  costrutto  d'  eccellenti  marmi.  Venne 
concessa  alla  confraternita  delle  ss.  Slioj- 
«sale  eretta  nel  1602  e  confermata  da 
Clemente  Vili  neli6o4,  indi  aggregata 
oll'arcicoiifralernita  di  Roma  del  suo  no- 
me. Vi  si  venera  il  corpo  di  s.  Eutichia 
vergine  e  mai  tire  estratto  dal  cimiteriodi 
*.  Ciriaca  colla  lapide  sepolcrale.  La  chie- 
sa di  s,  Maria  del  Sangue,  filiale  della  par- 
rocchiale di  s.  Michele  e  di  giurisdizione 
Vescovile,  fu  eretta  colle  limosine  de'di- 
Toti  cittadini  nel  1  5 1  7.  Si  dice  fabbricala 
coq  disegno  del  celebre  Bramante,  iq  for- 


VEL 

ma  oltagoua  con  grande  cupola,  e  sulla 
porta  si  vede  un  antico  orologio  Berosia- 
no.  Die  motivo  all'erezione  di  questo  pic- 
colo tempio  il  prodigio  accaduto  a'6 giu- 
gno 1 5  1 6,  descritto  dal  Bauco  anche  nel- 
la Narrazione  istorica  della  chiesa  di 
s,  Maria  del  Sangue,  Roma  1 829.  L'im- 
magine della  Madonna  dipinta  sulla  pa- 
rete esteriore  d'  una  casa  prossima  al  pa- 
lazzo  pubblico,  si  vide  stillare  lagrime  di 
sangue  dall'occhio  sinistro,  con  ispavento 
e  stupore  di  tutta  la  città,  Segato  il  mu- 
ro, fu  trasportata  la  ss.  Immagine  in  que- 
sta chiesa,  dove  opera  continui  prodigi. 
Inoltre  in  essa  si  venera  I'  antica  imma- 
gine del  ss.  Crocefisso  detto  della  Prov- 
videnza, perchè  pe'singolari  favori  e  gra- 
zie  operate  a  prò  di  Vellelri,  fu  dichia- 
rato con  pubblico  decreto  del  1  794»  Pa' 
dre  provvidentissimo  di  Vellelri,  Sotto 
il  suo  altare  è  un  sagro  deposito  di  reli- 
quie de' ss.  Martiri,  estratte  dall'altare  0 
chiesa  di  s,  Prassede  di  Roma  de'vallom- 
brosani.  Sotto  quello  della  Madonna  è  il 
corpo  di  s.  Tortora  Vittorina  col  vaso  di 
sangue  e  lapide  sepolcrale,  il  tutto  tras- 
portato dal  cimiterio  di  Pretestato,  pei' 
dono  del  cav,  Giuseppe  Calderoni  bene- 
merito veliterno.  Questa  chiesa  consagra- 
ta a'28  dicembre  1079  dal  vescovo  cardi- 
nal Moroni,  appartiene  alla  confraternita 
dellaMadonna  delSangueeretta  nel  1 5 1 6, 
che  per  essersi  aggregata  per  la  i.'all'ar- 
cicon fraternità  e  ospizio  della  ss.  Trinità 
di  Roma  nel  [5Si,è  riconosciuta  ancora 
sotto  questo  titolo.  La  piccola  chiesa  della 
ss.  Trinità,  di  padronato  de'Borgia,  pos- 
siede il  corpo  di  s.  Giovino  martire,  col- 
I'  ampolla  del  sangue  e  la  lapide,  tutto 
proveniente  dalle  catacombe  di  s.  Seba- 
stiano. La  chiesa  di  s.  Apollonia  vergine 
e  martire,  già  de'religiosi  del  terz'ordine 
di  s.  Francesco,  venera  il  corpo  di  s.  Zo- 
sirno  martire, colla  lapide,  scavato  nel  ci- 
miterio di  s.  Saturnino;  e  la  miracolosa 
immagine  della  B,  Vergine  della  Carità; 
e  quella  della  Madonna  della  Vita  tras- 
portata dalla  chiesa  de'  ss,  Cosma  e  Da- 


VEL 

miano  di  Roma  di  detto  ordinee  dipinta 
ne\5i6.  Appartiene  alla  confraternita  del- 
la Carità  di  s.  Maria  dell'Orazione  della 
Morte,  fondata  nella  chiesa  di  s.  Martino 
nel  1569  dal  rettore  Marco  Ciampone, 
quindi  aggregata  all'  omonima  arcicon- 
fraternilu  di  Rorna,il  cui  sacco  nero  adot- 
tò, dimettendo  il  torchino  ;  da  detta  chie- 
sa, di  cui  è  filiale,  passata  in  cjuesta  nel 
1 8 1  5.  Soppressa  la  confraternita  di  s.Gio. 
Decollato  della  della  Misericordia,   isti- 
tuita fin  dal  1  533,  ehhe  il  suo  privilegio 
d'assistere  i  rei  condannati  a   morte  e 
seppellirli,  per  cui  aggiunse  al  suo  stem- 
ma quello  di  s.  Gio.  Decollato.  Il  Dauco 
enumera  24  chiese  nella  citlà  e  8  sparse 
nel  suo  territorio;  di  piti  riporta  le  no- 
tizie in  breve  delle  chiese  antiche,  lanto 
interne  quanto  rurali  o  subu.rhane,  non 
più  esistenti,   fra  le  prime  enumerando 
s.  Giovanni  in  Plagi»,  un  tempo  collegia- 
ta con  arciprete.  Riporta  ancora  quelle 
di  diversi  stabilimenti  religiosi,eguahuen- 
te  non  più  esistenti.  Di  questi  ecconeuo 
cenno.  Il  i.°  istituto  religioso  che  si  sta- 
bilì in  Velletri  fu  quello  di  s.  Benedetto, 
il  monastero  de'quali  fu  occupato  d.i'mi- 
nori  conventuali  ;  de' benedettini  non  si 
conosce  altro.  11  priorato  de'canonici  re- 
golari delti  di  s.  Anastasio,  esisteva   nel 
io3s  e  nel  1 i54-  I  canonici  regolari  di 
s.  Antonio  di  Vienna,  già  ricordati,   nel 
partire  si  ritirarono  in  Roma  nel  mona- 
stero ora  delle  camaldolesi.  Verso  il  1 44-4- 
entrarono  in  Velletri  gli  agostiniani  della 
congregazione  di  Lombardia,  cioè  nel  mo- 
nastero suhurhano  di  s.  Maria  dell'Otto 
fuori  di  porla  Napolitana,  abbandonalo 
dalle  monache  benedettine  per  le  conti- 
nue guerre  ;  convento  soppresso  dal  go- 
verno francese  nel  1810,  che  alienò  con 
l'ospizio  urbano  diversi  beni,  ed  i  super- 
stiti Pio  VII  riunì  al  seminario.  La  chie- 
sa rovinata  da  un  fiero  turbine  nel  1822, 
in  seguito  fu  demolita.conservandosi  l'an- 
tica, pregiata  e  di  vola  pittura  a  fresco  del 
ss.  Crocefisso,  che  pie  persone  ripararono 
dentro  cappella,  ove  nel  i85i  si  comin- 


VEL  237 

ciò  a  celebrarvi  la  messa.  Il  cardinal  An- 
tonM.M  I  Galligli  venuto  vescovo  nel  1616, 
introdusse  in  Velletri  i  carmelitani  scalzi 
a  sue  spese  mantenuti, onde  nel  1  620  per 
la  sua  morte  furono  costretti  a  partirne, 
vendendo  il  fabbricato  non  compito  al 
cardinal  Ginnetti,che  colla  chiesa  eli  s. Te- 
cla lo  racchiuse  nel  suo  giardino. Nel  1620 
i  basiliani  fondarono  il  loro  monastero 
nella  Via  Lata,  mezzo  miglio  lungi  dalla 
città;  ma  pel  terremòto  del  1806 caduta 
la  chiesa,  e  pericolando  il  monastero  fu 
da'monaci  abbandonato,  indi  co'loro  be- 
ni fu  dato  da  Pio  VII  all' ospedale  delle 
donne.  Il  terz'ordine  di  s.  Francesco  en- 
trò in  Velletri  nel  162  1,  ed  ebbe  la  chie- 
sa suburbana  della  Madonna  degli  An- 
geli, poi  un  locale  urbano  in  via  l'andi- 
na colla  suddetta  chiesa  di  9.  Apollonia, 
e  partirono  nella  soppressione  del  1 8  1  o  : 
Pio  VII  die  il  convento  alle  maeslie  pie 
e  l'  abitazione  anteriore  di  queste  co'beni 
invenduti  all'ospedale  delle  donne.  La 
chiesa  edificata  fin  dal  1  52  1  da  Bernar- 
dino Petratti,  fu  data  alla  confraternita 
della  Misericordia, e  restò  poi  distrutta  dal 
ricordato  terremoto.  Come  suburbani, 
ora  conviene  parlare  della  chiesa  e  con- 
vento de'  minori  cappuccini,  situali  sul 
colle  Giampapa.  I  cappuccini  furono  am- 
messi in  Velletri  nel  1 563  dal   vescovo 
cardinal  Pio  di  Carpi  protettore  dell'or- 
dine, nel  conveuto  e  chiesa  di  s.  Stefano 
delta  pure  di  s.  Rocco,  già  esistente  nel 
1 429  con  rettore  e  chierici,  prossima  alla 
via  postale.  Nel   1609  I' abbandonarono 
per  stabilirsi  nel  detto  Colle.  La  chiesa 
è  sotto  l'invocazione  di  s.  Croce  di  Monte 
Calvario,  della  quale  si  gettò  lai. "pietra 
a'6  settembre  di  detto  anno,  poscia  consa- 
grata a'  1 8  ottobre  !  6 1 6,  da  Lorenzo  Lau- 
di vescovo  di  Fossombrone,  trasportando- 
vi dalla  chiesa  di  s.  Stefano  la  statua  di  s. 
Rocco,  e  l'immagine  della  Madonna  della 
Piaga,  così  denominala  dal  segno  visibile 
in  una  mano,  cagionato  da  un  colpo  di 
sasso  scagliato  empiamente  da  un  ebreo. 
Nel  t.  23,  p.  177  dell'  Album  di  Roma 


238  VEL 

si  riporta  la  bella  immagine  dell'Imma- 
colata Concezione,  dipinto  a  fresco  ilei 
giovane  cremonese  Cesare  Cugini,  esegui- 
to in  questo  convento,  colla  descrizione 
artistica  di  P.  Perez,  che  ne  enumera 
gli  eleganti  e  divoti  pregi. 

Velletri  si  distingue  anche  nel  pub- 
blico insegnamento,  sì  per  l'istruzione  e 
educazione  della  gioventù,  sì  per  l'emu- 
lazione nelle  scienze,  pel  comodo  e  utilità 
della  popolazione,  come  ancora  negl'isti- 
tuti benefici  e  caritatevoli  a  vantaggio  dei 
bisognosi.  Il  seminario  per  I'  istruzione 
de'giovani  ecclesiastici  fu  eretto  dal  ve- 
scovo cardinal  Moroni  circa  il  1570  ap- 
pena assunse  il  governo  di  questa  chiesa, 
ma  per  mancanza  di  rendite  dopo  pochi 
anni  fu  chiuso.  Ristabilito  nel  1592  dal 
■vescovo  cardinal  Gesualdo,  pel  manteni- 
mento degli  alunni  furono  tassati  tutti  i 
beni  ecclesiastici  sì  della  mensa  vescovile, 
come  del  clero  della  città  e  diocesi;  ma 
non  essendo  questi  sufficienti,  vi  furono 
applicati  alle  vacanze  alcuni  beneficii  e 
cappellanie,con  autorizzazione  di  Clemen- 
te Vili  del  i595;  nel  i8i5PioVII  gli 
applicò  i  detti  beni  invenduti  degli  ago- 
stiniani; il  municipio  vi  mantiene  due 
giovanetti,  uno  del  cefo  nobile  e  l'altro 
del  civile,  ed  il  henefico cardinal  Macchi 
col  donativo  d'  un  fondo  di  scudi  /jooo 
vi  ha  istituito  4  posti  gratuiti.  Il  semina- 
rio vecchio  è  prossimo  alla  cattedrale  e 
occupa  quasi  tutto  1'  episcopio  concesso 
al  medesimo  a  poco  a  poco  da  vari  vesco- 
vi, per  maggior  suo  comodo.  L'attuale  se- 
minario occupa  il  locale  del  cardinal  York 
stabilito  a  sue  spese  per  abitazione  estiva 
degli  alunni.  Vi  si  alimentano  e  istruisco- 
no 9.0  alunni,  oltre  un  buon  numero  di 
convittori  sotto  la  direzione  de'preti.  Egli 
può  contenere  anche  più  di  5o  giovani. 
Per  l'istruzione  delle  scienze  vi  sono  sta- 
bilite 1  scuole,  cioè  di  grammatica  infe- 
riore,di  grammatica  superiore,  d'  uma- 
nità, di  rcttorica,  di  filosofia,  di  teologia 
dogmatica  e  morale,e  di  storia  ecclesiasti- 
ca e  sagra,  olire  la  scuola  di  canto  formo. 


VEL 

Nel  1G01  per  decreto  della  s.  congrega- 
zione del  concilio,  il  vescovo  ottenne  il 
singoiar  privilegio:  Ut  qui  in  collegio 
ilio  (della  di  lui  diocesi)  per  triennium 
stitduerit,  habeat  privilegia  data  ìpnùt 
nniversitalibus.  11  cardinal  Alessandro 
Maltei  in  forza  di  tale  concessione  con- 
seguì da  Pio  VII  con  un  breve  il  diritto 
di  dare  la  laurea  sulle  facoltà  di  filosofia 
e  teologia  agli  studenti  di  questo  semi- 
nario  ;  ma  tale  concessione  fu  abrogata 
da  Leone  XII, che  nello  stato  pontificio 
tolse  tutte  l'università  di  studi  di  2."  or- 
dine. Neil' Effemeridi  letterarie  di  Ro- 
ma, t.  6,  p.  46,  si  parla  dell'università  di 
Velletri,  onore  da'  Papi  concesso  alla 
chiesa  d'Ostia,  come  quella  che  teneva  il 
principato  fra  le  chiese  cardinalizie  del- 
l'ordine de' vescovi,  e  riconosciuto  da'tii- 
bunali.  Ma  quando  Ostia  fu  per  la  mala 
aria  spopolata  e  quasi  deserta,  e  non  che 
collegio  e  università,  città  ecittadini  ven* 
nero  meno,  era  ben  giusto  per  non  ispo- 
gliare  disi  bel  privilegio  l'amplissima  di- 
gnità del  decanato,  se  ne  trasferisse  il  pos« 
sesso  in  Velletri,  per  essere  la  sua  chiesa 
da  lunghi  secoli  all'  Ostiense  perpetua- 
mente congiunta.  E  questo  fece  giusta- 
mente e  lodevolmente  Pio  VII.  Indi  si 
dice.  Non  fu  vuota  tal  grazia  di  effetto, 
poiché  le  scienze  del  giure,  della  teolo- 
gia e  della  filosofia,  e  le  lettere  grecherà- 
line  e  italiane  vi  si  insegnarono  in  molto 
concorso  di  giovani,  e  con  loro  profitto 
non  lieve.  Tale  ragionare  si  faceva  nel 
182  1,  quando  era  no  trascorsi  Gannì  dac- 
ché per  le  cure  del  nominato  cardinal 
Maltei  era  stalo  l'istaurato  il  corso  degli 
studi  umani  e  divini  sotto  la  reggenza  di 
Vincenzo  Macioti,  uomo  più  voglioso  di 
sapere,  che  di  apparire  sapiente.  Nana 
per  ultimo  la  distribuzione  fatta  indetto 
anno  di  propria  mano  delle  lauree  e  pre- 
mi d'ogni  genere,  dal  cardinal  Della  So- 
maglia,  celebrando  come  il  sullodato  pre- 
lato, allora  cari. Alessandro  Macioti,  nipo- 
te degnissimo  del  nominalo  Vincenzo,  e 
professore  di  filosofia,  immaginò  modo 


VCL 

ncciò  il  disputare  fosse  dimostralo  verace 
prova  del  profitto  de'giovnni,  non  pom- 
pa appariscente,  e  ne  produce  le  prove. 
]|  Banco  fa  grandi  elogi  di  Vincenzo  Ma- 
cioli,  poi  vescovo  come  già  dissi,  virtuo- 
sissimo e  zelante  rettore  del  seminario, 
profondamentedotto,  come  dimostrò  col- 
le sue  produzioni  scientifiche,  avendo  re- 
cato sommo  onore  alla  patria,  e  fu  ancora 
modello  de'vescovi.  Esisteva  nel  semina- 
rio l'accademia  intitolata  degl'Incogniti 
istituita  nel  1775.  Avea  le  sue  leggi,  ri- 
conosceva il  protettore  e  il  custode,  oltre 
il  segretario.  Radunavasi  ordinariamen- 
te due  volte  all'anno,  ed  eziandio  di  più, 
se  lo  richiedevano  le  circostanzefll  n.°  2.54 
del  Giornale  di  Roma  del  1802  riporta 
la  notificazione  de'  29  ottobre  del  gon- 
faloniere di  Velletri  cav.  Giovanni  Gra- 
ziosi, diretta  agli  abitanti  dell'inclita  cit- 
tà. E<sa  dice.  »  E  ornai  fuor  di  dubbio, 
che  tutti  i  mali,  che  affliggono  la  socie- 
tà, derivano  dalla  snervata  educazione, 
e  dalla  leggera  istituzione  della  gioven- 
tù. Il  perchè  adoperano  saviamente  que' 
reggitori  delle  città,  i  quali  pongono  ogni 
loro  studio  in  procurare  una  soda  e  sa- 
na coltura  morale,  ci  vile  e  letteraria. Con- 
vinta di  questo  vero  la  cessata  commis- 
sione municipale  di  questa  città,  aiutan- 
dola e  animandola  S.  E.  R.  mg.r  Giusep- 
pe Berardi  commissario  straordinario 
pontificio  in  allora  delle  provincie  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  e  pro-legato  della 
prima,  fu  sollecito,  appena  ristaurato  il 
governo  pontifìcio,  d'umiliare  al  trono  di 
Sun  tSantità  Papa  Pio  IX  il  voto  che  ve- 
nisse aperto  in  Velletri  un  collegio  di 
scuole  diretto  da'pp.  della  compagnia  di 
Gesù,  affinché  i  giovanetti  di  questa  cit- 
tà potessero  giovarsi  dell'opera  di  que' 
benemeriti  istitutori,  fino  a  compiere  il 
corso  delle  lettere  e  dellescienze,  che  so- 
no soliti  dare  negl'  istituti  di  tal  natura. 
11  sotlosciitto  gonfaloniere,  presidente  al- 
lora della  suddetta  commissione,  con  tut- 
to l'impegno  die  opera  all'esecuzione  del 
divisalo  progetto  ;  e  1'  Era,"  e  Rm.'sig.' 


V  E  L 


239 


cardinal  Vincenzo  Mucchi  nostro  munì  - 
fìcentissimo  vescovo  e  legato  si  degnò  pre- 
sentare e  raccomandare  l'analoga  suppli- 
ca alla  lodata  Santità  Sua.  Il  Santo  Pa- 
dre encomiando  nella  sua  sovrana  beni- 
gnità un  consiglio  sì  nobile  in  se,  e  sì  van- 
taggioso a  questa  popolazione,  spedì  un 
breve  (a'  7  aprile  1811),  col  quale  de- 
gnavasi  autorizzare  l'erezione  del  men- 
zionato collegio  di  scuole,  prescrivendo- 
ne i  modi  e  le  spese  da  farsi  dalla  ma- 
gistratura della  città.  In  seguito  di  tale 
sovrana  disposizione,  la  lodata  magistra- 
tura si  studiò  perchè  fosse  eretta  (piasi 
da'fondamenti  una  fabbrica  quanto  più 
si  potesse  decorosa  per  servire  ad  uno 
scopo  di  tanta  utilità.  Ma  poiché  troppo 
a  lungo  sarebbe  andata  l'apertura  degli 
studi,  se  si  fosse  atteso  il  compimento  del 
locale,  che  è  in  via  di  costruzione,  Sua 
P_ìmz.*  Rm.ail  sullodatosig/  cardinal  ve- 
scovo e  legato  di  pieno  animo  offrì  il  vec- 
chio seminario  alla  magistratura  (i!  can. 
Banco  nella  dedica  al  cardinale  di  sua 
Storia  di  Vide  tri,  lo  celebra  ancora  per 
avere  tutti  i  cittadini  beneficati  colla  isti- 
tuzione delle  scuole  per  l'istruzione  del- 
la gioventù)  per  usode'pp.  della  compa- 
gnia di  Gesù,  onde  ivi  cominciassero  sen- 
za frapporre  indugio  1'  insegnamento, 
giusta  le  norme  del  loro  istituto.  Egli  è 
perciò,  che  noi  siamo  in  grado  di  avver- 
tire il  pubblico,  come  nel  prossimo  no- 
vembre dell'anno  corrente  i  pp.  della 
compagnia  di  Gesù  imprenderanno  in- 
tanto l'istruzione  delle  classi  inferiori  dal- 
la lingua  latina  a  tutta  la  reltorica,  ag- 
gi ungendo  ad  ogni  classe  la  coltura  di  que- 
gli sludi,  che  promuovono  e  accrescono 
ornamento  alla  cognizione  delle  belle  let- 
tere. Prenderanno  ancora  sotto  la  loro 
responsabilità  la  direzione  della  elemen- 
tare istruzione  della  prima  età  :  il  lutto 
conforme  al  breve  pontificio  di  già  spe- 
dilo. La  solenne  apertura  si  farà,  secon- 
do le  norme  contemplate  nella  haWaQuod 
Divina  Sapienlia,  il  dì  7  dell'entrante 
mese  di  novembre  nella  basilica  cattedra- 


*4°  V  E  L 

le  di  s.  Clemente,  due  ore  innanzi  il  mez- 
zodì, assistendovi  1'  Em.°  sig.r  cardinal 
decano  nostro  amantissimo  vescovo  e  le- 
gato, e  mecenate  solertissimo  de'  buoni 
studi  e  di  ogni  religiosa  educazióne, non- 
ché mg.r  d.  Antonio  Cambozzi  delegato 
apostolico,  la  magistratura  e  tulle  le  au- 
torità ecclesiastiche  e  civili.  Dopo  I'  in- 
cruento sagrificio,  che  verrà  celebrato  da 
mg. r  Gesualdo  Vitali,  vescovo  suffraga* 
neo  e  vicario  generale,  vi  sarà  l'inaugu- 
rale orazione,  e  in  line  l'invocazione  del 
Divino  Spirito,  e  la  benedizione  del  Ve- 
nerabile. La  magistratura  di  Velletri  è 
d'  avviso  di  non  aver  potuto  rendere  a 
questa  popolazione  miglior  servizio,  che 
erigendo  in  mezzo  ad  essa  un  collegio  di 
scuole  diretto  da'pp.  della  compagnia  di 
Gesù;  però  confida  che  saranno  solleciti 
i  genitori  a  mandare  alle  medesime  i  lo- 
ro figliuoli,  perchè  colle  lettere  e  colle 
scienze  bevano  il  latte  della  morale  e  della 
religione,  ch'i  l'unica  cosa,  che  possa  fa- 
re felice  l'uomo  su  questa  terra".  Indi  nel 
n.°  288  dello  stesso  Giornale  si  legge  la 
relazione  dell'apertura  del  collegio  della 
compagnia  di  Gesù  in  Velletri,  dettaglia- 
ta e  veramente  magnifica.  Si  dice  segna- 
re un'  epoca  gloriosa  negli  annali  urbani 
l' inaugurazione  solenne  delle  scuole  de' 
gesuiti,  i  quali  hanno  per  istituto  d'eru- 
dire la  giovine  età  da'  primi  rudimenti 
delle  lettere,  sino  ad  aver  compiuto  gli 
studi  della  filosofia  e  della  teologia.  Si  ri- 
pete con  maggior  estensione  il  contenuto 
della  riportata  notificazione,  e  quindi  si 
descrive  lutta  quanta  la  ceremonia  deco- 
rosissima  ch'ebbe  luogo  in  detto  giorno 
7  novembre  nella  cattedrale,  alla  presen- 
za del  cardinal  decano  del  senato  più  ve- 
nerando della  terra,  dell'autorità  gover- 
native e  comunali,  de'  prelati,  del  capi- 
tolo, de'  pp.  del  collegio,  della  nobiltà  e 
delle  dame,  oltre  il  collegio  de'parrochi, 
le  autorità  militari,  gli  scolari  iscritti,  la 
moltitudine.  Dopo  la  messa  celebrata  da 
mg. 'Vitali,  formalmente  il  gonfaloniere 
presentò  al  cardinale  in  vaso  d'  argento 


VEL 
il  pontificio  breve,  che  autorizzava  l'ere- 
zione del  collegio,  prescrivendo  i  modi  e 
le  spese  da  fusi  dalla  comunale  magistra- 
tura. Allora  il  cardinale  con  voce  com- 
movente disse  a'  municipali,  non  poter 
esprimere  a  parole  la  consolazione  som- 
ma che  prova  in  cuore  nel  ricevere  quel 
breve  *»  per  la  fondazione  d'un  collegio 
dell'inclita  compagnia  di  Gesù:  quell'at- 
to formare  la  più  bella  gloria  di  cui  si  po- 
tessero vantare  nell'esercizio  del  loro  ca- 
rico; desiderare  in  fine  che  i  parenti  usas- 
sero di  tal  benefìcio  col  mandare  i  loro 
figli  a  queste  pubbliche  scuole".  Ritira- 
tisi i  municipali,  si  avanzarono  a  pie  del 
trono  i  pp.  gesuiti,  ed  il  cardinale  die  il 
breve  in  mano  al  rev.  p.  Gio.  Francesco 
Blosi  rettore  del  nuovo  collegio,  dirigen- 
dogli un  conciso,  ma  toccante  discorso, 
la  cui  somma  è  la  seguente.  »  Consegnar- 
gli  quel  breve  or  ora  ricevuto  dal  sig.r 
gonfaloniere  del  la  città,  nel  quale  il  som- 
mo Pontefice  autorizzava  l'erezione  del 
nuovo  collegio.  Aver  egli  da  lunga  pezza 
desiderato  quel  dì,ed  averlo  sospirato  con 
agli  occhi  amare  lagriroe;esserealla  fine 
spuntato  :  contarlo  dunque  tra' più  bei 
giorni  di  lunga  sua  vita  :  non  potere  il 
labbro  esprimere  la  gioia  che  provava  in 
quell'istante  il  suo  cuore  per  vedersi  giun- 
to alla  meta  de'  suoi  voti  :  essere  ormai 
arrivato  pressoché  al  termine  de'  giorni 
suoi,  e  vicino  di  presentarsi  al  giudizio  di- 
vino: aver  perciò  ora  un  titolo  di  confor- 
to per  conciliarsi  con  la  clemenza  di  Dio, 
potendogli  dire:  questi  fanciulli,  che  voi 
mi  deste, o  Signore,  ioli  consegnai  nelle 
mani  della  vostra  prediletta  compagnia, 
affinchè  venissero  avviali  sin  da'verdi  lo- 
ro anni  nel  santo  vostro  timore:  da  tale 
idea  trarre  il  suo  spirito  calma  econforto, 
e  il  suo  cuore  presagire  un  vero  miglio- 
ramento di  questa  sua  diletta  città  ".  A 
tali  parole,  che  trassero  le  lagrime  sul  ci- 
glio degli  astanti,  rispose  profondamente 
commosso  il  p.  rettore,  anche  a  nome  de 
suoi  padri  ivi  presenti, dichiarando  la  con- 
fusione per  quanto  erasi  degnato  dire,  di 


V  E  h 
voler  batter  l'orme de'loro  maggiori  nel- 
I'  ammaestramento  ilella  gioventù,  cli'è 
ili  tutte  l'età  la  più  cara  a  Dio,  per  la 
quale avrebbero  dedicatogli  sforzi  del  lo- 
to spirito  e  l'affezioni  del  loro  cuore,pre- 
gainlo  Dio  ad  aiutarli  nell'  impresa  che 
promettevano  di  compiere,  per  la  quale 
invocare  il  concorso  di  lutti  e  specialmen- 
te de'genilori.  Indi  i  pp.  gesuiti  fecero  la 
consueta  professione  di  fede, seguì  l'inau- 
gurale orazione  del  facondo  p.  Salvatore 
Orzelli  ;  e  cantatosi  l'inno  dello  Spirilo 
Santo,  fu  chiusa  la  nobilissima  funzione 
colla  trina  benedizione  compartita  da 
mg.'  Vitali.  11  pubblico  tripudio  per  sì 
fausto  avvenimento  lo  manifestarono  con 
eleganti  composizioni  stampate  i  profes- 
sori del  seminario  cai).  Di  Lazzaro  e  l'ab. 
Fiorenza.  Rapidi  ne  furono  gli  ubertosi 
frulli,  descritti  dal  n.  i3ydel  Giornale 
di  /ìor/ia  del  i853,  narrandoli  pubblico 
saggio  di  rettorica  a'2  giugno  decorosa- 
mente datosi  da'  pp.  gesuiti  co'  loro  di- 
scepoli, nell'aula  dell' antico  seminario, 
ove  aveano  raccolto  il  fiore  della  città, 
alla  presenza  del  cardinal  Macchi  festeg- 
gialo da  musicali  concenti,  da  offerte  di 
poesie  e  di  fiori."  Lode  sia  perciò  a  que' 
cittadini  che  V  onore  di  Dio  e  della  pa- 
tria avendo  a  cuore,  presero  questa  ad 
illustrare  nuovamente  e  meglio,  la  com- 
pagnia di  Gesù  chiamandovi  a  fondare 
un  collegio.  Per  essi  giunsero  gli  esercizi 
spirituali  a' giovani  scolari,  a'monasteri, 
agli  orfanotrofi,  al  celo  de'  nobili,  degli 
impiegati,  delle  dame;  esercizi  spirituali 
alla  guarnigione  che  vi  stanzia,  agl'incar- 
cerati; dispensazione  della  parola  divina 
corrente  l'anno  a  tutti".  Inoltre  riferisce 
il  Giornale  le  solenni  trigesime  esequie 
celebrate  nella  cattedrale  dal  capitolo,  pel 
Rm.°  p.  Giovanni  Roolhaan  defunto  pro- 
posito generale  della  compagnia  di  Gesù, 
proso  il  qualeassai  caldeggiò  perchè  que- 
sta venisse  stabilita  in  Velletri,  e  con  esse 
volle  dargli  un  attestato  di  pubblica  rico- 
noscenza ;  a  taleeffetto  invitò  ad  assistervi 
il  cardinal  Macchi,  i  prelati,  le  autorità,  i 

VOL.   LXXXIX. 


V  E  L  a  |  i 

cittadini;  pontificò  la  messa  mg. 'Vitali,  e 
pronunziò  l'orazione  funebre  il  gesuita  p. 
Carlo  M.a  Ciampi  professore  d'eloquenza. 
Per  tuttociò,  non  solamente  cessarono  i 
dottrinari  dal  regolare  il  pubblico  inse 
gnamento  in  Velletri,  ma  già  era  cessato 
quello  de'  fratelli  delle  scuole  cristiane. 
Questi  furono  introdotti  nella  città  nel 
i836  per  l' istruzione  de'fanciulli  e  gio- 
vanetti nel  leggere,  scrivere,  aritmetica 
e  dottrina  cristiana,  in  che  sono  abilissi- 
mi. Il  vescovo  cardinal  Pacca  nel  conce- 
derli alla  città  cede  loro  la  suddetta  ca- 
sa, a  proprie  spese  stabilita  dal  vescovo 
cardinal  York  per  abitazione  estiva  a 
comodo  degli  alunni  e  convittori  del  se- 
minario, per  toglierli  dall'aria  bassa,  che 
si  respira  nella  casa  del  vecchio  seminai  io 
contigua  alla  cattedrale  e  prossima  alla 
porta  Napolilana,  nella  stagione  calda,  e 
vi  dimoravano  dal  i.°  luglio  a  tutto  Tot 
tobre.  Rimane  il  locale,  ed  ora  propria- 
mente seminario,  nella  parie  superiore 
della  città  in  via  Borghese.  La  cessione 
fu  falla  alla  connine  per  un  diecioltennio 
per  rescritto  di  Gregorio  XVI  de'7  giu- 
gno i83G,  al  quale  die  esecuzione  il  car- 
dinaie,  e  il  comune  pel  mantenimento  di 
5  religiosi  assegnò  scudi  5oo  annui.  Il  u. 
45  del  Diario  di  Roma  del  1837  cele- 
brò l'erezione  dello  stabilimento  concesso 
dal  Papa  a  istanza  del  cardinale,  onde 
procurare  alla  gioventù  velilerna  un  nuo- 
vo mezzo  d'educazione  cristiana  e  civile, 
per  sì  zelanti  operai  che  in  ispecial  modo 
si  dedicano  all'  educazione  de'giovanetti 
nel  1 .°  loro  sviluppo,  per  renderli  un  gior- 
no cristiani  e  utili  cittadini,  onde  tosto 
la  loro  scolaresca  divenne  numerosa  e  fio- 
rente. Ma  nel  consiglio  municipale  tenu- 
to l'8  giugno  i85o,  sulla  domanda  fatta 
dal  cardinal  Macchi  per  la  restituzione 
del  locale  del  seminario  estivo,  con  que- 
sto fu  rescisso  il  contratto  di  locazione;  e 
dovendo  la  comune  somministrare  are- 
ligiosi delle  scuole  cristiane  altro  locale 
a  loro  piacimento,  fu  ad  essi  offerto  il 
vecchio  semiuario,  che  si  abbandonava 
16 


a**  ,      V  E  L 

pel  dello  sospetto  d'  aria  poco  sana.  Non 
piacque  n'religiosi,e  perciò  si  determina- 
rono nell'agosto  d'abbandonar  la  città 
con  dispiacere de'ciltadiui,e  specialmente 
de'padri  di  famiglia  pel  mancamento  di 
loro  utilissima  istruzione,  alla  quale  però 
venne  provveduto  co'pp.  gesuiti. Imperoc- 
rbè  sotto  la  loro  direzione  vi  suppliscono 
cine  preti  secolari  a  spese  del  comune,  in- 
segna ndo  nel  medesimo  seminario  vecebio 
u'fanciulli  il  leggere  e  lo  scrivere,  Pel  ses- 
so femminile  vi  è  un  conservatorio  di  zi- 
telle, ebe  luiitno  ancora  la  pubblica  scuola 
colla  piccola  cbiesa  della  Madonna  del- 
la Neve, diversa  dalla  sunnominata,  ben- 
sì com'essa  filiale  della  parrocchiale  di 
s.  Michele.  Questo  pio  luogo  volgarmen- 
te appellato  delle  Monachelle  fu  eretto 
per  opera  di  Silvestro  Cinelli  arciprete 
della  cattedrale  nel  1690.  Ad  esso  fu  u- 
nito  il  collegio  dell'orsoline,  che  vivevano 
sotto  la  regola  di  s.  Basilio,  fonduto  in 
V elicili  nel  169.5  da  Biagio  Terzi  vica- 
rio generale.  Aveano  queste  zitelle  per 
istituto  l'educazione  delle  fanciulle,  e  l'u- 
nione avvenne  nel  1713.  Nel  conserva- 
torio non  vi  è  clausura  ;  ha  la  pubblica 
scuola  per  l'istruzione  delle  fanciulle,  per 
cui  dall'erario  comunale  vengono  al  pio 
luogo  somministrati  annui  scudi  1 00.  Nel 
i834  venne  a  queste  zitelle  affidalo  il 
nuovo  orfanotrofio  delle  pupille  istituito 
da  Giulio  Coluzzi  uobile  velilerno,  che 
lo  dichiarò  erede  de'suoi  beni.  Questo  è 
aumentalo  di  rendite  dalla  largizione  di 
altri  caritatevoli  cittadini,  e  da'  beni  del- 
la suddetta  soppressa  confraternita  della 
Misericordia  o  s.  Gio.  Decollato,  che  al- 
) 'orfanotrofio  umGregorioX  VI  nel  1 835. 
Fare  che  a  questo  alludano  le  parole  che 
si  leggono  nel  n.°45  del  Diario  di  Roma 
del  1837, dicendosi  avere  il  cardinal  Pac- 
ca nel  maggioi836  provvedutoalle  fan- 
ciulle prive  di  padre  e  di  uiadrecolla  fon- 
dazione d'un  orfanotrofio.  Maciòuon  è 
vero,  perchè  l'istituto  preesisteva,  e  sol- 
tanto il  cardinale  ne  fu  benefico.  Le  mae- 
stre pie  sotto  la  regola  di  Uosa  Veneri- 


V  E  L 

ni,  furono  introdotte  in  Velletri  pei  l'i- 
struzione delle  fanciulle  dal  vescovo  car- 
dinal Ruffo.  Tengono  scuola  pubblica  li- 
no da'3  maggio  1  744'  con  convitto  d'e- 
ducande, e  sono  mantenute  dall'erario 
comunale,  che  loro  somministra  scudi 
3oo  annui,  oltre  il  godimento  d'una  pen- 
sione perpetua  di  scudi  4o>  imposta  a  lo- 
ro favore  sulla  prebenda  parrocchiale  di 
s.  Maria.  Dall'antica  loro  abitazione  pas- 
sarono ad  abitare  nel  soppresso  conven- 
to de'religiosi  del  teiz'ordine  francesca- 
no uel  j  8  1  8  ;  ma  venne  tale  abitazione 
comprata  dal  comune,  con  isti  omento 
st ipolato  a'26  agosto  1  85 1  alla  presenza 
e  coll'aulorità  di  nig.r  Bruti  allora  dele- 
galo apostolico,  premuroso  ancb'egli  per 
lo  stabilimento  de'  religiosi  gesuiti  da 
preporsi  all'istruzione  cristiana,  morale  e 
scientifica  della  gioventù  veliterna.  Così 
tale  abitazione  fu  destinata  per  forma  re 
con  altre  la  casa  e  le  scuole  pubbliche 
de'  gesuiti,  adiacenti  alla  chiesa  di  s.  A- 
pollonia.  l'ero  l'edilìzio  riuscito  non  ab- 
bastanza vasto  pel  collegio  de'gesuiti. que- 
sti restarono  e  tuttavia  dimorano  nel  di- 
scorso seminario  vecchio  col  loro  stabi- 
limento, ove  temporaneamente  erano 
stati  collocati  con  breve  pontificio.  S'i- 
gnora l'uso  che  si  farà  di  detto  nuovo  e- 
difizio.  Quando  perciò  neh  85 1  stesso  le 
maestre  pie  partirono  dalla  loro  casa  di 
s.  Apollonia,  passarono  ad  abitare  nella 
via  Corriera  nel  1. "piano  del  palazzo  Co- 
lonnesi,  a  spese  del  comune  che  ne  paga 
la  pigione,  e  quivi  tuttora  dimorano.  Al- 
tro orfanotrofio  è  quello  di  recente  isti* 
lozione.  Il  servo  di  Dio d.  Vincenzo  Pai- 
lolla,  più  volte  recatosi  in  Velletri,  ester- 
nò al  conte  Giuseppe  Latini  Macioti  il 
desiderio,cheda  lungo  tempo  nel  suo  cuo- 
re nutriva,  d'aprire  nella  medesima  città 
un  orfanolrofio,  che  servisse  di  ricovero 
e  di  educazione  alle  povere  zitelle  abban- 
donate veliterue  ;  fondandolo  colle  stesse 
regole,  e  come  diramazione  di  quello  da 
lui  istituito  in  Roma,  e  ditello  dalla  con- 
gregazione e  pia  società   ivi  pur  da  lui 


VEL 

fondata  dell' Apostolato  Cnttolico  sotto 
l'invocazione  della  Regina  degli  Aposto- 
li {T'-)-  Il  conte  che  amava  moltissime  il 
servo  di  Dio,  secondò  il  di  lui  caritate- 
vole desiderio,  con  generosamente  esi- 
birsi pronto  ad  acquistare  il  locale  op- 
portuno e  donarlo  a  tale  uso.  Difatti  com- 
prò una  casa  con  iscoperto  in  via  Fiore 
neh85o  per  scudi  5ooo,  ed  altra  conti- 
gua per  scudi  1 8  i ,  oltre  una  3/  presa  in 
enfiteusi  perpetuo  per  l'annuo  canone  di 
scudi  3o.  Formato  quindi  il  piano  di  ri- 
duzione dall'egregio  architetto  cav.  Gae- 
tano Monchini,  si  vide  compita  la  fab- 
brica bella  e  grandiosa  in  meno  di  i  7  me- 
si. Per  rendere  l'opera  più  duratura  si 
:    pensò  a  provvederla  di  rendite.  Il   vir- 
tuoso Giacomo  Salvati  romano,  o  come 
:   altri  vogliono  di  Rocca  di  Papa,  coope- 
ratore nel  bene  all'ab.  Pallolta,  anche  in 
:  favore  delle  Vedove  (V.),avea  rinvesti- 
'   to  alla  comunità  di  Velletri  scudi  16,000 
al  5  per  100.  Il  figlio  di  detto  conte,  Lui- 
gi Latini  Macioti,  e  la  di  lui  consorte  Ca- 
milla figlia  del  lodalo  Salvati  ne  otten- 
nero da  questo  la  donazione  in  vantaggio 
del  nuovo  pio  istituto  nello  stesso  i85o 
a'  3  giugno.  Nel  medesimo  giorno  Mi- 
chelangelo Macioti  nobile  veliternodonò 
scudi  8,6oo.  Secondo  la  mente  del  fon- 
:  datore  e  de'donatori,  ed  a  forma  del  re- 
•  scritto  del  cardinal  Macchi  in  data  di 
1   Portici  de' 5  novembre  1849,  la  direzio- 
ne spirituale  dell'  istituto  fu  affidata  a'sa- 
!  cerdoti  di  detta  congregazione  della  Re- 

■  gina  degli  Apostoli  ;  per  cui  si  provvide 
;  un  locale  e  si  ridusse  a  piccolo  convento 
-   pe'medesimi  a  spese  del  conte  Giuseppe 

Latini  Macioti  nel  i85i.  Così   Velletri 
:   con  questo  nuovo  stabilimento  benefico, 
soggetto  alla  giurisdizione  vescovile,  ac- 
quistò ornamento  e  decoro,  non  che  som- 
;    mi  vantaggi  per  la  cristiana  educazione 
'  del  sesso  femminile,  e  conserverà  ricono- 

■  scenza  al  servo  di  Dio  che  lo  promosse. 

1  Leggo  nel  n.  241  del  Giornale  di  Roma 
del  1832,  che  a' 18  ottobre  in  Velletri  le 
sorelle  della  congregazione  dell'Aposto- 


V  E  L  243 

Iato  Cattolico,  istituite  in  Roma  dal  ser- 
vo di  Dio  d.  Vincenzo  Pallotta,  accom- 
pagnale dal  rettore  di  delta  congregazio- 
ne e  da  molti  ecclesiastici  e  laici  della  cit- 
tà, fecero  il  loro  ingresso  nel  nuovo  s.  ri- 
tiro e  pia  casa  di  Carità,  aperto  loro  dal- 
la pietà  d'insigni  benefattori, fra'quali  il 
conte  Giuseppe  Latini  Macioti,  il  quale 
preparò  pure  convenientemente  il  vasto 
locale  da  lui  comprato  e  ne  sollecitò  con 
zelo  l'apertura  a  vantaggio  delle  zitelle 
povere  e  abbandonate  che  vi  si  devono 
educare  e  istruire  nella  pietà  e  ne'  ma- 
nuali lavori,  non  meno  delle  giovanette 
esterne  che  vi  avrebbero  scuola.  Nella 
cappella  del  Ritiro  le  sorelle  furono  be- 
nignamente accolte  dal  cardinal  Macchi, 
da  mg.r  Vitali  e  da  mg/  delegato  apo- 
stolico, dalla  magistratura  e  da  parecchi 
del  clero  secolare  e  regolare.  Ivi  esposto- 
si il  Venerabile,  le  sorelle  intuonarono  il 
Veni  creator  Spiritus,e  il  dottissimo  e 
celebre  R.  p.  Giovanni  Perrone  gesuita 
vi  fece  un  eloquente  ed  analogo  ragio- 
namento. In  fine  datasi  la  benedizione 
col  Santissimo,  il  cardinale  in  una  sa- 
la contigua  alla  cappella,  dove  si  conse- 
gnarono le  chiavi  alle  suore,  dopo  uu  te- 
nero e  commovente  discorso,  compartì 
loro  la  pastorale  benedizione.  In  Velie- 
tri  vi  sono  due  maestri  per  la  Filarmoni- 
ca, la  cui  accademia  fu  istituita  ne'piimi 
anni  del  corrente  secolo.  Neil 835  erau- 
si  gettale  le  fondamenta  per  un  nuovo 
teatro  comunale,  il  cui  proseguimento  re- 
stò sospeso,  e  le  mura  fondamentali  ap- 
pena sono  giunte  al  paro  del  suolo.  Il 
Theuli  narra  a  p.  25 1,  che  a  svio  tempo 
in  un  salone  del  palazzo  del  comune  si 
solevano  recitare  commedie,  coA  da've- 
literni,  come  da'forastieri  che  vi  concor- 
revano. Esiste  un  teatro  particolare  del 
veliterno  capitano  Giuseppe  Graziosi,  il 
quale  serve  per  le  rappresentazioni  tea- 
trali, specialmente  della  società  accade- 
mica Filodrammatica  fondata  di  recen- 
te, con  approvazione  della  s.  congrega- 
zione degli  studi  ;  uop  meno  che  per  le 


244  V  E  L 

rappresentazioni  in  prosa.  Ora  a  spese  del 
proprietario,  questo  teatro  è  stato  rinno- 
vato e  abbellito,  ed  imminente  n'  è  il 
compimento,  e  riuscirà  corrispondente 
alla  dignità  della  città.  Sulla  piazza  di 
s.  Giacomo  un  tempo  sorgeva  il  teatro 
della  Passione,  così  detto  per  sagre  rap- 
presentazioni di  quanto  dirò  poi  parlan- 
do della  confraternita  del  Gonfalone,  di 
eccellenledisegno  e  ornato  di  marmi. L'e- 
difizio  malconcio  dall'ingiuria  de'  tempi, 
fu  abbandonato  e  nel  1763  demolito  per 
fabbricarvi  in  quel  sito  nuove  abitazioni. 
.Scrisse  su  questo  monumento  il  cardinal 
Borgia,  conservandone  la  memoria  con 
incisione  in  rame.  Ne'trascorsi  secoli,  al- 
lorchè  pregiavasi  ogni  città  d'avere  una 
o  più  accademie  di  poesia,  nelle  quali  sti- 
mavasi  cosa  onorifica  esservi  asci  itti,  non 
mancò  questo  letterario  esercizio  in  Vel- 
letri, die  in  epoche  diverse  ne  contò  mol- 
te. Il  nome  di  queste  accademie  era  stra- 
vagante e  capriccioso,  come  altrove,  per- 
ciò uniformandosi  al  costume  de' secoli. 
Quindi  furono  appellate  degli  Affaticali, 
degli  Erranti,  degli  Estinti,  alt  Gonfia- 
otri,  de1 Riaccesile Sollevatile^' 'Inno- 
minati. E  quasiché  (ossero  poche  queste 
accademie  pubblichete  n'erano  anco  nel- 
le case  privale;  così  altri  poeti  aduna vansi 
nella  casade'Toruzzi,  nellesalede'minori 
con ventua li, e  in  quelle  del  seminario,  i  so- 
ci di  sua  accademia  poi  lavano  il  nome  de- 
gì' Incogniti.  Tali  letterarie  adunanze,  in 
cui  quasi  sempre  per  unico  fine  col  ti  va  vasi 
la  poesia,  poche  e  raramente  erano  quelle 
in  cuidisputavasidi  scienze, lettere  e  arti. 
Ma  tutte  furono  di  breve  durata  e  anelaro- 
no poco  a  poco  a  mancare.  JN'e  lasciaro- 
no memoria  i  sunnominati  scrittori  ve- 
literni  conte  Bassi,  p.  Theuli  e  mg.'  A- 
lessandro  Borgia.  Come  in  altri  luoghi 
d'Italia,  che  abbandonate  le  poetiche  so- 
cietà, ne  istituirono  altre  più  durevoli  e 
rivolte  a  più  utili  discipline,  Velletri  ab- 
bracciò questo  cambiamento  poc'oltre  la 
metà  dello  scorso  secolo,  con  istituire  la 
celebre  Società  letteraria  Folsca  l  eli- 


V  E  L 

terna ,  nella  quale  olire  la  poesia  libe- 
ramente può  trattarsi  in  prosa  qualun- 
que argomento  scientifico,  o  letterario, 
o  di  belle  arti,  come  apprendo  da'  suoi 
importanti  /Itti,  perchè  l'unire  il  dolce 
all'  utile  fu  sempre  savio  consiglio.  A'e 
furono  fondatori  della  patria  accademia 
i  concittadini  e  amici  Clemente  Ermi- 
nio Borgia  e  Domenico  Antonio  Cardi- 
nali, non  altro  anelando  che  il  vantag- 
giare le  buone  lettere,  il  progresso  delle 
scienze,  l'illustrazione  della  patria  istoria 
e  precipuamente  quella  civile  e  religio- 
sa de'  volsci,  siccome  personaggi  ambe- 
due di  somma  riputazione  e  dottrina.  La 
posero  sotto  l'autorevole  protezione  del 
magistrato  veliterno,  il  quale  generosa- 
mente assegnò  a' soci  decoroso  locale  nel 
proprio  palazzo  per  tenervi  le  pubbliche 
e  consuete  adunanze,  e  annua  pensione 
onde  sopperire  alle  inevitabili  spese.  L'e- 
lenco de' soci  fu  formalo  del  fiore  de'  let- 
terati della  città,  e  ne  fu  scelto  a  capo  col 
titolo  di  dittatore  mg.r  Gio.  Carlo  Anto- 
tortelli  vescovo  di  Dioclia  e  sulfiaganeo 
di  Velletri,  e  per  segretario  venne  eletto 
il  Cardinali  uno  de*  fondatori.  A  questi 
fu  dato  il  carico  di  compilar  le  leggi  ac- 
cademiche,il  quale  nel  1  761  le  scrisse  con 
aurea  latinità,  ad  imitazione  degli  arcadi 
imo  articoli,cui  si  aggiunsero  due  sanzio- 
ni, e  pubblicate  colle  stampe.  Una  Ciòcie 
turrita  sedente,  col  mollo  :  Restìluet  O- 
mnia,{\x  l'impresa  adottata  e  dipinta  nel- 
la sala  accademica;  la  quale  venne  an- 
che incisa  nel  sigillo  del  segretario,  per 
autenticare  i  diplomi  e  gli  alti,  nell'eser- 
go  del  quale  si  posero  le  parole:  Socie- 
tas  Litcraria  Volscorum  Velilris  In- 
stillila  Anno  mdcclv.  Fu  stabilito  adu- 
narsi 6  volte  l'auno,e  talvolta  ambe  stra- 
ordinariamente^ per  ufficiali  dellaccade- 
mia,  il  dittatore  per  presiedere  a'Ietlerari 
esercizijCOininciati  in  detto  anno,4censori 
2  colleghi,  il  segretario  e  il  vicesegretario  : 
i  soci  furono  divisi  in  resilienti, e  in  corri 
spondenli  d'altri  luoghi  dello  stalo  e  d  I 
talia,  auche  d'ollremonli.  Ben  presto  fior 


V  E  L 

la  nuova  accademia,  visi  recitarono  dotte 
dissertazioni,  vi  si  udirono  eleganti  poe- 
sie. A  testimonianza  ilei  loro  valore  e 
operosità  dierono  alla  luce  gli  accademi- 
ci volsci  varie  raccolte  di  componimenti, 
the  si  nonno  leggere  nella  prefazione  del 
t.  i  degli  Alti,  ov'è  la  storia  dell'accade- 
mia, colle  notizie  dell'  mitiche  e  sunno- 
minate. Nel  1770  elevalo  al  pontificato 
col  nome  di  Pio  V  I  il  cardinal  Braschini 
(piale  era  stalo  lungo  tempo  uditore  ge- 
nerale de'  cardinali  Rullo  e  Cavalchiti, 
vescovi  e  governatori  di  Velletri,  la  so- 
cietà volsca  che  si  gloriava  annoverarlo 
nell'albo  de'  soci,  non  solo  fece  scolpire 
in  marino  un'  iscrizione  e  collocare  nel 
palazzo  pubblico,  ma  esternò  eziandio  ii 
proprio  giubilo  in  un  volume  di  poesie 
dalo  alle  stampe;  ed  altro  ne  pubblicò 
quando  quel  Pupa  tornò  a  Velletri  per 
andare  alle  Paludi  Pontine,  in  di  lui  Io- 
dee  qual  primario  suo  ornamento.  Men- 
tre in  tal  guisa  cresceva  la  fama  degli  ac- 
cademici volsci,  venne  innalzato  ulla  por- 
pora altro  loro  illustre  collegati  velilerno 
Stefano  Borgia,  benemerito  della  società 
letteraria  per  aver  contribuito  col  suo  ze- 
lo all'incremento  della  medesima. Questa 
grata,  l'acclamò  suo  1. "protettore,  e  ne' 
paliii  festeggiamenti  n'  esternò  la  gioia 
con  prose  e  versi.  Con  tal  mecenate,  pro- 
grediente fu  la  gloria  de'  suoi  fasti:  per 
generosità  de' soci  fu  arricchita  la  scelta 
e  pubblica  biblioteca,  e  i  primi  letterati 
d'Italia  non  solo,  ma  ancor  d'oltremou- 
te  si  pregiarono  di  far  parte  dell'istitu- 
to velilerno  e  di  dedicargli  i  loro  scrittii 
Morto  il  cardinal  Borgia,  gli  accademici 
dopo  avergli  reso  solennemente  i  fune- 
bri onori,  a' 17  aprile  i8o5  proclamaro- 
no per  protettore  il  principe  reale  di  Da- 
nimarca,poi  re  Federico  VI,  egli  trasmi- 
sero il  diploma  a  mezzo  del  prof.  Mun- 
ter  e  del  barone  «li  Schubart  ministro  da- 
nese, ambedue  membri  dell'accademia. 
Narra  il  Cancellieri,  accademico  volsco, 
nella  Lettera  al  eh.  Salvatore  Betti, 
to / diploma  diprotettore  perpetuo  del- 


V  E  L  245 

V accademia  Volsea  di  Velletri  a  S.M. 
il  re  Federico  VI  di  Danimarca  re- 
gndr/]l£,Ròmai8at;cheil  cardinal  Bor- 
gia nella  repubblica  del  1 799  rifugia- 
tosi a  Padova,  fu  dal  re  soccorso  con 
cambiale  di  5oo  scudi  e  con  pensione  an- 
nua di  4)°°o  lire.  Fu  per  queste  bene- 
ficenze che  l'accademia  veliterna,  per  da- 
re un  solenne  e  pubblico  contrassegno  del- 
la sua  indelebile  riconoscenza  al  principe 
danese,  lo  elesse  a  suo  augustissimo  pro- 
tettore, con  diploma  elegantemente  mi- 
niato e  nitidamente  stampato  in  candi- 
dissima pergamena,  col  sigilloaccademi- 
co  rinchiuso  in  iscatola  d'argento  dora- 
to, ed  appeso  con  due  ricchissimi  fiocchi 
d'oro;  diploma  di  cui  riporta  il  testo, 
comunicatogli  dall'  eruditissimo  Luigi 
Cardinali,  poscia  riprodotto  nella  ricor- 
data prefazione.  Non  mancarono  soci 
corrispondenti  d' intitolarsi  accademici 
volsci  nelle  loro  opere  stampate,  altri 
d'inviare  all'accademia  alcune  prose  per 
leggersi  nelle  pubbliche  adunanze,  altri 
dedicando  alla  medesima  alcuna  di  loro 
opere.  Frattanto  tutta  Italia  invasa  da 
truppe  straniere  avea  quasi  perduta  la 
tranquillità,  senza  la  quale  è  ben  diffici- 
le poter  attendere  a'  buoni  studi  e  alle 
lettere  amene.  Poco  dipoi  là  penisola  in- 
tera ebbe  a  soffrire  que'  politici  sconvol- 
gimenti che  tennero  oltre  un  lustro  in- 
certi sul  trono  i  sovrani  tutti  d'Europa; 
e  l'accademia  volsca  sen  giacque,  se  non 
dimentica  di  se  stessa,  almeno  nel  silen- 
zio. E  questo  durò  non  solo  il  tempo  del- 
l'occupazione  straniera,  ma  per  ben  4 
luslri.  In  seguito  si  credette  bene  di  ri- 
chiamarla a  vila,allorchè  Velletri  festeg- 
giò l'arrivo  del  cardinal  Pacca  suo  novel- 
lo vescovo  e  preside  ;  e  fu  nella  straor- 
dinaria adunanza  de'q  settembre  i83o, 
che  venne  acclamato  l'insigne  e  dotto  por- 
porato pastore  a  suo  protettore.  Da  quel- 
l'istante la  società  volsca  ricomiuciò  le 
sue  tornate,  e  con  molla  utilità  delle  scien 
te.  e  delle  lettere  di  nuovo  prosperò,  sì 
per  l'impegno  de' soci  residenti,  sì  ancora 


246  VEL 

per  que'  corrispondenti  che  andò  uggre- 
gando.  Prova  non  dubbia  ne  furono  gli 
alti  che  pubblicò:  Alti  della  Società  let- 
teraria Volsca  Velilerna,  volume  i .°, 
Roma  i834,  dedicato  al  cardinal  Pacca. 
II 2.0  volume  vide  la  luce  in  Velletri  nel- 
la tipografìa  di  Domenico  Ercole  1837, 
intitolato  alla  magistratura  comunale  di 
Velletri.  In  essi  si  contengono  varie  dot- 
te dissertazioni  ed  elogi  accademici,  let- 
ti nell'ordinarie  sedute.  D'ambo  i  volu- 
mi, colle  notizie  dell'accademia  volsca, 
ne  die  erudita  contezza  il  eh.  mg/  Fabi 
Montani  ne\V  Album  diRoma,l.^,p,  202. 
Indi  nel  j  83g  si  pubblicò  in  Velletri  dal- 
la tipografia  di  Antonio  Mugnoz  il  3.° 
volume  degli  Alti,  anche  questo  dedica- 
to al  cardinal  Pacca,  contenente  varie  dis- 
sertazioni ed  elogi  accademici,  ossia  no 
scritture  scientifiche,  letterarie  e  di  arti 
belle,  alle  seconde  appartenendo  argo- 
menti riguardanti  Velletri,  che  a  suo  luo- 
go ricorderò.  Tulli  questi  Atti  furono 
stampati  a  spese  del  nobile  comune  ve- 
literno.  Mentre  l'accademia  fioriva  e  so- 
steneva l'acquistata  rinomanza,  facendo 
onore  a  se  stessa  e  alla  patria,  sursero  gli 
acerbi  e  calamitosi  recenti  sconvolgi  men- 
ti, che  tuttora  deploriamo,  e  com'altre 
restò  sospesa  e  sciolta  nelle  sue  bimestra- 
li adunanze.  Per  amore  a'  buoni  studi, 
per  gloria  dell'  inclita  Velletri  capoluo- 
go dell'illustre  legazione  di  Marittima  e 
Campagna,sede  episcopale  e  legalizia  del 
cardinal  decano  del  sagro  collegio ,  mi 
unisco  a  que'  più  colli  cittadini  nel  fare 
ardenti  voli  pel  risorgimento  della  bene- 
merita Società  Volsca  Kelitema,  e  ri- 
viva sotto  i  favorevoli  e  felici  auspici  i  del- 
l'eminente pastore  e  preside,  e  questo  sia 
novello  amplissimo  mecenate  di  essa,  ora 
che  la  città  vanta  maggiori  presidii  pel- 
le lettere  e  per  le  scienze  pel  celebralo 
liceo.  Rilevo  dal  u.97  del  Diario  di  Ro- 
ma del  i844>cne  a'  7  settembre  1843 
con  pubblico  allo  e  approvazione  ponti- 
ficia era  stata  eretta  iti  Velletri  la  So- 
cietà industriale  Enologica,  la  quale  cc- 


VE  L 

lebròa'  1 3  ottobre  1 844  '  primi  comizi 
generali  nell'aula  consigliare  del  palazzo 
municipale,  nella  quale  circostanza  fe- 
steggiò l' inauguramenlo  della  novella 
istituzione.  Nell'apertura  dell'adunanza 
Eurico  Provenzani,  uno  de'  fondatori, 
lesse  un  discorso  in  cui:  »  Dopo  aver  con- 
tato i  molteplici  ordinamenti  che  nac- 
quero dall'associazione  industriale,  e  che 
già  produssero  vantaggiosissimi  effetti, 
discese  a  dimostrare  che  nell'attuale  bas- 
sissimo prezzo  de'  vini,  causalo  dalla  so* 
verchia  abbondanza  del  geuere,rendevasi 
imponente  il  bisogno  di  dar  opera  a  riac- 
quistare quel  primato,  che  un  tempo  si 
ebbe  in  silFatta  produzione,  ed  essere  per 
conseguenza  opportuno,  che  in  questa 
città,  come  luogo  fra'  più  viniferi  della 
penisola,  e  tanto  privilegiato  pel  prospe- 
ramento della  vite,  si  erigesse  uno  stabi- 
limento industriale,  che  avvisasse  a  ritor- 
nare in  prosperità  lo  scadente  commer- 
cio, operando  que'  tentativi  e  quelle  pra- 
tiche, che  si  riconoscessero  le  più  analo- 
ghe e  conducenti  al  fine".  Dopo  ciò  il 
consiglio  generale  procede  per  ischede,  a 
forma  dello  statuto,  alla  nomina  del  pre- 
sidente, del  vice-presidente  e  degli  altri 
membri  del  consiglio  di  direzione.  L'a- 
dunanza era  composta  di  65  votanti,  e 
vi  presero  parte  molti  nobili  romani  e 
di  altre  città  limitrofe,  i  quali  apposita- 
mente eransi  trasferiti  in  Velletri.  De'  di- 
scorsi stabilimenti  di  pubblica  istruzio- 
ne e  educazione,  alcuni  congiungouo  la 
beneficenza;  questa  però  esclusivamente 
si  esercita  da  que'  di  cui  vado  a  parlare. 
E  principiando  da'  monti  fruineutari  e 
di  pietà,  leggo  nella  dedica  del  t.  2  de' 
suddetti  Atti,  che  tra  le  molle  e  savie 
istituzioni  procurate  da'  pubblici  magi- 
strati, merita  il  primo  luogo  l'istituzioi 
dell'annona,  come  quella  che  abbracci 
va  ogui  ordine  di  persone,  di  ricchi  e 
poveri.  Si  denominò  dagli  antichi  Mob 
te  dell'Abbondanza  con  proprietà  di  ve 
caboto,  perchè  veracemente  la  procuri 
va,  anche  quando  la  carestia  aflliggev 


V  EL 

il  paese  cii  collante.  Ebbe  poi  special  cu- 
ra degli  agricoltori,  a'  quali  largamente 
sovveniva   nelle  necessità.  Disgraziata- 
mente a'  giorni  nostri  più  non  è  rimasto 
d'uno  stabilimento  cosi  utile,  che  il  bello 
e  vasto  locale, divenuto  peraltro  inope- 
roso per  la  mancanza  de'  mezzi,  e  per  le 
deplorabili  vicende  de'  tempi.  Dice  in  pro- 
posito il  Da uco,  esisteva  l'abbondanza  pri- 
ma della  legge  del  libero  commercio  ema- 
nata da  Pio  VII, quando  fatalmente  abo- 
lì l' Università  Artistiche  (nel  quale  ar- 
ticolo lumai  a  compiangere  i  risultati  di 
delta  legge),  stabilimento  utilissimo  (co- 
me altrove),  mantenendo  sempre  la  cit- 
tà in  grascia,  e  sicura  in  caso  di  carestia  ; 
e  gli  esistenti  granai  frumentari  potino 
contenere  circa  8000  rubbia  di  grano,  e 
la  sontuosa  dispensa  per  la  conserva  del- 
l' olio  è  capace  di  ricevere  5oo  carichi. 
Inolile  si   legge   nella  citata  prefazione, 
esistere  un  altro  Monte  detto  di  Pietà  a 
sollievo  delle  classe  indigente  istituito  au 
cora  dagli  antichi  magistrati.  L'  oggetto 
principale  fu  quello  di  porre  un  argine  al 
traffico  usuraio,  che  si  esercitava  dagli 
ebrei  a  danno  de' cittadini  bisognosi.  Di- 
poi col  cambiamento  de'  tempi  e  delle  cir- 
costanze  essendo  venuto  meno,  e  crescen- 
do vieppiù,  il  morbo  corrosivo  dell'usu- 
re, dal  pubblico  già  si  correva  al  riparo, 
quando  la  pietà  della  gentildonna  Cate- 
rina Ginnasi  (nipote  del  cardinal  vesco- 
.  vo  di  tal  cognome)  si  tolse  di  gettarne  le 
!  fondamenta;  cresciuto  poi  dalla  diligente 
'Operosità  degli  amministratori,  più  dalla 
jgenerosa  largizione  de' Gregni  nobili  ve- 
ditemi,  e  favorito  in  fine  da  altri  inagi- 
1  strali  comunali,  che   tulio  del  pubblico 
erario  supplirono  il  vuoto  che  l'invasione 
.d'armi  straniere  vi  avea  fatto  nel  cader 
;del  settecento.   Trovo  in  Bauco,  che  la 
•ingoiar  pietà   della   Ginnasi    ristabilì  o 
'quasi  eresse  il  sagro  Monte  di  Pietà  col 
iundoili  3ooo  scudi, acciò  i  poveri  potesse- 
>  ro  avere  ne'  bisogui  impieslanze  con  pa- 
igar  tenue  usura  pel  mantenimento  degli 
impiegali  nel  medesimo;  pio  stabilimento 


V  E  L  *47 

approvato  da  Urbano  Vili  e  dal  vescovo 
nel  1639  e  nel  i64<>.  Eche  il  cav.  Nicola 
Gregna  nel  1 797  fece  erede  del  sua  ricco 
patrimonio  il  Monte  di  Pietà,  per  aumen- 
to del  deposito  in  beneficio  de'  bisogno- 
si, onde  prese  il  nome  di  Monte  Ginna- 
sio Gregna.  Vi  sono  per  la  languente 
umanità  due  comodi  e  ben  regolati  ospe- 
dali, unopegli  uomini,  l'altro  per  le  don- 
ne. Del  1  ."primieramente  riferisce  Bauco. 
Nella  parrocchia  di  s.  Maria  trovasi  la 
chiesa  di  s.  Gio.  Battista  appartenente  al- 
la confraternita  del  Gonfalone,  la  quale 
fu  la  1 ."  fondata  in  Velletri  nel  1  348  nella 
chiesa  di  s.  Maria  in  Pontone  colla  deno- 
minazione de'  Disciplinati  di  s.  Maria, 
chiamata  poi  del  Gonfalone  per  esser  sta- 
ta aggregata  nel  i585  all'arciconfrater- 
nita  omonima  di  Roma,  e  venne  rinno- 
vata nel  1608.  Questa  fratellanza  avea 
la  cura  dell'ospedale  che  fu  diroccato  nel 
i556  per  foitificar  la  città  nella  guerra 
degli  spaglinoli  contro  Paolo  IV,  e  poi 
riedificalo  nel  1 55j.  Il  sodalizio  ebbe  nel 
L'i  00  {a  chiesa  di  s.  Giovanni  in  Plagis, 
che  poi  ripararono.  Entrati  nella  città  i 
religiosi  di  s.GiovannidiDio  obenfralelli, 
la  confraternita  donò  loro  l'  ospedale  col 
sito  che  locircouda,e  più  annui  scudi  100. 
Della  chiesa  però  concesse  ad  essi  il  solo 
uso  neh  588,  per  cui  i  conflati  del  Gonfa- 
lone tornarono  in  questa  chiesa  uel  1815, 
per  essersi  del  tutto  rovinata  quella  di  s. 
Giovanni  in  Plagis.  Da  essa  vi  trasporta- 
rono la  miracolosa  immagine  della  Ma- 
donna della  Coua,  segato  il  muro  su  cui 
era  dipinta;  e  vi  fu  traslato  ancora  il  cor- 
po coll'ampolla  di  sangue  di  s.  Romolo 
martire,  coll'iscrizione,  trovato  uel  cjiui- 
teno  di  s.  Ciriaca.  JNella  delta  chiesa  è 
stimato  il  quadro  esprimente  la  Conver- 
sione di  s.  Paolo.  Nel  n.  129  del  Gior- 
nale di  Roma  del  i85i,  è  descritta  la 
solenne  funzione  del  possesso  preso  nel- 
la chiesa  di  protettole  della  confraterni- 
ta dal  cardinal  Giuseppe  Bofoudi,  a  mez- 
zo di  mg/Fra  nei  vescovo  di  Canata  esuf- 
fiagaueo  di  Velletri.  I  coufrati  da  auti- 


a43  V  E  L 

fidissima  epoca  celebrano  una  solenne 

processione,  detta  de' Misteri  e  Morte  del 

Rendendole  Crocefisso,  nell'anno  seguen- 
te alla  celebrazione  del  giubileo  dell'an- 
no sauto,  eclatante  e  commovente  pel  suo 
religioso  complesso.  Di  un'apposita  ma- 
gnifica fabbrica  cbiamata  Teatro  della 
Passione,  e  di  sopra  indicato,  costruita 
sugli  avanzi  dell'anfiteatro  de'  pubblici 
spettacoli  ne'  tempi  idolatri,  la  confra- 
ternita si  serviva  per  espone  i  detti  sa- 
grosauli  Misteri,  prima  e  dopo  la  pro- 
cessione, ed  eziandio  per  farvi  dell'allu- 
sive rappresentazioni.  Sebbene  nel  i85o 
non  fu  celebrato  l'anno  santo,  i  confrati 
dopo  5  lustri  del  precedente  vollero  rin- 
novare la  processione  e  le  altre  funzioni 
allora  fatte,  la  cui  descrizione  ricavo  dal- 
V Osservatore  Romano  del  i85a  a  p. 
368,  ed  eseguite  nella  settimana  saula  di 
tale  anno.  Pertanto  nella  cbiesa di  s.  Gio. 
battista  sontuosamente  ornala,  i  confla- 
ti nel  venerdì  santo  esposero  in  7  mac- 
elline i  gruppi  di  figura  in  cera  rappre- 
sentanti i  seguenti  misteri:  i.°  Dell'O- 
razione di  Gesù  Cristo  nell'Orlo.  2. "Del- 
la Flagellazione  alla  Colonna.  3.°  Della 
Coronazione  di  Spine.  4»°  Della  Cadu- 
ta sotto  la  Croce.  5.°  Della  Crocefissio- 
ne.  6.°  La  Bara  col  Cristo  morto,  or- 
nata di  magnifica  coltre  e  baldaccbino. 
7.0  La  Vergine  Addolorata.  La  numero- 
sissima processione  uscì  all'ore  7  pome- 
ridiane dalla  cbiesa.  Aprivano  la  marcia 
trombetti  a  cavallo  vestiti  all'antica  mi- 
litare foggia,  seguiti  da  un  drappello  di 
militi.  Molte  coppie  e  gruppi  di  fratelli, 
e  le  famiglie  religiose  de'  minori  osser- 
vanti e  cappuccini, lutti  con  cerei  accesi, si 
alternavano  fra  una  macchina  e  l'altra; 
fratelli  cantori,  cori  e  concerti  musicali 
innanzi  ciascuna  delle  medesime  cantan- 
do inni  e  strofe  proprie  di  cpiel  giorno 
di  mestizia  rendevano  pili  commovente 
1  appaiato.  Buona  parte  del  battaglione 
cacciatori  pontificii  ili  stazione  in  Velie- 
tri  faceva  ala,  eseguiva  la  processione 
Sagro  oratore  nella  piazza  deila  chiesa 


V  E  L 

stessa  additava  al  popolo  divoto  quanto 
il  di  vin  Redentore  soffrisse  per  la  salute 
dell'innati  genere;  e  quale  e  quanto  sia 
il  debito  di  questo  di  osservar  la  sua  s. 
legge,  di  amarlo  e  servirlo  insieme  all'a- 
morosissima Vergine  compagna  e  parteci- 
pe de'  suoi  dolori.  Progrediva  il  divoto 
corteggio  sino  alla  piazza  del  Comune, 
ove  fatta  sosta,  un  sacerdote  della  con- 
gregazione e  pia  società  della  Regina  de- 
gli Apostoli, asceso  il  pergamo,  l'affollato 
popolo commoveva  a  dolore,  lo  conduce- 
va a  detestare  il  peccalo,  e  lo  rinfiamma* 
va  di  divozione  verso  la  Passione  ilei  Si- 
gnor Nostro  Gesù  Cristo,  e  verso  la  Ver- 
gine Addolorata.  Dalla  ricordala  piazza 
moveva  di  nuovo  la  processione,  e  giun- 
geva all'altra  che  si  estende  incontro  la 
fabbrica  denominala  l'antico  Teatro  del- 
la Passione,  ed  ivi  in  bell'ordine  schiera- 
ti i  fratelli,  i  religiosi,  e  le  macchine  ri- 
schiarate dall'immenso  numero  di  cerei, 
nuovo  discorsosi  dirigeva  da  un  p.  pas- 
sionista  appositamente  chiamato,  al  fol- 
to popolo,  che  con  edificazione  l'ascolta- 
va ad  onta  della  pioggia  che  cadeva.  Al- 
tro discorso  era  stabilito  nella  piazza  del 
Trivio;  ma  questo  interrotto  dall'acqua 
che  in  maggior  copia  sopravvenne,  fu  for- 
za troncarlo  per  affrettare  il  ritorno  al- 
la chiesa,  che  senza  alcun  sinistro  ebbe 
effetto  circa  le  ore  io  pomeridiane.  Sino 
a  tutla  la  domenica  inAlbis  le  macchi- 
ne co'gruppi  restarono  esposte  alla  pub- 
blica venerazione  nella  medesima  chiesa 
di  s.  Gio.  Battista,  e  così  le  popolazioni 
delle  vicine  città  e  paesi,  per  le  quali  era 
corsa  la  voce  delle  ss.  Rappresentazioni, 
ebbero  agio  di  concorrere  in  numero  qua- 
si incredibile  a  visitarle,  e  per  lucrare  la 
plenaria  indulgenza  concessa  da  Papa  Pio 
IX  tanto  nel  dì  della  processione  quan- 
to nella  domenica  in  Albis,  giorno  in  cui 
con  nuova  religiosa  pompa  e  con  ben  in- 
dicalo discorso,  recitato  nella  spaziosa 
piazza  della  chieda  al  popolo  all'oliato  da 
sagro  ministro  del  santuario,  colia  bene- 
dizione del  ss.  Sagraujculu  si  die  fine  alla 


V  E  L  V  E  L  349 
pia  funzione.  La  confraternita  colle  sue  5  aprilei  818  per  l'inferme,  prossimo  u 
.-ciioe  rendite  non  avrebbe  potuto  soste-  quello  degli  uomini,  e  cuoi 'esso  sotto  la 
nere  l'incarico  di  tanta  solenne  rappre-  parrocchia  di  s.  Maria  in  Trivio,  al  cui 
Millanta,  se  i  fedeli  e  sopra  tutto  il  ruu-  parroco  appartiene  la  giurisdizione  spi- 
nicipio,  il  vescovo  cardinal  Macchi,  il  prò-  rituale.  E'  governato  e  assistito  da  donne 
lettore  del  sodalizio  cardinal  liofoudi,  il  infermiere,  con  molta  carila  e  pulizia. ila 
principe  Ginnetti  Lancellotli,  ed  altre  co-  una  particolare  amministrazione,  ed  è 
•piene  persone  sì  ecclesiastiche  che  lai-  regolato  da  deputati  eletti  dal  vescovo, 
the  non  avessero  concorso  con  generose  Le  rendite  sono  sufficienti,  e  provengo- 
largizioni.  L'ospedale  dunque  de'benfra-  no  parte  da  donazioni  caritatevoli, e  par- 
lei  li  fu  promosso  nella  nuova  fabbrica  at-  te  dalle  rendite  del  soppresso  convento 
tnale  nel  1  6o5,  concorrendovi  alla  spesa,  de'frali  del  terz'ordine,  e  del  monastero 
ode  il  comunale  erario,  la  pietà  ancora  de'  monaci  basiliani,  per  concessione  di 
de'pi  ivati.  Dal  comune  erano  stati  già  as-  Pio  VII  elei  i  8  1  5.  Nel  1809  fu  eretta  in 
segnati  pel  mantenimento  dell'ospedale  ciascuna  parrocchia  la  compagnia  delle 
degl'infermi  scudi  200  lino  dal  1590,  in-  sorelle  della  Carità  istituita  da  s.  Yinecn- 
di  accresciuti  a  24°-  1^'  mantenimento  ?.o  de  Paoli,  in  sollievo  de' poveri  infer- 
de'  religiosi  e  dell'  ospedale,  vi  sono  an-  ini,  con  approvazione  del  vescovo  cardi- 
che  le  rendite  fisse,  e  il  prodotto  delle  sii-  nal  Autonelli.  L'arciprete  della  cattedra- 
pa Iasioni  de' testamenti  che  si  stipulano  led.  Domenico  Mazzoni  dichiarò  la  coni- 
nella  città  e  nel  territorio,  d'  uno  scudo  pagnia  esistente  nella  medesima,  erede 
per  ciascuno,  per  disposizione  del  1817  de'suoi  beni  nel  i83i,  col  peso  di  som- 
di  Pio  VII.  I  henfratelli  impiegano  la  lo-  ministrare  due  doti  annuedi  scudi  3oalle 
10  opera  nella  continua  assistenza  degli  pui  povere  eonestezitelle  della  stessa  par- 
infermi,in  numero  maggiore  o  minore  a  rocchia,  che  abbiano  frequentato  la  dot- 
proporzione  del  bisogno  dell'ospedale.  E  trina  cristiana,  e  ne  abbiano  dato  pub- 
< ] •  1  i  va  fatta  men/.ioned'uua  di  quelle  isti-  blico  saggio  alla  presenza  de'superiori  ec- 
tuzioui  di  carità, che  in  Velletri  non  man-  clesiastici.  Le  dotate  devono  intervenire 
cano, anzi  van  crescendo.  Nel  marzo  1  844  a"a  solenne  processione  nella  solennità, 
si  aprì  un  ospizio  notturno  per  dare  un  della  Madonna  delle  Grazie.  Altro  pio  cit- 
ricovero  a  (pie'  poveri  cittadini  veliterui  ladino  Salvatore  Scandelloni  con  testa- 
privi  di  tetto,  presso  il  convento  di  s.  Gio.  mento  del  169  ^aperto  nel  i697,lasciò  al 
di  Dio  con  18  letti.  Ne  fu  istitutore  il  p.  capitolo  della  cattedrale  scudi  7300,00! 
Giuseppe  M."  Fedeli  priore  de'  benha-  peso  di  distribuire  ogni  anno  8  sussidii 
lelli,  lodalo  per  la  somma  carità  da  lui  dotali  alle  zitelle  povere  veliterne;  orili- 
nvita  verso  gl'infermi, e  per  l'avanzameli-  Dando  che  si  preferissero  le  sue  consan- 
to delle  rendite,  non  meno  per  la  poli-  guinee  ed  all'ini  sino  al  grado  più  remo- 
te/za e  miglioramento  delle  corsie  del  ine-  lo.  Il  vescovo  cardinal  Barberini  giunio- 
desimo.  L'ospizio  notlurnoapresi  alleore  re, stimando  che  tale  disposizione  avreb- 
24.  I  poveri  ivi  riuniti  vengono  istruiti  be  prodotta  non  poca  confusione,  la  re- 
nella dottrina  cristiana,  e  dopo  la  recita  strinse  sino  al  grado  io.°  inclusi vamen» 
ilei  s.  Rotano  vanno  a  riposo.  Nella  mal-  te.  Nel  1837  penetrata  in  Roma  e  altri 
(ma  di  buon'ora  apresi  l'ospizio  onde  pos-  luoghi  la  Pestilenza (V .) del cholera, Tat- 
iana Buda  re  •'  loro  lavori.  L'  erario  co-  tento  magistrato  veliterno  prese  le  più  e- 
iniiuale  somministra  scudi  1  o  mensili  per  nergiche  e  provvide  precauzioni  per  te- 
siipplne  alle  spese  di  questo  caritatevole  ner  lontano  il  terribile  morbo,  e  salvare 
istituto.  L'ospedale  per  le  donne,  deuo-  la  trepidante  popolazione,  che  descrive  il 
minato  s.  Maria  della  Salulc,  fu  cretto  u'  cau.  Bauco,  insieme  ali'  mvocato  aiuto 


2  To  V  E  L 

divino,  interponendo  P  autorevole  me- 
diazione della  sua  benefica  pi  oteltriceMn- 
ria  ss.  tifile  Grazie  esposta  per  più  mesi 
alla  comune  divozione.  Tenendo  per  fer- 
mo i  religiosi  velilerni  d'essere  stati  pre- 
servali dal  flagello  prodigiosamente  dal- 
la loro  celeste  avvocata,  si  obbligarono 
con  voto  a  stretto  digiuno  con  vigilia  nel 
giorno  antecedente  alla  festa  dell'Imma- 
colata Concezione.  Fra  le  cure  operate  in 
tal  frangente,  inerendo  in  parte  all'  in- 
giunzione della  s.  Consulta  e  commissio- 
ne sanitaria  di  Roma,  nello  stesso  1 837 
fu  costruito  il  pubblico  cimitero;  ma  sic- 
come non  pare  che  si  fossero  eseguite  le 
norme  analoghe  prescritte  da  delta  au- 
torità, non  riuscì  di  pubblica  soddisfizio- 
iif,  anche  per  la  località  in  cui  esiste;  e 
nel  i855  ancora  non  avea  cambiata  con- 
dizione. Imperocché  del  eh.  d.r  Achilie 
Monti  (che  lodai  altrove  qual  savio,  pia- 
cevole, veritiero  e  franco  scrittore, ed  in- 
sieme elegante  poeta,  le  cui  encomiate 
produzioni  si  ammirano  nt\l' Album,  nel 
t.  23  del  quale  a  p.  167  il  suo  degno  a- 
niico  Basilio  Magni  vehierno  celebrò  le 
sue  Odi  pubblicate  nel  1  856  in  Firenze, 
per  avere  accoppiato  a'  pregi  poetici  del 
Parini,  quello  morale  e  tanto  necessario 
a'nostri  tempi, di  riprendere  a  viso  aper- 
to i  vizi  della  maggior  parte  degli  uomi- 
ni. Con  tali  sensi  eziandio  si  parla  di  sue 
produzioni  nell'Eptacordo  di  Roma,  Del- 
l'Enciclopedia  contemporanea  di  Fano, 
e  nella  Cronaca  di  Milano;  poiché  onora 
il  gran  nome  del  celeberrimo  poeta  Vin- 
cenzo Monti  qual  suo  pronipote  e  ascen- 
dente), si  legge  nell'Album  di  Roma  del 
novembre  1 855,  t.  22,  p.  3o  1 ,  questa  let- 
tera diretta  al  direttore  del  medesimo 
Ciiv.  De  Angeli».  «  Sono  stato  a  questi 
giorni  per  diporto  iti  Vclletri,  e  visitan- 
done lo  squallido  cimitero  con  l'ottimo 
mio  amico  Basilio  Magni  (egregio  e  Io- 
dato poeta  veliterno,  di  cui  nel  periodi- 
co in  discorso  ci  diede  bellissimi  compo- 
nimenti), mi  lesse  un  suo  carme  chea  me 
parve  assai  bello,  e  del  quale  io  intendo, 


VEL 
se  cos'i  le  piace,  far  dono  al  ino  pregevole 
Album.  Le  sia  gradita  l'offerta  perchè  (se 
P  amicizia  non  m'inganna)  sillalti  versi 
potranno  fare  leggiadra  mostra  di  se  fra 
gli  altri  oiiil'  Ella  spesso  adorna  qne>to 
giornale".  L'elegantissimo  carme  è  an- 
che grave,  morale  e  commovente  ;  caldo 
di  patria  carità  e  del  suo  decoro,  non 
che  di  affetto  e  riverenza  per  gli  estinti 
parenti  e  concittadini,  pe'  quali  con  esso 
il  lodalo  veliterno  volle  infiammare  i  vi- 
venti a  rendere  il  cimitero  augusto  e  o- 
norato,  degno  della  città.  Intitolò  il  com- 
ponimento: Il  cimitero.  AL  can.  d.  Lui- 
gi Angeloni, Basilio  Magni  da  Vclletri. 
Carme. 

La  popolazione  di  Velletri  ,  se  consi- 
derata viene  in  quello  che  poteva  essere 
stata  nel  suo  maggiore  auge  in  tempo  de' 
volsci,  o  nell'epoca  della  sua  repubblica, 
o  anche  posteriormente,  doveva  essere 
assai  considerabile;  poiché  se  per  poco  si 
osservi  il  vuoto  che  ora  trovasi  Ira  le  mu- 
ra dirute  della  città  e  il  presente  fabbri- 
cato ,  dovrà  naturalmente  supporsi  che 
in  que' tempi  dovea  essere  tutto  ripieno 
di  case  e  abitato.  Confermano  la  congettu- 
ra gli  armamenti  che  la  città  faceva,  met- 
tendo da  se  sola  in  piedi  truppe  propor- 
zionate a' nemici  che  combatteva  ,  oude 
dentro  le  sue  mura  il  popolo  doveva  es- 
servi assai  numeroso.  Le  continue  e  lun- 
ghe guerre  adunque,  e  le  frequenti  pesti- 
lenze a  cui  soggiacque ,  debbono  essere 
slata  la  cagione  della  notabile  diminu- 
zione de'suoi  abitanti.  Ora  poi,  a  propor- 
zione del  fabbricalo,  la  popolazione  é  nu- 
merosa, nella  quantità  riferita  di  sopra, 
anzi  osservo  rimarcabile  aumento  annuo. 
Nelle  stagioni  d'aulunuoe  d'inverno  si  ac- 
cresce d'un  3.°  il  numero  degli  abitanti, 
pe'molli  forastieri  che  vi  si  recano  alla 
coltivazione  delle  vigne  e  de' campi.  Ra- 
gionando il  can.  Dauco  dell'indole,  costu- 
mi, carattere  de'  veliterni ,  li  dice  gene- 
ralmente d'elevala  statura,  coloriti  e  ili 
robusta  complessione;  laboriosi,  facili  ad 
essere  governali,  coraggiosi,  impetuosi  e 


V  E  L 

perciò  pronti  alle  mani.  L'amor  patrio  è 
fri  grande,  che  dillìcilmente  si  adattano  a 
vitrei  e  altrove; e  se  alcuno  n'esce,  non  può 
fare  a  meno  di  presto  ripalriare.  Ciò  sia 
detto  in  generale.  Sono  i  veiiterni  alle- 
gri, amanti  de'diverlimenti,  ed  accorrono 
in  folla  «'pubblici  spettacoli  tli  corse,  fe- 
stini, teatri  ec.  Il  vestire  degli  uomini  è 
comune  a  quello  di  tutta  l'Italia.  Le  don- 
ne sonod'una  statura  proporzionata,  d'a- 
spetto avvenente,  di  colore  bello  e  viva- 
ce: usano  un  vestiario  proprio  detto  alla 
vcliterna,  non  comune  agli  altri  paesi.  Le 
possidenti  vestono  con  gran  lusso,  e  con 
molla  ricchezza  e  leggiadria.  Le  dante  e 
molte  altre  donne  d'  ogni  condizione  si 
adattano  al  vestiario  romano.  Tutta  la 
popolazione  viene  formata  dalleclassi  de 
nobili,  de'ci  vili,  degli  artisti  e  della  plebe. 
La  massa  del  popolo  è  impiegata  nella 
coltivazione  de'campi  e  delle  vigne.  Di- 
mostra l'esperienza  de'secoli,  che  i  veli- 
terni  sempre  mostrarono  feroiez/a  e  co- 
stanza,perseveranza  ne'propri  sentimenti; 
ciò  forma  il  loro  carattere.  Dal  ^3o  cir- 
ca, in  cui  si  sottomisero  al  principato  tem- 
porale de I  Papa,  sempre  gli  mantennero 
intera  ubbidienza  e  costante  fedeltà,  non 
ostante  le  critiche  circostanze  e  le  perse- 
cuzioni. Laonde  i  Papi  li  ricolmarono  di 
singolari  piivilegi,d'  esenzioni  e  di  doni, 
pieci[uiamente  s.  Gregorio  VII,  Urbano 
II,  Pasquale  li,  Gregorio  IX,  Martino  IV, 
Bonifacio  Vili,  Giovanni  XXII,  Urbano 
V,  Urbano  VI,  Bonifacio  IX,  Martino  V, 
Eugenio  IV,  Nicolò  V,  Calisto  HI,  Pao- 
lo II,  Sisto  IV,  Alessandro  VI,  Leone  X, 
Paolo  IH,  Pio  IV,  Urbano  Vili  e  Gre- 
gorio XVI.  Così  il  sagro  collegio  de'car- 
dinali  in  diverse  epoche.  Nel  i  849  non 
mancarono  traviati,  ma  furono  pochissi- 
mi in  proporzione  della  massa  de'  citta- 
dini fetidi  alla  s.  Sede.  Non  pochi  veli- 
terni  coli' armi  e  collo  studio  si  resero  il- 
lustri nelle  dignità  civili  ed  ecclesiastiche 
(alcuno  anche  nelle  arti),  le  cui  gesta  ce- 
lcbiarouo  i  patrii  storici, come  Theuli.nel 
lib,  2,  eap.  7,  Famiglie  nobili  agg/rga- 


VEL  *5i 

/<■  ycap.  S,Farniglie  congi tinte ;cnp.Cf,F<i' 
tniglie  estinte;  cap.  1  o,  Persone  illustri  in 
dignità,  cap.  1  1 ,  Persone,  illustri  in  dot- 
trina; cap.  1 2,  Persone  illustri  in  armi; 
Alessandro  Borgia  ,  nella  Storia  della 
Chiesa  ecittà  di  Fellelri; Ricchi,  nel  cap. 
?.5,  Soggetti  illustri  di  Felle  tri  ;  Bilico 
nella  Storia  d'i  cui  di  preferenza  tanto  mi 
vado  giovando,  e  perciò  con  lui  secondo 
le  epoche  in  cui  fiorirono  ne  firn  onore- 
vole menzione,  egli  stesso  essendo  un  il- 
lustre e  benemerentissimo  velitèrno.  Di 
questo  degnissimo  canonico  della  catte- 
drale basilica  e  già  maestro  nel  patrio  se- 
minario, mi  scrisse  nel  i854  l'illustre  co- 
rano e  accademico  volsco  Vincenzo  Tom- 
maso Marchetti.»  Nacque  nel  1 7  7  7  e  mo- 
rì compianto  nel  principio  di  gennaio 
1  854, quasi  ottuagenario,  sostenendo  l'o- 
norevole incarico  di  1 .°  anziano  esercente , 
e  come  tale,  in  veste  talare  ecclesiastica, 
col  magistrato  umiliò  i  patrii  omaggi  in 
Porto  d'  Anzio  al  regnante  Papa  Pio  IX 
nel  maggio  1 853,  il  quale  benignamente 
si  degnò  graziosamente  chiamarlo  il  no- 
vello Tito  Livio  di  Velletri,  eccitandolo 
a  qualche  altra  storica  produzione.  Ed 
egli  quasi  presago  della  prossima  sua  di- 
partita ,  rispose  con  rispetto:  Che  la  sua 
senile  età  non  più  ciò  gli  permetteva.  Può 
pure  dirlo  francamente,  perchè  ciò  in  Vel- 
letri e  in  tutta  la  diocesi  si  rese  pubbli- 
camente notorio.  Era  egli  sacerdote  di 
somma  pietà,  e  di  amor  patrio  caldissi- 
mo, a>ci  il  to  all'accademie  Folsca  di  Vel- 
letri, degl'  Intrepidi  di  Cori,  dell'  Imma- 
colata Concezione  di  Ptoma,  e  ad  altre;  de- 
gno d"  ogni  elogio  per  le  sue  opere,  nelle 
quali  risplende  d  di  lui  carattere  ingenuo 
e  leale,  e  finalmente  era  stretto  in  paren- 
tela col  veti.  p.  Filippo  Visi  minore  os- 
servante, la  cui  madre  era  della  famiglia 
Baino  veliterna  ".  Avverte  l'encomiato 
storico,  che  i  due  mentovati  Theuli  e  Bor- 
gia pretesero  annoverare  tra'loi  o  concit- 
tadini illustri  tulli  i  Papi  della  famiglia 
Conti  de'Conti  di  Segni,  d'Anagni  e  del 
Tusculo,  credendoli  disceudenti  della  fu- 


2^2  VEL  VEL 
miglia  Ottavia  veliterna,  ma  presero  al)-  proprio  sesso,  sedavano  le  dissensioni  nel- 
baglio.  Le  scienze  furono  coltivale  e  tut-  le  famiglie,  lodevole  e  proficuo  costume 
torà  si  coltivano  da' veti  terni;  in  ogni  se-  trasandalo  non  sono  molli  anni.  Corniti* 
colo  qualche  soggetto  col  suo  sapere  die  ciato  nel  i  ^>49>  il' vescovo  e  governatole 
lustro  alla  patria  e  rinomanza  a  se  stesso,  cardinal  De  Cupis,  per  meglio  stabilirlo 
Ora  non  mancano  buoni  ingegni  e  perso-  nel  i55o  istituì  il  magistrato  òe'Conser* 
ve  sapienti,  vescovi  e  altri  prelati.  Velletri  valori  della  pare,  i  cui  capitoli  nel  i56o 
iin  dalla  sua  più  remota  antichità  setn-  confermò  il  cardinal  Serbelloni.  Esiste- 
pre  rimeritò  i  cittadini  magnanimi,  sa-  vano  in  Velletri  le  università  artistiche, 
pienti  e  valorosi  col  distintivo  d'un  par-  formanti  diverse  classi,  ciascuna  a  vendè 
ticolare  ceto,  che  dal  comune  del  popò-  i  propri  ufficiali  di  camerlengo  e  duecoo- 
lo  li  separasse,  aggregandoli  a  quello  no-  soli,  a'quali  spettava  decidere  le  vertenze 
bile;  il  che  domandarono  molle  famiglie  nate  Ira  gli  artisti.  La  i  ."  era  la  nobile  u- 
illushi  forastiere,  per  essere  ascritte  alla  Riversila  degli  Agricoltori,  quindi  degli 
nobiltà  veliterna,  come  apparisce  dall'ai-  Ortolani, de'Falegnami,de'Muratori,  ile' 
bo  delle  nobili  famiglie.  Ma  avverte  an-  Ferrai,  de'Calzolui,  de* Sarti  e  de'  IVlulut- 
che  il  Rauco,  che  non  può  chiamarsi  ve-  lieri.  Tutte  queste  università  aveano  sta- 
ra nobiltà  generosa  ,  se  non  è  accompa-  luti  particolari  e  leggi  per  regolare  i  loro 
guata  dalla  scienza  e  da  azioni  virtuose;  mestieri;  aveano  chiesa  o  cappella  perle 
la  ricchezza  soltanto  la  rende  più  lumi-  loro  particolari  divozioni,  ove  venerava- 
nosa  !  Per  lungo  tempo  si  mantenne  in  no  un  loro  santo  protettore,  di  cui  cele- 
Yelletn  l'antico  costume,  che  ne'pubbli-  bravano  la  festiva  annua  ricorrenza.  Tut- 
ci  contralti,  oltre  il  giuramento,  che  suo-  te  queste  università  nella  pubblica  solen- 
Je  farsi  del  ss.  Nome  di  Dio  ,  aggiunge-  ne  processione  dell'Assunta  sotto  le  par- 
vasi  quello  per  la  s.  Sede  e  per  la  salute  ticolari  loro  insegne  incedevano  co' loro 
del  Papa.  Gli  antichi  romani  celebrava-  consoli  e  camerlengo.  Pio  VII  abolì  tut- 
no  l'annuo  convito  politico  o  civile,  in  cui  tei'  Università  artistiche,  e  lerminòque- 
rmniti  tutti  i  cittadini  di  ciascuna  con  tra-  sia  costumanza  sì  antica  e  vantaggiosa, 
da  aveano  per  iscopo  la  conservazione  come  la  qualifica  pure  Banco.  Il  Theuli 
della  pace  tra  loro.  Altrettanto  si  prati-  ne  pai  la  più  circostanzialo,  nomina  i  san- 
cava  tra' parenti,  per  togliere  in  quella  li  patroni  di  ciascuna  uni  versila  e  quando 
lieta  occasione  ogni  rancore  qualora  fos-  ne  celebravano  la  festa,  dicedelleolneseo 
se  insorto.  Sì  lodevole  usanza  fu  imitata  cappelle  da  loro  possedute,  nota  qualche 
da'veliterni.  Sceglievasi  un  soggetto  della  pretensione  di  precedenza,  e  aggiunge  al- 
conlrada  o  del  rione  per  fare  la  spesa,  le  riferite  quelle  degli  Speziali  per  3.' con 
alla  quale  tutti  contribuivano,  e  perap-  s.Lorenzo  martire  per  protettore, de'Piz- 
parecchiareil  banchetto  con  ordine  e  pu-  zicaroli,  de'Macellari.de'Fornari,  de'Mo- 
Jizia  :  qnesli  veniva  appellato  capo-con-  linari,  degli  Osti.  Quanto  alla  processio- 
Irada.  Così  teuevansi  uniti  gli  animi  de'  ne,  che  dice  del  ss.  Salvatore,  questa  a- 
cilladini,  e  si  spegnevano  i  concepiti  odii,  vea  luogo  anche  nella  vigilia  dell'Assunta 
produttivi  di  fatali  conseguenze.  Cono-  (come  in  Roma),  eciascuna  università  do- 
scendosi  troppo  necessario  il  manleni-  vea  portare  due  torcie  accese  nell'andare 
mento  della  pubblica  concordia  ,  deter-  e  nelritorno,le  quali  restavano  per  servi- 
mmo il  pubblico  consiglio  d'eleggere  an-  zio  della  chiesa.  Fino  ali  83  i  fu  in  vigo- 
umilmente  Uué  nobili  e  due  dame  per  re  un  uso  assai  utile  alla  tranquillità  deli! 
ciascuna  parrocchia  per  1'  ufficio  di  pa-  città  e  delle  famiglie.  Tranne  le  feste  di 
cieri,  e  tali  si  pubblicavano  nella  4-  do-  IS. itale,  di  s.  Antonio  abbate  e  di  s.  Ln- 
weaica  di  quaresima;  quindi  ognuno  col  eia,  a  due  ore  di  notte  per  lo  spazio  d'un 


V  E  L 

ijimito  d'ora  con  tocchi  suonava  la  cam- 
pana del  pubblico  palazzo,  segno  denomi- 
nato sgherrana.  Ciò  avvisava  le  bettole, 
i  calle  e  tutti  i  ridotti  di  doversi  chiude- 
re; e  compito  il  suono  ogni  cittadino  do- 
\ea  girare  per  la  città  con  lume.  Sortiva- 
no  poi,  primi  i  birri  e  indi  i  carabinieri 
pel  mantenimento  della  quiete,  e  tal  voi. 
ta  arrestavano  i  malandrini,  che  as»ai  te* 
mevano  quel  suono.  Tali  disposizioni  og- 
gidì non  hanno  più  luogo,  essendo  la  ci t- 
là  bene  illuminata  con  appositi  lampioni. 
Nel  governo  del  cardinal  Della  Somaglia 
;  fu  tolto  alla  nobiltà,  che  uno  di  essa  fos- 
se scelto  da'pi'iori  a  capitano  onde  pi  esie- 
j  dorè  e  regolare  la  fiera  di  s.  Clemente  (da' 
23  novembre  a  tutto  li  2  dicembre,  ed  é 
riportata  nelle  Notizie  di  li  orna  tra   le 
principali  dello  stalo):  avea  l'autorità  as- 
soluta di  decidere  e  giudicaretultelecon- 
troversie,  assistito  da  un  corpo  di  truppa 
urbana,  che  di  giorno  e  di  notte  curava  la 
tranquillità  della  città.  Il  Theuli  parla  pu- 
re della  fiera  de'  1  5  agosto  e  seguenti  8 
giorni,  la  quale  fu  soppressa;  come  ante- 
riormente lo  era  stala  quella  di  10  giorni 
per  la  festa  di  s.  Eletiteiio.  Ora  oltre  la 
detta  fiera  franca  di  s.  Clemente,  altra  si- 
mile parimente  di  10  giorni  comincia  il 
i.°  lunedì  di  maggio.  Ogni  sabato  vi  è  il 
mercato  fianco  ,  a  cui  concorrono  moltis- 
simi foiustieri.  L'industria  della  massa  del 
popolo  veliteruo  è  la  coltivazione  delle  vi- 
gne e  de'  campi,  il  che  forma  tutta  la  1  ic- 
chezza  della  città.  La  vicinanza  di  Roma 
fa  si,  che  non  vi  sia  molta  industria  di  ma- 
nifatture, e  poco  vi  si  esercitino  le  arti  li- 
berali. INon  mancano  però  degli  archilei  li, 
de'pittori  (Lello  da  Velletri  fu  antichissi- 
mo e  rinomato  pittore),  e  de' filarmonici. 
Numerosi  ponno  coniarsi  gli  ai  listi  in  ogni 
genere  di  mestiere,  fabbriche  di  cappèlli, 
due  stamperie,  legatori  di  libri,  orolo gin- 
ri,  argentieri,  ricca  ed  eccellente  fabbrica 
di  cera,  fabbriche  di  sapone,  5  speziarle, 
droghieri,  mercanti  di  panui  e  altre  mer- 
ci, f)  molini  da  olio.  Mirabile  opificio  a  va- 
pore muove  3  grosse  pietre  per  macinare 


V  E  L  *53 

il  grano,  ed  una  caldaia  molisce  le  olivi*. 
Nel  medesimo  opificio  oraè  staloaggiuu- 
lo  il  molino  a  vapore  per  macinare  l'oli- 
ve ed  eslrarvi  l'olio;  ed  altra  macchina  per 
la  fabbrica  delle  paste  commestibili.  1  ne- 
gozianti di  fino, di  grano, d'olio, di  legna- 
me, di  bestiame,  di  ferro  vi  sono  in  abbon- 
danza. Dall'esteso  e  fertile  territorio,  nelle 
buone  stagioni  ,  non  ricavasi  meno  di 
1 4)000  bolli  di  vino  all'anno  di  barili  1 6 
ciascuna;  il  che  forma  il  ramo  precipuo  e 
ricco  del  commercio  veliterno.  L'esporta- 
zione si  fa  specialmente  con  Roma;  ogni 
giorno  sene  estrae  quantità  considerabi- 
le ,  che  sorpassa  in  tutto  l'anno  8,000 
botti  d'ogni  specie.  11  vino  è  d'ottima 
qualità, salubre  e  difficile  a  guastarsi.  Pli- 
nio registrò  fra'vini  migliori  vicini  a  Ro- 
ma, dopo  il  Falerno,  que'di  Velletri  e  di 
Piperno,  come  rileva  Theuli;  e  Sezze  fu 
rinomata  pe'suoi  vini,  come  si  legge  nel- 
la Dissert.  del  vino,  del  d.r  Ercole  Me- 
taxà  presso  il  t.  3  degli  Atti  della  Socie- 
tà Volsca.  Dell'acquavite  e  dell'acetose 
ne  fa  buon  commercio.  Da  alcuni  anni  si 
adottò  il  taglio  annuale  della  selva  comu- 
nale con  regolare  sistema, e  si  è  aperto  un 
ramo  di  nuovo  commercio  di  legni  da 
costruzione  e  di  carbone;  oltre  quello  che 
esisteva  delleselveceduede'cittadiui. Seb- 
bene raccolgasi  da  questo  suolo  quanti- 
tà di  grano,  di  biade,  d'  olio  e  di  gran» 
turco,  pure  non  è  sufficiente;  onde  buo- 
na parte  di  tali  generi,  come  ancora  di 
carni  porcine,  polli,  uova  (però  a'tempi  di 
Virgilio  erano  abbondanti  e  perfette,  per 
le  quali  disse  Oviferasquc  P'elitras),  ca- 
stagne, legumi,  provengono  in  Velletri 
dalle  città  e  terre  di  Marittima  e  Cam- 
pagna. Numerosi  sono  gli  spacci  delle  vet- 
tovaglie d'ogni  sorte  ,  e  la  vicinanza  del 
mare  e  di  vari  laghi  fornisce  sempre  ab- 
bondante e  fresco  pesce.  Conclude  il  Bau- 
co:  Sembrami  non  esagerare  asserendo, 
che  nelle  due  provincie  di  Marittima  e 
Campagna  non  vi  è  città  o  terra  più  po- 
polala ,  più  comoda ,  più  abbondante  e 
pi  ù  commerciante  di  \  elicli  i.  In  falli  chi 


a54  V  E  L 

mira  nella  barriera  i  numerosi  giornalie- 
ri corri,  che  nella  città  provengono  dal- 
la via  di  Moina  per  estrarre  vino,  acqua- 
vite e  aceto;  o  vede  dall'altra  via  di  La- 
riano  tutte  le  derrateche  vi  entrano  dalla 
parte  della  provincia  di  Campagna,  resta 
ammirato,  o confessar  deve,  che  un  porto 
di  mare  non  presenterebbe  somigliante 
giornaliero  movimento  e  commercio. 'Or- 
mai Velletri  è  vicina  ad  essere  arricchita 
dtUaStradaferrataPio-  Latina  da  Roma 
al  confine  Napoletano,  con  sua  stazione, 
perciò  quasi  quasi  non  le  rimane  altro  da 
desiderare,  il  Telegrafo  (meraviglioso  tro- 
vato che,  pel  fremilo  arcano  d'un  filo  me- 
tallico, trasmette  le  novelle  colla  celerilà 
della  folgore,  quasi  furandone  a  lei  me- 
desima una  scintilla;  come  di  recente  lo 
qualificò  da  par  sua  la  Civiltà  Cattoli- 
ca )  avendolo  nella  vicina  Terracina. 
Quando  si  trattò  della  linea  di  ferrovia 
da  lìoma  a  Cepruno,  coll'unica  stazione 
di  Velletri,  dove  doveano  direttamente 
confluire  le  due  diramazioni  del  Porto 
Nerouiano  presso  Anzio,  e  di  Tivoli  sotto 
lJalestrina,il  consiglio  comunale  de'24  di- 
cembre 1 848  ùnanimamente  votò  100,000 
scudi.  Oltre  la  ferrovia  ,  Velletri  è  stala 
colla  i."  stazione  distinta,  e  si  erigerà  pres- 
so porta  Napoletana.  De' diversi  governi 
cui  soggiacque  Velletri  vado  a  parlarne 
nel  corso  dell'articolo.  Da  quello  de'Pa- 
pi  fu  decorala  di  molti  privilegi,  e  di  e- 
stensione  di  territorio  coll'aggiunta  de'ca- 
stelli  e  lenutediLariano  e  Faggiola,  con- 
quistali col  valore  de'veliterni,  in  premio 
di  sua  fedeltà  e  de'prestali  servigi,  mas- 
sime in  reprimere  le  torbide  fazioni  su- 
scitale da'Frangipani,  Colonnesi,  Savelli, 
e  altri  potenti  e  prepotenti.  Prima  che 
fossero  da  Pio  VII  incamerati  tulli  i  be- 
ni comunali  dellostalo,  Velletri  dalla  sua 
possidenza  di  delle  due  tenute  e  da  altre 
minori  possessioni  incassava  circa  18,000 
scudi  annui;  per  cui  assai  tenui  erano  i 
dazi  comunali  ,  e  la  popolazione  viveva 
nella  massima  tranquillila  e  abbondanza. 
Di  queste  sue  possidenze  ora  gli  è  resta - 


V  EL 


ta  la  ricordata  grande  selva  di  Lariano, 
con  alcune  fabbriche  in  città.  I  cittadini 
sulla  selva  hanno  il  diritto  di  tagliar  al 
beri  da  costruzione,  e  caricare  altri  legni 
giacentizi  da  adoprarsi  o  nel  fabbricar 
nuove  abitazioni  o  nel  riattarle;  come 
anche  di  tagliar  legna  da  fuoco.  Le  ren- 
dile del  comune  al  presente  ascendono  a 
circa  annui  3o,ooo  scudi:  provengono 
parte  dall'affitto  della  caduta  delle  casta- 
gne,  del  carbone  e  del  taglio  regolare  del- 
la selva  di  Lariano,  e  parte  dalle  pigioni 
dell'abitazioni  urbane,  dall'erbatico  e  da' 
dazi.  Tutte  queste  rendite  si  consumano 
pel  mantenimento  del  lustro  e  comodo 
del  magistrato,  pe'salari  della  sua  nume' 
rosa  servitù, per  le  pubbliche  scuole,  com- 
presa la  filarmonica  ,  4  medici  e  1  chi- 
rurghi primari,  mantenimento  degli  ac- 
quedotti, fontane,  strade,  mura  e  abbel- 
limento della  città  ,  feste  ,  spettacoli  ec. 
Prima  dell'origine  dell'insegne  gentilizie, 
Velletri  adoperò  per  impresa  le  sigle  : 
S.  P.  Q.  V.  Il  Theuli  l'interpretò:  Sena* 
tus  Populus  Que  Volscorum  ,  nel  tem- 
po che  la  città  era  capo  de'Volsci  ;  ma  poi 
divenuta  repubblica  dicevano  le  4  lette- 
re: Senatus  Populus  Que  PeKternus.Co* 
■linciato  l'uso  degli  stemmi,  Velletri  eb- 
be il  suo  particolare,  diverso  dal  presen- 
te, senz'essere  sovrastato  da  corone,  non 
aquila  bicipite,  non  allori;  ma  cipressi,  e 
muragliato  afforzato  dalle  torri,  piutto- 
sto che  un  castello.  Il  motto  che  la  cir- 
conda avea  le  stesse  parole,  ma  poste  in 
diversa  maniera.  Ecco  I'  interpretazione 
del  patrio  stemma,  che  ne  dierono  gli  ar- 
civescovi Theuli  e  Borgia.  «  Veletri  in 
memoria  di  Cesare  Augusto  tolse  per  im- 
presa la  Rocca  o  Torre  merlata  d'argen- 
to in  campo  vermiglio,  la  quale  era  pri- 
ma stata  della  famiglia  Giulia,  e  poi  per 
eredità  di  Giulio  Cesare  passò  ad  Otta- 
viano. Alla  Rocca  aggiunsero  i  cittadini 
3  Lauri,  di  cui  Augusto  usò  ne'suoi  trion- 
fi, incoronandosene  ilcapo.Veggonsi  que- 
sti 3  Lauri  legati  insieoie, dinotando  le  3 
imperiali  famiglie  de'Cesari,  la  Giulia,  la 


VEL 

Ottavia  e  lo  Clamila  congiunte  insieme. 
Inolile  intorno  allo  scudo  leggesi  quesl'o- 
*»oi  iiìca  epigrafe:  Est  milii  Liberta*  Va- 
polis  et  Imperiali*".  Donde  abbia  avu- 
to Vellelri  tale  privilegio,  lo  dirò  a  suo 
luogo.  Si  compie  Io  stemma  veliterno  col- 
la corona,  per  mostrale  cbe  la  città  ebbe 
alcune  volte  il  dominio,  regnando  i  vclsci, 
e  anche  posteriormente,  di  tene  e  di  ca- 
stella, del  mero  e  misto  impero  c/wi  po~ 
testate  gladii,[>er  privilegi  pontificii. Seb- 
bene Vellelri  vanti  un'antichità  imme- 
morabile, pure  non  vi  si  scorge  alcun  e- 
dilizio  che  ne  mostri  la  veluslà  ;  il  tem- 
po divoratore  lutto  ha  annientato  e  di- 
sperso. Da  una  celebre  iscrizione  lapida- 
ria, ch'è  il  più  bel  monumento  antico  di 
cui  possa  gloriarsi  Vellelri,  si  conosceche 
qui  esisteva  un  anfiteatro,  restaurato  da 
Lolcirio  capo  e  rettore  della  curia,  re- 
gnando Valentiniano  I  e  Valente  nel  IV 
secolo  di  nostra  era.  Fu  trovata  nello  sca- 
vare le  fondamenta  per  la  costruzione  del 
palazzo  comunale  e  in  esso  collocata:  ri- 
coi  da  come  fu  da  quel  personaggio  re- 
staurato per  essere  cadente  attesa  la  sua 
vetuslà,  insieme  colle  porle  di  dietro,  e 
con  tutta  la  fabbrica  dell'arena.  Gli  ar- 
civescovi Theuli  e  Borgia  opinarono  che 
l'anlìlealro  fosse  de!  tempo  de'volsci,  ma 
dovendosi  ritardare  l'erezionedi siffatti  e- 
difìzi  ,  meglio  è  seguir  la  congettura  di 
Jìauco,  che  l'anfiteatro  veliterno  avesse 
l'origine  nel  secolo  degli  Antonini,  ossia 
del  II  di  detta  era,  seguendo  l'autorità 
delle  Lettere  intorno  una  lapide  Anfi- 
teatrale  f'eliterna,  lette  nella  tornata 
della  Società  I  olscadal cav.  Luigi Car- 
dinali. Si  leggono  negli  Alti  ó\  detta  ac- 
cademia, 1.1,  p.i  55  e  seg.  Spesso  sotiosi 
scoperte  nel  territorio  veliterno  dell'anti- 
chità che  furono  altrove  trasportale.  Cle- 
mente Cardinali  pubblicò  in  Ilonia  nel 
i823:  Iscrizioni  antiche  Velìiernc  illu- 
strate. Queste  iscrizioni  parte  furono  tro- 
vate nel  territorio  di  Velletri,  e  parte  al- 
trove, ma  che  hanno  rapporto  colla  cit- 
tà. Tulle  erano  edile  o  dal  medesimo  il- 


V  EL 


i  )  _> 


lustre  veliterno  in  altre  sue  opere  ,  0  in 
quelle  d'altri  libri.  Sono  in  8  classi  divi- 
se e  ben  distribuite,  in  iscrizioni  sagre, 
d'opere  pubbliche  e  privale,  isloriche  e 
onorarie,  sepolcrali,  greche,  false,  conte- 
nendo l'8.*  classe  una  collezione  di  figu- 
line e  lucerne  fìttili ,  parte  della  famosa 
raccolta  Borgiana,e  parte  prese  da  altri 
scrittori  di  cose  veliterne,  o  esistenti  pres- 
so l'autore.  Di  queste  illustrazioni  ragio- 
nasi ne\V  Effemeridi  letterarie  di  Roma 
del  i823,  t.i3,  p.  260.  Della  famosa  la- 
mina di  bronzo  scritta  in  lingua  volsci, 
poi  ne  parlerò.L'antiche monete  ei  piom- 
bi anfìteatrali  fanno  ben  conoscere,  che 
in  Vellelri  fin  da'remoti  tempi  esercita- 
vausi  le  arti,  indizio  certo  della  civilizza- 
zione in  cui  già  il  suo  popolo  era  perve- 
nuto. Nelle  addizioni  della  storia  univer- 
sale degli  accademici  inglesi,  nella  narra- 
zione de' sabini,  si  legge  chi*  le  monete 
nelle  quali  si  osserva  impresso  Giano  con 
doppia  testa,  e  al  rovescio  un  pesce  somi- 
gliante al  delfino,  colla  clava,  e  sotto  l'i- 
scrizione in  lingua  etnisca,  legger  si  deve 
Felatri  e  P 'elatri ,  secondo  il  Goti  e  il 
Mariani  s'appartengono  a  Vellelri,  e  se- 
condo altri  a'iuoghi  di  cui  ne  parlai.  Fra 
l'altre  cose  antiche,  la  più  celebre  è  la 
statua  colossale  di  Minerva,  opera  greca 
disollerrata  nel  1  797  senza  lesione  nella 
contrada  di  Tronca  via.  Quest'insigne  mo- 
numento,acquistato  allora  dal  duca  Bra- 
schi,  ora  esiste  nel  museo  imperiale  di  Pa- 
rigi, e  fu  illustralo  da  archeologi  e  da  ar- 
tisti co'  loro  scritti.  Lo  descrisse  ancora 
Clemente  Cardinali  ne' Monumenti  figu- 
rali L'clitcrni  descritti,  co'rami  di  que' 
monumenti  chesi  pubblicarono  lai."  vol- 
ta, presso  gli  Atti  della  Società  Volsca, 
t.  3,  p.  log.  Egli  divise  la  descrizione  in 
due  parli,  collocò  nella  1/  i  monumenti 
che  per  diversa  combinazione  partirono 
da  Vellelri;  nella  2.*  gli  altri  che  tuttora 
vi  esistono:  ogni  parte  poi  divise  in  alcu- 
ni paragrafi,  separando  le  statue  da'bu- 
sti  }  e  questi  da' bassorilievi  ec.  Vanno 
particolarmente  nomina  te  le  statue  di  Eu- 


a  10  VEL 

tei  pe  die  orni  il  museo  Valicano  e  co* 
m  I'  Li, mia,  la  Polimnia  ora  esistente  pu- 
re in  liomii  presso  il  principe  Lancellot- 
ti,  l'Ermafrodito  rinvenuto  nel  i  794  ne'" 
la  contrada  del  Peschine  ora  nel  ninfeo 
di  Parigi,  Leda  col  Cigno  scavata  nel  t(>?.  3 
nella  piatta  di  Mario,  passò  in  potere  de* 
Giustiniani.  Il  busto  d'Annibale  trovato 
nella  contrada  s.  Cesareo  nel  1  780,  insie- 
me a  ima  testa  d'Augusto  con  corona  ci- 
vica, facevano  parte  del  museo  Dorgiauo, 
ed  ora  esistono  nel  museo  Borbonico  iti 
Napoli.  Il  bu*to  d'Augusto  rinvenuto  nel- 
la contrada  di  IVlontesecco,  è  nel  museo 
Vaticano.  Il  busto  di  Tiberio  scavato  nel 
1817  in  contrada  Tronca  via.  Il  busto  ili 
Pertinace  disotterrato  nel  t65o,è  nel 
museo  Vaticano.  Il  busto  di  Settimio  Se- 
vero, esistente  nel  detto  museo  Borboni- 
co ,  oltre  altro  busto  d'incognito.  Nel 
1  764  nella  contrada  la  Colonnella  fu  sca- 
vata un'urna  sepolcrale  con  un'iscrizione 
che  comincia  colle  parole:  Sex.  Vario. 
Marcello. Questo  interessante  monumen- 
to fu  l'oggetto  degli  studi  di  molti  lettera- 
ti. Venuto  in  potere  del  magistrato  veli- 
terno,  questo  nel  1773  l'ollr'i  in  dono  a 
Clemente  XIV  fondatore  del  museo  Va- 
licano. L'urna  è  di  marmo  greco  e  ne  fu 
inciso  il  diseguo,  che  unito  all'osservazio- 
ni fu  pubblicato  colle  stampe.  Le  notizie 
d'altri  monumenti  antichi  e  di  statue,  e 
di  bassorilievi,  e  di  lapidi,  e  di  altre  spe- 
cie scavati  in  Velletri  e  nel  suo  territorio 
ponilo  leggersi  negli  scrittori  delle  cose 
vehterne.  Il  celebre  Lanzi,  parlando  del- 
la memorala  lamina  di  bronzo,  dice  de' 
monumenti  antichi  di  Velletri.»  Fan  fe- 
de tuttavia  dell'antica  grandezza  i  suoi 
ruderi  non  indegni  d'una  patria  d'Augu- 
sto, e  i  monumenti  in  ogni  genere  che  vi 
si  trovano".  11  Nibby  parla  d'un'  ara  ro- 
tonda esistente  nella  casa  de'Gregui,  la 
quale  mostra  la  celebrazione  de'giuochi 
giovenaJi  in  f  elitrac,  giuochi  istituiti  da 
Nerone  per  celebrar  l'epoca  in  che  per  la 
1  .*  volta  si  rase  la  barba  eia  consagrò  a 
Giove  Capitolino;  fatto  che  viene  illuslra- 


VEL 
to  dal  celebre  piombo  veliterno  esistente 
in  Parigi,  e  spiegato  da  E.  Q.  Visconti, 
nel  quale  probabilmente  deve  l'avvisarsi 
una  tessera  d'ingresso  degli  stessi  giuo- 
chi. Nel  diritto  si  vede  una  testa  barba- 
ta ,  personificazione  del  municipio  veli- 
terno,  colla  epigrafe:  Municipi  l'clitcr 
Fel.  IN'el  rovescio  è  la  testa  giovanile,  per- 
sonificazione de'giuochi  giovenali,  colle 
parole:  Ivvena  Velilcr  Fel.  L'ara  che  ri- 
corda questi  giuochi  appartiene  all'epoca 
degli  Antonini,  ed  è  dedicata  alle  Fortu- 
ne Anziali;fu  pubblicata  molte  volte  col- 
la sua  iscrizione,  anche  da  Clemente  Car- 
dinali. Nel  1785  Cationi  pubblicò  in  Ro- 
ma con  figure:  Bassorilievi  Volsci  in  ter- 
ra  colta  trovati  in  Velletri.  Questi  bas- 
sorilievi furono  scavali  in  Velletri  nel 
1  784  presso  la  chiesa  della  Madonna  del  - 
la  Neve  del  sodalizio  delle  Stimmate,  ed 
il  cardinal  Borgia  vi  fece  formare  1 5 qua- 
dretti e  li  collocò  nel  suo  museo  veliterno, 
illustrati  da  mg.1  Becchetti,  da  dove  pas- 
sarono a  Napoli  al  museo  Borbonico.  So- 
no preziosi  per  la  storia  pure  dell'antica 
pittura  italica  ,  benché  poche  tracce  ne 
sieno  restate.  Il  dotto  prelato  credette  di 
potere  stabilire  che  in  Velletri  esistesse 
una  scuola  indipendente  dall'  etrusca  , 
mentre  osserva  che  il  carattere  di  questa 
scuola  volsca  sembra  occupare  un  luogo 
di  mezzo  tra  lo  stile  rotondo  e  pieno  de- 
gli egizi,  e  lo  stile  secco  tuscauico.  Tut- 
tavolta  non  crede  il  eh.  Pistoiesi  potersi 
stabilire  una  scuola  media, tra  tostile  degli 
egizi  e  quello  de' toscani,  come  vorrebbe  il 
Becchetti.  Rileva  inoltre  che  i  volsci  do- 
veano  ini  da'più.  rimoti  tempi  avere  al- 
cun austo  d'architettura,  servendo  le  roe- 
desinie  figuline  d'  ornamenti  alla  parte 
superiore  degli  edilìzi,  come  0 'fregi  e  cor- 
nicioni. Il  Becchetti  in  queste  figuline  vol- 
sche  prineipalmente  vi  riconobbe  una  se- 
duta giudiziale,  soggetto  rarissimo  ad  in- 
contrarsi ne'mouumeuti  antichi.  La  rap- 
presentazione d'  un  convito  nuziale.  Di- 
verse corse  di  cocchi.  Una  mostra  della 
cavalleria  volsca  iu  attitudine  di  combat- 


V  E  L 

fere  i  nemici.  In  essi,  assai  meglio  che  in 
altri  monumenti,  si  distinguono  le  vesti- 
menta  nella  semplicità  usata  dagl'  itoli 
antichi,  la  loro  negligenza  nella  chioma; 
e  queste  figuline  potrebbero  servile  a 
commentare  qoe'  poeti  latini  ,  quando 
chiamano  i  prischi  italiani  capillati.  Co' 
medesimi  si  ricavano  le  forme  della  qua- 
lità dell'armi  usate,  quelle  delle  mobilie, 
essendovi  espresse  sedie,  deschi,  vasi  e  al- 
tro. Ivi  sono  destrieri  per  poetica  idea  a- 
lati,  forse  alludendo  alla  loro  velocità.  In 
una  parola,  vi  si  ammira  quello  stile,  che 
da  Winckelmann  e  da  altri  archeologi  fu 
detto  etrusco,  anteriore  al  greco  e  al  ro- 
mano. Gio.  Battista  Finali,  egregio  illu- 
stratore del  museo  di  Napoli  ,  pubblicò 
illustrate  4  tavole  di  queste  figuline  ve- 
literne,  che  riprodusse  il  eh.  Pistoiesi  nel 
t.  4 ,  p-  352  del  suo  Musco  Borbonico* 
Esprimono,  la  cavalleria  volsca  che  inse- 
gue il  nemico,  il  trionfo  del  suo  duce,  le 
corse  di  bighe  e  di  triglie  che  ne  festeg- 
giano l'avvenimento.  Anche  il  Pistoiesi 
eruditamente  le  descrive  e  celebra  raris- 
sime e  antichissime,  di  sommo  pregio, 
perchè  allo  stile  delle  composizioni  che 
contengono  si  debbono  attribuire  alle  an- 
tiche arti  italiane.  Non  mancarono  in  Vel- 
letri antichi  templi  dedicati  a'falsi  numi. 
Tali  furono  quelli  d'Apollo  e  di  Sango, 
tacchi  dal  fulmine  nell'anno  55 1  di  Ro- 
ma; la  qual  cosa  denunziata  al  senato  ro- 
mano, questo  decretò  certe  particolari  ce- 
remonie  onde  placare  gli  Dei.  Chi  fosse 
Sango,  varie  furono  le  opinioni,  come  par- 
landone rilevai  ne' voi.  LX,  p.  i5,  LXVI, 
p.i58.  Sesto  Pompeo  lo  disse  Ercole  ;  il 
Baronio, Giove;  l'Angelotti,  Sabo  figliodi 
Saturno;  questo  stesso  il  Galerio  col  Nar- 
di crederono.  Si  vuole  che  il  tempio  di 
Sango  fosse  situato  ove  ora  sorge  la  chie- 
sa di  s.  Michele.  Esisteva  in  Velletri  il  lem- 
pio  d'Ercole,  e  al  dire  di  Livio  in  esso 
vi  nacquero  de'  capelli  umani  :  i  pretesi 
prodigi  avvenuti  nel  regno  de'volsci,  li  e- 
numerò  il  Ricchi  nella  Reggia  deJ  l'olsci, 
lil-»-  ?-,  cnp.  2i.  Sopra  tutti  fu  famoso  il 

YOL.  I.XXX1X. 


V  E  L  ?.57 

tempio  di  Marte,  adorato  da  tutta  la  na- 
zione volsca,  come  riferisce  Svetonio  par- 
lando d'Augusto.  E  costante  opinione  de- 
gli storici  veliterni,  che  questo  tempio  fos- 
se convertito  al  culto  del  vero  Dio,  in  o- 
nore  di  s.  Clemente  I.  Il  Theuli  parla  de' 
templi  della  Fortuna,  di  Giano,  di  Diana, 
del  Sole  e  della  Luna;  ma  osserva  Dauco 
che  mancano  prove  sufficienti  di  loro  esi- 
stenza, piuttosto  sembra  che  in  Velletri 
fosse  un'antica  basilica.  Del  tempio  di 
Marte,  Nibby  riporta  il  narrato  da  Sve- 
tonio,  cioè  che  nella  parte  più  illustre 
della  città  eravi  un  vico  chiamato  Otta- 
vio, ove  mostravasi  un'ara  consagrata  dn 
Ottavio,  il  quale  essendo  capitano  in  una, 
guerra  contro  i  confinanti,  mentre  sagri- 
ficava  a  Marte,  all'annunzio  d'  una  scor- 
reria repentina  per  parte  del  nemico,  tol- 
se dal  fuoco  le  carni  della  vittima  e  le  li»« 
gliò,  ponendo  sull'ara  le  primizie,  ed  u- 
scito  in  campo  tornò  vincitore.  Perciò  si 
fece  un  decreto  pubblico,  prescrivendosi 
che  per  l'avvenire  sempre  nella  stessa  gui- 
sa si  usasse  nel  sagrificare  a  Marte,  e  che 
la  parte  restante  della  vittima  fosse  por- 
tata agli  Ottavii.  Osserva  il  Piazza  nella 
Gerarchia  Cardinalizia ,  che  il  tempio 
di  Marte  non  solamente  era  proprio  del- 
la città,  ma  di  tutta  la  nazione  volsca,  tan- 
to marziale  e  guerriera,  perciò  celebre  e 
famoso.  E  Ricchi  aggiunge  che  per  tede 
tempio  Velletri  si  denominò:  Urbs  indi- 
ta Martisj  e  che  stava  vicino  al  regio  pa- 
lazzo di  Metabo  re  de'volsci,  ove  rendeva 
spesso  ragione,  per  cui  la  contrada  prese 
il  nome  di  Malano.  Avanzi  di  fabbriche 
antiche  dell'era  corrente  sono  quelle  del- 
la Casa  della  Ragione  e  della  Canonica. 
Lai."  posta  nella  parrocchia  di  s.  Salvato- 
re, che  ne'tempi  antichi  era  i."  decarcia 
della  città,  serviva  d'abitazione  e  di  resi- 
denza al  podestà ,  magistrato  introdotto 
in  Velletri  nel  1 237.  Quivi  egli  soleva  ren- 
dere ragione  sì  del  civile,  come  del  crimi- 
nale. Il  magistrato  cittadino,  che  segui- 
tava a  governare  ogni  faccenda  politica  e 
ammiDÌstrativa,  assegnò  al  podestà  quel- 
»7 


i58  V  E  L 

Je  case,  che  hanno  per  tante  generazioni 
conservato  il  nome  della  Ragione.  Que- 
sta fabbrica  di  singoiar  architettura  fu  de- 
molita per  metà,  essendo  rimasta  lesa  ne' 
due  principali  terremoti.  Dell'edilìzio  ap- 
pellatola Canonica  rimangono  pochi  ar- 
chi, e  situali  presso  la  cattedrale.  Ser- 
viva d'abitazione  ad  una  corporazione  di 
preti,  che  ufficiavano  tale  chiesa  e  mena- 
vano vita  comune,  perciò  denominati  ca- 
nonici regolari.  Gli  avanzi  di  questi  due  e- 
difìzi  furono  disegnati  e  illustrati  dall'ar- 
chitetto e  eh.  archeologo  d.  Angelo  Ugge- 
ri ;  ed  i  disegni  si  riportano  in  una  lettera 
del  cav.  Cardinali  diretta  al  medesimo, 
stampata  in  Roma  nel  1825,  in  cui  con 
molta  erudizione  e  accuratezza  illustrò 
pure  alcuni  edilìzi  veliterni  dell'XI  seco- 
lo. Gli  antichi  romani  avendo  veduto  la 
bellezza  e  l'amenità  delle  colline  sparse 
nel  territori©  veliterno,  vi  formarono  vil- 
le deliziose  e  sontuose  fabbriche;  il  che 
provasi  da  molti  monumenti  scavati  nel- 
le rovine  dove  esistevano  tali  luoghi  di 
piacere,ecolPautorilà  degli  antichi  storici. 
Una  villa  di  re  Tarquinio  il  Superbo  era 
nella  contrada  Carrara,  dove  si  trovaro- 
no molti  antichi  monumenti,  fra 'quali  la 
statua  dello  stesso  Tarquinio,  che  acqui- 
stò il  cardinal  Scipione  Borghese.  L'im- 
peratore Ottone  ebbe  la  sua  villa  nella 
contrada  cheancora  ritiene  il  nome  diCol- 
le  Ottone  prossima  alla  Via  Appia,dove 
si  vedono  vestigi  d'antichità.  Scrive  Sve- 
Ionio,  che  in  questa  villa  Ottone  volle  es- 
ser sepolto  dopo  che  si  die  la  morte.  Il 
medesimo  storico  riferisce d'Augusto,che 
la  famigliaOltavia  avea  la  sua  villa  in  que- 
sto territorio;  ed  i  patrii  scrittori  la  dico- 
no situata  nella  contrada  s.  Cesareo  ,  la 
quale  è  prossima  a  quella  della  Madon- 
na degli  Angeli  nella  vigna  de'Cella  e  de' 
Salimei.  Altri  la  collocano  altrove,  co- 
me dirò.  L'imperatore  Nerva  possedeva 
in  Velletri  la  sua  villa,  e  lasciò  la  deno- 
minazione alla  contrada  oggi  Colle  Ner- 
va. Dalle  rovine  che  vi  si  scorgono,  pa- 
le che  fosse  una  delle  belle  e  magnifiche 


V  EL 

di  sua  epoca.  Anche  l'imperatore  Caio  Ca- 
ligola ebbe  villa  nel  territorio,  nella  qua- 
le esisteva  quel  meraviglioso  platano  de- 
scritto da  Plinio,  che  per  la  grandezza, 
larghezza  e  disposizione  de'rami  serviva 
colla  sua  ombra  a  un  tempo  di  padiglio- 
ne ,  per  mensa  e  scanni  in  un  convito  di 
i5  persone,  oltre  il  comodo  di  credenza. 
Quest'albero  per  ischerzo,  l'imperatore 
chiamava  nido  d'uccelli.  L'arpinate  e  fa- 
moso Caio  Mario  avea  nella  città  una  vil- 
la nella  contrada  che  al  presente  dicesi 
piazza  di  Mario,  ed  ivi  si  scavarono  bel- 
lissime statue  e  monumenti  antichi ,  co- 
me si  ha  dal  Theuli,  lib.  1 ,  cap.  1  o  :  lil- 
le d'antichi  romani.  Anche  il  citato  Piaz- 
za parla  delle  magnifiche  e  deliziosissime 
ville  dell'ameno  territorio  veliterno,  e  vi 
aggiunge  quella  di  Tiberio  con  piccolo 
castello,  ove  furono  trovati  i  corpi  de'ss. 
Poliziano  ed  Eleuterio.  Questo  castello  e 
questa  villa  è  la  discorsa  nel  paragrafo 
Cisterna,  che  Nibby  disse  avere  Tiberio 
ereditato  da  Augusto  colf  impero,  e  dal 
quale  si  attribuisce  al  castello  e  villa  il  no- 
me di  Tiberio,  corrottamente  Ti  vera,  ora 
latifondo  nel  territorio  veliterno.  Inoltre 
Nibby  crede  che  in  questa  villa  fosse  il 
suddetto  meraviglioso  platano,  fra  gli  al- 
tri alberi  di  gran  mole  di  quel  predio  im- 
periale. Altre  ville  e  grandiose  fabbriche 
esisterono  anticamente  nel  territorio  ve- 
literno, di  cui  si  perde  la  memoria.  Nel- 
la contrada  Troncavia  e  ne'terreni  appar- 
tenenti alla  massa  comune  de'beneficiati 
di  s.  Michele,  si  disolterrarono  statue,  ac- 
quedotti e  altri  monumenti  antichi.  Così 
nella  contrada  dell'Incudini  si  vedono 
avanzi  d'acquedotti  sopra  una  quantità 
d'archi  e  d'antiche  fabbriche;  ed  ivi  pure 
in  diversi  tempi  si  trassero  anticaglie.  So- 
no d'  ammirarsi  gli  antichi  grandiosi  a- 
vanzi  di  fabbriche,  che  diedero  il  nome 
alla  contrada  di  Cento  Colonne.  Quando 
una  città  è  fornita  di  vasto  e  ubertoso  ter- 
ritori o  può  dirsi  felice:  tale  è  Velletri.  Il 
suo  territorio  è  così  esteso,  che  non  ba- 
stano le  braccia  dc'suui  agricoltori  a  la- 


V  E  L 

Tornilo.  Il  terreno  è  fertile,  produce  la 
nari-ala  prodigiosa  quantità  eli  vini  d'ec- 
cellente qualità,  frutti  squisitissimi  in  sa- 
pore e  bellezza  ,  e  olio  perfettissimo.  Le 
possessioni  vignate  sono  perfettamente 
coltivate  e  sembrano  giardini;  ed  è  pitto- 
resco il  veder  nella  campagna  sì  ameni  e 
innumerevoli  colli  seminati  di  palazzini, 
case  rurali,  celle  e  grotte  in  mezzo  alla 
Vettura  delle  vili  e  degli  alberi.  I  monti 
che  dal  settentrione  la  circondano  in  di- 
stanza di  4  miglia,  sono  sempre  verdeg- 
gianti, perchè  coperti  in  parte  di  selve  e 
in  parte  coltivati  sino  alla  vetta.  Il  mon- 
te Artemisio  presenta  una  veduta  tanto 
ampia  per  tutti  i  4  punti  cardinali,  che 
non  può  forse  idearsi  una  prospettiva  mi- 
gliore; dal  settentrione  scoprendosi  Ro- 
ma con  tutto  il  vasto  catino  sino  a'monti 
presso  Viterbo.  Il  territorio  veliterno  ab- 
bonda di  molte  sorgenti  di  limpide  ac- 
que, che  scaturiscono  naturalmente  da 
principi*!  incogniti.  Questi  sono  i  fonti  de- 
nominati di  Poganico,  Parata,  Tavigna- 
no,  Solluna,  Fontanelle,  Cachins ,  Fon- 
tanaccia,  Formelle,  Acqualucia  ,  Fico, 
Fiume  e  della  Spina.  I  due  fonti  Ulica  e 
Vascuccie  aumentano  ancora  i  laghi  del- 
le contigue  mole  a  grano.  Le  fontane  Ac- 
quaviva,  s.  Maria  dell'Orto,  Acquarosa- 
ta,  Cacattera  e  delle  Fosse,  che  sono  più 
prossime  alla  città,  servono  di  comodi  la- 
vatoi. Le  acque  Petronia  e  Vilrice  furo- 
no intromesse  nelP  acquidotto,  che  con- 
duce l'acqua  in  città.  L'acqua  di  Fonta- 
na Nuova  si  smarrì.  L'acqua  della  Regi- 
na, che  scaturisce  entro  il  fosso  che  cir- 
conda le  mura  della  città  prossimo  al  pon- 
te della  via  vecchia  di  Napoli  ,  è  abbon- 

:  dante  e  sempre  perenne;  onde  fu  di  mol- 
to vantaggio  alla  popolazione  nella  sicci- 
tà del  i  834.  Finalmente  dovendo  più  vol- 
te parlare  di  Lariano,  a  migliore  intelli- 

1  genza  premetterò  un  cenno.  Questa  è  una 
terra  o  tenuta  del  territorio  sopra  Velle- 

1    tri,  con  rocca  diruta,  posta  su  una  delle 

r  pendici  del  monte  Algido,  edificata  in  o- 
rigine  sopra  le  rovinedi  qualche  villa  an« 


V  E  L  •>■  m) 

tic»  pertinente  alla  genteArria, come  vuo- 
le Nibby,  donde  «Ieri vò  il  nome,  che  pri- 
ma Ariannm  e  poscia  Larianum  si  dis- 
se, del  quale  si  fece  Ariano  e  Lariano, 
fondendo  l'articolo  col  nome.  Il  Marocco 
la  chiama  Ariano  e  V Ariana  nella  dio- 
cesi veliterna,  e  forse  prima  sotto  Segni, 
il  cui  paese  venne  distrutto.  La  dice  di- 
stante 1  miglia  da  Monte  Fortino,  ed  un 
tempo  funesto  rifugio  d'assassini;  ora  non 
consistendo  che  in  un  casale,  ed  una  fol- 
ta macchia,  d'aria  insalubre.  Vedesi  sem- 
plicemente una  torre,  guasta  del  tutto  da' 
veliterni  e  dall'ingiurie  del  tempo;  poco 
distanti  vi  sono  le  mole,  che  diconsi  del 
Sacco,  de'Pescorelli,  ecomunemente  del- 
ia Molara.  Dalle  rovinedi  questo  castel- 
lo, rimarca  Nibby,  si  gode  una  veduta 
magnifica  della  pianura  Pontina,  e  delle 
montagne  e  delle  terre  che  la  coronano. 
La  memoria  più  antica  è  del  1  179,  nel 
qual  anno  un  Colonnese conte  del  Tusco- 
lo  cede  ad  Alessandro  III,  Castrimi  La- 
riani  cuni  Arce,  ricevendo  invece  Nor- 
ma. Divenne  unacastellania  rinomata  di- 
pendente da  Genzano(F.)y  feudo  de' Sa- 
velli [F/.)  signori  della  Riccia  [V.).  Tol- 
ta a'Colonnesi,  fu  data  a' veliterni,  previa 
la  demolizione  della  rocca,  a  que'  tempi 
fortissima  e  inespugnabile.  Dice  il  Dauco. 
Nella  tenuta  di  Lariano  esiste  una  com- 
petente chiesa  dedicata  allaB.  Vergine, 
circa  5  miglia  lungi  da  Velletri.  E  deno- 
minata s.  Maria  Intemerata,  perchè  mez- 
zo miglio  fuori  della  città  sulla  Via  La- 
ta eravi  la  chiesa  omonima  de'mouaci  b;i- 
siliani,  che  ne  presero  possesso  nel  i4^  t. 
Atterrala  dal  terremoto  de' 26  agosto 
1706,  l'immagine  della  B.  Vergine  di- 
pinta sulla  parete,  segato  il  muro,  fu  tra- 
sferita nella  nuova  chiesa  parrocchiale 
della  tenuta  di  Lariano.  Ma  lo  stesso  Rau- 
co in  altro  luogo  racconta,  che  l'attua- 
le chiesa  di  s.  Maria  Intemerata  fu  da' 
fondamenti  fabbricata,  insieme  alla  casa 
parrocchiale,  sulla  via  che  couduce  alla 
provincia  di  Campagna,  nel  18 15  ed  es- 
sendo vescovo  il  cardinal  A lessandroMat- 


tf$o  V  E  L 

lei,  ove  s'impiegò  il  legalo  ili  scudi  iooo 
lasciali  dal  cardinal  Anione! li  suo  prede- 
cessore. Di  recente  il  vescovo  cardinal 
Macchi  lece  costruire  la  bella  facciata  e- 
sleriore.  Questa  chiesa  parrocchiale  è  as- 
sistita tla  un  sacerdote  col  titolo  di  cap- 
pellano curato  amovibile.  Gl'individui 
che  popolano  la  terra  o  tenuta  di  Laria- 
no,  nel  1 85  i  erano  607.  Leggo  nel  n.° 
92  del  Giornale  di  Roma  del  i85o  ,  e 
nella  Relazione  del  viaggio  di  Pio  IX, 
del  communi.  Barluzzi,  che  nel  recarsi  il 
Papa  da  Monte  Fortino  a  Velletri ,  es- 
sendo accompagnato  da'cardinali  Asqui- 
ni,  Du  Pont  e  Antonelli,  non  che  dal  con- 
te di  Ludolf  ministro  plenipotenziario  del 
re  delle  due  Sicilie  ,  e  da  un  drappello 
d'ussari  napoletani  che  ne  formavano  la 
guardia  d'onore;  la  magistratura  comu- 
nale di  Velletri  a' io  aprile  spedì  al  con- 
fine del  territorio  in  deputazione  il  prin- 
cipe Lance!  lotti  Ginnetti,  il  conte  Baldas- 
snre  Negrotti,  e  l'iivv.  Luigi  Santucci  a  fine 
d'ossequiarlo  in  nome  della  città.  Inoltre 
eresse  sulla  piazza  del  pieve  di  Lariano 
un  grandissimo  arco  di  verzura  e  di  fio- 
ri, che  il  Santo  Padre  si  degnò  ammira- 
re e  lodare,  tra'festeggiamenti  di  tutta  la 
popolazione  implorante  la  sua  benedizio- 
ne. Dalla  chiesa  di  s.  Maria  Intemerata, 
qual  termine  di  sua  diocesi,  si  mosse  ad 
incontrarlo  il  cardinal  Macchi  vescovo  e 
legato,  lieto  nel  veder  tornare  ne'suoi  do- 
mimi il  successore  di  s.  Pietro.  11  Papa  lo 
fece  salire  nella  sua  carrozza,  e  presa  la 
via  di  Velletri  vi  giunse  alle  ore  6  pome- 
ridiane, lasciando  i  larianesi  contenti  del 
ricevuto  onore.  La  comoda  e  sicura  via 
di  Lariano  incomincia  da  Velletri,  ed  u- 
nisce  la  provincia  di  Marittima  a  quella 
di  Campagna. 

La  città  di  Velletri  fino  al  giorno  pre- 
sente, sebbene  molto  meno  che  ne'secoli 
antichi,  pure  con  molto  lustro  risplende 
e  fiorisce  decorosamente.  Gli  autori  con- 
vengono in  riconoscerla  situata  nel  Lazio 
antico,  e  appartenente  nondimeno  alla 
nazione  volsca.  Non  è  certo  chi  siane  sta- 


V  E  L 

lo  il  fondatore,  poiché  san  troppo  del  fa- 
voloso le  varie  opinioni  del  volgo  sull'o- 
rigine di  lei.  Queste  onorevoli  testimo- 
nianze per  Velletri  ,  non  sono  di  patrio 
storico,  ma  di  mg.r  Nicolai,  De' bonifica- 
menti delle  terre  routine.  Il  Nibby  con- 
viene, che  questa  città  fu  una  delle  più  co- 
spicue de'volsci,  ma  dice  nulla  sapersi  del- 
la sua  fondazione.  Questa, al  riferir  di  Pli- 
nio, secondo  il  corano  Ricchi,  nel  Tea- 
tro degli  nomini  illustri  che  fiorirono  nel 
regno  de '  Folsci,  la  ripete  d'Atlante,  che 
l'appellò  col  nomedi  sua  figlia  Eletta  mo- 
glie di  Corito  re  d'Italia  e  madre  di  Bar- 
dano, della  cui  scaturigine  si  propagaro- 
no i  fondatori  di  Roma  fino  all'angusta 
casa  d'Austria;  s'è  plausibile  la  genealo- 
gia che  di  Dardano  fondatore  di  Troia,  il 
medesimo  Ricchi  pubblica  nella  Reggia 
de'Folsci.  Prima  di  lui  il  veliternoTlieu- 
Ii,  nel  Teatro  historico  di  Velletri  insi- 
gne città  e  capo  de*  Votscì,  dichiarò  non 
trovarsi  scrittori  che  parlinodi  sua  fonda- 
zione, e  di  non  averne  trovato  il  princi- 
pio neppure  il  veliterno  conte  Bassi,  da 
che  ne  trae  argomento  di  sua  antichità 
immemorabile;  riferendo  gli  autori  che 
la  qualificarono  antica,  bella,  inclita,  no- 
bile, celebre,  insigne,  potente,  ricca,  po- 
polosa. Né  tacque,  che  alcuni  si  persuase- 
ro, che  Velletri  venne  edificata  da  Atlan- 
te Italo  pronipote  di  Noè,  cui  impose  il 
nome  della  primogenita  Eletra,  dalla  qua- 
le originò  quello  di  Veletra  o  Beletfù, 
per  esser  comune  ne'greci  usare  il  B  per 
V.  Più  sobrio  e  più  critico  il  moderno 
can.  Bauco,  nella  Storia  della  città  di 
Veletri,  ecco  come  riconosce  incerta  la 
sua  origine  ,  che  si  perde  nelle  tenebre 
de'lempi  eroici.  Molti  sono  gli  scrittori  la- 
tini e  creci,  che  lasciarono  memorie  del- 
le  prime  origini  delle  città,  che  esistero- 
no e  tuttora  esistono  negli  estinti  regni  la- 
tino e  volsco,  tuttavia  niuno  di  essi  fece 
motto  della  certa  origine  di  Veletri.  Tan- 
te sono  le  tenebre  della  remota  antichi- 
tà, che  nulla  si  può  affermare  di  ciò,  né 
di  sicuro  e  uè  di  probabile;  dichiarando 


V  EL 
vane  l'opinioni  discrepanti,  fondate  sopra 
inutili  congetture,  e  insulse  e  favolose  ipo- 
tesi, d'alcuni  scrittori,  prive  affatto  eli  suf- 
ficienti prove.  Taluni  di  essi  opinarono 
aver  Veletri  avuto    1'  origine  da' lacede- 
moni e  dogli  argonauti,  altri  da  Delelra 
madre  di  Dardano,  altri  da  Atlante,  al- 
tri da  Saturno,  come  Alessandro  Borgia 
nella  Storia  della  chiesa  e  città  di  Vel- 
lelri.    Non  dubita  però  di  sostenere  con 
fondamento,  che  Veletri  fino  dagl'inizi  di 
Iioma  ti  ovossi  in  tanta  grandezza  e  po- 
tenza, die  ad  essa  potè  opporsi  coli' ar- 
mi. Né  osta  l'autorità  di  Strabone,  il  qua- 
le dopo  aver  nominato   Priverno  ,  Cori, 
Suessa,  Veletri,  Alatri,  Fregelie  e  altre 
città,  conclude  che  la  maggior  parie  di 
queste  e  altre  situate  sulla  via  Latina  ne' 
torritorii  degli  cinici,  degli  equi  e  de' voi- 
sci  furono  da'romaui  fabbricate.  Almeno 
quanto  a  Veletri    non    può  ciò  asserirsi, 
poiché  preesisteva  al  nascer  di  Roma,  e 
sotto  Anco  Marzio  suo  4.°  re,  era  già  po- 
lente e  grande  in    modo  da    muoverle 
guerra.   Situata  Veletri  ne'  confini  del- 
l'antico Lazio,  avea  da  un  lato  il  Tevere 
e  dall'altro  il  monte  Circeo,  ma  appar- 
teneva al  regno  de'volsci.  Non  vi  è  con- 
traddizione nel  conciliare,cheVeletri  fosse 
annoverata  tra  le  città  mediterranee  de' 
latiui,  e  insieme  appartenesse  alla  nazio- 
ne volsca.  Imperocché  tra'più  antichi  po- 
poli abitatori  del  Lazio   furono  gli  osci, 
che  estendevansi  oltre  il  Lazio  sino  a  Ca- 
pita; que'che  trovavansi  ucl  Lazio,  a  dif- 
ferenza degli  altri,  furono  chiamati  volo- 
sci,  e  poi  per  sincope  della  lettera  O,  Vol- 
ici, significando  la  parola  voi  antico.  A 
parere  ili  gravi  scrittori,  il  regno  de'vol- 
sci »i  estendeva  sino  a'marsi,  a' capuani, 
a'sedecini  e  agli  aricini,  racchiudendo  in 
se  la  palude  Pontina  eie  contrade  ili  Ve- 
letri. Dunque  con  ragione  questa  città  si 
comprese  fra  le  città  volsche  dagli  anti- 
chi e  da'moderni  storici  e  geografi.  lu  pro- 
cesso di  tempo  quel  trailo  dell'antico  La- 
zio, e  quello  del  nuovo  Lazio  ancora,  che 
prolungava»  da  CLliasino  a  Capua,  com- 


VEL  261 

preso  da  Roma  sino  al  fiume  Silaro  ,  fu 
appellato  Provincia  diCanipagna.la que' 
tempi  Veletri  conta  vati  sotto  questa  pro- 
vincia (e  negli  atti  del  concilio  di  Roma  del 
679,  si  legge  sottoscritto:  Placentinus  e- 
piscoptts  Vtliternus  provinciae  Campa- 
niae).  Fatta  in  seguito  altra  divisione,  il 
Lazio  nella  sua  estensione  appellossi  una 
\>ovùo\\eCampagna  e  l'altra  Marittima j 
per  cui  Veletri  passò  ad  essere  annove- 
rata sotto  quest'ultima  provincia,  della 
quale  ora  è  capoluogo,  per  disposizione 
di  Gregorio  XVI.  Il  nome  di  Veletri  o 
Velie  tri,  che  ora  questa  città  porta,  non 
é  quello  di  «piando  era  in  più  auge  e  fa- 
ceva parte  della  nazione  volsca.  Una  la- 
mina di  bronzo  scavata  nel  suo  territo- 
rio nel  1784  e  scritta  in  linguaggio  vol- 
sco,  fece  conoscere  il  nome  che  ne' remoti 
tempi  avea  la  città.  Questo  monumento 
volsco  interpretato  e  illustrato  da  uomi- 
ni   chiarissimi    per  lettere    e  arti  peri- 
tissimi (nelle  discorse  Iscrizioni  antiche 
Veliterne  di  Cardinali,  si  vede  impressa 
la  lamina  nel  suo  naturale  carattere  con 
due  versioni  ,  una  di  Francesco  Orioli, 
pubblicata  nella  Lettera  Divinatoria,  e 
l'altra  d'  un  anonimo  nel  Giornale  Ar- 
cadico del  1820,  con  tutti  gl'illustratori 
della  lamina),  si  rinvenne  il  nome  di  Ve- 
letri in  Velester,  e  il  suo  gentilizio  in  Ve- 
lestron.  Il  monumento  dal  museo  Boi- 
giano  veliterno  passò  in  quello  Borboni- 
co di  Napoli.  Quindi  non  è  fuori  di  ragio- 
ne l'asserire,  che  da  Velcster  volsco  ne 
sia  derivata  la  vera  denominazione,  che 
in  diverse  epoche  ebbe  Veletri  presso  gli 
scrittori  greci,  latini  e  toscani,  cambian- 
done delle  lettere  o  aggiungendone  del- 
l'altre,  essendo  ciò  proprio  dell'antiche 
lingue.  Strabone  e  altri  greci  scrissero  O- 
velitrae,  e  Stefano  di  Bisanzio  Belitra.  [ 
latini  allorché  fiorì  la  lingua  loro  scrisse- 
ro Velitrac  (tutti  i  modi  riporta  con  e- 
rudite  note  l'accurato  Bauco,  e  sono  più 
di  1 1,  lìa'quali  Fellctrum  Vellelri,  Vil- 
litria    Villitriae,  Bellitro    BelUtris).  E 
così  parimenti  da  Velester  si  disse  Vtl~ 


262  VEL 

letrum  nella  decadenza  del  latinismo;  an- 
ni dopo  rinatele  lettere  in  6  differenti  mo- 
di scrissero  in  Ialino  il  nome  di  Yelelri. 
Naia  la  volgare  favella,  anche  in  questa 
ebbe  Velelri  varie  denominazioni, egual- 
mente riferite  da  Bauco,  Felletro,  Bel- 
letri  ec.,  e  precipuamente  Feletri.  Tro- 
vasi questo  nome  quasi  comunemente  u- 
salo  e  scritto  con  l  doppia  V Metri.  Di- 
ce il  medesimo  Bauco,  chi  riflette  alla  ma- 
niera come  questo  nome  trovasi  scritto 
nella  lamina  volsca  Feleste.r,  e  presso  i 
latini  Felilrae,  dovrà  adottare  1*  uso  di 
scriverlo  con  un  l  solo  Feletri:  e  cosi  il 
gentilizio  Vtlittrno ,  che  deriva  da  Fé- 
lastroni  volsco  e  da  Feliternus  latino;  e 
non  mai  Felletrano,  appellandosi  a' vo- 
caboli più  esalti  e  più  celebri.  Ci  conven- 
go, ma  quanto  all'italiano  Fellelri,  lo  ve- 
do usato  da'due  Cardinali  e  altri  illustri 
scrittori  velilerni,  e  negli  Atti  della  so- 
cietà letteraria  Folsca  Fé  li terna,  anche 
dopo  l'illustrazione  della  lamina,  e  perciò 
vado  usandolo  a  vicenda  con  Veletri.  Ju 
quanto  all'etimologia  di  Velelri,  i  veliter- 
ni  Theuli  e  Borgia  la  deducono  dalla  pa- 
rola latina  Felitrae  dall'  unione  di  tre 
ville,  Fillae  tresj  ma  il  Bauco  osserva, 
the  accolta  per  buona  l'antichissima  de- 
nominazione di  Veletri  in  lingua  volsca 
Felesler,  le  sentenze  di  tali  e  altri  scrit- 
tori nulla  provano  per  Veletri.  La  vera 
etimologia  di  questa  città  può  ricavarsi 
da  Dionisio  d'  Alicarnasso,  il  quale  par- 
lando de'terreni  paludosi  della  vallata  di 
Rieti  ceduti  dagli  aborigeni  a'pelasgi,che 
emigrarono  dalla  Tessaglia,  dice  che  que- 
ste paludi  furono  chiamate  Fella,  con- 
servando l'antico  greco  dialetto:  che  que- 
sto vocabolo  somministra  l'etimologia  di 
Veletri  ci  Uà  prossima  alle  Paludi  Pon- 
tine: fornisce  egualmente  quella  di  F ela- 
bro antico  stagno  dentro  Roma;  e  quella 
del  Felino  fiume  di  Sabina,  che  forma- 
va gli  accennati  allagamenti  nella  vallata 
di  Rieti.  AuchealìNibby  sembra  ragione- 
vole la  città  dedurre  il  nome  dalla  radice 
Felici,  colla  quale  aulicamente  chiama- 


VEL 

\*nnsi  i  luoghi  palustri,  da  cui  trassero  il 
nome  molti  luoghi  e  città  che  riporta;  di- 
ce famosa  la  lamina  veliterna,  monumen- 
to unico  e  prezioso  della  lingua  volsca.  E 
che  i  veliterni  e  veliti  i ni  ebbero  tal  no- 
me, come  la  città,  non  solo  dalla  vicinan- 
za delle  Paludi  Pontine  (che  il  Nicolai  so- 
stiene giammai  si  estesero  al  territorio  ve 
literno),  ma  ancora  dalla  prossimità  del- 
le Paludi,  che  ingombravano  le  sue  terre 
verso  oriente  e  verso  mezzodì,  cioè  ne" 
dintorni  di  Giuliano,  di  Torrecchia  ,  di 
Cisterna  e  di  Civitona  ,  delle  quali  visi- 
tando i  luoghi  se  ne  conoscono  le  tracce, 
e  che  vennero  diseccate  per  mezzo  del 
fosso  della  Retatola,  e  di  quelle  delle  Ca- 
stelle  e  di  Cisterna,  lavoro  che  deve  at- 
tribuirsi ad  un'epoca  molto  aulica.  Nel 
riferire  Nibby  tulli  i  vocaboli  portati  da 
Vellelri  ne'tempi  bassi,  dal  secolo  V  al- 
l'Xl  di  nostra  era, crede  che  nessuu  allro 
nome  andò  soggetto  a  tante  variazioni, 
Dalla  lamina  volsca  ben  si  scorge  e  può 
affermarsi,  che  in  Veletri  e  in  tulle  l'al- 
tre città  volsche  usavasi  un  particolare 
linguaggio  proprio  della  uazione,  e  distin- 
to da'latini  e  dagli  altri  popoli  confinanti, 
11  Lanzi  nel  Saggio  di  lingua  Etnisca 
scrive  »  che  la  lingua  osca  o  volsca  era  ben 
diversa  dalla  latina;  dipoi  se  le  andò  av» 
vicinando  a  segno  ,  che  si  recitavano  in 
Roma  commedie  osche,  e  vi  s'intendeva- 
no dal  popolo,  come  oggi  s'iutendono  le 
maschere  napoletane:  quando  scrive  Ti- 
linnio,  Osce  et  Folsce  fabidanlurj  nani 
latine  nesciunt  (dell'alfabeto osco  si  poti- 
no vedere  i  voi.  XXX VI,  p.  1 66,  LI  V,  p. 
35  e  altrove.  Nel  febbraio  ìS5j  fu  tro- 
vata in  s.  Maria  di  Capua  una  rarissima 
epigrafe  osca,  illustrata  dal  eh.  Miuervi- 
ni,  e  riferita  dalla  Civiltà  Cattolica, serie 
3.a,  t.  8,  p.  363.  La  medesima  e  nella  stes- 
sa serie  riporta  del  dotto  archeologo  ge- 
suita p.  Camillo  Tarquini  professore  al 
collegio  romauo  :  nel  t.  6,  p.  55 1  :  Origi- 
ni Italiche  e  principalmente  Etnische 
rivelate  da  'nomi  geografici j  nel  t-  8,  p. 
727  :  I misteri  della  lingua  etnisca  svp* 


V  EL 

latij  nel  t.  9,  p.  348  :  Iscrizioni  etr lische 
in  monumenti  autofoni.  L'  encomiato  p. 
Tarquini,commendevoleeziandio  pei'  al- 
tre produzioni  letterarie,  come  di  quella 
che  ammirai  nel  mio  voi.  LXI,  p.  1  54 5iii  - 
vestigaudo  profondamente  gli  accennali 
argomenti  volle  interpretare  con  belle 
spiegazioni  l'etrusco  per  via  del  latino  e 
del  greco,  e  non  solo  felicemente  vi  riu- 
scì, ri  movendo  quel  velo  che  sin  qui  na- 
scose i  sentimenti  espressi  nelle  memorie 
eli  usche  restateci  dell'  illustre  nazione  e- 
li  usca;  ma  con  migliore  e  insigne  scoper- 
ta stabilire  e  provare  la  derivazione  degli 
etruschi  da'eananei  ossia  fenici,  e  con  con- 
fronti di  testi  e  versioni,  che  perciò  l'ori- 
gine dell'idioma  etrusco  deriva  dal  fenicio 
ossia  dall'ebraico,  avendo  Ira  loro  stret- 
tissima affinità  o  piuttosto  medesimez- 
za)". Ebbero  i  volsci  un  dialetto  loro  pro- 
prio, e  questo  parlare  molto  accosta  vasi  e 
somiglia  vasi  alla  favella  de'  sabini,  come 
dimostra  Rircher,  e  Varrone  scrisse,  che 
la  lingua  sabina  con  quella  de'volsci  s'in- 
nestasse. Dimostra  Festo,  che  il  linguag- 
gio volsco  si  estendesse  agli  Abruzzi,  e  si- 
no in  Sicilia  giungesse.Questo  parlare  ces- 
sò allorché  Roma  coli' estendere  il  suo 
impero  propagò  ancora  il  linguaggio  la- 
tino non  solo  nelle  vicine  contrade,  ma  e- 
ziandio  ne'lonlani  paesi.  Aggiunge  il  Lan- 
zi: »  che  la  gente  volsca  finì,  e  nondimeno 
rimasero  in  Roma  quegli  spettacoli  (com- 
medie) e  in  essi  quella  lingua  (volsca).  Ne' 
caratteri  i  volsci  usarono  l'alfabeto  latino, 
come  si  vede  nella  loro  insigne  lamina  e 
nelle  loro  medaglie".  11  Contatore,  De  hi- 
storia  Terracinensi,  cap.  1,  De  Oscis  et 
Volscis  corumaue  origine  et  metropoli, 
dice  che  furono  in  principio  due  popoli 
convicini  del  Lazio,  i  quali  ebbero  diver- 
so linguaggio,  e  forse,  com'è  probabile, 
militarono  sotto  diverse  leggi;  ma  alla  fi- 
ne soggiogati  e  insieme  uniti  dal  più  vio- 
lento e  possente  di  questi,  pacificamente 
vissero  sotto  il  dominio  d'un  principe  re- 
gnante, che  perciò  tanto  gli  osci  quanto 
i  volsci  sotto  l'iulelligeuza  d'un  istesso  uo- 


V  E  L  *63 

me  furono  compresi.  Però  lutto  quello 
spazio  di  paese  che  possedevano  i  volsci, 
prima  l'ebbero  gli  ausonii  o  opici,  succe- 
duti agli  aborigeni,  popoli  italiaui  da  cui 
originarono  altre  nazioni.  II  Lazio  vec- 
chio dal  Tevere  arrivava  a  Terracina,  il 
Lazio  nuovo  si  estendeva  sino  al  Liri,  e 
comprendeva  il  popolo  latino,  gli  osci,  ì 
volsci,  gli  ausonii.  Il  nome  osco  derivò  da 
opico,  mutato  in  volsco;  poiché  gli  osci, 
per  mostrare  la  loro  origine  antichissi- 
ma, presero  il  nome  di  volsci,  cioè  vete- 
res  Oscos.  Parlando  di  essi  Chi  verio  dis- 
se: Hernicis  continuabantur  ab  Austro 
Volsci  gens  magna,  potens  et  bellicosa 
graecis  ditti  Scylaci.  Quindi  il  Conta- 
tore riproduce  le  testimonianze  degli  sto* 
liei  antichi  sulla  condizione  grande,  guer- 
riera, valorosa  e  fortissima  de'volsci.  Con* 
troversa  è  poi  qual  fosse  la  metropoli  de- 
gli osci  o  volsci ,  essendo  discordanti  fra 
loro  gli  scrittori,  alcuni  avendo  asserito 
Anzio,  altri  Pomezia,  allriTerracina,l'an- 
tica  Anxur,  e  per.  quest'ultima  il  patrio 
storico  si  dichiara;  benché  conviene  che 
a  seconda  de'tempi  la  reggia  fosse  trasfe- 
rita altrove,  in  favore  di  Terracina  rimar- 
cando i  pregi,  fra'  quali  il  partecipar  del 
mare  e  della  terra  col  campo  Pontino  po- 
polato da  2  3  terre  e  città, che  la  rese/^o/- 
scorum  caput,  Oscorum  et  Volscorum 
melropolis.  Né  asconde  che  ciò  sembrò 
un  paradosso  al  pri  vernate  p.  Valle  sto- 
rico di  Piperno,  altra  reggia  de' Volsci. 
Descrive  il  regno  degli  osci  o  volsci  com- 
posto dalla  parte  del  mare  Tirreno  de'po- 
poli  di  Anzio,  Astura,  Circello,  del  campo 
poi  palude  Pontina;  dell'isole  Palmarola, 
Ponza  e  Zannona:  dalla  parte  di  terra  la 
nobilissima  Vellelri,  Cora,  Norma  o  Nor- 
ba,  Segui,  Sezze,  Semionda  già  Stilino 
nela,  Piperno,  Pomezia  che  die  il  nome 
al  campo  e  poi  palude  Pometina  o  Ponti- 
na,Cisterna,  Monte  Marcio,  Coriola,  Lon- 
gula,  Polusca,  Sairico,  Verrugine,  Ece- 
tra,  Allena,  Ferentino,  Frosinone,  Fal- 
vatera,  Fregelle,  Aquino,  Monte  Cassino, 
Aliuo,  Arpino,  Soia.  Altri  luoghi  anaora 


264  V  E  L 

fecero  parie  del  regno  de'volsci,  dal  Con- 
tatole non  ricordati  come  meno  celebri. 
Pi  ima  del  Contatore  scrisse  il  Theuli,  che 
finse  Volosca  (anche  l'etrusca  Falcia  si 
chiamò  /  oLcia),  dalle  cui  rovine  surse 
Sonnino,  fu  la  prima  sede  de'  volsci,  la 
qual  Sonnino  la  chiama  terra  volsca.  Par- 
limelo del  regno  de'volsci,  dice  aver  5  po- 
poli principalmente  abitato  il  Lazio,  i  Ia- 
lini, gli  equi,  gli  etnici,  i  ruttili,  i  volsci; 
oltre  gli  aborigeni ,  i  pelasgi,  i  siculi  ,  gli 
ausonii  e  altre  genti;  e  tra'primi  5  popo- 
li, tranne  i  latini,  ritiene  pe'più  antichi 
i  volsci ,  derivali  dagli  osci ,  i  quali  con 
Osco  loro  re  aveatio  occupalo  la  regione. 
Que'che  si  stabilirono  in  Capua  e  altri 
luoghi  vicini  ritennero  il  nome  di  osci, 
derivato  dalla  loro  insegna  d'un  serpen- 
te denominato  Oscorzone,  e  quelli  restati 
nel  Lazio  antico  e  più  vicino  a  Pioma,  si 
disseto  volosci,  e  per  sincope  volsci,  cioè 
antichi  osci,  poiché  la  sillaba  voi  signifi- 
ca antico,  prima  colonia  de' quali  fu  la 
detta  Volosca.  Il  Ricchi,  nella  Reggia  de 
f  b/vc/jSegtù  il  Theuli  nelcrederecheSon 
nino  fusse  fabbricata  da'  priveruati  cogli 
avanzi  di  Volosca,  già  principal  sede  de' 
volsci,  onde  conveniva  che  per  memoria 
ne  dovesse  ritenere  il  nome,  mentre  pre- 
se quello  di  Sommino,  per  essere  stato  e- 
dilicalo  sulla  sommità  d'  un  monte  sca- 
broso, donde  poi  si  disse  Sonnino,  come 
vuole  il  Biondo;  celebrando  i  suoi  uomi- 
ni illustri  nel  Teatro,  cap.  22,  Soggetti 
illustri  ili  Sonnino.  Il  Ricchi  inoltre  di- 
ce fiorito  Osco  i.°  re  degli  osci  nell'anno 
del  mondo  2658,  ma  dopo  di  lui  non  si 
conosce  per  principe  del  regno  de'volsci 
che  il  re  Melabo,  da  cui  nacque  la  famo- 
sa regina  Cannila  che  regnò  iu  Pipernoj 
e  riporta  una  iscrizione  in  lingua  volsca 
trasmessa  dalla  Sicilia  al  p.  Kircher  ge- 
suita, colla  sua  interpretazione,  da  cui  si 
•vetle  la  diversità  cheavea  colla  latina.  Do- 
po le  accennate  opinioni  sull'  origini  de' 
Volsci,  ritorno  al  Rauco,  il  quale  con  più 
critica  procedette.  Egli  dunque  racconta, 
che  vari  popoli  signoreggiarono  il  Luìiu 


VEL 

e  successivamente  vi  si  stabilirono  ,  fra' 
quali  gli  osci  sortiti  dall'Etruria  o  Tosca- 
na (''.),  poi  denominati  volsci. Questa  na- 
zione ebbe  i  propri  re  ,  da'  quali  veniva 
governala.  Per  mancanza  di  scrittori  au- 
tentici del  regno  volsco,  non  può  averse- 
ne chiara  notizia,  e  le  riferite  dagli  scrit- 
tori sono  cosi  involte  ne'favolosi  raccon- 
ti, eh' è  difficile  distinguere  la  verità.  II 
Theuli  tratta  nel  cap.  3  :  Del  regno  de' 
Jolscij  e  nel  cap.  4  :  Quali  fossero  le 
città  e  terre  de'  Folsci.  Tutte  le  descrisse 
il  Ricchi,  ma  con  racconti  esagerati  e  fa- 
volosi. Descrive  i  volsci  eterni  nemici  del 
nome  romano,  e  che  non  potevasi  cagio- 
nar maggior  spavento  a'romani,  quando 
essi  si  disponevano  ad  assalirli.  Che  ne' 
200  anni  di  guerra  i  volsci  riportarono 
12  trionfi  contro  la  fortunatuRoma;  e  pre- 
tende che  sovente  conveniva  a'  romani 
chieder  pace  supplichevoli,  e  piegarle  gi- 
nocchia a'volsci!  Parlando  de'romani,  po- 
co rende  giustizia  al  loro  senno,  bravura 
e  valore;  piuttosto  fortunali,  che  prodi  li 
chiama.  Difetto  pressoché  comune  degli 
storici  de'popoli  vinti  da'romani,  onde  de- 
primere la  gloria  di  loro  conquiste;  mo- 
strandosi interamente  parziali  de'  loro 
concittadini  e  connazionali,  perciò  non  ve- 
ri storici.  I  palili  storici  sull'  autorità  di 
Virgilio,  scrissero  che  l'ultimo  re  de'vol- 
sci fu  Metabo,  ch'ebbe  reggia  in  Priver- 
no;  il  quale  concitatosi  l'odio  de'  sudditi 
fuggì  colla  figlia  Camilla,  alla  quale  poi 
riuscì  ricuperare  il  regno,  e  siccome  guer- 
riera valorosa,  collegalasi  cou  Turno  re 
de'rululi,  a  danno  del  re  latino  e  del  tro- 
iano Enea,  facendo  strage  de'nemici  alla 
testa  de'volsci,  restò  uccisa  per  mano  del 
troiano  Aruute.  11  racconto  da  Rauco  si 
qualifica  invenzione  poetica,  poiché  non 
ne  fecero  molto  gli  storici  anteriori  a  Vir- 
gilio ,nè  Tito  Livio  suo  coetaneo  e  sebbene 
molto  scrisse  de'  volsci.  Per  la  morte  di 
Camilla,  creduta  ultimo  rampollo  della 
regia  stirpe  volsca,  si  vuole  avvenuto  un 
cambiamento  di  governo  iu  lutto  il  regno 
\olacu,  e  pei  ciò  ogni  cillù  adulto  un  re- 


VE  L 

girne  confacentc  al  numero  e  all'indole 
de'cittadiui.  Comunque  ciò  sia  accaduto, 
certo  è  die  Veletri  reggevasi  a  forma  di 
Repubblica  aristocratica  e  governala  dal 
senato  composto  di  nobili  cittadini.  Que- 
sta forma  di  governo  per  lungo  tempo  nel- 
la città  si  mantenne,  e  quando  cadde  in 
potere  de'romani,  la  sua  libertà  si  estin- 
se.  Soggiogata  Veletri  dall'armi  della  re- 
pubblica romana  e  sottoposta  al  suo  gran- 
de impero,  m/posteriori  e  molli  cambia- 
nienti  governativi  di  lumia  e  d'Italia,  mai 
fu  soggetta  alla  dominazione  d'alcun  li- 
ranno.  Perciò  sostiene  Banco,  non  è  ve- 
ro l'asserto  da  Kircber  utWIIistoria  Eu- 
ìtiuhio  Mariana, e  da  altri  scrittori^  che 
Ottavio  JWamilio  Tuscnlano,  che  alcuni 
vogliono  discendente  della  famiglia  Ot- 
tavia teliterna,  e    i   suoi  figli  fossero  si- 
gnori del  Tusculo  (f "'.)  e  di  Veletri;  poi- 
ché sebbene  i  critici  convengano  che  Ot- 
tavio Mamilio  fosse  personaggio  di  gran- 
de autorità  presso  i  latini,  e  imparenta- 
to con  Tarquinia  il  Superbo  re  di  Roma, 
ninno  di  essi  fa  menzione  d'alcuna  signo- 
ria o  principato.  Anzi  lo  stesso  Svetonio, 
nella  A  ila  di  Cesare  Augusto,  nel  ripor- 
tare tutti  gli  onori  goduti  dalla  sua  fami- 
glia, ni  una  parola  fa  di  signoria  e  princi- 
pato. La  sua  famiglia  Ottavia  in  Veletri 
sempre  si  mantenne  in  privato  stato,  ben- 
ché nobile,  ricca  epotente;  e  lo  stesso  Au- 
gusto solo   diceva  d'  esser  nato  di  fami- 
glia equestre,  antica  e  ricca,  Veletri  dun- 
que si  mantenne  sempre  sottoposta  alle 
leggi  generali  e  al  comune  sovrano  domi- 
nante; e  dall'epoca  che  si  pose  sotto  l'ub- 
bidienza de'  Papi  ,  questi  dopo  il  volger 
de'secoli  gli  dierono  a  governatore  il  pro- 
prio vescovo  con  privilegi  speciali,  che  fa- 
va irono  i  comodi  e  i  vantaggi  della  popo- 
lazione,la  quale  gloriasi  d'esser  slata  ogno- 
ra fedele  alla  s.  Sede,  e  d'aver  difeso  i  suoi 
diiitli.  Bensì  i  cittadini  amarono  sempre 
mantenersi  in  libertà,  non  solamente  ne' 
tempi  antichi  con  resistere  ostina  lenente 
alla  potenza  della  romana  repubblica,  ma 
auLuui  ne"  secoli  a  noi  menu  loulam  con 


V  E  L  a65 

abbonire  ogni  altro  dominio  diverso  dal 
pontificio,  e  resistendo  ancora  al  senato  di 
Roma,  che  all'epoca  della  traslazione  del- 
la residenza  pontificia  in  Avignone,  ripre- 
se un  potere  bastevole  a  imporre  la  leg- 
ge del  più  forte.  Cessato  dunque  il  regno 
volsco,  non  avendo  le  città  e  le  terre  che 
lo  composero  un  capo  che  unito  lo  reg- 
gesse, tutta  volta  non  si  disunirono,  e  sem- 
pre cou  islretta  lega  e  federazione  si  man- 
tennero; per  cui  erano  da'principi  e  stali 
confinanti  temute,  né  mai  caddero  sotto 
il  giogo  de'latini  e  degli  albani.  Per  con- 
servare i  volsci  questa  scambievole  unio- 
ne, scelsero  alcune  città  principali,  ove  se- 
condo le  urgenze  della  pace  e  della  guer- 
ra radunavausi  a  deliberare  quanto  oc- 
corresse all'  utilità  pubblica  e  nazionale, 
non  meno  per  difendere  la  loro  libertà. 
Queste  adunanze  non  si  facevano  sempre 
in  un  medesimo  luogo,  ma  ora  in  una  cit- 
tà e  ora  in  un'altra,  come  meglio  stima- 
vano ,  sia  per  riunire  gli  eserciti  o  attac- 
care i  nemici,  sia  per  risolvere  gli  affari 
più  rilevanti.  Vi  sono  storiche  testimo- 
nianze, che  alla  loro  volta  furono  capita- 
le e  capo  della  nazione  volsca  Eccetera, 
Ferentino,  Suessa,  Anzio,  Terracina,  Pi» 
perno,  ec.  ;  onorifica  prerogativa  che  non 
mancò  a  Veletri,  essendo  sempre  stata 
considerata  presso  i  volsci  per  uria  delle 
primarie  loro  città,  e  qualche  volta  capi- 
tale di  tolta  la  nazione.  Che  questa  città 
sia  stala  una  delle  principali  e  più  poten- 
ti de'volsci,  si  prova  dalla |."  guerra  vol- 
sca contro  Roma  dalla  sola  Veletri    in- 
trapresa; come  ancora  dall'abbassamen- 
to di  tolta  la  nazione,  dopo  essere  stata 
finalmente  Veletri  da' romani  soggioga- 
ta, dopo  tante  prove  d'armi,  come  si  ha 
da  gravissimi  storici,  onde  per  autonoma, 
sia  fu  detta  città  de' t'oliti,  per  indicare 
che  a  tutte  l'altre  era  capitale,  ed  in  essa, 
vi  concorrevano  i  volsci  a  sacrificare  nel 
rinomatissimo  tempio  di  Marte,  nume  tu- 
telare di  tutta  la  nasone  volsca,  onde  i 
poeti  appellarono  Veletri,  Urbs  invlyta 
Marlis.  Altra  prova  che  Veletri  iu  qu&* 


a6G  V  E  L 

tempi  era  considerala  da'nazionali  per  lo- 
ro città  primaria,  è  il  racconto  di  Svelo- 
ilio,  ci'  un  fulmine  che  percosse  e  rovinò 
parte  delle  sue  mura,  onde  i  superstizio- 
ni velilerni  ricorsi  all'oracolo    n'ebbe- 
ro a  risposta  :  Che  un  loro  cittadino  do- 
vea  impadronirsi  del  inondo.   Per  tale 
augurio  i  velilerni  animati  da  grandi  spe- 
ranze, guerreggiarono  col  popolo  roma- 
no sino  alla  propria  rovina.  Quando  poi 
il  veliterno  Oltaviauo  Augusto  divenne 
signore  del  mondo,  alla  sua  futura  po- 
tenza verificata  si  applicò  la  spiegazione 
del  superstizioso  oracolo.  Questa  predi- 
zione conosciuta  fu  la  cagione  perchè  que- 
sta città  fosse  presso  loro  in  grande  sti- 
ma tenuta,  e  fu  pure  uno  stimolo  di  o- 
nore  che  animò  i  velilerni  a  combattere 
continuamente  con  indicibile  coraggio, 
stimando  di  dovere  uu  giorno  giungere 
a  quell'alto  domiuio  dal  falso  nume  au- 
gurato. E'  grato  e  lusinghiero  per  una 
popolazione  il  vedere  registrato  nelle  più 
antiche  slorie  le  gloriose  e  militari  gesta 
de'suoi  antenati;  poiché  ne  deriva  la  ri- 
nomanza, l'onore  e  la  gloria   di   quelle 
città,  ch'ebbero  la   ventura   d'aver  pro- 
doti!  cittadini  prodi   e  virtuosi  :    Veletri 
non  è  priva  di  questa  sorte,  che  anzi  può 
vantarla.  Non    pochi  scrittori  lasciarono 
memoria  delle  battaglie  sostenute  ila'suoi 
cittadini,  che  per  3oo  e  più  anni  trava- 
gliarono la  fortuna  taRoma.  Polente  e  bel- 
licosa era  Roma, quando  Anco  Marzio  cir- 
ca l'annoi  3o  di  sua  fondazione, ossia  (ji/\. 
avanti  l'era  nostra,  secondo  il  calcolo  di 
JVibby,  fu  ili."  a  muover  guerra  a'volsci 
a  cagione  d'alcune  scorrerie  e  ladronecci 
che  aveano  fatto  sulle  terre  romane,  pro- 
babilmente dal  canto  d'Alba  Louga,  do- 
ve il  territorio  romano  era  a  contallo  del 
veliterno.  Quel  re,  secondo  l'uso  del  tem- 
po, corse  a  depredare  le  terre  de'volsci,  e 
dopo  aver  raccolto  un  buon  bottino  ciu- 
se  Fclitrae  di  forte  assedio;  ma  essendo- 
si i  velilerni  arresi  a  patti,  ed  avendo  fe- 
delmeuteadempiuto  le  loro  promesse, ac- 
cordò ad  essi  la  pace  e  strinse  co'inede- 


VE  L 

smii  amicizia.  Questa  fu  così  sincera,  che 
essendo  trasmigrala  in  Roma  sotto  il  suo 
successore  Tarquinio  Prisco  la  genie  Ot- 
tavia, una  delle  piìi  insigni  di  Velitrae, 
quelre  le  accordò  immediatamente  il  di- 
ritto di  cittadinanza,  e  re  Servio  Tullio 
nella  nuova  costituzione  data  a  Roma,  l'a- 
scrisse fra  le  patrizie.  Così  il  Nibby,  col- 
I'  autorità  di  Dionisio  e  di  Svetonio.  Il 
Banco  con  qualche  differenza  narra  lai.* 
comparsa  di  Veletri   nella  storia  di  Ro- 
ma. Egli  dice  nell'anno  1 37  di  Roma,  607 
(o  617)  innanzi  all'era  volgare  e  33g3 
del  mondo,  incominciò  lai.' mossa  ostile 
falla  da'volsci  contro  la  nascente  Roma. 
La  sola  Veletri    fece  questa  scorreria  io 
tale  anno,  ed  i  suoi  soldati  giunsero  a  in- 
festare e  saccheggiare  il  territorio  roma- 
no. Re  Anco  Marzio  mal  solfrendo  que- 
st'ingiuria uscì  da  Roma  con  poderoso  e- 
seivito;  combattè  e  respinse  i  nemici,  e 
tant'oltre  avanzossi,  che  s'impadronì  del 
territorio  veliterno.  Assediò  la  città, ed  es- 
sendo sul  punto  di  dare  l'assalto,  suppli- 
ci gli  si  presentarono  alcuni  de'  più   an- 
ziani cittadini, die  per  sai  varia  patria  ven- 
nero con  Anco  Marzio  a  questi  patti.  Che 
Veletri  a  piacere  del  re  risarcisse  tutti  i 
danni  cagionati  a  Roma.  Che  i  cittadini, 
die  a  questa  mossa  aveano  dato  causa,  fos- 
sero conseguati a'romani.  Che  le  cose  tol- 
te si  restituissero.  Che  fatta  la  pace  fra' 
romani  e  i  veliterni,si  stabilisse  fedele  con- 
federazione. Da  questi  patti  sembra  ap- 
parire, che  la  mossa  ostile  contro  Roma 
non  fecesi  coll'approvazione  del  senato  e 
colle  forze  riunite  delta  città;  ma  piutto- 
sto »'  intraprese  da  alcuni  capi  sediziosi 
della  gioventù  ardita  e  guerriera,  contro 
il  parere  de'più  anziani  e  prudenti  sena- 
tori. La  confederazione  stretta  dal  re  di 
Roma  con  Veletri,  fa  conoscere,  come 
spiega  Banco,  quanto  forte  e  potente  fos- 
se Veletri  e  da  far  fronte  alla  stessa  Ro- 
ma; lega  rinnovata  da  Tarquinio  Prisco, 
il  quale  per  accattivarsi  e  obbligarsi  gli 
animi  de'veliterui,  chiamò  in  Roma  gli 
Olla  vii  famiglia  primaria  della  cillà,e  l'ag- 


VEL 

gregò  all'ordiue  senatorio,  Servio  Tullio 
annoverandola  fiale  patrizie  romane.  Li- 
vio tace  questa  mossa  de'veliterni  contro 
Roma,  e  registra  la  i.a  guerra  contro  i 
volsci  mossa  ila  Tarquinio  il  Superbo,  e 
die  si  conliuuò  200  anni.  Nella  guerra 
intrapresa  da  Tarquinio  il  Superbo  cou- 
Iro  i  volsci,  nella  quale  cadde  Suessa  Po- 
mezia,  non  si  fa  menzione  de'  velilerni,  for- 
se perchè  mantennero  la  fede  dell'allean- 
za fatta  col  predecessore  Anco  Marzio. 
Questo  legame  si  sciolse  in  conseguenza 
della  rivoluzione  che  espulse  da  Roma 
Tarquinio,  e  cambiò  la  sua  forma  di  go- 
verno da  monarchica  in  repubblicana. 
Tarquinio  adoperò  tutte  le  arti  per  vendi- 
carsi de'suoi  nemici,  ripatriare  e  risalire 
sul  trono,  soccorso  dagli  etrusci  e  da'la- 
tioi;  abbandonato  da  Pursenna  re  de'pri- 
mi,  che  fece  la  pace  co' romani,  da'soli  la- 
tini rimase  sostenuto.  Per  aumentare  le 
sue  forze,  cercò  1*  amicizia  degli  ernici  e 
de' volsci;  ma  di  questi  ultimi,  tranne  gli 
Mutati  e  gli  eccetriani,  Veletri  coll'altre 
città  volsclie  non  fecero  couto  né  di  Tar- 
quinio, né  dell'impero  che  vagheggiava. 
Nel  256  di  Roma  secondo  Bauco,  o  34$ 
secondo  Nibby,  volendo  Ottavio  Mami- 
lio  tusculano  favorire  le  parti  di  Tarqui- 
nio suo  suocero,  procurò  contro  i  romani 
la  confederazione  di  molti  popoli,  fra 'qua* 
li  uuirousi  i  veliterni.  Equi  avverte  Bau- 
co,  contro  que*  che  fauno  Mamilio  della 
famiglia  Ottavia, riferire  Dionisio  allega- 
to dal  Volpi, che  Mamilio  nacque  nel  Tu- 
sculo  e  ivi  ebbe  origine  la  sua  stirpe;  iti* 
1  fatti  nell'albero  genealogico  che  ci  die  del- 
1  la  famiglia  Ottavia,  non  vi  si  legge  il  110- 
>  ine  di  Mamilio.  Il  conflitto  fu  sanguinoso 
e  terribile  presso  il  lago  Pvegillo  ,  luogu 
che  Nibby  pone  a  Moncone  nel  distretto 
di  Tivoli,  completa  la  vittoria  devonia- 
ni; e  benché  l'auno  seguente  pose  termi- 
ne alla  famosa  lega  latina  per  rimettere 
i  Tarquinii  sul  trono,  la  pace  co'volsci  e 
•  i  villici  in  nou  si  ristabilì;  perchè  sebbe- 
1  ne  essi  uon  giunsero  in  tempo  al  conflit- 
to di  Regillo,  ed  avessero  mandato  legali 


VEL  267 

al  dittatore  A.  Poslumio  per  congratular- 
si della  segnalata  vittoria,  il  dittatore  vi- 
de in  essi  piuttosto  degli  esploratori  e  la 
fi  ode  nascosta;  dissimulando,  difterìa  mi- 
glior tempo  la  guerra  volsca.  Pertanto  i 
romani,  passati  4  anni  da  tale  combatti- 
mento,  condussero  un  esercito  contro  i 
volsci,  i  quali  cólti  all'impensata,  rime- 
diarono al  disastro  con  dare  3oo  ostaggi 
di  guerra.  Sdegnili  i  volsci  di  tale  ingiu- 
ria, a  vendicarla  fecero  lega  cogli  ernici, 
e  mandarono  ambasciatori  a' latini  per 
confederarsi  contro  i  romani.  Essi  però 
violando  il  diritto  delle  genti,  arrestati  gli 
ambasciatori  volsci,  legali  gli  spedirono 
a  Roma.  Per  questa  perfidia,  tanto  si  ac- 
cese il  risentimento  de* volsci,  chesul  mo- 
mento raccolte  buon  numero  di  truppe 
le  mossero  coutro  Roma.  Si  venne  alle 
mani  colla  peggio  de'  volsci,  che  disfatti 
e  respinti  perderono  alcuni  luoghi  e  va- 
li terrilorii.  Avendo  poi  indarno  richie- 
sto a'romani  che  da'loro  confini  si  par- 
tissero, e  che  le  cose  loro  restituissero,  di 
nuovo  deliberarono  di  prender  l'armi  nel 
260  di  Roma.  Radunato  un  forte  eserci- 
to, facendo  lo  stesso  i  sabini  e  gli  equi, 
furono  vinti  nella  battaglia  campale  nel- 
le vicinanze  di  Veletri,  dal  cousole  Au- 
lo Virginio,  ed  inseguili  fiuo  sotto  la  cit- 
tà, che  Dionisio  chiama  illustre,  grande  e 
popolosa,  e  fu  indi  assediala  e  presa,  im- 
perocché i  romani  inseguendo  i  fuggia- 
schi entrarono  insieme  in  Veletri,  dove 
si  fece  più  macello  che  nella  pugna,  e  non 
fu  dato  quartiere  che  a  pochi,  i  quali  si 
arresero  a  discrezione.  11  territorio  veli- 
terno  fu  allora  dismembralo  da  quello  de' 
volsci,  e  fu  mandala  iu  Velilrae  una  co- 
lonia, ed  alla  plebe  inviatavi  furono  ri- 
parlile le  campagne  veliterne,  coll'obbli- 
go  di  vegliare  armati  sui  cittadini.  Livio 
e  Dionisio  descrivono  la  battaglia  con 
qualche  diversità  di  circostanze,  da  Ile  qua- 
li si  ricava  che  i  volsci  arditi  e  piotili 
furono  i  primi  a  muoversi  coraggiosa- 
mente,  non  che  sojleciti  a  ferire  il  nemi- 
co; <;  sebbene  1  Citarono  perditori,  uon  fu 


aG8  V  E  L 

senza  molto  spargimento  di  sangue  ro- 
mano. Ebbe  Veletri  diverse  deduzioni  di 
colonie,  con  abitanti  mandativi  da  Ro- 
ma. Lai.'  fu  questa  del  260,  reintegra- 
la da  altra  a  cagione  della  peste,  che  tan- 
to infierì  da  rapire  9  decimi  della  popo- 
lazione di  Veletri  nel  262  ;  que'clie  ri- 
masero chiesero  nuovi  coloni  a  Roma,  e 
dopo  vari  dibattimenti  vi  furono  spediti, 
compassionando  i  romani  tanta  miseria, 
e  non  doversi  ricordare  l'ingiurie  de'ne- 
mici  e  vendicarle  in  tal  frangente,  1*  ira 
divinaavendo abbastanza  punita  la  ribel- 
lione da  loro  tramata.  Dipoi  la  3."  dedu- 
zione accadde  nel  4  1  J,  come  dirò.  A  que- 
ste 3  deduzioni  di  colonie,  vuole  Scotto 
citando  Frontino,  si  debbono  aggiungere 
2  colonie  militari  ,  per  essere  state  due 
volte  divise  le  campagne  di  Veletri,  pri- 
ma per  legge  di  Tiberio  Sempronio  Grac- 
co, poi  sotto  Augusto.  Caduta  questa  cit- 
tà in  potere  de'  romani ,  stabilirono  essi 
servirsene  come  di  frontiera  e  di  forte 
presidio,  essendo  Veletri  in  que'  tempie 
per  natura  e  per  arte  fortissima,  posta  in 
sito  mollo  opportuno  per  reprimere  l'im- 
pelo de'  volsoi  e  degli  altri  popoli  nemi- 
ci di  Roma.  A  ragione  dunque  la  dichia- 
rarono colonia  militare,  acciocché  agran- 
dissima diligenza  de'soldati,  che  vi  avea- 
110  le  proprie  famiglie,  fosse  custodita  e 
guardala.  Esiste  nel  museo  di  Parigi  un 
aulico  piombo  veliterno,  in  cui  leggesi 
Multici pium  p'eliternuni. Per  questo  mo- 
numento potendo  insorgerecontroversia, 
pel  riferito  da  Livio  e  da  altri  scrittori, 
opportunamente  ricordò  Bauco  il  regola- 
mento de'romani  nel  dai  e  diversa  forma 
di  governo  alle  città  soggiogate.  Alcune 
l'appellarono  municipi} ' ,  altre  colonie,  l 
innnieipii  aveano  le  proprie  leggi  e  i  pri- 
vilegi della  cittadinanza  romana;  la  colo- 
nia era  popolo  condotto  e  mandato  ad  a- 
hi  lare  uà  paese  colle  stesse  leggi  della  cit- 
tà che  Io  inaurava.  Fra  le  colonie  eran- 
vi  le  romane  e  le  latine,  di  maggiori  o- 
noti  essendo  fregiate  le  prime.  Ma  alle 
valle  variamente  le  colutile  si  dissero  iuu- 


VEL 

nicipii,  e  questi  presero  il  nome  di  colo- 
nia, onde  le  denominazioni  di  colonia  e 
municipio  furono  usate  promiscuamente, 
come  notai  ne' loro  articoli  ;  ed  in  Vele- 
tri  stesso  ne  abbiamo  una  prova,  scriveu- 
doS vetonio  che  l'avo  d'Augusto  visse  con- 
tento del  ricco  patrimonio  e  delle  muni- 
cipali magistrature  veliterne.  Il  Bauco  lo- 
da il  savio  sistema  de'romani,  profittan- 
do delle  città  conquistate  con  dedurvi  co- 
lonie per  utili  cagioni,  e  principalmente 
per  tenere  in  soggezione  i  popoli  vinti,  per 
reprimere  le  scorrerie  nemiche,  per  pro- 
pagare la  stirpe  romana,  per  provvedere 
la  plebe  bisognosa,  per  quietare  le  sedi- 
zioni popolari,  per  premiare  i  soldati  ve- 
terani colla  distribuzione  delle  terre  nel- 
le colonie  militari.  I  romani  anziché  edi- 
ficare fortezze  e  rocche  nelle  città  con- 
quistate, costumavano  dedurvi  colonie, 
assicurando  in  tal  modo  colle  popolazio- 
ni benevole  e  interessate  i  paesi  soggetta- 
ti. Vedasi  il  Ricchi  nella  Reggia  de' Fol- 
ta', lib.  1,  cap.  36;  Velletri,  Colonia  de 
romani  XII,  Viene  Veletri  annoverata 
fra  le  prime  colonie  che  i  romani  dedu- 
cessero, e  così  prese  forma  di  governo  so- 
migliante a  Roma  e  colle  stesse  sue  leg- 
gi, essendo  i  veliterni  annoverati  alla  cit- 
tadinanza romana.  Per  cui  nell'  elezione 
de'magistrali  di  Roma,  eglino  vi  contri- 
buivano co' loro  voti.  Vogliono  Volpi  e 
Muraioli,  che  i  veliterni  fossero  ascritti 
alla  tribù  Pontina  ,  per  un  inarmo  tro- 
vato in  Colle  Ottone,  riportato nn\Y Iscri- 
zioni l^cUierne  da  Clemente  Cardinali, 
il  quale  però  eruditamente  dimostra  che 
i  cittadini  d'  una  stessa  patria  potevano 
essere  ascritti  a  diverse  tribù.  Nel  262  le 
prosperità  di  Roma  vennero  funestale  da 
diverse  calamità  ,  di  carestia  per  aver  i 
plebei  abbandonato  l'agricoltura  ritiran- 
dosi sul  Monte  Sagro,  e  di  orribile  guer- 
ra se  i  volsci  che  già  prendevano  l'arni 
non  fossero  stati  percossi  da  terribile  pi 
stilenza.  Questi  sempre  pronti  a  resisi 
re  a' romani,  e  ad  invadere  il  loro  Ieri 
Iorio ,  credendo  giunto  il  tempo  di  fui 


VE  L 

un  colpo  felice  sui  loro  nemici,  invece  fu- 
rono avviliti  e  posti  in  grave  timore  dal 
flagello  della  peste,  che  ridusse  al  più  de- 
solante squallore  tutta  la  nazione.  In  po- 
co tempo  restarono  spopolate  tutte  le  lo- 
ro città  e  castella;  ma  dove  più  il  malo- 
re infierì  fu  in  Velelri,  che  amplissima 
e  popolalissima,  rimasta  quasi  priva  d'a- 
bitanti, fu  a  sua  preghiera  di  nuovo  po- 
polata da'  romani  colla  deduzione  della 
2.*  narrata  colonia,  anche  per  diminuire 
le  forze  della  plebe  tumultuante  e  la  fa- 
mei  he  pativa  Roma.  Mentici  coloni  pas- 
savano ad  abitare  un  fertile  paese  ,  per 
altro  spaventali  dal  contagio  che  l'uvea 
spopolato,  onde  vi  si  recava  un  numero 
minore  del  deliberato  in  senato,  quando 
questo  decretò  che  a  sorte  si  scegliessero 
i  futuri  abitatori  di  Velelri  con  gravis- 
sime pene  a'  ricusanti,  e  così  finalmente 
'  una  grande  quantità  di  cittadini  dovè  an- 
darvi, e  la  città  ebbe  una  colonia  eccel- 
lente. Nel  265  di  Roma  di  nuovo  i  volsci 
impugnarono  1*  armi  contro  di  essa,  col- 
legati cogli  ernici,  invadendone  il  territo- 
rio. Il  console  T.  Licinio  spedito  per  af- 
frontare i  volsci,  con  poderoso  esercito  si 
attendò  nel  territorio  velilernojpoichè  Az- 
zio  Tulio  condottiero  de'  medesimi,  vo- 
lendo seguir  il  consiglio  di  Marzio  Corio- 
lano, esule  romano  datosi  a'volsci,che  pro- 
poneva doversi  prima  vincere  gli  alleati 
di  Roma  per  questa  facilmente  debella- 
re, venne  contro  Veletri  colonia  roma- 
na, se  n'impadronì  e  la  restituì  a'  volsci. 
Coriolano,  cessando  di  marciare  su  Peo- 
nia, dipoi  per  l'invidia  di  Tulio  restò  la- 
pidato da'volsci  (nel  t.i4,  p.  21  dell'i^/- 
bum  di  Roma,  si  legge  un  articolo  del  p. 
F.  Lombardi  intitolato  :  //  sepolcro  dì 
Caio  Marcio  Coriolano  in  A tizio.  Lo  di  • 
ce  tale  secondo  la  tradizione  del  luoeo,  e 
lo  descrive.  Certo  è,  che  Coriolano,  riti- 
rali gli  eserciti  volsco-anziati  dalle  fosse 
Cluilie  e  giunto  in  Anzio,  quivi  venne 
trucidato  barbaramente  dalla  moltitudi- 
ne qual  traditore,  per  avere  indietreggia- 
to nel  marciare  su  Roma,  mosso  dulie  la- 


V  E  L  2G9 

gì  ime  di  Veturia  sua  madre  e  delle  ma- 
trone tornane,  peroranti  per  la  salvezza 
della  comune  patria.  Calmali  gli  animi  e 
ricordali  i  di  lui  meriti,  gli  fu  posto  nel 
foro  un  monumento  che  lo  tramandasse 
a'  posteri.  Nello  stesso  giornale  romano, 
nel  t.  Si,  p.  243,  si  dà  erudito  raggua- 
glio del  pubblicato  Poema  del  Coriola- 
no, Epopeia  sopra  quell'illustre  capitano, 
che  condannato  dalla  furente  plebe  roma- 
na, nel  corso  de'suoi  trionfi  e  conquiste, 
mentre  stava  per  vendicarsi  dell'esilio  col- 
la punizione  di  Roma,  perdona  alla  pa- 
tria le  offese,  e  così  impedisce  la  domina- 
zione volsca,  e  resta  Roma  libera  dal  so- 
vrastante estremo  pericolo.  Per  analogia 
d'argomento,  e  per  avere  nel  1849  l'('°" 
nata  la  pace  a  Roma  la  valorosa  nazio- 
ne francese,  a  questa  venne  intitolato  il 
poema).  Ma  inseguito,  poco  lungi  da  Ve- 
letri si  venne  a  battaglia,  verso  il  incinte 
che  la  domina,  in  luoghi  disastrosi,  ove 
inutile  si  rese  la  cavalleria  d'ambo  le  par- 
li. Si  combattè  con  varia  fortuna,  finché 
il  prode  Tulio  restò  ucciso,  e  la  vittoria 
fu  di  Licinio,  senza  conseguirne  altro  van- 
taersio;  tuttavolta  ebbe  eli  onori  del  Irion- 
fo,  e  grandi  allegrezze  si  fecero  in  Roma. 
Anche  dopo  questa  disfatta  gl'indomabili 
volsci  non  tralasciarono  d'angustiare  col- 
l'armi  i  romani,con  più  falli  d'armi  sinoal 
35o,nel  qual  periodo  di  tempo  nulla  dicesi 
di  Velelri.  Avendo  i  romani  nel  35 1  sog- 
giogata Ansur  e  Allena  città  vo!sche,al  di- 
re di  Diodoro  di  Sicilia, mandarono  coloni 
a  Veletri.  Forse  i  veliterni  vedendo  gli 
straordinari  progressi  dell'armi  romane, 
uniformandosi  per  allora  con  savio  consi- 
glio agli  e  venti, accettarono  i  coloni  di  Ko- 
ma,  e  ritornarono  all'antica  forma  di  co- 
lonia già  circa  a  90  anni  prima  ricevuta, 
che  probabilmente  aveano  scossa  con  por- 
si in  libertà.  Sebbene  Veletri  fosse  stata 
riempita  di  romani,  nella  2."  deduzione 
per  essere  sopravvissuta  solo  la  io."  par- 
te de'  suoi  abitanti,  convien  congettura- 
re chela  ferocia  o  incivilimento  de'nuo- 
vi  coloni  gli  avesse  incitali  contro  Roma 


270  V  E  L 

loro  patria  originaria,  e  fors'ancbe  per 
essere  tiranneggiati  dalla  repubblica,  del- 
la quale  tentavano  spesso  scuoterne  il 
giogo  per  rendersi  liberi;  ed  i  nuovi  abi- 
tatori, come  vado  a  dire,  tornaronoa  im- 
pugnar l'armi  contro  Pioma,  di  cui  era- 
no cittadini  per  privilegio  e  per  origine. 
1  romani  occupati  nel  famoso  assedio  di 
Veiot  per  alcun  tempo  lasciarono  sospe- 
se le  ostilità  cqntro  de'  volsci.  Ma  Vele- 
tri  nel  36a  rassicurata  dal  primiero  li- 
more,  e  ristorale  le  forze  militari,  all'an- 
tica libertà  si  ridusse.  I  romani  per  sot- 
tometterla contro  di  lei  arraaronsi,  ma 
nulla  si  conosce  cosa  avvenne:  forse  ì  ro- 
mani preoccupati  in  altre  sopravvenute 
guerre,  riserbarono  ad  altro  tempo  la 
vendetta.  Arsa  e  manomessa  Roma  nel 
365  dal  furore  de' galli,  dopo  tanto  ec- 
cidio si  vide  sopra  l'armi  de'  volsci,  spe- 
rando come  occasione  opportuna  d'estin- 
guere il  nome  romano.  Pel  grave  e  im- 
minente pericolo,  i  senatori  crearono  dit- 
tatore l'espugnatore  di  Veio  Furio  Ca- 
millo nel  367,  il  quale  marciò  contro  i 
vohci,  li  combattè,  vinse  e  riconciliò  con 
Roma.  Siccome  in  questa  riconciliazione 
vi  fu  compresa  Yeletri,  Eutropio  dice 
che  Camillo  vinse  la  città  de'  volsci,  on- 
de a  credersi  che  in  quel  tempo  tornas- 
se alla  condizione  di  colonia.  Dopo  tante 
sconfitte  e  ad  onta  della  manifesta  for- 
tuna de'  romani,  i  volsci  non  avviliron- 
si,  anzi  più  animosi  di  nuovo  armaron- 
si  nel  371  di  Roma,  per  tentar  nuova- 
mente d'opprimerla.  Fra  le  tante  fazio- 
ni guerresche  che  si  successero,  la  più  fa- 
mosa fu  quella,  in  cui  armaronsi  a  dan- 
no della  repubblica  più  nazioni,  i  volsci, 
i  latini,  gli  eroici,  cui  si  aggiunsero  i  po- 
poli di  Circeo  e  di  Veletri,  ambo  colonie 
romane.  Per  opporsi  a  quest'  imponente 
armamento  fu  creato  in  Roma  dittatore 
Aulo  Cornelio  Cossoj  che  subito  si  mos- 
se col  l'esercito  per  opporsi  al  nemico.  Ac- 
eam possi  in  luogo  vantaggioso,  e  dopo 
aver  confortalo  i  soldati  con  veemente 
allocuzione,  die  segno  alla  battaglia,  che 


s 


V  EL 

cominciò  con  indicibile  ardore  fra  le  pa 
ti.  La  cavalleria  romana  scompigliò 
fanteria  nemica,  e  i  volsci  in  fine  sitia- 
te l'armi  dieronsi  alla  fuga;  molli  furo- 
no i  prigioneri,  massime  Ialini  e  ernia 
volontari, oltre  alcuni  capi  principali  del- 
la gioventù  nobile,  ed  alcuni  di  Circeo  e 
di  Veletri,  mandati  tutti  a  Roma, 
colpa  maggiore  di  questa  sollevazione  i 
potandosi  a'  circeiesi  e  a'  veliterni,  furo 
no  trattati  dal  senato  aspramente,  perchè 
essendo  cittadini  romani,  aveano congiu- 
rato col  consiglio  e  coll'armi  a'  danni  di 
Roma  loro  patria.  Nell'anno  seguente  i 
volsci,  i  circeiesi  e  i  veliterni  spedirono 
legati  a  Roma  a  chiedere  i  prigioni,  col 
pretesto  che  avendo  agito  contro  il  vole- 
re del  comune,  volevano  punirli  secondo 
le  leggi; e  li  ottennero  dopo  duri  rimpro- 
veri. Non  andò  guari  che  si  tolsero  la  ma- 
schera dal  viso,  e  se  una  pestilenza  non  lì 
colpiva  sarebbero  entrati  tosto  in  cam- 
pagna. In  genere  i  veliterni  erano  nella 
disposizione  di  venire  ad  un  accomoda- 
mento, ma  gli  autori  della  defezione,  te- 
mendo d'essere sagrificati,cercarono  di  di- 
storte sollevarono  la  plebe  a  da  re  il  sacco 
alle  terre  de'  romani,  donde  poi  derivò 
una  vera  guerra.  I  volsci  sempre  auda- 
ci e  animosi,  nel  373  tentarono  di  nuovo 
la  fortuna  della  guerra  per  abbattere  pos- 
sibilmente la  potenza  romana.  Raccol- 
te nuove  leve,  e  colla  confederazione  de' 
la  nu vini  (avverte  Bauco,  che  Lanuvio  vie- 
ne annoverala  fra  le  città  volsche,  ed  è 
diversa  da  Lavinio,  e  credesi  che  fosse 
dove  oggi  si  vedono  le  rovine  del  castel- 
lo diroccato  di  s.  Gennaro,  6  miglia  lun- 
gi da  Veletri.  Altri  la  pongono  a  Civita 
Lavinia,  che  descrissi  a  Genzano,  con 
Nemi,  e  Ardea  capitale  de'  rutuli;  men- 
tre di  Lavinio,  con  Laurentoe  Alba  Lun- 
ga come  state  metropoli  del  Lazio  in  que- 
st'articolo ne  ragionai),  posero  in  piedi 
un  più  numeroso  esercito  del  preceden- 
te. Dispiacque  non  poco  a  Roma  questa 
repentina  mossa  de'  volsci;  ed  i  cenatovi 
furono  di  parere  che  questo  uuovo  disa- 


VEL 
stro  fosse  slafoeccilato  da'  veliterni,  e  che 
se  fossero  stati  castigali  nell'ultima  guer- 
ra, non  avrebbero  suscitato  nuove  fazio- 
ni in  dispregio  della  repubblica.  Il  sena- 
to quindi  decretò  la  guerra  contro  i  vol- 
sci; i  tribuni  vi  si  opposero,  ma  tutte  le 
tribù  la  vollero.  Troppo  erano  temuti  da' 
romani  i  volaci,  e  specialmente  i  veliter- 
ni. Furono  creati  nuovi  tribuni  militari, 
de'  quali  alcuni  restarono  alla  custodia 
di  Roma;  e  Spurio  e  Lucio  Papirii  con- 
tro Veletri  direttamente  condussero  l'e- 
sercito. Uniti  erano  i  veliterni  co*  pre- 
neslini, fra' quali  eravi  una  stretta  lega, 
e  dice  il  Petrini  nelle  Memorie  Prene- 
sline,  che  vi  andarono  in  tanto  numero 
clic  quasi  superarono  gli  abitatori  della 
colonia  di  Veletri.  Si  venne  a  battaglia 
colla  solila  fortuna  de'  romani,  e  siccome 
la  zuffa  accadde  vicino  a  Veletri,  i  vol- 
sci  scorgendo  il  pericolo  die  loro  sovra- 
stava, con  opportuna  ritirata  entrarono 
nella  città,  che  essendo  ben  munita  e  me- 
glio fortificata,  i  tribuni  romani  risolvet- 
tero di  non  cimentarsi  in  pericoloso  as- 
salto, riconoscendo  per  dubbio  l'esito  del- 
l'impresa. Di  questa  mossa  furono  più 
incolpati  i  preneslini  ausiliari,  che  i  veli- 
terni  primi  autori,  per  cui  il  senato  pro- 
vocalo da'  tribuni  sdegnati  co'  prenesli- 
ni, che  nella  pugna  aveano  mostrato  più 
accanimento  degli  stessi  veliterni, dichiarò 
loro  la  guerra  nel  3y4  (nel  38o  avanti 
l'era  nostra  dice  Petrilli).  Questi  unili  a' 
volsci  ed  a'velilerni  formato  un  buon  e- 
selcilo,  presero  a  viva  forza  Satrico  co- 
lonia romana,  già  città  volsca,  usando 
contro  il  presidio  romano  grandissima 
crudeltà,  per  la  sua  pertinace  difesa.  Irri- 
tato il  senato  e  popolo  romano  di  questo 
fatto,  subito  crearono  per  la  6."  volta  tri- 
buno militare  Furio  Camillo,  il  quale 
combattè  e  vinse  i  nemici,  riconquistan- 
do Salrico;  vi  perì  il  suo  collega,  giovine 
di  troppo  ardore  che  avea  compromesso 
l'esercito.  Quindi  marciarono  i  romani 
su  Veletri,  ma  furono  costretti  ritirar- 
ti. Ma  JN'ibby  riporta  l'iscrizione  di  elogio 


VEL  571 

incìsa  sul  piedistallo  della  statua  eretta 
n  Camillo,  già  riferita  dal  Cardinali,  per 
aver  trionfato  de' volsci  ancora,perciò  eb- 
be per  la  3.a  volta  gli  onori  del  trioufo. 
Querela  vasi  intanto  la  plebe  romana  con- 
tro il  senato,  perchè  nelle  guerre  inces- 
santemente fosse  consumala,  prima  a  Sa- 
trico, poi  a  Veletri,  indi  a  Tuscnlo,  per 
impedirle  di  convocarsi  per  reclamar 
contro  le  continue  gravezze.  Nel  3j5  si 
eccitò  quindi  in  Roma  una  specie  di  se- 
dizione, anche  per  l'eccessivo  rigore  che 
si  usava  contro  i  debitori.  Falli  perciò 
audaci  i  preneslini,  coll'armi  dierono  il 
guasto  al  territorio  Sabino,  e  predando 
la  campagna  romana,  senza  opposizione 
giunsero  alla  porla  Collina.  Un'  azione 
così  ardila  spaventò  i  romani,  e  dimen- 
tica te  le  private  dissensioni, a  riparare  la 
pericolante  repubblica,  losto  crearono 
dittatore  T.Quinzio  Cincinnalo,  che  no- 
minò maestro  della  cavalleria  Aulo  Sem- 
pronio. Radunato  un  buonesercitOji  pre- 
neslini si  ritirarono  all'Alba  nella  lusin- 
ga di  non  esser  assaliti,  come  luogo  di 
ribrezzo  pe'  romani  per  la  memorabile 
sconfida  ivi  ricevuta  da'  galli.  S'ingan- 
narono, poiché  i  romani  li  assalirono  eoa 
tal  valore,  che  dopo  breve  combattimen- 
to fugarouo  il  nemico;  indi  espugnarono 
gli  8  oppidi  o  castelli  de'  preneslini,  che 
formando  la  loro  signoria,  perderono  co- 
sì le  reliquie  dell'antico  loro  regno.  Il  dit- 
tatore passò  ad  espugnarePalestrina, l'eb- 
be per  capitolazione,  trasportò  in  Cam- 
pidoglio la  statua  di  Giove  Imperatore, 
e  ricevè  gli  onori  del  trionfo.  Rivolto  l'e- 
sercito contro  Veletri  per  conquistarla, 
come  confederata  di  Preneste,  Cincinna- 
to l'espugnò  dopo  resistenza,  e  pare  pri- 
ma di  Preneste  slessa  e  dopo  l'espugna- 
zione degli  oppidi  ;  non  conoscendosi  le 
condizioni  imposte  dal  dittatore  alla  co- 
lonia veliterna  ricalcitrante.  Nata  gara  in 
Roma  sull'elezione  de'  consoli  e  le  que- 
stioni delle  leggi  Licinie,  per  circa  5  an- 
ni i  romani  trascurarono  i  più  rilevanti 
affari  della  repubblica.  Da  queste  intesti- 


i7t  V  E  L 

De  discordie  presero  i  Teli  terni  occasione 
di  mostrare  il  loro  risentimento,  e  dive- 
nuti più  animosi  e  invigoriti  per  l'ozio 
d'alquanti  anni,  prese  l'armi  scorsero  più 
volte  predando  il  territorio  romano,  e 
tentarono  di  conquistar  Tusctdo  con  as- 
sediarlo strettamente.  Essendo  i  tuscu- 
lani  amici,  anzi  cittadini  romani,  a  que- 
sti chiesero  soccorso.  In  questo  frangen- 
te furono  creati  in  Roma  nuovi  tribu- 
ni militari,  si  fece  leva  di  buon  esercito 
e  sollecitamente  fu  inviato  contro  i  veli- 
terni.  Forzati  essi  a  levar  l'assedio,  inse- 
guiti da'  romani  si  rinserrarono  in  Vele- 
tri,  e  furono  cinti  da  rigoroso  assedio; 
ma  senza  successo  pel  valore  de'  difenso- 
ri e  la  fortezza  della  munita  città,  ad  on- 
ta che  perciò  fossero  creati  nuovi  tribu- 
ni militari  e  tanto  numeroso  fosse  l'eser- 
cito, che  in  Pioma  non  si  poterono  adu- 
nare i  comizi,  pe*  quali  furono  costretti 
sciogliere  l'assedio  che  gli  avea  annoiati, 
onde  dare  il  loro  voto  come  cittadini  ro- 
mani, poiché  le  controversie  tendevano 
a  variare  la  costituzione  della  repubbli- 
ca. Ritornati  i  romani  all'espugnazione 
di  Veletri,  se  grande  fu  la  loro  costanza, 
non  minore  fu  la  vigilanza  e  fortezza  de' 
veliterni  nel  difendersi. Per  4  anni  sosten- 
ne Veletri  quest'assedio  con  tutte  le  for- 
ze de'romani,  che  allora  non  aveano  al- 
tre guerre,  cioè  dal  principio  del  385  al 
388.  La  diuturnità  dell'assedio,  l'ardo- 
re de'  romani  in  tale  impresa,    tutte   le 
loro  forze  riunite  contro  una  sola  città 
da  niuno  soccorsa,  dice  Dauco,  sono  tutte 
circostanze  che  mostrano  la  straordina- 
ria fortificazionedi  Veletri,  e  il  valore  de' 
cittadini  resi  forti  e  costanti  «'patimenti 
dall'amore  della  patria  e  della  libertà.  Al 
due  di  Plutarco,  quello  che  i  romani  non 
poterono  ottenere  con  sì  lungo  e  stretto 
assedio,  alla  fine  senza  forza  d'armi  e  col 
solo  nomeeautorilàdiCamillo  nellostes- 
so  388  conseguirono.  In  quest'anno  tor- 
nali i  galli  a  danno  di  Roma,  Camillo 
creato  di  nuovo  dittatore  li  sconfisse,  in- 
di senza  combattere  prese  Veletri.  Esi- 


ne 


V  E  L 
steva  in  questa  città  un'aulica  porta  e 
nome  di  Furia,  ed  è  costante  tradizion 
che  da  questa  vi  entrasse  Furio  Cantili 
Ma  non  solo  la  scorreria  de'  galli  disi 
se  i  romani  dall'assedio,   ma  ancora 
guerre  contro  gli  ernici,  i  tiburlini,  ed 
tarquiniesi  da'  quali  furono  rotti,  come 
racconta  Nibby.  Quanto  fossero  antan 
della  libertà  e  coraggiosi  i  velilerni,a 
corchè  la  loro  città  fosse  colonia  roman 
e  pochi  anni  prima  da  Camillo  sottome 
sa,  scorgesi  dalla  nuova  mossa  ostile  che 
fecero  uniti  a'privernati  nel  3g7  :  questi 
due  popoli  nazionali  e  amici,  investito  il 
contado  romano,  lo  devastarono  e  sac- 
cheggiarono. A  quell'epoca  già  andavasi 
maneggiando  la  celebre  lega  latina,  che 
tendeva  ad  emancipare  il  Lazio  e  le  al- 
tre regioni  soggette a'romani.  Infatti  nel 
4 1 5  Lucio  Annioselino  e  Lucio  Numidio 
circeiese,  sebbene  le  loro  patrie  fossero 
colonie  romane,  apertamente  sollevaro- 
no gli  altri  popoli  volsci,  i  latini  e  i  con- 
federati; ma  per  allora  ricusarono  l'unio- 
ne i  veliterni  e  segnini,  stimando  di  non 
essere  proprio  del  loro  onore  il  guerreg- 
giare a  richiesta  altrui.  Nel  4' 6  si  mosse- 
ro i  veliterni  a  difesa  di  Pedo,  che  da'  ro- 
mani assediata  chiese  l'aiuto  loro  e  de'  li- 
burtini  e  prenestini,  amici  e  confederati, 
a'  quali  poco  dopo  si  unirono  i  lanuvi- 
ni  e  gli  anziati.  Si  die  battaglia,  in  cui  i 
romani  furono  superiori,  ma  con  poco 
profitto;  perchè  la  città  non  fu  espugna- 
ta, e  gli  alleali  non  patirono  gran  disa- 
stro. Però  le  altre  genli  volsche  e  Ialine 
avendo  perduto  la  più  bella  gioventù  nel- 
le precedenti  rotte,  erano  divenule  im- 
potenti a  formare  campo,  né  potevano 
sopportare  il  giogo  dell'altrui  dominio. 
Tanto  più  erano  esse  angustiale,  perchè 
miravano  quasi  tutto  il  lerrriloi  io  della 
nazione,  cominciando  da    Priverno  fino 
al  fiume  Volturno  che  scorre  presso  le 
mura  di  Capua,  esser  già  slato  preso  da' 
romani,  distribuito  e  assegnato  alla  pie* 
be.  Risolvettero  perciò  di  non  muovere 
più  guerra,  ma  solamente  d'accorrere  in 


VEL 

aiuto  eli  ({nelle  città,  che  da'  romani  tol- 
sero assalile.  Da  ciò  si  trae,  che  già  la 
bellicosa  nazione  volsca  eranella  sua  de- 
cadenza, ed  in  breve  era  per  perdere  la 
libertà  e  vedersi  sotto  il  giogo  romano, 
senza  speranza  di  potersi  più  riunire  in 
nazione.  Si  mossero  intanto  a  soccorrere 
Pedo  gli  a rici ni,  i  ianuvini  e  i  veliterni  ; 
le  schiere  de'quali  giunte  presso  il  fiume 
Astura,  furono  all'  improvviso,  mentre 
univausi  agli  anziati,da  Caio  Menio com- 
battute e  sbaragliate  nel  4  '  7  di  Romn,se- 
condo  Livio, e  conseguenza  della  vittoria 
fu  il  conquisto  di  Veletri.  Furio  Camil- 
lo prese  d'assalto  Pedo  e  soggiogò  quin- 
di lutti  i  popoli  del  Lazio,  sul  contegno 
de'  quali  formò  allora  il  senato  un  rigo- 
roso processo,  dando  ad  ognuno  a  misu- 
ra della  sua  reità  il  meritato  castigo;  e 
quello  toccato  a'  prenestiui  fu  la  diminu- 
zione d'altra  porzione  di  territorio,  anche 
in  punizione  d'aver  aiutato  i  galli  barba- 
ra nazione.  Veletri  forse  come  più  polen- 
te dell'altre  città  e  ripetutamente  ribelle 
e  nemica  a'  romani  concittadini,  fu  più 
severamente  e  senza  pietà  trattata.  De- 
molite le  sue  mura,  il  senato  velilerno  fu 
abolito,  trasportato  in  Roma  e  confinalo 
ad  abitare  nella  regione  di  Trastevere, 
colla  pena  e  multa  di  iooo  monete  o  lib- 
bre comediceNibby,achi  fossegiuntodi 
qua  dal  fiume,  da  pagarsi  a  quelli  che  gli 
avessero  presi,  in  potere  de'quali  dovea- 
no  restare  sino  all'intero  pagamento.  Ad 
occupare  le  possessioni  veli  terne  de'sena- 
tori,  furono  mandati  altri  coloni,  in  puni- 
zione delle  ripetute  ribellioni,  benché  cit- 
tadini romani,  i  quali  coloni  mantennero 
in  Veletri  l'aspetto  dell'antica  popolazio- 
ne. Ma  dopo  poco  tempo  decretò  il  senato 
la  riedificazione  delle  mura  della  città,  e 
che  questa  fosse  ripopolata  colla  romana 
cittadinanza, con  tutti  i  di  ritti  e  onori  che 
prima  avea  goduto  e  comuni  all'altre  co- 
lonie. Privernofu  trattata  collo  stesso  ri- 
gore. Era  Veletri  città  polente,  popo- 
lala, forte  e  principale  della  nazione  vol- 
scu;  onde  non  è  da  meravigliarsi,  se  do- 

VOL.  LXXXIX. 


VEL 

vette  soggiacere  a  tanta  sciagura.  Per  ca- 
gione dello  sdegno  de' romani  verso  la  cit- 
tà, essi  incrudelirono  ancora  contro  i  tu 
scotani,  per  averle  nella  ricordata  guer- 
ra prestalo  aiuto.  Abbassata  pertanto  e 
sottoposta  Veletri  a'  romani,  questi  re- 
spirarono nel  veder  finite  le  guerre  de' 
volsci,  che  furono  i  più  feroci  e  potenti 
nemici  di  Roma.  Dalla  1/  guerra  intra- 
presa da  Veletri  nel  127  di  Roma  con- 
tro essa  sino  al  4*7>  ^a  totale  conquista 
della  città  costò  a'  romani  il  travaglio 
quasi  di  tre  secoli,  collo  spargimento  di 
non  poco  loro  sangue.  Dal  marmo  di 
Campidoglio  che  ne'  fasti  ricorda  il  trion- 
fo di  Menio,  osserva  Cardinali,  che  la  lo 
tale  roviua  e  conquista  di  Veletri  devi- 
si anticipare  almeno  a'3o  settembre  4  '  ~>  > 
in  cui  quel  capitano  trionfò,  o  nel  pre- 
cedente agosto,  perchè  il  canone  cronolo- 
gico di  que'  fasti  differisce  da  quello  se- 
guito da  Livio  di  due  anni.  Questa  guer 
ra  fu  chiamata  da  Livio  eterna,  gravis- 
sima da  Cicerone,  e  celebrata  molto  da' 
posteriori  storici.  Al  console  Caio  Menio, 
oltre  il  trionfo,  fu  innalzata  una  statua 
equestre  nel  foro,  dimostrazione  rara  ut 
que*  tempi.  Liberati  i  romani  da'  vicini 
volsci  e  veliterni, poterono  in  breve  tem- 
po stendere  il  loro  dominio  in  altre  par- 
ti d'Italia  e  fuori  ancora.  In  Roma  lun- 
gamente esistette  la  memoria  de' senato- 
ri veliterni,  poiché  tra  le  7  curie  del  po- 
polo romano,  che  traevano  il  nome  dalle 
città,  i  di  cui  cittadini  erano  stati  condot- 
ti in  Roma,  eravi  la  Curia  Sciita.  Que- 
sta così  appellossi  dalla  città  di  Veletri, 
perchè  i  di  lei  cittadini  divennero  parte 
di  quel  popolo,  che  signoreggiò  a  tutte 
le  nazioni  conosciute;  ed  in  essa  i  veliterni 
si  radunavano,  come  loro  luogo  distinto 
e  particolare.  Il  provvedimento  preso  dal 
senato  romano  per  togliere  a  Veletri  per 
sempre  ogni  ardire  e  possanza,  e  per  ren- 
dersela soggetta  e  ubbidiente,  fu  molto 
accorto  e  politico.  Togliendole!  senatori, 
che  costituivano  le  famiglie  nobili,  le  più 
distinte  e  polenti,  che  regolavauo  i  pub- 
18 


a74  VEL 

Mici  affari  e  la  città  dirigevano,  il  popolo 
restò  come  un  corpo  senza  capo.  Quiucli 
in  Veletri  si  presero altredeliberazioni, si 
deposero  gli  arditi  pensieri  di  tentare  nuo- 
ve imprese,  si  risolvette  d'acquietarsi, 
d'uniformarsi  alla  fortuna,  e  di  rendere 
a  Roma  quell'ubbidienza  che  ormai  da 
buona  parte  d'Italia  cominciava  a  riscuo- 
tere. Veletri  adunque  già  colonia  roma- 
na, riputossi  d'una  condizione  anche  il- 
lustre per  la  nobiltà  e  pel  decoro  del  po- 
polo romano,  di  cui  faceva  parte,  onde 
restò  contenta  di  aver  con  esso  comuni 
gì'  interessi,  e  si  uniformò  alle  leggi  io- 
mane. 

Il  governo  di  questa  città  dopo  il  di- 
scioglunento  del  regno  volsco  fu  di  re- 
pubblica aristocratica  regolala  dal  ceto 
de'  cittadini  nobili,  i  quali  formavano  il 
corpo  de'  seuatori.  Nella  già  discorsa  la- 
mina volsca  si  rileva  ette  in  questa  città 
esisteva  un  supremo  magistrato  appellato 
Medi  X.  Non  si  può  certamente  conget- 
turare, se  egli  sia  stato  nel  regno  volsco, 
o allorché  questa  città  reggevasi  in  forma 
di  repubblica.  Soggiogata  Veletri  dalla 
potenza  romana,fu  regolatoli  governo  del- 
la medesima  a  norma  degli  stabilimenti 
di  quella  repubblica.  Nelle  colonie  roma- 
ne i  consoli  a  differenza  di  Roma  chiatna- 
■vansi  Duumviri ,eil  senato  dicevasiC«/'/V7, 
i  senatori  denominandosi  Decurioni.  E 
siccome  nell'  elezione  de'senatori  romani 
aveasi  riguardo  al  valore  del  patrimonio, 
cosi  anche  pratica  vasi  nell'elezione  de'de- 
curioni  della  colonia,  le  facoltà  de'quali 
doveano  ascendere  a  1 00,000  sesterzi.  In 
diverse  lapidi,  riferite  con  altre  del  Bau- 
co,  si  fa  menzione  del  governo  de'dnum- 
viri  in  Veletri.  Da  esse  si  apprendono 
pure  gli  altri  pubblici  magistrati  ed  uffi- 
ci di  Veletri,  cioè  la  prefettura  de'  fab- 
bri, chedovea  essere  in  molta  stima,  pre- 
giandosene que'che  giungevano  a  godere 
I'  onore  del  duumvirato,  ed  equivaleva 
a'consoli  o  altri  primari  ufhziali  delle  po- 
steriori università  artistiche.  Vi  erano  an 
co  i  maestri  quinqueunali  de  collegi  de* 


VEL 

fabbri,  tignarli  ec,  l'uflieio  de'qualidi  - 
lava  5  anni.  Esisteva  il  magistrato  che 
presiedeva  a'giuochi  ne'quali  esercitava- 
si  la  gioventù,  Curator  lusus  juventini*. 
Vi  era  ancora  l'avvocato  della  colonia, 
Patronus  Colon. Residente  in  Roaiaa  tu- 
telarne g!'  interessi  e  affari,  come  princi- 
pali cittadini  della  metropoli.  Tra  gli  al- 
tri magistrati  di  cui  è  memoria  ne'mar- 
mi  scolpili,  eravi  il  pretore  a  cui  appar- 
teneva il  giudicar  le  liti  e  controversie 
che  fra' cittadini  insorgevano;  edil  que- 
store che  avea  cura  del  pubblico  erario; 
il  principe  e  il  rettore  o  difensore  della 
curia,  magistrato  urbano  eletto  per  suf- 
fragi de'  principali  decurioni.  Veletri  di- 
venuta fedele  a'roinani,  nelle  più  critiche 
e  pericolose  circostanze  colle  sue  forze  con- 
corse alla  difesa  della  repubblica.  Cosi 
quando  Pirro  re  d'Epiro  venuto  in  Italia 
a' danni  di  Roma,  dopo  aver  soggiogato 
la  Campania,  trovò  in  Veletri  il  termi- 
ne delle  sue  conquiste  e  delle  sue  vitto- 
rie. Questa  città  fu  un  forte  propugnaco- 
lo per  Roma;  e  giunto  sin  qui  rilirossi 
prontamente  all'avvicinarsi  de'd uè  eser- 
citi consolari.  Le  vaste  conquiste  de'  ro- 
mani li  portarono  a  cimentarsi  co'cartagi- 
nesi,anch'esso  popolodominatore,il  quale 
capitanato  dal  famoso  Annibale  nei  534 
di  Roma  si  portò  ad  assalir  questa.  Per 
affrontarlo,  raccogliendo  i  romani  solda- 
tesche da  tutta  I'  Italia,  anche  Veletri 
somministrò  le  sue,  che  insieme  ad  altri 
popoli  furono  condotte  da  Scevola  capi- 
tano celehratissimo  (ciò  riferendo  Silio  I- 
talico, poeticamente  qualificò  Vellelri,  m- 
celebri  mi serunt  valle;  ed  il  suo  com- 
mentatore Marso  spiegò,  una  volta  igno- 
bile e  non  frequentata,  liauco  giustamen- 
te li  confuta,  colla  topografica  situazione 
di  Vellelri,  posta  sopra  vari  elevali  col- 
li, che  dominano  tutte  le  sottoposte  pia- 
nure sino  al  mare  Tirreno,  e  colla  storia 
narrata  prima  di  Silio,  da  Dionisio  e 
da  Livio,  i  quali  dichiararono  Vellelri, 
Splendida  volscorum  urbs  magna  pò- 
pulosa  ....  nobilis  ejus  gcntis  veliti  i> 


VEL 
Quibiis  adscriptù,  speciem  anliquae 
frequentine  Felilrae  rcceperunt,  cioè 
prima  e  dopo  d'  essere  stata  vinta  da'ro- 
tnani).  L'  esercito  romano  venuto  a  bat- 
taglia presso  Canne  Fu  interamente  disfat- 
to; non  ostante,  seguitarono  i  veliterni 
a  prestare  ogni  soccorso  d'armi  a'roma- 
ni  contro  il  fulmineo  Annibale.  Questi 
inorgoglito  da'trionfi, audacemente  s'av- 
vicinò a  Roma  coll'esercito,  saccheggian- 
do  e  depredando  i  dintorni  nel  53g,  te- 
nendosi lungi  da  Veletri,  i  cui  citladiui 
in  tale  anno  fecero  parte  dell'esercito  ro- 
mano nell'  assedio  di  Capua.  Allorché  fu 
dato  a  questa  città  l'assalto,  il  dì  innanzi 
che  si  arrendesse,  il  valoroso  Caleno  ca- 
pitano, uscito  fuori  a  danno  degli  aggres- 
sori, fra  gli  altri  uccise  uu  velileruo,  ed 
egli  pure  vi  restò  estinto;  e  nel  d'i  seguen- 
te i  romani  entrarono  vittoriosi  in  Capua. 
Ardendo  aucora  la  guerra  contro  i  car- 
taginesi, nel  548  accadde  in  Veletri  un 
disastroso  terremoto,  e  fu  così  tremendo 
che  non  solo  ne  restò  commossa  la  città  col 
territorio,  ma  si  aprirono  profonde  vora- 
gini, restandone  assorbiti  piante  e  alberi. 
Tre  anui  dopo  furono  tocchi  dal  fulmine 
i  templi  d'Apollo  e  di  Stingo,  e  in  quello 
d'Ercole  nacquero  capelli;  pretesi  o  esage- 
rati prodigi  di  sopra  ricordali.  Nel  552 
danni  orribili  recò  a  Veletri  altro  terre- 
molo, aprendosi  la  terra  per  lo  spazio  di  3 
iugeri  con  grande  e  profonda  caverna,ch'è 
quanto  dire  un  tratto  di  terra  lungo  pie- 
di 720  e  largo  36o,  ovvero  86,4.00  pie- 
di quadrati,  perciò  spaventevole  sprofon- 
dauieiito.OsservaNibby,  che  essendo  Ve- 
letri situato  in  un  suolo  vulcanico,  andò 
soggetta  ad  un  avvallamento  simile  a 
quello  avvenuto  nel  1837  in  Albano,  do- 
po le  grandi  pioggie  della  primavera  e 
dell'inverno.  Altro  notabile  avvallamen- 
to avvenne  poco  prima  del  18T0  nelle 
campagne  di  Semionda.  Frattanto  per 
la  famosa  legge  Sempronia di  T.  Sempro- 
nio Gracco,  che  fu  cagione  di  sua  morte  e 
d'infelicissime  conseguenze,  nel  620  per 
la  uuova  divisione  delle  terre  ebbe  altra 


VEL  a75 

colonia  anche  Veletri,  come  già  notai. 
Nella  guerra  Sillana  non  si  fa  menzione 
di  Veletri,  né  ciò  è  strano,  stando  la  cit- 
tà affatto  fuori  di  strada,  e  non  essendo 
fortificata,  non  potè  offrire  attrattive  uè 
pel  partito  di  Mario  e  né  per  quello  di 
Siila.  Nel  rimarcarlo  Nibby, dichiara  che 
dopo  lo  smantellamento  delle  mura  fatto 
verso  il  4'7>  nou  trovò  indizi  di  rial- 
zamento di  mura,  almeno  fino  a' tempi 
d'Augusto.  Alla  fine  della  repubblica  ro- 
mana Veletri  divenne  più  celebre  per 
aver  data  origine  a  Caio  Ottavio  Turino, 
o  Cepia,  nato  dopo  1*  adozione  dello  zio 
Giulio  Cesare  col  nome  d'Ottaviano  (co- 
me nato  dalla  figlia  di  sua  sorella  A  Iti  a  o 
Azziaaricina, perciò  gloria  anche  di  Riccia 
o  Arida,  come  notai  in  quell'articolo),  e 
dopo  il  suo  innalza  mento  con  quel  lo  d'Au- 
gusto; non  che  egli  nascesse  in  Velelri, 
come  molti  pretendono.giacchè  Svetonio 
nella  sua  vita  chiaramente  dimostra,  olia 
venne  alla  luce  in  Roma,  nella  regione 
del  Palatino,  ma  perchè  veliterna  era  la 
gente  Ottavia,alla  quale  apparteneva.  Co- 
si il  Nibby.  Ma  il  Bauco  dislesamente  ra- 
giona d'  un  personaggio  che  signoreggiò 
lungamente  e  con  tanto  senno  il  mondo, 
e  che  di  Veletri  fu  e  sarà  I'  ornamento 
e  la  gloria.  Egli  annovera  per  prima  tra 
le  prerogative  che  rendono  celebrata  Ve* 
letri,  quella  d'aver  dato  origine  alla  stir. 
pe  degli  Otta  vii,  dalla  quale  discese  Otta- 
viano Augusto  i.°  imperatore  del  mon- 
do, e  credesi  d'avergli  dato  anco  i  natali. 
Che  la  famiglia  Ottavia  abbia  avuto  la 
sua  nobile  antica  origine  da  Veletri,  l'an- 
dai col  benemerito  ed  eccellente  patrio 
storico  dicendo.  Imperocché  una  contra- 
da nella  più  celebre  parte  della  città  chia- 
mossi  Ottavia,  ora  Castello  per  esser  il 
sito  più  elevato  e  ove  esiste  il  Vico  Otta- 
vio, ivi  essendo  stato  eretto  il  suddetto  al 
tare  consagi  alo  a  Marte  da  uno  degli  Ot- 
tavia Bauco  riporta  lutti  gli  autori  prin- 
cipali chene  scrissero,  fra'quali  Domeni- 
co Magri  che  chiamò  Velelri:  potentis- 
sima città  volsca,  e  fortunatissima  patria 


2j6 


VEL 


della  gente  Ottavia  nata  per  governare 
Roma,  anzi  il  mondo  tutto.  Il  cognome 
di  questa  famiglia  si  vuole  derivato  dal 
numero  d'otto  figli,  come  le  stirpi  Quin- 
zia,  Sesta  e  Decia  furono  così  dette,  per- 
ché il  loro  autore  nell'  ordine  della  ge- 
nerazione era  il  quinto,  il  sesto,  il  deci- 
mo: cosigli  Ottavii  furono  con  tal  nome 
chiamati,  perchè  l'autore  di  questa  stir- 
pe dall'  ordine  della  generazione  ebbe  il 
pronome  di  Ottavio.  Già  dissi  come  da' 
re  di  Roma  la  gente  Ottavia  fu  annovera- 
ta fra  le  famiglie  romane  al  senato,  e  fra 
le  patrizie;  ma  col  decorso  del  tempo  pas- 
sò fra  le  plebee.  Dopo  lunga  serie  d'anni 
per  opera  di  Giulio  Cesare  tornò  di  nuo- 
vo a  figurare  nelle  patrizie.  Caio  Rufo  fu 
il  i.°di  questa  stirpe, eletto  per  voli  del  po- 
polo alle  magistrature,  essendo  già  stalo 
questore.  Ebbe  due  figli  Gneo  e  Caio, 
da' quali  discesero  due  famiglie  degli  Ot- 
tavii di  diversa  condizione.  Poiché  Gneo 
e  tutti  i  suoi  discendenti  ebbero  grandis- 
sime dignità,  enumerate  da  Rauco;  ma 
Caio  e  i  di  lui  posteri  o  per  umani  ac- 
cidenti, o  per  propria  volontà  si  rimase- 
ro nell'ordine  equestre  sino  al  padre  di 
Augusto.  Gli  Oltavii  della  stirpe  di  Ca- 
io, dalla  quale  quel  grande  discese,  seb- 
bene contiuuamenle  dimorassero  in  Ve- 
lelri,  pure  non  furono  affatto  privi  de- 
gli 01101  i  della  repubblica.  Caio  Ottavio 
III,  proavo  d'Ottaviano  Augusto,  fu 
tribuno  militare  in  Sicilia  nella  i."  guer- 
ra contro  i  cartaginesi.  Caio  Ottavio  III, 
avo  d'  Augusto,  fu  contento  di  godere  iu 
Velelrisua  patria  le  pubbliche  magistra- 
ture e  gli  agi  del  suo  ricco  patrimonio: 
giunto  alla  vecchiezza, ivi  finì  i  suoi  gior- 
ni. Il  suo  figlio  Caio  Ottavio  innalzò  co' 
propri  meriti  la  sua  casa,  avendo  lode- 
volmente esercitato  le  cariche  diti  ibuno, 
questore,  edile,  giudice,  senatore,  e  final- 
mente proconsole  o  pretore  col  governo 
della  Macedonia, disfacendo  nel  recarvisi 
a  Turi  (per  cui  fu  imposto  il  cognome  di 
Tui  ino  ad  Angusto,  prima  avendo  quello 
di  Cepa),  d'ordiue  del  senato,  i  fuggitivi 


VEL 

avanzi  dell'  esercito  di  Spartaco  e  di  Ca- 
tilina.  Governò  la  provincia  con  giustizia 
e  valore,  perchè  in  un  gran  conflitto  fu- 
gò i  bessi  e  i  traci.  Partito  di  Macedonia, 
morì  all'improvviso  in  Nola  nell'anno  di 
Roma  690,  e  dipoi  dal  figlio  Augusto  gli 
fu  eretto  nel  Monte  Palatino  un  arco  ma- 
gnifico. Egli  dalla  sua  1 .*  moglie  Anca- 
ria  ebbe  soltanto  Ottavia  maggiore,  pri- 
ma  moglie  di  Marcello  personaggio  con- 
solare,  e  poi  del  triumviro  Marc'  Anto- 
nio; di  rara  bellezza  esavissima.  Da  Mar- 
cello essa  ebbe  il  celebre  Marcello,  im- 
mortalato da  Virgilio,  che  Augusto  desti- 
nava a  succedergli,  ed  a  lui  intitolò  il 
Teatro  di  Marcello  {V •)•  La  morte  del 
figlio  pose  Ottavia  in  profonda  malinco- 
nia, e  allora  cessò  in  parte  d'  esser  sag- 
gia, per  odiare  tufle  le  donne  madri,  e 
non  permettendo  che  si  pronunziasse  il 
nome  di  Marcello  alla  sua  presenza.  Ma 
quando  il  principe  della  poesia  Ialina  Vir- 
gilio, si  propose  celebrare  Augusto  per 
eroe  della  sublime  epopea  dell'  Eneide, 
nel  legger  l'episodio  commovente  della 
morte  e  dell'elogio  del  giovaneiMarcello, 
Ottavia  cadde  in  deliquio;  riavutasi,  ordi- 
nò che  si  contassero  a  Virgilio  dieci  se- 
sterzi per  ogni  verso  di  tale  episodio  che 
ne  ha  32.  La  sommaeraallora  enorme; 
tuttavia  il  suffragio  d'Augusto  e  del  suo 
illustre  corteggio  di  scrittori,  le  lagritn 
il'  una  madre  sorella  del  signor  del  mui 
do,  erano  d'assai  maggior  pregio  agli  0 
chi  di  Virgilio  che  lutti  i  tesori  del  mot 
do.  Ottavia  riuscì  a  temperare  alquanto 
il  furore  de'  triumviri  M.  Antonio  e  Ot- 
taviano, ed  anche  a  riconciliarli;  ma  no 
potè  impedire  la  rottura  dopo  che  IVI 
Antonio  prese  a  trattarla  male  in  fot 
della  sua  indegna  passione  per  Cleopi 
tra,  e  divenne  il  pretesto  della  guerra  pi 
disputarsi  tra  il  fratello  e  il  marito  la 
guoria  del  mondo.  Ella  per  altro  con 
nuò  ad  amare  M.  Antonio,  e  morto 
pianse  e  trattò  i  figli  di  lui  come  suoi  pi 
pri.  Ottavia  diede  il  suo  nome  ad  una 
blioteca,  probabilmente  quella  d'Apuli 


iu 

l 


VE  L 

sul  Palalino,ad  ima  piazza  pubblicami  un 
poi  lini,  per  volere  d'Augusto;  portico  die 
eretto  presso  il  Teatro  di  Balbo  eil  Tea- 
tra  di  Marcello,  in  questi  articoli  ne  ri- 
parlai. Caio  Ottavio  restato  vedovo  d'An- 
turio, passò  alle  seconde  nozze  con  Attia 
figlia  di  M.  Attio  Balbo  e  di  Giulia  sorel- 
la di  Giulio  Cesare  dittatore  della  repub- 
blica romana.  Da  questo  nacquero  Otta- 
via minore,  e  Caio  Ottavio  detto  poi  Ot- 
taviano Cesaie  Augusto,  die  al  colino 
dell'  umane  grandezze  innalzò  la  sua  ca- 
sa,  e  acquistò  l'impero  di  Roma,  per  cui 
in  quell'articolo  ne  celebrai  i  fasti  e  il  se- 
dilo d'oro  di  sua  epoca,  e  meglio  nel  cam- 
po immensurabile  della  storia  di  questa 
voluminosa  ed  enciclopedica  mia  opera. 
RI.  Antonio  cognato,  nemico  e  competi- 
Ini  e  dell'impero  di  Augusto,  come  scrive 
Svetonio,  bassamente  gli  rimproverò  per 
emulazione  e  invidia  l'  origine  paterna 
d  aver  avuto  il  bisavolo  fornaro  e  l'avo 
banchiere;  e  l'origine  materna, dicendo 
che  il  bisavolo  fosse  africano,  e  die  in 
Alicia  esercitò  I'  arte  ora  di  molinaro  e 
ora  d'unguentiere.  .Malignila  tutte  diesi 
respingono  cogli  storici,  che  scrivono  Au- 
gusto discendere  da  famiglie  paterna  e 
materna  illustri  e  nobili.  Piace  a  Banco 
di  spaziare  alquanto  sul  racconto  della 
nascita  d'  Ottaviano  Augusto,  sulla  que- 
stione s'ebbe  i  natali  in  Roma  o  in  Ve- 
tetri,  riportando  i  discrepanti  sentimenti. 
Che  sia  nato  in  Veletri,  l'asseriscono  gli 
storici  velilerui  Theuli  e  Borgia,  addu- 
ce tidone  prove  di  vari  scrittori,  benché 
dice  Borgia  co'giuristi  che  si  contrae  l'o- 
rigine da  una  città  anche  pe'  natali  del 
padre;  altri  scrittori  aggiunge  Banco, 
ripetendo  col  Volpi,  essere  Augusto  ve- 
liteuio  per  origine  e  educazione  ch'ebbe 
ili  Veletri,  e  col  cardinal  Borgia  nipote 
dello  storico,  essere  oriundo  da  Veletri 
e  rimasto  poi  pi  ivo  del  padre  fu  educato 
presso  la  madre,  secondo  Dione.  Vicino 
.1  Veletri  era  tradizione,  e  si  mostrava 
il  luogo  ove  Augusto  era  stalo  nudi  ito, 
col  Topi  uione  che  (piasi  ivi  fosse  nato. D'ai 


V  E  L  a77 

tronde  Svetonio,  riferito  pure  da  Nibby 
nella  Roma  antica,  par.  a.",  p.  3gg  e 
407,  descrivendo  il  Palatino,  dice  che  in 
esso  pel  i.°vi  ebbe  casa  Gneo  Ottaviocon- 
sole  nel  58g  di  Roma,  cospicua  e  piena 
di  dignità,  senza  rilevare  s'  era  della  fa- 
miglia Ottavii  (però  tale  lo  trovo  nell'al- 
bero genealogico  della  famiglia  Ottavia, 
presso  Bauco).  Bensì  di  questa  Caio  Ot- 
tavio padre  d'  Augusto  anch'  egli  avea 
casa  sul  Palatino  nella  punta  che  domina 
l'odierna  Chiesa  di  s.  Anastasia.  Ivi 
nacque  Augusto  a' 23  settembre  l'anno 
di  Roma  691,  nella  contrada  ad  Capita 
Bubula,  dove  fino  a'giorni  di  Svetonio 
mostra  vasi  la  camera  in  che  era  nato,  ri- 
dotta a  sacrario.  Con  più  dettaglio  lo  rac- 
conta pure  Bauco,  con  Volpi  che  diver- 
samente interpreta  il  testo  del  greco  Dio- 
ne, che  seguì  il  sentimento  di  Svetonio. 
Nacque  Augusto  nella  mattina,  in  cui  trat- 
ta vasi  in  senato  la  congiura  di  Caldina. 
Caio  Ottavio  avendo  lardato  a  recarsi  in 
senato,  ricercatone  disse  essergli  nato  un 
figlio.  Allora  Publio  Nigidio  Figlilo  sena- 
tore, celebre  matematico  e  astrologo,  pre- 
sagì l'impero  d'Ottaviano,  esclamando 
essergli natoil  signore  del  mondo.  Caio 
Ottavio  ne  fu  così  dolente,  temendo  che 
Roma  perdesse  la  sua  libertà,  che  deter- 
minato d'  uccidere  il  figlio,  Publio  lo 
distolse  dalla  barbara  risoluzione.  Rac- 
conta Svetonio,  che  Ottaviano  ancor  fan- 
ciullo fu  multilo  e  educato  in  una  villa 
de'  suoi  avi  presso  Veletri  in  piccola  stan- 
zetta, poi  tenuta  da'gentili  in  grande  ve- 
nerazione, ch'esisteva  a  suo  tempo  (morì 
nell'89  1  di  Roma);  e  come  fanciullo  im- 
pose a' ranocchi  di  cessare  dal  gracidare. 
Ciò  ho  riferito  ne'  paragrafi  Cisterna  e 
Giuliano,  perchè  si  vuole  die  succedesse- 
ro ad  Ullubra,  ritenuta  per  il  luogo  ov'e- 
ra  la  villa  in  cui  fu  educato  Augusto.  Di 
4  anni  perde  il  padre,  e  pupillo  restò  sot- 
to la  tutela  e  cura  della  madre  e  di  L. 
Filippo  suo  zio  paterno.  Cresciuto  poi  in 
età,  visse  presso  Giulio  Cesare  zio  di  sua 
madre,  il  quale  molto  l'amò  e  molta  cu- 


278  VEL 

ra  ne  prese,  per  esser  privo  di  prole  e  per 
aver  concepito  grandissime  speranze  di 
lui.Prestofu  istruito  nelle  lettere  greche 
e  latine,  e  di  12  anni  fece  un'orazione  in 
lode  della  defunta  Giulia  sua  ava;  di  i5 
dal  prozio  dittatore  fu  adottato  per  te- 
stamento e  dichiarato  suo  erede.  Pel  tra- 
gico avvenimento  di  Giulio  Cesare,  a  un 
tratto  e  di  18  anni  Ottaviano  comparve 
nella  scena  del  mondo  per  farvi  la  figura 
principale;  dico  scena  perchè  egli  stesso 
in  morte  domandò  a  quelli  che  lo  cir- 
condavano, se  avea  bene  rappresentato 
la  parte  sua  nella  commedia  della  vi- 
ta, come  a  suo  luogo  narrai,  e  per  ulti- 
mo nel  voi.  LXXX  V,  p.  24*2.  Non  ebbe 
figli  da  4  mogli;  tranne  la  figlia  Giulia, 
e  morì  a  IN  ola  nella  stessa  camera  e  nel 
medesimo  letto  dov'  era  morto  Caio  Ot- 
tavio suo  padre  ;  di  66  anni  e  nel  y53 
di  Roma,  in  che  non  sono  d'accordo  col 
Banco  quegli  storici,  co'  quali  procedei 
nel  registramele  principali  azioni  e  im- 
prese nel  citato  articolo  ;  venendo  depo- 
sto  in  quel  mausoleo  che  descrissi  nel 
voi.  LXl  V,  p.  1 4 1  •  Tacque  Virgilio  di  sua 
stirpe,  per  l'adulazione  colla  quale  lo  fa 
discendere  da  stirpe  divina  e  lo  chiama 
Dio,  forse  per  aver  Augusto  detto  di  se 
stesso,  dopo  aver  collocato  fra  gli  Dei 
Giulio  Cesare  suo  padre  adottivo  e  aver- 
gli dedicalo  il  l'empio  di  Giulio  Cesare 
(V.):  Divi  Julii  se  fìlium  cssej  e  Divi 
genus.  Passa  il  Banco  ad  esaminare  l'e- 
rudita questione,  per  fissare  il  luogo  ove 
fu  educato  Augusto,  alimentata  da' versi 
d'Orazio,  e  dall'  iscrizione  composta  da 
uu  veliteruopel  rinvenimento  dell'acqua 
viva  nel  piano  di  Faggiola  condotta  iu 
città  nel  sito  appellato  Ulttbrh>fe  posta 
nel  pubblico  palazzo.  11  Bauco  riferisce  i 
pareri  sul  vocabolo  Ulubrio,  se  indica 
Uluhra  degli  antichi,  della  qual  città  m 
disputa  il  luogo  ove  sorgesse.  Alcuni  dico- 
no nella  pianura  di  Faggiola  confinante 
con  Nemi,  altri  vicino  a  Cori  oa  Semio- 
nda, altri  a  Cisterna,  altri  nelle  Pabuli 
Pontine.  11  velilerno  Laudi  nel  mss,  delle 


VE  L 

cose  di  Veletri,  opina  che  1'  educatorio 
d'  Augusto  fosse  situato  poco  lungi  da 
Veletri  nella  contrada  s.  Cesareo,  ora  ri- 
dotta a  cultura  di  bellissime  vigne.  Ed  il 
celebre  archeologo  Cardinali  nell'iter/- 
zioni  Veliterne,  nel!'  illustrare  il  fram- 
mento d'una  riguardante  Ulubra,  trova- 
la nel  patrio  territorio  presso  il  ponte  deb 
l'Incudini  e  indi  riposta  nel  palazzo  pub- 
blico, conclude  che  Ulubra  sia  stata  nella 
detta  contrada  dell'Incudini,  e  che  ivi  fu 
educato  Augusto.  Ma  Bauco  propende  a 
credere  che  1'  educatorio  d'Augusto,  da 
Svetonio  designato  in  una  villa  de' suoi 
avi  presso  Veletri,  fosse  nel  luogo  detto 
s.  Cesareo,  appunto  per  essere  vicino  a 
Veletri  esito  ameno,  e  non  mai  in  Ulu- 
bra esistente  a'  tempi  di  Svetonio  presso 
una  palude  in  aria  pestilenziale;  ne  fan- 
no prova  i  magnifici  avanzi  d'antichi  edi- 
fizi,  e  i!  rinvenimento  di  molte  medaglie 
d'Augusto,  e  d'una  sua  testa  con  corona 
civica  ivi  scavata;  e  neppure  nella  contra- 
da dell'Incudini  3  miglia  lontana  da  Ve- 
letri, non  essendovi  memoria  che  ivi  ab- 
bia esistito  Ulubra  e  senza  vedervi  segno 
di  palude,  né  di  territorio,  perchè  Velie- 
tri  l'  ebbe  sempre  estesissimo.  Con  più 
ragione  potrebbesi  pretendere  l'esistenza 
d' Ulubra  vicino  a  Cori,  perchè  in  tal 
città  fu  trovato  il  marmo  di  Spira  donna 
ulubrana,  che  a  sue  spese  dedicò  un'ara 
a  Bacco;  e  di  più  Sermoneta  pel  marmo 
ivi  esistente  che  parla  d'un  pubblico  ma- 
gistrato d' Ulubra,  e  più  ancora  Cisterna 
dov'  esiste  altra  lapide  che  fa  menzione 
di  magistrature  di  detta  città, e  maggior 
niente  per  essere  le  due  terre  confinati! 
colle  Pontine.  Nel  j53  dalla  fondazior 
di  Roma  e  nell'anno  3o.°  circa  dell'i] 
pero  d'  Augusto,  accadde  lo  strepitose 
glorioso  avvenimento  della  salutifera  n 
scita  del  Salvatore  del  mondo  Gesù  Ci 
sto,  il  più  celebre  e  memorabile  del  suo 
regno,  die  dando  principio  all'  Era  ('ri- 
sliana  o  volgare  o  nostra,  questa  ora 
guirò  coli' avvertenza  notata  nel  ve 
L.VW,  p.  211.  11  can.  Bauco  slima  ai 


VCL 
cora  esser  gloria  singolare  per  Veletri 
l'essersi  degnalo  il  Redentore  dell'uman 
genere  e  Signore  supremo  dell'universo, 
nascere  sulla  terra  sotto  il  dominio  d'un 
personaggio  di  stirpe  veliterna.  La  celeste 
dottrina  insegnata  dal  Figlio  di  Dio  e  la 
cristiana  religione  da  lui  fondala,  dopo  la 
sua  morte  fu  predicata  e  sparsa  dagli  A- 
postoli  e  discepoli  di  Lui  per  tulio  il  mon- 
do conosciuto.  Stimasi,  che  presto  pene- 
trasse in  Veletri  questa  divina  religione; 
fortunato  avvenimento  di  cui  però  nou 
si  può  rintracciare  l'epoca  certa.  Da  fon- 
date congetture  si  conosce,  che  ne'pi  imi 
tempi  della  Chiesa  quivi  sia  stato  annun- 
ziato I'  Evangelo:  la  vicinanza  di  Roma, 
dove  s.  Pietro  principe  degli  apostoli  sta- 
bilì la  sua  cattedra,  mostra  la  possibili- 
tà non  che  la  certezza  d'  aver  Veletri  ri- 
cevuto il  lume  della  fedecontemporanea- 
mente  a  Roma.  I  successori  d'Angusto, 
nella  maggior  parte  non  lo  somigliaro- 
no, e  la  loro  crudeltà  e  corruttela,  l'anar- 
chia delle  milizie  pretoriane,  degenerato 
il  popolo  romano  nella  mollezza  e  ne' vizi, 
prepararono  la  dissoluzioue  dell'impero. 
Assalito  questo  in  più  provinole,  Costan- 
tino I  per  meglio  difenderlo,  dopo  aver 
concesso  il  libero  esercizio  alla  religione 
cristiana,  trapiantò  la  sede  dell'impero  a 
Bisanzio,  per  lui  denominata  Costanti- 
nopoli j  cos'i  la  divina  Provvidenza  pre- 
parando a'  Papi  la  sovranità  di  Roma, 
onde  dal  Faticano  (V,}  governare  libe- 
ramente il  cristianesimo.  Presto  però  essa 
divenne  segno  all'irruzioni,  alla  fierezza, 
alla  devastazione  e  depredazioni  de' bar- 
ba ri,  meutie  l'impero  era  slato  diviso  in 
Occidentale  e  in  Orientale.  Pel  i  ."nel  4 1  o 
l'assalì  e  saccheggiò  Alarico  ve  de  Coli. 
Quindi  partendo  alla  volta  di  Napoli,  mi- 
se a  ferro  e  fuoco  tutti  i  luoghi  ch'erano 
presso  la  via  Atipia,  fino  a  Cosenza,  dove 
morì  carico  di  ricchissime  spoglie.  I  veli- 
terni  che  mantenevano  ancora  la  città  uel 
suo  splendore,  ove  continuava*!  a  dare 
giuochi  anfitealrali,secoudo  Nibby,  sog- 
giacquero alle  stesse  crudeltà  e  rovine. 


V  E  L  279 

Essi  furono  anzi  i  primi  a  provare  gli  spa- 
ventevoli e  desolanti  effetti  della  gotica 
barbarie,  duratile  anche  l'assedio  di  Ro- 
ma per  le  continue  scorrerie  che  da'  goti 
nel  loro  territorio  facevansi;  onde  i  veli- 
terni,  abbandonata  la  città,  rifuggironsi 
con  altri  popoli  nelle  vicine  montagne,  in 
luoghi  inaccessibili  e  nascosti  per  sottrarsi 
dall'  ultimo  esterminio.  Nel  pontificato 
di  s.  Leone  I  il  Grande  e  nel  fói  com- 
parvero nell'Italia  gli  Li  uni,  popoli  feroci 
condotti  da  Aitila,  il  quale  alle  rimostran- 
ze di  quel  Papa  si  ritirò,  con  formidabile 
sterminio  de'  luoghi  per  cui  passò.  Nel 
455  la  bella  penisola  fu  straziata  da  Gen- 
serico re  de'  Fondali,  il  quale  dopo  aver 
invaso  l'Africa,  con  numeroso  esercito 
saccheggiò  Roma,  ponendo  a  ferro  e  fuo- 
co il  Lazio  per  tutta  quella  parte  che  ab- 
braccia le  provincie  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, Veletri  e  tulli  gli  altri  paesi  cui 
transitò  o  si  recò.  I  veli  terni  nuovamen- 
te abbandonala  la  città,  tornarono  a  na- 
scondersi fra  le  balze  de'mouti,  come  fa- 
cevano gli  altri  popoli  per  salvare  la  vi- 
ta. Dicesi.al  riferiredi  Bauco,che  in  que- 
sta fatale  occasioue  si  fabbricassero  roc- 
che sopra  le  più.  scabrose  e  inaccessibili 
rupi.  Non  passarono  molli  anni,  che  ca- 
lato in  Italia  Odoncre  re  degli  Eruli,  nel 
476Ì11  Ravenna  die  fineall'impero  d'Oc- 
cidente, e  quindi  occupò  Roma:  nuovi 
guai  non  saranno  mancati  a  Veletri  sotto 
il  nuovo  barbaro  invasore,  proclamato 
re  d'Italia.  Ma  fissando  poi  la  sua  sede 
in  Ravenna,  Roma  rimase  sottoposta  al- 
l'impero d'Oriente,il  quale  governandola 
co'  luogotenenti,  le  sue  città  e  provincie 
limitrofe  formarono  il  ducalo  romano, 
di  cui  feci  cenno  nel  principio  di  quest'ar- 
ticolo; in  tal  modo  la  Provvidenza  an- 
dava maturando  i  destini  di  Roma  pa- 
pale, perchè  divenisse  pacifico  e  princi- 
pesco dominio  della  s.  Sede  e  de' Papi. In- 
tanto Teodorico  re  de'goti,  mal  soffren- 
do cheOdoacre  regnasse  in  Italia,  l'assa- 
lì e  gli  tolse  regno  e  vita  iu  Ravenna  nel 
4g3,  facendosi  gridare  re  d'Italia, e  do- 


tt8e  V  K  L 

minò  pure  in  Roma.  Nel  secolo  seguen- 
te (Giustiniano  1  imperatore  d'Oriente  a 
mezzo  del  valoroso  Belisario  ricuperata 
l'Africa  da'vandali,  determinò  col  mede- 
simo capitano  di  line  il  simile  coll'ltalia 
e.  l'impero  d'Occidente.  Rapido  fu  il  con- 
quisto di  Belisario,  spontaneamente  a  lui 
arrendendosi  le  città  per  cui  passò,  com- 
presa Veletri, entrando  in  Roma  a' io  di- 
cembre 536  o  537.  Velelri  provvide  il 
di  lui  esercito  con  molle  vettovaglie,  di 
<  ui  penuriava;  e  si  vuole  che  Belisario  vi 
dimorasse  qualche  giorno  prima  d'  av- 
viarsi a  Roma,  per  interpellarne  il  sena- 
Io  e  porsi  con  esso  in  intelligenza  onde 
t;li  a piisse  le  porte.  Assunto  al  regno  de' 
j^oti  Tolila  nel  54  1,  questi  sconfisse  più 
volte  i  greci  eserciti  di  Giustiniano  I,  e  ri- 
prese Roma  nel  546  ;  quindi  non  fu  po- 
co il  danno  che  ne  risentì  Velelri  per  le 
continue  scorrerie  de'  hai  Rari,  che  vi  si 
recavano  n  predare.  Pervenuti  i  goti  ad 
impadronirsi  di  nuovo  di  tutte  le  città  del 
Lazio,  Velelri  tornò  a  gemere  sotto  il  lo- 
ro giogo;  finché  Giustiniano  1  nel  55  2 
spedì  in  Italia  con  poderoso  esercito  JVar- 
sete,  il  quale  vinse  e  disperse  i  goti,  colla 
morte  di  Totila,  riconquistò  Roma  con 
tutto  il  Lazio,  e  nel  553  il  rimanente  d'I- 
talia, terminando  la  dominazione  gotica 
colla  vita  dell'ultimo  loro  re  Teia.  Re- 
spirò Velelri  fornata  sotto  il  dominio  im- 
peliate, poiché  ella  fu  una  delle  città  più 
maltrattale  da'barbari,  per  aver  soccorso 
l'esercito  capitanatoda  Belisario.IVè  man- 
cò di  prestare  que'servigi  che  potè  a  Nar- 
sete,  dal  quale  venue  ricompensata  e  pri- 
vilegiata sopra  tutte  l'altre  città.  Fin  da 
quel  tempo  si  vuole  che  Velelri  fosse  e- 
seutata  dal  governo  del  prefetto  di  Ro- 
ma. Governa  vasi  essa  co'suoi  propri  ma- 
gistrati, colla  soggezione  immediata  allo 
stesso  imperatore  e  a'suoi  ministri.  Ben- 
ché sempre  e  spesso  Velelri  abbia  avuto 
liti  e  controversie  sopra  la  giurisdizione, 
col  prefetto  o  duca,  senato  e  popolo  ro- 
mano, secondo  gli  storici  veliterni,  de- 
v'essere  obbligata  a  Giustiniano  I,  e  a 


V  E  L 

N arsele  suo  generalissimo  e  luogotenen- 
te in  Italia,  per  avere  concesso  a  Velelri 
il  privilegio  della  libertà  imperiale,  per 
cui  usa  nel  discorso  stemma  l'epigrafe  : 
Est  tniiii  libertas  imperi  ali s.  Narsete 
schernito,  come  eunuco,  dall'imperatri- 
ce Sofia  moglie  di  Giustino  II,  preso  da 
vendetta,  si  dice,  che  a  tradimento  chia- 
mò in  Italia  i  Longobardi, condottivi  dal 
re  Alboinonel  568.  Questi  barbari  in  pro- 
gresso di  tempo  occuparono  quasi  tutta 
l'Italia,  governandola  per  mezzo  di  du- 
chi, e  stabilendovi  il  governo  feudale.  Al- 
lora tutte  le  città  italiane  soggiacquero  a 
un  totale  cambiamento  nelle  leggi  e  ne- 
gli stalliti,  perciò  nella  forma  di  gover- 
no. Ne'  secoli  successivi  probabilmente 
venne  in  Veletri  introdotto  il  magistra- 
to di  due  consoli,  con  grande  autorità. 
Frattanto  all'infestazioni  e  scorrerie  col- 
le quali  i  longobardi  travagliavano  i  luo- 
ghi circonvicini  a  Roma,  massime  quan- 
do nel  58g  re  Autari  mise  a  sacco  e  deva- 
stò lutti  i  luoghi  vicini  a  Roma,  nelP  an- 
dare da  Spoleto  a  Benevento  e  fino  a  Pieg- 
gio  ;  si  aggiunsero  le  calamità  dell'inon- 
dazioni e  del  contagio,  restando  vittima 
di  quello  dell'anguinaia  Papa  Pelagio  11 
nel  5qo  ;  la  peste  non  cessando  che  nel 
pontificato  del  successore  s.  Gregorio  I  il 
Grande.  Egli  impedì  che  Agilulfo  re  de' 
longobardi  nel  5q3  espugnasse  Roma  da 
lui  assediata;  ma  i  barbari  si  sfogarono 
con  chi  capitava  loro  alle  mani  crudel- 
mente, devastando  la  campagna  e  i  din- 
torni di  Itoma.  Danna  lettera  di  s.  Gre- 
gorio I  rilevasi,  che  i  longobardi  giunsero 
anche  in  Veletri,  ingiungendo  a  Giovan- 
ni vescovo  della  città,  che  ad  evitare  il 
furore  de'  barbari  trasferisse  la  sua  sede 
in  un  luogo  meno  esposto  della  dioces 
ov'egli  e  il  popolo  potessero  essere  più 
curi  dall'incursioni  nemiche.  Provvido  I 
il  pontificio  consiglio,  poiché  Agilulfo  ce 
suoi  longobardi  cagionarono  per  la  vi 
Appiani  queste  contrade  gravissimi  dar 
ni,  e  fra  le  città  che  rie  rimasero  deserte 
quella  vescovile  di  Tre  Taberue  allora  n 


V  E  L 

slò  allatto  desolata  e  distrutta.  Trovo  in 
Nihby,  che  s.  Gregorio  I  possedeva  fondi 
nel  territorio  di  Veletri,  in  quel  tempo 
chiamata  Bellitri.e  li  donò  alla  Chiesa  de' 
ts.  Gio.  e  Paolo  di  Roma,  i  quali  sono 
ricordali  nelle  tavole  dell'alto  di  tal  do- 
nazione esistente  nella  sagrestia  di  detta 
rliiesa  ;  cioè  i  futull  Mnciamts,  Casconis, 
Praetorioius,  Casacatrlli.  Altri  fondi 
possedeva  nel  territorio  veliterno  s.  Gre- 
gorio II, che  donò  dopo  il  7  1  5  alla  basilica 
Vaticana,  come  si  apprende  dalla  lapide 
esistente  nel  portico  della  slessa  basilica, 
i  quali  furono  particolarmente  destinati 
ail  alimentare  i  lumi  che  ardono  intorno 
al  sepolcro  di  s.  Pietro.  Essi  erano  :  nella 
Massa  Ficloriolae ,  I'  oli  veto  nel  fondo 
!'>  iimelliono,  quello  nel  fondo  Ottaviano. 
Nella  Massa  Trabaliana,  l'olivelo  nel 
fondo  bui  reiano,  quelli  ne'fondi  Oppia- 
no, Giuliano,  Viviano,  Calliano,  Soltfi- 
ciano,  l'almi,  Salari,  Sartariano,  Gallia- 
no eCarbonaria.Nella  Massa.  Caesaria- 
na,  gli  oliveti  ne'fondi  Fiorano,  Pi  isciano 
e  (i  tassiano,  Pascolano,  Vnriniano  e  Ce- 
sariano.  Nella  Massa  /W///z/itf.gli  oliveti 
ne'fondi  Poliziano,  Casaromauiana,  Tal- 
tiano  e  Casatlorana.  Nella  Massa  Siria- 
na, gli  oli  veti  ne'fondi  Bai  inno,  Caccia- 
no, Poliziano,  Aquiliuno,  Steiauo  e  Gassi. 
Finalmente  nella  Massa  Nrviana,  gli  oli- 
teli ne'fondi  Arcipiano,  Corneliano  e  Ur- 
sauo.  Questa  nomenclatura  non  solo  di- 
mostra la  molteplicità  de'fondi  del  terri- 
torio veliterno  nel  principio  del  secolo 
\  III, quanto  allora  fosse  coltivato  ad  oli- 
vi, ma  ancora  la  probabilità  che  alcuni 
vocaboli  derivino  da  possessioni  della 
gente  Ottavia  e  di  Augusto.  Ragionando 
dell'origine  della  Sovranità  della  s.  Se~ 
de  0  de'  Papi  (P.),  narrai  a'  loro  luo- 
gi,  che  i  Papi  da  gran  tempo  erano  i  pa- 
dri e  i  proiettori  de'romani  e  de'popoli 
ritvostanti,  e  anche  più  lontani,  in  ogni 
maniera  beneficandoli  colle  incessanti  lo- 
ro cure  ;  mentre  che  essi  abbandonali  al- 
la (uria  de'  longobardi  da'greci  impera- 
tori, solamente  ne'Poulefici  1  icouosceva- 


VEL  a8i 

no  tutela  e  soccorso.  A  questa  negligenza 
degl'  imperatori  di  Costantinopoli  nel 
pontificato  di  s.  Gregorio  li  si  aggiunse 
la  pei  'sedizione  religiosa.  Pei  l'eresia  de- 
gl  Iconoclasti,  dispreizatoli  delle  ss.  ///<- 
magini  (P.),  l'empio  imperatore  Leone 
11!  Y Isaurico  se  ne  mostrò  fanatico  pro- 
pugnatore, sino  ad  attentare  alla  vita  di 
s.  Gregorio  II  che  ne  difendeva  il  culto. 
Stanco  il  Papa  dell'inutili  ammonizioni, 
scomunicò  l'imperatore  verso  il  726,  as- 
solvendo gl'italiani  dal  giuramento  di  fe- 
deltà fatto  a  quel!'  eretico,  e  da'lributi. 
Fu  allora  che  ribellatisi  i  popoli,  molle 
citià  si  eressero  in  signoria,  e  il  ducato  di 
Roma  con  7  città  della  provincia  di  Cam- 
pagna spontaneamente  si  sottoposero  a 
Papa  s.  Gregorio  11,  e  perciò  sotto  di  lui 
ebbe  principio  il  dominio  temporale  dei- 
la  Chiesa  romana.  Fra  le  altre  città  e  luo- 
ghi che  ne  imitarono  l'esempio,  tra  le 
prime  vi  fu  anche  Veletri,  la  quale  scos- 
so il  giogo  de'  greci,  volontariamente  si 
sottomise  al  dominio  sovrano  de'  Papi, 
a'  quali  ubbidiente  e  fedelissima  sempre 
si  mantenne;  onde  perla  costante  fedeltà 
in  gravissime  occasioni  dimostrata,  e  per 
gli  aiuti  alla  s.  Sede  predati,  meritò  so- 
pra tutte  le  altre  città  del  Lazio  favori 
e  privilegi,  e  di  rimanere  nella  sua  anti- 
ca libertà,  al  dire  di  IJauco;  aggiungen- 
do, che  all'  anzidetto  privilegio  tli  libertà 
imperiale  fu  aggiunto  1'  altro  di  libertà 
papale  per  grazia  di  s.  Gregorio  II  nel 
73o.  Il  simile  avea  dichiaralo  Alessandro 
Borgia,  coli'  autorità  del  mss.  di  Clemen- 
te Erminio  Borgia;  notando,  che  quindi 
nell'arme  patria  fu  alla  gloriosa  epigra- 
fe unita  la  parola  libertà  papale,  Papalis. 
Avverte  il  cardinal  Borgia, che  il  ducato 
roma  no  abbraccia  va  le  terre  diCampauia 
o  provincia  di  Campagna,  non  già  quelle 
ora  conosciute  col  nome  di  Marittima,  co- 
me Veletri  e  altre;  però  sino  al  secolo 
XI  la  Campania  abbracciava  pure  la  {Ma- 
rittima. Laonde  non  deve  recare  mera- 
viglia se  ne' diplomi  di  conferma  e  do- 
uazioue  alla  «.Sede  di  Carlo  Magno,  Lo- 


»$»  V  E  L 

<lovico  I  e  a!li i  imperatoli,  non  viene  ri- 
cordata la  provincia  ili  Marittima,  ma  la 
sola  Campania,  che  la  comprendeva  ed  a 
cui  era  unita.  Si  può  vedere  il  Cenni, /J/o- 
numenta  Dominalionis  PontificiaetÌ.  2, 
p.  i  3g,  ed  il  Cohellio,  Nolitia  Cardina- 
latus,  p.  i  1 8  e  i  19.  Divenuti  i  Papi  sovra- 
ni temporali, i  fasti  del  Pontificatosi  com- 
penetrarono con  quelli  del  Principe,  e 
non  ponno  separarsi;  imperocché  alla 
somma  podestà  sacerdotale  nel  presente 
ordine  di  cose  è  congiunta  e  inviscerata 
la  podestà  temporale.  Neil'  800  s.  Leone 
III  ristabilì  l'impero  d'Occidente,  e  ne  in- 
coronò imperatore  Carlo  Magno. 

Elevato  uell'827  al  pontificalo  Grego- 
rio IV,  i  Saraceni  maomettani  della  Si- 
cdia  e  Calabria  infestando  sino  dall'82  1 
miseramente  le  spiagge  d'Italia  e  di  Ma- 
rittima, con  ladronecci  e  facendo  Schia- 
vi i  cristiani,  il  Papa  riedificò,  fortifi- 
cò e  cinse  di  nuove  e  alte  mura  la  cit- 
tà di  Ostia,  riducendola  ad  antemurale 
di  Roma  e  de'  domimi  ecclesiastici,  po- 
tendo i  barbari  navigare  a  danno  di  es- 
sa pel  Tevere.  Non  poco  fu  il  danno  che 
dalle  scorrerie  di  questi  barbari  ne  patì 
Velletri,  poiché  spesso  e  all'impensata  i 
cittadini  venivano  sorpresi  alla  campa- 
gna e  condotti  in  dura  schiavitù;  oltre 
il  bottino  ch'essi  facevano  de'  bestiami, 
biade  e  altre  vettovaglie.  Per  evitare  tan- 
to disastro  nella  campagna  furono  fab- 
bricate alcune  torri  ben  elevate  e  forti, 
che  servivano  per  dare  rifugio  a'coltiva- 
tori  de'terreni,  e  per  dare  ancora  il  se- 
gnale co'fuochi  alla  città  di  notte,  e  col 
fumo  di  giorno  ;  onde  accorressero  i  cit- 
tadini armati,  per  combattere  e  respin- 
gere sì  fieri  e  (aliatici  nemici  del  nome 
cristiano.  Di  simili  fortificazioni  senemi- 
ibiiq  ancora  nella  tenuta  di  Lazzena,  e 
nella  possessione  delta  de'  Monaci,  Nel 
pontificato  del  successore  Sergio  II  del- 
l'844  crebbero  le  calamità  da'  saraceni 
recate  a  Roma  e  alle  provincie  di  Mar 
riltima  e  Campagna  ;  giacché  que'  bar- 
bari annidatisi  in  Cueta  ebbero  comodo 


V  EL 

di  travagliare  miseramente  queste  con- 
trade. Ma  s.  Leone  IV,  eletto  nell'847, 
cinse  di  mura  il  Vaticano,  vi  comprese 
la  basilica  di  s.  Pietro,  per  impedire  agli 
audaci  saraceni  di  depredarla,  e  recatosi 
ad  Ostia,  con  battaglia  navale  li  disperse 
e  distrusse.  Indi  PapaGiovanni  Vili  del- 
1*872  molto  operò  contro  i  saraceni,aven- 
do  formato  forse  il  i.°  navilio  della  mili- 
tare Marina  Pontifìcia,  argomento  che 
in  tanti  luoghi  trattai;  e  assai  di  più  operò 
il  coraggioso  Giovanni  X,che  nel  9 1 5  alla 
testa  delle  milizie  papali  li  cacciò  e  ster- 
minò dal  castello  di  Garigliano  loro  pro- 
pugnacolo, contribuendovi  gli  aiuti  de' 
suoi  fedeli  sudditi  e  precipuamente  de' 
marsi,  equicoli,  eroici  e  veliterni,  al  mo- 
do.narrato  ne'ricordali  articoli.  Non  so- 
lamente Velletri,  ma  tutto  il  Lazio  si  ral- 
legrò dell'impresa,  dopo  i  deplorabili 
massacri, ladronecci  e  rapimenti  sofferti. 
Il  magnanimo  s.  Gregorio  VII  del  1 073 
ebbe  particola!*  cura  di  Velletri,  conce- 
dendo de'  privilegi  a  favore  de*  cittadi- 
ni, per  essere  restata  fedele  nelle  gravi 
vertenze  contro  Enrico  IV  suo  persecu- 
tore, e  fautore  di  Clemente  III  autjpapa. 
Nuove  prove  di  fedeltà  dieronoi  veliter- 
ni ad  Urbano  II  verso  il  io85,  quando 
il  normanno  Ruggero  duca  di  Puglia  e 
Calabria,  dopo  la  morte  del  padre,  prese 
Capua  e  corse  vittorioso  di  là  fino  sulle 
portedi  Velletri,  riducendo  in  suo  potere 
tutte  le  città  e  terre  per  dove  passava,  non 
essendovi  alcuno  che  ardisse  d' opporsi. 
Velletri  fermò  il  corso  alle  sue  conqui- 
ste, gli  fece  valida  resistenza  e  si  man- 
tenne ferma  nella  pontificia  ubbidienza. 
Continuando  Enrico  IV  a  travagliare  la 
s.  Sede,  ed  a  sostenere  coll'armi  il  pseu- 
do  Clemente  111,  costrinse  l'ottimo  Ur- 
bano Il  ad  assentarsi  da  Roma,  ed  il  po- 
polo veliterno,  sempre  a  lui  di  voto,  sog- 
giacque a  durissime  esazioni  e  persecu- 
zioni del  polente  antipapa.  Grato  il  Pa- 
pa al  filiale  alfetto  de* veliterni,  con  breve 
de' 16  giugno  1089,  concesse  particolari 
privilegi  al  clero  e  al  popolo,  cominciau- 


VEL 

do  il  diploma  colle  paiole  di  fratelli  dì- 
lettissimi,  omnibus  P'ellìtrensibus.  I  ti  es- 
so deplora  i  tormenti,  le  prigioniere  mor- 
ti da'  veliterni  con  forte  animo  soppor- 
tate nello  scisma  che  lacerava  la  Chiesa, 
esaltandone  la  costante  fedeltà.   Di  più 
confermò  loro  tutti  gli  antichi  usi  e  co- 
stumi favorevoli,  ed  il  possesso  di  tutto 
il  territorio  e  de'privilegi  che  godevano. 
Velletri  avea  l'obbligo  di  fornire  di  vitto 
il  Papa  e  la  sua  corte,  quante  volte  egli 
si  fosse  portato  in  questa  città  e  per  tutto 
il  tempo  della  dimora.  Siccome  ciò  spes- 
so accadeva,  e  grave  era  il  dispendio  del 
comunale  erario,  Urbano  11  nel  diploma 
ridusse  l'obbligo  ad  un  sol  pasto,  unius 
comeslionis,  a  carico  del  vescovo  e  del 
clero,  altro  dovendo  somministrare  i  lai- 
ci, come  leggo  nel  commento  del  Borgia 
che  riporta  il  diploma,  la  cui  pergamena 
esiste  nell'archivio  municipale.  Questa  e- 
senzione  confermò  poi  Bonifacio  Vili  nel 
1298.  Urbano  II  dev'essere  stato  in  Vel- 
letri altra  volta,  come  rilevasi  dalle  pa- 
role :  sicut  in  more  habetis,  et  mecuni 
egistis.    Il    Borgia  crede  dopo  la  sua  e- 
lezione  seguita  in  Terracina.  Inoltre  ri- 
levasi dal  breve,  che  Velletri  era  tenuta 
a  somministrare  al  Papa  le  milizie,  che 
doveano  andare  all'esercito  della  provin- 
cia Maritimam  et  Campanìam.Da  que- 
sto peso  ella  fu  sgravata  prima  in  parte 
da  Urbano  11,  e  poi  in  lutto  da  altri  Pa- 
pi, come  riferisce  Bauco.  In  vece  spiega 
Borgia,  non  da  Urbano  II,  ma  da  altri 
Papi  prima  ne  fu  esonerala   in  parte,  e 
poi  del  tutto  dispensata.  Morto  l'antipa- 
pa in  Aquila  nel  1  100,  il  Papa  Pasquale 
Il  coraggiosamente coll'armi  volle  ricon- 
quistare le  terre  tolte  alla  Chiesa   nelle 
passate  turbolenze,  e  punire  i  capi  della 
libertà  romana;  onde  Velletri  prese  oc- 
casione di  sgravarsi  di  molte  gravezze  e 
novità,  di  prepotenza  imposte  dall'anti- 
papa. Abusi  che  abolì  Pasquale  II   con 
breve  de'6  aprile  1  102,  confermando  le 
concessioni  di  s.  Gregorio  Vile  Urbano 
II,  circoscrivendone  il  territorio  con  ìiui- 


V  E  L  283 

pli  confini  che  tuttora  si  conservano.  Sof- 
frì Pasquale  il  molte  afflizioni, sia  pero- 
pera  di  altri  3  antipapi,  ch'ebbero  breve 
durata,  sia  per  voler  i  romani  dare  per 
successore  al  defunto  prefetto  il  figlio  an- 
cor fanciullo, esia  per  la  ribellione  di  To- 
lomeo conte  Tusculano,  per  cui  in  segui- 
to tutto  il  tratto  marittimo  del  Lazio  fu 
involto  nella  stessa  insurrezione,  compre- 
si Ninfa,  Castel  Tiberio  e  Semionda.  Non 
ostante  Velletri   rimase   fedele  al  Papa. 
Secondo  Nibby,  la  ribellione  avvenne  nel 
1  i  1 5,  quando  il  Papa  andò  in  Puglia  per 
concertarsi  co'normanni,  ad  onta  che  a- 
vesse  affidato  a  Tolomeo  1'  amministra- 
zione di   tutti  i  patrimoni  esterni  della 
Chiesa,  con  fare  insorgere  Tusculo,  Pre- 
neste,  Anagni,  e  la  Sabina  per  la  sua  al- 
leanza coli' abbate  di    Farfa.    A   questa 
mossa  posero  argine,   Albano,   tutta  la 
provincia  di  Marittima  e  Velletri,  che  an- 
darono esposte  a  depredazione  per  parta 
de'ribelli.  Al  ritorno  del  Papa  si  quieta- 
rono le  cose.  Vuole  il  Theuli,  che  Ana- 
stasio IV  deli  i53  fosse  per  alcun  tempo 
in  Velletri,  per  essere  slato  abbate  del- 
l'abbazia veliterna  di  s.  Rufo;  ma  il  Bor- 
gia nella  Storia  eli  Fellctri,  dichiara  non 
esservi  mai  stata  nella  diocesi  tale  abba- 
zia, e  forse  quella  del  priorato  di  s.  Ana- 
stasio fu  soggetta  all'abbazia  di  s.  Rufo 
di  Provenza.  Bensì  crede  probabile  l'as- 
serto pure  da  altri,  che  Anastasio  IV  e- 
ducato  in  Velletri  nel  monastero  di  s.  A- 
nastasio  e  divenuloueabbate,  crealo  Pa- 
pa neassunse  il  nome. Narrano  Nibby,  e 
il  cav.  Coppi  nelle  Memorie  Colo/mesi, 
che  nel   1  1  79  Alessandro  III  col  consen- 
so de'cardinali  concesse  a  Rainonede  Tu- 
sculano Norma  e  Vico  colle  pertinenze, 
ricevendo  in  permuta  il  castello  di  Laria- 
110  colla  rocca,  che  allora  il  Papa  teneva 
per  Bainone,  obbligandosi  redimere  i  pe- 
si che  potessero  gravare  Lariauo  fino  a 
200  lire  provesine;  col  palio  di  poter  il 
solo  Papa  rescindere  il  contralto,  bensì 
che  le  parti  che  mancassero  dovessero  pa- 
gare 5o  libbre  d'oro.  Nel  marzo  di  detto 


&4  V  E  L 

suino,  Alessamlro  111  si  trovavo  in  Velie- 
Ili,  ove  dimoiò  per  un  anno  intero,  per 
cui  ivi  fece  la  della  permuta  l'i  i  ottobre, 
e  vi  restò  parte  del  i  i  80,  se  pure  non  vi 
ritornò.  Essendo  morto  Alessandro  Illa 
Civita  Castellana  a'^7  o  29  agosto  1  181, 
convien  credere  che  per  i  tumultuanti 
romani  subilo  i  cardinali  si  recassero  in 
Vellelri,  ovvero  ancora  vi  restava  la  cu- 
ria e  corte  romana,  perchè  il  cardinal  Al- 
bichinoli suo  vescovo  era  decano  del  sa- 
gro collegio  e  in  grave  età,  e  forse  vi  di- 
morava, e  ivi  lo  elessero  Papa  col  nome 
di  Lucio  Ili  il  i.°  settembre  e  coronaro- 
no ivi  a'  6.  lAecatosi  in  Roma,  poco  tem- 
po vi  dimorò  per  le  turbolenze  della  cit- 
tà, o  per  non  aver  voluto  osservare  certi 
costumi  praticati  da'  predecessori.  Il  Vi- 
tali nella  Storia  diplomatica  de  Sena- 
tori di  lìoma,  dice  the  i  romani  colle  ar- 
mi alla  mano  domandarono  a  Lucio  IH 
di  rimettere  in  piedi  il  senato  colla  pre- 
sidenza d'un  iJtf/m/o,e  coll'inlera  ammi- 
nistrazione della  città  e  dello  stato  indi- 
pendentemenleda'  Papi.  Pertanto  Lucio 
ili  stimò  bene  allontanarsi  da  un  popo- 
lo tumultuante,  lece  ritorno  in  Vellelri 
e  vi  stabili  la  sua  residenza,  nella  quale 
assolse  dalla  scomunica  il  re  di  Scozia 
Cngliemo,  pronunziata  contro  di  lui  dal- 
l'arcivescovo di  York  ;  ed  ivi  vennero  al- 
l'udienza del  Papa  Giovanni  eUgone  ve- 
scovi di  Scozia  per  vendicare  alcuni  ve- 
scovili diritti.  In  Vellelri  pure  a'  2  di- 
cembre fece  una  promozione  di  8  cardi- 
nali, fra'quali  Crivelli  gli  successe  col  no- 
me di  Urbano  111.  Continuando  i  roma- 
ni nelle  loro  discordie  a  mostrarsi  avver- 
si a  Lucio  111,  temendo  questi  per  la  vi- 
cinanza da  Pioma  di  qualche  gravissimo 
oltraggio,  nel  1  1 83  passò  in  Anagni,  e 
siccome  tòrte  e  sicura  vi  celebrò  la  festa 
di  Maiale,  e  secondo  Novaes  si  recò  in 
Roma  per  tentare  una  pacificazione,  vi 
elesse  senatore  il  conte  baimelo,  ma  fu 
coslrello  nel  1  184  partire  per  Modena. 
Le  genti  di  Lauterio  milanese  bali  o  ret- 
tore di  Campagna  avendo  occupato  le 


V  E  L 

rocche  di  Laràrio  e  Castro,  egli  le  rimi 
se  nelle  mani  di  Giordano  abbate  di  Fos 
sanuova,  il  quale  le  consegnò  a  Papa  Cle 
mente  111,  non  prima  del  1  187,  anno  ir 
citi  fu  esallato  al   pontificato.  Nel  1202 
Vellelri  fu  onorata  dalla  presenza  d'In- 
nocenzo III, avendo  a  cuore  la  pace  della 
città  co'popoli  circonvicini.  Agitavasi  in 
questo  tempo  una  lunga  guerra  fra'  ve 
hlcrni,  corani  e  sermonetaui  da  una  par 
le,  e  fra  que'  di  Sezze  e  di  Ninfa,  e  San 
guineo  castellano d'Acquapuzza.  Questa 
dissensione  fu  causa  di  gravi  danni,   d 
rapine,  di  morii  e  d'incendi  d*  ambo  le 
parti,  e  specialmente  fra' veli  terni  e  i  niii 
lesi.  11  nipote  del  Papa  cardinal  Ugolinc 
vescovo  velilerno  avea  già  trattato  e  cor 
eluso  la  pace  tra  questi  popoli,  ma  non 
dimeno  prepara  varisi  di  nuovo  a  Ila  guer 
ra,  essendosi  l'uria  e  l'altra  con  altri  vici 
ni  collegate,  e  già  erano  cominciate  le 
stilila.  Laonde  il  Papa  per  impedire  i  sue 
cessi   funesti   della  guerra,  commise  d 
nuovo  al  cardinale  di  ridurre  i  detti  pi 
poli  a  concordia,  ed  egli  con  somma  cu- 
ra e  prontezza  vi  riusci.  Nota  Banco,  che 
de'velilerni  molti  furono  promossi  a've- 
seovali,  massime  della  patria,  secondo  il 
costume  de' secoli  antichi,  per  cui  si  pro- 
pose di  ricordare  i  successivi  a  tanta  di- 
gnità esaltati,  ed  io  compendiosamente 
lo  seguirò.  Nel  !2o5  Innocenzo  III  pro- 
mosse alla  cattedra  di  Firenze  Giovanni 
Santi  velilerno,  celebre  personaggio  che 
pel  i.°  istituì  la  carica  di  Podestà  nelle 
sue  terre  ecastella  per  mantenervi  la  giu- 
stizia, il  quale  costume  utilissimo  fu  ab- 
braccialo in  tutlo  lo  slato  di  Firenze,  an- 
zi nell'Italia  tutta.  Ma  non  pare  per  quan- 
to riportai  nell'indicato  articolo.  Forse 
avrà  migliorato  e  più  propagato  l'istitu- 
zione. Fu  nel   i23o  sepolto   nel  duomo 
di  Firenze  con  epitaffio  che  principia  col- 
le parole:  Patria  Pelletrum.  Nel  1227 
il  ves.ovo  cardinal  Ugolino  di  venne  Gre- 
gorio IX,  con  inesprimibile  allegrezza  de' 
diocesani  velatemi;  ed  avendo  a'  29  set- 
tembre scomunicalo  in  Anagni  l'impera- 


V  E  L 

tcre  Federico  11  re  eli  Sicilia  (/"''.),  toi*- 
nattclo  il  Papa  a  Ruma  passò  per  Velletri, 

e  pel  grande  all'elio  die  rimiri  va  verso  di 
essa,  le  concesse  molte  grazie  e  privilegi. 
Federico  II  irritato  perla  fulminante  « 
terribile  censura,  divenuto  nemico  del 
Papa,  nel  J228  comprò  gli  animi   d'al- 
cuni magnati  romani,  servendosi  di  essi 
per  travagliare  il  Papa,  che  per  evitare 
gl'insulti  de'  sollevati  romani  e  del  sena- 
tore  Aunilialdi,   si   ritirò  a  Perugia   nel 
maggio  e  vi  restò  sino  al  febbraio  i23o. 
In  tale  circostanza  il  popolo  romano  pub- 
blicò una  legge,  ordinando  che  tulle  le 
città,  terre  e  castella  esistenti  intorno  a 
Roma  dovessero  pagaie  annuo  tributo. 
A  questa  legge  fece    Velletri  forte  resi- 
stenza, difendendosi  in  ogni  modo  con- 
tro T  esigenze  del  popolo    romano,  dal 
quale  sopra  modo  infastidito,  spedì  am- 
basciatori al  Papa  per  essere  liberato  da 
tante  vessazioni.  Gregorio  IX  ascollò  be- 
nignamente gli  oratori  veliterni, the  gli 
esposero  le  violenze  de'  romani  per  di- 
staccar  Velletri  dall'  ubbidienza  diretta 
alla  s.  Sede  e  ridurli»  in  loro  potere.  De- 
siderando il  Papa  rimunerare  i  meriti  de' 
veliterni  e  il  costante  attaccamento  alla 
sua  persona,  e  insieme  animare  gli  altri 
popoli  a  mantenersi  a  lui  fedeli,  piovvi- 
de  allo  stato  di  Velletri  con  due  diplomi, 
riferiti  dalBorgia  ed  esistenti  Dell'archivio 
comunale.  Nel  i.°  si  vede  in  quante  ma- 
niere tentarono  i  romani  di  rendersi  si- 
gnori di  Velletri  e  di  rimuoverla  dall'ub- 
bidienza dovuta  al  Papa,  volendo  anco- 
ra che  i  veliterni  prestassero  giuramen- 
to contro  la  fedeltà  promessa  alla  s.  Sede. 
Col  2.0  Gregorio  IX  dichiarò,  che  Vel- 
letri sempre  dovesse  rimanere  sotto  l'im- 
mediata prolezione  e  giurisdizione  della 
Sede  apostolica;  togliendo  così  a'  roma- 
ni la  speranza  di  poterla  soggettare.  Con- 
fermò inoltre  l'antico  pi  ivdegio  di  si  ugola- 
re  libertà  concessale  da'suoi  predecessori, 
di  cui  la  città  ne  porta  sull'arme  la  discor- 
.>a  epigrafe;  e  confermò  pure  i  privilegi  de' 
suoi  predecessori, lodando  in  line  la  coslau- 


V  E  L  *8j 

za  e  virtù  de'  veliterni,  ed  esortandoli  a 
mantenersi  sempre  fedeli  a'  successori  di 
s.  Pietro.  Nel  1234  Gregorio    IX  colla 
bolla  de'  1  6  gennaio  Rex  excelsus,  pres- 
so il  Bull.  Rom.t  t.  3,  p.  281  :  Prohibi- 
tio  alienandi    Terras,  Castra  et  alia 
loca  Sedis  apostolicae,  absqtieconsensii 
s.  Romanae  Ecclesia»  Cardinalium.  Il 
Nibby  nel  citarla   inlerprelò    l'opposto, 
dicendo  che  ordinò  l'alienazione  del  ca- 
stello di  La  ria  no,  senza  domandare  il  con- 
senso de'  cardinali  (il  quale  castello  sul 
finire  di  questo  secolo  eia  in  potere  di 
Riccardettodi  Matteo  nipotedel  cardini! 
Riccardo  Annibaldi,  che  profittando  del 
silo  esercitava  ogni  sorte  d'estorsioni  edi 
violenze).  La  bolla  non  fu  pel  solo  Laria- 
110,  ma  pe'luoghi  di  cui  specialmente  vol- 
le vietare  l'alienazione,  e  ve  lo  compre- 
se. Anzi  qui  riporlo  il  solo  brano  che  ri- 
guarda le  due  provincie  di  Marittima  e 
Campagna,  dal  quale  si  rileverà  i  Ino»  hi 
eccettuali,  ed  a  quali  di  esse  allora  appar- 
tenessero. In  Campania ,  Castrimi  Fu- 
monis,  Palìanì,  Serronis,  Larianis.  fu 
Dlaritima,  Aquam  Putridain,   Ostiam 
qua m  Episcopus  Ostiensis  tenet  a  Ro- 
mana Ecclesiasti  omnibus  ipsiusEpisio- 
pi j'ure  sali'o.  AriciaintNympliam.  To- 
lan.  Cor  a  111. Cisterna  in,  et  Terracinam. 
Nel  1237  s'introdusse  in  Velletri  il  magi- 
strato appellato  Podestà.L'eìeilo  a  questa 
magistratura  dovea  essere  forastiere, e  go- 
vernava la  città  con  autorità  assoluta  di 
punirei  delitti.  Perseguo  della  sua  poten- 
za gli  si  consegnava  nel  possesso  una  ver- 
ga coperta  di  velluto  nero  con  pomi  d'ar- 
gento. Siccome  l'autorità  di  questo  ma- 
gistrato era  assai  eslesa  e  poteva   dege- 
nerare in  tirannide,   durava   soltanto   G 
mesi.  Di  quesla  carica,  come  dissi  in  lau- 
ti luoghi,  se  ne  faceva  gran  conto,  poiché 
il  governo  de'  popoli  era  sottomesso  al- 
l'auloi'ilà  del  podestà.  Egli  avea  un  go- 
verno illimitato,   per  cui  i  primari  per- 
sonaggi di  Roma, delle  provincie,  e  spes- 
so i  baroni  procuravansi  tal  magistratu- 
ra. Eravi  aucora  un  giudice  per  decidere 


a86  V  E  L 

le  cause  civili.  Ma  l'autorità  dell' anti- 
chissimo magistrato  de'  due  consoli,  per 
l'introduzione  del  podestà, restò  molto  di- 
minuita. Ebbero  però  1' amministrazio- 
ne delle  cose  pubbliche,  e  ciò  che  appar- 
teneva alla  polizia  della  città;  ed  in  mol- 
ti casi  il  podestà  non  poteva  procedere 
che  col  parere  e  consenso  de'consoli.  Que- 
sti sceglievate!  dalle  famiglie  nobili,  ed 
eletti  dal  senato  ossia  consiglio,  presso  il 
quale  risiedeva  tutla  l'autorità,  che  ve- 
niva comunicata  nell'elezione  al  podestà, 
al  giudice,  a'  consoli,  a'  capitani  e  a  lut- 
ti gli  altri  dliziali  pubblici.  Il  consiglio 
atea  a  sé  riservato  gli  all'ari  di  sommo 
rilievo,  come  di  pace,  di  guerra,  di  tre- 
gua, d'elezione  di  generali  e  di  riforma 
degli  statuti.  Al  magistrato  de'  consoli 
Gregorio  IX  diresse  il  diploma  de'5 giu- 
gno i  237,  da  cui  si  trae  che  in  que'tempi 
Vellelri  era  soggetta  alla  giurisdizione 
suprema  del  rettore  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, e  vi  rimase  fino  al  1 4-  '  3.  Posle- 
riormeute  non  più  trovasi  memoria  de' 
consoli,  e  può  credersi  che  non  molto 
dopo  il  1  237  si  cambiasse  tale  magistra- 
to in  quello  de'  nove  buoni  nomini,  chia- 
mali pure  signori  nove,  con  un  sindaco. 
Nibby  li  chiama  novemviri,e  vi  aggiun- 
ge i  contestabili  comandanti  le  milizie,ci- 
t  a  lido  Borgia,  ed  osserva:  cosi  allora  i  go- 
verni municipali  riassunsero  il  tipo  del 
governo  primitivo  delle  città  latine  com- 
posto d'un  dittatore,  di  tribuni  militari, 
d'un  questore  e  d'un  senato.  Federico  il 
sempre  più  nemico  e  persecutore  di  s. 
Chiesa,  non  solo  volle  impedire  la  cele- 
brazioue  del  concilio  generale  di  Lettera- 
no,  in  cui  Gregorio  IX  lo  doveva  depor- 
re, ma  tentò  ancora  dal  suo  limitrofo  re- 
gno una  scorreria  nella  provincia  di  Cam- 
pagna. A  reprimere  il  Papa  questa  osti- 
lità fece  preparamenti,  e  perciò  scrisse  al 
podestà  e  popolo  di  Vellelri,  che  raccolti 
tutti  i  cavalli  e  fanti  della  città,  li  spedis- 
sero a  Ferentino,  ove  era  il  suddetto  car- 
dinal Aninbaidi  o  Annibaldeschi  rettore 
di  Muiitlima  u  Cumpagua.  Per  maggior  - 


V  EL 

mente  sollecitare  la  richiesta  spedizione 
Gregorio  IX  scrisse  eziandio  all'arcieri 
le  e  clero  veliterno,  ingiungendo  loro 
persuadere  e  animare  il  popolo  a  pror 
lamento  prender  l'armi.  Ambedue  le  let 
tere  si  leggono  nel  Borgia,  e  gli  originali 
negli  archivi  del  comune  e  della  catte- 
drale. Dice  Nibby  che  quest'ultima  esor- 
tatoria conteneva  la  multa  di  5oo  mar- 
che d'argento,  e  altre  pene  temporali  e 
spirituali ,  compresa  la  scomunica  nelle 
persone  e  l'interdetto  sulla  città,  qualora 
i  velilerui  non  si  fossero  mossi.  Innocenzo 
IV  dopo  aver  deposto  dall'impero  e  dal 
regno  Federico  11,  inviò  in  Polonia  il  ve- 
literno fi*.  Giacomo  minorila  custode  del 
s.  convento  d'Asisi,  per  esaminar  la  causa 
della  canonizzazione  di  s.  Stanislao  vesco- 
vo di  Cracovia,  onde  per  sua  opera  la  ce- 
lebrò nel  1252  o  1253,  in  quest'anno  o 
prima  facendo  il  religioso  vescovo  di  Fe- 
rentino, non  conosciuto  dall'Ughelli.  Nel 
1258  eletto  da' terracinesi  per  podestà 
Pietro  Guidoni  nobile  veliterno,  vi  osta- 
rono i  Frangipani  e  gli  Annibaldeschi  no- 
bili e  polenti  romani,  sostenendo  egliuo 
esservi  convenzione  antica  fra'  loro  ante- 
nati e  Terracina,  che  il  podestà  dovesse 
sempre  scegliersi  dalle  loro  famiglie.  Ben- 
ché sostenuti  dal  senato  di  Roma  ,  Ales- 
sandro IV  che  nel  pontificato  ritenne  il 
vescovato  di  Vellelri,  e  al  dire  di  Tlieuli 
lo  visitò  da  Papa  nel  recarsi  alla  sua  pa- 
tria Anagni  ,  ordinò  che  il  Guidoni  e  il 
suo  vicario  fossero  mantenuti  nell'ufficio. 
]Neli268  Clemente  IV  confermò  la  con* 
cordia  stipulala  fra9  veli  terni  e  il  castella- 
no dì  Lai  lano,  che  allora  era  fr.  Raicuou- 
docavalierede'lemplari  e  famigliare  pon- 
tifìcio; ed  assolvè  dalle  pene  che  preten- 
devasi  incorse  da'  velilerm  per  avere  ri- 
tenute alcune  tene  aggiudicale  dal  car- 
dinal Bray  alla  rocca  di  Lariano,  che  ap- 
partenevano alla  s.  Sede.  Nella  sede  va- 
cante di  detto  Papa  il  sunnominato  Rio 
cardetlo  Aunibaldi  molto  polenie,  ne  pro- 
fittò con  occupare  violentemente  la  rocca 
di  Luriuuo,  che  forse  Gregorio  IX  nell'a- 


VEL 

fienaie  il  castello  crasi  riservata.  Laonde 
il  ».  collegio  dal  couclave  di  Viterbo  nel 
1269  scrisse  al  comune  di  Yelletri,  esor- 
tandolo a  far  leva  d'armi  per  la  ricupera 
della  rocca,  che  i  cardinali  qualificarono 
uraetìosam  alla  camera  apostolica,  come 
leggo  nel  Theuli.  Rimarca  Dauco,  questa 
è  la  i.a  ostilità  accaduta  fra'  veliterni  e  i 
briaoesi,  sebbene  ignori  l'esito  della  spe- 
dizione, e  ad  onta  che  conosca  essere  sta* 
lo  desinato  all'impresa  il  commissario  a- 
postolico  Filippo  arcidiacono  di  Tripoli, 
ed  il  valore  mostrato  nell'oppugnazione 
du'veliterni  a  favore  della  s.  Sede.  Trovo 
nel  citato  Vitali  un  ordine  di  re  Carlo  l 
d'Angiò  senatore  di  Roma  al  suo  camer- 
lengo di  pagare  il  salario  dovuto  e  le  spe- 
se fatte  in  suo  servizio  da  Guglielmo  di 
Novara  podestà  di  Yelletri  e  prima  giu- 
dice di  Campidoglio.  Rimosso  il  re  da  ta- 
le dignità  da  Nicolò  111  ,  avendolo  rein- 
tegrato neh  281  Martino  IV,  a  richiesta 
di  questi  Sdisse  al  suo  vicario  in  Roma, 
che  lutti  i  popoli  fedeli  e  soggetti  alla  ro- 
mana Chiesa  mantenesse  in  quella  liber- 
tà, in  cui  già  aveano  sempre  vissuto.  Ma 
siccome  il  vicario  regio  del  senatorato  non 
osservava  tale  ordine  co'veliterni, soggetti 
immediatamente  al  Papa,  scrisse  lo  stes- 
so Martino  IV  in  proposito  una  gravis- 
sima lettera  al  vieni  io, ordinandogli  di  non 
aggravare  e  molestare  con  pesi  insolili  i 
veliterni,  ma  che  li  lasciasse  vivere  nella 
loro  libertà.  Poscia  Nicolò  IV  nel  1288 
con  sua  bolla  proibì  al  senatore  ili  ttoina 
d'astringerei  lerraciuesi,  pipernesì  e  sez- 
Keri  a  mandare  in  Roma  speciali  persone 
per  prendere  dal  senato  le  misure,  colle 
quali  fossero  obbligati  misurare  nelle  com- 
pre e  vendite  le  biade  e  i  liquori,  e  lo  ri- 
cavo da  Vitali.  Bonifacio  Vili  mostran- 
do glande  alletto  verso  questa  città,  do- 
ve iu  da  fanciullo  educato  presso  i  reli- 
giosi francescani  (mentre  n'era  vescovo  lo 
rio  Alessandro  IV,  ovvero  al  dire  di 
Tbeuli,  sotto  la  cura  di  fr.  Bruno  o  Leo- 
nardo Patrasso  suo  zio,  che  poi  lo  fece 
cardinale;  tua  il  cardinale  uou  fu  rdigio- 


VEL  287 

so),  non  -  ist]egnò  d'accettare  l'eiezione  fat- 
ta in  sua  persona  da'  veliterni  della  po- 
desteria pe'solili  6  mesi,  il  che  con  altri 
nel  relativo  articolo  dissi  nel  1299,  ed  il 
Theuli  che  cita  il  documento  confessa  i- 
gnorare  l'anno.  Inoltre  per  far  cosa  gra- 
ta a  Velletri  promosse  due  veliterni  al 
vescovato, cioè  neh  298  fr.  Lorenzo  fran- 
cescano, forse  de'Nicoleschi.a  quellod'Or- 
te,ed  a  quello  di  Venafrod.  Romano  Bor- 
gia vallombrosano,  morto  innanzi  la  con- 
sagrazione.  Indi  ad  assicurare  per  sempre 
la  libertà  e  tranquillità  di  Velletri,  spedi 
a  suo  favore  3  diplomi.  Coh.°ordinò  che 
i  veliterni  non  venissero  sottoposti  ad  al- 
cuna servitù,  gravezza  o  esazione,  per  la 
loro  filiale  fedeltà.  Col  2.0  rammentando 
l'opere  illustri  da'veliterni  fitte  per  lun- 
go tempo  alla  s.  Sede,  volle  provvedere 
la  città  d'un  quieto  e  prospero  stato.  Or- 
dinò pertanto,  che  il  rettore  di  Maritti- 
ma e  Campagna  non  potesse  astringere  i 
medesimi  a  portarsi  al  parlamento  pro- 
vinciale, all'esercito,  e  alle  cavalcate  fuo- 
ri della  provincia;  e  confermò  tutte  le  lo- 
devoli usanze  e  grazie  concesse  da'prede- 
cessori.  Col  3."  dichiarò  che  la  città  po- 
tesse, per  mezzo  del  suo  podestà  e  giudi- 
ce, o  di  altri  suoi  uflìziali,  fare  giustizia 
d'ogni  delitto,  vietando  al  detto  rettore 
d'ingerirsi  in  tali  allàri,  se  non  in  caso  di 
legittimoappello,  odi  negligenza  per  par- 
te degli  uflìziali  di  Velletri;  se  pure  il  ret- 
tore non  avesse  nella  cognizione  di  tali 
cause  i  medesimi  uflìziali  prevenuto.  Or- 
dinò ancora  che  la  città  non  fosse  obbli- 
gata né  a  richiesta  del  rettore,  né  di  qual- 
sivoglia altro  ministro,  far  prendere  e  tra- 
sportare altrove  i  delinquenti, che  in  Vel- 
letri si  ricovravano.  Infausto  fu  il  1  3o5 
per  lo  strano  trasferimento  della  residen- 
za palpale  fatta  da  Clemente  V  iu  Pro- 
venza, indi  stabilendosi  in  Avignone  {f/.)1 
come  vicina  al  contado  fenuissiuo  [f '.) 
dominio  temporale  della  s.  Sede,  ove  re- 
stando 6  altri  Papi,  fu cagiouedi  lagrime- 
voli  couseguenze;falale  trasferimento  pre- 
veduto dal  decano  del  sagro  collegio  cai- 


288  V  E  L 

dinal  Malico  Rosso  Orsini,  diacono  ili  s. 
Maria  in  Portico  e  commendatario  eli  s. 
Maria  in  Trastevere.  Di  che  lasciò  scritto 
il  veliterno  Laudi, che  per  l'assenza  de'Pa- 
pi  da  Roma  le  terre  soggette  alla  Chiesa 
furono  variamente  tiranneggiale;  ina  Vel- 
letti  gravemente  oppressa  da'romani, an- 
corché Clemente  V  avesse  mandato  3  car- 
dinali con  podestà  senatoria  pel  governo 
di  Roma  e  del  resto  d'Italia,  nondimeno 
si  venne  molle  volte  all'armi  con  offese  e 
morti  d'ambo  le  parti,  il  che  durò  per 
molli  e  molli  anni.  In  seguito  di  queste 
ostilità  sarà  avvenuta  nel  i3i2  una  ca- 
pitolazione fatta  fra  il  popolo  e  comune 
tli  Roma,  e  fra  il  popolo  e  comune  di  Vel- 
letri.  Per  questo  trattato  dal  senato  e  po- 
polo di  Roma  acquistossi  una  certa  in- 
fluenza politica  sulle  cose  pubbliche  di 
Vellelri.  La  pergamena  esiste  nell'archi- 
vio veliterno,  come  tanti  altri  documenti 
che  per  brevità  tralasciod'indicare,  per  la 
1/  volta  nel  1889  pubblicata  ed  erudita- 
mente commentala  dal  cav.  Cardinali, ne- 
gli Atti  della  Società  letteraria  VoUca 
/  clilerna,  t.  3,  p.  187, eoltitolo:Df //'<?«• 
lonomia  di  V eliciti  nel  secolo  XI F  Di- 
scorso. Invece  di  darne  un  sunto,  pel  si- 
stema mio  compendioso,  preferisco  ripro- 
durre alcuni  sentimenti  del  mio  Mento- 
re e  principale  guida  nelle  cose  veliler- 
ne ,  il  benemerito  anche  per  me  can.  d. 
Tommaso  Dauco  d'onorevole  imperitura 
ricordanza.  »  In  questa  pergamena  leg- 
gesi  una  capitolazione  falla  fi  a  questi  due 
popoli,  per  cui  il  senato  romano  acquistò 
un'influenza  governativa  esercitata  intor- 
no al  governo  di  Veletri  ne'  bassi  tempi, 
per  la  quale  non  si  annullò  il  diritto  d'au- 
tonomia in  questo  comune.  La  lontanan- 
za de'Papi,  che  dall'Italia  trasferirono  la 
corte  romana  in  Francia,  diede  occasione 
a  questo  trattato.  Il  senato  romano  so- 
steneva forte  guerra  contro  tutte  le  città 
del  distretto,  volendole  assoggettai  e  a  se 
con  astringerle  a  pagare  un  tributo.  Se 
per  la  (orza  dell'armi,  e  per  non  cadete 
m  mano  d'alcun  poleute  barone,  essendo 


V  E  L 

Veletri  d'  ogni  banda  da  baronie  circoli 
data  (precipuamente  da'potenti  Caciaia, 
Colonna,  Orsini,  Savelli ,  Confi  ec),  i 
veliterni  prudentemente  trattarono  col 
senato  e  popolo  di  Roma;  non  perciò  que- 
sta comune  perde  la  sua  libertà;  impe- 
rocché questo  fatto  deesi  considerate  sot- 
to l'  aspelto  di  violenza  o  di  scorreria,  i' 
cui  effetti  non  furono  legali,  né  penna- 
Denti  come  in  seguito  vedrassi.  I  veliter- 
ni o  coll'arrai,  o  colla  protezione  de' l'a- 
pi, a'quali  erano  di  voli  e  fedeli,  tornaro- 
no ben  presto  nella  loro  piena  indipen- 
denza. Rene  si  conosce  dalla  storia  qual 
fosse  nel  1  3  i  ?.  la  situazione  politica  del- 
l' Italia  e  di  Roma  (V.).  Per  tutto  arde- 
va la  guerra;  e  le  fazioni  de  Guelfi  e  Chi- 
bellini{f/.)  riempivano  le  città  e  le  con- 
trade tutte  d'orrore,  di  sangue  e  di  mor- 
te. Roma  posta  in  balla  di  queste  fazioni 
videsi  obbligata  dalla  plebea  riconoscere 
per  senatore  un  Jacopodi  Giovanni  d'Ar- 
lotto degli  Stefaneschi.  Questo  magistra- 
to a'  1  3  ili  novembre  riferisce  in  consiglio 
prima,  e  poscia  in  parlamento  nel  Cam- 
pidoglio il  negozio  di  Veletri.  Il  consi- 
glio e  i  parlamentari  commettono  a  Ri  an- 
ca di  Giovanni  del  Giudice  di  palleggia- 
re con  Jacopo  Melati  ambasciatore  e  sin- 
daco a  ciò  spedito  dal  comune  di  Vele- 
Iri.  La  convenzione  fu  questa.  Che  il  po- 
destà di  rpiesta  città  fosse  perpetuamen- 
te eletto  nell'avvenire  dal  cooiune  e  po- 
polo di  R.oma  per  ogni  semestre,  al  (pia- 
le il  comune  di  Veletri  darebbe  3oo  lib- 
bre di  provvisione  (provvisini  leggo  in 
Cardinali;  o  meglio  provisini  moneta  an- 
tica di  Francia,  battuta  ancora  in  Pioma 
d'ordine  del  senato  romano,  di  cui  par- 
lai in  più  luoghi  ,  alcuni  opinando  che 
questi  soldi  o  denari  romani  prendesse- 
ro tal  nome  dalle  provisioui  o  rendile  del- 
le chiese,  piuttosto  che  da  Provins  noi 
molto  lungi  da  Parigi),  e  la  metà  d'al- 
cuni bandi,  con  che  avesse  a  tenere  a  sue 
soldo  6  uomini  d'arme,  e  di  questi  2 
cavalleria  ;  e  giurasse  l'osservanza  degl 
Statuti  0  esislcuti,  o  da  farsi  iu  avveuirt 


VEL 
ila'  veliterni,  purché  non  minuissero  la 
condizione  e  i  diritti  senatorii;  e  stesse  a 
ragione,  né  movesse  di  luogo  senz'avere 
soddisfatto  il  sindacato.CouvenivanOjClie 
potessero  eleggere  i  veliterni  liberamen- 
te in  giudice  un  cittadino  romano;  die 
non  si  concedessero  appelli,  se  non  sopra 
25  libbre  di  provvisioni  (provvisini  dice 
Cardinali,  cioè  provisi  DÌ  moneta);  che  non 
potesse  dal  comune  di  Roma  né  vender- 
si, uè  obbligarsi  la  podesteria  di  Vele- 
tri;  che  a  nessuno  fra'nobili  o  fia'magna- 
ti  romani  fosse  permesso  acquistare  beni 
fondi  in  Velelri,  e  acquistandoli  fosse  nul- 
lo l'acquisto.  Convennero,  che  il  popolo 
di  Veletri  darebbe  annualmente  a  tito- 
lo di  censo  due  torchi  di  cera  d'accen- 
dersi in  onore  di  Nostra  Donna  nella  vi- 
gilia dell'Assunzione;  che,  dove  per  tito- 
lo di  perseguitare  i  delinquenti  si  recas- 
sero a  Veletri  e  suo  territorio  i  lornieri 
(o  terrieri  custodi  delle  torri  di  Roma, 
turrerii,  come  trovo  in  Vitali),  e  gli  uo- 
mini d'armi  del  senato,  nulla  si  avesse 
loro  a  dare  da  questa  comune;  purché 
non  fosse  il  delitto  avvenuto  nel  territo- 
rio. Convenivano  finalmente,  che  il  po- 
polo e  comune  di  Veletri  giurerebbe  il 
seguimento  al  comune  di  Roma  senza 
darne  mallevadori;  che  il  popolo  di  Ro- 
ma difenderebbe  le  persone  e  le  cose  de' 
•veliterni  da  ogni  persona  ecclesiastica  e 
secolaresca;  che  non  li  graverebbe  o  col- 
la leva  del  sale,  o  con  tasse  di  grascie,  o 
di  giustizieri  ;  che  i  veliterni  interverreb- 
bero, siccome  era  già  usanza  ,  a'  giuochi 
di  Testaccio  (altre  notizie  di  essi  le  ripor- 
tai nel  voi.  LXIV,  p.  38),  o  ad  altro  gra- 
vame qualsiasi  non  si  terrebbero  punto 
obbligati  (dice  Rauco,  che  fu  abolita  tal 
costumanza  da  Paolo  II  e  Sisto  IV,  cioè 
intenderà  parlare  dell'intervento  de'  ve- 
literni, non  de'giuochi).  Per  l'osservanza 
di  questa  capitolazione  imposesi  la  pena 
di  i  ooo  marche  di  buon  argento;  e  quin- 
di seguono  le  forme  forensi,  i  giuramenti 
e  ogni  altro  che  può  essere  d'  essenziale 
nelle  solenni  contrattazioni.  Il  popolo  ro- 

VOI.  LXXXIX. 


V  E  L  2% 

mano  con  quest'alto  non  rende  a  se  vas- 
sallo il  popolo  veliterno  ,  e  se  per  poco 
influisse  nelle  cose  pubbliche  di  Veletri, 
ciò  avvenne  per  la  convulsione  politica 
di  tulta  l'Italia.  In  que'disordini  i  popoli, 
che  si  reggevano  a  comune,  erano  costret- 
ti o  di  scegliersi ,  o  darsi  ad  un  signore 
assoluto  potente,  odisagrificare  una  par- 
te della  propria  libertà,  onde  farsi  un  po- 
tente alleato.  Veletri  sopra  ogni  altra  n'e- 
ra in  sommo  bisogno;  perchè  era  nel  pe- 
ricolo di  cadere  nelle  mani  di  prepotenti 
baroni,  che  la  tenevano  circondata  co'lo- 
ro  castelli.  Ecco  il  motivo  che  spinse  la 
prudenza  de'veliterni  a  porsi  nella  dipen- 
denza del  senato  romano  nella  lontanan- 
za de'Papi  da  Roma;  prima,  perchè  due 
governi  della  stessa  natura  sogliono  più 
lealmente  confederarsi;  poi,  perchè  faci- 
le riusciva  profittare  dell'agitazioni  che 
sono  inseparabili  dal  governo  di  molti, 
onde  migliorare,  quando  che  fosse  oppor- 
tuno, di  condizione;  e  finalmente  perchè 
presto  o  tardi  riconducendosi  i  Pontefici 
alla  loro  sede,  li  avrebbero,  come  in  ad- 
dietro, liberati  dal  vincolo  di  quella  sog- 
gezione. I  governi  a  comune  dividevano 
in  due  l'amministrazione  pubblica:  la 
parte  legislativa,  la  somma  della  guerra 
e  della  pace,  l'amministrazione  a' parla- 
menti e  a'  magistrati  collegiali,  e  la  ese- 
cutiva a'  podestà  affidavano.  Velelri  vi- 
vendo  nelle  libertà  ecclesiastiche  eserci- 
tò questo  libero  potere.  In  questo  tratta- 
to il  senato  e  popolo  romano  acquistava 
il  solo  diritto  di  mandare  in  Veletri  il  po- 
destà, a  cui  apparteneva  I'  amministra- 
zione esecutiva.  E  siccome  questo  pode- 
stà doveva  giurare  l'osservanza  di  que- 
gli statuti  che  il  comune  di  Veletri  avea 
in  vigore,  e  quelli  che  fosse  in  appresso  per 
dare  a  se  stesso,  chiaro  si  scorge,  che  con 
ciò  non  veniva  distrutta  la  libertà  del  co- 
mune, stante  che  al  comune  rimaneva  il 
diritto  legislativo-  Altra  forte  ragione,  che 
mostra  non  essersi  punto  diminuita  la  li- 
bertà de'veliterni  in  questa  contrattazione, 
è  quel  patto  con  cui  si  vieta  a'  magnati, 

'9 


ago  V  E  L 

e  n'nobili  romani  il  possedere  alcun  che 
nel  territorio  e  nellu  città  di  Velelri  ;  e  di 
più  il  vincolo  del  giuramento  prestalo  da 
ambe  le  parti  fa  vedere,  che  la  contratta- 
zione si  fece  da  pari  a  pari,  giacché  il  so- 
vrano giammai  giura  al  suo  suddito.  Del 
resto  in  appresso  si  vedrà  cadere  e  annul- 
larsi questo  trattato  dopo  il  ritorno  de' 
Papi  in  Roma".  Giovanni  XXII,  succes- 
so a  Clemente  V,  fece  rettore  di  Marit- 
tima e  Campagna  Raimondo  cluniacen- 
se  da  lui  consagralo  vescovo  di  Monte 
Cassino;  e  non  volle  riconoscere  Lodovi- 
co V  il  Bavaro  eletto  imperatore  da  una 
parte  degli  elettori  dell'  impero  ,  indi  lo 
scomunicò  pel  narrato  in  tanti  luoghi. 
Recatosi  in  Roma  nel  i  3s8  fece  eleggere 
in  antipapa  Nicolò  V,  il  quale  lo  coronò. 
Abolendo  portarsi  a  Napoli,  il  re  Roberto 
avea  posto  sue  genti  nel  castellodella  Mo- 
lala, e  l'i  i  giugno  Lodovico  1'  espugnò 
co' partigiani  romani  e  le  sue  genti;  ciò 
fatto  andò  a  Cisterna ,  che  tosto  si  rese, 
ma  pel  caro  e  per  mancanza  di  vettova- 
glie, l'esercito  la  saccheggiò  e  arse;  ed  i 
romani  tornarono  a  Roma.  Già  Lodovico 
direttamente  da  Roma  erasi  recato  a  Vel- 
letri,  come  leggo  in  Vitali  ;  ed  il  Thevili 
dice  che  vi  fu  ricevuto  con  quelle  dimo- 
strazioni d'  ossequio,  come  richiedeva  la 
miseria  di  que'tempi.  Dopo  il  crudele  ec- 
cidio da  lui  fattoio  Cisterna,  non  volle  più 
andare  a  Napoli,  con  animo  di  rientrare 
in  Velletri.  Ma  i  veliterni  temendo  la  sor- 
te di  Cisterna, fattosi  coraggio,  non  lo  vol- 
lero più  ricevere,  chiudendo  le  porte.  Lo- 
dovico forzato  ad  accamparsi  con  disagio 
al  di  fuori,  vedendo  la  città  ben  munita 
e  con  molta  vigilanza  guardala  da'cilladi- 
ni,  se  ne  partì.  11  Nihby  dice  per  la  forte 
contesa  insorta  fra  gli  alemanni  del  suo 
esercito  a  cagioue  della  preda  di  Cisterna, 
per  cui  poco  mancò  che  non  venissero  al- 
le mani.  Dunque  è  inesalto  il  riferito  da 
Peirini,  che  Lodovico,  oltre  Tivoli,  occu- 
pò coll'armi  Vellelri,  e  non  ardì  d'acco- 
starsi a  Palestrina.  Aggiunge  Nibby,  che 
nel  1 34?'  (anno  in  cui  morì  Deuedello  XII 


VEL 

e  gli  successe  Clemente  VI)  Nicola  Caela- 
ni  signore  di  Fondi, profittando  dello- sla- 
to d'  anarchia  in  che  trovavasi  Roma  e  il 
suo  distretto, andòad  assalireVel!etri,che 
valorosamente  si  difese,  e  potè  respinger- 
lo mediante  i  soccorsi  ricevuti  da  Roma; 
ma  non  fu  allora,  che  per  le  spese  fatte 
perciò  dal  popolo  romano,  com'egli  dice 
dovè  soltoporsi  ad  avere  il  podestà.  NoU 
di  più,  che  tale  guerra  durò  molti  anni 
solo  rimase  sopita  nel  1  348  per  la  terribi- 
le pestilenza  che  mietè  mol  lis>ime  vile,  an- 
che nelle  vicinanze  di  Roma.  Nel  1 34- 
Clemente  VI  fece  vescovo  di  Tivoli  il  ve- 
literno  Nicolò,  secondo  Lucenti  canonie 
in  patria, e  non  di  Todi  come  vuole  Ughel 
li.  Nel  1  347  il  famoso  ambizioso  agitatore 
Cola  di  Rienzo,  profittando  delle  fazioni 
che  laceravanoRoma,sedusse  audacemen- 
te il  popolo  con  volere  ripristinare  l'anti- 
ca repubblica;  s'impadronì  del  governo, e 
assunse  il  titolo  di  tribuno  augusto.  Invi- 
tando i  sovrani  e  le  città  a  inviargli  am- 
bascerie, pure  Velletri  mandò  due  am- 
basciatori, anche  per  quietare  alcune  ver- 
tenze co'romani.  Questi  aveano  usurpato 
l'elezione  del  giudice  di  Velletri,  e  di  più 
j  grascieri  di  Roma  volevano  comanda- 
re nella  cillà.  Ebbero  gli  ambasciatori  ri- 
sposta, che  il  comune  veliterno  si  ricom- 
prasse l'uffizio  del  giudice,  e  che  pagas- 
se una  stabilita  somma  a'grascieii  ili  R.O- 
ma ,  acciò  non  s'intromettessero  nel  vi- 
vere di  Velletri.  Convenne  adattarsi  per 
7  mesi,  quanto  durò  per  allora  la  tiran- 
nia del  tribuno,  che  cacciato  da   Roma 
cadde  in  potere  del  Papa.  Eletti  senato* 
ri  Pietro  Sciarra  Colonna  e  Giovanni  di 
Orso  ,  molto  se  ne  compiacquero  i  veli- 
terni,  perchè  avendo  sofferti  notabili  dan- 
ni dal  suddetto  conte  di  Fondi,  sperava- 
no aiuto  contro  quel  prepotente  barone. 
Difatti  l'ottennero,  ma  i  senatori  profit- 
tando dì  questa  occasione,  tutto  accorda- 
rono colla  condizione  che  Velletri  in  av- 
venire ricevesse  il  podestà  a  scelta  ed  e- 
lezione  del  popolo  romano.  Conviene  dun- 
que supporre  che  la  capitolazione  del 


VE  L 
i  3 1 1  fosse  stata  annullata.  I  veliterni  co- 
stretti dalla  necessità,  accettarono  la  dura 
condizione.  Ma  in  seguito  eglino  si  penti- 
rono della  condiscendenza,come  contraria 
alla  libertà  e  privilegi  della  città,  e  quin- 
di nacque  una  sorgente  di  continue  con- 
tese e  travagli,  fra'  romani  e  i  veliterni. 
Non  arrestaronsi  questi  di  subito  intra- 
prendere l'ostilità  contro  il  conte  di  Fon- 
di, che  però  restarono  sospese  per  la  det- 
ta desolante  peste,  che  dal  i  348  per  un 
continuo  triennio  fece  crudelissima  stra- 
ge degl'italiani.  Crescendo  le  usurpazio- 
ni nello  stato  pontificio  e  i  tumulti  di  Ro- 
ma, per  reprimerli  e  riconquistare  l'oc- 
cupato, neh  353  Innocenzo  VI  spedì  da 
Avignone  per  legato  il  celeberrimo  cardi- 
nal Albornoz,  insieme  coll'ardito  Cola  di 
Rienzo,  il  quale  colla  sua  facondia  pro- 
metteva di  tutto  calmare.  Nel  1 3  54  Rien- 
zo fatto  senatore  di  Roma  cominc'ò  ad 
esercitare  crudele  giustizia  contro  i  prin- 
cipali signori  di  Roma,  meditando  la  ro- 
vina de'Colonnesi,  anche  perchè  Stefano 
di  tal  famiglia  gli  ricusava  ubbidienza  e 
uvea  fatto  scorrerie  nel  territorio  roma- 
no. Questi  fortificatosi  in  Palestrina,Rien  - 
zo  dal  campo  di  Tivoli  (/^'.)  si  recò  ad 
assediarlo  strettamente  coniooo  soldati 
romani,  e  il  popolo  di  Velletri  e  di  Tivoli 
tutto  in  arme,  oltre  molta  gente  de'vici- 
ni  luoghi.  In  breve  tempo,  preso  tutto  il 
territorio,  e  occupata  buona  parte  della 
città  fu  mandata  a  sacco  e  rovina,  rima- 
nendo intatta  la  sola  parte  superiore.  Nel- 
V  8.°  giorno  fu  sciolto  V  assedio  ,  perchè 
i  veliterni  e  i  tiburtini  erano  venuti  fra 
di  loro  in  gravi  competenze  ,  e  temevasi 
che  nell'esercito  si  levasse  qualche  tumul- 
to; e  perchè  Rienzo  sospettava  che  il  fa- 
moso fr.  Morreale  capitano  di  ventura  lo 
volesse  uccidere,  macchinazione  scoperta 
dalla  sua  serva,  per  cui  lo  fece  decapita- 
re in  Roma  neh 3 54-  Pelrini  nulla  dice 
della  rovina  di  Palestrina,  che  anzi  dal- 
la parte  della  montagna  senza  molestia 
entravano  e  uscivano  uomini  e  vettova- 
glie. Continuaudo  il  fantastico  Rienzo  le 


VEL  29« 

sue  angarie,  stanchi  i  romani  di  più.  sof- 
frire le  sue  stranezze  e  uccisioni,  a  furia 
di  popolo  restò  trucidato  miseramente  i'8 
settembre.  I  baroni  Savelli  nel  1 355  si 
portarono  in  Velletri  e  nel   febbraio  fe- 
cero la  divisione  delle  loro  terre  e  castel- 
la nel  pubblico  palazzo,  con  accordo  di 
pace  e  sicurezza ,  promettendo  di  cessar 
le  condonate  offese  sotto  pena  dii5,ooo 
fiorini  d'  oro.  Il  comune  si  fece  garante 
del  convenuto,  e  si  obbligò  d'aiutar  gli 
offesi  contro  gli  aggressori  colla  forza  e 
coll'armi,  sottomettendosi  i  Savelli   pie- 
namente alla  protezione  di  Velletri  e  de' 
suoi  magistrati.  In  quell'  epoca   Velletri 
avea  un  certo  ascendente  sui  circostanti 
paesi  e  castelli,  e  spesso  s'  interponevano 
i  veliterni  per  conservar  la  pace  fra' ba- 
roni confinanti.  E  il  Nibby  dice  che  nel- 
lo stesso  anno  due  veliterni  furono  me- 
diatori fra  vari  potenti  romani  e  Giorda- 
no Peronli  di  Terracina,  per  la  reputa- 
zione che  godevano  presso  i  vicini.  Ap- 
prendo da  Vitali,  che  neh  358  i  7  rifor- 
matori della  repubblica  romana  vicari  del 
senatore  ordinarono  a'Mancini  veliterni, 
per  testimonianze  d'una  lite  de'  monaci 
di  s.  Alessio,  di  presentarsi   avanti  An- 
gelo di  Cantalupo  giudice  della  curia  di 
Velletri.  Non  pare  esatto  il  riferito  dal 
Rinaldi  e  dal  Nibby,  che  non  potendo  i 
veliterni   sopportare   il  giogo   loro  im- 
posto da'romani  nell'invio  del  podestà,  e 
profittando  della  rivolta  accaduta  in  Ro- 
ma nel  i362,  ricusarono  di  riceverlo  o 
l'uccisero,  non  essendovene  memoria  in 
Velletri.  Però  non  sembra  del  tutto  in- 
veridico, perchè  la  città  inviò  neh3G3  al 
nuovo  Papa  Urbano  V  in   Avignone  il 
nobile  Simmarda   per  ambasciatore,  il 
quale  gli  rappresentò  esser  Velletri  invol- 
ta in  molte  miserie  per  le  guerre  soste- 
nule  contro  il  conte  di  Fondi,  e  per  le  di- 
scordie che  aveansi  col  popolo  romano 
per  l'elezione  del  podestà  e  del  giudice, 
la  quale  aveano  usurpato  con  danno  del- 
la pubblica  tranquillità.  E  ciò  accadeva, 
perchè  i  romani  vendevano  quegli  uffici, 


ag»  V  E  L 

dal  che  nascevano  estorsioni  e  oppressio- 
ni. Laonde  per  tanfi  e  sì  gravi  disastri,  la 
città  implorava  dal  sovrano  conveniente 
rimedio,  e  fu  benignamente  esaudita  con 
due  brevi.  Ma  siccome  il  cardinal  A  Ibor- 
noz  non  gli  die  quell'esecuzione  che  si 
sperava,  i  veliterni  rinnovarono  al  Papa 
le  loro  suppliche,  ed  egli  ripetè  le  ingiun- 
zioni al  cardinal  legato.  Allora  questi  im- 
prese a  trattar  la  pace  fra'romani  ei  ve- 
Jiterni,  ma  con  poco  successo  pel  reciproco 
odio  nudrito  dalle  continue  ostilità  scam- 
bievoli, con  danni  e  offese,  dopo  la  guer- 
ra dichiarata  da'  romani  a  Velletri  e  a' 
baroni.  Intanto  Enechino  Bongardo  con 
una  compagnia  d'armati  ponendo  a  fer- 
ro e  fuoco,  e  predando  le  terre  de' roma- 
ni e  de' collegati  ,  coli'  intervento  d*  un 
commissario  apostolico,  stabilirono  i  ro- 
mani co'due  sindaci  veliterni  l'i  1  otto- 
brei364  'a  li'egua  d'un  anno,  sotto  pe- 
na di  multe  e  censure  a'trasgressori.  In 
questo  trattato  venne  compresa  Sancia 
Caetani  vedova  di  Stefano  Colonna,  che 
co'figli  erasi  fortificata  in  Galestrina,  ed 
unita  in  lega  eo' veli  terni  contro  i  roma- 
ni. Indi  i  veliterni  deputarono  i   nobili 
Oori  e  Ventura  a  presentarsi  al  cardinal 
Albornoz  per  stabilire  una  durevole  pa- 
ce. I  medesimi  furono  autorizzali  a  umi- 
liarsi a  Urbano  V,  che  mosso  dalle  cala- 
mità de'suoi  sudditi,  a' 16  ottobre  erasi 
portato  in  Roma,  per  pregarlo  a  confer- 
mare le  libertà  veliterne  e  impedire  le  ro- 
mane gravezze,  per  le  quali  le  sospese  o- 
stilila  eransi  ricominciate,  per  cui  i  veli- 
terni  furono  poi  assolti  in  più  di  4oo  per 
aver  danneggialo  il  territorio  romano;  co- 
me pure  recato  gravi  danni  ad  Albano 
con  saccheggi  di  varie  abitazioni   e  de' 
monasteri  di  s.  Paolo  e  delle  monache  di 
fi.  Maria  Rotonda  ,  oltre  il  sacco  del  ca- 
stello di  s.  Pietro  in  Formis  ,  allora  di 
detta  diocesi,  per  cui  soggiacquero  a  lite 
gravissima  pel  reintegro  di  tanti  danni. 
Il  Papa  con  molta  efficacia  scrisse  in  fa- 
vore de' veliterni    nell'agosto  1370  da 
Monte  Fiascone  e  prima  di  partire  per 


VEL 

Avignone, a  Daniele  de'marchesi  del  Car» 
retto  priore  gerosolimitano  e  rettore  di 
Marittima  e  Campagna.  Finalmente  nel 
1 37.4  tanto  i  romani  che  i  veliterni  infa- 
stiditi dalle  grandi  molestie  cagionate  da 
sì  lunghe  discordie,  trattarono  e  conclu- 
sero amichevolmente  la  pace,  sulle  dille- 
renze  nate  per  le  convenzioni  del  1  3  1 1  e 
i34"2.  Fu  stabilito  a'  18  aprile  pel  tem- 
po avvenire,  che  1'  elezione  del   podestà 
dovesse  farsi  per  ogni  6  mesi  dalla  città 
di  Velletri,  e  confermarsi  dal  popolo  ro- 
mano, a  riserva  solo  de'4  semestri  allora 
prossimi,  ne'quali  cedevasi  tale  elezione 
a'romani  ,  e  nel  rimanente  si  conferma- 
rono i  capitoli  e  la  convenzione  fatta  nel 
l342  in  occasione  della  guerra  del  con- 
te di  Fondi  ,  e  condonaronsi  d'  ambo  le 
parti  le  pene  incorse.  In  sostanza  si  sti- 
pulò: Che  il  podestà  nulla  possedesse  in 
Velletri,  fosse  contento  di  3oo  libbre  di 
provesini  e  della  metà  de'danni  dati,  do- 
vendo tenere  il  notaro  forastiere,  6  fami- 
gli e  1  cavalli;  che  non  si  potesse  appel- 
lare dalla  sua  sentenza,  se  non  trattavasi 
di  somma  maggiore  di  x5  libbre;  che  la 
città  non  fosse  gravata  a  comprare  sale, 
nèa  darealtro  provento  a'grascieri  e  giu- 
stizieri di  Roma;  che  avesse  libera  l'eie- 
zionedel  giudice,  purché  fosse  dottore  ro- 
mano; che  nel  rimanente  Velletri  godes- 
se della  libertà  de'suoi  statuti  e  privile- 
gi. Non  deve  meravigliare  se  Velletri  fa- 
ceva fronte  a'romani,  potendosi  conside- 
rare di  forze  eguali,  poiché  la  popolazio- 
ne di  Roma  ridotta  neh  198  a  35,ooo, 
per  l'assenza  de'  Papi  non  giungeva  alla 
metà.  Ma  se  cessarono  tali  disastri,  rima- 
nevano le  turbolenze  interne,  e  una  spe- 
cie di  guerra  civile  che  disturbava  la  cit- 
tà. Da  due  anni  innanzi  eransi  suscitate 
in  Velletri  due  contrarie  fazioni  appellate 
de  lupi  e  delle  pecore,  o  divisione  di  par- 
tito guelfo  e  ghibellino.  I  faziosi  combat- 
tendo fra  loro  riducevano  in  un'estrema 
calamità  la  popolazione  intera.  Continua- 
mente accadevano  uccisioni,  rovine  di  ca- 
se, sterminio  di  possessioni,  prede  di  he- 


V  E  L  V  E  L  acj3 
tirami  e  «lire  insolenze.  L'uno  e  l'altro  glio  i  378  die  una  sanguinosa  rotta  a'ro- 
parlito  averi  seguilo  grande  di  nobili  e  titani  a  ponte  Salario;  ma  questi  riunite 
di  popolani;  e  spesso  vi  s'intromettevano  le  forze  raggiunsero  i  bretoni  nel  terri- 
i  baroni  circonvicini.  In  queste  critiche  torio  di  Manno  nell'aprile  1 379,  ed  in 
circostanze  furono  fabbricale  delle  torri  quello  di  Nettuno  nel  marzo  i38o  li  bat- 
in  città  per  fortificarsi  e  difendersi,  ed  terono  e  fugarono.  I  bretoni  per  questa 
ancora  ne  restano  alcune.  Nel  i374stes«  disfatte  si  posero  al  soldo  d'Onorato  Cae- 
so,  per  opera  d'alcuni  pacifici  cittadini  e  tani  contedi  Fondi.  Questo  ribelle  scomu- 
de'pacieri  eletti  dal  magistrato,  fu  ristabi-  nicato  infastidiva  co'  suoi  armati  i  paesi 
lita  la  pubblica  tranquillità.  A'  17  gennaio  fedeli  al  Papa.  Mosse  più  volte  le  sue 
1  877  Gregorio  XI  consolò  Roma  con  ri-  truppe  sopra  il  territorio  veliterno;  scor- 
slabilirvi  la  residenza  pontifìcia;  ma  mo-  reva  la  campagna  ,  predava  bestiami  e 
rendo  neh  378, contro  il  successore  Ur-  vettovaglie, con  frequenti  uccisioni  di  ve- 
bano  VI  si  ribellarono  i  cardiuali  france-  literni.  Il  comune  spedì  ambasciatori  al 
si,  inclusivamente  al  cardinal  Latger  ve-  senato  di  Roma,  esponendo  il  pericolo  in 
scovo  veliterno.  Portatisi  ad  Aiutgni  e  cui  era  per  cader  la  città,  i  gravissimi  dan- 
quindi  in  Fondi,  presero  a  soldo  1 200  ca-  ni  che  riceveano  dal  conte  e  da'  bretoni, 
valieri  bretoni  che  aveauo  accompagnato  che  stanziavano  a  Ninfa  poco  lontana  da 
a  Roma  il  Papa  defunto,  e  trassero  al  Velletri.  Promise  il  senato  di  mandare  a- 
partito  loro  il  conte  Onorato  Caetani  già  iuto,  ma  questo  ritardando,  la  città  si  ar- 
rettore  di  Marittima  e  Campagna.  1  car-  mò,  prese  nel  i38i  a  sua  difesa  uu  capi- 
cimali  faziosi  scismaticamente  depostoUr-  tano  forastiere  in  Annibale  Strozzi  fio» 
bano  VI,  a'20  settembre  elessero  Tanti-  rentino,  che  trovavasi  a  Tivoli,  coti  ani- 
papa  Clemente  VII,  dando  così  principio  pia  facoltà.  Dispiacque  a'romani  tale  «cel- 
ai grande  e  pernicioso  Scisma  (^.)  d'oc-  ta,  e  non  potendone  ottener  la  revoca,  ve- 
ndente ,  nel  quale  i  fedeli  si  divisero  in  derido  il  bisogno  estremo  di  Velletri  cor- 
due  Ubbidienze  (!'.);  poiché  il  pseudo  sero  a  soccorrerla  e  rinnovarono  la  con- 
Pontefice  recatosi  in  Avignone  vi  stabilì  federazione.  Eransi  intanto  i  bretoni  for- 
una  cattedra  di  pestilenza.  Di  tale  sacri-  tificati  in  uu  colle  vicino  alla  città  un  mi- 
lega  elezione  il  conte  di  Fondi  ne  die  su-  glio  e  mezzo  circa  fuori  di  porta  Napole- 
bito  parte  a  Velletri,  esortando  i  cittadi-  lana,  onde  prese  il  nome  di  colle  de'Brit- 
ni  a  rallegrarsi  e  riconoscere  per  successo*  ioni  che  porta,  e  perciò  i  cittadini  erano 
re  di  s.  Pietro  Clemente  VII; come  avea  impediti  di  recarsi  alla  campagna  :  i  be- 
fano scandalosamente  il  vescovo  cardinal  tirami  parte  li  tenevano  in  città  e  parte 
Latger  ,  per  cui  alcuni  veliterni  ne  se-  verso  il  vicino  monte,  ove  nemmeno  era- 
guirono  l'esempio.  Venuto  di  ciò  in  co-  no  sicuri.  Spesso  venivano  condotti  pri- 
guizione  Urbano  VI ,  dopo  aver  scomu-  gioni  de' veliterni,  e  sembrava  non  potersi 
meato  l'antipapa  e  i  suoi  aderenti,  scris-  rimediare  a  tanto  disastro.  Combatteva- 
se  al  popolo  di  Velletri,  acciò  si  prowe-  no  di  frequente  control  bretoni  capita- 
desse  alla  mancanza  de'traviati  con  farli  nati  dallo  Strozzi,  e  quasi  sempre  colla 
tornare  alla  sua  ubbidienza.  Così  avven-  peggio.  Il  popolo  intimorito  desiderava  lu 
ne,  e  Velletri  si  mantenne  sempre  costati-  pace  col  conte  di  Fondi,  ma  non  essen- 
te nell'ubbidienza  d'  Urbano  VI,  da  cui  dovi  speranza  d'ottenerla,  risolse  di  far 
non  valsero  a  rimuoverla  uè  le  persua-  un  forte  tentativo,  e  d'assaltare  animoso 
sioni,  né  le  minacce  del  conte  di  Fondi,  il  nemico,  per  evitare  il  pericolo  di  peli- 
ne i  continui  insulti  e  uè  le  scorrerie  del-  rea  fil  di  spada  se  avessero  i  bretoni  espu- 
la cavalleria  bretone.  Questa  truppa  leu-  guato  Ja  città.  Pertanto  a' 7  dicembre 
tò  d'assediare  anche  Roma,  ed  a' 16  lu-  j.38.2  sul  levar  del  iole,  tutto  il  popolo 


a94  V  E  L 

armato  di  balestre  e  altre  armi  sì  scagliò 
sul  nemico,  e  combattè  con  tanto  valore, 
die  iu  breve  i  bretoni  furono  vinti,  sba- 
ragliati e  posti  in  fuga,  ritirandosi  a  Nin- 
fa e  altre  terre  vicine.  Contribuì  alla  vit- 
toria l'improvvisa  e  terribile  tempesta 
di  grandine,  simile  a  grosse  ghiande,  che 
uccise  molte  di  quelle  genti.  Questo  pro- 
digio fu  attribuito  a  s.  Geraldo  vescovo 
veliterno,  a  cui  aveauo  ricorso  i  citta- 
dini, e  perciò  quel  giorno  fu  osservato 
per  festivo,  e  preso  il  santo  per  protetto- 
re poi  gli  eressero  una  cappella  nella  cat- 
tedrale. Jl  Borgia  riporta  la  tradizione  e 
molte  testimonianze,  che  la  grandine  fos- 
se miracolosamente  di  piombo.  Il  Dauco 
riferendo  le  notizie  di  s.  Geraldo,  aggiun- 
ge che  simili  ghiande  di  piombo  furono 
pure  trovate  a  Campo  Morto,  forse  pel 
combattimento  ivi  seguito  ,  che  alla  sua 
volta  narrerò.  Rigetta  poi  i  racconti  che 
tal  pioggia  di  grandine  avvenisse  nel  5g6 
nell'assedio  posto  alla  città  da  Agilulfo  re 
de'longobardi, ovvero  contro  l'esercito  de' 
saraceni,  che  venuti  dal  mare  tentavano 
d'impadronirsi  della  città,  con  aperta  con- 
traddizione, avendo  egli  provato  che  s. 
Geraldo  soltanto  resse  questa  chiesa  dal 
1072  al  1077,  onde  non  era  fiorito  a 
quell'  epoche.  Ma  pel  nuovo  quadro  del- 
la cappella  comunale  di  s.  Geraldo  (ar- 
chitettata del  cav.  Francesco  Fontana 
nella  cattedrale, e  di  recente  bellamente 
restaurata),  la  cui  illustrazione  ho  accen- 
nato parlando  della  cattedrale,quantoal- 
la  qualità  de'nemici, opinò  ilcapitolodel- 
la  medesima  che  fossero  i  saraceni,  secon- 
do la  più  probabile  patria  tradizione,  che 
all'epoca  del  secolo  XI  tornarono  a  infe- 
stare queste  contrade.  Avendo  promesso 
di  riparlare  della  rappresentazione  e  pre- 
gi del  quadro,  colla  descrizione  da  ultimo 
fatta  dal  eh.  Basilio  Magni,  dirò  con  lui. 
A'  saraceni  si  attribuisce  il  feroce  assedio 
patito  da  Vellelri,  che  la  ridusse  agli  e- 
stremi, nel  vescovato  di  S.Gerardo,  il  qua- 
le durò  dal  1072  al  1078.  In  tal  fran- 
gente,  il  saulo    vestito  pontificalmente 


VEL 

usci  dalle  porle  della  città  col  clero  e  co* 
divoti  rei  itemi,  e  pregare  Dio  per  la  sal- 
vezza del  suo  gregge.  A  un  tratto,  oscu- 
ratosi il  cielo,  scagliò  sopra  gli  assalitori 
un  nembo  procelloso  di  grandine  e  piom- 
bo, che  ne  fece  orribile  strage.  Tanto  e- 
spresse  il  pittore  Zapponi  nel  quadro  e 
con  quella  maestria  che  artisticamente 
rilevò,  parte  a  parte,  il  suodegnoconcit- 
tadino.  Perlaquale  prodigiosa  liberazio- 
ne di  Vellelri,  il  santo  vescovo  dopo  mor- 
to ne  fu  acclamalo  protettore,  ed  a  spese 
del  comune  fu  innalzata  la  detta  cappella. 
Mentre  Vellelri  sperava  godere  qualche 
anno  di  pace,  Fabrizio  Colonna  ruppe 
quella  fatta  col  padre  nell'anno  1 383, 
ed  unito  col  fratello  del  re  di  Francia 
mandato  in  Italia  dall'antipapa  con  3ooo 
cavalli  a  perseguitare  Urbano  VI,  fe- 
ce sul  territorio  veliterno  grossa  pre- 
da di  bestiame,  e  imprigionò  circa  8q 
cittadini  nella  campagna  e  li  condus- 
se nella  sua  rocca  di  Genazzano.  Si  ten- 
ne un  generale  consiglio,  in  cui  si  stabi- 
lì un  armamento  eleggendosi  a  capitani 
Paolo  Paulozzo  per  custodir  la  città,  e 
Francesco  d'  Alitino  per  assalir  i  nemici 
e  assicurar  la  campagna.  I  romani  s'in- 
tromisero a  fare  restituire  la  preda  e  IU 
berarei  prigionieri;  e  nel  1  385  per  auto- 
rità de'  riformatori  della  pace  di  Cam- 
pidoglio, si  ordinò  che  in  Vellelri  non  ar- 
dissero d'entrare  cavallerie,  né  si  ricettas- 
sero i  baroni  senza  il  permesso  di  tutto 
il  popolo.  Il  conte  di  Fondi  vedendo  le 
cose  dell'antipapa  a  mal  partito,  e  stanco 
da  tante  ostilità,  colla  mediazione  del 
popolo  romano  si  pacificò  cou  Velletri. 
Ne'  capitoli  della  concordia  si  conven- 
ne :  Che  il  conte  non  molesterebbe  i  be- 
ni e  le  persone  del  comune;  che  s'inten- 
desse rotta  la  pace,  ogni  volta  che  si  olfem 
dessero  6  uomini  o  più;  che  i  bretoni  a' 
suoi  stipendi  non  avrebbero  offeso  il  co- 
mune, il  quale  sarebbe  avvisato  dovendt 
essi  partire  per  munirsi.  Il  conte  preten- 
deva d'esser  riconosciuto  rettore  di  Ma- 
rittima e  Campagna,  come  nuovamente 


V  EL 

a  ciò  Jeputato  dall'autipapa,ma  i  veliter- 
ni  si  rifiutarono,  e  solo  l'avrebbero  ub- 
bidito se  tale  lo  dichiarasse  Urbano  VI.  I 
romani  in  occasione  eli  delta  interposi- 
zione, a'  29  settembre  i38g  aveano  sti- 
pulato alcuni  capitoli  co'   veliterui,  ne' 
quali  si  conveuue:  Che  Velletri  riceves- 
se col  solilo  onore  il  podestà  romano;  die 
i  romani  operassero  per  la  pace  o  per  una 
lunga  tregua  col  conte diFondi,e  se  non  vi 
riuscissero  ai  unirebbero  a  guerreggiarlo 
co'  veliterni  ;  che  si  perdonassero  scam- 
bievolmente i  danni  e  le  ingiurie  ;  e  die 
per  l'osservanza  de'  capitoli  vi  fosse  la 
inulta  di  10,000  fiorini  d'oro.  Quando 
Urbano  VI  esprimeva  il  dispiacere  che 
uomini  perversi  seguissero  lo  scisma,  e 
si  disponeva  a  concedere  grazie  e  favori 
a  Velletri,  la  morte  lo  rapì  a*  i5  otto- 
bre. Il  successore  Bonifacio  IX, d'alti  spi- 
riti, volle  in  quelle  turbolenze  ricupera- 
re 1  domiuii  usurpali  alla  s.  Sede,  indù-* 
sivamente  al  castello  di  Lariano  occupa- 
to da  un  barone  suo  nemico.  A  tal  uopo 
inviò  a  Velletri  un  commissario  per  vigi- 
lare all'impresa  nel  1894,  con  breve  di- 
retto al  comune  onde  animare  il  popo- 
lo ad  eseguire  quanto  desiderava.  Non  si 
conosce  l'accennato  barone;  forse  fu  Ni- 
colòColonna  partigiano  dell'antipapa, per- 
chè nel  i4oo  pare  che  abbia  mossa  guer- 
ra a  Velletri  per  questa  causa.  Dauco  cre- 
de probabile  che  allora  Lariano  fosse  oc- 
cupato dalla  famiglia  Conti,  i  quali  fino 
dal  1226  aveano  delle  ragioni  sul  terri- 
torio, e  sotto  Urbano  VI  Ildebrando  e 
Adiuolfo  Conti    prendevano  i  frulli  di 
Lariano.  Quel  Papa  nel  1 388  avea  com- 
messo a  Nicola  di  Lauro  (o  Valeriauis 
di  Piperno)  di  ricevere  da'  detti  Conti 
il  possesso  d'  Alatri  e  Segui,  e  de'  castel- 
li di  Paliano  e  di  Lariano,  e  di  ritener- 
li in  buona  guardia   e  custodia.   Forse 
nella  morte  d'Urbano  VI  i  Conti  ritor- 
narono in  possesso  di  Lariano  con  dispia- 
cere di   Bouificio   IX;  e   forse  da  que- 
st'impresa di  Lariano  avranno  avuto  o- 
ligi  ne  le  rappresaglie  di  Paolo  Couli  eoa- 


VEL  295 

Irò  Velletri.  Poiché  partito  il  Pontefice 
da  Roma,  i  romani  ripresero  la  primie- 
ra libertà  e  licenza  cacciandone   i  suoi 
ministri.  In  quest'occasione  Paolo  Con- 
ti allegando  che  da'  veliterui  fosse  stato 
saccheggiato  il  suo,  portossi  con  buon 
numero  di  gente  armata  a'  danni  di  Vel- 
letri, facendo  scorrerie,  prede  e  uccisioni, 
massime  nelle  campagne.  Nel  1397  si 
adunò  in  città  un  parlamento  generale 
per  provvedere  a  questo  disastro,  e  fu- 
rono eletti  2  capitani  ;  ma  in  breve  seda- 
ta la  discordia,  si  ristabilì  l'antica  amici- 
zia e  confederazione  tra  Velletri  e  i  Con- 
ti. Fin  qui  il  Bauco.  Ma  io  già  dissi  col 
Ralti,  Della  famiglia  Conti,  e  superior- 
mente, che  in  principio  Urbano  VI  fu  fa- 
vorevole a'Conti,  affidando  loro  il  gover- 
no e  le  rendite  di  vari  castelli,  fra'  quali 
leggo  Lariano,  e  poi  nella  detla  epoca  tut- 
to loro  ritolse.  Di  più.  trovo  nel  medesimo 
Batti,  Storia  di  Ganzano,  p.  26  e  1 1  r, 
un  documento  di  Bonifacio  I X  del  1  399, 
in  cui  si  dice,  die  Lariano  era  una  ca- 
stellala dalla  quale  dipendeva  Genzano 
e  la  Riccia,  feudi  de'Sa  velli,  veuendo  Gen- 
zano, a  cui  era  congiunta  laRiccia,  distac- 
calo, sottoposto  e  unito  a  quella  di  Ma- 
rino. E  a  p.  1 19  che  le  rendile  della  guar- 
diana di  Lariano,  Bonifacio  IX nel  1404 
assegnò  al  monastero  delle  Tre  Fontane. 
Accennato  tutto  questo,  osserva  il  Nibby, 
die  Lariano  era  divenuto  proprietà  de* 
Savelli,  e  che  Bonifacio  IX  volendo  ri- 
cuperarlo esortò  Velletri  a  porre  in  ope- 
ra tutte  le  sue  forze  per  otteuerne  lo  sco- 
po, e  sembra  che  l'impresa  sortisse  buo- 
no elfetto.  Dunque  pare,  che  il  Savelli 
fosse  quel   barone  nemico  di  Bonifacio 
IX.  Stabilite  le  cose  di   Roma  in  piena 
soggezione  del  Papa,  questi  vi  tornò,  ed 
i  veliterni  di  ciò  congratulandosi,  gli  e- 
sposero  i  bisogni  della  città  e  le  novità 
fa  Ite  da'  romani.  E  siccome  una  delle  ca- 
gioni delle  continue  discordie  fra'  roma- 
ni e  veliterni  era  l'annuo  pagamento  di 
1000  libbre,  che  i  romani  pretendevano 
ptr  esservi  stalo  ferito  iu  Velletri  un  lo- 


296  V  E  L 

io  commissario  nel  1398,  Bonifacio  IX 
liberò  in  perpetuo  Velletri  da  tale  impo- 
sizione l'8  agosto  c4oo.  Nel  precedente 
avea  fatto  vescovo  di  Cefalonia  Grego- 
rio Gori  veliterno, arciprete  della  catte- 
drale; mentre  in  Roma  era  luogotenen- 
te del  senatore  Angelo  Alaleoni  rettore 
generale  di  Marittima  e  Campagna,  e  lo 
ricavo  dal  Compagnoni,  Reggia  Picena, 
p.  3  ig.  Erasi  sino  alle  discorse  epoche 
conservata  libera  inVelletri  l'elezione  del 
podestà,  e  solo  limitata  nel  i374da'ro- 
mani  onde  dovesse  eleggersi  un  cittadino 
romano  da  confermarsi  in  Roma.  Ma  a- 
vendo  Bonifacio  IX  richiamato  a  se  l'au- 
torità pretesa  dal  senato  romano,  usan- 
do del  pieno  suo  diritto  d'assoluto  prin- 
cipe, deputò  per  podestà  di  Velletri  a' 
12  aprile  l  3g8  Paolo  de  Maleozzi  dot- 
tore iu  legge,  e  cosi  troncò  le  romane  pre- 
tensioni. I  baroni  circonvicini  a  Velletri 
pon  sapevano  astenersi  dall'uso  delle  ar- 
mi e  dalle  pubbliche  violenze  in  que'  in- 
felici tempi,  uè  la  città  potè  goder  quie- 
ta nella  religiosa  ricorrenza  dell'  armo 
santo  i4oo,  perchè  il  ricordato  Colonna 
o  per  la  rocca  di  Lariano  o  per  altro  mo- 
tivo inlimò  guerra  a'  veliterni.  Questi 
assoldarono  l'opportuna  gente,  e  invoca- 
rono soccorsi  dal  Papa,  che  probabilmen- 
te colla  sua  autorità  pacificò  i  veliterni 
e  i  Colonnesi.  Nel  i4o4  divenuto  Papa 
Innocenzo  VII  il  popolo  romano  di  nuo- 
vo pretese  l'annue  1000  libbre  da  cui 
era  slata  assolta;  ma  a  lui  ricorrendo  i 
veliterni, confermando  il  Papa  l'esenzio- 
ne del  predecessore,  i  romani  si  tacquero. 
L'ambizioso  Ladislao  re  di  Sicilia  di  qua 
dal  Faro,  sempre  aspirando  al  dominio 
di  Roma  e  d'Italia,  nel  1407  sotto  Gre- 
gorio XII  rinnovò  isuoi  tentativi  per  oc- 
cupare B.oma,  facendo  scorrerie  ne'  din- 
torni.Tentò  pure  di  sorprendere  Velletri, 
mediante  alcuni  cittadini  guadagnati  da 
lui,  della  fazione  de'  lupi,  che  col  più  ne- 
ro tradimento  eransi  proposti  di  saccheg- 
giai la  e  dargliela  in  mano.  Scoperti  gl'ini- 
qui, furono  perseguitali,  e  si  preserpener- 


V  EL 

giche  misure  per  difendere  la  città,  mi- 
nacciata dal  re  di  ferro  e  fuoco,  i  romani 
avendo  inviali  100  finii.  Ma  pervenuta 
Ostia  in  potere  di  Ladislao,  i  romani  a 
lui  si  dierono.  per  cui  i  veliterni  si  videro 
costretti  a  ricevere  le  sue  genti,  premu- 
nendosi con  un  salvacondotto  regio  on- 
de evitarne  le  violenze.  Da  Roma  con  di- 
ploma de' 17  giugno r4o8  Ladistao  spedi 
il' veliterni  un  diploma  di  conferma  a'  lo- 
ro statuti  e  usi;  e  con  altro  de'4  dicembre 
1409  da  Salerno  concesse  a'velilerni  l'e- 
senzione de'dazi  da  lui  imposti  e  da  im- 
porsi, ordinando  che  ogni  6  mesi  conti» 
nuino  i  cittadini  a  eleggere  gli  ufhziali, 
coll'inlerveuto  del  podestà  per  sua  parte. 
In  quest'epoca  si  estinsero  in  Velletri,  per 
opera  del  regio  podestà  Sillano  Pignattel- 
li  napoletano,  e  con  quella  d'un  religio- 
so francescano  secondo  Theuli,  le  fazio- 
ni delle  pecore  e  de' lupi,  che  per  tanti 
anni  l'aveano  travagliata  colle  guerre  ci- 
vili, e  così  le  fu  restituita  completamen- 
te la  pace.  A  togliere  a'partiti  qualunque 
aderenza  o  protezione  de'  baroni,  si  for- 
mò un  rigoroso  statuto  proibitivo  d'al- 
loggiarli nelle  proprie  case  senza  licenza 
de'signori  nove,  e  di  tenerne  sulle  porte 
l'armi  gentilizie.  Ladislao  nel  tempo  che 
dominò  Roma  si  portò  più  volle  a  Vel- 
letri, ed  abitò  una  casa  verso  ponente,  di 
cui  il  Landi  lasciò  memoria  ue'mss.  Frat- 
tanto lo  scisma  sempre  più  imperversa- 
va :  all'antipapa  in  Avignone  era  succe- 
duto fin  dal  i3g4  l'ostinalo  Benedetto 
XIII.  Ad  estinguerlo  si  celebrò  il  fa- 
moso Sinodo  di  Pisa  nel  i4°9j  ove  si  de- 
pose tanto  l'antipapa  quanto  il  legittimo 
Gregorio  XII;  ed  elettosi  Alessandro  V, 
la  divisione  dell'unità  de'fedeli  restò  mag- 
giormente scissa,  con  seguire  3  ubbidien- 
ze. Velletri  segui  quella  dell'eletto,  ab- 
bandonando l'anteriore  di  Gregorio  XII. 
ludi  Alessandro  V  scomunicò  e  privò  del 
regno  Ladislao,  quale  usurpatore  de'do- 
minii  della  Chiesa  e  aderente  a  Gregorio 
XII;  ma  morendo  poco  dopo  nel  i4,0i 
gli  fu  sostituito  Giovanni  XXIII  iu  Bo- 


VEL 

logna,  da  dove  i  cardinali  di  sua   ubbi- 
dienza lutto  parteciparono  a  Velletri  con 
lettera  de'iy  maggio.  Mi  duole  che  l'ot- 
timo e  dotto  sacerdote  Manco  chiami  an- 
tipapa un  Gregorio  XII  (F.).  Recatosi 
in  Roma  Giovanni  XXII 1  pubblicò  la  cro- 
ciata contro  Ladislao  quale   usurpatore 
del  regno,  persecutore  della  Chiesa  e  se- 
guace di  Gregorio  XII.  Il  versipelle  prin- 
cipe, per  conservare  il  regno,  tosto  abban- 
donò il  virtuoso  e  legittimo  Gregorio  XII, 
e  si  sottotnisea  Giovanni  XXIII,  median- 
te trattato  di  pace  de' i  5  giugno  1 4-1  2- Ve- 
ramente in  tal  giorno  d  re  in  Palatio  s. 
Petri  emanò  un  diploma  in  favore  di  Vel- 
Ietti,  come  imparo  dal  cardinal   Borgia. 
Breve  istoria  del  dominio  della  Sede  a- 
postolica,  p.  1 88.  Dal  canto  suo  Giovanni 
XXI II  abbandonò  Lodovico  II  d' Angiò, 
che  con  bolla  avea  riconosciuto  per  legit- 
timo re  del  regno  di   Sicilia  di  qua  dal 
Faro.  Ladislao  avea  nominato  rettore  di 
Marittima  e  Campagna  o  suo  vicegeren- 
te Giacomo  d'  Aquino  conte  di  Satriano. 
E  Giovanni  XXI 1 1  conferì  il  rettorato  al 
cardinal  Rinaldo  Brancacci.  Per  allora 
Ladislao  abbandonò  tutti  i  luoghi  che  in 
queste  parti  avea  usurpato,  e  solo  riten- 
ne Sezze  come  di  molta  importanza,  pro- 
mettendo restituirla  previo  sborso  di  ri- 
levante somma.  Giovanni  XXIII  per  ri- 
cuperarla, chiese  a  Velletri  iooo  ducati 
d'oro,  e  fu  contentato  con  65o,  ad  onta 
dell'esausto  erario  comunale  pe'continui 
dispendii  per  le  guerre  e  carestie  di  que' 
torbidi  tempi;  protestando  però  il  pode- 
stà ,  il  giudice  e  i  signori  nove,  che  ciò 
non  pregiudicasse  a' privilegi  della  città. 
Narra  il  p.  Casimiro  da  Roma,  che  Ric- 
cardo Annibaldi  de'signori  della  Molara 
s'impadronì  nel  i  4  •  2  di  Lariano  e  di  Ne- 
nu  castelli  della  Chiesa,  fu  indi  carcera- 
lo, e  Giovanni  XXIII  il  i.°  dicembre  lo 
fece  uscire,  restituendo  Lariano  e  Nemi. 
Erasi  introdotta  una  consuetudine  ,  che 
Velletri  ad  ogni  ordiue  del  rettore  di  Ma- 
rittima e  Campagna    dovesse    mandare 
«Il  esercito  ì  pò  i'uuli  e  6 cavalli,  tulli  man- 


VEL  297 

tenuti  e  stipendiati  a  spese  de'  cittadini. 
Che  dovesse  inviare  a'  parlamenti  gene- 
rali della  provincia  un  sindaco.  Che  tut- 
ti gli  appelli  delle  cause  tanto  civili  quan- 
tocriminali  al  medesimo  rettore  si  devol- 
vessero (ma  nell' esenzione  di  Bonifacio 
Vili,  che  qui  par  dimenticata  dal  Bau- 
co,  quel  Papa  soltanto  assolse  i  veliterni 
d'essere  costretti  dal  rettore  di  portarsi 
all'esercito  o  alle  cavalcate  fuori  della 
provincia  j  ed  al  rettore  conservò  l'ap^ 
pello  legittimo,  e  d'ingerirsi  nell' ammi- 
nistrazione della  giustizia,  se  negligenti 
gli  ullìziali  veliterni.  Tanto  aveano  rife- 
rito prima  di  lui  anche  il  Theuli  e  il  Bor- 
gia). I  veliterni  fecero  grandissime  istan- 
ze a  Giovanni  XXIII  per  essere  liberati 
da  questa  soggezione,  per  abitare  una  cit- 
tà tanto  vicina  a  Roma,  e  dimostrando- 
gli la  continua  fedeltà  alla  s.  Sede,  le  gra- 
vissime spese  fatte  per  gli  armamenti, e  i 
danni  eccessivi  sofferti  nella  guerra  con- 
tro Ladislao.  E  Giovanni  XXI li  a  tutto 
condiscese  con  breve  datum  Romae  apud 
s.  Petrum,  a'i  5  oltobrei4i  3  (temo  sba-> 
gliato  il  mese,  e  forse  dovrà  di  non  poco 
anticiparsi,  per  quanto  vado  a  narrare), 
interamente  esentando  Velletri  dalla  di- 
pendenza del  rettore  della  provincia. 

Ladislao  non  pensando  ad  altro, chead 
eludere  eziandio  Giovanni  XXII I,  rotto 
il  trattalOjCon  un  esercito  sorprese  Roma 
a'i5  giugnoi4<3,  e  lo  costrinse  a  fuggi- 
re co'cardinali. Nello  stesso  giorno  con  am- 
plissimo diploma  datum  Romae  in  Pala- 
tio s.  Petri,  in  cui  si  die  l'ampolloso  tito- 
lo d' Illustre  Illuminatore  di  Roma,  con- 
cesse a'veliterni  indultoe  remissione  di  pe- 
na meritata  per  qualunque  delitto  com- 
messo ,  contro  qualsiasi  persona  e  anche 
contro  il  popolo  romano,  eziandio  di  le- 
sa maestà;  ed  ordinò  al  podestà  e  suoi  uf- 
ficiali di  mantenere  gli  statuti  della  città 
e  di  osservarli;  in  fine  confermando  ad 
essa  tutti  1  privilegi  pontificii.  Ladislao 
morì  nell'agosto  1 4< 4>  liberandolo  stato 
della  Chiesa  da  un  infestissimo  oppresso- 
re, lutauto  a  terminare  lo  scisma  si  adu- 


a98  V  E  L 

nò  il  Sinodo  di  Costanza,  in  cui  Gregorio 
XII  virtuosamente  rinunziò  il  pontifica- 
lo, lo  spergiuro  Giovanni  XXIII  fu  de- 
posto, e  l'antipapa  Benedetto  XIII  di- 
climi  ato  ostinato  scismatico  e  deviatodal- 
la  fede.  Perciò  non  scrisse  bene  il  can. 
Bauco  dicendo:  Giovanni  XXIII  rinun- 
ziò, Gregorio  XII  e  Benedetto  XU1  furo- 
no privati  del  pontificato.  L'ri  novem- 
bre 1 4-1 7  coll'elezione  di  Martino  V  Co- 
lonna cessò  il  deplorabile  e  lunghissimo 
scisma.  In  tale  anno  il  concilio  di  Costan- 
za avea  dichiarato  Alto  Conti  rettore  del- 
le provincie  di  Marittima  e  Campagna,  ca- 
rica quasi  ereditaria  nella  sua  famiglia 
per  alcune  generazioni,  come  notai  nel 
voi.  XVII,  p.  74-  Nel  i424  furono  rin- 
novati i  capitoli  fra  Roma  e  Velletri  in- 
torno al  podestà  e  ad  altri  particolari;  fu- 
rono ancora  rinnovati  i  confini ,  e  si  ac- 
comodarono le  differenze  pel  castello  di 
Lariano,  che  Nibby  dice  tornato  in  pote- 
re de'Colonnesi  nel  pontificato  del  paren- 
te loro  Martino  V.  Morto  questi  neh  43  t, 
gli  successe  Eugenio  IV  ,  sotto  il  burra- 
scoso pontificato  del  quale  Velletri  fu  a 
parte  de'  tumulti  e  delle  guerre,  e  sicco- 
me ne  portò  il  peso, cosi  ne  raccolse  pu- 
re abbondante  fruito.  Ribellatisi  i  Co- 
lonnesi  e  i  Savelli,  tra  loro  alleali,  il  Papa 
li  scomunicò  co*  loro  fautori,  privandoli 
degli  onori  e  dignità,  e  confiscandone  le 
terre.  Fra  queste  coutavansi  le  fortezze  di 
Lariano  e  di  Faggiola,  quella  posseduta 
da'Colonnesi,  questa  da'SavelIi,  Durante 
l'inimicizia  col  Papa,  gl'insorti  baioni  con 
gente  armata  scorrevano  e  saccheggiava- 
no le  campagne  di  Roma  e  il  territorio 
di  Velletri,  predando  animali  e  uomini. 
I  veliterni  prevedendo  gravi  disastri  da 
questa  guerra,  si  prepararono  a  valida  di- 
fesa. Scelsero  a  capitano  Paolo  Annibaldi 
della  Molara,  spedirono  ambasciatori  a' 
Conti  per  tenerseli  amici,  e  rinnovarono 
1'  antica  confederazione  col  popolo  della 
città  di  Cori;  e  stando  in  guardia  fuori  e 
dentro  la  città.  Il  Papa  assoldò  8ooo  uo- 
mini sotto  la  condotta  di  Michelelto  per 


VEL 

reprimere  i  ribelli,  e  deputò  legalo  del- 
l'impresa il  celebre  e  valoroso  vescovo  Vi- 
tedeschi  poi  rettore  di  Marittima  e  Cam- 
pagna e  indi  cardinale,  severo  e  acerrime 
nemico  de'Colonnesi.  Le  milizie  pontifi- 
cie s'impadronironodi  Zagarolo,  Palestri- 
na,  Albano,  Civita  Lavinia  e  Castel  Gan- 
dolfo.  Vi  rimaneva  il  castello  di  Larianc 
o  Ariano,  ch'era  ben  fortificato,  assai  mu- 
nito, e  cou  diligenza  difeso  da'Colonnesi. 
Ferinaronsi  all'  assedio  di  questo  forte 
4ooo  uomini,  dimorandovi  4  mesi  senza 
successo.  Dovea  il  comune  di  Velletri 
provvisionare  questa  truppa  di  denaro, 
di  grasce  e  d'altrecose  necessarie.  Andan- 
do l'impresa  a  lungo,  i  veliterni  per  to- 
gliersi da  tante  spese,  si  offersero  al  car- 
dinal Condnlmieri  camerlengo  di  dar  l'as- 
salto alla  fortezza;  il  che  fu  loro  accorda- 
to con  larghe  promesse.  Si  presentaronc 
coll'Annibaldi  al  cimento  8oo  volontari 
cittadini,  i  quali  animati  da  valore  e  ir- 
ritati pe'ricevuti  danni,  appena  giunsen 
sotto  Lariano  che  l'assalirono  con  indi- 
cibile coraggio  e  in  breve  lo  presero.  En- 
trati nel  paese  lo  posero  a  sacco  e  fuoco, 
e  quasi  tutto  restò  distrutto.  Tutti  gli  u- 
bilanti  colla  guarnigione  si  rifugiarono 
nella  rocca.  Pareva  che  i  larianesi  voles- 
sero difendersi,  ma  sperimentata  la  bra- 
vura e  la  fortezza  de' veliterni  nell'assal- 
to, e  sapendoli  fermi  di  voler  espugnare 
anche  la  rocca,  e  non  avendo  speranza 
d'esser  soccorsi  da'Colonnesi,  chiesero  di 
capitolare  e  fu  loro  accordato.  Nell'otto- 
bre 1 433  i  signori  nove  deputarono  com- 
missari per  trattare  con  quelli  inviati  a  Vel- 
letri da  Lariano,  Pietro  Mancini  e  Anto- 
nio Pancioni.  Fra  gli  altri  capitoli  della 
dedizione,  fu  concesso  che  tutti  gli  abi- 
tanti potessero  recarsi  a  dimorare  in  Vel- 
letri, colla  franchigia  da'  dazi  per  20  an- 
ni. A'26  ottobre  1 433  uscita  dalla  rocca 
la  guarnigione  e  il  castellano  coll'armi  e 
bagaglie,  ed  i  larianesi  colle  loro  sostanze, 
la  truppa  de' veliterni  la  die  alle  fiamme. 
Il  cardinal  camerlengo  quindi  con  auto- 
rità pontificia  concesse  e  aggiudicò  tal 


V  E  L 

fortezza  al  comune  di  Vellelri  insieme  eoi 
letti  Iorio,  incorpora  tutolo   al    veliteruo, 
dandone  alla  città  il  pieno  possesso;  e  di- 
poi il  Papa  lutto  confermò  con  bolla  del- 
1*8  ottobre  i  44^,  riprodotta  da  Banco  co- 
me onorevole  per  la  città.  Lo  stesso  in- 
fortunio sperimentò  la  fortezza  della  Fag- 
gioia  de'  Savelli,  la  quale  espugnala  da' 
veli  ter  ni  fu  incendiata  e  distrutta;  ed  il 
medesimo  cardinale  die  il  possesso  del- 
la fortezza   e  del  territorio  al  comune  di 
Vedetti.  Si  celebrava  allora  il  concilio  di 
Basilea,  alquanta  ostile  a  Eugenio  I Y ,  on 
de  pretta  divenne  couciliabolo.  1  Culon- 
liesi  interposero  i  padri  perchè  stimavano 
iiucevole  alla  loro  casa  l'inimicizia  de've- 
literni.  A'  17  dicembre  1 4^3  il  concilio 
scrisse  al  popolo  veliteruo  esortandolo  a 
pacificarsi  co'Colotmesi;  ma  quando  giun- 
se la  lettera  ritardata,  già  erano  eguaglia- 
te al  suolo  la  terra  e  rocca  di   Lariano. 
La  città  però,  salvi  i  diritti  e  gli  acquisti 
falli  per  ragione  di  guerra  ,  procurò  di 
tornar  in  pace  co'Colonuesi  e  conservar- 
la, anche  perchè  poi  adoperandosi  di  tor- 
nare ingrazia  d'Eugenio  IV,  bramava- 
no la  reintegrazione  del  confiscalo.  La 
suddetta  bolla  di  conferma  con  l'autori- 
tà del  mero  e  misto  impero  et  pò  le  sia  le 
rìadii,  e  il  precedente  atto  del  camerlen- 
go de'3o  luglio,  che  allora  era  il  cardi- 
nal Lodovico  Scarampo  Mezzarola  ,  già 
commissario  apostolico    nella    suddetta 
guerra  e  legato  di  Marittima  e  Campa- 
gna ,  ritardarono  perchè  il  Papa  pe'  tu- 
multi de'Colonnesi  partito  da  Roma  nel 
giugnoi  4-34>uou  v'  ritornò  che  a'2  1  set- 
tembfei443;  'a  bolla  contenendo  anelli 
quanto  riguarda  Faggiola.   Po>sedendo 
Vellelri  la  lena  di  Lariano  e  il  suo  ter- 
ritorio, il  cardinal  Prospero  Colonna  ni- 
pote di  Martino  V  ruppe  la   pace  ,  pre^ 
tingendosi  di  tornarvi  in  possesso  e  ripo- 
polarla ,  e  di  fortificare  con   nuove  fab- 
briche la  rocca.  Mandò  a  tal   uopo   un 
gran  numero  d'  operai  ,  che  sostenuti  e 
guardali  da  una  forte  squadra  di  soldati, 
attendessero  al  lavoro.  Ciò  saputosi   io 


V  E  L 


2  99 


Vellelri,  il  magistrato  non  risolvevasi  ad 
usar  la  forza  per  impedirlo,  ma  il  popo- 
lo lo  fece  da  se.  Corse  armato  a  Lariano, 
fugò  i  soldati,  cacciò  gli  operai,  e  gittò  a 
terra  tutto  il  nuovo  fabbricato;  indi   fu 
custodito  il  castello  diroccalo,  per  impe- 
dir qualunque  innovazione.  Ad  onta  di 
quanto  fecero  i  Colonuesi  per  ricuperata 
Lariano,nou  riuscì  loro  finché  visse  Euge- 
nio IV.  Questo  Papa  affezionatissimo  a 
Vellelri,  gli  concesse  molte  grazie  e  pri- 
vilegi. Egli  con  sua  bolla  ridusse  il  peso 
di  200  libbre  di  cera  a  5o,  che  annual- 
mente doveasi  presentare  in   Pioma   dal 
comune  veliteruo  nella  festa  dell'Assun- 
zione di  Maria  ss.  Concesse  al  consiglio  la 
libera  elezione  del  giudice,  nou  ostante 
qualunque  convenzione  fatta  tra  il  popo- 
lo e  senato  di  Pioma,  e  il  comune  di  Vel- 
letri.  Ordinò  ancora  che  si  conservasse- 
ro le  giurisdizioni  e  gli  statuti  della  cillà, 
dichiarando  appartenere  al    podestà  ,  al 
giudice,  agli  affiliali  di  Velletri  privati- 
vamente giudicare  sulle  cause  di  qualsi- 
voglia delitto,  che  nella  città  e   nel  suo 
territorio  si  commettesse,   eccetto  solo  il 
delitto  di  lesa  maestà.   Inoltre  Eugenio 
IV  promosse  a  vescovo  di  Capri  fr.  Fran- 
cesco da  Velletri  minorità,  famoso  lettore 
di  teologia,  poi  traslato  a  Gaeta.   Fra  il 
terrilorio  di  Velletri  e  quello  di  Nettuno 
esisteva  una  forte  torre  nel  castello  di  s, 
Pietro  inFormis,  oggiCampoMorto. Que- 
sto apparteneva  a'Savelli  coli'  ampia  te- 
nuta  di   fertilissimi    campi   all'  intorno. 
Quel  barone  ne  fu  spogliato  da  Eugenio 
IV  ,  il  quale  ne  fece  dono  al  celebre  ca- 
pitano AntouioRidi  padovano,  castellano 
o  prefetto  di  Castel  s.  Angelo  di  Routa. 
Nelle  circostanze  di  guerra  il  castello  di 
s.  Pietro  in  Formis  era  assai   molesto  a 
Velletri  e  cagione  di  gravi  dispendi,  per 
guardarsene  e  difendersene.  Eugenio  IV 
con  lettere  del  cardinal  camerlengo  de' 
12  maggio  1 445  ordinò  a'veliteruiche  fa 
due  mesi  lo  demolissero,  il  che  fu  subi- 
to eseguito.  Velletri  per  la  distruzione  di 
tal  fotte  restò  assai  tranquillo,  e  di  più 


3oo  VEL 

quando  il  lenimento  fu  venduto  al  capi- 
tolo Valicano, che  ancora  lo  possiede.  Per 
Ja  posizione  topografica  di  Velletri  ,  già 
notai  i  travagli  e  disastri  ch'era  obbliga- 
ta  tollerare  da'baroni,  che  d'ogni  banda 
colle  loro  baronie  necircondavanoil  ter- 
ritorio. E  siccome  ella  dichiara  tati   ne- 
mica  a  chi  nemico  fosse  della  s.  Sede,  le 
conveniva  star  sempre  sull'armi  per  di- 
fendersi, e  per  combattere  contro  i  detti 
baroni,  che  per  lo  più  erano  a' Fa  pi  ri- 
belli. Né  godè  ella  riposo  e  tranquillità 
finché  col  proprio  valore  non  abbattè  e 
distrusse  alcuni  ricoveri  di  siffatti  prepo- 
tenti baroni,  e  li  tenue  a  freno  col  timo- 
re di  sue  armi.   Perciò  Bauco  dice  che 
aiuti  reggimento  è  più  nemico  dell'uma- 
na generazione,  che  il  feudatario,  poiché 
i  Fassallì(V.)  avvilisce,  e  i  diritti  mu- 
nicipali disperde.  Allorché  Eugenio   IV 
dichiarò  ribelli  i  Colonnesi  ei  Savelli,  fu- 
rono inclusi  nella  stessa  sentenza  anche 
Francesco  eRuggero  Caetani  padroni  del- 
la foltezza  d'Acquapuzza  posta   fra  Ser- 
moneta  eSezze,  la  qualeil  Papa  neli44^ 
die  in  custodia  a'velitei ni;  indi  il  succes- 
sore JN'icolò  Va'22  dicembre i449  ,,e  01* 
«lino  la  consegna  al  suo  commissario  Lo- 
renzo Cecchi,  e  fu  eseguita.  Nate  nuove 
conlese  fra'romaui  e  i  velilerui  per  l'ele- 
zione del  giudice,  che  da  Eugenio  IV  era 
siala  concessa  o  piuttosto  restituita  libe- 
ra alia  città,  in  dettoanno  si  venne  a  con- 
cordia, e  fu  stabilito;  che  siccome  Velie- 
tri  eleggeva  3  gentiluomini  romani  per 
podestà,  de' quali  il  popolo   romano   ne 
confermava  uno,  così  dovesse  il  popolo 
1  ornano  eleggere  3  dottori,  a  uno  de'qua- 
li  la  città  dassela  patente  di  giudice.  Men- 
tre Velletri  godeva  pacificamente   il  ca- 
stello di  Faggioia,deputaudovi  il  consiglio 
un  particolare  governatore,  morto  Nicola 
Savelli  aulico  signore   del   luogo, di  cui 
per  la   ribellione  n'era  stato  privalo  da 
Eugenio  IV,  i  suoi  figli  implorarono  da 
Nicolò  V,  oltre  il  perdono,  la  ricupera  di 
Faggiola  e  dell'  altre  castella  già   confi- 
scate, ed  il  Papa  tutto  accordò  a'  3  ugO' 


VEL 

sto  «447-  I  veliterni  ricorsero  a   Nicolò 
V,  ed  esposero  il  diritto  che  aveano  sul 
castello,  per  averlo  conquistato  col  pro- 
prio sangue,  col  dispendio  di  9,5oo  fio- 
rini d'  oro,  e  loro  quindi  confermato  da 
Eugenio  IV.  Trovando  il  Papa  giuste  ta- 
li ragioni,  rivocò  il  decretalo  a  favore  de' 
Savelli,  ed  a'i3  novembre  1 453  dichiarò 
spettare  a  Velletri  la  Faggiola,  onde  tor- 
nò a  possedere  pacificamente  il  suo  terri- 
torio e  la  fortezza.  Non  così  avvenne  con 
Lariauo.  I  Colonnesi  baroni  più  potenti 
sempre  tentandone  la  ricupera,  nulla  ot- 
tenendo dalla  città, conseguirono  almeno 
da  Nicolò  V, che  appena  divenuto  Papali 
assolse,  median  te  bre  ve  de'i3  agosto  i448, 
che  fossero  loro  pagati  1000  ducati  d'oro 
per  le  violenze  usate  contro  gli  armati  e 
artisti  mandati  dal  cardinal  Colonna  alla 
riedificazione  di  Lariano;  il  quale  porpo- 
rato perciò  animato  tentò  più  volte  di 
ripigliare  il  castello,  vi  mandò  altra  gen- 
te armata  per  cacciare  dal   territorio  i 
nuovi  coloni,  e  vi  fece  portare  una  gran 
quantità  di  materiale  per  rifabbricarlo. 
Nel  i455  divenuto  Papa  Calisto  III,  la 
città  nell'umiliargli  ubbidienza,  pe'depu- 
tali  rappresentò  i  suoi  diritti  su  Lariano 
e  la  Faggiola,  e  lo  supplicò  della  confer- 
ma de'  luoghi  e  di  proibire  a'  Colonnesi 
che  non  più  tentassero  rifabbricare  La- 
riano. Fu  esaudita  con  breve  de'  6  set- 
tembre, ordinando  sotto  gravi  pene,  cht 
ninno  in  quel  luogo  ardisse  di  rifabbrica 
re.  Nel  1  4^6  dall'agosto  al  dicembre  Vel 
letri  fu  flagellata  dalla  peste,  onde  i  cit 
ladini  si  sparsero  per  le  vigne  e  ne'  lue 
ghi  vicini.  Pio  11  fatto  rettore  di  Marini 
ma  e  Campagna  il  nipote  Antonio  Picco- 
lomini  e  poi  Gio.   Antonio  Leoncilli  di 
Spoleto  già  senatore  di  Roma,  per  me 
delazione  da  Siena  raccomandò  per  pc 
desta  Giovanni  Boccabella  romano,  e 
cardinal  Colonna  profittando  della  lor 
Iattanza  del  Papa  di  prepotenza  nel  r  4 ' >  - 
ricominciò  la  riedificazione  della  fortezza 
di  Lariano,  e  con  gran  calore  vi  sollecitò  i 
lavori.  Tornato  Pio  II  in  Roma,  i  trava- 


VEL 

,  glint!  veliterni  gli  fecero  reclami,  e  furono 
contentali;  poiché  considerando  il  Papa 
che  l'erezione  della  fortezza  poteva  fo- 
mentare disastri  alla  città  e  provincia,  co- 
mandò nel  «463  al  cardinale  la  demoli- 
zione degli  edifìzi  e  fortificazioni.  Ma  es- 
sendo caduto  infermo  il  cardinale,  la  for- 
tezza fu  consegnata  come  stava  al  cardi- 
nal Todeschini  nipote  del  Papa,  onde  con- 
servarsi per  6  mesi  in  deposito;  ed  intan- 
to il  cardinal  Colonna  tosto  morì  a'^4 
niar70,  lasciando  erede  Vittoria  sua  sorel- 
la e  vedova  di  Carlo  Mala  testa  giù  capita- 
no generale  del  duca  di  Milano.  Spirati 
quindi  i  6  mesi,  Pio  II  ordinò  che  la  for- 
tezza si  demolisse,con  proibizione  a  chiun- 
que di   rifabbricarla  (di  che  parlando  il 
Piazza  nella  Gerarchi aCardinai hia , di- 
ce che  a'velletrani  ordinò  pure  la  demo- 
lizione della  rocca  o  fortezza  vicina  a  Ci- 
vita Lavinia,  da 'medesimi  Colonnesi  con 
gran  spesa  fabbricata,  potendo  recare  pre- 
giudizio a  Velleti'i;  ed  il  simile  nana   il 
Theuli);  per  cui   Velletri  si  obbligò  con 
pena  di  io,ooo  fiorini  d'oro  a  non  farvi 
nuove  fabbriche  ,  salvo  solo  il  dominio  e 
la  proprietà  cheaveadel  luogo,  e  di  paga- 
re 5oo  fiorini  d'oro  alla  camera  aposto- 
lica per  rimborso  delle  spese  fatte  nella  cu- 
stodia in  tempo  del  deposito.  Nel  novem- 
bre dello  stessoi463  i  veliterni  in  nume- 
ro di  4oo  armati,  d'ordine  pontificio  si 
diressero  alla  demolizione  delle  nuove  for- 
tificazioni. In  que' tempi  tale  fortezza  si 
reputava  inespugnabile,  come  fabbricata 
sul  monte  di  pietre  quadrate  e  tutto  mas- 
so  al  di  dentro.  Per  hi  sua  elevatezza  do- 
minava dal   settentrione  la  provincia  di 
Campagna,  e  dall'ostro  quella  di  Marit- 
tima: era  provvista  di  due  conserve  d'ac- 
qua assai  copiose  e  lavorate  con  grande  ar- 
tifizio, ed  essendo  poco  comune  l'uso  del- 
l'artiglierie era  malagevole  l'impadronir- 
sene.  I  demolitori  proruppero  in  alcune 
proposizioni  offensive  a'  Colonnesi ,  da' 
quali  prese  in  mala   parte  cagionarono 
contese.   Imperocché  Vittoria    Colonna 
(non  si  deve  confondere  colla  raarcbesa- 


VEL  3ot 

na  di  Pescara,  di  cui  anche  nel  volume 
LXXXV1II,  p.  loo  e  seg.),com'erede  del 
cardinal  Prospero  suo  fratello  mosse  lite  al 
comune  di  Velletri,  proponendo  non  solo 
il  libello  d'ingiurie,  ma  ripetendo  il  pos- 
sesso del  territorio  di  Lariano  come  anti- 
co patrimonio  di  sua  casa.  Pio  II  commi- 
se la  cognizione  di  queste  cause  al  sena- 
tore di  Roma,  che  a'  i  8  luglio  1 4^4  P''°' 
nunzio  sentenza  assolutoria  a  favore  di 
Velletri.  Tuttavolta,  morta  Vittoria  ,  i 
suoi  eredi  neh  465  suscitarono  altre  pre- 
tensioni per  la  ricupera  di  Lariano.  Con 
approvazione  di  Paolo  II  fu  eletto  per 
compromesso  in  arbitro  dalle  parti  il  car- 
dinal Guglielmo  d'Estouleville  vescovo 
veliterno  (secondo  il  cav.  Coppi,  o  a'21 
marzo  1 4?9  al  dire  di  Bauco.  Questa  di- 
screpanza chiarirò  col  Borgia.  La  a.  da- 
ta appartiene  all'altro  laudo  pronunziato 
dal  cardinale,  sopra  le  differenze  insorte 
fra  Velletri  e  i  signori  di  Nemi  pe'  con- 
fini della  Faggiola).  Ordinò  che  la  rocca 
di  Lariano  col  suo  territorio  per  quanto 
pende  dalla  cima  de'monli  verso  Velle- 
tri appartenesse  a  questa  città,  e  per  quan- 
to si  stende  dalla  parte  opposta  verso 
Rocca  di  Papa  e  Rocca  Priora  fosse  de' 
Colonnesi,  e  che  nelle  sommità  de'monli 
si  ponessero  i  termini  divisorii  pe'confini 
d'ambe  le  parti.  Ordinò  ancora  che  si 
pagassero  da  Velletri  800  ducati,  e  proi- 
bì si  a'veliterni  che  a'  Colonnesi  di  rifab- 
bricare in  quel  luogo  castello  o  rocca.  Il 
cardinal  d' Estouteville  fu  il  i.°  vescovo 
veliterno  ch'ebbe  dalla  s.  Sede  il  permes- 
so e  la  giurisdizione  d'usare  iusieme  l'au- 
torità spirituale  e  temporale  sopra  Vel- 
letri. Ma  questa  giurisdizione  e  autorità 
al  principio  non  importava  altro  che  pro- 
tezione. Bene  il  mostrò  il  degno  cardina- 
le nel  difendere  le  ragioni,  privilegi  e  giù» 
risulzioni  della  città.  Come  uomo  inte- 
gro e  prudente  ,  compose  le  tante  diffe- 
renze che  agitavano  la  città,  con  soddi- 
sfazione universale  non  solo  per  Lariano 
co'Colonnesi,  ma  nel  1  479  sopì  le  diffe- 
renze insorte  fra  Velletri  e  il  baione  di 


3u2                    V  E  L  V  E  L 

Nemipe'confinitVi  Faggiola.Fuanrhege-  ene  commise  l'esecuzione  al  cardine!  Or- 
tieroso  e  magnifico,  adornò  la  città  d'una  sini  camerlengo,  clie  per  mezzodì-I  suo 
sontuosa  fabbrica  per  comodo  e  abitazio-  segretario  die  al  comune  di  Velletri  il  pos- 
ile de' vescovi  presso  la  cattedrale,  oggi  ri-  sesso  del  territorio  di  Lariano  ni  maggia 
dotta  in  parie  per  uso  del  seminario,  e  r 4-7^-  N*d  '474  ''  Papa  scrisse  lettere 
partedonata  per  abitazione  dell'arciprete  molto  efficaci  ai  podestà  e  al  giudice  di 
della  medesima.  Invece  dell'episcopio  go-  Vel!etri,acciòsi  adoprasseroper estingne- 
dono  ora  i  vescovi  di  Velletri  il  sudde-  re  afT-itto  l'antiche  fazioni,  che  sempre  ri- 
sci  ilio  appartamento  nel  pubblico  palaz-  pullulavano  tra'principali  cittadinì,intor- 
zo:  prima  lo  aveano  come  governatori  di  bidando  e  sconvolgendo  la  quiete  della  po- 
Yelletri,  ora  come  legali  perpetui  della  s.  polazione,il  che  riuscì  felicemente.  Nel 
Sede.  Fu  Paolo  II  che  con  breve  de'  i3  pontificato  di  Sisto  IV  s'incominciò  la 
giugno  i47°  conferì  la  protetloria  della  proficua  impresa  di  condurre  l'acqua  pe- 
città  di  Velletri  al  suo  vescovo  prò  tem-  renne  in  Velletri  da'monti  dellaFaggiola, 
pore,  e  ciò  fece  per  togliere  al  popolo  io-  il  Papa  nel  1 47^  commettendone  la  cuci 
mano  quella  poca  parte  che  avea  algover-  al  cardinal  d'Eslouteville,come  quello  die 
no  della  medesima  ;  per  cui  eravi  un  con-  avea  tanto  a  cuore  il  pubblico  bene,  acciò 
tinuo  seme  di  discordie,  di  violenze  e  tal-  vegliasse  per  ridurre  ad  effetto  sì  nobile 
volta  di  guerre;  perchè  i  veliterni  sempre  impresa;  scabrosa  e  dispendiosa,  di  cui  in 
aspiravano  ad  una  piena  libertà,  e  i  roma-  diverse  epoche  s'intraprese  il  lavoro  e  poi 
ni  alla  soggezione  e  dipendenza  de'mede-  sospeso,  finché  fu  ridotta  a  compimento, 
situi,  onde  fra'due  popoli  non  poteva  mai  come  poi  dirò.  Nel  1 47^  si  sparse  in  qne- 
snssistere  stabile  e  sincera  pace.  E  Paolo  ste  contrade  terribile  pestilenza,  e  Velia 
li  così  troncò  tulle  le  pretensioni  de'  ro-  tri  ne  patì  gravemente;  disastro  che  si  ab- 
mani.  Osserva  il  Dauco, che  però  tale  prò-  breviò  pel  solenne  voto  fatto  al  santuario 
tettoria  e  patrocinio  concesso  a'  vescovi  di  Loretoeon  preziosa  corona  tempestala 
veliterni,  come  suole  accadere  per  I'  in-  di  gioie  di  molto  valore.  Desiderando  Si- 
nata  propensione  che  barinogli  uomini  di  sto  IV  il  bene  e  la  tranquillila  di  Vellelri, 
signoreggiare,  passò  ad  un'ampia  e  asso-  ordinò  che  fermi  rimanessero  i  diritti  del 
luta  autorilà  di  governo,  accresciuta  da  podestà  e  giudice;  gli  confermò  tutti  i  pri- 
nna  parte  co'privilegi  concessi  ne' tempi  vilegi  e  grazie  concessi  da'predecessori,  gli 
posteriori  da'Papi  a'cardinali  decani,  e  statuti,  e  il  possesso  de'caslelli  di  Lariano 
dall'altra  colPabolire  I'elezionedel  pode-  eFaggiola  co'loro territorii.  Nella  biogra- 
stà  e  del  giudice,  la  quale  in  quell'epoche  fia  di  tal  Papa  accennai  la  guerra  insorta 
e  per  molti  anni  appresso  rimase  libera  a'  tra  lui  e  l'ingrato  Ferdinando  1  re  di  Na- 
cittadini.  Al  popolo  romano  restò  soloche  poli,  per  aver  questi  preso  le  parti  del  du- 
i  podestà  eletti  al  governo  di  Velletri  do-  ca  di  Ferrara feudatario della s.  Sede,  ed 
vesserò  essere  del  ceto  della  loro  nobiltà,  i  luoghi  ove  ne  ragionai.  Qnisolodirò, die 
de'quali  la  città  ne  eleggeva  3,  ed  uno  di  il  re  nel  i  482  inviò  contro  i  dominii  poti- 
questi  veniva  scello  dal  cardinal  protetto-  tifìcii  il  figlioAlfonsodùca  di  Calabria  agi 
re,  ed  il  Papa  lo  confermava  con  suo  bre-  g,ooo  uomini,  compresa  una  forte  colon* 
ve;e  questi  prima  di  prendere  possesso  del-  na  di  cavalleria;  esercito  composto  in  par- 
la carica  prestava  giuramento  di  fedeltà  in  tedi  turchi,  chedopo  ricuperato  Otranto 
mano  del  cardinal  camerlengo  di  s.  Cine-  dalle  loro  mani,  avea  ritenuti  al  suo  sol- 
sa.  Sisto  IV  mostrò  molto  affetto  verso  do.  Frasi  sparso  tra* veliterni  e  la  proviti- 
Velletri,  che  fece  conoscere  concedendole  eia  indicibile  spavento,  anco  perchè  i  Co- 
molte  grazie  e  privilegi.  IVunarnentecon-  lunnesi  e  i  Savelli  nemici  di  Velletri  ade- 
fermò  il  laudo  del  cai  ditial  d'Estouteville,  ri  vano  al  duca,  oudecon  apparecchio  DJ» 


VEL 
lilnre  si  prepararono  a  difendersi  dentro 
le  aura, ed  incalcolabili  furono  i  danni  ri- 
cevuti nel  territorio.In  aiuto  del  Papa  ven- 
nerogli alleati  veneziani.capitanali  daRo* 
berto  Malatesta  di  Rimini  valorosissimo, 
e  giunsero  a'  i  5  agosto.  Il  duca, respinte  le 
milizie  pontificie,  occupato  Albano  e  Ca- 
stel Gaudolfo,  si  avvicinava  a  Roma  tutta 
costernata  Le  milizie  collegate,  ricupera- 
li que'luoghi,  fermaronsi  a  Torreccbia, 
piccolo  castelloora  distrutto  a  8  miglia  da 
Velletri;  mentre  Alfonso  erasi  munito  e 
attendato  fra  tal  città  e  Nettuno,  distante 
jo  miglia,  aspettando  i  rinforzi  per  mare 
promessigli  dal  padre.  Roberto  d'ordine 
del  Papa  e  di  Girolamo  Riariosuo  nipote 
e  generale  di  s.  Chiesa,  invitò  i  editerai 
a  mandar  5oo  de'loro  soldati,  e  subilo  fu- 
rono spediti  ,  condotti  da'  loro  capitani 
Censio  Salvati,  Giovanni  Lerici,  France- 
sco Nuticola  ,  Ostilio  Favate  ,  Giuseppe 
Scevola,  Sante  Santocchia  e  Andrea  To- 
ruzzi,  riuscendo  di  sommo  vantaggio  al- 
l'esercito papale.  Essi  pratici  del  paese  gui- 
darono le  truppe  per  vie  non  baltute,quin- 
di  inosservati  e  all'  impensata  circonda- 
rono i  nemici,  e  all'albeggiar  de'2  i  ago- 
sto I'  esercito  pontificio  scagliossi  contro 
il  campo  nemico.  I  primi  a  far  fronte  fu- 
rono i  turchi,  combattendo  valorosamen- 
te; la  mischia  tra  le  parti  si  strinse  con 
calore,  per  cui  incerta  pendeva  la  vitto- 
ria. Si  avanzò  allora  Roberto  co' più  pro- 
di, fece  retrocedere  il  nemico  e  lo  strinse 
d'ogni  lato.  La  cavalleria  regia  datasi  al- 
la fuga,  restati  scoperti  i  turchi,  grande 
ne  fu  la  strage;  onde  Alfonso  impotente 
0  sostenersi  fuggì  e  fu  sul  punto  di  ca- 
der prigioniero,  <e  non  lo  difendevano  5o 
cavalieri  turchi.  Contribuì  alla  vittoria  il 
cielo  con  dirotta  pioggia  the  impedì  al- 
l' artiglierie  nemiche  di  prender  fuoco, 
mentre  i  balestrieri,  fra'quali  buona  par- 
te et  ano  velilerni,  usarono  le  loro  balestre 
con  orribile  danno  de' nemici.  Alfonso 
giunto  a  Nettuno,  salito  un  battello  por- 
tossi  a  Terracina,  ove  raccolse  gli  avanzi 
d^lio  sbaragliato  esercito. Il  rombai  ti  meo-. 


VEL  3o3 

lo  dall'alba  durò  sino  a  21  ora  ,  e  gran 
lode  meritano  i  vincitori  perchè  pugna- 
rono con  numero  duplicato  di  nemici.  Il 
luogo  della  battaglia  chiamatasi  s.  Pietro 
in  Formis,e  prese  il  uomedi  Campo  Mor- 
to dalla  grande  strage.  Nel  dì  seguente  si 
die  sacco  al  campo  nemico,  e  siccome  il 
felice  successo  in  gran  parte  si  attribuì  al 
valore  de'veliterni,  Roberto  che  co'feriti 
erasi  condotto  dopo  la  vittoria  a  Velletri, 
a  questa  donò  le  bandiere  nemiche,  e  una 
buona  porzione  dell'  artiglieria  rimasta 
sul  campo.  In  Velletri  furono  condotti 
circa  5oo  prigionieri,  con  20  capitani  e 
molti  uffiziali  maggiori.  Dopo  due  gior- 
ni di  riposo  l'esercito  pontificio  partì  da 
Velletri  per  Roma.  Nello  stesso  tempo 
che  poco  lungi  dalla  città  combaltevasi, 
dentro  di  essa  il  popolo  nella  cattedrale 
pregava  fervorosamente  Dio  e  i  ss.  Poli- 
ziano ed  Eleuterio  protettori,  all'interces- 
sione de'qnali  si  attribuì  la  celebre  e  se- 
gnalata vittoria,  la  salvezza  di  Velletri  e 
di  Roma;  per  cui  Sisto  IV  Io  dichiarò  in 
un  breve  diretto  a  Velletri,  ed  in  Roma 
eresse  la  Chiesa  di  s.  Maria  della  Pacet 
il  cui  soccorso  avea  implorato.  Il  re  ve- 
dendo le  sue  cose  a  mal  parlilo,  si  pose 
in  tutto  a  disposizione  del  Papa,  e  gli  re- 
stituì Terracina  e  Benevento.  Sisto  IV 
volendosi  mostrare  grato  a'veliterni  e  in- 
sieme animarli  a  mantenersi  fedeli,  larga- 
mente loro  donò  alcune  possessioni  di 
Cristoforo  Savelli,  cioè  porzione  di  quel- 
le confiscategli  per  avere  i  suoi  figli  se- 
guito il  partito  del  duca  di  Calabria  (an- 
che i  Colonnesi  furono  puniti),  e  furono: 
la  metà  delle  tenute  e  casali  di  Torre 
d'Orlando,  Campo  Leone,  le  Pentome,  s. 
Maria  Palombo,  non  che  la  metà  di  Tor- 
re de'Gandoifi  e  di  Nemi,  oltre  le  case  e 
orti  che  aveano  in  Albano.  Di  più  esortò 
i  veliterni  a  prender  l'  armi  contro  Ar- 
dea  e  Rocca  di  Papa, castella  d'Odoardo 
Colonna  duca  di  Cave,  che  parimenti  a- 
vea  aderito  al  duca  di  Calabria,  perchè 
tuttora  que'  paesi  persistevano  nella  ri- 
bellione; pronielteodo  loro ,  che  dopo  il 


3o4  V  E  L 

conquisto  l'avrebbe  date  in  dominio  aVel- 
letti  con  piena  ragione  di  mero  e  misto 
impero.  Apprendo  dal  cav.  Coppi,  che  al- 
tre terre  furono  tolte  a'Colonnesi,  fra  le 
quali  Cave,  ma  non  fa  menzione  de'  ve- 
literni; durava  la  guerra  nel  >  4o"4>  quan- 
do morì  il  Papa  egli  successe  Innocenzo 
Ville  Alfonso  duca  di  Calabria  volendo 
occupare  le  ricchezze  de' baroni  del  re- 
gno, questi  ricorsero  al  Papa  supremo  si- 
gnore e  ne  prese  le  difese,  onde  si  ruppe 
guerra:  i  Colonnesi  furono  col  Papa,  gli 
Orsini  col  re.  Il  duca  di  Calabria  e  Ro- 
berto Sanseverino  si  posero  alla  testa  del 
regio  esercito,  e  nel  declinar  deli  485  de- 
solarono le  campagne  di  Roma  e  questa 
minacciarono.  Alla  custodia  di  Velletri 
>enne  Nicolò  Caetani  con  alcune  compa- 
gnie di  cavalli;  e  perchè  giornalmente  nel 
territorio  pi  edavasi  da'nemici,  furono  da 
per  tutto  rinforzate  le  guardie.  Le  rapi- 
ne fatte  nel  territorio  velilerno  furono 
rappresentate  al  Papa  comesomministra- 
zioui  de'cittadini,  ma  il  vescovo  cardinal 
Della  Rovere  gli  tolse  la  sinistra  opinione 
concepita;  e  finalmente  la  pace  seguì  a' 
12  agostoi486.  Innocenzo  Vili  confer- 
mò a  Velletri  le  ragioni  che  avea  sulla 
tenuta  del  Peschio,  nell'abbazia  di  S.Bar- 
tolomeo del  vescovo  Tusculano.  Oltre  le 
calamità  della  guerra,  Velletri  fu  trava- 
gliata dalla  peste  nel  i483,e  maggiormen- 
te infierì  nel  i486:  il  popolo  fece  voto  di 
celebrar  la  festa  dell'Immacolata  Conce- 
zione con  digiuno  nella  vigilia  ,  e  indi  a 
poco  cessò  la  mortalità.  Per  gratitudine 
i  veliterni  nella  cattedrale  eressero  la  son- 
tuosa cappella  dell'Immacolata  Concezio- 
ne, e  fecero  scolpire  in  marmo  la  memo- 
ria di  questo  prodigio.  Alessandro  VI,  fa- 
vorevole a  Velletri, confermò  tutte  lecon- 
cessioni  de'predecessori,  particolarmente 
circa  il  dominio  del  territorio  di  La  ri  a  no  e 
di  Faggiola  curii  mero  et  mixto  imperio, 
ci polestale gladii.  Intanto  Carlo  Vili  re 
di  Francia  calò  in  Italia  per  conquistare 
il  regno  di  Napoli,  e  giunto  in  Roma,  im- 
pose al  Papa  pregiudizievoli  condizioni. 


V  EL 

Ne  partì  per  Napoli  aV)  gennaio  1^9^, 
conducendo  seco  il  principe  Zizini  fra- 
tello di  Bajazet  II  sultano  de'turchi,  per 
le  future  sue  mire,  accompagnato  a  ca- 
vallo al  sinistro  lato  dal  famoso  cardinal 
Ce»areBorgia  ai  civescovodi  Valenza{Pr,\ 
e  figlio  del  Papa,  in  qualità  di  legato  a- 
postolico  per  3  mesi,  ma  in  verità  guar- 
dato quasi  come  ostaggio.  A'27  il  re  giun- 
se a  Velletri ,  ricevuto  con  pubbliche  di- 
mostrazioni di  feste  e  luminarie;  ma  in 
un  punto  l'allegria  si  convertì  in  mesti- 
zia e  spavento.  Il  cardinal  legato  temen- 
do assai  dell'  intenzioni  del  re,  pensò  e 
cercò  il  modo  di  salvarsi  colla  foga  tra- 
vestito, ritornando  in  Roma,  e  gli  riuscì 
colla  cooperazione  di  3  veliterni,  benché 
le  mura  eie  porte  della  città  fossero  cu- 
stodite dalle  guardie  dell'esercito  france- 
se. Circa  le  ore  11  saputasi  dal  re  l'eva- 
sione del  cardinale,  e  credendo  che  la  cit- 
tà ne  fosse  connivente,  preso  da  sdegno 
fieramente  ordinò a'suoicapitanijche  nel- 
la seguente  mattina  dopo  la  sua  partenza, 
i  soldati  la  saccheggiassero  e  incendiasse- 
ro. Alloggiava  per  buona  sorte  in  casa 
d'uno  del  magistrato  un  segretario  re- 
gio ,  il  quale  compassionando  il  fatale 
sterminio  che  sovrastava  a  Velletri,  co- 
municò all'ospite  l'ordine  dell'adirato  re. 
Il  magistrato  con  altri  cittadini ,  spaven- 
tati ricorsero  al  vescovo  cardinalDellaRo- 
vere  a  interporsi  col  re  per  l'infelice  cit- 
tà. Il  cardinale  tosto  si  presentò  al  re  ch'e- 
ra andato  a  dormire;  nondimeno  chiese 
e  ottenne  udienza.  Accompagnò  con  la* 
grime  le  sue  preghiere  e  di  far  grazia  al 
suo  popolo,  che  non  dovea  esser  sagrif 
calo  se  alcun  cittadino  veramente  foss 
complice  della  fuga.  Commosso  il  re 
tante  suppliche  e  per  essergli  in  gran  fa 
vore  il  cardinale,  perdonò  alla  città.  Ir 
Velletri  o  in  Terracina  ammalò  Ziziin, 
poco  dopo  morì,  come  dissi  anche  nel  ve 
LXXXI,  p.  317.  Anzi  il  Theuli  scris 
che  morì  in  Velletri  ,  riferendo  pure 
contrarie  opinioni.  Narra  i  festeggiamer 
ti  falli  al  re  con  archi  trionfili,  fontane  » 


V  E  L 

vino  e  applausi,  anche  nel  ritorno  da  Na- 
poli; e  die  il  cardinale  si  recò  apposita- 
mente in  Velletri  per  ricevervi  magnifica- 
mente Carlo  Vili.  Altrettanto  trovo  in 
Borgia,  che  inoltre  rileva  avere  il  cardi- 
nal Della  liovere  in  Francia  confortalo  il 
re  all'impresa  di  Napoli,  e  che  in  Veile- 
tri  l'alloggiò  nel  palazzo  vescovile,  come 
riporta  poreBauco.  Parlilo  poiCarlo  VI  II 
dall'Italia,  si  accese  nuova  guerra  fra  Co- 
lonnesiei  Conti,  che  tentavano  ricupera- 
re i  loro  heni  e  Monte  Fortiuo,  de'quali 
erano  stati  spogliati  da' francesi  e  dal  re 
dati  a'Colonnesi  stessi.  1  Conti  ebbero  va- 
lidi aiuti  da'veliterni,  sì  per  patto  d'anti- 
ca confederazione  con  essi,  sì  per  repri* 
mere  la   potenza  de'  Colonna  ,  temendo 
che  di  nuovo  aspirassero  a  Lariano,  il  cui 
territorio  confina  con  Monte  Fortino.  Fu 
questa  guerra  di  grave  danno  agli  uni  e 
agli  ritiri,  finché  nel  1 498  si  venne  tra  es- 
si e  Velletri  a  un  compromesso  nel  go- 
vernatore di  Roma;  si  fece  tregua  per  un 
aisno,  e  per  più  lungo  tempo  a  benepla- 
cito del  Papa.Fra'sapienti  che  ristoraro- 
no le  lettere,  è  a  ricordarsi  il  dottissimo 
Antonio  xVIancinelli  nato  in  Velletri  nel 
i45a  d'ignobile  famiglia,  ivi  morto  nel 
i5o5:  l'elenco  delle  moite  sue  opere  ri- 
ferisce Theuli.  A'29  luglio i5oi  Alessan- 
dro VI  si  portò  in  Velletri,  e  vi  dimorò 
tutto  il  dì  seguente;  partendo  alla  volta 
di  Semionda  a'3i  a  vedere  quel  nuovo 
acquisto  fatto  dalla  sua  famiglia.  A'3  a- 
gosto  si  restituì  in  questa  città  e  vi  pernot- 
tò. Egli  fu  accolto  da'citladini  col  massi- 
mo rispetto  e  con  filiale  attaccamento, 
dimostrato  con  segni  di  letizia  e  di  festa. 
Questo  Papa   fece  arcivescovo  di   Soia 
Matleo  Mancini  uobile  veliterno.  Giulio 
II,  già  vescovo  Della  Rovere,  neh5i  icou 
suo  breve  concesse  a  Velletri  l'applicazio- 
ne delle  multe  e  pene  pecuniarie  de'detin- 
qnenti  da  applicarsi  al  pagamento  degli 
stipendi  del  podestà,  del  giudice  e  degli 
altri  ufhziali  della  curia.  Questo  breve  fu 
diretto  a'priori:  eccola  1  .a  memoria  che 
trovasi  di  quello  magistrato  nel  governo 
vot.  DUI1X. 


V  E  L  3o5 

di  Velletri.  Laonde  si  congettura  che  nel 
principio  del  secolo  XVI  qui  si  mutò  il 
nome  del   pubblico  magistrato;  quindi 
lasciato  l'antico  de'nove  buoni  uomini  o 
de'siguori  nove,  cominciò  ad  usarsi  quel- 
lo di  priori.  Questo  nuovo  magistrato  po- 
co differiva  dal  j.°,  poiché  se  nell'antico 
erano  nove  e  duravano  uella  carica  6  me- 
si,in  questo  nuovo  eleggevausi  3  priori  per 
ogni  bimestre,  per  cui  veuiva  a  corrispon- 
dere per  ogni  semestre  a  g  individui  di 
magistratura.  Inoltre   eleggevano  il  ca- 
merlengo, il  sindaco,  2  consiglieri  mag- 
giori, 2  soprintendenti  al  monte  di  pie- 
tà, un  cancelliere,  qj  contestabili  de'  bale- 
strieri e  2  pacieri.  I  primi  poi  aveano  la 
facoltà  di  eleggere  tutti  gli   altri   consi- 
glieri, i  contestabili  de'  pedoni,  i  gover- 
natori di  Lariano  e  di  Faggiola,  e  gli  al- 
tri ullìziali  minori.  Questa  forma  d'  ele- 
zione rinnovavasi  ogni  6  mesi,  e  durò  si- 
no al  cardinal  de  Cupis.  Leone  X  sebbe- 
ne pregato  da'  romani  a  sottomettere  la 
città  di  Velletri  alla  giurisdizione  del  lo- 
ro senato,  pure  noi  permise,  e  volle  che 
il  governo  della  medesima  rimanesse  fer- 
mo nell'antico  stato.  Nel  1 520  fu  anno- 
verato tra'beati  il  veliterno  fr.  Bonaven- 
turaTorrecchia  laico de'minori  osservan- 
ti. In  tale  anno  Clemente  VII  coli'entra- 
re  nella  santa  lega  contro   I'  imperatore 
Carlo  V,  espose  se  stesso,  Roma  e  tutto 
lo  stalo  ecclesiastico  a  quella  catastrofe  di 
mali  non  ancora  abbastanza  deplorata  in 
tulle  le  storie,  il  perché   in  lauti  luoghi 
ne  narrai  le  diverse  terribili   circostanze 
che  ne  formano  il  desolante  complesso,  e 
per  ultimo  nel  voi.  LXXXV1 ,  p.   328. 
Quest'alleanza  punse  vivamente  Carlo  V, 
che  tosto  dichiarò  guerra  al  Papa,  la  qua- 
le fu  di  gravissimo  disastroa  Velletri.  Pe- 
rò  V  alleanza  fu  creduta   indispensabile 
per  la  potenza  formidabile  a  cui  era  giun- 
to Carlo  V  in  Italia,  specialmente  dopo 
la  vittoria  di    Pavia  ,  cioè  di  sostenere 
principalmente  il  duca  di  Mdauo  e  inva- 
dere il  regno  di  Napoli.  Pubblicala  la  le* 
ga  solcmiemeule  l'8  luglio,  subito  i  Co- 
20 


3oG  V  E  L 

Jonnesi  pai  tigiani  imperiali  ammassaro- 
no ne'loro  feudi  geule  d'arme,  occuparo- 
no Auagui  e  promossero  l'agitazione  de' 
malcontenti  in  Roma.  I  veliterni  temen- 
do ostilità  chiesero  soccorsi  al  Papa  per 
l'inevitabile  guerra,  ed  ebbero  per   una 
valida  difesa  Ottavio  Conti  con  buona  ca- 
valleria,Ranuccio  Farnese,  e  Camillo  Cae- 
taui   signore  di   Semionda  con    iscelta 
truppa,  da  loroa  ciò  particolarmente  pre- 
gato per  la  comune  difesa;  come  ancora 
ricercarono  aiuto  e  assistenza  dal  popolo 
della  città  di  Cori,  secondo  le  leggi  del- 
l' antica  confederazione.  Illuso  Clemente 
VII  da  una  capitolazione  fatta  co'Colou- 
nesi  a'22  agosto,  licenziò  quasi  tutti  i  ca- 
valli e  fanti  che  avea,  ed  i  pochi  restati 
mandò  ad  alloggiare  nelle  terre  circo- 
stanti. Allora  i  ministri  di  Carlo  V  vol- 
sero i  pensieri  ad  opprimere  il  Papa, traen- 
do in  essi  la  maggior  parte  de'Coloune- 
si,  Gio.  Ballista  Conti  signore  di  Vulmon- 
tone  e  Girolamo  d'Eslouteville  signore 
di  Frascati:  si  giunse  a  cospirare  per  la 
sua  mot  te  violenta,  e  di  surrogargli  l'am- 
bizioso e  lurbolenlocardinal  Pompeo  Co- 
lonna. Ugo  Moncada  viceré  di  Napoli  co' 
Colonnesi,  invece  di  piombare  su  Velie- 
tri,  come  temevasi,  all'impensata  a'  20 
settembre   assalirono  R.oma  iudifesa,  di- 
rigendosi al  Palazzo  apostolico  Vatica- 
no per  sorprendere  il  Papa,  che  appena 
fece  in  tempo  di  rifugiarsi  ìaCastel  s.  An- 
gelo del  tutto  sprovvisto,  e  lo  saccheggia- 
rono cou  parte  della  Città  Leonina  o  a- 
diacente  Borgo,  non  procedendo  più  ol- 
tre per  timore  dell'artiglierie  di  detto  Ca- 
stello. Clemente  VII  fu  costretto  a  fare 
una  tregua  co'sooi  furiosi  nemici,  perdo- 
nare a'Colonnesi  e  agli  altri  fautori.  1  ve- 
I iterai  credendo  calmata  la    tempesta,  e 
gravati  dalla  numerosa  milizia  che  stan- 
ziava nella  città,  domandarono  al  Papa 
d'esser  sollevati  da  tanti  dispendii ,   del 
resto  offrendosi  alla  sua  difesa  usque  ad 
sanguinai!,  e  furono  esauditi.  Clemente 
VII  inclinava   recarsi  a   Barcellona    per 
trattare  iu  persona  la  pace  cou  Carlo  V, 


V  EL 

ma  dissuaso  da'  re  di  Francia  e  Inghil- 
terra, con  promesso  sostegno  e  invio 
denaro,  e  sdegnato  co'Colounesi  a  vendi- 
carsi degli  oltraggi  ricevuti,  determinò  i 
rivolgere  contro  le  loro  terre  quelle  for 
che  solo  per  sua  sicurezza  avea  richiami 
to  a  Roma,  giudicando  non  esser  tenute 
al  violeutoaccordo.  Affidò  al  Vitelli  200< 
svizzeri  assoldati,  3ooo  fault  italiani  ec 
altri  nomini  e  cavalli,  ordinando  di  sac 
cheggiare  e  incendiare  tutte  le  terre  dt 
Colonnesi,  anche  spianarle,  poiché  pt 
V  affezione  de'  popoli  a'  Colonnesi  il  pi- 
gliarle solamente  era  di  poco  pregiudi- 
zio. E  siccome  una  delle  principali  eie 
A/tfri«o,comandòil  Papa  a' veliterni  d'as 
saltarla,  e  porla  a  sacco  e  fuoco.  Marit 
dunque  specialmente  da' veli  terni  fu  so£ 
giogato,  e  fu  trattato  il  popolo  ribelle  ce 
me  Clemente  Vii  desiderava. Tutte  l'al- 
tre terre  de'  Colonnesi  ebbero  la  slessa 
sorte (  1  I  diceil  Varchi)con  infiniti  danni 
de'popoli,  ritirandosi  essi  ne'  luoghi  più 
forli  e  difendendosi  in  Rocca  di  Papa  e 
l'aliano.  Frattanto  Carlo  V  avendo  spe- 
dilo contro  Roma  il  fiero  contestabile  di 
Bourbon  con  un  crudele  esercito,  i  Co- 
lonnesi presero  l'offensiva,  impadronen- 
dosi di  Ceprano  e  di  Ponte  Corvo  non 
guardali.  I  velatemi  pensarono  d'alien* 
der  da  loro  alla  difesa,  eleggendo  a'7  di- 
cembre i5a6  per  capitani  10  de'princi- 
pali  e  più  valorosi  cittadini,  per  la  guer- 
ra e  difesa  della  città  da  ogut  assalto.  Te- 
mendosi che  l'incursione  procedesse  dal- 
la parledel  regno  di  Napoli,  Vitelli  avea 
consiglialo  di  abbandonare  la  provincia 
di  Campagna,  di  meltere  2000  fanti  in 
Tivoli,  altrettanti  in  Paleslrina,  e  il  re- 
sto dell'esercito  in  Velletri  per  impedir 
l'andata  del  viceré  in  Roma.  11  rinoma- 
to Renzo  da  Ceri  disapprovò  il  rinserrar- 
si in  Velletri  città  grande  e  di  far  tanto 
avanzare  i  nemici,  ma  che  l'esercito  si 
fermasse  a  Ferentino.  Prevalse  il  suo  con- 
siglio e  la  sede  della  guerra  fu  trasferita 
a  Prosinone  5  miglia  sopra  Ferentino,  e 
perciò  quasi  a'conliui  del  reguo.  Cletueu- 


VE  L 

te  VII  conoscendo  tuttavia  importante  !a 
difesa  di  Velletri,  più  volte  ingiunse  al 
cardinale  Agostino  Trivulzi  legato  della 
guerra  di  Marittima  e  Campagna  di  for- 
tificarla e  munirla  del  bisognevole.  Per- 
tanto il  cardinale  vi  destinò  5oo  soldati 
con  3  compagnie  di  cavalli,  ma  i  veliter- 
ni  fermi  di  volersi  difendere  da  per  loro, 
riuscendo  sempre  d'aggravio  la  milizia, 
ottennero  che  venissero  soli  200  fanti. 
Nondimeno  il  Papa  sempre  nel  proposi* 
to  di  fortificare  Velletri  vi  mandò  il  ve- 
scovo di  Monte  Feltro  commissario  apo- 
stolico di  guerra,  il  quale  propose  la  for- 
tificazione delle  nuua  e  la  demolizione 
di  molti  edifizi  vicino  alle  medesime,  che 
potevano  impeditele  fortificazioni,  il  che 
si  cominciò  a'i3  gennaio  1527  con  5oo 
operai,  e  alla  fine  del  mese  vi  entrarono 
diversi  capitani  pontificii  con  numerose 
truppe,  colla  pretensione  impugnata  che 
i  priori  dovessero  dimettersi.  Dopo  com- 
battimenti d' alterna  fortuna  nella  pro- 
lincia di  Campagna  e  nel  regno  di  Napoli, 
sentendo  il  Papa  che  si  avvicinava  l'eser- 
cito di  Bourbon,  ad  evitarne  il  pericolo 
nel  marzo  convenne  col  viceré  Lanuoy  la 
tregua  d'8  mesi,  principalmente  con  pa- 
gare la  camera  apostolica  60,000  ducati 
all'esercito  imperiale,reciproca  restiluz;o- 
ne  dell'  occupato  e  ristabilire  nel  cardi- 
nalato il  deposto  Pompeo;  e  fatalmente 
il  Papa  licenziò  la  più  parte  delle  truppe, 
restando  così  Velletri  libera  dalle  spese 
di  guerra.  Il  Bourbon  non  volle  ratifica- 
re tale  accordo,  proseguendo  la  sua  mar- 
cia per  la  Toscana:  Koina  fu  compresa 
di  spavento  e  confusione,  e  Velletri  si  ar- 
mò e  prese  tutte  le  cautele  per  guardarsi. 
A'6  maggio  Romana  espugnata  caden- 
dovi morto  il  Bourbon,  subentrando  al 
comando  il  principe  d'Orange  luterano, 
come  lo  erano  e  fanatici  pressoché  tutti  i 
tedeschi. Quasi  conte mporaneamen teCle- 
incute  VII  spaventalo  erasi  ritirato  nel 
Castel  s.  Angelo.  Allrovedtploraileinau- 
dile  scelleratezze  e  depredazioni  durate 
per  due  interi  mesi.  Sbigottito  il  popolo 


VEL  •   3o7 

veliterno  si  sollevò,  liberò  i  carcerati  efu- 
riosamentedepredò  la  cancelleria  priorale 
con  grave  perdita  di  molti  libri.  Mentre 
Prospero  Colonna  di  Cave  erasi  arroga- 
to il  titolo  di  protettore  e  governatore  di 
Velletri  per  Carlo  V  e  invialo  nella  cit- 
tà un  luogotenente,  Ascanio  Colonna  ba- 
rone di  Genazzano  a' i4  >naS8'° SCi'sse  a^ 
comune  veliterno  per  essere  riconosciuto 
come  difensore  e  protettore  della  città. 
Sorpresi  i  cittadini  della  richiesta, a  vendo 
già  riconosciuto  Prospero,  per  non  espor- 
re la  patria  cou  preferire  uno  all'altro, 
inviarono  ad  ambedue  oratori,  temendo 
di  Ascanio  a  cui  aveano  tolto  e  bruciato 
Mariuo.  Questi  però  l'invitò  a  riconoscer- 
lo per  governatore  e  a  rimettersi  nelle 
sue  maui,  che  gli  avrebbe  protetti  dalle 
vessazioni  dell'esercito  imperiale.  Non  vo- 
lendo i  veliterni  sottomettersi  ad  Asca- 
nio, spedirono  ambasciatori  al  principe 
d'  Orange  per  sentire  qual  forma  di  go- 
verno doveano  prendere.  Gli  oratori  seb- 
bene accompagnati  di  buoua  scorta,  furo- 
noarrestati  esvaligiati  presso  Castel  Gau- 
dolfo,  e  solo  liberati  d'ordine  d'Ascanio. 
Presentatisi  a  d'  Orange,  intesero  la  già 
deliberata  roviua  di  Velletri,  e  costei  na- 
tissimi  supplicarono  Ascanio  a  voler  col- 
la sua  autorità  liberar  la  città  dall'estre- 
ma sciagura,  venendo  esauditi.  Seguiro- 
no trattati  tra  Prospero,  Ascanio  e  gli  o- 
latori,  e  fu  concluso:  Che  Ascanio  fosse 
riconosciuto  e  ricevuto  in  Velletri  per  pro- 
tettore e  governatore  della  città  a  nome 
di  Carlo  V,  salvi  i  suoi  statuti  e  privile- 
gi ;  obbligandosi  e  promettendo  Ascanio 
di  condonare  tutte  l'ingiurie  ricevute  pel 
passato  da  Velletri.  La  necessità  fece  a* 
priori  ratificar  la  capilolazioue  ,  onde  fu 
ricevuto  per  Ascanio,  Paolo  Martini,  ed 
a'22  maggio  un  commissario  del  princi- 
pe d'Orange  per  le  cose  militari.  Velie- 
tri  ebbe  ventura  in  quella  tremenda  con- 
fusione di  cose,  in  cui  tutta  la  provincia 
soffrì  incredibili  darmi  da'  feroci  soldati 
imperiali,  i  quali  per  la  peste  e  la  care- 
stia, non  meno  che  per  insaziabile  avidità 


3o8  V  E  L 

di  preda  si  erano  sbandati  da  Roma,  di 
andarne  esente.  Ascanio  Colonna  molto 
si  adoperò  ,  allineile  siffatte  truppe  non 
andassero  a  stanziarvi,  pagando  i  700  scu- 
di d'oro  per  conto  della  città,  ed  altro  de- 
naro e  vettovaglie  somministrarono  i  ve- 
literni  per  non  riceverle.  Ascanio,  uomo 
doppio  e  ribelle  al  Papa,  con  fina  politi- 
ca volle  intromettersi  al  governo  di  Vel- 
letri,  dicendo  di  scordarsi  dell'ingiurie  e 
non  vendicarsi;  aggiungendo  lo  storico  de' 
Colonnesi  cav.  Coppi,  che  anzi  protestò 
voler  compensare  con  grazie  e  benefizi 
l'ingiurie  ricevute  (il  Nibby  chiama  Asca- 
nio cardinale  erroneamente).  Ma  quan- 
do si  vide  forte  della  protezione  di  Car- 
lo V,  costrinse  la  città  al  risarcimento  de' 
danni  fatti  a  Marino,  che  faceva  ascen- 
dere a  somma  grandissima.  Minacciò  in- 
cendio e  saccheggio,  se  prontamente  non 
gli  fosse  stato  pagalo  quanto  chiedeva. 
Sebbene  la  città  nel  danneggiare  Mari- 
no non  avesse  fatto  che  ubbidire  a  Cle- 
mente VII,  pure  per  evitare  qualunque 
disastro  in  quell'infelice  situazione,  e  per 
non  esacerbare  I'  animo  d'  Ascanio,  in- 
fluentissimo  presso  il  principe  d' Gran- 
ge, si  obbligò  a  pagare  24,000  scudi  d'o- 
ro. Non  trovandosi  nell'erario  comunale 
tutta  questa  somma,  ne  furono  sborsati  so- 
li 7000,  e  per  gli  altri  1  7,000  ipotecò  Vel- 
letri  a  favore  d'  Ascanio  il  territorio  di 
Icariano  e  parte  di  quello  della  Faggiola. 
Indi  i  veliterni  pregarono  Clemente  VII 
a  voler  annullare  l'ingiusta  convenzione, 
il  quale  preferi  Finterporsi  con  Ascanio, 
facendogli  conoscere  la  violenza  della  pre- 
tensione; ma  Ascanio  per  molti  anni  die 
non  pochi  guai  a  Velletri.  Nel  i5ag  la 
città  patì  la  fame  e  molte  persone  pove- 
re ne  morirono,  benché  per  le  necessità 
de'poveri  i  priori  ottennero  dal  vescovo  la 
vendita  de'vasi  d'argento  delle  chiese  non 
necessari,  obbligandosi  al  compenso  in 
fondi  rustici  del  pubblico, e  fu  allora  che 
perciò  le  chiese  crebbero  di  possidenze 
stabili.  Partito  l'esercito  imperiale  a'  17 
febbraio  i52.8,  molti  soldati  tedeschi  di- 


VEL 
sprezzandola  disciplina  militare  restaro- 
no a  sconvolgere  i  paesi  vicini  a  Roma, 
per  esercitarvi  nuove  ruberie.  Napoleone 
Orsini  abbate  di  Farf'a  li  perseguitò  con 
molli  armali;  ma  aumentando  le  sue  for- 
ze, Clemente  VII  entralo  in  sospetto  gli 
ordinò  di  disarmare,  e  perchè  non  ubbi- 
dì fece  un  armamento  contro  di  lui  nelle 
provincie  di  Marittima  e  Campagna,  in- 
vitando i  veliterni  a'  28  giugno  i53o  a 
somministrare  uomini  e  vettovaglie.  Vel- 
letri ubbidì  ,  e  l'abbate  di  Fai  fa  dipoi 
presso  Magliano  d'Abruzzo  ,  combatten- 
do pe'francesi,  disfece  Scipione  Colonna 
vescovo  di  Rieti,  che  vi  perì  guerreggian- 
do per  gl'imperiali,  di  che  feci  parola  nel 
voi.  LXXV1,  p.  16.  11  Papa  nello  stesso 
i53o  espulse  l'Orsini  dall'abbazia,  il  qua- 
le non  essendo  insignito  negli  ordini  sagri 
sposò  Claudia  figlia  di  Giulio  Colonna,  e 
restò  ucciso  dal  fratello  Girolamo  in  una 
scaramuccia  nel  i533.  Nel  precedente 
anno  Clemente  VII  avea  dichiaralo,  con- 
tro le  pretensioni  d'Ascanio  :  Che  la  de- 
molizione di  Marino  era  slata  falla  da've- 
literni  di  suo  ordine,  come  sovrano  con- 
tro i  suoi  ribelli,  e  perciò  annullava  tut- 
to quello  eh'  era  stalo  convenuto  Ira  A- 
scanio  Colonna  e  Velletri.  Quindi  re- 
stituì alla  città  i  terrilorii  di  La  ria  00  e 
di  Faggiola  colla  piena  giurisdizione  di 
prima. 

Neli534con  inesprimibile  giubilo  de' 
veliterni  il  loro  vescovo  e  protettore  di- 
venue  Paolo  111,  sperando  maggiori  gra- 
zie e  favori  dal  suo  già  sperimentato  be- 
nigno animo,  fino  a  visitare  gì' infermi, 
abbellito  l'episcopio  e  risarella  con  no- 
tabile dispendio  la  cattedrale.  Né  furono 
vane  le  loro  speranze,  poiché  volle  rite- 
nere per  qualche  anno  l'amministrazio- 
ne della  chiesa  velilerna.  Di  più  volle  da- 
re a  questa  città  un  singolar  privilegio, 
concedendole,  che  tutte  le  cause  civili, 
criminali  e  miste  dovessero  decidersi  in 
Velletri  non  solo  ini.'1,  ma  anche  in  2/ 
istanza,  da 'giudici  ordinari  oda  altri  da 
deputarsi  dal  cardinal  protettore,  né  pò- 


V  EL 

lessero  portarsi  ne'tribunali  di  Roma,  se 
non  die  in  3/  istanza;  e  quelle  che  non 
eccedevano  il  valore  di  if\.  scudi  d'  oro 
non  potessero  trarsi  in  Roma  giammai: 
aggiunse  ancora,  che  non  potessero  ese- 
guirsi rappresaglie  contro  i  cittadini  sen- 
za espressa  licenza  del  cardinal  protetto- 
re. Pensò  inoltre  Paolo  Illa  provvedere, 
che  Velletri  non  fosse  più  molestata  da 
A  sci  nio  Colonna.  Si  fece  cedere  dal  me- 
desimo tutte  le  ragioni,  che  pretendeva 
d'aver  sopra  La  ritmo  e  Faggiola,  e  poi 
con  moto-proprio  de'^4  ma38'°  '  ^36  ne 
fece  larghissimo  dono  a  Velletri,  trasfe- 
rendo in  lei  tutte  le  ragion/  cedutegli  da 
Ascnnio,  annullando  qualunque  contrai- 
lo o  ipoteca  presa  contro  di  essa.  Allor- 
quando Carlo  V  reduce  dalle  conquiste 
di  Tunisi,  per  Napoli  si  condusse  in  Ro- 
ma, il  Papa  lo  fece  incontrare  da  4  car- 
dinali in  Velletri,  ove  poco  si  trattenne, 
facendo  l'Ingresso  solenne  in  Roma  a'5 
aprile  i  536.  Nel  i  537  divenne  vescovo 
di  Velletri  il  cardinal  Gio.  Domenico  de 
Cnpis  decano  del  sagro  collegio  (lo  sarà 
divenuto  dopo,  poiché  la  Gallia  Chri- 
stiana chiama  decano  del  sagro  collegio 
il  cardinal  Francesco  Clermont  vescovo 
Tusculano,  morto  nel   i54',  non  che  il 
Cordine]  Giovanni  di  Lorena,  vescovo  di 
più  chiese,  fra  le  quali,  come  il  Clermont, 
Vìi  lenza  e  s.  Diez,  morto  neh55o)  e  già 
arcivescovo  di  frani. per  cui  soleva  chia- 
marsi il  cardinal  di  Trani,e  fu  ili.°de' 
vescovi  veliterni  che  ottenne  il  titolo  di 
governatore  perpetuo  di  Velletri.  Note- 
iò  che  la  parte  biografica  di  questo  mio 
Dizionario,  comprendendo  le  biografie 
de'Papi  e  de' cardinali,  in  esse  si  ponno 
leggere  le  notizie  de'cardinali  e  Papi  che 
furono   vescovi  e  governatori    veliterni. 
.Sebbene  i  cardinali  vescovi  d'Ostia  e  Vel- 
letri, dal  vescovato  del  cardinal  d'Estou- 
teville.  l'ossero  stali  dichiarati  anche  pro- 
tettori di  Velletri,  ciò  non  importava  al- 
tro che   proiezione  e  conservazione  de' 
privilegi.  La  prerogativa  di  governatore 
perpetuo  fu  conferita  al  cardinal  vescovo 


V  E  L  3o9 

prò  tempore,  per  bolla  di  Paolo  III  nel 
i5/j8,  restandoli  vescovo  prò  tempore. 
protettore  della  città  e  lo  è  tullora.  No- 
terò che  nel  medesimo  anno  Paolo  III  col- 
ia bolla  Injunetutn  Nobis,Ae il  giugno, 
Bull.  Ront.  t.  4>  pa>'-  '»  P-  236:  Causa- 
rum  tam  criminalium  quam  mixlaruni 
cognilioncm  Provinciarum  Campaniae, 
et  Maritimac  ad  eumdem  Recloretn,  vel 
G  ubernatorem ,  vel  cardinalem  Lega- 
timi de  latere,  lanlummodo  spedare,  ab 
coque  decidi,  et  depZniri  debere  decer- 
mi. In  seguito  fu  abolito  Puflìzio  del  po- 
destà e  del  giudice,  che  per  3oo  e  più  an- 
ni avevano  avute  le  prime  parti  nell'am- 
ministrazione giudiziaria;  ed  allora  il  car- 
dinal vescovo  deputò  in  Velletri  un  suo 
luogotenente o  vice-governatore,  al  qua- 
le nel  i  54q  attribuì  tutta  l'amministra- 
zione della  giustizia  e  degli  affari  pubbli- 
ci. Paolo  111  volle  onorare  Velletri  di  sua 
presenza  colla  corte  a'22  agosto  1  538,  e 
ne  partì  a'28  di  detto  mese.  Fu  gratis- 
sima  questa  venuta  a'  veliterni,  e  il  Pa- 
pa non  isdegnò  i  doni  offertigli  dal  pub- 
blico. Ammise  con  incomparabile  bontà 
all'  udienza  chi  la  bramò,  impartendo 
grazie  a'supplicanti.  Le  preghiere  poi  del- 
la città  furono:  di  permettere  fabbricare 
mulini  presso  s.  Pietro  in  Formis  o  Cam- 
po Morto,  che  si  riparassero  le  mura  del- 
la città,  e  che  per  provvedere  alla  pubbli- 
ca quiete  e  tranquillità  si  degnasse  proi- 
bire a'  baroni  convicini  di  non  dare  ri- 
cetto a'  banditi.  Nel  dicembre  i53g  ac- 
cadde in  Velletri  una  sedizione  cagiona- 
ta dalla  penuria  de'grani,  credendo  il  po- 
polo che  la  carestia  provenisse  dal  mo- 
nopolio de'  negozianti  e  dall'indulgenza 
del  magistrato  nel  permetterne  1'  estra- 
zione. Con  diversi  provvedimenti  fu  ri- 
parato a  tutto,  anche  pel  futuro.  Irrita- 
to Paolo  III  contro  Ascauio  Colonna,  per- 
chè nell'aumento  del  sale  egli  pretende- 
va non  comprese  le  sue  terre  per  l'esen- 
zione concessa  da  Martino  V,  e  perciò  a- 
d  una  ti  armali  predò  una  quantità  di 
bestiame  nell'  agro  romano,  contro  es- 


3  i  o  V  E  L 

si  e  le  sue  (erre  il  Papa  inviò  le  milizie 
pontifìcie  sotto  la  condotta  di  Pier  Luigi 
Farnese  duca  di  Castro  e  generale  di  s. 
Chiesa.  Avendo  Ascanio  aumentato  la 
sua  truppa, Vellelri  che  rimaneva  in  mez- 
zo al  fuoco  della  guerra,  si  pose  in  istato 
di  difesa,  e  provvide  alla  sicurezza  anco- 
ra della  campagna.  Nel  marzo  1 54 1  pM- 
sò  per  Vellelri  I'  esercito  pontificio  alla 
volta  di  Valmontone,  e  ad  esso  sommi-, 
nislrò  le  vettovaglie  richieste,  inviandole 
nel  campo  formato  pei  l'assedio  di  Palia- 
no.  A  difesa  di  Vellelri  ilPapa  vi  mandò  un 
capitano  con  70  soldati.  Non  è  vero  l'as- 
serto di  Dauco,  che  senza  por  mano  alle 
armi  le  cose  s'  accomodassero  bonaria- 
mente, poiché  racconta  Coppi  avere  le 
milizie  papali  espugnalo  Rocca  di  Papa  e 
Paliano,  fatte  molle  azioni  sotto  Cicilia- 
no,  di  cui  pure  s'impadronirono  in  uno 
a  Roviano  e  ad  altri  castelli  d'  Ascanio. 
Paolo  III  nulla  restituì  finché  visse,  ad 
onla  dell'interposizione  di  Carlo  V.  Nel- 
lo stessot  54i  il  cardinal  de  Cupis  vesco- 
vo e  governatore  di  Vellelri  vi  si  portò, 
e  radunò  il  consiglio  generale,  nel  quale 
perorò  a  nome  del  popolo  Quintiliano 
Crispini  celebre  dottore.  Egli  propose  la 
riforma  degli  statuti,  la  riedificazione  del- 
le mura,  e  il  perdono  a'  3  cittadini  esi- 
liati, quali  autori  dell'accennata  solleva- 
zione. 11  cardinale  approvò  la  riforma 
degli  statuti,  e  fece  eleggere  un  numero 
sufficiente  di  consiglieri  per  servirsene 
nella  riforma  e  nel  reggimento  della  cit- 
tà. Si  mostrò  pronto  a  perdonare  e  far 
grazia  a'cittadiui  esiliati,qualora  il  consi- 
glio l'approvasse  siccome  fece.  Furono  e- 
letti  5o  consiglieri, che  co'priori  dovessero 
assistere  al  cardinale  governatore  nel  re- 
golamento e  nella  riforma  del  nuovo  go- 
verno da  stabilirsi,  e  fu  del  seguente  te- 
nore, utile  e  beu  accetto.  Dovea  esservi 
in  ciascun  maestrato  alcun  uomo  dolio  e 
sapiente,  per  ben  reggere  e  governare  le 
cose  pubbliche,  poiché  gl'ignoranti  sono 
guidali  da  vani  pregiudizi,  e  spesso  dal 
niuliiileso  interesse  e  da  orgoglio  di  co 


VEL 

mandare.  Dovevano  presiedere  al  gover- 
no della  città  4  priori  del  celo  nobile,  da 
scegliersi  da  ciascuna  delle  4  decarcie  o 
rioni  della  città, e  fra  essi  uno  almeno  o- 
norato  di  laurea  dottorale.  Fu  fatla  la 
scelta  per  4  anni  futuri, eleggendosi  4  prio- 
ri per  ogni  bimestre  ;  per  ogni  anno  poi 
un  camerlengo  o  depositario  tesoriere,  uà 
sindaco,  un  fiscale,  due  maestri  delle  slra- 
de,due  grascieri,e  due  deputati  pel  man- 
tenimento e  risarcimento  delle  mura. 
Tutti  i  priori  e  altri  ufficiali  eletti  per  del  - 
to  quadriennio  formavano  il  consiglio 
maggiore.  Trenta  di  questi  consiglieri  do- 
vevano formare  il  consiglio  minore,  sen- 
za di  cui  non  potevano  i  priori  disporre, 
alienare,  né  contraltare  cosa  alcuna  del 
pubblico,  fuori  de'piccoli  affari  quotidia- 
ni. Ma  ne'casi  gravi  e  negli  affari  rilevanti 
dovea  adunarsi  il  consiglio  maggiore.  A* 
22  ottobre  1 54 1  fu  pubblicalo,  ed  accet- 
talo da'  velilerni  questo  nuovo  regola- 
mento di  governo.  E  qui  dirò,  che  i  con- 
siglieri erano  120,  che  adunati  forma- 
vano il  consiglio  maggiore.  Questi  divisi 
in  3o  per  ciascun  trimestre  veuivano  a 
formare  il  consiglio  minore.  In  seguito  fu 
diminuito  il  numero  de'consiglieri  a  80, 
e  a  4o  perogni  semestre  nel  consiglio  mi- 
nore. Quindi  il  consiglio  maggiore  fu  ri- 
stretto a  60,  e  finalmente  a  40,  forse  per 
la  mancanza  delle  famiglie  nobili.  I  con- 
sigli di  Velletri  erano  aulicamente  di  4 
sorli.  Il  r.°chiamavasi  delle  querele,  che 
radunavasi  in  ogni  i."  domenica  del  me- 
se, nel  quale  interveniva  il  magistrato, 
innanzi  al  quale  era  permesso  presentar 
si  a  qualunque  cittadino,  per  reclamali 
contro  i  disordini,  che  in  cose  spettan- 
ti ad  affari  pubblici  o  privali  accadeva- 
no, e  per  averne  giustizia.  Il  2.0  veniva 
chiamato  consiglio  minore,  formato  ori 
di  3o,  ora  di  4°  consiglieri,  che  con- 
gregavansi  per  trattare  e  risolvere  que- 
gli affari  che  riguardavano  gli  ordinai 
bisogni  della  città.  Il  3.°  veniva  appella' 
lo  maggiore,  al  quale  convenivano  tut- 
ti i  consiglieri  per  formare  la  nuova  de- 


V  E  L 

zìone  de'  magistrati,  e  per  creare  i  (Ine 
rettori  per  mancanza  del  podestà,  e  nella 
sede  vacante  per  la  morie  del  cardinal 
vescovo  e  governatore,  e  per  altri  casi  im- 
portanti. Il  4-°era  il  consiglio  generale, 
che  radunavasi  per  lo  più  in  qualche  piaz- 
za, al  quale  poteva  intervenire  ogni  citta- 
dino; e  vi  si  trattavano  e  risolvevano  af- 
fari di  grandissima  importanza;  come  in 
occasione  di  guerra,  di  pace,  di  tregua,  o 
di  altri  casi  straordinari.  Di  poi  nel  1607, 
i  priori  ebbero  una  riforma,  riducendo- 
fi  il  numero  di  quattro  a  tre,  non  da  du- 
rare per  soli  due  mesi,  ma  per  tre.  In  se- 
guito i  priori  furono  appellati  ora  magi- 
si  rati,  ora  conser  valori. Riferisco  ilTheuli, 
chei  priori  quando  incedevano  magistral- 
mente, vestivano  robboni  lunghi  fino  a 
me/za  gamba  di  velluto  piano  nero,  ov- 
vero di  damasco  conforme  a'  tempi,  e  la 
berretta  consolare  di  velluto.  Nell'uscire 
di  palazzo  nelle  feste  mobili  e  solenni  del- 
la ciltà,come  tornando  al  medesimo,  pro- 
cedevano colla  mazza  cardinalizia  por- 
tata dal  loro  maestro  di  casa,  ed  a  que- 
sti andava  innanzi  un  lacchè  vestito  ili  da- 
masco falso  fiorettato  corrispondente  a' 
colori  della  livrea, con  numeroso  coi  teg- 
gio<li  genliluominij  così  avanti  la  mazza 
che  dietro  a'priori.  Le  trombe  suonava- 
no nella  strada,  e  nella  chiesa  all'eleva- 
zione. I  servitori  erano  i4  vestiti  di  li- 
vree turchine  con  liste  verdi  e  passamani 
bianchi,  3  ile' quali  erano  trombettieri. 
Tornando  a  Paolo  MI,  tanto  era  l'affelto 
suo  per  Velletri,  che  dimenticata  l'in- 
surrezione volle  per  la  2.'  volta  onorarla 
eli  sua  presenza  nel  gennaio  154^.  Si  cre- 
de che  vi  ritornasse  nel  settembre  1  543, 
perchè  si  legge  nell'annalista  Rinaldi  liu 
suo  breve  dato  in  Velletri  in  detto  mese. 
Trovo  in  TheulijChe  Paolo  111  per  l'amo- 
re che  porta  va  a!  velilerno  Giovanni  Ma- 
riola,  come  suo  antico  famigliare,  in  una 
delle  sue  venute  in  Velletri  voile  di  per- 
sona onorarne  la  casa,  e  gli  concesse  per 
parte  dello  stemma  unGiglio  azzurro  del- 
l'impresa  Farncsinna  sua  gentilizia.  iVel 


V  E  t  3  r  1 

1 54-4-  fni*onoitTipressi  inRoma  colle  stam- 
pe e  pubblicati  i  nuovi  statuti,  Statuto- 
rum,  etc,  alla  riforma  de'qnalìsi  dedica- 
rono i  piìi  dotti  e  istruiti  veliterni,  ricor- 
dati dal  Borgia,  oltre  V  uditore  del  car- 
dinale, e  secondo  il  Theuli  vennero  ap- 
provati da  Paolo  IH,  ed  altrettanto  affer- 
ma il  Piazza  che  li  lesse  nella  visita  della 
diocesi.  Per  la  4-"  volta  Paolo  IH  porlossi 
a  Velletri  a' 12  gennaio  i547»  ricevuto 
da'ciltadini  con  pompa  trionfale.  In  que- 
sta favorevole  occasione  si  pensò  da' veli- 
terni  di  sedare  le  risse  e  le  contese  insorte 
nel  precedente  anno  tra  il  barone  di  Ne- 
mi,  gli  abitanti  di  quella  terra,  e  tra  Vel- 
letri rapporto  a' confini  de'due  territorii, 
essendo  stati  rimossi  i  termini  antichi  po- 
sti già  secondo  il  laudo  del  cardinale  E- 
stouteville.  Fu  supplicato  il  Papa  di  far 
vendere  a  favore  di  Velletri  quella  terra 
per  troncare  così  ogni  futuro  litigio,  il  che 
non  essendosi  potuto  effettuare  per  molte 
difficoltà,  Paolo  III  con  sua  bolla  dell'i  t 
maggio  1 548  approvò  e  confermò  ciò 
che  Paolo  Rati  ucci  allora  governatore  di 
Campagna  deputato  dallo  stesso  Papa  a- 
vea  sentenziato, e  ne  commise  l'esecuzio- 
ne al  cardinal  de  Cupis,  il  quale  l'effettuò 
nell'istesso  anno.  Dovendosi  eleggere  nel 
1 549  per  un  qualtrieunio  i  pubblici  ma- 
gistrati, insorsero  gravi  dissensioni  fra'no- 
bili,  onde  il  cardinal  de  Cupis  si  recò  in 
Velletri  nel  settembre;  moderò  gli  statuti, 
e  fu  fissata  l'elezione  de'magistrati  in  av- 
venire per  soli  due  anni.  E  propriamente 
in  questa  circostanza  fu  abolito  il  magi- 
strato del  podestà,  e  fu  tolto  ancora  il 
giudice,  in  luogo  de'quali  il  cardinale  vi 
pose  il  suddetto  suo  luogotenente,al  quale 
attribuì  1'  autorità  e  lo  stipendio  de'due 
magistrati  aboliti.  Il  luogotenente  giurò 
alia  presenza  de'piiori  di  esercì  tare  fedel- 
mente il  suo  ufiìeio  e  d'osservare  esatta- 
mente gli  statuti  della  città.  Questa  rifor- 
ma riuscì  mollo  grave  a'  cittadini  che  si 
videro  in  un  punto  essere  spogliati  del  di- 
ritto d'eleggere  que'personaggi,  che  loro 
aveano  ad  amministrare  la  giustizia;  meu- 


3  1 7  V  E  L 

ire  Anteriormente  i  veliterni  pei*  lo  liber- 
ta di  tale  elezione  aveauo  per  lungo  tem- 
po co!  proprio  sangue,  con  travagli  gran- 
itissimi e  con  inlìnitespese  contrastato  col 
senato  e  popolo  romano,  allorché  questi 
pretesero  o  in  tutto  o  in  parte  privarne  la 
città. Ma  con  tullociò  ninno  ardi  reclama- 
re, essendo  grande  la  stima  die  il  cardi- 
nal godeva  presso  tutti,  coinè  l'autorità 
|li  lui.  Esisteva  in  Velletri  il  ghetto  degli 
ebrei  ristretti  nella  contrada  ora  delta  del- 
la Stamperia,  ed  in  tempo  di  Paolo  III 
si  aumentarono  con  privilegi  ed  esenzioni. 
Ma  poi  per  impedire  le  loro  usure,  nel 
i  552  fu  loro  proibito  di  dare  a 'cittadini 
denaro  ad  usura,  e  di  ristabilire  e  attiva- 
re il  monte  di  pietà  a  beneficio  de' poveri. 
La  morte  di  Paolo  III  fu  pianta  da  tutti, 
«  di  più  da'veliterni  tanto  sommamente 
benefica ti.onde  ne  conservano  indimenti- 
cabile memoria.  Morto  indi  a'  i  o  dicem- 
bre 1 553  il  cardinal  de  Cnpis,  fu  tosto 
da'priori  raccolto  il  consiglio  minore, che 
riesse  due  rettori  e  il  giudice.  Quest'ele- 
zione costuma  vasi  anche  prima  quando 
per  morte  o  altro  accidente  vacava  Puf- 
iicio  del  podestà,  non  perequando  man- 
cava il  cardinal  vescovo  con  prerogativa 
dj  protettole.  Ma  perchè  il  cardinal  de 
Cupi*  come  governatore  perpetuo  avea 
rimosso  il  podestà  e  il  giudice,  e  avea  ri- 
dotto in  sua  mano  lutto  il  governo,  fu 
d'uopo  eleggere  nella  sua  morte  i  rettori 
e  anche  il  giudice.  Questa  consuetudine 
in  morte  del  cardinal  vescovo  e  governa- 
tore si  conservò  quasi  fino  a'nostri  gior- 
ni, come  un  avanzo  dell' antica  libertà. 
JNel  dì  seguente  al  decesso  del  cardinal  de 
Cupi»,  gli  successe  il  cardinal  Gio.  Pietro 
Caraffa  divenuto  decano  del  sagro  colle- 
gio. Intanto  a'  i3  dicembre  si  tenne  in 
Velletri  un  consiglio  generale,  in  cui  si  fe- 
cero gravi  querele  contro  le  novità  intro- 
dotte dal  cardinale  defunto,  e  si  presero 
molle  deliberazioni  per  abolirle.  Si  chie- 
deva, che  si  ripristinasse  il  magistrato  del 
podestà,  del  giudice,che  l'elezione  de'pi  io- 
rj  si  riducesse  allo  stile  antico,  che  l'udi- 


V  E  L 
toredel  cardinal  governatore  non  potesse 
avocare  a  se  alcuna  causa  in  I."  istanza 
uè  in  Velletri  e  né  in  Roma,  che  alcu- 
ni statuti  si  riformassero,  che  i  benefizi 
■vacanti  in  Velletri  non  si  conferissero  che 
a 'cittadini  residenti.  Sopra  queste  e  altre 
proposizioni  furono  inviati  oratori  al  car- 
dinal Cai-alfa,  il  quale  virtuoso  e  fermo, 
volle  che  si  osservasse  quanto  erasi  sta- 
bilito dal  predecessore  nella  nuova  ele- 
zione de'magistrati  enei  numero  de'con- 
sigi  ieri.  Il  cardinale  a'  23  maggio  f.555 
meritamente  divenne  Paolo  IV,  con  giu- 
bilo universale  de'veliterni,  che  spediro- 
no in  Roma  deputati  per  congratulazioni 
e  invocarne  la  protezione,  due  priori  e  7 
oratori  nobili  ;  legazione  benignamente 
accolta  dal  Papa. Questi  a'2C)  maggio  con- 
ferì le  chiese  d'Ostia  e  Velletri  al  cardi- 
nal Giovanni  Rellay,  che  prese  possesso 
a'  3  giugno  del  vescovato  e  del  governo 
a  mezzo  d'  i|ii  suo  procuratore,  il  quale 
in  nome  del  cardinale  promise  osservanza 
agli  statuti,  privilegi  e  consuetudini  anti- 
che. Ed  in  fatti  ripristinò  poi  il  magistra- 
to del  podestà  e  del  giudice,  scegliendo  a 
podestà  unode'3  proposti  dalla  città:  l'e- 
lezione del  giudice  fu  concordemente  ri- 
messa al  cardinal  Vernili  di  Cori  e  dio- 
cesano,che  amava  grandemente  Velletri. 
Restituiti  i  magistrati  antichi,  il  cardinal 
Rellay  creò  nuovi  ufficiali  nelle  cose  mi- 
litari: deputò  un  colonnello  in  Giulio, 
Visconti  de'  già  duchi  di  Milano,  che  reg- 
gesse la  milizia  veliterna  tanto  de'cava- 
lieri,  quanto  de'  fanti  ;  e  poco  dopo  de- 
putò suo  luogotenente  Teofilo  Foschi, 
cittadino  molto  valoroso,  e  dichiarò  ca- 
pitani della  milizia  urbana  Ttilliode  Pao- 
lis,  e  Siila  Lucci  che  poi  Io  fu  di  Seba- 
stiano re  di  Portogallo  e  sotto  Tunisi  cor 
gloria  perì.  Insorsero  frattanto  semi 
gravissime  discordie  fra.  l'imperturbabile 
Paolo  IV,  e  Filippo  II  re  di  Spagna  e< 
Napoli  figlio  di  Carlo  V,  per  avere  il  Pa 
pa  tolto  lo  stato  a  Marc'  Antonio  li  Ce 
lonna  figlio  del  defunto  A  Scanio  e 
tigianodel  re, che  diede  al  proprio  nipot 


V  EL  V  EL                    3i3 

Giovanni  Caraffa  generale  di  s.  Chiesa  suburbane.  Granili  furono  le  spese  del  co- 
col  titolo  di  duca  di  l'aliano.  Agli  k|>;i-  mime  per  tali  opere,  gravissimi  i  danni 
gntinlj  cresceva  il  sospetto  per  essere  il  e  gì'  incomodi  de' particola  ri.  Il  vicerèdi 
i'apn  in  trattato  di  lega  con  Enrico  II  re  Napoli  (iero  duca  d'Alba  e  capitano  ge- 
di  Francia,  dubitando  eglino  che  l'inve-  nerale  del  re  di  Spagna,  sentendo  che  il 
siisse  del  regno  di  Napoli  per  le  ragioni  Papa  fortificava  Velletri  e  diversi  luoghi 
che  ne  vantava,  e  per  diminuire  il  loro  della  provincia  di  Campagna, si  mosse  da 
dominio  in  Italia,  Temendo  Paolo  IV  Napoli  il  i.°  settembre  i556,ed  entrò 
qualche  sorpresa  da  parte  del  viceré  di  nello  stato  pontificio  con  12,000  fanti  e 
Napoli,  nell'ottobre  1  555  fece  leva  di  5oo  cavalli,  oltre  12  pezzi  d'artiglieria, 
troppe  e  mandò  in  Velletri  alcune  coro-  a  cominciare  quella  desolante  guerra  già 
pagnie  di  cavalleria.  Nel  seguente  1  556  discorsa  superiormente,  oveindicaii  kio- 
ci  «-scendo  di  più  i  sospetti,  seguitò  il  rin-  ghi  in  cui  la  descrissi  e  deplorai.  Il  duca 
forzo  di  cavalli  e  fanti  per  aumentare  il  occupò  molti  luoghi,  comeCeprano,  Ter- 
presidio  di  questa  città,  e  vi  si  recò  pure  racina,  Frosinone,  Piperno,  Ferentino, 
Evandro  Conti  generale  dell'artiglieria,  Palestrina  (perchè  il  suo  signore  Alessan- 
ed  a'  21  loglio  anche  Ascanio  della  Cor-  dio  Colonna  comandava  l'esercito  papa- 
to^ generale  della  cavalleria.  Al  magistra-  le),  prese  Anagni  per  assalto  e  lo  sacchet- 
to fu  iogionto  d'eseguire  quanto  Ascanio  giò,  e  stanziò  a  Valmontoue,  da  dove  fece 
avesse  ordinato  per  la  fortificazione  e  sicu-  scorrerie  fino  alle  porte  di  Roma,  Quindi 
jezza  della  città;  ma  essendogli  state  in-  mentremediiava  qual  impresa  dovesse  e- 
lercelte alcune  lettere  provenienti  da  Na-  segnile,  quella  di  Velletri  o  di  Tivoli,  fu 
poli,  nelle  quali  si  tramava  di  tradire  il  invitato  a  Grotta  Ferrata  ad  un  abboc- 
Papa,con  l'invito  disegnile  il  partito  re-  ca mento  dal  cardinal  Caraffa  nipote  i\el 
gio  con  larghe  promesse,  il  ducadiPaiia-  Papa  e  soprintendente  di  lutti  gli  all'ari 
no  Caraffa  per  assicurarsi  di  lui  sped'iin  dello  stato  ecclesiastico.  Il  duca  vi  si  por- 
Velletri  I  tdliziale  Papirio Capizucchi  con  tò,  ma  il  cardinal  non  comparve, giovane 
4<>o  soldati  per  arrestarlo  e  condili  lo  in  dosi  di  lai  tempo  per  introdurre  in  Ilo- 
Roma.  Però  il  sagace  Ascanio  avutone  ma  2000  guasconi  dell'alleato  redi  Fran- 
scntore  foggi  a  Nettuno,  e  ingannati  gli  eia,  e  in  Velletri  ogni  sorte  di  munizioni. 
abitanti  a  difenderlo  da'ribelli  che  Tinse-  Intanto  il  duca  di  Somma  dispose  in  Vel- 
eni vano,  njontato,  in  piccola  barca  si  sai-  lelri  le  milizie,  e  tutt'altro  necessario  per 
no  a  Gaeta  e  passo  a  Napoli.  Indi  a'  27  una  valida  difesa.  Partendo  egli  per Ro- 
loglio  giunse  in  Velletri  Gio.  bernardino  ma,  lasciò  al  supremo  comando  Adriano 
da  s.  Severino  duca  di  Somma  col  titolo  Raglioni;  ed  avendo  ammirato  la  pron- 
di  capitano  generale  e  commissario  sopì  a  tezza  de'  veliterni  per  combattere  1'  iqi- 
il  presidioecomando  della  piazzadi  Velie-  mico,  promise  di  lodarli  al  Papa,  e  di  do- 
tri, il  qual  presidio  dovea  formarsi  di  3ooo  mandar  lo  sgravio  d'annue  tasse  e  gabel- 
lanti, oltre  una  forte  cavalleria.  Fgli  volle  le  che  pagavano  a  Roma.  Dimorando  il 
che  li  eleggessero  da'priori  3  commissari  duca  d'Alba  in  Vahnonlone,  Nettuno  ab- 
nobiliper  attender  con  lui  al  governodel-  bandonalo  il  partito  del  Papa,  tornò  a 
la  guerra,  e  furono  Gio.  Luigi  Caetani,  sottomettersi  a  Marc'Antonio  II Colonna 
Snlpizio  Serali  e  Silvio  Candelse.  Si  tra-  già  suo  barone,  il  quale  tosto  lo  munì; 
vaglio  incessantemente  alla  fortificazione  ma  le  truppe  inviate  da  Velletri  subito  lo 
della  città,  si  eresse  un  forte  avanti  por-  ricuperarono.  Il  duca  d'Alba  vedendo 
la  Romana,  si  fecero  spianate  intorno  le  difficile  l'impresa  di  Velletri  per  la  guar- 
ibili a  con  taglio  di  vigneti  e  albereti,  ed  nigione  numerosa,  e  per  essere  il  popolo 
eziandio  con  distruzione  di  molle  delizie  bellicoso,  affezionato  al  Papa  e  non  ami- 


3i4  VEL 

ci)  de' Colonnesi;  si  decise  mnrciore  su 
Ti\'oli(F.),e  facilmente  se  ne  impadronì, 
con  Vicovaroeallri  luoghi.  Rivoltosi  ver- 
so Ostia  (F.),\n  breve  l'espugnò.  Seguì 
una  tregua  di  4o  giorni, prima  della  quale 
il  territorio  veliterno  fu  liberato  dall'in- 
festazioni nemiche,  e  con  molta  scorta  di 
cavalli  e  fanti  si  poterono  eseguir  le  se- 
mente. Per  le  continue  spese,  il  comune 
fu  costretto  di  nuovo  togliere  il  podestà, 
il  giudice  e  altri  ufiiziali  con  approvazio- 
ne del  cardinal  Bellay  de' 26  novembre 
i556,  il  quale  per  amministrare  la  giu- 
stizia mandò  in  Velletri  un  suo  uditore. 
Tornato  in  Velletri  1'  1  1  dicembre  con 
buona  scoria  di  cavalleria  il  duca  diSom- 
ma,  ne  partì  il  Baglioni,  e  siccome  il  suo 
governo  era  pocoaccelto,  il  Papa  vi  man- 
dò Francesco  Villa.  Neh  557  spirata  inu- 
tilmente la  tregua,  ricominciate  l'ostili- 
tà, l'esercito  pontificio  ricuperò  molli  luo- 
ghi, ed  intanto  uscirono  da  Rocca  di  Pa- 
pa, castello  de'CoIonnesi,  1 00  fanti  a  pre- 
dare il  territorio  veliterno.  Laonde  il  du- 
ca di  Somma  a'  r  o  gennaio  ordinò  al  veli- 
terno  Foschi  capitano  della  milizia  urba- 
na di  ricuperare  il  predato  e  di  tentar 
l'espugnazione  di  quel  castello.  Usci  lo  il 
Foschi  con  5oo  fanti,  ricondusse  il  bestia- 
me in  Velletri,  ma  in  un  imboscata  fu 
sbaragliato  e  disordinato,  restando  pri- 
gione con  70  de'suoi,  oltre  alcuni  uccisi, 
morendo  poi  nella  Rocca  il  Foschi  pel- 
le ferite  ricevute  combattendo  valorosa- 
mente, onde  la  patria  ne  onorò  la  me- 
moria, e  regalò  i  figli  e  il  fratello.  Questo 
disastro  accese  di  maggior  vendetta  i  ve- 
Jiterni,  che  marciati  all'  espugnazione  di 
Rocca  «li  Papa,  la  costrinsero  alla  resa  per 
penuria  di  viveri,  e  quindi  venne  arsa. 
A'a4  aprile  partiti  da  Velletri  il  Somma 
e,  il  Villa,  assunse  il  comando  Vicino  Or- 
sini, sotto  del  quale  avvenne  la  presa,  sac- 
cheggio e  incendio  di  Monte  Fortino,  nar- 
rato in  quel  paragrafo.  Diminuitosi  il  pre- 
sidio di  Velleiri,  che  da  20  compagnie 
di  soldati  u'  erano  rimaste  sole  4)  nel  lu- 
glio fu  di  nuovo  rinforzalo,  per   aver  il 


VEL 

nemico  occupato  Rocca  Massima  presi- 
ma  a  Velletri,  al  modo  detto  in  quel  pa- 
ragrafo, e  preso  Segni  (F.)  a'  i3  agosto 
con  sanguinosa  strage.  Mentre  in  Velle- 
tri erasi  in  apprensioni  del  nemico  e  mal- 
contenti dell'Orsini,  onde  il  magistra- 
to dovette  tener  in  freno  il  popolo,  a' 1 4 
settembre  l55?  seguì  la  sospirata  pace 
di  Cave  tra  Paolo  IV  e  Filippo  11,  con 
gioia  de'  veliterni,  la  quale  si  accrebbe 
colla  partenza  dell'Orsini  e  della  truppa. 
Vedendosi  Velletri  in  sì  feroce  guerra  pre- 
servata dalle  calamità  e  rovine  che  deso- 
larono la  provincia  di  Campagna  e  buo- 
na parte  della  Marittima,  grati  i  veliterni 
a  Dio  decretarono  la  riedificazione  dell'o- 
spedale di  s.  Giovanni  demolito  per  le 
fortificazioni,  e  di  sovvenir  con  doli  mol- 
te povere  fanciulle.  Il  Papa  sdegnato  co' 
nipoti  che  l'aveano  indotto  a  sì  perico- 
losa guerra  gii  esiliò  da  Roma,  relegando 
il  cardinal  Caraf»  a  Civita  Lavinia.  Vel- 
letri ricordando  i  favori  del  cardinale  si 
condolsecon  lui,  gli  offrì  doni  e  per  asilo 
la  città;  di  che  il  porporato  restò  tenera- 
mente grato, ammirando  sì  nobile  e  raro 
contegno  iiell' avversa  fortuna.  Paolo  IV 
non  solo  confermò  a  Velleiri  il  privilegio 
di  Paolo  III  circa  la  cognizione  delle  cau- 
se in  1.*  e  2.a  istanza,  ma  concesse  a've- 
scovi  veliterni  la  cognizione  delle  cause 
di  Velleiri  in  3.a  istanza  in  Roma.  Morto 
a'  16  febbraio  1  56o  il  cardinal  Bellay, 
a'  i3  marzo  gli  successe  il  decano  cardi- 
nal Francesco  di  Tournon,  che  la  città 
inai  vide  per  dimorare  sempre  in  Fran- 
cia, ove  finì  i  suoi  giorni  a'27  aprile  1  562. 
il  28  maggio  divenne  vescovo  il  cardinal 
Ridolfo  Pio  di  Carpi,  ricevuto  in  Velletri 
il  1. "ottobre  con  grandi  allegrezze  e  ouo- 
lilicenze.  Neil'  agosto  i563  trovandosi 
Pio  IV  in  Frascati,  il  cardinal  significò 
al  comune  di  Velleiri  che  il  Papa  pensa- 
va di  portarsi  nella  città,  onde  il  magi- 
strato gli  spedì  oratori  a  supplicarlo  d'o- 
norarla colla  sua  angusta  presenza,  e  vi 
si  condusse  a'2  3  agosto.  Fu  egli  ricevuto 
a 'confini  del  territorio  da  molti  nobili  ci  t- 


VEL 
Udini,  e  il  magistrato  I'  ossequiò  fuori 
di  porta  Romana  colla  milizia  urbana. 
Con  magnifico  accompagnamento  esom- 
mo  giubilo  entrò  il  Papa  in  Velletri,  ove 
nelle  piazze  per  cui  passò  eransi  eretti 
nrcbi  trionfali. Dopo  aver  orato  nella  cat- 
tedrale, si  recò  nel  palazzo  vescovile,  co' 
cardinali  Vitelli,  Savelli  e  Sforza  di  San- 
tafiora,  e  il  nipote  Gabrio  Sei  belloni  ge- 
nerale di  s.  Cbiesa.  Il  dì  seguente  Pio  1  V 
partì,  dopo  aver  cavalcato  per  la  città, 
li  Papa  esaudì  le  suppliche  de'priori,  ri- 
lasciando a  favore  della  città  la  riscossio- 
ne delle  multe  e  confische  de'beni  im- 
poste a'  delinquenti,  e  per  tutto  lo  sta- 
lo devolute  alla  camera  apostolica,  per 
valersene  nello  stipendio  de' ministri  del- 
la giustizia,  e  per  risarcire  le  mina,  i  pon- 
ti, le  strade  e  gli  spedali  ;  confermando 
inoltre  a  Velletri  gli  statuti,  e  tutti  i 
suoi  privilegi  ed  esenzioni.  Il  cardinal  Pio 
di  Carpi  non  volle  restituire  alla  città 
l'elezione  del  podestà  e  del  giudice  a  nor- 
ma degli  statuti;  e  passato  a  miglior  vi- 
ta a'  2  maggio  1 564,  ne"°  slesso  me- 
se gli  successe  il  decano  cardinal  Fran- 
cesco Pisani,  che  si  portò  in  Velletri  nel 
settembre.  Neppur  egli  volle  concedere 
l'elezione  del  podestà  edel  giudice, depu- 
tando un  luogotenente  per  l'ain iiìinistra- 
zione  della  giustizia.  Nel  i  566  ottenne  da 
s.  Pio  V  la  grazia,  che  non  appartenesse 
ad  altri  l'elezione  degli  uffuiali  militari 
in  Velletri,  se  non  al  vescovo  governato- 
re, proibendo  d'ingerirsi  in  ciò  al  genera- 
le di  s.  Chiesa,  onde  il  cardinal  camer- 
lengo ne  spedì  lettera  neh  568.  Nel  pre- 
cedente anno,  narra  Petrini,  essendo  sta- 
te sorprese  da'ladroni  nelle  vicinanze  di 
Palestrina  le  donne  di  d.  Marianna  del- 
la Queva  principessa  d'Ascoli  di  Satria- 
no,  mentre  in  compagnia  d'alcuni  spa- 
gouoli  andavano  a  Napoli  con  un  ricco 
bagaglio  della  padrona,  prelese  la  dama 
«l'essere  reintegrata  del  furto  ascendente 
a  6,ooo  scudi  d'oro,  da'  popoli  adiacenti 
al  luogo  del  commesso  delitto,  in  virtù. 
delle  bolle  pontificie,  che  poi  ricorderò, 


VEL  3.5 

le  quali  obbligano  le  comunità  dello  sta- 
lo  papale  a  tener  netti  da'  malviventi  i 
loro  terrilorii.  Né  giovò  alle  comuni  cir- 
costanti di  provare,  massime  a  quella  di 
Palestrina,  che  ristesse  derubate,  essen- 
dosi dopo  l'infausto  incontro  ricovrale  iu 
Palestrina,  avevano  raccontato,  che  i  de- 
linquenti erano  venuti  da  Roma  sotto  la 
scorta  d'un  giovane  stato  antecendente- 
mente  famigliare  «Iella  principessa.  Co- 
me non  giovò  al  comune  di  Valmontone 
di  dire,  che  il  delitto  era  stato  commesso 
iu  un  sito  della  tenuta  di  Mezza  Selva, 
chiamato  Mola  Rotta  (stazione  moderna 
della  via  Latina,  il  miglia  fuori  di  por- 
ta s.  Giovanni  di  Roma,  nella  via  che 
dalla  gola  dell'  Algido  tende  a  Valmon- 
tone. Mezza  Selva  focosi  nominata,  per- 
chè posta  un  tempo  in  mezzo  alla  Selva 
già  Algidense,  e  ne'  tempi  bassi  detta  Ai- 
giare.  Tanto  afferma  Nibby),  ossia  Ca- 
po-Croce nel  territorio  prenestino;  per- 
chè mg.r  Robusterio  giudice  della  causa, 
nulla  valutando  tali  eccezioni,  condannò 
le  comunità  di  Palestrina,  di  Velletri,  di 
Valmontone,  di  Rocca  Priora  e  di  Roc- 
ca di  Papa, a  risarcire  la  principessa  d'A- 
scoli di  Sa  t  ria  no  della  sofferta  rapinati 
Frattanto,  vedendo  il  cardinal  Pisani  ri- 
nascere in  Velletri  alcuni  semi  d'antiche 
fazioni  e  discordie  fra' cittadini,  creò  di 
nuovo  il  magistrato  de'  conservatori  del- 
la pace,  come  avea  stabilito  il  cardinal 
de  Cupis.  Il  cardinale  in  detto  annoi  568 
tornato  ned  settembre  in  Velletri,  oltre 
molte  provvide  ordinazioni  pel  buon  go- 
verno della  città,  dichiarò  che  tutte  le 
cause  de' danni  dati  nel  territorio  di  Vel- 
letri, anche  per  contravvenzione  de'suoi 
decreti,  e  ie  cause  ancora  de'beni  pubbli- 
ci si  dovessero  conoscere  e  decidere  da' 
priori,  come  giudici  ordinari  in  tali  ma- 
lene.  Morto  il  cardinal  Pisani  a'  2g  giu- 
gno i5yo,  a'4  (o  a'  3  secondo  Ughelli) 
luglio  gli  successe  il  celebre  cardinal  Gio- 
vanni Moroni  decano,  insigne  io  pietà  e 
religione,  che  nel  conclave  in  cui  fu  elet-« 
to  s.  Pio  V  non  riuscì  al  cardinal  s.  Car* 


3i6  VEL  VEL 

lo  Borromeo,  nipote  del  defunto  Pio  IV,  «no  cardinal  vescovo.  Hccatosi  il  cardimi 
di  sublimarlo  al  pontificato  per  la  polen-  Moroni  nell'aprile  \5yì  in  Velletri,  or- 
za delle  maliziose  e  false  imputazioni  del  dinò  che  si  convocasse  il  consiglio  mas 
peccato  mortale  dell'atroce  ingannatrice  gioie  alla  sua  presenza,  ed  in  esso  pro- 
calunnia (vocabolo  da  cui  derivò  quello  pose  ridurre  il  numero  de'consiglieri  da 
di  dia  volo,  che  noi  diciamo  Demonio,  pa-  120  a  60,  ed  il  consiglio  minore  a  3o,e 
die  della  menzogna  e  della  calunnia.  I  ciò  venne  stabilito  con  unanime  appio- 
greci  di  essa  ne  fecero  una  divinità  male-  vaziòne,  perchè  mancava  il  numero  del- 
fica, a  cui  eressero  altari  e  offrirono  sa-  le  famiglie  nobili,  che  andavano  estin- 
0.1  ifìzi  perchè  loro  non  facesse  alcun  ma-  guendosi.  E  qui  deve  farsi  menzione  d'al- 
lei !),  ad  onta  che  l'io  IV  in  pieno  conci-  cuneglorie  militari  velilerne.  Per  leguer- 
storo  l'avesse  dichiarato  interamente  in-  le  contro  Turchìa,  fin  dal  1 565  erano 
nocenle,  ricolmandolo  d'elogi,  e  benché  andati  al  soccorso  di  Malta  3  veli  ter  llig 
dipoi,  com'è  notissimo,  fece  sì  lumino-  che  nobilmente  si  distinsero  in  quell'ini- 
sa  compar-a  nel  concilio  di  Trento  (f7.),  presa,  cioè  Orazio  Odoardo  Fedelini, 
onde  per  lui  ebbe  felicissimo  compimen-  Riellio  Toruzzi  e  Pietro  Lucci.  Orazio 
to;  ed  in  altro  conclave  ebbe  28  voti  pel  passò  a  militare  in  Cipro, e  fatto  capitano 
pontificalo  medesimo  e  poco  mancò  che  nell'impresa  di  Famagosta,  restò  schiavo 
non  vi  fosse  innalzato.  Niente  meno  gli  fu  de'  turchi  e  fu  liberato  con  gran  riscatto 
imputato  sotto  Paolo  IV,  che  favorisse  d  dia  repubblica  veneta,  che  al  di  lui  va- 
li parlilo  de'  protestanti,  e  che  avesse  loie  affidò  il  comando  del  presidio  di 
intima  amicizia  col  celebre  cardinal  Po-  Crema.  Ma  quando  s.  Pio  V  nei  i  37  1  e 
lo  [t .).  Singoiar  coincidenza  !  Egli  era  poi GregorioXIll  nel  1  072,  fatta  lega  co' 
figlio  dal  sagacissimo  e  grand' uomo  di  principi  cristiani,  mandarono  Marc'An- 
flato  Girolamo  duca  di  bovino,  che  di  Ionio  II  Colonna  con  molte  galere  con- 
recente  il  eh.  Tullio  Dandolo  chiarì  dal-  tro  i  turchi,  vi  fu  tra'capilani  Lorenzo 
la  troppe  calunnie  cumulate  sul  da  lui  de  Lodovici  Gori,  e  Andrea  Toruzzi  che 
operato,  rilevandone  i  pregi  e  qualche  he-  prima  a  vea  militato  in  Francia  controgli 
ìiemerenza  con  Roma  e  Clemente  VII,  ugonotti,  e  Pirro  Foschi  alfiere.  Anche 
la  fuga  del  quale  favorì  dopo  I'  orribile  Ottavio  Mancini  e  Attilio  Pattavi  trova- 
saccodi  Roma, onde  il  Papa  lo  rimunerò,  vansi  capitani  nella  stessa  spedizione.  Do- 
e  inoltre  fece  il  figlio  Giovanni  vescovo  vendosi  in  quest'armamento  levare  1800 
di  Modena,  principio  di  sua  grandezza,  scelli  soldati  da  tutto  lo  stalo  ecclesiasti- 
come  accennai  nel  voi,  LX.XXV,  p.  io,  co,  Velletri  ne  presentò  5o  tutti  vestili  a 
12,  i3e  i4-  Essendo  stati  nel  governo  spese  del  comune,  oltre  l'aver  già  datoa 
dell'aritecessore  trascurali  i  privilegi  cir-  s.  Pio  V  un  sussidio  di  scudi  1200  per 
ca  la  cognizione  delle  cause  in  1.",  a.'1  e  la  guerra  contro  l'eresia  armala  degli  u- 
3/  istanza,  ottenne  il  cardinale  Moroni  gonolti.  Mei  restringere  s.  Pio  V  gli  ebrei 
da  s.  Pio  V  un  breve,  nel  quale  il  Papa  esistenti  nello  stalo,  ne'ghelti  di  Roma  e 
inerendo  a'  privilegi  concessi  da  Paolo  Ancona,  anche  da  Velletri  essi  partiro- 
111  e  da  Paolo  IV,  approvò  e  confermò  no.  Mentre  il  cardinal  Moroni  nell'olto- 
al  vescovo  di  Velletri  come  governa-  bie  1 5j  1  soggiornava  in  Velletri,  desi- 
tore  il  diritto  di  ivi  conoscere  lotte  le  derando sinceramente  il  bene  e  la  felicità 
cause  civili  e  criminali  in  1/  e  2/  istan-  de' voliterai  commessi  al  suo  governo  spi- 
za,  ed  anche  in  3/  istanza  in  Roma,  ed  rituale  e  temporale,  propose  al  pubbli- 
aggiunse  ancora  che  non  potesse  farsi  co  consiglio  molte  cose  da  esaminarsi  e 
•  alcuna  esecuzione  contro  verun  ciltadi->  da  approvarsi,  tolte  pel  decoro  e  vanlag- 
no  veliterno  senza  espressa  saputa  del  gio  della  città.  Propose  dunque  il  risai'- 


V  E  L 
cimento  delle  mura,  In  piantagione  de- 
gli olivi  nel  territorio  aperto;  l'introdu- 
zione dell'industria  selifera  e  perciò  la 
piantagione  de'  mori-gelsi;  lo  sgombra- 
ineuto  de'boschi  edella  selva  di  Faggio- 
la  per  ridurla  a  coltura,  con  distribuirsi 
il  terreno  fra'  cittadini  coli'  obbligo  di 
dare  una  parte  de' frulli  al  comune;  la 
moderazione  delle  doti  e  del  lusso  delle 
■vesti, allora  come  adesso  lagrimevoli  tar-  . 
li  della  società,  benché  non  fossero  giun- 
ti all'odierno  fatale  eccesso;  l'applicare  i 
fanciulli  plebei  oziosi  a  qualche  mestiere 
o  arte;  lo  scavo  delle  cisterne  pubbliche 
nelle  4  deca  refe  della  città;  e  fìnalmeute 
la  fabbrica  d'un  nuovo  e  magnifico  pa- 
lazzo pubblico  per  la  residenza  ilei  magi- 
strato. Tante  e  sì  importanti  proposizio- 
ni, degne  dell'elevata  e  illuminala  mente 
del  cardinal  Moroui,  richiesero  tempo  a 
deliberare  con  maturo  consiglio.  In  que- 
st'occasione supplicato  d'ottenereda  Gre- 
gorio XIII  il  mercato  perpetuo  e  franco 
da  dazi  in  tulli  i  sabati  dell'anno,  per  ac- 
crescere l'abbondanza  e  per  maggior  co* 
mudila  de' cittadini,  il  l 'a pa  l'esaudì.  Nel 
settembre  i5y3  tornò  il  cardinal  Moroui 
in  Velletri,  e  adunalo  il  consiglio  mag- 
giore udì  le  deliberazioni  sopra  le  propo- 
sizioni da  lui  fatte.  Fu  dunque  stabilito  il 
risarcimento  delle  mura  colla  fabbrica 
della  nuova  porla  Romana,  diseguo  del 
Vignola.  La  concessione  del  terreno  di 
Faggiola  col  canone  di  bai.  5o  a  ciascun 
nibbio  per  la  piantagione  degli  olivi,  ed 
esenzione  del  canone  ne'  primi  7  anni. 
Dalla  coltivazione  della  selva  di  Faggio- 
la  ne  nasceva  ancora  la  sicurezza  della 
strada  corriera  che  in  mezzo  vi  passava, 
essendosi  determinato,  che  almeno  sulla 
via  vi  si  stabilissero  20  colonie,  per  im- 
pedire colla  loro  frequenza  i  latrocini  che 
ivi  si  commettevano,  togliendosi  in  que- 
sto modo  gli  aguati  e  i  nascondigli  a'  mal- 
viventi. S'ingiunse  l'obbligo  a' proprieta- 
ri ili  vigne  e  orti  di  piantarvi  nel  termine 
d'un  anno  almeno  4  alberi  di  gelso.  E  sic- 
come la  tassazione  delle  doli  per  l'ioegua* 


VEL  3 1 7 

glianza delle  facoltà  non  fu  stimata  prati- 
cabile, moderò  il  cardinale  le  donazioni 
de'  mobili  o  acconci  nuziali,  come  pure 
le  spese  del  convito  e  il  lusso  delle  don- 
ne. Ordinò  a'padri  d'applicare  i  figli  o- 
ziosi  a  qualche  arte  o  mestiere  sotto  pena 
dell'esilio.  Decretò  che  si  cavassero  prò» 
fonde  cisterne  in  ciascuna  decarcia,  la 
metà  della  spesa  appartenesse  al  comu- 
ne, e  l'altra  a*  circonvicini.  Finalmente 
concesse,  che  i  priori  per  maggior  decoro 
usassero  le  vesti  cremisi  paonazze,  oltre 
le  solite  di  velluto  nero.  La  citlà  applau- 
dì e  ricevè  volentieri  queste  utili  e  sagge 
disposizioni.  Col  disegno  da  luicommes- 
soalcelebreDella  Porta  si  cominciò  il  no- 
vello palazzo  pubblico. Gregorio XIII  net 
1576  portandosi  a  Cisterna,  si  recò  pu- 
re in  Velletri  ricevuto  di  domenica  dal 
clero  e  magistrato,  e  da  tutta  la  nobiltà 
in  gran  formalità,  non  che  dalla  milizia 
urbana,  con  archi  e  pompa  trionfale;  al- 
loggiando nel  palazzo  pubblico  ornato  di 
nobili  tappezzerie, il  cardinale  trovandosi 
alla  legazione  per  riordinare  lo  stato  di 
Genova. Più  volte  tornò  iu  Velletri  il  car- 
dinal ftloroni,  sempre  col  premuroso  pen- 
siero di  felicitare  i  cittadini,  fece  ricono- 
scere i  confini  del  territorio,  e  deputare 
4o  uomini  alla  custodia.  A'  4  ottobre 
couvocalo  il  consiglio  maggiore  per  l'e- 
lezione biennale  del  magistrato,  decre- 
tò l'osservanza  dello  statuto  sul  nume- 
ro de'  consiglieri,  che  perciò  tornarono 
a  1  20  pel  consiglio  maggiore,  e  a  3o  pel 
consiglio  minore.  Nel  1 58o  penetrata  l'in- 
fezione contagiosa  del  mortale  male  di 
castrone  anche  in  Velletri,  il  cardinal 
Moroni  volò  nella  città  per  soccorrere 
colla  sua  presenza  e  liberalità  l'afflitto  pò- 
polo.  Ma  poco  dopo  tornato  in  Roma  nel 
i.°  dicembre  fluì  i  suoi  giorni,  pianto  da 
lutti  i  veliternijche  ne  conservano  grata  e 
indelebile  memoria,  e  gli  storici  patrii  uè 
fanno  il  più  magnifico  elogio,  e  B.  uco  que- 
sto.»Nonsaràcosì  facile  trovare,fra'vesco- 
vi  e  governatori  velilerni,  chi  di  cura,  di 
zelo,di  diligeuza  e  di  amore  lo  abbia  supe- 


3i8  VEL 

ialo,non  cheeguag'ialo".A'5di  dicembre 
il  decano  Alessandro  Farnese  gli  successe, 
rinnovando  la  dolce  memoria  dello  zio 
Paolo  111  anche  col  nome. L'uditore  prese 
|>er  lui  possesso  agli  »  i,  ed  a'a5  febbraio 
1 58 1  vi  si  porlo  il  cardinale  ricevuto  da 
tulli  con  somma  allegrezza.  NeM'ollobre 
\\  mandò  il  suo  uditore,  che  fece  ottimi 
regolamenti.  Si  stabilì  che  il  i.°  priore 
tosse  dottore  d'ambo  le  leggi, che  ciascun 
magistrato  fosse  composto  di  3  priori  e 
non  di  4>  e  che  il  i."si  chiamasse  capo 
priore,  e  durasse  un  trimestre,,  e  gli  altri 
nlliziali  un  anno.  11  consiglio  maggiore 
fu  ridotto  a  So  consiglieri,  20  de'  quali 
in  ciascun  semestre  formassero  il  minore. 
Ordiuossi  l'erezione  dell'archivio  pubbli- 
co, per  conservare  gl'istromenli  lasciati 
da  notari  defunti,  il  cardinal  Farnese  ve- 
dendo ripullulare  l'antiche  discordie,  nel 
]  082  ristabilì  la  pace  con  far  eleggere  5o 
conservatoli  di  essa;  e  recatosi  nel  novem- 
bre in  Vellelri,  provvide  alla  quiete  pub- 
blica e  all'abbondanza,  promuovendo  il 
proseguimento  del  palazzo  pubblico.  Es- 
sendosi sopta  modo  aumentati  i  banditi  e 
assassini  nella  campagna  romana,  il  coin- 
inissariodeputatodaGregorio  X11I  a  per- 
seguitarli, nel  settembre  ordinò  a  Vellelri 
the  tutto  il  popolo  si  armasse  e  per  3  gior- 
ni continui  corresse  per  le  campague  per- 
seguitando i  malandrini,  de'  quali  alcuni 
caddero  in  mano  della  giustizia,  e  altri 
spaventali  da  questo  generale  movimen- 
to de'  popoli  si  allontanarono  dallo  stato 
della  Chiesa.  Era  allora  legato  di  Maritti- 
ma e  Campagna  il  cardinal  Marc'Auto- 
jiio  Colonna,  cugino  di  Marc' Antonio  li, 
che  pel  suo  governo  lodevole  confermò 
Sisto  Ve  i successori, come  riferisce  Car- 
denia nelle  Memorie  storielle  de'  Cardi- 
nali. Sisto  V  appena  divenuto  Papa,  vo- 
lendo allatto  estirpare  dallo  stato  eccle- 
siastico i  banditi  e  gli  uomini  facinorosi, 
pubblicò  la  celebre  bolla  sottoscritta  da 
lui  e  da'  cardinali,  Hoc  Nostri  Pontift- 
tatù»  iiiiiioìdeh.0lag\\oi585tBull.Rom. 
t.  4>Pai'*  4>  p-  1 38  :  Iiaiovalio  omnium 


VEL 

Consti tutionum  a  Romanis  Ponti ficlhns 
hactenus  edilarum,  contra  r.xules,ban- 
nitos,  aliosque  facinorosos  hominer,  co- 
rumane  receptatores,  et  fautorcs;  et 
multarum  impositio  poenarum  in  eos- 
detti,  necnou  contra  Communi  lates,  et 
alias,  sua  territoria  ejusmodi  scelestis 
hominibus  expurgata  non  custodientes, 
Pertanto  richiamò  in  vigore  le  bolle  di 
.Pio  II, Paolo  11,  Sisto IV, Innocenzo  Vili, 
Giulio  II,  Leone  X,  Clemente  VII,  Giu- 
lio 111,  Pio  IV,  s.  Pio  V,  Gregorio  XIII; 
le  quali  bolle  sono  riportate  nello  slesso 
Bullarium,e  nel  sommario  della  bolla  di 
Sisto  V  vengono  citati  i  tomi  e  le  pagine 
ove  sono.  Le  medesime  bolle  contro  i  per- 
turbatori della  pubblica  quiete,  i  ribelli, 
grassatori,  ladroni,  pei  duelli,  omicidiari, 
assassini;  colle  gravissime  pene  stabilite 
contro  i  ricettatori  e  altri  fautori  de'  me- 
desimi, sono  pure  ricordate  nell'opera,  // 
ForoCriminaleti.  5,p.  1  o3,dell'avv.  Raf- 
faele Ala  uditore  criminale  del  cardinal 
Della  Somaglia  vescovo  e  governatore  di 
Velletri.  Quanto  a  questa  città, a'  21  lu- 
glio dello  slesso  1  585  in  esecuzione  degli 
ordini  di  Sisto  V,  vi  furono  eletti  4°  uo- 
mini armali  a  custodire  il  territorio,  ead 
accorrere  in  sussidio  della  giustizia;  e  ciò 
perchè  Sisto  V  voleva  che  le  comunità 
de' luoghi  fossero  responsabili  de' disor- 
dini, che  per  mancanza  delle  prescritte 
precauzioni  potevano  accadere  nel  terri- 
torio. Avendo  Sisto  V  concesso  al  senato 
e  popolo  romano  la  facoltà  d'interporre 
decreti  per  autorizzare  i  contralti  de'pu- 
pilli,  de'  minori  e  altri  che  senza  il  decre- 
to del  giudice  uon  potino  in  forma  valida 
obbligarsi,  e  ciò  in  Iìoma  e  per  tutto  il 
suo  distretto  ;  Velletri  sebbene  entro  il 
distretto  delle  4°  miglia,  nel  1 588  fu  di- 
chiarata esente  da  questa  legge,  come  cit- 
tà immediatamente  soggetta  alias.  Sede. 
Morto  u'  5  marzo  1  589  il  cardinal  Far- 
nese, Sisto  V  non  ostante  le  premure  de' 
veliterni,  con  suo  molo-proprio  dismem- 
brò il  governo  temporale  e  civile  di  Vel- 
lelri dal  vescovato,  e  l'applicò  alia  carne- 


V  EL 

la  apostolica.  I  veliterui  però  ottennero, 
die  salva  tale  dismembrazione.fosse  il  go- 
verno commesso  al  decano  cardinal  Gio. 
Antonio  Serbelloni,  divenuto  vescovo  a' 
16  marzo  ea'  2.0  prese  possesso.  Avendo 
Sisto  V  rivolto  il  suo  pensiero  al  disecca- 
uienlo  delle  Paludi  Pontine,  si  portò  a 
Terracina  per  osservare  da  vicino  l'im- 
presa.Giunse  a  Vellelri  l'i  iottobrei  58g 
circa  le  ore  23  (in  lettiga  dice  il  Nicolai), 
accompagnato  da'  cardinali  Montalto 
suo  nipote,  Colonna  legato  di  Marittima 
e  Campagna,  Galli,  Pallotta  e  Sauli,  ac- 
colto colla  massima  magnificenza,  uscen- 
dogli incontro  fuori  di  porta  Romana  il 
magistrato  colla  nobiltà,  facendo  parata 
4oo  fucilieri.  Si  eressero  diversi  ardii 
trionfali  con  eleganti  iscrizioni,  le  fonta- 
ne gettarono  vino,efu  tanta  la  frequenza 
del  popolo  che  ne  restò  meravigliatoil  Pa- 
pa. Portassi  a  orare  alla  cattedrale,  e  di  là 
passò  all'alloggiamento  preparatogli.  Se* 
condo  il  Tlieuli  Sisto  V  da  religioso  con- 
ventuale era  stalo  nel  convento  di  s.  Fran- 
cesco di  Velletri.  Nel  dì  segueute,  dopo 
aver  udito  messa  nella  cattedrale,  parti 
alla  volta  di  Semionda  e  di  Sezze.  Per 
la  carestia  del  1091  iu  Velletri  si  prese- 
ro lodevoli  provvedimenti,  e  il  comune 
somministrò  1 0,000  scudi  per  comprare 


V  E  L  3 1 9 

il  erano.  11  cardinal  Seibelloni  morì  a' 
18  marzo,  come  dice  la  lapide  sepolcra- 
le prodotta  da  Ughelli;  ma  il  suo  anno- 
tatore Coleli,  dice  che  a' 10  gli  successe 
il  decano  cardinal  Alfonso  Gesualdo.  Si 
ha  dal  Bauco,  che  allora  la  città  supplicò 
Gregorio  XIV  per  l'abolizione  fatta  da 
Sisto  V  della  separazione  del  governo 
temporale  dal  vescovato,  ed  a'  23  marzo 
fu  esaudita.  Questa  data  la  riporta  lo  stes- 
so Bauco,e  soggiunge,  che  il  cardinale  ri- 
cuperala la  giurisdizione  temporale  man- 
dò il  suo  uditore  a  prendere  possesso  del- 
la chiesa  e  del  governo  di  Velletri,  a  17 
dello  stesso  marzo;  ciò  forma  anacroni- 
smo, e  cresce  il  conflitto  delle  date.  Nel 
t.  2  poi  della  Storia  di  Felelri,  il  Bau- 
co  dice  morto  Serbelloni  a' 18  marzo,  e 
Gesualdo  eletto  successore  a'20  del  me.- 
desimo,  e  così  aumenta  il  contrasto  delle 
date.  Leggo  inoltre  ne\V  Istoria  di  Felle- 
tri  del  Borgia,  morto  il  Serbelloni  a'  18 
marzo,  due  giorni  dopo  succeduto  il  Ge- 
sualdo, ed  il  breve  Si  de  rcstiluendis.  è 
de'  2  3  marzo  1591,  col  quale  Gregorio 
XIV  ripristinò  uel  vescovo  il  governo 
temporale.  Queste  sono  le  vere  date.Col- 
la  stessa  data  trovo  il  breve  nel  Bull. 
Iìom.  t.  5,  par.  1,  p.  256. 
(Coutiuua  l'articolo  nel  voi.  segueute). 


FINE  DEL  VOLUME  OTTANTESIIWONONO. 


Z86UÒZ 


BX  841  .M67  1840 

SI1CR 

fioroni  ,  Gaetano, 

1802-1883. 
Dizionario  di  erudizione 

storie o-ecclesiastica 
AFK-9455  (awsk)